III.

III.

— Sì, mia cara, come ho l’onore di dirti, questa è la mia ultima visita, per la stagione; — notò ad alta voce la signora Margherita Corniani, perchè la sentissero bene tutte le persone che erano, quel mercoledì, nel salotto della signora Vezzosi.

Margherita Corniani, moglie al banchiere di questo nome, era una signora lunga come le mie speranze e smilza in ogni sua parte, più che non comportasse l’euritmìa, tranne nel naso, che aveva l’onesta persuasione di far compenso alla pochezza del resto. Era nata baronessa e portava l’analogo cerchietto d’oro, attorcigliato di perle, sul suo biglietto di visita. Così la baronia dei Martoli, dond’ella nasceva, era tacitamente passata nei Corniani, e la servitù di casa, per non isbagliare, chiamava barone anche il marito della signora. Alla qual gentilezza il banchiere si prestava conmolta compiacenza, salvandosi dal ridicolo in faccia agli amici con questa dichiarazione modesta: — Io vivo all’ombra di mia moglie. — E la cosa poteva passare, tanto nel proprio quanto nel figurato, poichè la signora era lunga come l’indice d’una meridiana, ed egli corto e tondo come una trottola.

Del resto, se la baronessa Corniani non era bella, poteva annoverarsi tra le signore più eleganti della città. Metteva fuori una nuova abbigliatura ad ogni settimana; il che torna a cinquantadue per anno. Grande conforto per il mezzo barone, a cui tutti facevano complimenti per il buon gusto della sua dolce ed allampanata compagna.

— Tu dunque ci lasci? — chiese la signora Vezzosi. — Così presto?

— Sì, che vuoi? Debbo andare a Parigi, per rinnovare il mio vestiario. Anzi, ho già tardato fin troppo, e corro il rischio di prendere gli avanzi. È vero che Wörth non mi tratta più come la prima venuta; — si affrettò a soggiungere la signora Margherita, con un sorrisetto di soddisfazione, a cui il naso rispose con espansione paterna. — Intanto, passerò il solito mesetto a Parigi, e poi tornerò, ma per andar subito alle acque.

— Ti dài bel tempo? — osservò gentilmente la signora Vezzosi.

— Mio Dio, sì. Non ti par giusto, dopo uninverno così noioso? È vero che tu non te ne sei avveduta. Sei rimasta così in disparte! A proposito, e perchè?

— Sai, Margherita, non si ha sempre voglia di divertirsi. Del resto, dobbiamo fuggire il mondo prima che il mondo fugga noi.

— Lo dici perchè non ne credi un ette; — replicò la signora Margherita. — Che ne dite voi, signori, di questa modestia della nostra bellissima Elena? — soggiunse, volgendosi ai due Alcibiadi. — Mostrate alle dame che l’antica galanteria non è spenta.

— Noi ascoltavamo in un religioso silenzio; — rispose Alcibiade primo. — È così dolce e così nuovo vedere una grande modestia accoppiata ad una grande bellezza!

— Ah, meno male! — esclamò la signora Margherita.

— E poi, — aggiunse Alcibiade secondo, — da lunga pezza la signora Elena lo sa, che dipende solamente da lei di farci combattere un’altra guerra per dieci anni.

— No, per carità! — gridò la signora Vezzosi. — Avrei troppa paura del cavallo di legno.

— A buon conto, ti sei quasi ecclissata, quest’inverno; — entrò a dire la signora Bertini, una brunetta bofficiona, ma non inelegante, che fino allora era stata a sentire le chiacchiere della baronessa.

— Che vuoi? — ripigliò la Vezzosi. — Parliamo sul serio. Gerardo era così cagionevole disalute! Si può dire che è stato più a letto, tra gennaio e aprile, che non per le strade. I nostri signori uomini non ci sposano forse perchè facciamo l’infermiera? — soggiunse la signora Elena, con un placido riso. — Del resto, ho fatto volentieri il sacrificio. Gerardo è così buono con me!

— Bugiarda! — pensò la Margherita. — Come se non si sapesse che ci ha avuto qui tutti i giorni il De Rossi! — Hai fatto bene; — proseguì poscia ad alta voce. — Ma speriamo che ti ricatterai della tua reclusione in estate. Dove vai quest’anno? Io andrò a Recoaro. Ci va la regina, e Recoaro sarà lagreat attractiondella stagione.

— Ma... — fece la signora Vezzosi, tentennando la testa — Gerardo avrebbe desiderio di andare a Courmayeur. Egli soffre tanto del caldo!

— Io — disse la Bertini — andrò a Livorno. È il granchic, e tutti mi raccontano che l’anno scorso si sono divertiti un mondo.

— Ma, signore mie... — entrò a dire uno degli Alcibiadi. — Non si direbbe, a sentirle....

— Che cosa? — domandò la signora Margherita.

— Che i medici non c’entrano più per nulla nell’ordinare le acque. Una volta si andava in un luogo piuttosto che in un altro, secondo i bisogni della salute... secondo le malattie....

— Bravo! — gridò la signora Margherita. — E voi credete alle malattie?

— Ahimè, da qualche anno! — rispose l’Alcibiade,contrito. — Io credo, per esempio, ai reumi, e vado a Casciana.

— Vi raccomando le zanzare; — disse l’altro Alcibiade. — Io andrò a Monsummano.

— A Monsummano! E perchè? Sareste sordo, per avventura? — domandò la signora Margherita, che per quel giorno dava la battuta in orchestra.

— Non come voi, baronessa; — replicò l’Alcibiade secondo, torcendo amabilmente il collo.

La signora Margherita aperse le labbra ad un sorriso e il naso ad una delle solite espansioni concomitanti.

— Questo m’ha l’aria di un complimento: — diss’ella.

— Il cavaliere Sestavalle è sempre galante; — notò cortesemente la padrona di casa.

— Vecchia scuola, signora mia, vecchia scuola! — disse l’Alcibiade, ridendo.

— È la buona; — si degnò di soggiungere la baronessa.

In quel mentre fu annunziata la visita del contino Anselmi; un capo scarico, un matto grazioso, che passava la sua vita in società come una farfalla tra i fiori, aliando un po’ a destra, un po’ a manca, seminando da per tutto il suo spirito facile e la sua filosofia leggiera; l’unica che sia sopportabile in questo mondo, già così pieno di sopraccapi, grattacapi ed altri simili rompicapi.

Ossequiata la padrona di casa, fatta riverenzaalle visitatrici e stretta la mano ai due Alcibiadi, il contino Anselmi piantò la fida lente nell’occhiaia destra, il gomito sinistro sulla spalliera di un seggiolone, e così prese a parlare:

— La seduta è aperta. Anzi, lo era già e non occorre più dichiararla tale. Di che parlavano le signore? Ed è permesso ad un nuovo venuto di dire la sua?

— Prima di tutto, Anselmi, ci direte tutte le notizie della città; — rispose la signora Vezzosi.

— Volontieri, ed anche della campagna; — ripigliò l’Anselmi, inchinandosi. — Ieri un terribile uragano, non preveduto dall’uffizio meteorologico delNew York Herald....

— Ma voi incominciate proprio dalla campagna; — notò ridendo la signora Elena.

— È vero; rientro subito in città. La Camera di Commercio, nella sua seduta dell’altro ieri... dovendo rispondere ad analoga domanda del signor ministro d’agricoltura, industria e commercio.... Ma che, signore mie? Non credono neanche conveniente d’interrompermi? Badino bene, io non so davvero che cosa abbia deliberato la Camera, e in un caso disperato come questo sono capace di tutto... anche d’inventare la deliberazione.

— E la domanda del ministro; — soggiunse la signora Elena.

— Si capisce. Tanto, egli non protesterà. I ministri ne firmano tante, di carte, senza pigliarsi il fastidio di leggerle!

— Insomma, voi non sapete nulla, Anselmi?

— Come voi dite, donna Elena. Sono nel caso di sant’Agostino. So questo soltanto, che non so nulla di nulla. Prego adunque le signore di riprendere la loro conversazione al punto in cui l’avevano lasciata.

— Si parlava di bagnature e d’acque termali; — disse la signora Vezzosi.

— Argomento di stagione; staremo freschi; — notò il contino Anselmi, felice d’aver colto in aria un bisticcio.

— Sicuramente, e ci contiamo su; — rispose la signora Vezzosi.

— Ah! partite anche voi, donna Elena? Ecco una notizia.

— Che non avevate voi, Anselmi! Ma già, siete così a secco, quest’oggi, che bisognerà darne a voi.

— Date sempre; i poveri vi benediranno. Io, del resto, non avendo notizie, farò i commenti su quelle degli altri. E dove andrete, se è lecito saperlo?

— Non è ancora deciso; ma credo a Courmayeur. Gerardo ne ha già parlato tre volte, citando i nomi de’ suoi amici che andranno lassù.

— Viaggio disastroso, — osservò il contino Anselmi. — Cretini in Val d’Aosta; valanghe più su; continuo pericolo di ribaltare.... Viaggio disastroso! Viaggio terribile! sconsiglierò il mio amico Gerardo.

— Farete un’opera inutile; — rispose la signora Vezzosi. — Gerardo ha cinque o sei amici che vanno a Courmayeur; tutti uomini politici....

— Ah! — esclamò Anselmi. — Non resteranno dunque tutti nella valle, i....

— Via! — interruppe la signora Vezzosi, che vedeva già tornare in ballo i cretini. — Un po’ di carità per gli uomini politici!

— Che vi seccheranno, donna Elena, ve lo prometto io, vi seccheranno.

— Ci vorrà pazienza; — replicò la signora Vezzosi, simulando un sospiro. — Gli uomini hanno tutti il loro cavalluccio di legno, come dicono gli inglesi. E chi è senza peccato scagli la prima pietra.

— Oh, la scaglio io, la scaglio io; — gridò l’Anselmi. — Degli otto peccati capitali, proprio questo mi manca.

— È curiosa, per altro; — ripigliò la signora Elena, cercando di ravviare la conversazione. — Si suol dire: tre italiani, tre opinioni diverse. Ora eccoci qui tre italiane, tre amiche, e nessuna di noi andrà dove va l’altra. Io forse a Courmayeur; Margherita a Recoaro e l’Amalia a Livorno.

—Variata placent; — disse l’Alcibiade primo. — Del resto, io ne conosco due che andranno insieme, l’Altobelli e la Salieri, a Venezia.

— Le due rosse! — esclamò la baronessa.

— Sicuro, bene osservato! — entrò a dire l’Alcibiade secondo. — Una rossa di capegli e l’altra di carnagione.

— Si capisce allora perchè vadano ambedue a Venezia — notò gravemente l’Anselmi.

— Sentiamo il perchè; — disse la signora Vezzosi. — Ma vi avverto, Anselmi; non vogliamo bottate. Si tratta di due amiche. —

Il contino Anselmi chinò la testa, con aria di contrizione.

— Allora non parlo più; — diss’egli. — Se le mie oneste intenzioni sono così neramente sospettate....

— Via, lascialo dire, povero Anselmi! — mormorò la baronessa, con accento di preghiera. — Se no, è capace di morirne.

— Margherita intercede per voi; — riprese la signora Vezzosi. — Parlate, Anselmi. Se sarà troppo forte, fingeremo di non avere udito nulla.

— Di male in peggio! — gridò il contino Anselmi, con accento di comica disperazione. — E voi credete proprio, Donna Elena, che io voglia dire delle cose assai gravi? Venezia è stata famosa un tempo nell’arte per una scuola di coloristi insigni; che ci sarebbe di male se le nostre due dame più colorite andassero colà, a rinfrescare le tradizioni della scuola? Eccovi tutto quello che io ci avevo da dire.

— Proprio tutto? Nient’altro che questo? — domandò la baronessa, con aria d’incredulità, mista ad un pochino di disillusione.

— Nient’altro che questo; lo giuro ai Numi! — rispose il contino Anselmi. — Ma già, capisco;questa è la sorte che tocca a tutti gli oratori, che hanno lasciato sperar molto di sè.

— Sperare! È un po’ troppo. Noi temevamo; — osservò la signora Vezzosi.

— Risposta arguta, e m’inchino al vostro spirito, Donna Elena; — replicò il contino. — Con voi non c’è modo di collocare una malignità.

— E che dite, signor conte, della Milani, che va invece a Tabiano? — chiese a sua volta la signora Amalia Bertini.

— Che ne so io, signora? Ci andrà per dimagrare.

— E della Vernetti, che va in Engadina?

— Ma!.... Forse per ingrassare, con la cura del latte. Non credete voi che ciò le farà bene?

— Se ne vanno tutte! — esclamò Alcibiade primo. — È dunque una diserzione generale?

— È la moda, cavaliere, è la moda. Bisogna pure farsi ordinare qualche cosa dal medico, per ordinare qualche cosa alla sarta. Si va alle acque con una sola ricetta, che si dimentica magari alla prima stazione; ma con una dozzina di bauli e di casse, da disgradarne una prima attrice. Non è così, mie belle signore? Abbigliatura di mattina, abbigliatura di pomeriggio, abbigliatura di sera; cangiare tutti i giorni, ripartire quando si è veduto il fondo alle casse; ecco il modo di andare alle acque e di ritrarne vantaggio. Perdonate, signora, io scherzo. La cura si fa e riesce utilissima... a noi uomini, per cui queste cose si fanno.

— Ah, se credete che si facciano proprio per voi! — esclamò la signora Vezzosi, minacciando il contino Anselmi col suo ventaglio cinese.

— Sicuramente, dico per noi. Che volete, che sia per le amiche? Ma questo non sarebbe il modo di curarle, bensì di farle morire d’invidia. Non è vero, baronessa? Lo domando a voi, che siete annoverata meritamente tra le stelle più brillanti del nostro firmamento. —

La baronessa rispose al complimento con un risolino delle sue labbra sottili e con l’analoga espansione del vicino di sopra.

— Ma dite, e la Rivanera? — esclamò la signora Amalia. — Avevamo dimenticata la Rivanera.

— La divina Rivanera! — disse l’Anselmi, con un accento che fece alzare la testa alla signora Vezzosi.

— Parlate sul serio, Anselmi? Vi pare proprio divina?

— Signora sì, mi pare; e credo per giunta che lo sia.

— Infatti, è carina; — ripigliò la signora Vezzosi. — Una bella testa!

— Peccato che non sia un palmo più alta! — soggiunse la baronessa.

— Pazienza, Donna Margherita, pazienza! — replicò il contino Anselmi. — Non tutte hanno la vostra bella ed elegante persona. Del resto, la Rivanera non è piccola. Vi ricordate della fiera di beneficenza dell’altro anno? C’era il bilico, comeall’ufficio del dazio, e il metro, come nei consigli di leva. Ci si è pesati tutti quanti e misurati, a vantaggio dei poveri. La Rivanera pesa cinquantanove chilogrammi e misura un metro e sessantadue, salvo errore, ma sempre più di quel che ci vuole per assicurare un bersagliere alla patria.

— Del resto, tanto carina! — ripetè la signora Vezzosi.

— Sì, Donna Elena, è questa l’opinione di molti.

— Tutti innamorati, s’intende; — notò la baronessa, con accento agrodolce. — Stiamo a vedere che glieli regalate tutti! Siete così maliziosi, voi altri!

— Adagio, baronessa, vi prego. Non mi fate parlare prima che io abbia aperto bocca. Volevo dire per l’appunto il contrario. La signora Camilla è Rivanera di casato, ma si potrebbe chiamare più giustamente Riva alta.

— Già, — disse la baronessa, — un metro e sessantadue, salvo errore!

— Certo, non è più alta di così; ma gli adoratori ci han fatto mala prova ugualmente. Io, per esempio, ne conosco uno che ci ha fatto un fiasco piramidale.

— Lo conoscete, Anselmi? Intimamente? — domandò la signora Vezzosi.

— Ve lo dica il sospiro che mi prorompe dall’imo petto! — rispose il contino.

— Ah, povero Anselmi! Povero Anselmi! E voi certamente vi facevate innanzi con le migliori intenzioni del mondo.

— Sfido io! Una vedova a ventitrè anni! Si va innanzi, pesciolini fidenti, sperando sempre che la bella pescatrice abbia una rete in mano e che voglia servirsene.

— L’avevate giudicata male; — replicò la signora Vezzosi. — Camilla è molto fiera. Non vuol questo, perchè è troppo ricco; non vuol quello, perchè lo è troppo meno di lei; non vuole quell’altro, perchè manca d’idealità.... È la sua frase.

— Sarei curioso di sapere in che categoria ha messo me; — disse l’Anselmi pensoso.

— Probabilmente nell’ultima; — rispose la signora Elena, dandogli gentilmente la baia. — Non ve ne siete accorto, che mancate d’idealità?

— Voi mi direte quel che vorrete, Donna Elena; ma io non andrò in collera; — disse di rimando l’Anselmi. — Vi proverò in questo modo che, se manco d’idealità, son sempre l’ideale degli uomini di buona pasta.

— Intanto che voi distillate il vostro spirito, — entrò a dire la Bertini, — noi non sappiamo dove andrà quest’anno la Rivanera. Un innamorato come voi dovrebbe pure saperlo.

— Signora mia, sono un innamorato respinto, andato a male, vi prego di rammentarlo. Che cosa volete che io sappia? Di sicuro, una damacosì piena d’idealità non può andare che in un luogo molto elevato.

— Al Monte Generoso; — suggerì Alcibiade secondo.

— O sul Davalagiri; — soggiunse l’Anselmi.

— Il Davalagiri! — esclamò la baronessa. — Che stazione di bagni è questa mai?

— Non è una stazione di bagni, Donna Margherita. Non ci si fa altro che la cura dell’aria rarefatta. Il luogo è in India, sulla catena dell’Imalaia, ad ottomila metri sul livello del mare.

— Sempre lo stesso capo ameno! — disse la signora Bertini.

— Del resto, — ripigliò l’Anselmi, — la Rivanera andrà dov’è andata l’anno scorso.Qui a bu boira, dice il proverbio francese. Ed essa berrà le acque di Montecatini; o, per dire più esattamente, le berrà lo zio, presidente e gran croce. Le acque del Tettuccio sono acque eminentemente politiche, amministrative e giudiziarie, come il mal di fegato che hanno la fama di guarire. A proposito, Donna Elena, perchè non raccomanderemo le acque del Tettuccio al mio amico Gerardo?

— Per carità, non ne fate nulla. Volete mandarmi a morire dal caldo in Val di Nievole. Meglio centomila volte Courmayeur, con le valanghe, le ribaltature e i cretini, di cui mi parlavate poc’anzi. —

Il contino Anselmi stava per rispondere qualche altra spiritosità delle solite; ma gli furonomozzate le parole in bocca da un atto della baronessa, che accennava di volersene andare.

— Dunque addio, la mia bella e cara Elena; — diss’ella, abbracciando l’amica e mettendole il naso sulla guancia. — O piuttosto, a rivederci in novembre.

— E tu, bada a non dimenticarti di noi, a Parigi. Voglio sperare che, se avrai un ritaglio di tempo...

— Non dubitare, avrai mie notizie. E anch’io spero di avere le tue. —

Un nuovo bacio e sonoro chiuse il dialogo delle due svisceratissime amiche.

Anselmi aspettava la baronessa al varco.

— Donna Margherita, — le bisbigliò, inchinandosi, con aria di devozione, — e per me niente?

— No, — rispose la baronessa, — voi mancate.... d’idealità. —

L’Anselmi non si commosse punto di quella bottata.

— Diamine! — esclamò, stringendosi nelle spalle; — ve ne importa proprio, della idealità? E per che farne? —

La baronessa gli rispose con un mezzo sorriso; segno che non gradiva intieramente lo scherzo. Perciò al moto delle labbra non si accompagnò quella volta l’espansione del vicino di sopra.

Il contino Anselmo ritornò alla conversazione, molto contento di sè. Si contentava di poco, in verità. Ma la sua fama di bell’umore si rassodava sempre più, e un uomo può credere di avertutto, quando, insieme con la gioventù, la bellezza e i quattrini, è sicuro di avere anche la gloria.

Anch’egli era sul punto di prender commiato; ma la signora Elena, nell’atto di rimettersi a sedere, e approfittando di un discorso impegnato tra la signora Bertini e i due Alcibiadi, trovò il modo di bisbigliargli, dietro la seta del suo ventaglio cinese:

— Restate, ve ne prego. —

Ad onore del contino Anselmi e della sua filosofia leggera, debbo dire che egli non insuperbì punto punto di quell’invito confidenziale. Tra lui e la signora Elena non erano mai corse parole infiammate, e nemmeno galanti, oltre il limite d’uno scherzo. Ne avrebbe dette sicuramente, se avesse potuto sperare di non dirle invano; ma, anche veduto di buon occhio dalla signora Vezzosi, il contino aveva capito che quell’occhio non toglieva ispirazione dal cuore. In genere, le dame non prendevano il contino Anselmi sul serio. Egli era diventato lo schiavo del proprio spirito, come un antico doge di Venezia della propria dignità. Era condannato ad esser leggiero e ad esser trattato come tale. Per compenso, gli erano lecite tutte le bizzarrìe possibili e tutte le scappate immaginabili. Da principio, questa condizione gli aveva dato un po’ noia, ed egli si era proposto di diventare un uomo serio e noioso come tutti gli altri; ma andate a dirla con la natura! La lingua era pronta e non sapeva stare alle mosse. Il continoAnselmi era andato avanti per la sua strada, si era adattato alle miserie della propria grandezza. Si rideva delle sue dichiarazioni, quando s’arrisicava a farne; e allora lui le voltava prontamente in celia, si ricattava con le arguzie, e aveva il gusto di sentirsi dire da tutte: che spirito, quell’Anselmi! che spirito! Aggiungete che lo cercavano da per tutto, lo volevano in ogni luogo, dame, cavalieri, ufficiali e commendatori. E questo è come dirvi che era ben veduto anche dai signori mariti.

Or dunque, vi ho narrato come l’Anselmi non insuperbisse dell’invito. Restava a lui di dare una pubblica ragione della sua persistenza a restare, anche oltre i termini d’una visita, e sopra tutto di mandar via gli altri visitatori, che, dopo l’invito della signora Elena, gli dovevano parere altrettanti importuni.

— Mi permettete. Donna Elena, di farvi la guerra? — diss’egli, dopo alcuni minuti di chiacchiere.

— La guerra a me? — esclamò la signora Vezzosi. — E in che modo?

— Ecco qua; persuaderò Gerardo a cangiare il suo itinerario. Appena torna a casa, ve lo riduco io come va. Non più Courmayeur; Montecatini, vuol essere.

— Sarebbe il caso di mandarvi via subito; — replicò la signora Vezzosi. — Ma questo non sarebbe di buona guerra, ed io voglio darvi la prova che non potete nulla su di lui.


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