V.
Aldo De Rossi uno scimunito? Sissignori, così lo aveva giudicato l’Anselmi, e tale doveva essere per molti, se non a dirittura per tutti.
È difficile, molto difficile, che una donna sia bella agli occhi di un’altra; ma è anche più difficile che un uomo vi ammetta senza contrasto e senza restrizioni la superiorità d’un altr’uomo. In genere non si bada a queste demolizioni scambievoli dei signori uomini, poichè in società si bada molto alle donne; ma la cosa è proprio così, come ho l’onore di raccontarvi. Il lievito dell’invidia s’impasta benissimo con questa farina del diavolo che è la natura umana, e le anime refrattarie son poche. Così avviene che un uomo non sia gabellato per sapiente, che a patto di essere riconosciuto pedante e noioso, o che non sia annoverato tra i belli, che a patto d’essere confinato tra gli sciocchi. Si ammette questo, ma si aggiunge sempre la nota in margine; aduna qualità, riconosciuta a denti stretti, risponde sempre un grosso difetto, che deve guastarla senz’altro.
Le donne, per solito, non danno retta a questi giudizi mascolini, o li accettano soltanto per dissimular meglio una loro propensione, che non mette conto manifestare alle turbe. E nello stesso modo gli uomini non accettano chepro formail giudizio della signora Ipsilonne sulla signora Zeta, facendo dentro di sè tutte le possibili e immaginabili restrizioni mentali. Donde la conseguenza naturalissima che uomini e donne s’ingannino a vicenda, col miglior garbo del mondo.
O non sarebbe meglio dire alla libera quel che si sente? No, lettori dell’anima mia; la società civile ha mestieri di questi giuochi innocenti. Non è neanche vero, come certuni pretendono, che tutti capiscano lo scherzo. I dolci di sale non mancano mai, e c’è sempre il gusto di tirare qualcheduno dalla sua. Poi, il vivere in società gli è come il destreggiarsi in diplomazia. Non si ha da dire mai la verità. Capiscano pure gli avversari qual ragione vi fa parlare in un modo o nell’altro, e sempre contrariamente alle opere vostre; negando oggi, potrete in ogni occasione mantellarvi della vostra innocenza.
Aldo De Rossi, battezzato dal contino Anselmi con l’epiteto di scimunito, non rendeva pan per focaccia a lui, nè ad altri della sua risma. Apparteneva al numero di quei pochi che non sirisciacquano mai la bocca dei torti e dei difetti di nessuno, e che, quando possono, o se ne ricordano, rendono giustizia a tutti. Egli faceva anche di più, e questo era un difetto suo; si esagerava facilmente i meriti di tutti. Avrete già capito di qui che Aldo De Rossi pigliava ombra d’ogni più piccola cosa e in ogni rivale assiduo vedeva un rivale fortunato. Innamorato, come possono esserlo soltanto certi caratteri malinconici e chiusi, che ardono e si consumano da sè come la lampada dei sepolcri (vecchia lampada, ti rimetto io, dopo tanti anni d’ingiusta dimenticanza, all’onore del mondo), Aldo si struggeva di vedere tanti farfalloni intorno alla donna amata, e s’immaginava d’esser l’ultimo, anzi peggio che l’ultimo, nelle grazie di lei.
Nè senza un po’ di ragione, in verità. La dama era tanto cortese, tanto umana, tanto facile dispensiera di vezzi alla moltitudine de’ suoi adoratori, che Aldo De Rossi giunse fino a pensare d’essersi innamorato d’una creatura vana, come ce ne son tante, e in forma d’angioli, sotto la cappa del cielo. Immaginate come ne soffrisse. Ma non c’era rimedio, poichè il male era fatto, e Aldo De Rossi era uno di quei caratteri intieri e diritti, che, una volta avviati, non tornano più indietro.
Intanto egli si trovava a mal partito, e avrebbe potuto dire con Dante: «Io sono tra color che son sospesi.» Non dava un passo indietro, ma non ne faceva uno avanti; e quella incertezzadolorosa gli toglieva, non solo la serenità dello spirito, ma anche l’uso della parola. Intendo l’uso vero e proprio della parola, che è stata data all’uomo per dissimulare il pensiero; chè, quanto a dire buon giorno, buona sera e tutte l’altre frasi di prima necessità, Aldo De Rossi ci reggeva ancora. A farvela breve, ci aveva l’amaro in corpo; qual meraviglia se non poteva dar fuori il dolce? Ma il peggio era questo, che egli, sempre così torbido e muto accanto alla donna amata, diventava libero, sciolto, perfino arguto, con tutte le altre. Perchè non c’era solamente la signora Vezzosi, che avesse i cavallereschi omaggi del signor Aldo degnissimo. Le necessità del racconto mi obbligano a non presentarvene che una; ma in verità ce n’erano parecchie. E tutte riconoscevano in Aldo De Rossi un compito cavaliere; fors’anche qualcheduna, oltre la signora Elena, avrebbe gradita una corte meno superficiale e generica.
Sempre così, non è vero? Si ha presso questa o quella delle proprie conoscenze la giusta misura di quel che si vale; ma si va al cospetto di una donna a cui si vorrebbe far atto di vassallaggio e di sudditanza, a cui frattanto si scocca un inno in un’occhiata, un poema in una stretta di mano; e si sente subito un gran freddo; l’inno si gela a mezz’aria; il poema resta ineditoin pectore; ci si ritrova piccini piccini, ed anche passabilmente ridicoli. Là, proprio là, dove si volevaessere qualche cosa, con l’onesto desiderio di offrire qualche cosa in omaggio di leale servitù, non si è, non si vale, non si conta più nulla.
Una sera, non reggendo più a quel trattamento, che si era forse anche un po’ meritato col suo umore scontroso, prese di schianto il cappello. Lo prese nel senso figurato e nel proprio, e se ne andò dalla casa della donna amata; un’ora dopo che c’era entrato, e col proposito di restarci per tutta la sera! Il poveretto aveva centomila diavoli in corpo e andò girelloni per le vie della città, senza sapere che si facesse, proprio alla guisa dei matti. In uno di quei lucidi intervalli che occorrono nelle pazzie più acute, come le radure nei boschi più folti, Aldo De Rossi riconobbe il palazzo in cui abitavano i Vezzosi; vide lume dalle finestre del salotto della signora Elena, e si ricordò che, dopo quella tale conversazione, in cui le aveva manifestato l’animo suo, non era più stato a farle visita.
Era una scortesia, dopo la gentile profferta che la signora Elena gli aveva fatta, di aiutarlo in ogni occasione. Aldo pensò allora che la sua serata era andata a male. Abitudini di caffè, o d’altri ritrovi mascolini, non ne aveva da un pezzo. Perciò, soccorrendo la ragione del caso, che è spesso la ragione determinante delle azioni umane, infilò il portone e salì dalla signora Elena.
Anche in casa Vezzosi c’era conversazione. Il commendatore Gerardo faceva la sua partita conuna mezza dozzina di uomini gravi. La signora Elena, la commendatrice, stava a chiacchiera con gl’inevitabili Alcibiadi, con qualche Socrate sperso e con due o tre dame della sua corte. S’intende che erano tutte meno belle di lei; che altrimenti Aspasia non le avrebbe sopportate.
Aldo De Rossi ha accolto come un Pericle.
— Ah, siete qui, voi? Che miracolo è questo?
— Donna Elena, non è un miracolo. Dite piuttosto il desiderio di ossequiarvi.
— Lasciamo andare i complimenti. Vogliamo notizie del mondo. Siete l’ultimo arrivato e dovete portarcene il fior fiore. Ecco qui il cavaliere Sestavalle, il quale pretende che il matrimonio della Morandini sia andato a monte.
— Il matrimonio si farà; — rispose Aldo De Rossi, con una sicumèra che non era rincalzata dal menomo grado di certezza.
— Scusate, De Rossi, — entrò a dire Alcibiade primo, che era, come sapete, il cavaliere Sestavalle, — io ripeto ciò che m’ha detto il Cusani, che è lo zio materno della sposa.
— Non vuol dir nulla; — replicò Aldo De Rossi, con la medesima asseveranza; — vedrete che il matrimonio si farà ugualmente. Lo sposo è innamorato; la sposa è deliberata di entrare in convento, se non le dànno il Revelli. O il Revelli, o la clausura. Che volete di più?
— Signor De Rossi, — rispose l’Alcibiade, inchinandosi, — voi siete meglio informato di me.
— Non vorrei farvi dispiacere, — disse Aldo, inchinandosi a sua volta, — ma questa è la verità. Un forte amore deve passare avanti a tutte le quistioni di dare e avere, che inventano i signori babbi, per tormentare i poveri cuori. In fin de’ conti, non sono mica i babbi che hanno da sposarsi, ed io non capisco perchè s’impuntino a voler fissare i termini di una felicità che essi non hanno a godere. Una sola cosa è vera, una sola cosa trionfa di tutti i calcoli umani; l’amore. Il quale, poi, — soggiunse Aldo De Rossi, mutando tono con una facilità straordinaria, — ci conduce a fare tutte le più grandi sciocchezze del mondo. Già, incominciamo a dire che spesso si crede di amare e non si ama. Qualche volta avviene di cedere ad un movimento di stizza, e di procacciarsi un inferno in questa vita, peggiore di quello che ci è minacciato nell’altra. Auguro agli sposi di amarsi davvero e di non dover finire che in purgatorio. —
Aldo De Rossi seguitò un bel tratto su questo tono, senza neanco sapere che diavolo dicesse. Era maravigliato dentro di sè d’aver buttata là con tanta sicurezza una bugìa di quella fatta, e voleva affogarla in un mare di parole, come se ciò potesse farla dimenticare all’udienza. E tirò avanti in quella forma, finchè lo lasciarono dire.
— Infine, — proseguiva, — che cos’è l’amore? Un inganno scambievole. Ci si avvede poi che uno ci ha messo troppo del suo, e l’altro,o l’altra, ci ha messo troppo poco. Ora, signore mie, il troppo, è come il troppo poco; almeno, per ciò che risguarda gli effetti. Il troppo è un errore. Dio vi salvi dagli uomini che amano troppo, perchè essi seguono un falso indirizzo della loro fantasia, come chi sogna ad occhi aperti. E quando finalmente essi vengono a pensarci su.... Perchè, io reputo necessario avvertirlo, gli uomini lo hanno sempre, il momento in cui tornano a ragionare; e quando essi vengono a pensarci su, si avvedono di non essere nel vero. A certe altezze non si può stare; vi colgono le vertigini e si casca giù. Ma perchè l’altezza non è qui che un sogno, la cascata non è altro che un risveglio improvviso. Ed è un brutto risveglio, signori miei, quando si riconosce d’aver voluto incarnare il proprio sogno in una persona viva, la quale, poverina, non poteva sopportare, con le sue spalle delicate e bianche, un peso così grave.
— Dio! Come cascate anche voi, signor De Rossi! — notò una delle sue ascoltatrici. — Avevate cominciato con un poema e finite con una satira.
— Signora mia, la farsa non viene, di solito, dopo la tragedia? Io seguo l’uso. La vita è una varietà. E se permettete, poichè la parola vi sembra amara, passerò alle note musicali, che non dicono nulla, o soltanto ciò che si vuole. —
Il pianoforte era vicino, e, con quella volubilitànervosa che avete già notata nel suo discorso, Aldo De Rossi andò a sedersi davanti alla tastiera. Non era un Liszt, nè un Rubinstein, credo necessario di avverticene; ma suonava abbastanza bene, per non lacerare a dirittura gli orecchi e per rendersi utile alla società, attaccando per uso altrui ilvaltzero la quadriglia che egli non voleva ballare.
Per quella volta, non essendo il caso di far ballare nessuno, Aldo De Rossi attaccò un motivo delRigoletto, e proprio quello che mette le donne a raffronto con le piume.
La signora Elena capì (che cosa non capiscono le donne?) che spirava un vento di scirocco, e che il De Rossi aveva perduta la tramontana. Ebbe compassione di lui, e, appena le venne fatto di trovare un pretesto, si mosse dal suo posto per andare verso il pianoforte.
— Orbene, — diss’ella, passando accanto al De Rossi, — voi non siete contento, signor Aldo?
— Dite pure che sono triste; — rispose il De Rossi, continuando a suonare.
— Vi va sempre male?
— Malissimo.
— Vi ho promesso di aiutarvi; — ripigliò la signora. Ditemi il nome. —
Aldo guardò la signora Elena e stette zitto.
— Ho cercato di scoprir terreno, — proseguì ella, con grande sincerità, — e non ci sono riescita. Non avete fiducia in me, signor Aldo?
— Ne ho molta; — rispose il giovine; — ma chiedere il soccorso di una donna....
— Non si tratta di chiedere; — interruppe ella, — si tratta di accettare.
— Orbene, anche l’accettare non va.
— Perchè? Una donna può saperne, in queste cose, più di voi. Chi sa poi che non v’inganniate, disperandovi così!
— Non mi dispero, signora. So già quel che mi tocca.
— Ma infine, questo nome, non è possibile saperlo?
— Ve lo dirò.... più tardi. Perdonate!
— Sarà troppo tardi, allora; — replicò la signora Vezzosi.
Aldo De Rossi non rispose più nulla, e affogò un sospiro, che gli esciva dal petto, in un diluvio di note.
Egli, come vi sarà facile intendere, si vergognava di dover mettere la sua causa nelle mani di una donna. E di qual donna, poi! Per l’appunto di quella che gli aveva lasciato capire tante cose, e a cui aveva detto con brutale schiettezza: ne amo un’altra. Aggiungete che Aldo De Rossi sentiva come un rimorso di quella sincerità, che non era neppur necessaria, poichè egli avrebbe potuto benissimo cavarsi d’impiccio con uno scherzo, fingendo, alla disperata, di essere canzonato dalla signora Vezzosi. E come mai aveva potuto osar tanto, a rischio di offendere il suo amor proprio?Ma già, egli era un ragazzo così fatto; quando sentiva di amare una donna, non poteva simulare tenerezza per un’altra, e gli mancava la prontezza di spirito per girare le difficoltà di un dialogo condotto agli estremi del sì o del no.
La signora Elena non istette a domandargli più altro e si allontanò dal pianoforte con aria abbastanza sostenuta. Aldo pensò di averla offesa, e perdette il filo della suonata. Perciò, dopo aver annaspato per due o tre minuti sulla tastiera, si tolse di là e andò a sedersi presso le dame. Ci erano sulla tavola parecchi giornali illustrati; ne prese uno e cominciò a meditare su d’una scena più o meno autentica della spedizione inglese nell’Afganistan.
La conversazione si reggeva in quel mentre per merito degli Alcibiadi, che in caso simile facevano uffizio di Telamoni. Lo sapete pure, si chiamano Telamoni quelle atletiche figure di marmo che reggono le travature e i cornicioni delle fabbriche. Se avessi detto Cariatidi, mi sarei fatto capire anche meglio, perchè infatti, in società, certi personaggi noiosi si chiamano per l’appunto Cariatidi. Ma le Cariatidi son femmine, e i Telamoni son maschi. Diciamo dunque Telamoni, tanto più che io sto per presentarvi il signor Silvestro Caramelli, Telamone di primissima forza, entrato allora nel salotto della signora Vezzosi.
Il signor Silvestro Caramelli non va descritto con troppe parole. Vi basti sapere che era vecchio,così vecchio da far venire la voglia di domandargli notizie del patriarca Matusalemme. Per altro, sempre diritto come un fuso, con tanto di solini insaldati, all’inglese; sempre in cravatta bianca ed abito nero, e sempre a balli, a teatri, in conversazioni e dovunque si radunasse la miglior compagnia. Aggiungo che non istava mai fermo in un luogo. Aveva fatto il farfallone in gioventù e seguitava a farlo in vecchiaia; ma non più per corteggiare le dame, e sfrombolare a tutte il medesimo complimento, studiato di prima sera; sibbene per raccontare in casa Ipsilonne il fatterello udito poc’anzi in casa Zeta, e far girare in tal guisa prontamente, per tutte le conversazioni della città, una notizia, che, senza di lui, avrebbe stentato tre giorni, fors’anco una settimana, a penetrare nel gran regno delle chiacchiere. Potete immaginare come una simile qualità lo rendesse prezioso. Era il gazzettino dei salotti, e dove non lo si vedeva ancora, lo si aspettava con una certa ansietà.
— Bravo Caramelli, avete fatto bene a venirmi a vedere; — disse la signora Elena, stendendogli la mano. — Un po’ tardi, per altro!
— È vero, ma ho già fatto due visite, stasera; — rispose il Telamone. — Sono stato dalla Vernetti, che ha la cognata a letto, con la sua solita emicrania. Poi dal presidente Roberti che si dispone a partire per le acque, insieme con la nipote. Oh, buona sera, De Rossi; — soggiunse, vedendoAldo seduto lì presso. — Quantunque non sarebbe guari necessario, poichè ci siamo lasciati poc’anzi.
La signora Vezzosi diede una sbirciata al De Rossi, che si era turbato e involontariamente alzava gli occhi verso di lei.
— Ma sapete, — diss’ella, volendo averne lo intiero, — che siete due amici preziosi! Eravate ambedue dalla bellissima Camilla e siete venuti a finire la serata da me! Ciò merita una lode particolare.
— Signora, — rispose il Caramelli, facendo la ruota; — per nessuna cosa al mondo avrei voluto mancare al vostro tè, che è come dire alla dolce abitudine di farvi la mia corte.
— Grazie! Il complimento è gentile come il vostro pensiero; — disse la signora Vezzosi. — Vedete il vostro compagno di viaggio. Egli ha avuto come voi il pensiero gentile, ma non mi ha detto il complimento. —
Aldo De Rossi, tirato in ballo a quel modo, alzò la testa e balbettò alcune parole che non mette conto ripetere.
Di grazia, lettori miei, che cosa avrebbe potuto egli rispondere? Che cosa avreste risposto voi, nel suo-caso? Forse a un dipresso così: — Signora Elena, io non potevo schiccherarvi un complimento, sul fare di quello del signor Caramelli, perchè dianzi, quando son capitato nel vostro salotto, voi non mi avete dato occasione di raccontarvi dove fossi stato e donde venissi. Al signorCaramelli è venuta la palla al balzo, perciò egli ha potuto dirvi da che casa tornava, ed aggiungere (che Dio glielo perdoni) d’avermi trovato in casa del presidente Roberti. Voi gli avete detto allora.... quel che gli avete detto, ed egli ha potuto rispondervi quello che v’ha risposto, non una parola di più, non una di meno. —
Ma vedete un po’ che lungo discorso sarebbe riescito per una cosa da nulla. Credete a me, lettori umanissimi; era meglio rispondere poche parole senza sugo, come fece per l’appunto il signor Aldo De Rossi.
Le balbettò, come vi ho detto. Ma non balbettò, rispondendo per lui, il signor Silvestro Caramelli che era in vena di cortesie.
— Il signor De Rossi ha fatto meglio; — osservò il Telamone. — Mi ha preceduto da voi. Benedetta gioventù! Ma io, pur troppo, non ho le sue gambe. A cinquantott’anni non si fanno più miracoli.
— Già cinquantotto? — esclamò, con la più candida delle ipocrisie, la signora Vezzosi. — Per caso, signor Caramelli, non ve ne aggiungete qualcheduno?
— A qual pro? — disse modestamente il Telamone. — Quando si hanno, si hanno, e non c’è verso di mandarli via. —
Aldo De Rossi aveva ripreso lo studio del suo giornale illustrato. Ma, nel voltare la pagina, gli avvenne di alzare la testa, e i suoi occhi si scontraronoin quelli della signora Vezzosi, che avevano l’aria di dirgli:
— Li vedete, signorino, i vostri gelosi segreti, come vanno a finire? Custoditeli ancora, se vi riesce! —
Aldo, in quel punto, maledisse il signor Silvestro Caramelli fino alla decimaquinta generazione. Siamo giusti, il signor Silvestro se l’era meritata, perchè aveva commesso una indiscrezione. Statuisce il codice della buona società (un libro, tra parentesi, di cui manca tuttavia un’edizione completa) che non è bene raccontare in conversazione d’avere veduto Tizio, o Cajo, nel tal luogo, perchè potrebbe darsi il caso che Tizio e Cajo dicessero a lor volta di essere stati nel tal altro, o di non essere stati in nessuno, e sarebbero colti in flagranti di contraddizione. E poi in questa società, tutta segreti d’Arlecchino, non si sa mai dove uno mette i piedi e le mani. Qua si pesta, senza volerlo, una coda; là si ferisce, senza saperlo, un povero cuore geloso. Eppure, a farlo apposta, queste indiscrezioni occorrono frequenti, anche quando non c’entri l’animo deliberato di commetterle. Si ha sempre bisogno di un soggetto di chiacchiera. Le discussioni di politica, di economia, di amministrazione, riescono uggiose alle dame, ed io in verità non saprei condannarle. Non si ha sempre la dote dei teatri sotto la mano, nè un ballo, nè un’opera nuova da levare al cielo, o da cacciare all’inferno. I discorsigalanti dispiacciono ai mariti; e poi, che serve? ora è tornata di moda una certa rigidità puntigliosa, che rimanda questi discorsi a migliore occasione. Di che cosa si ha dunque a parlare, Dio buono? — Ho visto il tale; ero col tale; andando insieme abbiamo veduta la tale, che entrava nella via tale, accompagnata dal tale. — E in tale maniera s’imbastisce un cencio di conversazione, senza badare al pericolo di dare, con tale minutezza di particolari, un colpo mortale a qualcuno.
Aldo De Rossi, vedendosi scoperto per quel capriccio del caso, era rimasto un po’ sconcertato. Ma infine, non aveva rimorsi, perchè non aveva ingannato nessuno.
Si chiacchierò, senza il suo aiuto, di cento cose diverse. Poi giunsero i pezzi grossi della sala da giuoco, e la signora Elena si alzò dal suo trono, per prendersi cura del tè; cura gelosa, che è riservata alle padrone di casa. Versato dalle mani di una bella signora, il tè diventa migliore. Almeno, così dicono tutti coloro che lo trovano buono. Io, che non l’ho per tale, mi restringo ad ammettere che diventa più bello.
— E così, commendatore, — diceva intanto il signor Silvestro Caramelli al padrone di casa, — voi andrete quest’anno a Courmayeur?
— Ma, veramente la tentazione c’è; — rispose il signor Gerardo. — Per altro, voi sapete che un marito per bene non deve aver volontà.
— Sentite com’è galante, Donna Elena? — disse allora il Telamone, volgendosi alla signora Vezzosi.
— Gerardo lo è sempre, — rispose la signora continuando ad amministrare il suo néttare; — ma questa volta egli ascolta anche i consigli della prudenza.
— Ah sì! — disse il Vezzosi, ridendo. — Minerva che ha indossati i panni del mio amico Anselmi! Figuratevi, egli ha detto a mia moglie e ripetuto a me che la strada è disastrosa. Se avesse detto lunga, pazienza; ma disastrosa, poi!
— Oh, per me, — replicò la signora, — lunga e disastrosa è tutt’uno. Gerardo, io mi ribello al codice, e non vi seguo.
— Il codice ha proprio che la moglie debba seguire il marito? — notò il Vezzosi, continuando a fare l’amabile, come soleva, quando era in mezzo alla gente. — E non ha invece che il marito debba seguir la moglie? Sentiamo dove vorreste andar voi, Elena.
— Io? — esclamò la signora. — Non ho preferenze. Ma siccome credo che più di Courmayeur vi gioverebbe Recoaro, o Montecatini....
— Luoghi non tanto lontani! — soggiunse il signor Vezzosi, con un fil d’ironia.
— Eh, anche questa ragione ha il suo pregio; — replicò la signora.
— Quest’anno ci vuol essere gran gente, a Montecatini; — entrò a dire il Caramelli. — Holetto ieri sul giornale che ci vanno due ministri; nientemeno!
— Quali? — domandò il commendatore Vezzosi.
— Il ministro dei lavori pubblici e quello degli esteri. La politica italiana si farà tutta al Tettuccio.
— E alla locanda della Pace; — aggiunse Alcibiade primo. — Come vedono, questo è un buon segno.
— Certamente; — disse il signor Vezzosi, sorridendo all’arguzia del Sestavalle. — E voi credete che a Montecatini non si morrà dal caldo?
— Esagerazioni di certi malinconici, che non sanno vivere in nessun luogo; — rispose l’Alcibiade. — Io ci sono stato ancora l’anno scorso, e fo conto di ritornarci.
— Vedete? — osservò la signora Elena, giubilando in cuor suo per tutti quei soccorsi inattesi. — Ecco una buona occasione per farvi risolvere.
— Ditela pure preziosa; — rispose il commendatore, che pensava molto ai ministri, e poco al Sestavalle.
— Inoltre, — soggiunse il Telamone Caramelli, — avrete il presidente gran croce. Egli parte lunedì, con la sua bella nipote.
— Questa sarà una fortuna per me; — disse la signora Elena, volgendo una rapida occhiata al De Rossi, il quale reputò conveniente di fare l’astratto. — Avoi, Gerardo, che amate tanto ragionar di politica, lasceremo già uomini gravi, i presidenti, i ministri.
— Ah sì, due vecchi amici, i ministri; — rispose il commendatore Gerardo; — li rivedrò volontieri.
— Siete dunque deciso? — domandò l’Alcibiade primo.
— Ma sì, caro Sestavalle; — replicò il signor Gerardo; — io son uomo di pronte risoluzioni. E poi (voi non lo crederete, perchè non si usa... o almeno non è costume di confessarlo in società) io amo mia moglie. La via disastrosa di Courmayeur le mette i brividi; non si parli più dunque di Courmayeur. —
La signora Elena ebbe l’aria di commuoversi a quella gentilezza, e volle portare ella stessa a suo marito una chicchera ditè.
— Neppur questo si usa; — diss’ella, ridendo, mentre gli porgeva la tazza; — ma ad una cortesia deve rispondere un’altra. —
L’atto e la frase ottennero il plauso di tutti gli astanti. In cuor loro, certamente, parecchi avevano detto: frascherie, sciocchezze, ridicolaggini! Ma quante cose non si pensano, in società, mentre si dice tutto l’opposto!
— Vediamo, dunque; — disse il signor Gerardo. — Sestavalle sarà dei nostri. Chi altri di voi verrà a curare il mal di fegato?
— Son capace io di venirci; — rispose unatra le dame, la signora Sofonisba Torcelli. — Mi dicono che a Montecatini ci si diverte.
— Benissimo; — ripigliò il signor Gerardo; — ed anche questa è una cura eccellente per il fegato.
— Come sei buona! — esclamò la signora Vezzosi, accarezzando la mano della signora Sofonisba. — Noi faremo dunque una vera colonia? E voi, signor De Rossi, non sarete dei nostri?
— Veramente.... volevo andare a Venezia; — balbettò il giovinotto. — Ma non sarà mai che io dica di no, ad una occasione come questa.
— Ottimamente; qua la mano. De Rossi! — gridò il commendatore Vezzosi.
E strinse la mano al De Rossi, come se il giovinetto avesse fatto al genio dell’amicizia il sacrifizio più grande.
Quella sera la signora Elena trovò ancora il destro di scambiare due parole con Aldo De Rossi.
— Orbene, signor Aldo, — gli disse, — sono io un’amica sincera?
— Perchè mi dite questo? — chiese egli, turbato.
— Come? Vorreste ancora dissimulare con me?
— No, signora; — rispose il giovane, notando negli occhi di lei un indizio di collera. — Ma tanta vostra bontà....
— Non tanta bontà; — ribattè la signora Elena; — ma piuttosto un pochino di curiosità.Mi avete detto una certa cosa, l’altro giorno! Ve ne ricordate?
— Signora, ne ho dette tante, l’una più sciocca dell’altra!
— Se lo saranno, credete pure che io vi dirò liberamente anche questo, senza bisogno di averne la confessione da voi. Avete detto, tra l’altre, che una certa signora somiglia ad una statua.... la quale non è stata mai fatta, perchè a Fidia è mancato l’ardimento.
— Non ho detto precisamente questo.
— Lo avete detto a un dipresso, e non ci vedo gran differenza. Poi, quel buttarmi la Venere di Milo in seconda linea! Son curiosa di studiare un po’ da vicino quell’altra, per vedere se la Venere di Milo meritava un così severo giudizio.
— Venere di Milo! — esclamò il commendatore Vezzosi, che si avvicinava in quel mentre, per andare a riporre la chicchera sulla tavola da tè. — Siete nelle belle arti, a quanto pare?
— Sì; — rispose la signora Elena, senza scomporsi punto. — Il signor Aldo non trova bella la Venere di Milo, che abbiamo tanto ammirata al Louvre, ti rammenti? Almeno volesse dirmi qual altra preferisce!
— Sicuro, — disse il commendatore, approvando, — bisogna avere il coraggio di manifestare un’opinione. Preferite la Capitolina, o quella dei Medici? —
Aldo De Rossi era sulle spine.
— E voi, commendatore, quale preferite?
— Io? In arte, come in tante altre cose, sono sempre del parere di mia moglie. A lei piace la Venere di Milo? Evviva la Venere di Milo. —
Aldo De Rossi fece un inchino, che poteva parere un atto di approvazione, ed anche una scappatoia.
— Ma, Gerardo, — diceva intanto la signora Elena, — stasera siete d’una galanteria!...
— Elena mia, non lo ripetete, ve ne prego; — rispose il commendatore Vezzosi. — I nostri amici potrebbero argomentare dalla vostra meraviglia che io faccia una cosa insolita, quest’oggi. —
Aldo reputò conveniente di scostarsi alcuni passi, col pretesto di osservare un piccolo stipo di antica fattura, che faceva bella mostra di sè sopra una mensola addossata alla parete. Non lo vedeva già per la prima volta; ma non voleva neanche restare come un terzo incomodo in quella scena di tenerezze coniugali.
Il signor Gerardo aveva dato a bella posta quel giro al discorso per allontanare un tratto il suo giovane amico? Il dialoghetto ch’egli ebbe con la sua dolce metà mi darebbe quasi argomento di sospettarlo, se il commendatore Vezzosi non fosse stato superiore ad ogni sospetto di questa natura. Diciamo dunque che non ci pensò affatto, ma che gli cascò l’olio... No, l’immagine è brutta. Gli cascò il cacio... Peggio che mai. Infine, lasciamolalì, e il lettore discreto metta lui quel che gli torna meglio.
— Vi ringrazio, sapete; — proseguiva il futuro senatore, abbassando la voce d’un tono.
— Ringraziarmi! E di che? — disse la signora Vezzosi.
— Di aver tirata in ballo stasera la questione delle acque. Avevo promesso agli amici di andare a Courmayeur, perchè, a dirvela in confidenza, credevo che ci andasse il ministro degli esteri. Lo avevano annunziato i giornali, quindici giorni fa. Soltanto ieri ho saputo che andrà invece a Montecatini, e, come potete immaginarvi, ero già pentito d’aver preso l’impegno.
— Che? — fece la signora Elena. — Non lo avete saputo dianzi dal signor Silvestro?
— No, lo avevo letto iersera sui giornali; ma ho fatto mostra di non saperne nulla.
— Andate lì, Gerardo, che siete un gran diplomatico! — esclamò la signora Elena, ridendo.
— Eh! Che vi pare? — diss’egli pettoruto. — Voi, senza saperlo, siete venuta a levarmi d’impiccio. Lo hanno sentito tutti, che il disegno di andare a Montecatini non è venuto da me. E gli amici, che m’aspettavano per andare a Courmayeur, non sapranno solamente da me che faccio, abbandonandoli, un sacrifizio ad Imene.
— Benissimo; ed io passerò per una capricciosa.
— Via, vi rincresce tanto? Non lo siete unpo’ tutte? E non avete il diritto di esserlo? — aggiunse graziosamente il commendatore Vezzosi.
— Politica! — disse in cuor suo la signora Elena. — Come tu trasformi il carattere degli uomini! —
L’ossequio coniugale non permise alla signora Vezzosi di dire: ambizione, che forse era il vocabolo più acconcio.
— Vedete dunque — ripigliò il commendatore, — che ho ragione di essere contento. Non vi pare che sia andato bene, il mio cambiamento di fronte?
— Non poteva andar meglio; — rispose la signora Vezzosi.
E mentalmente soggiunse:
— Nè per voi, nè per me. —