XI.

XI.

Erano le nove di sera, quando la signora Camilla escì dalla sua camera e scese nell’atrio, in compagnia della signora Vezzosi. Aldo passeggiava da un’ora sul marciapiede, avendo l’aria di godersi il fresco, che scendeva da Montecatini alto, lungo lo stradone dei bagni. Appena ebbe vedute le dame, affrettò il passo, fece un saluto e un complimento premeditato, indi si accompagnò a loro, per andare dall’altra parte della strada, dov’era la Locanda maggiore, con l’attiguo stabilimento del Casino.

La signora Camilla aveva accettato il braccio del commendatore Gerardo; la signora Elena quello del presidente Roberti. Aldo trovò che era una disposizione eccellente di coppie; ma non pensò a fare la terza col cavaliere Sestavalle, e marciò da fiancheggiatore, un po’ indietro alla signora Camilla, un po’ avanti alla signora Elena,dicendo a tutt’e due le cose più garbate del mondo. Era allegro, per una volta tanto, e aveva trovata la nota giusta.

Si entrò al Casino. Il commendatore Gerardo, che era già socio da due giorni, presentò e fece iscrivere sull’albo S. E. il presidente Roberti. Indi la comitiva penetrò nelle sale.

Il luogo non risplendeva già per un lusso asiatico, e neanche europeo; ma era pulito, e questo era l’essenziale. La sala da ballo appariva un po’ nuda, ma ciò accresceva l’effetto dei lumi e non c’era niente da ridire. Tutto intorno correva un ampio, ma non troppo soffice divano; ed anche questo era fatto con previdente consiglio. Se fosse stato soffice, le dame si sarebbero troppo abbandonate con gli omeri alla spalliera, che brillava per la sua assenza, e si sarebbero tinte le spalle alla parete, imbiancata di fresco. Non dimentichiamo per altro che c’erano qua e là dei guanciali imbottiti di crino e che poteva esser cura di un attento cavaliere di trovarne uno, per metterlo a posto, tra la parete e la dama.

La gran sala era già abbastanza popolata, quando vi giunse la comitiva che abbiamo l’onore di seguire. Lungo i divani stavano sedute quindici o venti signore, tutte col loro crocchio di amici e conoscenti, che le tenevano a chiacchiera. Una signorina sedeva al pianoforte, accennando timidamente un motivo d’opera, per dar motivo (scusate il bisticcio) a tre o quattro cavalieri, di dirlein coscienza che ella suonava come un angelo. Voi lo sapete pure, o lettori umanissimi, ci sono anche gli angeli che suonano il pianoforte.

Si fece capannello intorno alla signora Elena, che era una vecchia conoscenza per i frequentatori del Casino. In una società che si muta e si rimuta ogni settimana, si è già vecchi amici nello spazio di due giorni. E la signora Camilla, nuovo astro apparso quel giorno nel firmamento della Valdinievole e già ammirato la mattina nellakursaaldel Tettuccio, ebbe omaggio di fedeltà da tutti i sudditi della signora Vezzosi.

Aldo De Rossi, fresco ancora della sua allegrezza, si adattò con buona grazia a tutte le premure di cui il nuovo astro era fatto argomento. Il contino Anselmi non c’era, ed anche questo era tanto di guadagnato. Si sopporta con pazienza una dozzina di nuovi cavalieri ossequiosi intorno alla donna dei vostri pensieri, quando non c’è quel tale, quell’unico, che v’ha dato sui nervi.

Cionondimeno, perchè le galanterie più innocenti tornano uggiose ad un povero innamorato, Aldo si mosse di là, per dare una capatina nella sala del biliardo. La sala era piena di spettatori; anche i giuocatori dovevano essere molti, e tra essi il contino Anselmi, che si vedeva con la stecca in mano. O là, od altrove, bisognava aspettarselo; meglio dunque trovarlo là, ed impegnato in una partita alla corda.

Sapete che cos’è il giuoco della corda? Parecchigiuocatori, che possono esser molti o pochi, lavorano a mettersi in bilia l’un l’altro, ognuno di loro essendo l’avversario naturale di quello che ha tirato prima di lui. Ogni giuocatore ha sul principio del giuoco tre punti, i quali, per essere segnati dall’apertura di tre numeri su d’una tabella addossata al muro, si chiamano occhi. Il giuocatore, che tira dopo di voi, mette la vostra palla in bilia? Il segnatore vi chiude un occhio, facendo scorrere una listerella di legno sopra uno dei tre numeri progressivi che si leggono l’uno di costa all’altro, presso il numero d’ordine che voi avete nel giuoco; e così di seguito fino al tre, se avete la disgrazia di essere messo in bilia tre volte; nel qual caso escite di giuoco, restando in combattimento i più fortunati. È lapouledei francesi, e si dice corda in Italia, per il nome di quella linea che s’immagina tirata da mattonella a mattonella ai due quarti di cima e di fondo del biliardo. Di qua dalla linea deve stare chi s’acchita, come chi s’imposta, per battere la palla dell’avversario. Donde il modo:stare in corda, che significa non collocare la propria palla, prima di batterla, oltre il limite assegnato.

Aldo stette un minuto nel vano dell’uscio, a vedere l’andamento del giuoco. In questo breve spazio di tempo salutò l’Anselmi, che gli rese distrattamente il saluto. Ogni giuocatore essendo chiamato per numero d’ordine, Aldo potè riscontrare sulla tabella il numero dell’Anselmi e vedereper giunta com’egli avesse ancora i suoi tre occhi liberi; dalla quale osservazione era facile cavare la conseguenza che l’Anselmi fosse impegnato per molto tempo, essendo i combattenti in numero di quindici.

Fatta questa rassegna, senza aver aria di nulla, Aldo De Rossi diede una giravolta sui tacchi e ritornò nella sala da ballo.

Un maestrino di buona voglia era andato a sedersi al pianoforte e s’improvvisavano i quattro salti d’obbligo. Aldo si sentì battere il cuore, pensando che avrebbe fatto il primovalzercon la signora Camilla. Questo era per l’appunto il suo disegno; ed egli, descritto per la sala il giro maestro che il falcone descrive nell’aria prima di piombare addosso alla preda, si avanzò difilato verso la dama.

— Giungo in tempo, — le disse, col tono più dolce che gli venisse fatto di dare alla sua voce, — per chiedervi l’onore d’un giro divalzer? —

Quello del giungere in tempo era un modo di dire. Egli, in fatti, era sicuro di essere il primo, poichè il maestro non aveva ancora attaccato.

E tuttavia il povero Aldo si sentì rispondere:

— Ahimè, no, signor De Rossi; sono impegnata. —

Egli non potè reprimere un gesto di meraviglia.

— Così presto? — esclamò. — Incominciano appena adesso a suonare.

— Giustissimo; — replicò la signora Camilla. — Ma sono impegnata da stamane.

— Ecco ciò che si chiama non perder tempo; — notò Aldo, sforzandosi di sorridere. — E chi è il felice mortale?

— Oh, se sia felice, non so, e dovrà pensarci lui. Vedetelo là che viene. Le prime battute delvalzerlo hanno fatto escir fuori. —

Aldo aveva già indovinato, fin dalle prime parole della signora Camilla. Alzò gli occhi macchinalmente, per guardare dov’ella accennava, e vide il contino Anselmi, che entrava nella sala da ballo, mettendosi i guanti alla svelta.

Il contino attraversò la sala col passo misurato e sicuro d’un trionfatore romano, che pensa esser gli occhi della folla rivolti su lui e vuol farci una buona figura. Giunto davanti alla signora Camilla, si piegò in due, con un amabile scorcio di vita, mentre finiva di mettersi i guanti; le chiese anzi tutto notizie della sua salute, indi le rammentò la promessa del mattino.

— Signora — le disse, tra l’altre cose, — stamane pretendevate che, ad invitarvi così presto per un giro divalzer, non mi sarei più rammentato dell’invito. Eccomi qua, puntuale come Don Ruy Gomez de Silva, a ricordarvi la vostra promessa. —

La signora Camilla sorrise e si alzò. Il contino Anselmi la prese per mano; indi, fatti con lei due passi verso il mezzo del salone, le rigirò un bracciointorno alla vita, e via, con la più graziosa scivolata del mondo.

Aldo era rimasto a vedere. Ma il poverino ci aveva un diavolo per occhio.

La signora Vezzosi lo trasse in buon punto dalle sue dolorose meditazioni.

— Orbene, signor Aldo, — diss’ella, — è così che m’invitate a ballare?

— Signora... — balbettò egli, confuso, — non siete voi impegnata?

— Da voi, signor De Rossi; — rispose la signora Vezzosi. — Non ve ne rammentate?

— L’avevo preveduto, che la signora, era impegnata; — soggiunse un cavaliere lì presso. — E infatti, stavo a vedere....

— Chi sta a vedere vuol far poca strada; — mormorò la signora Elena, mentre prendeva il braccio di Aldo. — Del resto, — soggiunse, — se voi non ballate, De Rossi...

— Come? come? — interruppe Aldo, richiamato da quelle parole al sentimento del suo dovere. — Non ballo, io? Ballo come... aiutatemi a dire.

— Come un povero pazzo che siete; — gli sussurrò essa all’orecchio, nell’atto di mettergli la mano sull’òmero. — Se non c’ero io a salvarvi, facevate una bella figura. —

Aldo non ebbe mestieri di chiedere in che consistesse la brutta figura che aveva corso il rischio di fare, e ringraziò in cuor suo la signora Elena di averlo levato da un atteggiamento, cheera d’uomo imbronciato, ma poteva diventare d’uomo ridicolo.

Si diede allora per disperato all’ebbrezza delvalzer, e descrisse tante volte il giro della sala, che nessun altro cavaliere potè durarla al suo paragone. Egli, per altro, non guardava che la signora Camilla, e si sarebbe detto che la inseguisse, quando era lontana, e la precedesse, per tornarla ad inseguire. Dopo cinque minuti di quella corsa pazza, vide la signora Camilla arrestarsi; poco dopo ella era tornata al suo posto. Evidentemente era stanca, e l’essersi rimessa a sedere dimostrava che non avrebbe più ripigliato il ballo. Aldo continuava a girare, dandosi pensiero della sua dama, come io e voi del Gran Turco. Egli pensava invece a quel maledetto Anselmi, che aveva trovato modo d’impegnare la signora Camilla fin dalle dieci del mattino. Lo vedeva nella sala del biliardo, intento al giuoco della corda; poi lo vedeva comparire nel salone, coi guanti mezzo infilati, alla prima battuta delvalzer. Come diamine aveva potuto spiccarsi dal giuoco? Non ci voleva una grande perspicacia ad indovinarlo. Il giuoco della corda è proprio quello che si può abbandonare quando si voglia, e con molto gusto dei compagni, poichè, lasciandolo a mezzo, si perde il posto e la posta.

Maledetto Anselmi! Aldo De Rossi voleva conciarlo per il dì delle feste. Ma come? L’occasione, ci voleva, o almeno almeno il pretesto.

Credete, lettori, che un pretesto di litigio sia sempre facile a trovare? Anche un mio amico era di questa opinione. Sentiva una profonda antipatia per un tale, che non gli offriva mai occasione d’attaccarla, anzi, quante volte lo incontrava (e s’incontravano spesso, nel salotto di una bella signora), gli faceva un mondo di cortesie. E non già per paura che avesse di lui; che anzi era celebrato come un cavaliere assai forte nel punto d’onore ed espertissimo tiratore di pistola. Al mio povero amico questa celebrità non metteva mica i brividi in corpo. Voleva leticare con lui, voleva trovare un appiglio, che non lasciasse campo a sospettare la vera cagione dell’alterco. Lo appostò un giorno in una sala di trattoria, trovò il modo di sedersi ad una tavola vicina alla sua, e lì, a bruciapelo, tra il lesso e l’arrosto, gli scaraventò la sua frase:

— Signor tale, è vero quel che si dice da certi sciocchi imprudenti, che voi preferite la mostarda francese alla inglese? —

Quell’altro lo guardò sì placidamente, come egli lo aveva guardato ferocemente, e gli rispose con la sua gentilezza consueta:

— Mio signore, io non ho ancora su questo punto un’opinione formata; e su questo, come su tanti e tanti altri, mi atterrò volontieri alla vostra. —

Dopo otto minuti di giri e rigiri, la signora Elena si dichiarò vinta e manifestò il desiderio diriposarsi. Aldo, continuando a girare, la condusse più presso al divano, e là si fermò sui due piedi, come un ballerino di cartello, ma non per ricevere gli applausi.

Camilla era là, e accolse l’amica con un leggiadro sorriso.

— Che ferocissimo valzer, mia cara! — le disse. — Sarai stanca?

— Non tanto, ma mi girava un pochino la testa e da qualche minuto mi facevo quasi portare dal mio fortissimo cavaliere.

— Il signor De Rossi è un fiero ballerino al cospetto di Dio; — disse una voce, presso alla signora Camilla.

Aldo alzò gli occhi a guardare. Il contino Anselmi non era più là, ed egli vide in sua vece Alcibiade primo, il cavaliere Sestavalle. Aveva già aggrottate le ciglia, il signor Aldo degnissimo; ma vedendo il posto vuoto, e riconoscendo che il complimento gli era fatto dal Sestavalle, spianò le rughe e sorrise.

Il caso era strano; almeno, gli pareva tale. Perchè era partito il contino Anselmi dal fianco della signora Camilla? Di certo, essa gli aveva detto di non voler più ricominciare; ma era questa una ragione per andarsene via?

— Ecco un uomo che non vuol perder nulla; — pensò Aldo tra sè. — È ritornato al biliardo, per ripigliare la partita. —

Qui il signor Aldo De Rossi avrebbe potuto,e fors’anche dovuto, impegnare la signora Camilla per un altro ballo, poichè aveva perduta l’occasione di avere il primo. Ma, che volete? insensibilmente gli si era formato e cresciuto intorno al cuore un lago di amarezza. So bene che la cosa non è scientificamente vera; ma io vi descrivo l’effetto, o, per dire più esattamente, la sensazione. Quando si è in collera, quando si sente di non poter neanche guardare in viso la persona amata, allora, signori miei, si ha l’amaro al cuore, e tanto amaro, tanto amaro, che sembra di affogarci dentro.

— Giuoca, giuoca! — borbottò egli tra i denti, volgendo gli occhi verso la sala del biliardo. — E la fortuna ti conceda di guadagnare anche laggiù la tua posta. —

Parecchi cavalieri si erano avvicinati a complimentare le due dame. Aldo si scostò lentamente e finì col trovarsi davanti all’uscio della sala di lettura. Avete già capito che si avviò a quella volta; ma non vorrei lasciarvi nella falsa opinione che andasse là dentro per leggere un giornale. Aldo De Rossi non fece che passare; attraversò la sala d’ingresso e riuscì sul loggiato.

La notte limpida e stellata parve recare un po’ di lume nella confusione delle sue povere idee. Ma sentite in che modo, e giudicate voi. Andando su e giù, e dopo aver dato due o tre stupide occhiate alla luna, che appariva allora allora tra i pioppi di Pieve a Nievole, e dopo avermandato, non so bene se a lei o ad altra luce del firmamento, mezza dozzina di giaculatorie, il nostro eroe venne in questa opinione, che, non avendo potuto fare con la signora Camilla il primo ballo di quella sera, non poteva dicevolmente fare con lei il secondo, nè il terzo. Oramai, la poesia del fatto era sfumata. Anche lei, la signora Camilla, non doveva intenderlo e pensare come lui?

Fortificato in questa idea, che gli parve luminosa, Aldo De Rossi diede una crollata di spalle, simile a quella che dovette dare Giulio Cesare quando fu per passare il Rubicone, e, senza aspettare un bicchiere di birra, che aveva domandato al cameriere in un breve intervallo di calma, infilò la scaletta scoperta che metteva nel cortile, e di lì, passando rapidamente per l’anticamera del Casino, giunse all’uscio di strada.

Dove andava? In verità, non lo sapeva neanche lui. Voleva escire, non tornar più quella sera al Casino. Posto il piede all’aperto, aveva voltato a sinistra, come se volesse andare verso l’abitato; ma si pentì subito, e diede una giravolta a destra, per andare verso il Tettuccio. Al Tettuccio, alle dieci di sera! Signori miei, con quella stizza che ci aveva in corpo il nostro eroe, non è da badare a queste piccolezze. Del resto, la notte era splendida, e a fargli cansare una capata in quel tronco d’albero, o una stincata in qualche piuolo, c’era il lume della luna, che cominciava ad imbiancare la strada.

E poi, quella era lavia crucisdel suo poveroamore. In un giorno solo, quanti ricordi dolorosi! Qui rideva — pensò egli, notando un pezzo di marciapiede, poco discosto dall’Acqua della Speranza, — rideva, forse per l’invito al ballo, che il contino Anselmi le andava facendo, in anticipazione di dodici ore. Ci sono degli uomini così pronti a cavar profitto da ogni circostanza! Ah, sì, perchè ci hanno il cuor libero. E le donne ci credono, a questi scettici gaudenti! E le donne ci s’ingannano, a questa padronanza di spirito, che sa mentire ogni affetto, significandolo con parole tanto più vive, quanto più è dato di studiarle liberamente! Commedia! Retorica! Non c’è infiltri espressione più calda di quella del commediante, che sa distribuire con arte i suoi chiaroscuri intorno alle frasi mandate a memoria, o mendicate dal monotono brontolìo del suggeritore appiattato nella buca. Non c’è eloquenza più ornata e più splendida di quella dei rètori, fatta a musaico e per mero esercizio letterario. A lui, poveretto, non soccorreva l’arte di Roscio, nè quella di Ermogene; la frase gli esciva rotta dal labbro, scaldata da un amore violento, tinta, direi quasi, del suo sangue; ed era negletta, derisa, o presa in mala parte da lei.

Proseguendo il cammino, trovò un altro punto critico. Era davanti all’Acqua della Fortuna, alquanto sotto alle Terme Leopoldine. In quel punto alla signora Camilla era caduto dagli òmeri il suo sciallettino di pizzi di Fiandra; non del tutto,ma solamente si era allentato e sfuggiva da uno dei capi. Voleva rimetterlo a posto e non le veniva fatto. Ora, sapete che cosa aveva osato di fare il contino Anselmi? Ve la darei da indovinare alle mille, e voi, furbe lettrici, la indovinereste alla prima. Aveva osato aiutarla, prendere con le sue mani il capo dello scialle e ravviarlo sull’òmero della signora, forse sfiorandole il collo col sommo delle dita. Perchè gli uomini dal cuore libero ce le hanno, queste audacie fortunate; anzi, sono proprio loro che ne hanno il segreto. Lui, poveretto, al posto dell’Anselmi, sarebbe stato mal destro, non avrebbe ardito di toccare quel collo. A lui sarebbe occorso quello che accadde a Vittor Hugo, giovane, quando una bellissima compagna di passeggiata gli aveva detto di guardare che cosa la ci avesse sotto il mento, che le dava molestia. Il poeta aveva veduto un collo di neve, e su quel collo di neve un insetto color di rosa, picchiettato di nero. Meglio che l’insetto sul collo, avrebbe dovuto vedere il bacio che a lei tremolava sulla bocca; ma era giovane, aveva sedici anni, o giù di lì; si appressò tremante, colse l’insetto e lasciò sfuggire il bacio, della quale sciocchezza lo riprese l’animaletto arguto.

«Fils, apprends comme on me nomme,»Dit l’insecte du ciel bleu;«Les bêtes sont au bon Dieu,«Mais la bêtise est à l’homme».

«Fils, apprends comme on me nomme,»

Dit l’insecte du ciel bleu;

«Les bêtes sont au bon Dieu,

«Mais la bêtise est à l’homme».

Sì, il povero Aldo si sarebbe dimostrato in quella occasione uno sciocco, e il contino Anselmi si era dimostrato un uomo di spirito. Ma poteva la signora Camilla vedere in lui un innamorato? Ella ci aveva proprio allora un fatto da cui giudicarlo, se era una donna nulla nulla più accorta di tante sue sorelle in Eva. Il contino Anselmi aveva meditato il gran colpo di fare il primo ballo con lei; ma aveva aspettata l’occasione giuocando prosaicamente alla corda, e, finito il suo giro di valzer, e ricondotta la signora al suo posto, non aveva trovato a far altro di meglio, che tornare difilato nella sala del biliardo.

Mentre pensava a ciò, prendendosi il magro conforto di un paragone tra lui e quell’altro, il nostro filosofo peripatetico (molto peripatetico, invero, e poco filosofo) s’imbattè in un altro personaggio, che veniva incontro a lui, sullo stesso viale. Si tirò da un lato, prendendo la sua diritta, e l’altro fece istintivamente lo stesso. Ma, come furono a pari, si riconobbero e si fermarono di botto ambedue.


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