XV.
Il contino Anselmi andava chiedendo a sè stesso da che cosa avesse potuto prendere origine un cangiamento così repentino.
— Avrei io inciampato in un amore nascente, — pensava egli, — come, attraversando un campo di grano, si mette il piede su d’un nido di quaglie? —
Preso in questa forma l’aire, il contino almanaccò un bel tratto; almanaccò, verbigrazia, che aveva fatto male a impegnarsi con una leziosa come la Rivanera, così invanita della sua bellezza e de’ suoi quattrini. Ma si era egli impegnato davvero? Le aveva detto un mondo di galanterie ed ella aveva mostrato di gradirle. Che fosse innamorata di Aldo, o corrispondesse in qualche modo all’amore di lui, non pareva possibile; non era, sopra tutto, conciliabile con la libertà di cui aveva fatto prova per due giorni alla fila. Se purenon era da credere che tutto quell’esercizio di moinerie mirasse proprio ad ingelosire il De Rossi!... Le signore donne le hanno familiari, queste alzate d’ingegno; per far disperare uno, fanno nascere le speranze di un altro, dal quale non vogliono poi essere prese in parola. Ora, in certo qual modo, le speranze erano nate nel cuore del contino Anselmi, ed egli, nei primi bollori, aveva commesso un piccolo sbaglio. Si era sbilanciato, se ben ricordate; aveva detto alla signora Camilla, parlando della compagnia con cui andavano da Birindelli: «cinque di troppo!»; e aveva anche appoggiata la frase con un sospiro molto significativo. Da quel momento l’umore della dama si era cangiato. Diamine, per così poco? Ma sì, per poco o per molto che fosse, si era cangiato di schianto.
Ora, quando una donna comincia a prendere ombra e a mettersi in contegno, le spiegazioni non possono essere che due. O ella si annoia dei fatti vostri, riconoscendo in voi un pretendente; o gradisce l’omaggio, ma, per ottenerlo intiero, per mettervi il collare, ed anche la musoliera, incomincia a trattarvi un po’ male, come se volesse stuzzicarvi nell’amor proprio, infiammarvi all’impresa.
Ma quale delle due spiegazioni era la buona, in quel caso? Come occorre di tutte le cose che un uomo domanda a sè stesso, mentre la ragione sufficiente di esse è tutta fuori di lui, il continoAnselmi, poveretto, non seppe darsi una risposta, e vide la necessità di fermarsi ad osservare con diligenza i più piccoli indizii. Una cosa sola gli appariva evidente, certissima; che egli aveva commesso un errore di grammatica amatoria, buttandosi troppo avanti, e quasi spiccando il salto, senza sicurezza di cascare in piedi. Grosso errore, errore massiccio, e bisognava prontamente ripararlo.
La cosa non gli tornava difficile. Ripigliare le proprie posizioni, rimettersi in osservazione, è sempre agevolissimo agli spiriti superficiali, agli amatori leggieri, che vi danno la galanteria in iscambio dell’affetto. E sono proprio essi che hanno ragione con la maggior parte delle donne, a cui bastano le apparenze della passione, forse perchè non possono o non vogliono approfondir nulla, in una società come l’odierna, che è tutta una fiera di vanità.
Il termine di tanti studi e di tante meditazioni fu questo, che il contino Anselmi lasciò libera la signora Camilla. Il caso aveva posto sulla sua strada un’altra donna, forse a guisa di riscontro, fors’anche come pietra di paragone. Si accompagnò dunque a quell’altra, e incominciò la sua serie di arguzie galanti. Dico la serie, perchè gli amici suoi lo avevano paragonato, per questo rispetto, ad un giuocatore di carambola, che, riescito a bene il primo colpo, ne manda altri cento di costa a quel primo. Infatti, il continoAnselmi faceva tutto da sè: preparava il giuoco, e poi via, adagino, con garbo, vi faceva la sua infilzata di sciocchezze, che attingevano tutto il loro pregio dal modo facile e gaio con cui erano snocciolate.
Per sua disgrazia, la signora Elena era molto distratta; non poneva mente alle sue arguzie, e, per conseguenza, non ne rideva. Un giuocatore di carambola a cui manchi la galleria (intendete un certo numero d’ammiratori) perde subito il filo. Ora, lo spirito del contino Anselmi, per risplendere della sua luce, aveva mestieri di ascoltatori compiacenti. Non ne ebbe, e a poco a poco languì; quando giunsero davanti all’albergo della Pace, era spento del tutto.
— Anselmi, — gli disse il commendatore Gerardo, — volete venire in giardino, a bere una gramolata?
— No, grazie, Gerardo; — rispose il contino, — debbo tornare all’albergo.
— Un appuntamento? Gatta ci cova.
— Sì, — disse l’Anselmi, con un sorriso di uomo stanco in anticipazione, — la gatta è rappresentata da una risma di carta. Ho un monte di lettere da scrivere. —
Le signore non credettero necessario d’intromettersi, e il contino Anselmi, fatta la sua riverenza, si allontanò. Per fare più presto la strada della Torretta, chiamò una carrozza. Credete pure che ciò fosse per amore dell’epistolario; quanto ame, penso che faceva caldo e che il contino Anselmi non amava scottarsi da solo.
— Errore di grammatica! — andava dicendo tra sè. — Errore di grammatica! Il diavolo mi porti, se ci casco una seconda volta. E la Vezzosi, che mi faceva la distratta! Quella, poi, è innamorata cotta. Ma come non si accorge di quello che avviene? Oppure la Rivanera le serve di copertoio? In fede mia, ecco un copertoio mal scelto! La Rivanera è due volte più bella, a dir poco. È vero che io mi contenterei; — soggiunse egli, sorridendo a sè stesso. — È un fior di donna, la Vezzosi. Ed ecco qua un uomo, — conchiuse ironicamente, — che non farebbe troppo il difficile. Ma appunto per questo, lo lasciano da banda tutt’e due. Basta, sia come vogliono loro, e andiamo dalla cantante. —
Beato carattere, che non si commoveva di nulla! Auguro a voi, amico lettore, di possederne uno compagno.
La cantante ci aveva i nervi. Quella mattina, attaccando i soliti solfeggi, si era accorta di non aver più il suoresopracuto, per cui amava essere paragonata alla Frezzolini. L’Anselmi, sempre in vena di sciocchezze, le promise di fargliene venire uno da Parigi, e quella spiritosità senza sugo lo fece mettere alla porta. La giornata voleva esser lunga. Il contino si ritirò nella sua camera e si buttò sul letto, a fumare una spagnoletta. Ciò lo condusse a pensare che la suaprovvista di tabacco del Levante aveva mestieri di essere rifatta. Stese la mano all’orario delle strade ferrate, che era sul comodino, accanto ad unFigarodi due giorni addietro, e meditò un tratto sulle coincidenze dei treni. Lo studio dovette tornargli facile, poichè, balzato tosto dal letto ed infilzato da capo il soprabito, prese il cappello ed uscì.
Quella sera il contino Anselmi mancò alla conversazione e al ballo del Casino. Le signore non seppero che era andato a passar la notte a Firenze. Probabilmente notarono l’assenza del grazioso perondino; ma non ne fecero argomento di discorso. E nemmeno Aldo De Rossi, vi prego di crederlo. Il nostro eroe si contentò di respirare un po’ più liberamente. Trionfava, direte. Ma ohimè, v’ingannate, non trionfava affatto. La signora Camilla, non essendo più là il contino per fare il riscontro al De Rossi, apparve meno confidente, meno tenera con Aldo; tornò ad essere quella capricciosetta incomprensibile, quella cara sfinge che avete la fortuna di conoscere. Ballò due volte con Aldo, ma senza dirgli nessuna di quelle parole che potevano farlo contento; e ballò anche molto con altri, lasciandosi fare quel che suol dirsi una corte spietata, da mezza dozzina di cavalieri.
La signora Elena, dal canto suo, non mutò di umore, nè di contegno; era distratta il mattino, continuò ad essere distratta la sera.
Che cosa aveva la signora Elena? Ve lo dirò in confidenza; aveva fatto una cosa superiore alle proprie forze e sentiva tutto il fastidio dell’impresa.
Vi è egli mai avvenuto di dire: io non berrò più vino? Oppure: io non fumerò più per un anno e un giorno? Conosco degli uomini che si son resi padroni dei propri difetti, e diciamo pure dei propri vizi. Ma la più parte di questi sperimentatori in persona propria, dopo aver fatto il fermo proponimento, si seccano. La durano dieci, venti giorni, magari anche un mese; poi incominciano a languire, a struggersi dalla voglia, e finiscono come potete immaginarvi, dando ascolto alla tentazione e ritornando al peccato. Gran mercè se il peccato è veniale, come nei due casi citati di privazione volontaria.
Il paragone vi sembrerà volgare. Lo vedo anch’io. Ma, appunto perchè volgare, vi darà una misura proporzionale dello stato d’animo in cui era la signora Vezzosi. Ella si era proposta un sacrifizio assai più grave di quello che si proporrebbe un uomo, di non fumar più, o di non bere più vino per un anno.
A mezza sera, dopo aver fatto un giro di valzer con Aldo De Rossi, la signora Elena si lagnò del caldo soffocante che faceva nella sala.
— Volete prender aria? — le disse il giovanotto.
— Sì, credo che mi farà bene. Ve ne prego,andate nella sala da giuoco e dite a Gerardo che venga a prendermi.
— Che? vorreste già ritirarvi?
— No, solamente andare sul terrazzo.
— Se è così, non basto io?
— Siete molto gentile; — disse la signora. — Ma io non vorrei sacrificarvi, facendovi abbandonare il ballo, con gl’impegni che avrete.
— Non ho impegni; — rispose Aldo. — E, poi, vedetemi in faccia. Vi ho l’aria di un uomo che si diverte?
— No, davvero. Ma che cosa avete? Le vostre cose vanno dunque così male?
— Non potrebbero andar peggio. La duro fin che posso, e poi ne faccio una delle mie.
— Calma! Calma! — disse la signora Vezzosi, nell’atto di prendere il suo braccio per escir dalla sala. — Infine, che ragioni avete, per essere in collera? Siete geloso! Bella novità! Ma almeno, non lo sarete più del contino Anselmi.
— Sì, di lui per l’appunto.
— Ma se non è neanche presente!
— Proprio perchè è lontano; — disse Aldo. — Vedete, Donna Elena, con voi posso parlare. Siete la mia Egeria...
— Ma voi non siete savio come Numa Pompilio; — ribattè la signora Vezzosi. — Basta, parlate egualmente e confidatemi le vostre pene. Che cosa significa questo esser geloso di un assente, appunto perchè egli è assente?
— Signora, — fece Aldo, — avete notato come oggi, da Birindelli, e poi nel ritorno, ella fosse gentile con me, quantunque ci fosse lui?
— Sì, l’ho notato, e, se volete riconoscerlo, vi ho anche un pochino aiutato.
— È vero, e vi ringrazio. Ma avete veduto stassera? L’Anselmi non c’è, fa l’imbronciato, ed ella ha rizzato muso.
— Non mi pare, signor Aldo, non mi pare. Ella non fa che ballare.
— Già, con tutti, e senza lasciare un ballo. Vedete che furia! E non trova neanche il tempo per rivolgere un’occhiata a questo sciocco che è il vostro umilissimo servo.
— Dio buono! Ma voi siete incontentabile. La donna che amate non ha da vedere che voi!
— È la mia opinione; o tutto o nulla.
— Perciò, — disse la signora Vezzosi, fermandosi a mezzo il terrazzo, e guardando in viso il suo cavaliere, — al poco che vi è toccato... preferireste il nulla.
— Sicuramente, il nulla; — rispose egli, risoluto.
La signora Elena rimase alquanto sovra pensiero; indi riprese:
— Che strano innamorato! Siete un uomo di altri tempi.
— Perchè? Non è di tutti i tempi, l’amore?
— Lo sarà stato, signor Aldo, lo sarà stato; ma sicuramente non è più del nostro.
— E da che lo argomentate, se è lecito?
— Da un po’ d’esperienza. Oh, non istate a credere che io ci abbia provato; — soggiunse ella, ridendo. — Ho semplicemente veduto. Ammetterete, io spero, che una donna mia pari possa averne veduti spasimare parecchi.
— Ne ammetto volontieri un centinaio — disse Aldo De Rossi.
— E che, anco non dandogli retta.... — proseguì la signora Elena.
— Sempre un centinaio; — ripigliò il giovinotto inchinandosi.
— Sopratutto non dandogli retta, — soggiunse la signora Elena, appoggiando sulla frase, — possa averli studiati, essersi convinta e persuasa del modo con cui amano gli uomini del nostro tempo. Orbene, signor Aldo, nell’amore degli uomini della vostra generazione c’è una parte di desiderio e una parte di vanità. Questa, poi, è molto più del desiderio. Figuratevi come possa entrarci l’amore, l’amor vero, che è un bisogno del cuore, l’aspirazione ad un sentimento di tenerezza, che abbellisca la vita, o la renda sopportabile.
— Come dite bene! — esclamò Aldo De Rossi, traendo un sospiro. — È proprio questo, l’amore che sento. Rinunzierei al possesso della persona amata, rinunzierei alle consolazioni della pubblica invidia, pur di sapere dentro di me che quella donna mi ama e che io posso riporre intieramente la mia fede nella sua.
— Ve l’ho detto; — replicò la signora Vezzosi: — siete un uomo strano, un uomo d’altri tempi. Su che libri vi siete formato? Dico su libri, e non sopra esempi viventi; perchè questi, o mancano, o vivono nascosti. Certi sentimenti, come i colori troppo delicati, non amano la luce viva del sole. —
In quel punto una luce più mite, ma diffusa, coglieva in pieno la persona di Aldo De Rossi, che stava ritto accanto al davanzale del terrazzo, con la faccia rivolta verso l’entrata del Casino. E in quel punto apparve sul limitare dell’anticamera la signora Camilla. Il commendatore Gerardo la teneva a braccetto.
Aldo se la vide baluginare davanti agli occhi e rizzò prontamente la testa. La signora Elena indovinò dal gesto di Aldo che c’era qualche cosa di nuovo, e lentamente, come persona stanca, o svogliata, si girò da un lato a guardare. Non vi dirò che la vista dell’amica le facesse in quel punto un gran piacere. Se ve lo dicessi, non credereste. Siamo dunque intesi, non ve l’ho detto.
— Ah, sei qui, mia cara? — esclamò la signora Camilla, mettendo il piede sul terrazzino. — Ti avevo veduta andar via dal salone con una cert’aria abbattuta!.... Non ti ho vista tornare, e credevo già che ti sentissi male.
— Infatti, — rispose la signora Vezzosi, — il caldo mi aveva oppressa. Non ho neanche potuto finire il valzer, perchè mi era venuto un capogiro.
— Perchè non farmi chiamare? — disse il commendatore Gerardo, prendendo affettuosamente per mano la sua dolce metà.
— Oh, non mi parve necessario d’incomodarvi per così poco. Ho dato invece il disturbo al signor Aldo, che è stato tanto gentile da sacrificarsi per me. Del resto, credevo che voi foste impegnato a giuocare.
— Che! Mi seccavo a veder giuocare gli altri, aspettando che il presidente si fosse liberato da un noiosissimo giudice di mandamento che gli s’è attaccato ai panni e non lo ha ancora lasciato. Per fortuna, — soggiunse il commendatore Gerardo, volgendosi alla sua bella vicina, — la signora Camilla è apparsa sull’uscio....
— Cercavo appunto mio zio, — interruppe la signora Camilla, a cui non metteva conto di far sapere quelle piccolezze alla gente.
— Ed io, — ripigliò il commendatore che non voleva rinunziare al gusto di finire la frase, — son corso incontro alla bella visione.
— Come siete galante! — esclamò la signora Camilla, risoluta per quella volta di mozzargli le parole in bocca, se per caso ne aveva altre da aggiungere. — E adesso vorreste compir l’opera? Ma no; — riprese ella, come pentita; — dividiamo la fatica tra due. Signor Aldo, sareste voi così buono....
— Dite, signora; — gridò Aldo, scattando come una molla.
— Da andare nella sala ove si trova mio zio; — continuò la signora Camilla.
— Sarete servita immediatamente. E gli dirò?....
— Che vado all’albergo; con lui, se crede di accompagnarmi; con Elena e col signor Gerardo, se egli ha ancora desiderio di restare. —
Aldo si affrettò a fare l’imbasciata. Ma dentro di sè andava cercando che diamine potesse aver cagionato quella pronta risoluzione di Camilla. Anche il tono con cui ella aveva parlato era di persona oltremodo nervosa. E questo non era neanche sfuggito all’attenzione della signora Elena, la quale rimase sovra pensiero, lasciando a suo marito tutto il carico della conversazione. Gerardo, come sapete, faceva per due, e all’occorrenza per quattro. Del resto, egli ebbe poco da dire, perchè due minuti dopo tornava Aldo, accompagnando il presidente gran croce.
— Vi sarete seccato, col giudice? — chiese il commendatore al presidente gran croce.
— No, — rispose questi, — mi parlava d’una causa abbastanza importante, che si è discussa ultimamente a Perugia. Sapete, Vezzosi, il proverbio dice: chi l’ha nell’ossa lo porta alla fossa. Si è stati giudici e le cause....
— Producono i loro effetti, capisco. —
In queste chiacchiere si escì dal Casino, per ritornare all’albergo. Il presidente gran croce non pensò neanche a domandare perchè si escisse così presto. In simili casi, sono le signore che comandano,e nelle risoluzioni delle signore non si cerca mai il perchè.
Le dame andavano innanzi, accompagnate da Aldo, che era passato dalla banda di Camilla e procedeva mogio mogio, come un cane bastonato. Nel vestibolo dell’albergo, il giovinotto augurò la buona notte alle dame e si accomiatò dai due accompagnatori legali. Intanto le dame ponevano il piede sui primi gradini della scala.
— Carina, — disse Elena a mezza voce, — vorrei parlarti.
— Ora? — dimandò Camilla col suo accento nervoso.
— Anche ora; — rispose quell’altra.
La signora Camilla si volse allora ai due accompagnatori che erano già per seguirle, e disse:
— Signori, non è necessario che salgano, per adesso. Elena ed io vogliamo stare un’oretta insieme.
— Grandi segreti? — disse il commendatore Gerardo.
— Segreti di Stato; — rispose Camilla.
E fatto un cenno di commiato, si avviò per le scale, seguendo la signora Vezzosi.