XVIII.
Quali sentimenti dovessero agitarlo durante la lettura non vi dirò, perchè le angosce del cuore, quando sian giunte ad un certo grado di violenza, non si descrivono più. Del resto, immaginate voi; ecco la lettera:
«Elena mia,«Ho pensato lungamente al tuo discorso di iersera, e ti rispondo ora in iscritto quello che avevo già incominciato a risponderti a voce; non accetto la tua generosa proposta.«Non è capriccio, non è caparbietà; è maturato consiglio. Ho ragionato tutta la notte il pro e il contro, ma sopratutto ho pensato a te e alla nobiltà del tuo carattere. Tu sei buona e sincera, mia Elena, e meriti di esser felice.«Una cosa mi è apparsa evidente. Tu stessa t’inganni, intorno allo stato del tuo cuore e alla forza della tua volontà. Tu ami il signor DeRossi; ed egli... Egli, una delle due, o ama te, oppure è uno sciocco. Ad ogni modo, se non ti ama oggi, ti amerà domani. Ciò che m’hai narrato de’ suoi furori per me, è molto vago, nè credo ci si possa far fondamento per l’edifizio della mia felicità. Tu stessa, ne sei ben certa? Non ti pare che c’entri un pochino di vanità (vanità offesa, o vanità stuzzicata, non importa cercare) nella passione di cui tu m’hai fatto una pittura così viva? Sai, gli uomini ce l’hanno tutti, la loro parte di puntiglio; anche quando giuocano per celia, vorrebbero vincere. Il signorino va attorno come le farfalle; e quasi direi senza scegliere i fiori. S’è imbattuto in me; m’ha trovata più sorda di qualcun’altra alle sue attenzioni, alle sue gentilezze. Come io sia stata con lui, non so veramente, perchè io non mi osservo. Vo innanzi alla libera, come una selvaggia; quando una cosa mi piace, non la nascondo; quando mi dispiace, non ne faccio mistero. Può darsi che io l’abbia ferito; può anche darsi che egli abbia sognato di esserlo. Comunque sia, non credo che si tratti d’una ferita profonda. E vorresti che per una cosa da nulla io mi mettessi a fare la suora di carità? Io non amerò, forse; ma quando amerò, bada bene, sarà per tutta la vita. I mezzi amori mi fanno rabbia; non voglio scomodarmi per così poco; non voglio perdere la mia pace per una di queste passioncelle da dozzina, in cui ha tanta parte la vanità, e la galanteria tutto il resto.Quando amerò... Ma questo te l’ho già detto. Soggiungerò invece che l’uomo destinato a impadronirsi di me, ha da fare qualche cosa di grande, o di pazzo, che in questi casi è tutt’uno. Gli uomini del nostro tempo non fanno più pazzie per le donne, ed è male. Può anche esser bene; chi lo sa? Forse noi non meritiamo che se ne facciano più; siamo diventate anche noi troppo frivole. Or bene, sia pure, io non amerò, e sarà tanto di guadagnato per la tranquillità de’ miei nervi. Qualche volta, vedi, mi prende la malinconia di farmi monaca. Ma non ti spaventare, bella mia, sono accessi che non durano. E negli intervalli mi lascio cogliere dalla manìa dei giuochi innocenti; gradisco la corte degli sciocchi, e son felice quando mi accade di farli disperare a quattro per volta.«Ma lasciamo stare queste fanciullaggini. Come vedi, sono una ragazza viziata. Lo zio, che mi vuol bene mi chiama spesso la suatesta falsa. S’intende che parla per celia, e senza sapere di cogliere così netto nel segno. Veniamo a te. Se ti riesce di rinfrancare il dolente personaggio e di far parlare il suo cuore, fallo per te, Elena mia. Forse c’è stoffa per un uomo di garbo; e tu, del resto, sei donna da far miracoli. Dirai che ti consiglio male. Io stessa, rileggendo la frase, me ne accorgo. Ma è scritta, e non voglio far cancellature, che avrebbero aria di pentimenti. Del resto, noi donne viviamo solamente per ilcuore e non badiamo troppo a certe piccole tirannie d’una legge che non abbiamo fatta noi. Alla fin fine, brucia la lettera; è il meglio che tu possa fare. Il conservarla potrebbe dire due cose alla gente di poco spirito, a cui capitassero sott’occhio i miei scarabocchi: che il consigliere è cattivo e che l’alunno meritava un tal consigliere. Queste cose non debbono dirsi, nè di te, nè di me. E poi, ti sentiresti di fare un’altra cosa, che ti raccomando tanto? Ridi, e non pensare ad altro. Io sarò veramente felice quest’oggi, se, entrando nella sala da pranzo, e sedendo di rimpetto a te, vedrò un bel sorriso sulle tue labbra. Labbra di corallo tenero, come t’avran detto già molti; labbra che invitano, ecc., ecc., come avranno pensato moltissimi. Ridi, ora? Orbene, va avanti così. — La tuaCamilla.»
«Elena mia,
«Ho pensato lungamente al tuo discorso di iersera, e ti rispondo ora in iscritto quello che avevo già incominciato a risponderti a voce; non accetto la tua generosa proposta.
«Non è capriccio, non è caparbietà; è maturato consiglio. Ho ragionato tutta la notte il pro e il contro, ma sopratutto ho pensato a te e alla nobiltà del tuo carattere. Tu sei buona e sincera, mia Elena, e meriti di esser felice.
«Una cosa mi è apparsa evidente. Tu stessa t’inganni, intorno allo stato del tuo cuore e alla forza della tua volontà. Tu ami il signor DeRossi; ed egli... Egli, una delle due, o ama te, oppure è uno sciocco. Ad ogni modo, se non ti ama oggi, ti amerà domani. Ciò che m’hai narrato de’ suoi furori per me, è molto vago, nè credo ci si possa far fondamento per l’edifizio della mia felicità. Tu stessa, ne sei ben certa? Non ti pare che c’entri un pochino di vanità (vanità offesa, o vanità stuzzicata, non importa cercare) nella passione di cui tu m’hai fatto una pittura così viva? Sai, gli uomini ce l’hanno tutti, la loro parte di puntiglio; anche quando giuocano per celia, vorrebbero vincere. Il signorino va attorno come le farfalle; e quasi direi senza scegliere i fiori. S’è imbattuto in me; m’ha trovata più sorda di qualcun’altra alle sue attenzioni, alle sue gentilezze. Come io sia stata con lui, non so veramente, perchè io non mi osservo. Vo innanzi alla libera, come una selvaggia; quando una cosa mi piace, non la nascondo; quando mi dispiace, non ne faccio mistero. Può darsi che io l’abbia ferito; può anche darsi che egli abbia sognato di esserlo. Comunque sia, non credo che si tratti d’una ferita profonda. E vorresti che per una cosa da nulla io mi mettessi a fare la suora di carità? Io non amerò, forse; ma quando amerò, bada bene, sarà per tutta la vita. I mezzi amori mi fanno rabbia; non voglio scomodarmi per così poco; non voglio perdere la mia pace per una di queste passioncelle da dozzina, in cui ha tanta parte la vanità, e la galanteria tutto il resto.Quando amerò... Ma questo te l’ho già detto. Soggiungerò invece che l’uomo destinato a impadronirsi di me, ha da fare qualche cosa di grande, o di pazzo, che in questi casi è tutt’uno. Gli uomini del nostro tempo non fanno più pazzie per le donne, ed è male. Può anche esser bene; chi lo sa? Forse noi non meritiamo che se ne facciano più; siamo diventate anche noi troppo frivole. Or bene, sia pure, io non amerò, e sarà tanto di guadagnato per la tranquillità de’ miei nervi. Qualche volta, vedi, mi prende la malinconia di farmi monaca. Ma non ti spaventare, bella mia, sono accessi che non durano. E negli intervalli mi lascio cogliere dalla manìa dei giuochi innocenti; gradisco la corte degli sciocchi, e son felice quando mi accade di farli disperare a quattro per volta.
«Ma lasciamo stare queste fanciullaggini. Come vedi, sono una ragazza viziata. Lo zio, che mi vuol bene mi chiama spesso la suatesta falsa. S’intende che parla per celia, e senza sapere di cogliere così netto nel segno. Veniamo a te. Se ti riesce di rinfrancare il dolente personaggio e di far parlare il suo cuore, fallo per te, Elena mia. Forse c’è stoffa per un uomo di garbo; e tu, del resto, sei donna da far miracoli. Dirai che ti consiglio male. Io stessa, rileggendo la frase, me ne accorgo. Ma è scritta, e non voglio far cancellature, che avrebbero aria di pentimenti. Del resto, noi donne viviamo solamente per ilcuore e non badiamo troppo a certe piccole tirannie d’una legge che non abbiamo fatta noi. Alla fin fine, brucia la lettera; è il meglio che tu possa fare. Il conservarla potrebbe dire due cose alla gente di poco spirito, a cui capitassero sott’occhio i miei scarabocchi: che il consigliere è cattivo e che l’alunno meritava un tal consigliere. Queste cose non debbono dirsi, nè di te, nè di me. E poi, ti sentiresti di fare un’altra cosa, che ti raccomando tanto? Ridi, e non pensare ad altro. Io sarò veramente felice quest’oggi, se, entrando nella sala da pranzo, e sedendo di rimpetto a te, vedrò un bel sorriso sulle tue labbra. Labbra di corallo tenero, come t’avran detto già molti; labbra che invitano, ecc., ecc., come avranno pensato moltissimi. Ridi, ora? Orbene, va avanti così. — La tuaCamilla.»
Aldo De Rossi era rimasto attonito, a quella lettura, e ci volle il suo tempo perchè riprendesse il dominio di quella poca ragione che possedeva. Così a occhio e croce capì che la signora Elena aveva parlato eloquentemente, quantunque senza frutto, per lui. Capì inoltre che non era stato compreso. Due cose spiacevano alla signora Camilla, siccome appariva dal contesto della sua lettera; che egli usasse andar troppo attorno, quasi a corteggiarle tutte, e che il suo amore per una, se lo sentiva davvero, non lo dimostrasse con qualche gloriosa follia. Ma non erano due pretesti, messi fuori dalla dama, per dissimularela freddezza del suo cuore? Una donna non s’inganna mai su certi usi di mondo e sa fare le sue distinzioni a favore di un uomo, che, anco facendo riverenza a cento, non ne vede e non ne preferisce che una. Quanto alle imprese meravigliose, Dio buono, anche la signora Camilla lo capiva, che i tempi e i costumi non erano da ciò.
Una ragione doveva esserci, e più forte di tutte le altre, a giustificare la freddezza della signora Camilla. Elena amava Aldo, e non aveva potuto negarlo. Ora, come non sospettare che Aldo avesse dato argomento, appiglio, esca, e tutto il peggio che vorrete, a quella simpatia della signora Vezzosi?
Un pensiero di quella fatta doveva venire a lui, come ad ognuno de’ miei lettori. Ma i lettori afferrano le cose con animo pacato; Aldo De Rossi, in quella vece, non ci vedeva più lume. Perciò, se il pensiero gli venne, come vi ho detto, egli non si fermò altrimenti a misurarne l’importanza. Quando si soffre, si studia poco sulle cause del dolore; l’ermeneutica non è fatta per gli spiriti turbati dalla passione. Al nostro povero eroe parve più sbrigativo e più comodo accusare la signora Camilla di freddezza, d’orgoglio, di leggerezza, e di vedere nella sua lettera un ammasso di pretesti, messi fuori per liberarsi da un uomo antipatico. Ma a benefizio di chi? Una donna, per solito, non disprezza un uomo, se non perchè ne stima troppo un altro.
Giunto a’ piedi dell’ultima pagina, Aldo De Rossi voltò il foglio per tornare da capo. Era un moto naturale, come d’uomo che non ha bene inteso e che vuol sincerarsi. Ma in verità non c’era bisogno di tanto; la lettera parlava chiaro e Aldo non poteva dare ai propri occhi una così audace mentita. La mano aveva girato il foglio; la stessa mano lo strinse e lo spiegazzò, come se volesse lacerarlo. Le labbra borbottarono qualche cosa, che sapeva d’imprecazione, e la lettera andò a finire nella tasca del soprabito, dove fu cacciata con un atto poco rispettoso. A qual pro l’avrebbe egli riletta? Si torna mal valentieri sulle notizie spiacevoli. E quelle che gli erano date nella lettera di Camilla dovevano imprimersi nel suo cervello a caratteri di fuoco, come.... (scusate il paragone che è vecchio, ma calzante) come le tre parole misteriose sulla parete, nel famoso convito di Baldassarre.
— Egregiamente! — mormorò Aldo, con un accento che faceva a pugni con l’ottimismo dell’avverbio. — Non si potrebbe mandarmi al diavolo con parole più chiare. Ma una cosa non è chiara... o lo è troppo. La signora parla di me; ne parla molto, ne parla oltre il bisogno. Ma tace di un altro, come se non esistesse neanche. E quello di cui tace è appunto quello che ama. Son tutte così; l’uomo di cui non gliene importa nulla, lo mettono in piazza; l’altro, poi,lo nascondono, come si nasconde un tesoro. Provatevi a farle parlare! Ve ne citano dodici, se occorre; si accuserebbero magari di amarne ventiquattro; ma il nome di quel tale, non c’è caso che se lo lascino sfuggire di bocca. —
Vi fo grazia di tutto l’altro che disse, o che borbottò tra i denti, perchè gli vo’ bene e non mi piace di mostrarvelo troppo violento nei pensieri e nelle espansioni. Ad ognuno di voi sarà avvenuto di dirle grosse, in un momento di rabbia. E certamente vi sarebbe dispiaciuto che le vostre parole fossero raccattate da un imprudente uditore e ripetute ai quattro punti cardinali, come monumento della vostra pazzia.
Lo stesso Aldo si avvide di essere uscito dai gangheri. Se ne avvide ad una imprecazione troppo forte che gli era sfuggita e che gli aveva percosso l’orecchio.
— Che cos’è questo? — esclamò. — Sono io dunque un ragazzo, e non saprò far altro che chiacchiere? —
Si scosse, così dicendo; digrignò i denti, con atto di profondo disgusto; si asciugò gli occhi, e si avviò verso la fontana con passo risoluto.
Egli era triste ma laggiù si rideva. E il contino Anselmi, come al solito, dava la battuta.
— Che buffone! — disse Aldo tra sè, mentre compariva nel piazzale alla vista di tutti. — Se bisogna essere così, per piacere alle donne, rinunzio, in fede mia, a questa fortuna; se fortuna può dirsi. —
Già, conchiuse proprio con questo epifonema. Quando vi dico che Aldo De Rossi aveva perduta la bussola!
— Non lo credete? — chiedeva frattanto l’Anselmi, proseguendo un discorso incominciato. — Io ne sono persuaso.
— Ed io, con vostra buona pace, niente affatto; — rispose la signora Camilla.
— Signora, la vostra opinione ha un gran peso per me; ma voi non dovete abusare della vostra autorità. È l’obbligo di tutti i re, e di tutte le regine; — replicò l’Anselmi.
— Che c’entra l’autorità? — disse la signora Camilla. — Vi hanno sentito tutti, e credo che vi diano torto.
— Tutti, poi!
— Facciamo giudice il nostro De Rossi; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — Egli viene dal verde; colore che concilia lo spirito alla calma. Ed egli potrà darci una sentenza scevra da ogni passione, da ogni parzialità. —
La signora Elena chinò gli occhi a terra, pensando alla calma che doveva avere il povero De Rossi, per dare una sentenza tra il contino Anselmi e Camilla, egli che tornava appunto da leggerne una, niente piacevole per lui.
— Ma non c’è bisogno di giudici; — rispose Camilla al signor Vezzosi. — Son cose troppo evidenti. Direi quasi che saltano agli occhi. —
Aldo si sarebbe astenuto volentieri da ognigiudizio intorno alle arguzie dell’Anselmi, e forse era già sul punto di pregare Gerardo che volesse dispensarnelo. Ma le parole della signora Camilla gli suonarono male all’orecchio.
— Bella signora, — diss’egli, — non mi volete dunque per giudice? —
La voce era tranquilla, in apparenza, ma più sottile del solito, quasi sibilante.
— Non ho detto ciò; — rispose asciuttamente la signora Camilla, a cui dava noia l’asprezza dell’osservazione, male dissimulata dalla galanteria della forma. — Se il signor Gerardo lo vuole, esponga egli la cosa. Ma veda di essere esatto; — soggiunse ella, con accento più umano, poichè si rivolgeva al Vezzosi.
— Non dubitate; — rispose il commendatore: — sono stato relatore di leggi, in Parlamento, e conosco il debito mio. Tu siedi, giudice, e prendi un atteggiamento conforme alla gravità dell’ufficio.
— Dio buono! — esclamò Aldo De Rossi, sforzandosi di sorridere. — Si tratta dunque di una cosa grave?
— Eh, grave... secondo i casi e le età. Per voi altri giovani è gravissima. Si ragionava d’amore.
— Argomento importante, non c’è che dire.
— Sicuramente, e il nostro Anselmi ne parlava come di una malattia, e lo paragonava alla tosse. Ma la signora Camilla, dal canto suo, negando la malattia, trovò che il paragone era volgare.
— Ecco... — interruppe la signora Camilla. — Io non ho detto propriamente così.
— Mia bella signora, perdonate; avete esclamato: che paragone!
— Sì, perchè mi pareva che se ne potesse trovare uno più adatto. Per esempio la febbre.
— Ma io, — entrò a dire l’Anselmi, — non avevo fatto che ispirarmi al proverbio: amore e tosse, con quel che segue. Ma vada pure per la febbre. Che cosa sentenzia il giudice eletto? —
Aldo De Rossi non aveva gradito niente affatto che tra la signora Camilla e l’Anselmi si fosse appiccato un discorso di tal genere. Egli stava per l’appunto almanaccando da che potesse aver avuto occasione quella tuffatina nel tenero, quando venne a rompergli il filo la domanda dell’Anselmi.
— L’amore — rispose egli sentenziosamente, — è una malattia, o non lo è. Se è una malattia, non può essere paragonato alla tosse, che è indizio di malattia, non malattia per sè stessa. Se non è una malattia, ma semplicemente indizio di malattia, e tosse, e febbre, e quel che vorrete, possono entrare in paragone con esso, secondo l’umore e il buon gusto di chi ne parla.
— Dotta sentenza! — esclamò l’Anselmi, non senza un pochino d’ironia. — Ma se tu credi che l’amore sia un indizio, a qual malattia vorrai tu regalarlo?
— Gl’indizi sono qualche volta fallaci; — risposesul medesimo tono il De Rossi. — L’occhio medico deve badare a molte cose, prima di giungere alla conclusione. Anzi tutto bisogna osservare il temperamento del malato. Per esempio, io conosco certi uomini, presso i quali l’amore sarebbe indizio... di stupidità.
— Ah, buona questa! — gridò il Vezzosi che non ci vedeva il baco.
— Buona per cui tocca; — notò l’Anselmi, a cui sembrava pessima, appunto perchè gli toccava a lui. — Tu non sei un giudice, Aldo; sei un Minosse, un Radamanto. E noi che si faceva per celia!
— Non si fanno queste cose per celia; — replicò Aldo De Rossi. — L’amore è una cosa grave, e non è permessa agli uomini leggeri, che vedono un sollazzo passeggiero in ciò che dev’essere il negozio di tutta la vita. —
Il contino Anselmi si seccò per davvero; si seccò doppiamente, pensando che la signora Camilla udiva e che poteva indovinare a cui fossero dirette le bottate del giudice.
— M’inchino alla tua sapienza; — diss’egli.
E fece l’inchino, proprio come aveva detto, mettendoci un’ostentazione che diede maledettamente sui nervi al De Rossi. Questi non aveva mestieri di tanto, per dar di fuori; che, anzi, come vi sarà parso evidente, staccava i bollori da un pezzo.
— Accetto il complimento per quel che significa, — diss’egli; — cioèper un’ironia; e lo accetto anche per quel che vale, — soggiunse, — cioè per un’ironia... in bocca tua.
— Ehi, giovinotti! — gridò il commendatore Gerardo, che incominciava a capire. — Che cosa è questo? Il giudice mi pare...
— Il giudice ha data la sentenza; — disse Aldo, con un risolino sardonico.
— Egli vorrà almeno riconoscere l’autorità della Cassazione; — entrò a dire il presidente gran croce.
— Con tutto il piacere, e chiedendovi perdono, se è necessario; — rispose Aldo, inchinandosi. — Per altro, mi consentirete d’insistere nella mia opinione. Il tono ironico non mi va, da qualunque parte proceda; e i patti chiari....
— Fanno i buoni amici, manco male; — interruppe il commendatore Gerardo, sperando di ravviare la conversazione.
— No, — ribattè Aldo De Rossi, — il proverbio non è giusto. Tra amici non occorre far patti di nessuna specie. Diciamo invece che i patti chiari fanno i buoni nemici. Infatti, — soggiunse, guardando l’Anselmi, — ci sono i buoni nemici; cioè quelli che si conoscono tali e non giuocano più ad ingannarsi. —
Il contino Anselmi rispose al discorso di Aldo De Rossi con un cenno del capo, che aveva del saluto, del ringraziamento e dell’altro ancora.
La conversazione, come potete immaginarvi, nonandò più oltre. Camilla aveva alzati gli occhi e non le era sfuggito il gesto sarcastico dell’Anselmi, nè lo sguardo di minacciosa promessa con cui gli rispondeva il De Rossi.
— Vogliamo tornare all’albergo? — diss’ella, rivolgendo il discorso ai Vezzosi.
Elena, più morta che viva, fece uno sforzo supremo per alzarsi dal sedile. Gerardo e il cavaliere Sestavalle furono subito in piedi; il presidente gran croce si stimò fortunato di poterli imitare. Quella scena agrodolce aveva seccato il nostro gravissimo personaggio, che in quel momento malediceva di sicuro la compagnia dei ragazzi e le ragazzate di cui lo facevano spettatore. Ma già, colpa sua, signor presidente. Dove c’è paglia, c’è sempre pericolo d’incendio. E lei, perchè portare la paglia con sè?
Basta, lasciamo le considerazioni da banda. I nostri personaggi escirono dal Rinfresco; Gerardo tenendo a braccetto la signora Camilla, il presidente Roberti la signora Elena. Il Sestavalle si accompagnò alla seconda coppia, ma senza preferenze e disposto a correre verso la prima quando fosse chiamato. Uomo inarrivabile, e veramente Alcibiade, che sapeva trovarsi bene con tutti e in ogni circostanza della vita! Egli sarebbe anche rimasto coi due giovanotti, quantunque le loro facce scure non promettessero una conversazione troppo piacevole; ma uno sguardo benigno della signora Elena lo aveva tirato daccanto a lei; così il DeRossi e l’Anselmi erano rimasti liberi di dirsi quel che volevano, e magari anche di accapigliarsi.
La signora Camilla certamente sospettò qualche cosa di questo genere, poichè trattenuto con un pretesto il suo cavaliere, lasciò passare avanti Elena col presidente gran croce. Rimasta così abbastanza vicina ai due rivali inviperiti, le venne fatto di cogliere a volo alcune frasi del dialogo che essi avevano insieme:
— Mi dirai ora che cosa è questa scenata? — chiedeva l’Anselmi al De Rossi.
— Signor conte, — rispondeva il De Rossi, — vi credevo più intelligente. È proprio un peccato che, con tanto spirito, siate così tardo a capire.
— È dunque unaquerelle d’Allemand?— riprese l’Anselmi.
— Chiamatela anche così; purchè abbia un seguito; — disse Aldo De Rossi.
— Ed una conclusione; — rispose quell’altro stizzito.
— Tanto meglio; — ribattè il De Rossi.
Il commendatore Gerardo udì anch’egli, sebbene confusamente, qualche cosa del diverbio tra i due.
— Orbene, — diss’egli, volgendosi a mezzo, con un piglio tra l’amichevole e il paterno, — che cosa borbottate, voi altri? Spero bene che l’avrete finita.
— Per l’appunto, finita; — disse Aldo.
— Ci siamo spiegati; — soggiunse il contino. — È stato un malinteso; non è vero, De Rossi?
— Certo, — rispose questi, — e il maggior torto è stato il mio.
— Questo poi no; diciamo il torto d’ambedue, — replicò il contino, — e non se ne parli più.
— Ah, bene! — gridò il commendatore Gerardo, e così forte, che potesse udirlo anche il presidente gran croce. — Quando lo dicevo io, che non c’era una ragione al mondo perchè aveste a leticare! Si crede qualche volta di avere udito una parola, ed è invece un’altra. Oppure, è quistione di significato, e ci si guasta il sangue per nulla. —
Frattanto il presidente diceva alla signora Vezzosi:
— Non so che diamine sia saltato in capo a quei due giovinotti. Ci avete capito nulla, voi, Donna Elena?
— Io no; e voi, cavaliere? — diss’ella, volgendosi al Sestavalle.
— Neppur io; — rispose l’Alcibiade. — Qualche piccola ruggine, forse. Ma sentite, parlano insieme e Gerardo li mette in pace. Dev’essere tutto appianato, oramai.
— Meno male; — conchiuse il presidente. — Perchè, a dirvela schietta, noi vecchi ci troviamo male, in questi litigi della gioventù. Sarebbe stata veramente una noia per me, se fossero andati più oltre delle parole, e questa sera medesima avrei fatte le valigie. —
Il presidente Roberti capiva benissimo che la cagione di quell’alterco era la sua bella nipote. E si disponeva a fare una solenne ramanzina, anche a rischio di vederla accolta come tante altre. Nonvi formate da ciò una cattiva idea della signora Camilla. È degli zii lo sgridare per cose da nulla, e specialmente a torto, quantunque con le migliori intenzioni del mondo; è delle nipoti il ridere, specie quando si sa di non aver nulla da rimproverarsi. Del resto, se una risatina è testimonianza di poco ossequio, un abbraccio è prova d’amore, e i vecchi zii, da tempo immemorabile, amano più questo che l’altro.
Intanto che si preparava a ridere con lo zio, la signora Camilla rideva col suo cavaliere. Veramente non ne aveva una gran voglia; ma bisognava fingere, non dare a divedere il proprio turbamento. Come sarebbe andata volentieri innanzi con Elena, lasciando tutti i signori uomini insieme! Elena doveva sapere la cagione di quella improvvisa sfuriata di Aldo De Rossi. Certamente, egli era escito fuori dei gangheri per qualche discorso della signora Vezzosi. E questo bisognava sapere, per regolarsi con tutti. Ma non si poteva neanche strappare l’amica dal braccio dello zio, senza aver l’aria di una capricciosa, la quale non sapesse far altro che pazzie. Perciò si trattenne, e ragionò col signor Gerardo di cose inconcludenti, che parvero divertirla un mondo, tanto ne rise.
— Signora, — le disse il contino Anselmi, avvicinandosi a lei, mentre erano poco lungi dall’albergo della Pace, — verrete questa sera al Casino?
— Credo di no; — rispose ella. — Mio zio deve essere stanco.
— Se non si tratta che di ciò, — entrò a dire Gerardo, — potremo accompagnarvi noi altri.
— Grazie; anch’io amo riposare. Starò a fare quattro ciarle con Elena. Siamo state così poco insieme, quest’oggi! —
Mentre l’Anselmi si era accostato alla signora Camilla, Aldo De Rossi veniva innanzi da solo, e sdegnando di seguire il viale. Forse, poichè era venuto ai ferri corti col suo nemico, non sentiva più la dolorosa curiosità di udire i discorsi che si facevano tra lui e la signora Camilla. Perciò, quasi ad ostentare la propria noncuranza, era andato a spaziare nel mezzo dello stradone.
La signora Elena lo vide con la coda dell’occhio, e avrebbe voluto mandare il Sestavalle a tenergli compagnia; ma erano oramai al termine della loro passeggiata e non occorreva più usargli quest’atto di misericordia.
— Vuol dire, — fece l’Anselmi, quando si fu davanti all’uscio dell’albergo, — che questa sera le signore...
— Riposeranno; — interruppe la signora Elena, che aveva indovinato il resto della frase, e che aveva sentito dianzi il discorso di Camilla. — Perciò i cavalieri son liberi; meno il Sestavalle, che avrà la bontà di portarmi in camera il libro che m’ha promesso stamane. —
L’Alcidiade fece il gesto dell’uomo che non si raccapezza. Ma uno sguardo della signora Elena lo richiamò all’intelligenza della scena.