Infine, bisogna ricordare ancora due grandi pregi di questa pittura: la sua varietà e la sua importanza come espressione, come specchio, per così dire, del paese. Se si toglie il Rembrandt col gruppo dei suoi imitatori, quasi tutti gli altri artisti sono differentissimi fra loro; nessun’altra scuola presenta forse un così gran numero di maestri originali. Il realismo dei pittori olandesi nacque dal loro amore comune per la natura; ma ognuno ha fatto trasparire nell’opera propria una maniera d’amoretutta sua; ognuno ha reso un’impressione diversa, che dalla natura aveva ricevuta; ognuno, partendo dal punto comune ch’era il culto della verità materiale, è arrivato a una mèta che non è quella degli altri. Il loro realismo poi, spingendoli a tutto ritrarre, ha fatto sì che la pittura olandese riuscisse a rappresentare l’Olanda più completamente di quello che nessun’altra scuola di pittura abbia mai fatto di nessun altro paese. Se sparisse, è stato detto, fuor che l’opera dei pittori, ogni altra testimonianza visibile dell’esistenza dell’Olanda nel secolo XVII,—il suo gran secolo—la si troverebbe nei quadri intera: le città, le campagne, i porti, le navi, i mercati, le botteghe, i costumi, gli utensili, le armi, la biancheria, le merci, le stoviglie, i cibi, i piaceri, le abitudini, le credenze religiose e le superstizioni, le qualità e i difetti del popolo; e questo che è un grande pregio per una letteratura, non è pregio minore per la sua arte sorella.
Ma nella pittura olandese v’è un gran vuoto, del quale non basta a dare una ragione compiuta l’indole pacifica e modesta del popolo. Questa pittura così intimamente nazionale ha trascurato, fuor che qualche battaglia navale, tutte le grandi gesta della guerra d’indipendenza, fra le quali sarebbero bastati gli assedi di Leida e diHaarlema ispirare, a suscitare una legione d’artisti. Una guerra di quasi un secolo, piena di vicende strane e terribili, non è stata ricordata in un solo quadro memorabile. Questa pittura così varia e cosìcoscienziosanel ritrarre il paese e la sua vita, non ha rappresentato una scena di quella grande tragedia, come la chiamò, profetando, Guglielmo il Taciturno, che destò nel popolo olandese, per sì lungo tempo, tante diverse commozioni di terrore, di dolore, d’ira, di gioia, di orgoglio!
Lo splendore dell’arte in Olanda s’offuscò con quello della grandezza politica. Quasi tutti i grandi pittori nacquero nei primi trent’anni del secolo XVII, o negli ultimi del XVI; tutti erano morti dopo i primi dieci anni del XVIII; e in questo secolo non ne sorse alcun altro; l’Olanda aveva esaurito la sua fecondità. Già verso la fine del secolo XVII, il sentimento nazionale si era cominciato a infiacchire, il gusto si corrompeva, l’ispirazione dei pittori declinava colla energia morale del paese. Nel secolo XVIII, gli artisti, come se fossero stanchi della natura, ritornano alla mitologia, al classicismo, alla convenzione; l’immaginazione si raffredda, lo stile s’impoverisce, ogni favilla del genio antico si spegne; l’arte olandese mostra ancora al mondo i fiori meravigliosi del Van Huysum, l’ultimo grande innamorato della natura, e poi ripiega la mano stanca, e quei fiori ricadono sulla sua tomba.
L’attuale Museo di pittura di Rotterdam non contiene che un piccolo numero di quadri, tra i quali pochissimi dei primi artisti, e nessuno dei grandi capolavori della pittura olandese. Trecento tele e milletrecento disegni furono distrutti da un incendio nel 1864; e quanto vi si trova ora, proviene in gran parte da un Jacob Otto Boymans, che lo lasciò per testamento alla città di Rotterdam.
In questo Museo, dunque, si può entrare per far conoscenza personale di qualche artista, piuttosto che per ammirare la pittura olandese.
In una delle prime sale si vedono alcuni schizzi di battaglie navali, segnati del nome Willem Van de Velde, considerato come il più grande pittore di marine dei suoi tempi, figlio d’un Willem pittore di marine egli pure, chiamato il vecchio, per distinguerlo da lui, chiamato il giovane. Padre e figlio ebbero la fortuna di vivere al tempo delle grandi guerre marittime tra l’Olanda, l’Inghilterra e la Francia; e di poter veder le battaglie coi propri occhi. Gli Stati d’Olanda avevan messo a disposizione di Van de Velde il vecchio una piccola fregata; il figlio accompagnò il padre; e tutti e due fecero i loro schizzi in mezzo al fumo delle cannonate, spingendosi qualche volta tanto innanzi col bastimento, da indurre gli ammiragli a ordinar loro di allontanarsi. Van de Velde il giovane superò di molto il padre, e non fece per lo più che piccoli quadri: un cielo grigio, un mar calmo e qualche vela; ma così fatti che, per poco che vi si fissino gli occhi, si sente l’odor salìno delle acque e si scambia la cornice per una finestra. Questo Van de Velde appartiene a quel gruppo di quei pittori olandesi che amarono l’acqua con una sorta di furore e che dipinsero, si può dire, sull’acqua. Di questi era pureil Backuisen, pittore di marine ch’ebbe gran voga ai suoi tempi, e che Pietro il Grande, nel tempo che passò in Amsterdam, scelse a suo maestro. Il quale Backuisen si rischiava, per quel che si dice, sur una barchetta, in mezzo al mare in tempesta, per osservare da vicino i movimenti dell’onde, e metteva a un tal rischio sè e i barcaioli, che questi, più solleciti della loro pelle che delle sue tele, lo riconducevano a terra suo malgrado. Giovanni Griffier faceva di più. Aveva comperato a Londra un piccolo bastimento, l’aveva mobiliato come una casa, ci aveva installato la moglie e i figliuoli, e navigava così per conto proprio in cerca di vedute. Avendo una tempesta spezzato il suo bastimento contro un banco di sabbia e distrutto tutto l’aver suo, egli, salvo per miracolo colla famiglia, andò a stare a Rotterdam; ma annoiatosi in breve tempo della vita di terra, comperò una barcaccia sconquassata, ricominciò a navigare, rischiò una seconda volta la vita vicino a Dordrecht, e navigò ancora.
In fatto di marine, il Museo di Rotterdam non ha presso che nulla; ma vi è degnamente rappresentato il paesaggio da due quadri del Ruisdael, il più grande dei paesisti olandesi nel genere campestre. Son due dei suoi soggetti favoriti: luoghi boscosi e solitarii, che ispirano, come tutti gli altri suoi quadri, un sentimento di vaga melanconia. La grande potenza di quest’artista, che sovrasta alla scuola olandese per una finezza d’anima e una superiorità d’educazione singolare, è il sentimento. Fu dettogiustamente ch’egli si servì del paesaggio per esprimere le sue amarezze, le sue noie, i suoi sogni, e che ha contemplato il proprio paese con una sorta di tristezza amara, come d’un infermo, e che creò i boschetti per nascondervi questa tristezza. La luce velata dell’Olanda è l’immagine della sua anima; nessuno ne sentì più squisitamente la dolcezza melanconica; nessuno rappresentò meglio di lui, con un raggio di luce languida, il sorriso d’una creatura afflitta. E appunto per questa sua natura eccezionale, non fu stimato dai propri concittadini che molto tempo dopo la sua morte.
Accanto a uno dei quadri del Ruisdael v’è un quadro di fiori d’una pittrice, Rachele Ruysch, moglie d’un ritrattista di grido, nata nella seconda metà del decimosesto secolo, e morta col pennello in mano, all’età di ottant’anni, dopo aver provato a suo marito e al mondo che una donna di giudizio può coltivare appassionatamente le belle arti e trovare il tempo di mettere al mondo e di allevare dieci figliuoli.
E poichè ho ricordato la moglie d’un pittore, noto di volo che ci sarebbe da fare un bel libro sulle mogli dei pittori olandesi, sia per la varietà d’avventure che presentano, sia per la parte importante che ebbero nella storia dell’arte. Un buon numero si conoscono di persona perchè molti pittori fecero il loro ritratto, insieme col proprio, e con quello dei figliuoli, del gatto e della gallina; e di quasi tutte parlano i biografi, smentendo o confermando dicerie che corsero intorno alla loro condotta. Qualcuno s’arrischiò a dire che la maggior parte di esse ebbero dei gravi torti verso la pittura. A me pare che dei torti ce ne siano stati da una parte e dall’altra. Quanto al Rembrandt, si sa che il periodo più felice della sua vita fu quello che scorse fra il suo primo matrimonio e la morte di sua moglie, figlia d’un borgomastro di Leuwarde; la posterità deve dunque della gratitudine a sua moglie. Sappiamo che il Van der Helst sposò, già avanzato in età, una bella giovinetta sulla quale non ci fu nulla a ridire; e la posterità deve ringraziare anche lei che rallegrò la vecchiaia di quel grande artista. Non si può parlare di tutte negli stessi termini, è vero. Delle due mogli dello Steen, per esempio, la prima era una testa leggiera, che gli lasciò andare a male la birreria che aveva ereditata da suo padre a Delft, e la seconda, per quel che si dice, gli fu infedele. La seconda moglie dell’Heemskerk era una scroccona, tanto che il marito doveva andare attorno a domandar scusa delle sue malefatte. La moglie dell’Hondekoeter era una donna bizzarra e molesta, che lo costringeva a passar la sera nelle taverne per liberarsi dalla sua compagnia. La moglie del Berghem era un’avara insaziabile, che lo svegliava bruscamente quando lo trovava addormentato sui suoi pennelli, perchè lavorasse e guadagnasse, e il pover uomo era costretto a farle dei sotterfugi, quando riscuoteva i denari dei suoi quadri, per potersi comprare delle stampe. Per contro, non si finirebbe più di citare, se si volessero ricordare i torti dei signori mariti. Il pittore Griffier costringe sua moglie a girare per il mondo in barca; il pittore Veenix domanda il permesso alla sua sposa d’andare a passare quattro mesi a Roma, e ci sta quattro anni; il pittore Karel du Jardin sposa una vecchia ricca per farsi pagare i debiti e la pianta quando glieli ha pagati; il pittore Molyn fa assassinare sua moglie per sposare una genovese. Lascio in dubbio se il povero Paolo Potter sia stato tradito, come alcuni affermano ed altri negano, dalla sposa che amava perdutamente, e se il gran pittore di fiori Huysum che si róse di gelosia, in mezzo alle ricchezze e alla gloria, per una moglie non più giovane nè bella, avesse fondati motivi di rodersi, o non si fosse piuttosto montata la testa senza ragione per le diceríe dei suoi rivali invidiosi. Per finir bene, ricordo onoratamente le tre mogli del pittore Eglon van der Neer, che lo coronarono di venticinque figliuoli, i quali non gli tolsero il tempo di dipingere un gran numero di quadri d’ogni genere, di fare parecchi viaggi e di coltivare i tulipani.
Vi sono nel Museo di Rotterdam parecchi piccoli quadri di Alberto Cuyp, un paesaggio, cavalli, galline, frutte; di quell’Alberto Cuyp che feceparte da sè stessonell’arte olandese, che dipinse nel corso della sua vita quasi secolare ritratti, paesaggi, animali, fiori, scene d’inverno, lumi di luna, marine, quadri di figure, e lasciò in tutti i generi un’impronta originale; e che fu nondimeno, come quasitutti i pittori olandesi del suo tempo, così poco fortunato, che fino al 1750, ossia più di cinquant’anni dopo la sua morte, non si pagavano più di cento lire quelli fra i suoi quadri, che ora si pagherebbero centomila, non in Olanda, ma in Inghilterra, dove si trovano al presente quasi tutte le opere sue.
D’unCristo alla tombadell’Heemskerk non metterebbe conto di far parola, se non fosse un appiglio per far conoscere l’artista, che fu uno dei più curiosi soggetti che siansi mai veduti sulla faccia della terra. Il Van Veen, poichè tale è il suo nome, nacque nel villaggio di Heemskerk sulla fine del secolo XV, e fiorì quindi nel periodo dell’imitazione italiana. Era figliuolo d’un contadino, e benchè si sentisse una certa disposizione per la pittura, era destinato a fare il contadino. Diventò pittore, come molti altri artisti olandesi, per un accidente. Suo padre era un uomo furioso e il figliuolo lo temeva quanto mai. Un giorno il povero Van Veen lasciò cadere in terra la brocca del latte, il padre gli s’avventò addosso, egli fuggì, si nascose e passò la notte fuor di casa. La mattina, sua madre lo trovò, convenne con lui che non sarebbe stata prudenza l’affrontare la collera paterna, gli diede un po’ di biancheria e un po’ di denari, e lo mandò con Dio. Il giovanetto si recò ad Haarlem, ottenne di entrare nella scuola d’un pittore di grido, studiò, riuscì, andò a perfezionarsi a Roma, non diventò un grande artista, chè anzi l’imitazione italiana gli nocque, trattò il nudo con rigidezza, ed ebbe uno stile manierato; ma fuun pittore fecondo e pagato, e non ebbe a rimpiangere la vita dei campi. Ma qui sta la sua originalità: era, per quel che ne dicono i suoi biografi, un uomo incredibilmente, morbosamente, pazzamente pauroso; a tal segno, che quando sapeva che dovevan passare gli archibugieri, saliva sui tetti e sui campanili, e a veder le armi nella strada, aveva ancora paura. E per chi la credesse una fiaba, c’è un fatto che può indurre a ritenerla vera: ed è che trovandosi egli nella città di Haarlem quando gli Spagnuoli vi posero l’assedio, i magistrati, che conoscevano la sua debolezza, gli permisero di fuggire dalla città prima che si venisse alle armi, forse perchè prevedevano che sarebbe morto di spaghite; ed egli si valse di quel permesso, e fuggì ad Amsterdam, lasciando i suoi concittadini nelle péste.
Altri pittori olandesi,—poichè sono a parlare degli uomini e non dei quadri—dovettero, come l’Heemskerk, a un accidente d’esser riusciti pittori. L’Everdingen, paesista di prim’ordine, lo dovette a una tempesta, che gettò il suo bastimento sul lido della Norvegia, dove egli rimase, s’ispirò a quella grande natura e creò un genere di paesaggio originale. Cornélis Vroom dovette pure la sua fortuna a un naufragio; era partito per la Spagna, con alcuni quadri religiosi, il bastimento naufragò vicino alle coste del Portogallo, il povero artista si salvò con altri in un’isola disabitata, stettero due giorni senza mangiare, si consideravan come perduti; quando furono inaspettatamente soccorsi dai religiosi di unconvento della costa, ai quali il mare aveva portato insieme alla carcassa del bastimento, i quadri del naufragio, ch’essi religiosi avevano trovato ammirabili; e così il Cornélis fu raccolto, ospitato, stimolato a dipingere, e quella profonda emozione del naufragio diede al suo ingegno un impulso nuovo e potente che lo rese artista vero. E un altro, Hans Fredeman, il pittore famoso degl’inganni, quello che dipinse così maestrevolmente delle colonne sopra i battenti della porta d’una sala, che Carlo V, voltatosi, appena entrato, a guardare, credette che la parete si fosse chiusa per incanto dietro di lui; quell’Hans Fredeman che dipingeva delle palizzate che facevan tornare indietro della gente, e degli usci su cui si posava la mano per aprire, dovette la sua fortuna a un libro d’architettura del Vitruvio che ebbe per caso da un falegname.
V’è un bel quadretto dello Steen, che rappresenta un medico il quale finge di far l’estrazione della pietra a un malato immaginario: una vecchia raccoglie le pietre in una catinella, il malato strilla disperatamente e alcuni curiosi guardano sorridendo da una finestra.
Quando si dica che questo quadro fa dare in uno scoppio di risa, se ne dice tutto quello che è utilmente dicibile. Questo Steen è, dopo il Rembrandt, il più originale pittore di figure della scuola olandese; è uno di quei pochissimi artisti che, una volta conosciuti, siano o non siano consentanei alla nostra indole, si ammirino come grandi o si ritengano degni soltantodei secondi onori, non importa: rimangono impressi, fitti, immobili nella nostra mente per tutta la vita. Dopo aver visto i suoi quadri, non è più possibile vedere un ubriaco, un buffone, uno sciancato, un mostriciattolo, una faccia deforme, una smorfia ridicola, un atteggiamento grottesco, senza ricordarsi di qualcuna delle sue figure. Tutte le gradazioni, tutte le goffaggini dell’ubriachezza, tutto quello che v’è di grossolano e di sguaiato nell’orgia, la frenesia dei piaceri più bassi, il cinismo del vizio più volgare, le buffonate della canaglia più sfrenata, tutte le più bestiali emozioni, tutti gli aspetti più ignobili della vita della bettola e del trivio, ei li ha ritratti colla brutalità e l’insolenza d’un uomo senza scrupoli, e con una forza comica, una foga, una, direi quasi, ebbrezza d’ispirazione, che non si può esprimer con parole. Furon scritti su di lui molti volumi, e pronunziati giudizi molto diversi. I suoi più caldi ammiratori gli hanno attribuito un’intenzione morale: lo scopo di far prender in odio la crapula dipingendola, come fece, con colori ributtanti, a somiglianza degli Spartani che mostravano gl’Iloti ubriachi ai figliuoli. Altri non videro in quella maniera di pittura che l’espressione spontanea e spensierata dell’indole e dei gusti dell’artista, che rappresentarono come un crapulone volgare. Comunque sia stato, è fuor di dubbio che negli effetti che produce, la pittura dello Steen si può considerare una satira del vizio; e in questo egli è superiore a quasi tutti gli altri artisti olandesi, che si ristrinsero aun naturalismo esteriore. Quindi fu chiamato l’Hogart olandese, il filosofo gioviale, il più profondo osservatore dei costumi del suo paese, e fra i suoi ammiratori, ve ne fu uno, il quale disse che se lo Steen fosse nato a Roma invece che a Leida e avesse avuto a maestro Michelangelo invece di Van Goyen, sarebbe riuscito uno dei più grandi pittori del mondo; e un altro che trovò non so che analogia fra lui e Raffaello. Meno generale è l’ammirazione per le qualità tecniche della sua pittura, nella quale non si trova la finezza e il vigore di altri artisti, come dell’Ostade, del Mieris, del Dow. Ma anche considerando l’indole satirica dell’opera sua, si può dire che lo Steen s’è spinto sovente di là dal suo scopo, se veramente ebbe uno scopo. La sua foga burlesca ha spesse volte soverchiato in lui il sentimento della realtà: le sue figure invece di riuscir soltanto ridicole, riuscirono mostruose, appena umane, somiglianti spesso più a bestie che ad uomini; ed egli moltiplicò queste figure a segno da destare qualche volta, invece del riso, la nausea, e un sentimento quasi di sdegno per la natura umana oltraggiata. Il più delle volte, però, l’effetto più forte è il riso, un riso sonoro, irresistibile, che ci scappa anche essendo soli, e che richiama la gente dai quadri vicini. È impossibile spingere a un più alto grado di potenza l’arte di schiacciar i nasi, di storcer le bocche, di contrarre i colli, di reticolare le rughe, d’istupidire i visi, d’attaccare gobbe e pappagorgie, di far sghignazzare, ruttare, barcollare, stramazzare,di esprimere nel lampeggiamento d’una pupilla semispenta l’ebetismo e la lussuria, di rivelare l’abbrutimento d’un uomo in un sorriso e in un gesto, di far sentire il puzzo della pipa, udire le risataccie, indovinare i discorsi sciocchi o turpi, capire, in una parola, la bettola e la canaglia; è impossibile, dico, portare quest’arte più alto di quello che l’ha portata lo Steen.
Sulla sua vita ci furono e ci sono ancora delle, gran questioni. Si scrissero dei volumi per provare che fu un ubriacone, e dei volumi per provare che fu sobrio; e come sempre, si esagerò in un senso e nell’altro. Tenne una birreria a Delft, non fece affari, mise su una bettola e fu peggio. Si dice che n’era lui il più assiduo frequentatore, che asciugava tutto il vino, e che quando la cantina era vuota, toglieva l’insegna, chiudeva la porta, si metteva a dipingere in furia, poi vendeva i quadri, ricomperava vino e ricominciava la vita di prima. Si dice persino che pagasse addirittura coi quadri, e che per conseguenza tutti i suoi quadri si trovassero in casa di mercanti di vino. E difficile, veramente, spiegare come, essendo quasi sempre in bernecche, abbia potuto fare un così grande numero di quadri ammirabili; ma non è men difficile capire in qual maniera si sarebbe compiaciuto tanto di tali soggetti se avesse menato una vita sobria e ordinata. Certo è che, soprattutto negli ultimi suoi anni di vita, fece ogni sorta di stravaganze. Studiò da principio alla scuola di Van Goyen, paesista di grido; mail genio operò assai più in lui che lo studio; egli indovinò le regole dell’arte sua; e se qualche volta ha dipinto un po’ troppo nero, come dice uno dei suoi critici, la colpa è di qualche bottiglia di più bevuta a desinare.
Non è lo Steen il solo pittore olandese che abbia la reputazione, meritata o no, di beone. Vi fu un tempo in cui quasi tutti gli artisti passavano una buona parte della giornata nelle taverne, pigliavano cotte favolose, venivano alle mani, ne uscivano pésti e sanguinosi. In un poema sulla pittura di Karel van Mander, il primo che scrisse la storia dei pittori dei Paesi Bassi, v’è un passo contro il vizio dell’ubriachezza e l’abitudine delle risse, che dice fra le altre cose: siate sobrii e fate che al malaugurato proverbio: «Crapulone come un pittore» si sostituisca: «Temperante come un artista.» Il Mieris, per citare soltanto i più famosi, fu un bevitore emerito; il Van Goyen, un briachella; Francesco Halz, maestro del Brouwer, una spugna da vino; il Brouwer, un bettolante incorreggibile; Guglielmo Cornélis e Hondekoeter, devotissimi anch’essi alla bottiglia. Degli altri minori si dice che parecchi morirono ubriachi. E anche nelle morti, la storia dei pittori olandesi presenta mille casi strani. Il grande Rembrandt morì nella strettezza, quasi all’insaputa di tutti; l’Holbema morì ad Amsterdam nel quartiere dei poveri; lo Steen morì nella miseria; Brouwer morì all’ospedale; Andrea Both ed Enrico Verschuring morirono annegati; Adriano Bloemaert morì in duello;Carel Fabritius morì per lo scoppio di una polveriera; Giovanni Scotel morì col pennello in mano d’un colpo d’apoplessia; il Potter morì tisico; Luca di Leida morì avvelenato. Così che tra le brutte morti, lo stravizio e la gelosia, si può dire che una gran parte dei pittori olandesi hanno avuto una sorte ben infelice.
V’è ancora nel Museo di Rotterdam una bella testa del Rembrandt; una scena di briganti del Wouwermam, gran pittore di cavalli e di battaglie; un paesaggio del Van Goyen, il pittore delle spiaggie morte e dei cieli plumbei; una marina del Backhuizen, il pittore delle tempeste; un quadro del Berghem, il pittore dei paesaggi ridenti; uno dell’Everdingen, il pittore delle cascate d’acqua e delle foreste; ed altri quadri italiani e fiamminghi.
Uscendo dal Museo incontrai una compagnia di soldati, i primi soldati olandesi ch’io vedevo, vestiti di scuro, senz’alcun ornamento vistoso, biondi dal primo all’ultimo, coi capelli lunghi, e quasi tutti con un’aria di bonomia che mi faceva parere strano che portassero delle armi. A Rotterdam, una città di più di centomila abitanti, ci sono trecento soldati di presidio! E dire che Rotterdam ha fama, tra le città dell’Olanda, d’essere la più turbolenta e la più pericolosa! Ci fu infatti, tempo fa, una dimostrazione popolare contro il Municipio, la quale non ebbe altra conseguenza che alcuni vetri rotti; ma in un paese come quello, che va coll’oriolo, doveva parere, e parve veramente un gran che; accorse la cavalleria dall’Aja, lo Stato ne fu commosso. Non si deve credere, però, che quel popolo sia tutto zucchero; che anzi, per confessione degli stessi Rotterdamesi, quella che il Carducci chiamasanta canagliaè bravamente licenziosa, come in tante altre città di peggior reputazione; e la scarsità delle guardie di polizia è piuttosto un fomite alla licenza, che una prova, come qualcuno potrebbe credere, della pubblica disciplina.
Rotterdam, ho già detto, non è una città letterata nè artistica; è anzi una delle poche città olandesi nelle quali non è nato alcun grande pittore; sterilità che ha comune coll’intera provincia di Zelanda. Ma non è Erasmo la sua unica gloria letteraria. In un piccolo parco, che si stende a destra della città, sulla riva della Mosa, che è come l’Acquasola di Rotterdam, si vede una statua di marmo che i Rotterdamesi innalzarono al poeta Tollens, nato verso la fine dello secolo scorso, morto pochi anni sono. Questo Tollens, chiamato da alcuni, un po’ arditamente, il Béranger dell’Olanda, fu (e in questo solo rassomiglia al Béranger) uno dei poeti più popolari del paese; uno di quei poeti, come ve ne furono tanti in Olanda, semplici, morali, pieni di buon senso, più ricchi anzi di buon senso che d’ispirazione, che trattarono la poesia un po’ come si trattano gli affari, che non scrissero mai nulla che potesse spiacere ai loro savi parenti e ai loro savi amici, che cantaronoil loro buon Dio e il loro buon re, che espressero il carattere del loro popolo tranquillo e pratico, badando sempre a dir delle cose giuste, piuttosto che delle cose grandi; e soprattutto, coltivando la poesia a tempo avanzato, da prudenti padri di famiglia, senza rubare un minuto alle faccende della loro professione. Come tanti altri poeti olandesi (di ben’altra natura, però, e di ben altro ingegno che il suo) come per esempio, il Vondel ch’era un cappellaio, l’Hooft ch’era governatore di Muyden, il Van Lennep ch’era procuratore fiscale, il Gravenswaert ch’era consigliere di Stato, il Bogaers ch’era avvocato, il Beets che è pastore, così il Tollens esercitava, insieme colle lettere, un’altra professione: era speziale a Rotterdam, e passava quasi tutta la giornata, anche negli ultimi suoi anni, nella spezieria. Era padre di famiglia e amava teneramente i suoi figliuoli, come si rileva dalle diverse poesie che fece in occasione della nascita del loro primo, secondo e terzo dente. Scrisse canzoni e odi sopra soggetti famigliari e patriottici—fra cui l’inno nazionale dell’Olanda, inno mediocre, che il popolo canta per le strade e i ragazzi nelle scuole—e un poemetto, che è forse la migliore delle sue opere, sopra la spedizione tentata dagli Olandesi verso la fine del secolo XVI nel mare del polo. Il popolo imparò a mente quasi tutte le sue poesie e l’amò e lo predilesse sempre come il suo più fedele interprete e il suo più affettuoso amico. Ma con tutto ciò il Tollens non è considerato in Olanda come un poeta di prim’ordine; molti non lo pongono nemmeno fra quelli che seguono immediatamente i primi, e non son pochi quelli che gli rifiutano sdegnosamente la fronda sacra.
Del resto, se Rotterdam non è una città nè letteraria nè artistica, ha per compenso uno straordinario numero di istituzioni filantropiche, dei casini splendidi ove si trovan i principali giornali d’Europa, e tutti i comodi e i divertimenti d’una città ricca e civile.
Le osservazioni che ebbi occasione di fare sul carattere e sulla vita degli abitanti, cadranno più a proposito all’Aja. Dirò solo che osservai a Rotterdam, come in tutte le altre città olandesi, che nessuno lascia trasparire ombra di vanità nazionale parlando delle cose proprie. Quel: bello eh? che ne dite eh? che si sente ad ogni momento in altri paesi, là non si sente mai, nemmeno a proposito delle cose universalmente ammirate. Ogni volta ch’io dissi a un rotterdamese che la città mi piaceva, lo vidi fare un atto di leggero stupore. Parlando del loro commercio, delle loro istituzioni, non si lasciano mai sfuggire dalla bocca, non dico una espressione gonfia, ma nemmeno una parola che accenni vanto o compiacenza. Parlano quasi sempre di quello che faranno e quasi mai di quello che hanno fatto. Una delle prime domande che m’intendevo fare quando nominavo la mia patria era: “E le finanze?” Quanto al loro paese, osservai che sanno benissimo tutto quello che può esser utile disapere, e pochissimo quello che può soltanto piacere di conoscere. Cento cose, cento punti della città che avevo osservati dopo ventiquattr’ore di soggiorno a Rotterdam, molti non li avevano mai veduti, il che prova che non c’è affatto l’uso di andare a zonzo e di guardare in aria. Quando partii, i miei conoscenti mi empirono le tasche di sigari, mi raccomandarono di far dei desinari succulenti e mi diedero dei consigli sulla maniera di viaggiare con economia. Accomiatandomi, non intesi nessuno di quei clamorosi: “Che peccato! ma scriva! ma torni! ma si ricordi di noi!” che mi risonavano all’orecchio in Spagna. Null’altro che strette di mano, uno sguardo e una rivedercidetto a fior di labbra.
La mattina che partii da Rotterdam, vidi nelle strade che attraversai per andare alla stazione della strada ferrata di Delft, uno spettacolo nuovo, tutto olandese: il ripulimento delle case, che si fa due volte la settimana, nelle prime ore della mattina. Tutte le serve della città, con una sopravveste color lilla tempestata di fiorellini, cuffia bianca, grembiale bianco, calze bianche e zoccoli bianchi, colle maniche rimboccate, lavoravano a lavare le porte, i muri e le finestre. Alcune, sedute coraggiosamente sui davanzali, lavavano i vetri colle spugne, volgendo le spalle alla strada, con mezzo il busto sporgente in fuori; altre, inginocchiate sui marciapiedi, nettavan le pietre col canovaccio; altre con siringhe, con schizzetti, con pompe munite di un lungo tubo digomma elastica, come quelle che s’usano a innaffiare i giardini, stando nel mezzo della strada, vibravano contro le finestre del secondo piano dei vigorosi getti d’acqua, che ricadevano in pioggia dirotta; altre lavavan le vetrate con spugne e cenci legati in cima a canne altissime; altre strofinavan gli anelli e le lastre delle porte; altre, gli scalini delle scale; altre, i mobili portati fuor di casa; i marciapiedi erano ingombri di secchie, di secchiolini, di brocche, di innaffiatoi, di panche; sgocciolava acqua dai muri, correva acqua per la strada, da ogni parte s’incrociavano schizzi e zampilli. E, cosa singolare! mentre il lavoro in Olanda è lento e tranquillo in tutte le sue forme, quello presentava un aspetto affatto diverso. Tutte quelle ragazze avevano il viso acceso, entravano in casa, uscivano, salivano, scendevano, si sbracciavano con una sorta di furia, pigliando degli atteggiamenti acrobatici che facevano risaltare curve temerarie, senza badare a chi passava, se non quanto era necessario per tener lontana la gente, con occhiate gelose, dai marciapiedi e dai muri. Era insomma una gara, un furore di pulizia, una sorta di abluzione generale della città, che aveva qualcosa di puerile e di festoso, e facea fantasticare che fosse un rito d’una religione stravagante, che prescrivesse di purgare la città da qualche infezione misteriosa di spiriti maligni.
Andando da Rotterdam a Delft, vidi per la prima volta la campagna olandese.
È tutta una pianura, una successione di praterie verdi e fiorite, percorse da lunghe file di salici e sparse di gruppi di ontani e di pioppi. Qua e là si vedono punte di campanili, ali giranti di mulini a vento, armenti sparpagliati di grandi vacche bianche e nere, qualche pastore; e per vastissimi spazii, solitudine. Non v’è nulla che colpisca l’occhio, nulla che s’alzi, nulla che precipiti. Tratto tratto, in lontananza, passa la vela d’un bastimento, il quale scorrendo sur un canale che non si vede, pare che scorra sull’erba dei prati; e ora sparisce dietro gli alberi, ora riapparisce. La luce pallida dà alla campagna non so che di molle e di malinconico. Una bruma leggerissima fa parere ogni cosa lontana. V’è una sorta di silenzio per l’occhio, una pace di linee e di colori,un riposo di tutte le cose, nel quale sembra che lo sguardo illanguidisca e l’immaginazione si culli.
A poca distanza da Rotterdam si vede la città di Schiedam, circondata da altissimi mulini a vento che le dan l’aspetto d’una città forte coronata di torri; e in lontananza appariscono le torri del villaggio di Vlaardingen, che è una delle principali stazioni della gran pesca dell’aringa.
Da Schiedam a Delft considerai particolarmente i mulini a vento. I mulini olandesi non somiglian punto a quei decrepiti mulini che avevo visti un anno prima nella Mancia, i quali pare che stendano le loro magre braccia per chiedere soccorso al cielo e alla terra. I mulini olandesi sono grandi, forti e pieni di vita; e don Chisciotte, prima di assalirli, ci avrebbe pensato due volte. Alcuni sono in muratura, rotondi od ottagoni come torri medioevali; altri di legno, e presentano la forma d’una casetta confitta sul vertice d’una piramide. I più hanno il tetto coperto di stoppie, un terrazzino di legno che li circonda a mezza altezza, finestre colle tendine bianche, porte colorite di verde, e sulla porta, scritto l’uso a cui servono. Oltre ad assorbire le acque, essi fanno un po’ d’ogni cosa: macinano il grano, pestano i cenci, tritan la calce, frantuman le pietre, segan le legna, spremon le olive, polverizzano il tabacco. Un mulino equivale a un podere, e per fabbricarlo, per provvederlo di grano, di colza, di farina, d’olio, per mantenerlo in attività e metterne in commercio i prodotti, ci vuole una considerevolefortuna. Perciò in molti luoghi la ricchezza dei proprietarii si misura dal numero dei mulini; a mulini si calcolano le eredità; di una ragazza si dice che ha uno, due mulini a vento di dote, o due mulini a vapore, che è anche meglio; e gli speculatori, che ci son da per tutto, chiedono la mano della ragazza per sposare il mulino. Questa miriade di torri alate sparse per il paese, danno alla campagna un aspetto singolare; animano la solitudine; di notte, in mezzo agli alberi, hanno un’apparenza fantastica come d’uccelli favolosi che guardino il cielo; di giorno, da lontano, paiono enormi macchine di fuochi artificiali; girano, s’arrestano, s’affrettano, si rallentano; rompono il silenzio col loro tic tac sordo e monotono; e quando per caso s’incendiano, il che non è raro, specialmente i mulini da grano, formano una rota di fiamme, una pioggia furiosa di farina accesa, un turbinío di nuvoli di foco, un tumulto, uno splendore tremendo e magnifico, che dà l’idea d’una visione infernale.
Nel vagone, benchè ci fosse molta gente, non ebbi occasione di dire una parola, e neanco d’udirne. Eran tutti uomini maturi, con visi serii, che si guardavano in silenzio, gettando dei gran nuvoli di fumo a intervalli uguali, come se avessero voluto misurare il tempo col sigaro. Quando s’arrivò a Delft, scesi e salutai: qualcuno mi rispose con un leggero movimento delle labbra.
«Delft,» dice messer Ludovico Guicciardini, «si chiama così dalla fossa, o vuoi dir canale d’acqueche dalla Mosa vi conducono, imperocchè essi chiamano vulgarmente una fossa Delft. È distante da Rotterdam due leghe: è Terra veramente grande & bellissima in tutte le parti, con buoni & belli edifitij & strade larghe & gioconde. Fu fondata da Gioffredo cognominato il Gobbo, duca di Lotharingia, il quale per circa quattro anni occupò la contea d’Hollanda.»
Delft è la città delle disgrazie. Verso la metà del secolo decimosesto un incendio la distrusse quasi interamente; nel 1654 ci scoppiò una polveriera che mandò in aria più di duecento case; e nel 1742, vi seguì un’altra catastrofe della stessa natura. Oltre a questo, ci fu assassinato Guglielmo il Taciturno nell’anno 1584. E per giunta, vi decadde, ne sparì quasi un’industria ch’era la sua gloria e la sua ricchezza: l’industria della maiolica, nella quale gli artisti olandesi avevan cominciato coll’imitare le forme e i disegni delle porcellane chinesi e giapponesi, e poi eran riusciti a far dei lavori ammirabili, che riunivano il carattere asiatico al carattere olandese, e si spandevano per tutta l’Europa settentrionale, ed oggi ancora sono ricercati dagli amatori di quell’arte, quasi altrettanto che i più bei lavori d’Italia.
Ora Delft non è più nè città d’industrie, nè città di commercio; e i suoi ventiduemila abitanti vivono in una pace profonda. Ma è una delle città più graziose e più olandesi dell’Olanda. Le strade son larghe, percorse da canali ombreggiati da duefile d’alberi, fiancheggiate da casette rosse, pavonazze, rosee, listate di bianco, che sembran contente d’esser pulite; ad ogni crocicchio s’incontrano e si corrispondono due o tre ponti di pietra o di legno colle spallette tinte di bianco; non si vede che qualche barcone immobile che par che gusti la dolcezza dell’ozio; poca gente, le porte chiuse, nessun rumore.
Mi diressi verso la Nuova chiesa guardando qua e là se c’erano i famosi nidi delle cicogne; ma non ne vidi. La tradizione delle cicogne di Delft è però sempre viva, e non c’è viaggiatore che scriva di quella città senza rammentarla. Il Guicciardini la chiama «cosa memorabile e tale che di cosa simile non c’è forse memoria alcuna antica o moderna.» Il fatto avvenne al tempo del grande incendio che distrusse quasi tutta la città. V’erano in Delft innumerevoli nidi di cicogne. Bisogna sapere che le cicogne son gli uccelli prediletti dell’Olanda; gli uccelli del buon augurio, come le rondini; che son cercate da per tutto, perchè fanno la guerra ai rospi e ai topi; che i contadini piantano delle pertiche con su un gran disco di legno per attirarle a farvi il nido; e che in alcune città si vedon passeggiar per le strade. A Delft dunque ve n’erano dei nidi innumerevoli. Quando l’incendio scoppiò, che fu il tre di maggio, i cicognini erano già grandicelli; ma non potevano ancora volare. Vedendo avvicinarsi il fuoco, le cicogne padri e madri tentarono di portare in salvo i loro piccini; ma eran già troppo pesanti; e dopoaver fatto ogni sorta di sforzi disperati, i poveri animali stanchi e atterriti ci dovettero rinunziare. Avrebbero potuto salvarsi e abbandonare i piccini alla loro sorte, come fanno per lo più le creature umane in simili casi. Restarono invece nei nidi, strinsero i piccini intorno a sè, vi stesero sopra le ali come per ritardare almeno d’un momento la loro fine, e così aspettarono la morte, e rimasero esanimi in quell’atteggiamento amoroso ed altiero. E chi sa che in quel orribile fuggi fuggi dell’incendio, l’esempio del sacrifizio, del martirio volontario di quelle povere madri, non abbia ridato coraggio a qualche pusillanime che stava per abbandonare chi aveva bisogno di lui!
Nella grande piazza dov’è la nuova chiesa, rividi delle botteghe, che avevo già osservato a Rotterdam, nelle quali tutti gli oggetti che si possono attaccare l’uno all’altro, sono appesi fuor della porta o nell’interno, in modo da formare delle ghirlande, dei festoni, delle tende, di scarpe, per esempio, di pentole, d’innaffiatoi, di ceste, di secchiolini, che spenzolano dal soffitto fino quasi in terra e qualche volta nascondono quasi completamente il fondo della stanza. Le insegne sono come a Rotterdam; una bottiglia di birra appesa a un chiodo, un pennello, una scatola, una scopa, e i soliti testoni colla bocca spalancata.
La nuova chiesa, fondata verso la fine del decimoquarto secolo, è per l’Olanda quello che è l’abbazia di Westminster per l’Inghilterra. È un grandeedifizio, cupo di fuori, nudo dentro; una prigione piuttosto che una casa di Dio. Lo tombe sono in fondo, dietro il recinto delle panche.
Appena entrato, vidi lo splendido mausoleo di Guglielmo il Taciturno; ma il custode mi arrestò dinanzi alla tomba semplicissima di Ugo Grotius, ilprodigium Europæ, come lo chiama l’epitaffio, il grande giureconsulto del secolo XVII; quel Grotius che scriveva versi latini a nove anni, che componeva odi greche a undici, che trattava tesi di filosofia a quattordici, che accompagnava tre anni dopo l’illustre Barneveldt nella sua ambasciata a Parigi, dove Enrico IV, presentandolo alla sua corte, diceva: «Ecco il miracolo dell’Olanda;» quel Grotius che a diciott’anni era illustre come poeta, come teologo, come commentatore, come astronomo e faceva una prosopopea della città d’Ostenda, che il Casaubon traduceva in versi greci e il Malherbe in versi francesi; quel Grotius che appena ventiquattrenne esercitava la carica d’avvocato generale d’Olanda e di Zelanda e scriveva un celebre trattato dellaLibertà dei mari; che a trenta era consigliere pensionario della città di Rotterdam; poi fautore del Barneveldt, perseguitato, condannato a prigionia perpetua e chiuso nel castello di Loevestein, dove scriveva il trattato delDiritto della pace e della guerra, che fu per lungo tempo il codice di tutti i pubblicisti d’Europa; poi salvato miracolosamente da sua moglie, che si fece portare nella sua prigione dentro un cofano creduto pieno di libri, erimandò il cofano con lui dentro, rimanendo prigioniera invece sua; poi ospitato da Luigi XIII, nominato ambasciatore in Francia da Cristina di Svezia, e infine tornato trionfante in patria e morto a Rostock carico d’anni e di gloria.
Il mausoleo di Guglielmo il Taciturno è nel mezzo della chiesa. È una sorta di tempietto di marmo nero e bianco, carico d’ornamenti e sostenuto da piccole colonne, in mezzo alle quali s’alzano quattro statue che rappresentano la Libertà, la Prudenza, la Giustizia e la Religione. Sopra il sarcofago è distesa la statua del principe, di marmo bianco, e ai suoi piedi, l’effigie del piccolo cane che gli salvò la vita all’assedio di Malines, svegliandolo coi latrati una notte che dormiva sotto la tenda, mentre due Spagnuoli s’avvicinavano di soppiatto per assassinarlo. Ai piedi di questa statua sorge una bella figura di bronzo, che simboleggia la Vittoria, coll’ali spiegate, e appoggiata sopra le sole dita del piede sinistro; e dalla parte opposta del tempietto, un’altra statua di bronzo, che rappresenta Guglielmo, seduto, rivestito dell’armatura, col capo scoperto e l’elmo ai piedi. Un’iscrizione latina dice che il monumento fu consacrato dagli Stati d’Olanda, «all’eterna memoria di quel Guglielmo di Nassau, che Filippo II, timor d’Europa, temette, non domò, non atterrì; ma spense con frode nefanda.» Accanto a Guglielmo son sepolti i suoi figli, e nella critta sotto la tomba, tutti i principi della sua dinastia.
Davanti a questo monumento, anche il viaggiatore più leggiero e più trascurato si sente come incatenato e costretto a pensare.
È bello rappresentarsi la lotta enorme di cui riposa in quella tomba il vincitore.
Da una parte è Filippo II, dall’altra Guglielmo d’Orange. Filippo II, chiuso nella solitudine sinistra dell’Escuriale, è nel mezzo d’un impero che abbraccia la Spagna, il settentrione e il mezzogiorno d’Italia, il Belgio e l’Olanda; in Africa, Oran, Tunisi, gli arcipelaghi del Capoverde e delle Canarie; in Asia le isole Filippine; in America, le Antille, il Messico, il Perù; è marito della regina d’Inghilterra; è nipote dell’imperatore d’Alemagna, che gli obbedisce quasi come un vassallo; è signore, si può dire, d’Europa, poichè non gli son vicini che popoli infiacchiti dalle discordie politiche e religiose; ha sotto la mano i soldati più agguerriti d’Europa, i più grandi capitani del secolo, l’oro americano, l’industria fiamminga, la scienza italiana, un esercito di delatori sparpagliati in tutte le corti, uomini eletti di tutti i paesi, fanaticamente devoti a lui, strumenti inconsapevoli o convinti dei suoi voleri; è il più astuto, il più misterioso principe del suo tempo; ha per sè tutto quello con cui s’incatena, si corrompe, si spaventa e si strascina il mondo: le armi, la ricchezza, la gloria, il genio, la religione. Ebbene, davanti a quest’uomo formidabile, intorno al quale tutto piega, Guglielmo d’Orange si solleva.
Quest’uomo senza regno e senza esercito è più potente di lui. Come lui, è stato discepolo di Carlo V,e ha imparato l’arte con cui si fondano i troni e l’arte con cui si fanno precipitare. Come lui è astuto e impenetrabile; ma vede più profondamente cogli occhi dell’intelletto nell’avvenire. Possiede, come il suo nemico, la facoltà di leggere nell’anima degli uomini; ma ha sopra di lui la facoltà di guadagnare i cuori. Ha una buona causa da sostenere; ma sa valersi di tutte le arti con cui si sostengono le cattive. Filippo II, che spia e indovina tutti gli uomini, è alla sua volta spiato e indovinato da lui. I disegni del gran re sono scoperti e sventati prima ancora che messi in opera; mani misteriose frugano nelle sue cassette e nelle sue tasche, e rimestano le sue carte segrete; Guglielmo, dall’Olanda, legge nella mente a Filippo, nell’Escuriale; previene, arresta, scompiglia tutte le sue trame; gli scava il terreno sotto i piedi; lo provoca e lo sfugge e gli ritorna perpetuamente dinanzi come un fantasma ch’egli vede e non può afferrare, che afferra e non può distruggere. E infine muore, ma la vittoria rimane a lui morto, e la sconfitta al nemico che sopravvive. L’Olanda riman per poco senza capo, ma la monarchia spagnuola ha avuto un tale tracollo che non si potrà mai più rilevare.
In questa lotta prodigiosa, nella quale la figura del gran Re rimpicciolisce via via fin che dispare dalla scena del mondo, il principe d’Orange grandeggia e si solleva man mano fino ad essere la più gloriosa figura del suo secolo. Il giorno in cui, essendo ostaggio presso il Re di Francia, scopre ildisegno di Filippo, di stabilire l’Inquisizione nei Paesi Bassi, quel giorno egli consacra sè stesso alla difesa delle libertà della sua patria e in tutta la vita non vacilla più un momento sulla via che ha intrapresa. I vantaggi della nobiltà dei natali, una fortuna reale, la pace e la vita splendida che amava per natura e per costume, sacrifica tutto alla sua impresa; si riduce povero e proscritto, e nella proscrizione e nella povertà respinge costantemente le offerte di perdoni e di favori che gli vengon fatte da mille parti e per mille vie dal nemico che l’odia e che lo teme. Circondato d’assassini, fatto bersaglio delle calunnie più atroci, accusato persino di vigliaccheria dinanzi al nemico e dell’assassinio d’una sposa che adorava, guardato qualche volta con diffidenza, calunniato, osteggiato dal medesimo popolo ch’egli difende, sopporta tutto in silenzio, con dolcezza. Va diritto alla sua mèta affrontando pericoli infiniti con coraggio tranquillo. Non piega, non adula mai il popolo, non si lascia trascinare dalle passioni del suo paese; è sempre lui che guida, sempre alla testa, il primo; tutto si raggruppa intorno a lui; è la mente, la coscienza e il braccio della rivoluzione; il focolare che irradia e che conserva il calore della vita nella sua patria. Grande per audacia e per prudenza, procede integro in un tempo di spergiuri e di perfidie; riman mite, in mezzo ad uomini violenti; conserva le mani immaculate, mentre tutte le corti d’Europa si macchiano di sangue. Con un esercito raccogliticcio, con alleatideboli od incerti, intralciato dalle discordie interne di luterani e calvinisti, di nobili e di borghesi, di magistrati e di popolo, senza alcun grande capitano, dovendo lottare contro lo spirito municipale delle provincie che s’adombrano della sua autorità e sfuggono sotto la sua mano, egli trionfa in una lotta che sembra superiore alle forze umane; stanca il duca d’Alba, stanca il Requescens, stanca don Giovanni d’Austria, stanca Alessandro Farnese; manda a vuoto le trame dei principi stranieri che vogliono soccorrere il suo paese per assoggettarlo; conquista simpatie e strappa aiuti da ogni parte d’Europa; e compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia, fonda uno stato libero a dispetto d’un Impero ch’era lo spavento dell’universo.
Quest’uomo così tremendo e così grande in faccia al mondo, era pure un marito e un padre affettuoso, un amico e un compagno affabile, amante delle brigate allegre, dei conviti; ospite magnifico e gentile. Era colto; sapeva oltre il fiammingo, il francese, il tedesco, lo spagnuolo, l’italiano, il latino; discorreva dottamente di ogni cosa. Benchè soprannominato il Taciturno (più per aver serbato lungo tempo il segreto scoperto alla corte di Francia, che per abitudine che avesse di tacere) era uno degli uomini più eloquenti del suo tempo. Era semplice di maniere, modesto nel vestire, amava e si faceva amare dal popolo; passeggiava per le strade della città, solo, senza cappello; s’intratteneva cogli operai e coi pescatori, che gli offrivano da bere nei lorobicchieri; ascoltava i loro ricorsi, componeva le loro liti, entrava nelle case a ristabilir la concordia nelle famiglie; ed era chiamato da tutti padre Guglielmo. E fu infatti padre, piuttosto che figlio, della sua patria. Il sentimento d’ammirazione e di gratitudine che vive ancora per lui nel cuore degli Olandesi, ha tutta l’intimità e la tenerezza d’un affetto figliale; il suo venerato nome suona ancora su tutte le bocche; la sua grandezza, spoglia d’ogni ornamento e d’ogni velo, è rimasta intera, netta, salda, come l’opera sua.
Vista la tomba, andai a vedere il luogo dove il principe d’Orange fu assassinato. Ma dopo aver ricordato com’egli visse, bisogna ricordare com’egli morì.
Nell’anno 1580, Filippo II aveva pubblicato un editto col quale prometteva una ricompensa di venticinque mila scudi d’oro e un titolo di nobiltà a colui che uccidesse il principe d’Orange. Quest’editto infame, che stimolava a un tempo la cupidigia e il fanatismo, aveva fatto pullulare da ogni parte assassini, che s’aggiravano intorno al principe d’Orange, con falsi nomi e con armi nascoste, spiando l’occasione. Un giovane biscaglino, di nome Jaureguy, cattolico fervente, al quale un frate domenicano aveva promesso la gloria del martirio, fece il primo tentativo. Si preparò col digiuno e colla preghiera, udì la messa, prese la comunione, si coperse di reliquiesacre, penetrò nel palazzo dell’Orange, e accostandosi al principe in atto di porgergli una supplica, gli tirò un colpo di pistola nel capo. La palla gli attraversò la mascella, ma la ferita non fu mortale; il principe d’Orange guarì. L’assassino fu straziato in sull’atto a colpi di spada e d’alabarda; poi squartato sulla piazza pubblica; e le sue membra appese a una delle porte d’Anversa, dove rimasero fin che il duca di Parma essendosi impadronito della città, i Gesuiti le raccolsero e le presentarono come reliquie alla venerazione dei fedeli.
Poco tempo dopo fu sventata un’altra congiura contro la vita del principe. Un gentiluomo francese, un italiano e un vallone, che lo seguivano da qualche tempo col proposito d’ucciderlo, furono scoperti e arrestati. Uno d’essi si uccise in prigione con una coltellata, l’altro fu strangolato in Francia, il terzo riuscì a fuggire, dopo aver confessato che tutti e tre avevano congiurato insieme per ordine espresso del duca di Parma.
In questo frattempo gli agenti di Filippo percorrevano il paese istigando i ribaldi all’assassinio colla promessa di tesori, e i preti e i frati istigavano i fanatici colla promessa dell’aiuto e della ricompensa del cielo. Altri assassini tentarono. Uno spagnuolo, scoperto e arrestato, fu squartato ad Anversa; un ricco negoziante, di nome Hans Jansen, fu ucciso a Flessinga. Parecchi avevano offerto il loro braccio al principe Alessandro Farnese e n’avevano ricevuto incoraggiamenti e denari. Il principed’Orange, che sapeva tutto questo, nutriva un vago presentimento della sua prossima morte, lo diceva ai suoi famigliari, e rifiutando di prendere qualsiasi misura per assicurare la propria vita, rispondeva a chi gli dava quel consiglio: «È inutile. Dio sa il conto dei miei anni. Egli ne dispone a sua volontà. Se v’è qualche miserabile che non teme la morte, la mia vita è in sua balía, per quanto io mi guardi.»
Otto assassinii, prima di quello che riuscì, furono tentati contro di lui.
Al tempo in cui l’ultimo fu consumato, nell’anno 1584, quattro scellerati, senza sapere l’uno dell’altro, un inglese, uno scozzese, un francese e un lorenese, stavano a Delft, dove si trovava il principe di Orange, aspettando tutti e quattro l’occasione di assassinarlo. Oltre a questi, c’era da qualche tempo un giovane di 27 anni, della Franca Contea, cattolico, che si faceva passare per protestante, di nome Guyon, figlio di Pietro Guyon che era stato giustiziato a Besançon per aver abbracciato il calvinismo. Questo nominato Guyon, il cui vero nome era Baldassarre Gerard, faceva credere d’esser fuggito alle persecuzioni dei cattolici, menava una vita austera, assisteva a tutti gli esercizi del culto evangelico; in poco tempo, si era acquistato la fama di santo. Dicendo d’esser andato a Delft per domandar l’onore d’essere ammesso al servizio del principe d’Orange, ottenne colla raccomandazione d’un ministro protestante d’essergli presentato; gl’ispirò fiducia; e fu da lui destinato ad accompagnare il signor di Schonewalle, inviato degli Stati d’Olanda alla corte di Francia. Poco tempo dopo tornò a Delft per dare al principe Guglielmo la notizia della morte del duca d’Angiò; e si presentò al convento di Sant’Agata dove il principe soggiornava colla sua corte. Era la seconda domenica di luglio. Guglielmo lo ricevette nella sua camera, stando a letto. Eran soli. Baldassarre Gerard ebbe forse in quel momento la tentazione d’ucciderlo: ma non aveva armi, si contenne, e dissimulando la sua impazienza, rispose tranquillamente a tutte le domande. Guglielmo gli diede una piccola somma di denaro, gli disse di prepararsi a ripartire per Parigi e gli ordinò di tornare il giorno seguente a prender le lettere e il passaporto. Col danaro ricevuto dal principe, il Gerard comprò due pistole da un soldato (il quale s’uccise quando seppe a che uso le sue armi eran servite) e il giorno dopo, il dieci luglio, si ripresentò al convento di Sant’Agata. Il principe Guglielmo, accompagnato da parecchie dame e signori della sua famiglia, scendeva le scale per andare a desinare in una sala a terreno, e dava il braccio alla principessa d’Orange, sua quarta moglie; quella gentile e sventurata Luisa di Coligny, che nella notte di san Bartolommeo aveva visto uccidere ai suoi piedi l’ammiraglio suo padre e il signor di Téligny suo marito. Baldassarre gli andò incontro, lo arrestò e lo pregò di firmare il suo passaporto. Il principe gli disse di ripassare più tardi ed entrò nella sala. Nemmeno un’ombra di sospetto gli era passata per la mente.Ma Luisa di Coligny, resa cauta e sospettosa dalla sventura, s’era turbata. Quell’uomo pallido, avvolto in un lungo mantello, le aveva fatto un’impressione sinistra; le era parso che la sua voce fosse alterata e il suo volto convulso. Durante il desinare, manifestò i suoi sospetti a Guglielmo, e gli domandò chi fosse quell’uomo «che aveva la più cattiva fisonomia ch’essa avesse mai vista.» Il principe sorrise, le disse che era il Guyon, la rassicurò, fu gaio come sempre durante il desinare, e finito che ebbe uscì tranquillamente per risalire alle sue stanze. Il Gerard l’aspettava sotto una vòlta oscura, accanto alla scala, nascosto nell’ombra della porta. Appena vide comparire il principe, s’avanzò, gli fu addosso nel momento che metteva il piede sul secondo scalino, gli sparò una pistola carica di tre palle nel mezzo del petto, e si diede alla fuga. Il principe vacillò e cadde fra le braccia d’uno scudiero; tutti accorsero; egli disse con voce spenta: “Son ferito.... mio Dio, abbi pietà di me e del mio povero popolo!” Era tutto intriso di sangue. Sua sorella Caterina di Schwartzbourg, gli domandò: “Raccomandi la tua anima a Gesù Cristo?” Egli rispose con un filo di voce: “Sì.” Fu la ultima sua parola. Lo posero a sedere sopra uno scalino, lo interrogarono: non era più in sè. Lo portarono in una stanza vicina, e spirò.
Il Gerard aveva attraversato le scuderie, era fuggito dal convento e arrivato sul bastione della città di dove contava saltar giù nel fosso e raggiungere a nuotola riva opposta dove l’aspettava un cavallo sellato. Ma fuggendo, aveva lasciato cadere il cappello e la seconda pistola. Un servitore e un alabardiere del principe, visto quella traccia, si slanciano dietro di lui. Nel punto che sta per spiccare il salto, incespica, i due insecutori sopraggiungono e lo afferrano. “Traditore d’inferno!” gli gridano. Egli risponde con calma: “Non sono un traditore; sono un servitore fedele del mio signore.”—“Di qual signore?” gli domandano. “Del mio signore e padrone il Re di Spagna,” risponde il Gerard. Sopraggiungono altri alabardieri e paggi del principe e lo trascinano in città pestandolo coi pugni e coll’else delle spade. Credendo, dai discorsi che intende, che il principe non sia morto, lo sciagurato esclama con una tranquillità sinistra: “Sia maledetta la mano che fallì il colpo.”
Questa deplorevole sicurtà d’animo non lo abbandonò un momento. Dinanzi al tribunale, nei lunghi interrogatorii, nella cella dove fu gettato carico di ferri, egli si mantenne inalterabilmente calmo. Sopportò i tormenti che accompagnarono il giudizio, senza lasciarsi sfuggire un grido. Fra un tormento e l’altro, mentre gli aguzzini riposavano, parlava tranquillamente, senza ostentazione. Mentre lo straziavano, sollevando di tratto in tratto dal banco della tortura la testa insanguinata, diceva: «Ecce homo.» Fece più volte ringraziare i giudici del nutrimento che gli accordavano e scrisse di suo pugno le sue confessioni.
Era nato a Vuillafans, nella contea di Borgogna, aveva studiato leggi presso un procuratore di Dôle, e là aveva manifestato per la prima volta il suo desiderio d’uccidere Guglielmo, configgendo una daga in una porta e dicendo: “Così vorrei piantare un pugnale nel petto del principe d’Orange!” Tre anni dopo, intesa la notizia del bando di Filippo II, era andato, col disegno dell’assassinio, a Lussemburgo, dove l’aveva arrestato la falsa notizia della morte di Guglielmo corsa dopo l’attentato dell’Jaureguy. Poco dopo, saputo che il principe viveva ancora, aveva ripreso il suo disegno, ed era andato a Malines per chieder consigli ai gesuiti, i quali l’avevano incoraggiato promettendogli che, se fosse morto nell’impresa, sarebbe stato assunto alla gloria dei martiri. Allora era andato a Tournai, s’era presentato ad Alessandro Farnese, aveva ricevuto una conferma delle promesse del re Filippo, era stato approvato e incoraggiato dai confidenti del principe e dai ministri di Dio, s’era fortificato colla lettura della Bibbia, coi digiuni, colle preghiere, e così preso da un’esaltazione divina, sognando gli angeli e il paradiso, era partito per Delft e aveva compiuto «il suo dovere di buon cattolico e di suddito fedele.»
Ripetè più volte le sue confessioni ai giudici; non pronunziò una parola di rammarico o di pentimento; si vantò anzi del suo delitto; disse ch’era un nuovo Davide che aveva atterrato un nuovo Golía; dichiarò che se non avesse ancora ucciso il principe d’Orange, sarebbe stato disposto ad ucciderlo; il suo coraggio, la sua calma, il suo disprezzo della vita, la sua profonda convinzione d’aver compiuto una missione santa e di morire glorioso, sgomentò i suoi giudici; fu creduto invaso dal demonio; si fecero delle indagini; fu interrogato egli stesso; ma rispose sempre che non aveva mai avuto relazione che con Dio.
La sentenza gli fu letta il 14 luglio; fu un delitto, come dice uno storico illustre, contro la memoria del grand’uomo che voleva vendicare; una sentenza da far cadere svenuto uno che non avesse la sua sovrumana fortezza.
Fu condannato ad aver la mano chiusa ed arsa in un tubo di ferro infocato; le braccia, le gambe e le coscie dilaniate con tanaglie roventi; il ventre squarciato, strappato il cuore e sbattutogli sul viso; la testa spiccata dal busto e confitta sopra una picca; il corpo fatto in quattro, e ogni parte appesa a una forca sopra una delle porte principali della città.
Udendo l’enumerazione di questi supplizi orrendi, quello sciagurato non impallidì, non fece un segno che significasse terrore, o dolore, o stupore. Aperse il suo vestito, mise a nudo il suo petto, e con voce ferma, fissando gli occhi imperterriti in viso ai suoi giudici, ripetè le sue solite parole: «Ecce homo!»
Che cos’era quest’uomo? Soltanto un fanatico, come molti credettero, o un mostro di scelleratezza, come ritennero altri, o le due cose insieme, aggiuntavi un’ambizione forsennata?
Il giorno dopo fu eseguita la sentenza. Gli apparecchi del supplizio furono fatti sotto i suoi occhi: egli li guardò con indifferenza. L’aiutante del carnefice cominciò per spezzare a colpi di martello la pistola, strumento del delitto. Al primo colpo, la testa del martello cadde e ferì nell’orecchio un altro aiutante: il popolo rise, il Gerard rise pure. Quando salì sul patibolo il suo corpo era già orribile a vedersi. Mentre la sua mano crepitava e fumava nel tubo rovente, stette muto; mentre le tanaglie infocate gli laceravano le carni, non gettò un grido; quando il coltello gli penetrò nelle viscere, chinò la testa, e mormorando qualche parola incomprensibile, spirò.
La notizia della morte del principe d’Orange aveva sparso nel paese una costernazione immensa. Il suo corpo fu esposto per un mese sur un letto funebre, intorno al quale il popolo accorse a inginocchiarsi ed a piangere. I suoi funerali furon degni d’un re: v’intervennero gli Stati Generali delle Provincie unite, il Consiglio di Stato, gli Stati d’Olanda, i magistrati, i ministri della religione, i principi della casa di Nassau; dodici gentiluomini portavano la bara; quattro gran signori tenevano i cordoni del panno mortuario; seguiva il cavallo del principe, splendidamente bardato, condotto dal suo scudiero; e si vedeva, in mezzo al corteo dei conti e dei baroni, un giovane di diciott’anni, che doveva raccogliere la gloriosa eredità del defunto, umiliare gli eserciti spagnuoli, e costringere la Spagna a chieder tregua, e a riconoscere l’indipendenza delle provincie unite. Quel giovane era Maurizio d’Orange, figlio di Guglielmo, al quale gli Stati d’Olanda, poco tempo dopo la morte del padre, conferirono la dignità di Statoldero, e affidarono poi il comando supremo delle forze di terra e di mare.
E mentre l’Olanda piangeva la morte del principe d’Orange, in tutte le città soggette al re di Spagna il clero cattolico festeggiava l’assassinio e l’assassino; i gesuiti lo esaltavano come un martire; l’Università di Louvain pubblicava la sua apologia; i canonici di Bois-le-Duc cantavano ilTe Deum. Qualche anno dopo, la famiglia del Gerard riceveva dal re di Spagna un titolo di nobiltà e le terre del principe d’Orange confiscate nella Borgogna.
La casa dove il principe d’Orange fu assassinato, esiste ancora; è un edificio d’aspetto cupo, con finestre centinate e una stretta porta, che forma parte del chiostro d’una antica chiesa consacrata a sant’Agata, e porta ancora il nome di Prinsenhof benchè serva ora di caserma all’artiglieria. Domandai il permesso d’entrare all’ufficiale di guardia; un caporale, che sapeva un po’ di francese, mi accompagnò; attraversammo un cortile pieno di soldati e arrivammo al luogo memorabile. Vidi la scala che saliva il principe quando fu ferito, l’angolo oscuro dove s’era rimpiattato il Gerard, la porta della sala dove lo sventurato Guglielmo desinò per l’ultima volta, e le traccie delle palle nel muro, in un piccolo spazio imbiancato, con un’iscrizione olandese che rammenta che là morì il padre della patria. Il caporale mi accennò per dove era fuggito l’assassino. Mentre io guardavo intorno con quella curiosità pensierosa che si prova nei luoghi di grandi delitti, salivano e scendevano soldati; si soffermavano a guardarmi e poi scappavano cantando e fischiando; altri mi ronzavano intorno; alcuni ridevano forte nel cortile; e tutta quell’allegria giovanile faceva colla triste solennità delle memorie del luogo, un contrasto vivo e commovente, come una festa di fanciulli nella stanza dov’è morto l’avo di cui hanno cara la memoria.
In faccia alla caserma, v’è la più antica chiesa di Delft, che contiene la tomba di quel famoso ammiraglio Tromp, il veterano della marina olandese, che vide trentadue battaglie di mare, sconfisse nel 1652, alla battaglia detta delle Dune, la flotta inglese, comandata dal Blake, e rientrò in patria con una scopa appesa al grand’albero della nave ammiraglia, per indicare che aveva spazzato gl’inglesi dal mare. V’è la tomba di Pietro Hein, che diventò di semplice pescatore grande ammiraglio e fece quella memorabile retata di bastimenti spagnuoli che portavano nei fianchi più di undici milioni di fiorini. V’è la tomba del Leuwenhoek, il padre della scienza dell’infinitamente piccino, quegli che colvetro indagatore, come dice il Parini,vide a nuoto nell’onda genitale il picciol uomo. La chiesa ha un alto campanile sormontato da quattro torricine coniche, e inclinato come la torre di Pisa, per essergli ceduto sotto il terreno. In una cella diquesto campanile fu rinchiuso il Gerard la notte che seguì l’assassinio.
A Rotterdam m’avevan dato una lettera per un cittadino di Delft, colla quale lo pregavano di farmi vedere la sua casa. «Egli desidera» diceva la lettera «di penetrare i misteri d’una vecchia casa olandese: sollevategli per un momento la cortina del santuario.» Non mi fu difficile di trovar la casa, e appena la vidi, dissi tra me:—È il fatto mio!
Era una casetta all’estremità d’una strada che finiva nella campagna, d’un sol piano, rossa, colla facciata a collo, posta quasi sull’orlo d’un canale, e un po’ inclinata innanzi come per specchiarsi nell’acqua, con un bel tiglio davanti che si allargava sulle finestre come un grande ventaglio; e un ponte levatoio in dirittura della porta. V’eran le tendine bianche, la porta verde, i fiori, gli specchietti; era un modellino di casa olandese.
La strada era deserta; prima di picchiare alla porta, stetti un po’ a guardare e a pensare. Quella casa mi faceva capire l’Olanda meglio di tutti i libri che avevo letti. Era insieme l’espressione e la ragione dell’amor della famiglia, dei desiderii modesti, dell’indole indipendente del popolo olandese. Nei nostri paesi non c’è la vera casa; non ci sono che scompartimenti di caserme, abitazioni astratte, che non han nulla di nostro, nelle quali viviamo nascosti, ma non soli, udendo mille rumori di gente estranea, che turba i nostri dolori coll’ecodelle sue gioie, o le nostre gioie coll’eco dei suoi dolori. La vera casa è in Olanda, la casa personale, distinta dalle altre, pudica, circospetta, e appunto perchè distinta dalle altre, nemica dei misteri e degl’intrighi; tutta lieta, quando è lieta la famiglia che l’abita, e quando questa è trista, tutta trista. In quelle case, con quei canali e quei ponti levatoi, ogni modesto cittadino sente un po’ della dignità solitaria d’un castellano, o di un comandante di fortezza, o di un capitano di bastimento; e vede infatti dalle sue finestre, come da quelle di un bastimento immobile, una pianura uniforme e sconfinata, che gl’ispira gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti liberi e gravi che ispira il mare. Gli alberi che circondano la sua casa quasi d’un vestimento di verzura, non ci lasciano penetrare che una luce rotta e discreta; la barca carica di mercanzie scivola mollemente davanti alla sua porta; non ode scalpitío di cavalli, non chiocchi di frusta, non canti, non grida; intorno a lui tutti i movimenti della vita son silenziosi e lenti; tutto spira pace e dolcezza; e il campanile della chiesa vicina gli annunzia l’ora con un’onda d’armonia riposata e costante come i suoi affetti e il suo lavoro.
Picchiai alla porta, mi aprì il padron di casa, gli porsi la lettera, lesse, mi diede uno sguardo scrutatore e mi fece entrare. Segue così quasi sempre. Gli Olandesi, di primo abbordo, son diffidenti. Noi, al primo venuto che ci porta una lettera di raccomandazione, apriamo le braccia come se fosseil nostro più intimo amico; e spesso poi non facciamo per lui il bellissimo nulla. Gli Olandesi, invece, accolgono freddamente, qualche volta anzi in un modo che fa rimaner lì quasi mortificati; ma poi vi prestano mille servigi, colla migliore volontà del mondo, e senz’aver mai l’aria di fare una cortesia.
Il di dentro della casa corrispondeva perfettamente al di fuori: pareva l’interno d’un bastimento. Una scala a chiocciola, di legno, lucente come l’ebano, conduceva alle stanze alte. Sulla scala, dinanzi alle porte, sugli impiantiti, v’erano stuoie e tappeti. Le stanze eran piccine come celle; i mobili nitidissimi; le lastre, le maniglie, i chiodi, le borchie, tutti gli ornamenti di metallo, luccicanti come se fossero usciti allora dalle mani del brunitore; e da ogni parte v’era un ripieno di vasi di porcellana, di tazze, di lumi, di specchi, di quadretti, di stipi, di cantoniere, di ninnoli, di oggettini d’ogni forma e d’ogni uso, meravigliosamente puliti, che attestavano i mille piccoli bisogni che crea l’amore della vita sedentaria, l’attività previdente, la cura continua, il gusto del piccino, il culto dell’ordine, l’economia industriosa dello spazio, il soggiorno, in fine, d’una donna casalinga e tranquilla.
La Dea di quel tempietto, che non parlava o non osava parlare il francese, era nascosta in non so qual penetrale che non mi riuscì d’indovinare.
Scendemmo a veder la cucina: era uno splendore. Quando tornai a casa, ne feci la descrizione in presenza di mia madre, alla fantesca, che si piccadi pulizia, e rimase annichilita. Le pareti erano bianche come la neve intatta; le casseruole riflettevano gli oggetti come specchi; la cappa del cammino era ornata d’una specie di tendinetta di mussolina come il cielo d’un letto, senza la menoma traccia di fumo; il muro, sotto la cappa, era rivestito di lastrine quadrate di maiolica, pulite come se non ci avessero mai acceso il fuoco; gli alari, la paletta, le molle, le asticciuole della catena, parevan d’acciaio brunito. Una signora vestita da ballo avrebbe potuto girar per quella stanza, ficcarsi in tutti gli angoli e toccare ogni cosa, senza contaminare d’un punto nero la sua bianchezza.
In quel mentre la fantesca faceva la pulizia, e il mio ospite la commentava: “Per avere un’idea di cos’è la pulizia da noi,” diceva “bisognerebbe tener dietro per un’ora al lavoro di queste donne. Qui s’insapona, si lava e si spazzola una casa tal e quale come una persona. Non è una pulitura, è una toeletta. Si soffia nella commessura dei mattoni, si fruga negli angoli colle unghie e cogli spilli, si fa una pulizia minuta al segno da stancare la vista non meno delle braccia. È una vera passione nazionale. Queste ragazze, che sono ordinariamente flemmatiche, il giorno stabilito per la pulizia, escono dal loro carattere, diventan frenetiche. Allora noi non siamo più padroni della casa. C’invadono le stanze, ci scacciano, ci spruzzano, mettono ogni cosa sottosopra; per loro è un tripudio; sono come le baccanti della pulizia; si esaltano lavando.”
Gli domandai da che credeva che derivasse questa sorta di manía per cui è famosa l’Olanda. Mi disse le ragioni che mi dissero poi mille altri: l’atmosfera del loro paese che intacca straordinariamente il legno e i metalli; l’umidità, la ristrettezza delle case e la moltiplicità degli oggetti, che favoriscono il sudiciume; la sovrabbondanza dell’acqua che agevola il lavoro; un certo bisogno dell’occhio, a cui la pulizia finisce col parere bellezza; e infine, l’emulazione che spinge tutte le cose all’eccesso. “Ma non è questa” soggiunse “la parte più pulita dell’Olanda: l’eccesso, il delirio della pulizia lo vedrà nelle provincie settentrionali.”
Uscimmo a passeggiare per la città. Non era ancora mezzogiorno: si vedevano serve da tutte le parti, vestite tale e quale come quelle di Rotterdam. Cosa singolare, tutte le donne di servizio, in Olanda, da Rotterdam a Groninga, da Haarlem a Nimega, sono vestite dello stesso colore: un vestito lilla chiaro, tempestato di fioretti, di stelle o di crocine; e per far la pulizia, portan tutte una cuffietta da malate e un paio di enormi zoccoli bianchi. Da principio credetti che formassero tutte insieme una qualche corporazione nazionale che avesse fra i suoi statuti l’uniformità del vestiario. Son per lo più giovanissime, perchè donne attempate non reggerebbero alle fatiche che devon durare, bionde, tonde, con le curve posteriori (osservazione del Diderot) spropositate; pochissime belle, nel senso stretto della parola; ma d’un bianco e d’un roseo meraviglioso,che par che schiattino dalla salute, e ci si debba sentir riavere a premerci la guancia contro la guancia. Le loro forme pienotte e i loro bei colori ricevon poi una grazia particolare dal loro vestire casalingo; sopratutto la mattina che han le maniche rimboccate e il collo scoperto, e lascian vedere dei candori da cherubino. I giovanotti chiamano quella toeletta, con vocabolo olandese, voluttuosa, e a me pare che non abbiano tutti i torti.