Durante tutti questi discorsi, la bella frisona era sempre rimasta seria ed immobile come una statua.Prima che se n’andasse, le dissi, per ringraziarla con un complimento, che era una delle più belle guerriere della Frisia, e pregai la signora di tradurle quelle parole. Le ascoltò col viso serio e diventò rossa fino ai capelli; poi, come se ci avesse pensato meglio, sorrise leggerissimamente, e fatto un mezzo inchino uscì dalla stanza, ritta, lenta e maestosa come una regina di tragedia.
Grazie alla cortesia dei miei ospiti, vidi un piccoloMuseo d’antichità nazionali della Frisia, formato da pochi anni, e già ricco di moltissimi oggetti preziosi. Profano come sono a questi studi, non feci che sogguardare le medaglie e le monete, e mi trattenni particolarmente dinanzi agli antichi zoccoli dei patinatori, ai rozzi diademi da cui derivarono i caschi, e a certe strane pipe trovate nella terra a una grande profondità, le quali paiono anteriori all’uso del tabacco, e si crede servissero a fumare la canapa. Ma il più curioso oggetto del Museo è un cappello da donna, ch’era in uso sulla fine del secolo scorso, un cappello così spropositato e così ridicolo, che se l’antiquario che me lo mostrò, non m’avesse assicurato d’averne visto ancor uno, coi suoi occhi, sul capo d’una vecchia signora di Leuwarde, non sono molti anni, in occasione di una festa per l’arrivo del re d’Olanda, avrei creduto impossibile che delle creature ragionevoli si fossero mai incappellate in quella maniera. Non è un cappello, è una tenda, un baldacchino, una tettoia, sotto la quale si potrebbe riparare dalla pioggia e dal sole un’intera famiglia. Si compone di un cerchio di legno, grande due volte uno degli ordinari tavolini da caffè, e d’un cappello di paglia munito d’una tesa della stessa grandezza, mancante da una parte, in modo che presenta la forma d’un semicircolo. Il cerchio è ornato di una lunga frangia, ed ha una piccola apertura, nella quale entra la testa, e vi si assicura non so come. Quando il cerchio è assicurato, il cappello, che è una cosa a parte, vi si posa su e vi si stende come una tela sull’armatura d’una baracca, e l’edifizio è compiuto. Quest’edifizio, quando le signore entravano in chiesa, lo scomponevano, per non ingombrare troppo spazio, e lo rifabbricavano al momento d’uscire, e il cappello pareva grazioso, e l’operazione comodissima. Tanto è vero il proverbio, che tutti i gusti son gusti.
Un cortese frisone, al quale ero raccomandato da un amico dell’Aja, mi condusse in campagna per vedere le case dei contadini. Ci dirigemmo da Leuwarde verso la città di Freek, a traverso uno dei tratti più fertili della Frisia, per una bella strada ammattonata e pulita come un marciapiede di Parigi; e arrivammo, dopo un breve cammino, a una casa dinanzi alla quale il mio compagno s’arrestò e disse in tuono grave: “Ecco ilfriesche hiemdel contadino frisone, la vecchia fattoria degli antenati.” Era una casa di mattoni, con le persiane verdi e le tendine bianche, coronata d’alberi e posta in mezzo a un giardinetto circondato da un fosso pienod’acqua. Accanto a questa casetta, c’era un fienile formato di gigantesche travi di pino di Norvegia e coperto da un enorme tetto di canne; e in questo fienile la stalla, difesa da una gran parete di legno. Entrammo nella stalla. Le vacche, come nella Nord-Olanda, non hanno strame, e sono unite a due a due, colla coda legata alle travi del soffitto, perchè non s’insudicino. Dietro di esse corre un rigagnolo profondo che porta via le immondizie. Il pavimento, le pareti, gli animali stessi sono pulitissimi, e non mandano punto cattivo odore. Mentre io osservavo in ogni parte quel salotto animalesco, il mio compagno, che era un erudito agronomo, mi dava dei preziosi ragguagli intorno alla campagna frisona. In un podere di trenta o trentacinque ettari si suol tenere un cavallo e settanta bestie bovine. Per ogni ettare c’è una vacca da latte, e in quasi tutti i poderi otto o dieci grandi pecore, col latte delle quali si fanno dei piccoli formaggi cercati come una ghiottoneria sopraffina in tutte le città della Frisia. Tuttavia il prodotto principale, in Frisia, non è il formaggio, come nella Nord-Olanda; ma il burro. La stanza dove si fa il burro è il penetrale sacro della casa dei contadini. C’entrammo, e non fu piccola concessione quella che ci venne fatta, perchè i profani sono pregati per il solito di fermarsi sulla soglia della porta. Era una stanza pulita come un tempietto e fresca come una grotta, nella quale si vedevano molte file di vasi di rame pieni fino all’orlo di latte munto allora allora, e già coperto diun denso strato di fiore. La zangola era messa in movimento da un cavallo, come s’usa in quasi tutta la Frisia. A una parete era appeso un termometro, le finestre erano ornate di tendine, e sul davanzale si vedeva un bel vaso di giacinti. Questo burro di Frisia è così squisito, mi diceva il compagno, che sul mercato di Londra, dove se ne porta una quantità immensa, si vende a un prezzo esorbitante. Anno per anno se ne raccolgono nei varii mercati della provincia da sette a otto milioni di chilogrammi. Il burro è posto in certi bariletti di quercia di Russia, del peso di venti o quaranta chilogrammi ciascuno, che vengono portati al Peso Municipale delle città della Frisia. Qui un perito li esamina, li assaggia, li pesa e poi ci mette il suggello delle armi della città; dopo la quale operazione sono trasportati ad Harlingen, e caricati sopra unosteamer, che li reca sulle rive del Tamigi. Questa è la nostra ricchezza, concluse il cortese frisone, colla quale ci consoliamo della mancanza delle palme e degli aranci che avete voi, prediletti dalla natura. E terminò, a proposito di aranci e di burro, raccontandomi di quel generale spagnuolo, che un giorno mostrò un arancio a un contadino frisone e gli disse con orgoglio: “Questo è un frutto che il nostro paese produce due volte all’anno!” e il contadino, ponendogli sotto gli occhi un pane di burro, gli rispose: “E questo è un frutto che il nostro paese produce due volte al giorno!” E il generale rimase senza parola.
Il contadino che ci accompagnava, ci permise di dare una capatina in una stanza dove sua moglie e la sua figliuola, l’una col casco d’oro e l’altra col casco d’argento, lavoravano sedute di qua e di là d’un tavolino. Pareva una stanza apparecchiata appositamente per gli stranieri curiosi. V’erano dei grandi armadi di forma antica, degli specchi colle cornici dorate, delle porcellane chinesi, dei vasi da fiori scolpiti, delle argenterie esposte sugli stipi. “E il meno è quello che si vede,” mi susurrò nell’orecchio il mio compagno, vedendomi dar segno di meraviglia. “Quegli armadi sono pieni di biancheria, di gioielli, di vesti di seta; e vi son dei contadini che hanno i piatti, le tazze, le caffettiere d’argento; e ve n’è persino di quelli che si fan fare le posate e le scatole da tabacco d’oro massiccio. Guadagnano molto, vivono economicamente, e spendono il frutto dei loro risparmi in oggetti di lusso.” Questo spiega perchè nei più piccoli villaggi ci sian delle botteghe di gioiellieri quali non si trovano in molte grandi città europee. Ci son contadine che comprano delle collane di corallo del valore di mille lire e che hanno nelle loro cassette per più di diecimila fiorini tra anelli, buccole, spille, gingilli. E vivono economicamente, è vero, durante la maggior parte dell’anno; ma i giorni di grandi feste, nelle occasioni di matrimonio, al tempo delleKermesses, quando vanno in città per divertirsi, s’installano nei primi alberghi, pigliano i più bei palchi al teatro dell’opera e stappano tra un atto e l’altrodelle brave bottiglie di Champagne. Un contadino che possegga un capitale di centomila lire non passa punto per ricco, poichè sono moltissimi quei che ne possedono duecento mila, trecento mila, un mezzo milione, ed anche molto di più.
Il carattere di questi contadini (e quello che si dice dei contadini si può dire di tutti i Frisoni) è per testimonianza universale ed antica, maschio, aperto, generoso.—Che peccato che non siate un Frisone!—dicono a una persona che stimano. Sono alteri della nobiltà della loro razza, che credono la prima della grande famiglia germanica, e si vantano d’essere il solo popolo di quella famiglia, che abbia conservato il suo nome dopo i tempi di Tacito. Molti credono ancora che il loro paese sia stato chiamato Frisia da Frisio, figliuolo di Alano, fratello di Mesa, nipote di Sem, e s’inorgogliscono di quest’origine antica. L’amore della libertà è il loro sentimento dominante, «I Frisoni,—dice il loro vecchio codice,—saranno liberi fin che i venti soffieranno nelle nuvole e fin che durerà il mondo.» È la Frisia, infatti, che manda al Parlamento i deputati più arditi della parte liberale. La popolazione è quasi tutta protestante, e gelosissima della sua fede, e non meno che della fede, della lingua, illustrata da un grande poeta popolare, e coltivata tuttora con grande amore. Il contadino in particolare, dice il Laveleye, cita con alterezza gli uomini illustri che nacquero sotto l’hiemfrisone, i due poeti Gisberto Japhis e Salverda, il filologo Tiberio Hemsterhuis e suo figlio Frans, l’amabile e profondo filosofo che la signora di Staël chiamava il Platone olandese.
Strada facendo verso Leuwarde, incontrammo parecchi carri di contadini tirati da quei famosi cavalli frisoni, che si dicono i primi trottatori del mondo. Hanno il pelo nero, il collo lungo, la testa piccina e piena di vita. I più belli son quelli allevati nell’isola di Ameland. Resistono meravigliosamente alla fatica; servono insieme al tiro e alle corse, e cosa singolare in un paese dove tutto si muove placidissimamente, i loro flemmatici padroni li fanno andar sempre di trotto serrato, anche per tirare i carri del fieno, e quando non han punto premura di arrivare. Le corse di questi cavalli, che si chiamano leharddraveryen, sono uno spettacolo antico e caratteristico della Frisia. In tutte le piccole città si prepara un’arena divisa in due vie parallele e diritte, sulle quali i cavalli corrono successivamente a due a due, e poi lottano fra loro i vincitori di ciascuna corsa fin che uno li abbia vinti tutti, e questo ottiene il premio. Il popolo accorre in gran folla a questo spettacolo, e l’accompagna con applausi e grida festose, come alle gare dei patinatori.
Arrivando a Leuwarde ebbi il più bello e più inaspettato incontro che potessi immaginare: un corteo nuziale di contadini. Erano più di trenta carrozze, tutte colla cassa della forma d’una conchiglia, altissime, coperte di dorature e di fiorami dipinti, e tirate da robusti cavalli neri, su ciascuna delle quali stava seduto un contadino vestito in gala, e una donnina rosea col casco d’oro e il velo bianco. I cavalli andavano di gran trotto, le donne, strette al braccio dei loro compagni, gettavano confetti ai ragazzi della via, le trine sventolavano, i caschi mandavan lampi. Il corteo s’allontanò e disparve come una cavalcata fantastica in mezzo a un frastuono di risa, di schiocchi e di voci festose.
La sera, a Leuwarde, mi divertii a veder passare dinanzi alla porta dell’albergo le donne e le ragazze dalla testa luccicante, come un generale ispettore alla così detta rassegna annuale, quando i soldati sfilano uno per uno con armi e bagaglio. A un certo punto però, osservando che andavan tutte dalla stessa parte, seguii la corrente e riuscii in una vasta piazza, dove suonava una banda musicale, in mezzo a una gran folla, davanti a un edifizio con tutte le finestre illuminate, alle quali s’affacciavano di tratto in tratto dei signori in cravatta bianca, che dovevano essere là per un pranzo ufficiale. Benchè piovigginasse, la gente rimaneva immobile, e le donne essendo tutte in prima fila, formavano intorno alla banda un gran cerchio di caschi, che da lontano, al lume dei fanali e a traverso il velo della nebbia, pareva davvero una schiera di corazzieri a piedi, che tenesse indietro la folla. Mentre la banda suonava, una ventina di soldati di fanteria, raggruppati in un angolo della piazza, l’accompagnavanocol canto, agitando il berretto e saltellando ora sur una gamba ora sull’altra cogli atteggiamenti grotteschi degli ubbriachi dello Steen e del Brouwer. La folla li guardava, e m’immagino che lo spettacolo le paresse straordinariamente bello e dilettevole, perchè rideva dai precordi, si alzava in punta di piedi, accennava, esclamava, applaudiva. Io mi fermai a osservare qualche bel viso di Frisona, che quando si vedeva guardata, mi vibrava uno sguardo pieno di orgoglio guerresco, e poi me n’andai a far conversazione con un libraio, cosa gradevolissima in Olanda, dove i librai sono generalmente molto colti e molto cortesi.
La notte, all’albergo, non potei quasi chiuder occhio per cagione d’uno scellerato pianista di campanile, il quale, forse perchè soffriva d’insonnia, si prese il barbaro piacere di dare alla città addormentata un saggio di tutte le opere del Rossini e di tutte le canzoni popolari dei Paesi Bassi. Non ho ancora parlato del meccanismo di questi organetti aerei, ed ecco com’è congegnato. L’orologio del campanile mette in movimento un piolo, il quale alla sua volta fa girare una ruota e un cilindro munito di cavicchi, simile a quello d’un organo di Barberia. A questi cavicchi, disposti nell’ordine voluto dalla melodia, sono attaccati dei fili di ferro i quali sollevano i battagli delle campane e i martelli che le percuotono. Quando suonan le ore, risponde un’arietta determinata; ma togliendo il cilindro,si possono suonare tutte le arie che si vuole, per mezzo di molle mosse da due tastiere, una delle quali si preme colle mani e l’altra coi piedi. Il suonare in questa maniera richiede una forza e uno sforzo considerevole, poichè alcuni dei tasti vogliono una pressione equivalente al peso di due libbre; eppure, è tale il piacere che i campanari trovano in questa musica, e che suppongono ci trovino anche gli altri, che suonano per ore intere con un vigore e una passione degna veramente di più grata armonia. Io non saprei dire se quel campanaro di Leuwarde suonasse bene; ma son certo che doveva avere dei muscoli erculei e una spaventosa passione per il Rossini. Dopo avermi addormentato colBarbiere, mi svegliò collaSemiramide, poi mi riaddormentò coll’Otello, poi mi fece riaprir gli occhi colMosè, e così di seguito. Era una gara fra noi due, egli a vibrarmi delle note e io a scagliargli delle maledizioni. Cessammo tutti due insieme a un’ora molto avanzata della notte, e non so, se avessimo fatto il conto, quale dei due sarebbe rimasto creditore. La mattina mi lamentai col cameriere, un olandese flemmatico, a cui credo che nessun rumore del cielo o della terra aveva mai turbato la dolcezza del sonno. “Ma sapete” gli dissi, “che questa vostra musica dei campanili è molto importuna?”—“Come,” mi rispose innocentemente, “non ha osservato che ci sono tutte le ottave coi tuoni e coi semi-tuoni?”—“Proprio?” gli dissi coi denti stretti. “Allora il caso è diverso: scusate.”
La mattina per tempo partii per Groninga, recando con me, malgrado la persecuzione della musica, un caro ricordo di Leuwarde e delle poche persone che ci avevo conosciute, amareggiato però da un rammarico che mi dura ancora: quello di non aver visto scivolare sul ghiaccio le belle, ardite e severe figlie del Nord, che passano, come dice Alfonso Esquiroz, avvolte in una nuvola e coronate d’un nembo d’oro e di trine, simili a figure fantastiche intravvedute sognando.
La pianura olandese, che veduta la prima volta, desta un senso vago e gradevole di malinconia, e presenta nella sua uniformità mille aspetti nuovi e mirabili, che divagano l’immaginazione, finisce però col generare stanchezza e noia anche in chi sia per natura meglio inclinato a comprendere e a godere la sua maniera particolare di bellezza. Vien sempre un giorno, in cui lo straniero che viaggia in Olanda, sente improvvisamente un desiderio irresistibile di altezze che gli facciano sollevare gli occhi e il pensiero; di curve su cui lo sguardo possa salire, precipitare, aggirarsi; di forme che l’immaginazione possa animare con quelle vaghe e meravigliose rassomiglianze di dorsi di leoni, di fianchi di donne, di profili di visi e d’edifizi, che presentano i poggi, i monti, le rupi del suo paese. La mente e gli occhi sono sazi di spaziare e di smarrirsi per quel mare sconfinato di verzura: hanno bisogno di cime, d’abissi, d’ombre, di azzurro, di sole. Allora si è veduto abbastanza l’Olanda e si pensa alla patria con amore impaziente.
Provai per la prima volta questo sentimento andando da Leuwarde a Groninga, capitale della provincia del medesimo nome. Uggito di vedere, a traverso la nebbia, praterie dopo praterie e canali dopo canali, mi raggomitolai in un cantuccio del vagone e mi diedi a pensare ai poggi della Toscana e alle colline delle sponde del Reno, nello stesso modo che maestro Adamo di Dante pensava ai ruscelletti del Casentino. A una piccola stazione posta a mezza strada fra le due città, salì nel vagone un uomo che mi parve a primo aspetto, ed era infatti un contadino, biondo, corpacciuto, color di cacio fradicio, come dice il Taine dei contadini olandesi, vestito pulitissimo, con una gran ciarpa di lana intorno al collo e una grossa catena d’oro al panciotto. Mi diede un’occhiata benevola e mi sedette davanti. Il treno ripartì. Io continuavo a pensare alle mie colline, e di tratto in tratto mi voltavo a guardar la campagna colla speranza di qualche cangiamento di paesaggio, e vedendo sempre pianura, facevo,senz’accorgermene, un atto che voleva dire che ero ristucco. Il contadino guardò per qualche tempo ora me ed ora la campagna; poi sorrise, e pronunziando le parole con grande sforzo, mi disse in francese:
“Noioso..... non è vero?”
Gli risposi in fretta di no, che non m’annoiavo punto, che anzi la campagna olandese mi piaceva.
“Eh no.....” riprese sorridendo, “noioso: tuttopiano,” e accennava con tutt’e due le mani; “non c’è montagne.”
Dopo qualche momento, impiegato a tradurre mentalmente il suo pensiero, mi domandò, accennandomi col dito: “Di che paese?”
“D’Italia,” risposi.
“Italia,” ripetè sorridendo. “Ci son molte montagne?”
“Moltissime,” risposi, “da coprirne tutti i Paesi Bassi.”
“Io,” soggiunse, accennando sè stesso, “non ho mai visto una montagna in vita; non so che sia; nemmeno le colline della Gheldria.”
Un contadino che parlava francese per me era già una cosa straordinaria; ma un uomo che non aveva mai visto nè una montagna nè una collina, mi pareva una creatura favolosa. Perciò lo interrogai, e gli cavai di bocca delle cose assai strane.
Egli non era mai stato più lontano che ad Amsterdam, non aveva mai veduto neanco la Gheldria, che è la sola provincia montuosa della Neerlandia; e perciò non aveva idea di che cosa fosse una montagna, se non per le immagini che ne aveva viste nei quadri e nei libri. Le più grandi altezze a cui si fossero mai sollevati i suoi occhi erano le punte dei campanili e le cime delle dune. E quello ch’era di lui, è di migliaia d’Olandesi, i quali dicono:—Vedrei volentieri un monte,—come noi diremmo:—Vedrei volentieri le piramidi d’Egitto.—Mi disse in fatti che appena avesse potuto, sarebbe andato avedere il Wiesselschebosch. Gli domandai che cosa fosse il Wiesselschebosch. Mi rispose che era una montagna della Gheldria, vicina al villaggio di Apeldoorn, una delle più alte del paese. “Quanto è alta?” domandai. “Cento e quattro metri,” mi rispose.
Ma quel buon uomo doveva ben altrimenti farmi stupire.
Di lì a qualche momento mi ridomandò: “Italia?”
“Italia,” ripetei.
Stette un po’ pensando, e poi disse: “Fu respinta la legge sull’istruzione obbligatoria, vero?”
Oh cospetto!—dissi tra me;—stiamo a vedere che è abbonato allaGazzetta ufficiale. In fatti, pochi giorni prima la Camera aveva respinto il progetto di legge per l’istruzione obbligatoria.
Gli risposi quel poco che sapevo.
Dopo un po’, sorrise, cercò, mi parve, una frase, e poi mi domandò:
“E Garibaldi continua.....” qui fece l’atto di zappare, e poi soggiunse: “.....la sua isola?”
Un’altra! “Continua,” risposi, e lo guardai con tanto d’occhi, stentando a persuadermi che fosse un contadino, benchè non ci potesse esser dubbio.
Stette un po’ senza parlare e poi disse:
“Voi,” e appuntò il dito verso di me, “avete perduto un grande poeta.”
A questa uscita, poco mancò che non facessi un salto.
“Sì, Alessandro Manzoni,” risposi; “ma come diamine sapete tutte queste cose?”
Or ora, pensai, costui mi mette sul tappeto la questione dell’unità della lingua.
“Ma ditemi un po’,” gli domandai, “sapreste per caso anche la lingua italiana?”
“No, no, no,” rispose scrollando la testa e ridendo; “niente, niente.”
Detto questo, continuò a ridere e ad almanaccare, e mi parve di capire che mi preparasse qualche sorpresa. Intanto il treno si avvicinava a Groninga. Quando fummo per entrare sotto la tettoia della stazione, il buon uomo prese il suo involto, mi guardò di nuovo sorridendo, e segnando le sillabe coll’indice della mano destra, mi disse in italiano, con una pronunzia impossibile ad esprimersi, e coll’aria di chi fa una grande rivelazione:
“Nel mezzo!”
“Nel mezzo?” gli domandai meravigliato. “Nel mezzo di che cosa?”
“Nel mez-zo del cam-min di no-stra vi-ta!” disse facendo un grande sforzo e saltando giù dal vagone.
“Un momento!” gli gridai; “Sentite! Una parola! Come mai.....”
Era scomparso.
Avete capito che razza di contadini c’è in Olanda? E dico, potrei far sacramento che non ho aggiunto una mezza parola di mio.
La Groninga è forse di tutte le provincie dei Paesi Bassi quella che la mano dell’uomo ha più meravigliosamente trasformata.
Nel sedicesimo secolo, una gran parte di questa provincia era ancora disabitata. Era un paese di aspetto sinistro, coperto di sterpeti, d’acque stagnanti, di laghi tempestosi, e inondato ogni momento dal mare; nel quale erravano frotte di lupi e sciami innumerevoli d’uccelli acquatici, e non si sentiva altra voce che il canto dei ranocchi e il lamento dei daini. Tre secoli di lavoro coraggioso e paziente, smesso più volte senza speranza e poi ripreso con maggiore ostinazione, e condotto a fine in mezzo a ogni sorta di difficoltà e di pericoli, hanno trasformato quella regione selvaggia e spaurevole in una terra fertilissima, intersecata da canali, popolata di fattorie e di ville, dove fiorisce l’agricoltura, ferve il lavoro, circola il commercio, e brulicae si espande una popolazione agiata e civile. La Groninga, la quale nel secolo scorso era ancora una provincia povera, che pagava allo Stato una metà meno della Frisia e dodici volte meno dell’Olanda propriamente detta, è ora, rispetto all’estensione del suo territorio, una delle provincie più ricche del regno, e produce da sè sola i quattro decimi dell’avena, dell’orzo e della colza che si raccolgono nei Paesi Bassi.
La parte più florida della Groninga è la settentrionale, e lo è a tal segno, da non potersene formare una giusta idea, se non percorrendo quelle campagne; nè io potrei, benchè le abbia percorse, descriverle meglio che aggiungendo le mie osservazioni e quelle che raccolsi dai Groninghesi, alle descrizioni che ne danno l’agronomo francese Conte di Courcy, il quale pure non fece che attraversar di volo il paese, e il belga Delaveleye, autore d’una bell’opera sull’economia rurale della Neerlandia, ch’ebbi già occasione di rammentare.
Le case dei contadini sono straordinariamente grandi, e hanno quasi tutte due piani, e molte finestre, ornate di ricche tendine. Fra la strada e la casa v’è un giardino piantato d’alberi esotici e coperto d’aiuole fiorite; e accanto al giardino un orto pieno di belli alberi fruttiferi e d’ogni sorta di legumi. Dietro la casa, s’alza un edifizio enorme, che racchiude sotto un solo tetto altissimo, la stalla,la scuderia, il fienile, e un grande spazio libero che può contenere il raccolto di cento ettari. In questo edifizio si vede ogni sorta di strumenti d’agricoltura d’Inghilterra e d’America, molti dei quali perfezionati dagli stessi contadini; delle file lunghissime di vacche, degli stupendi cavalli neri, e una pulizia meravigliosa in ogni parte. La casa dei contadini, nell’interno, può reggere il confronto di qualunque casa signorile. Vi si trovan dei mobili di legno d’America, dei quadri, dei tappeti, il pianoforte, la biblioteca, dei giornali politici, delle riviste mensili, le più recenti opere d’agricoltura, e non di rado l’ultimo fascicolo dellaRevue des deux mondes. Benchè amino il lusso e la vita agiata, questi contadini hanno conservato i costumi semplici dei loro padri. La maggior parte di essi, possessori d’un mezzo milioncino di lire, o di poco meno, o di molto di più, non sdegnano di metter mano all’aratro e di dirigere in persona i lavori dei campi. Alcuni mandano uno dei loro figliuoli all’Università, il che non è piccolo sacrifizio, perchè si conta che uno studente costi su per giù ai suoi parenti quattromila lire all’anno; ma la maggior parte sdegnano come inferiori al loro stato le professioni di medico, d’avvocato, d’insegnante, e vogliono che tutti i loro figliuoli rimangano alla campagna. Questi contadini sono alla testa del paese, e non v’è altra classe della popolazione che s’innalzi sopra di loro. Fra loro son scelti quasi tutti i membri dei varii Corpi elettivi, e persino dei deputati agli Stati Generali.Le cure della campagna non li distolgono dal pigliare una parte operosa nella vita politica e nell’amministrazione della cosa pubblica. Non solamente seguono il progresso dell’arte agricola; ma anco il movimento del pensiero moderno. Ad Haven, vicino alla città di Groninga, mantengono a proprie spese una buonissima scuola d’agricoltura, diretta da un agronomo illustre, e frequentata da più di cinquanta scolari. Anche i piccoli villaggi hanno musei di storia naturale e giardini botanici, istituiti e conservati a spese comuni da poche centinaia di contadini. Le contadine stesse, nei giorni di mercato, vanno a visitare i musei dell’Università di Groninga, e vi si trattengono lungamente, domandando notizie e istruendosi fra loro. Alcuni contadini fanno di tratto in tratto un viaggio d’istruzione nel Belgio o nell’Inghilterra. La maggior parte s’occupano di quistioni teologiche. Molti appartengono alla sètta dei mennoniti, che sono i quaccheri dell’Olanda. Il Delaveleye racconta che, avendo visto sulla strada che congiunge i due bei villaggi di Usquert e di Uythuysen, quattro bellissime fattorie, domandò a un oste a chi appartenevano, e questi gli rispose: che appartenevano a dei mennoniti, e soggiunse:—Son gente comoda: devono avere ciascuno almeno seicento mila lire.—Ho inteso dire,—ripigliò il Delaveleye—che fra i membri di questa sètta non ci sono poveri: è vero, per ciò che riguarda questo distretto?—Non è vero,—gli rispose l’oste;—cioè, sì, a esser giusti, perchè il solo povero che c’era, è morto pochi giorni fa, ed ora non ce n’è più.—I costumi severi, l’amore del lavoro e la carità reciproca bandiscono la miseria da quelle piccole comunioni religiose, nelle quali tutti si conoscono, si sorvegliano e s’aiutano. La Groninga, insomma, è come una specie di repubblica governata da una classe di contadini civili; un paese vergine e nuovo, nel quale nessun castello patrizio alza la testa sopra le case dell’agricoltore; una provincia dove ciò che la terra produce, resta nelle mani di chi la fa produrre, e l’agiatezza e il lavoro sono da per tutto congiunti, e l’ozio e l’opulenza da per tutto divisi.
Ma non sarebbe completa la descrizione, se tralasciassi di parlare del diritto speciale dei contadini della Groninga, chiamatobeklem-regt, il quale si considera come la principale cagione dello Stato straordinariamente prospero di questa provincia.
Ilbeklem-regtè il diritto di occupare un podere col pagamento d’una rendita annua, che il proprietario non può mai aumentare. Questo diritto passa agli eredi così laterali che discendenti in linea retta, e il possessore può trasmetterlo per testamento, venderlo, affittarlo, ipotecarlo persino, senza il consenso del proprietario delle terre. Però, ogni volta che questo diritto passa da una mano all’altra o per eredità o per vendita, egli deve pagare al proprietario il fitto di uno o di due anni. Gli edifizii che son nel podere, appartengono, per lo più, al possessore delbeklem-regt, il quale, quando il suo diritto si estingua, può esigere il prezzo dei materiali. Il possessore delbeklem-regtpaga tutte le tasse, non può cangiar la forma della proprietà, non ne può scemare il valore. Ilbeklem-regtè indivisibile. Una sola persona lo può possedere, e per conseguenza uno solo dei suoi eredi riceverlo. Però, pagando la somma stipulata per il caso del passaggio delbeklem-regtda una mano all’altra, il marito può far inscrivere sua moglie, e la moglie suo marito, e allora il consorte superstite eredita una parte del diritto. Quando il fittaiuolo cade in rovina, o non paga il fitto annuale, ilbeklem-regtnon si estingue punto di primo diritto: i creditori possono farlo vendere; ma colui che lo compera deve prima di ogni cosa pagare al proprietario tutti i debiti arretrati.
L’origine di questo fitto ereditario è assai oscura. Nella Groninga pare che sia cominciato nel medio evo nei poderi dei conventi. Allora, avendo la terra pochissimo valore, i monaci accordavano facilmente ai coltivatori la possessione d’una certa parte dei loro poderi, colla condizione che pagassero loro ogni anno una certa somma, ed un’altra somma ad ogni decesso. Questo contratto assicurava al convento una rendita fissa e lo esimeva dall’occuparsi d’un podere che ordinariamente non produceva nulla. L’esempio dei conventi fu seguito dai grandi proprietari e dalle Corporazioni civili. Essi si riserbavano la facoltà di congedare il fittaiuolo di dieci in dieci anni; ma non si valevano di questa facoltà perchè,valendosene, avrebbero dovuto pagare il valore degli edifizii stati costruiti nelle loro terre, e non avrebbero trovato facilmente un altro fittaiuolo. Durante i torbidi del secolo decimosesto, il diritto diventò di fatto ereditario, o almeno parecchi bandi lo dichiararono tale. La giurisprudenza e l’uso determinarono i varii punti che erano oggetto di contestazione; fu redatta una formola più chiara, che venne generalmente accettata; e d’allora in poi ilbeklem-regtsi mantenne accanto al codice civile, sempre rispettato, e si diffuse a poco a poco in tutta la provincia di Groninga.
I vantaggi che derivano all’agricoltura da questa maniera di contratto, sono facili a comprendersi. In virtù delbeklem-regt, i coltivatori hanno un interesse continuo e fortissimo di fare ogni maggiore sforzo possibile per accrescere la produzione delle loro terre. Sicuri come sono, di godere essi soli il frutto di tutti i miglioramenti che possono introdurre nella coltivazione,—di non aver cioè,—come i fittaioli ordinari,—da pagare un fitto tanto più elevato, quanto meglio riescano ad accrescere la fertilità delle terre che coltivano,—essi tentano a questo scopo le imprese più ardite, introducono le novazioni più ardue, effettuano i miglioramenti più costosi. La ricompensa legittima del lavoro è il prodotto intero e certo del lavoro stesso. Quindi ilbeklem-regtè un potentissimo stimolo all’opera, allo studio, al perfezionamento.
Così un diritto bizzarro, ereditato dal medioevo, ha creato una classe di coltivatori che godono di tutti i beneficii della proprietà, eccetto che non ne serbano per sè tutto il prodotto netto, ciò che appunto li disporrebbe dalla coltivazione. Invece di fittaioli continuamente trepidanti di perdere le loro terre, avversi ad ogni innovazione costosa, soggetti ad un padrone e sempre intesi a nascondere la prosperità del loro stato, c’è in Groninga un popolo di usufruttuarii liberi, dignitosi, semplici di costumi, ma avidissimi d’un’istruzione, della quale comprendono tutti i vantaggi, e interessati a propagarla in tutti i modi; una classe di contadini che praticano la cultura, non come un lavoro cieco e un mestiere disdegnato; ma come una nobile occupazione, che richiede l’esercizio delle più alte facoltà dell’intelligenza e loro procura fortuna, importanza sociale, rispetto pubblico; dei contadini che sono economi nel presente, prodighi per l’avvenire, disposti ad ogni sorta di sacrifizi per fecondare i loro terreni, ingrandire le loro case, acquistare i migliori strumenti e le migliori razze d’animali; una popolazione rurale, infine, che è contenta del suo stato, perchè la sua sorte non dipende che dalla sua attività e dalla sua previdenza.
Finchè il possessore deibeklem-regtcoltiva le sue terre egli stesso, il fitto ereditario non produce che buoni effetti. Cessano però questi buoni effetti dal punto che, valendosi del suo diritto di subafittare, egli cede ad un altro il diritto di usufruttare il podere per una data somma, colla qualecontinua a pagare il proprietario. In questo caso rinascono tutti gl’inconvenienti del sistema comune, colla differenza che qui il coltivatore deve mantenere due categorie di oziosi invece che una. Il subaffitto era rarissimo altre volte, poichè i prodotti della coltivazione bastavano appena a nutrire la famiglia del possessore delbeklem-regt, quando questi coltivava egli stesso il podere. Ma dopo il rincaro di tutte le derrate alimentarie, e soprattutto dopo l’istituzione del commercio coll’Inghilterra, i guadagni sono abbastanza considerevoli, perchè il possessore delbeklem-regtpossa trovare un secondo fittaiuolo disposto a pagargli un fitto superiore alla rendita ch’egli deve fornire al proprietario; e per questo l’uso di subaffittare comincia a diffondersi, e diffondendosi maggiormente in avvenire, porterà delle conseguenze dannose.
Frattanto, quando si cerca quale potrà essere lo stato futuro della società umana, si suol desiderare che avvengano queste due cose: prima, un aumento crescente della produzione; secondo, una ripartizione della ricchezza conforme ai principii della giustizia. Ora un fatto che la giustizia richiede è che al lavoratore sia assicurato il godimento dei frutti del suo lavoro e dei suoi progressi. È dunque bello e consolante il vedere sulla riva estrema del Mare del Nord un uso antico, che risponde in qualche modo a codesto ideale economico, e che frutta a tutta una provincia una prosperità straordinaria ed equamente divisa.
A questa opinione del Delaveleye fu fatta, tra le altre, un’obbiezione capitale. La straordinaria proprietà della Groninga, gli si domandò, deriva veramente dalbeklem-regt, da codesto affittamento ereditario, che pure produsse altrove delle conseguenze affatto diverse, o piuttosto dalla fertilità eccezionale di quelle terre? Il Delaveleye respinge questo dubbio, dicendo che quella stessa straordinaria prosperità e quello stesso perfezionamento della cultura esistono nella zona torbosa della Groninga, che è tutt’altro che fertile; e che non si trovano, d’altra parte, se non in grado molto inferiore, nella Frisia, dove il terreno è di uguale natura. Se poi l’affittamento ereditario non ha prodotto in altri paesi le medesime conseguenze che nella Groninga, gli è perchè in quei paesi fu od è praticato diversamente, esempio alcune provincie d’Italia, dove ilcondotto di livello, ch’è presso a poco unbeklem-regt, inceppa la libertà del coltivatore, coll’obbligo di dare ogni anno al proprietario una quantità determinata di un certo prodotto. Tutti gli economisti olandesi, conchiude, sono concordi nel riconoscere gli eccellenti effetti di quest’uso, affermando che la Groninga deve albeklem-regtla sua ricchezza, e nei congressi agricoli che trattano codesta quistione, prevale il desiderio che siffatta maniera di contratto venga adottata anco nelle altre provincie.
Proseguendo la mia escursione a traverso la campagna groninghese, arrivai sino alla costa del Mare,del Nord, presso l’imboccatura del golfo di Dollart. Questo golfo non esisteva prima del tredicesimo secolo. Il fiume Ems sboccava di punto in bianco nel mare, e la Groninga era congiunta all’Annover. Il mare distrusse la regione torbosa, che si stendeva fra quelle due provincie, e formò il golfo il quale dal sedicesimo secolo si va lentamente restringendo per effetto del limo che si accumula lungo le sue coste. Già molte dighe, costruite l’una dinanzi all’altra, segnano le conquiste che fece la terra sul mare, e se ne innalzano continuamente delle nuove le quali accrescono via via il dominio agricolo della Groninga, facendo fiorire bellissimi campi d’orzo e di colza dove pochi anni innanzi infuriavano le onde e naufragavano i battelli dei pescatori. È bello il vedere dall’alto delle dighe che difendono quelle coste, come s’incontrano, si confondono e si trasformano il mare e la terra. Ai piedi della diga si stende un limo acquoso già coperto in gran parte di erba e di pianticelle verdi; un po’ più in là, una mota rappresa, che già è terra; più oltre, un fango umido che digrada a poco a poco in un’acqua densa e torbida; e di là da questa, dei banchi di sabbia, alcuni dei quali si sollevano in modo da formare delle dune e delle isolette. In una di queste isole, chiamata Rottum, abitava, anni sono, una famiglia, che viveva della caccia delle foche; delle altre si raccontano cose strane, come di romiti misteriosi, di apparizioni, di mostri. Gli stagni d’acqua limosa che si stendono ai piedi delle dighe si chiamanoWadden,ossiapoldersnello stato di formazione, e son terreni coperti dall’acqua durante l’alta marea, i quali si sollevano a mano a mano che le correnti dell’Ems e del Zuiderzee vanno a deporvi dei nuovi strati di argilla. Durante la marea bassa, gli armenti li guadano; in qualche punto, vi passan le barche; dei grandi stormi d’uccelli marini vi scendono per nutrirsi delle conchiglie che vi ha lasciato il riflusso. Fra meno di cent’anni, saranno scomparsi uccelli, bassi fondi, barche, stagni, bracci di mare; le isole saranno dune che difenderanno la costa, e l’agricoltore farà sorgere da questa nuova terra una vegetazione lussureggiante e benefica. Così da questo lato l’Olanda s’avanza vittoriosamente nel mare, vendicando le antiche ingiurie col ferro dell’aratro e colla lama della falce.
Con tutto ciò, non mi sarei formato un concetto della ricchezza delle campagne groninghesi, se non avessi avuto la fortuna di vedere il mercato di Groninga.
Ma prima di parlare del mercato, occorre parlare della città.
Groninga, così nominata, secondo alcuni, da Grunio Troiano, e fondata, secondo altri, centocinquanta anni prima dell’èra cristiana, intorno a una fortezza romana che Tacito chiamaCorbulonis monumentum(tutte cose affermate e negate, senza conclusione, da parecchi secoli); è la città più considerevole dell’Olanda settentrionale per vastità e per commercio; ma forse la meno curiosa per uno straniero. È posta sur un fiume chiamato Hunse, nel crocicchio di tre grandi canali che la congiungono con parecchie altre città commerciali; è circondata da alti bastioni, costruiti nel 1698 dal Coehorn, il Vauban olandese; ed ha un porto, che sebbene sia lontano parecchie miglia dalle foci dell’Ems, può ricevere i più grandi bastimenti mercantili. Le strade e le piazze sono vastissime, i canali larghi come quei di Amsterdam, le case più alte che in quasi tutte le altre città olandesi, le botteghe degne di Parigi, la pulizia degna diBroek; nulla di strano nelle forme, nei colori, nell’aspetto generale. Arrivando da Leuwarde, pare di essersi avvicinati di cento miglia ai nostri paesi, di essere rientrati in Europa, di sentir l’aria della Germania e della Francia. La sola singolarità di Groninga son certe case coperte d’un intonaco grigiastro, incrostato di piccolissimi pezzetti di vetro, che quando vi batte su il sole, brillano d’una luce strana, per cui pare che i muri siano tempestati di perle e di bullette d’argento. V’è un bel palazzo municipale, costruito durante la dominazione francese, una piazza del Mercato che ha nome di essere la più grande piazza dell’Olanda, e una vasta chiesa, dedicata anticamente a San Martino, che presenta vari tratti notevoli delle diverse fasi dello stile gotico, ed ha un altissimo campanile di cinque piani rientranti, che par formato di cinque piccole torri di chiese diverse poste l’una sull’altra.
Groninga ha un’Università, per la quale è onorata dalle città vicine del nome d’Atene del Nord. Quest’Università, posta in un edifizio nuovo e vastissimo, non ha che un piccolo numero di studenti, poichè i contadini, i soli ricchi della provincia, mandano raramente i loro figliuoli agli studi, e i ricchi signori della Frisia vanno a studiare a Leida. Ma è tuttavia un’Università degna di stare accanto alle altre due. V’è un bel gabinetto di anatomia e un museo di storia naturale che contiene molti oggetti preziosi. Il programma degli studi è poco diverso da quello delle altre due Università; ne differisce solamente la direzione, la quale, per la vicinanza dell’Annover, subisce l’influsso della scienza e della letteratura tedesca, e presenta un carattere religioso suo proprio. I teologi di Groninga, dice Alfonso Esquiroz nel suoStudio sulle Università olandesi, formano, nel movimento intellettuale dei Paesi Bassi, una scuola a parte, la quale nacque, verso il 1833, nel seno stesso della città ortodossa per eccellenza: Utrecht. Un professore di Utrecht, il signor Van Heusde, cercò di aprire un nuovo orizzonte alle credenze religiose; il signor Hofstede de Goot, allievo dell’Università di Groninga, partecipe delle sue idee, gli si unì; e in tal modo si formò il nucleo d’una società teologica, residente in questa città, la quale ribellandosi al protestantismo sinodale, e negando formalmente ogni autorità umana in materia di religione, vuol iniziare un tipo di cristianesimo proprio della Neerlandia, di cui sarebbe difficiledare un’idea chiara, per la ragione che ne danno una molto oscura coloro stessi che lo professano e lo propugnano cogli scritti. In tutte queste dottrine eterodosse, osserva a tal proposito l’Esquiroz, le quali possono senza grave pericolo introdursi nel paese, perchè, in mezzo al movimento continuo delle idee religiose, rimangon fermi ed immutabili gli usi, le tradizioni, le forme dell’antica fede; v’è un punto grave e delicato sul quale gli ortodossi cercano di mettere gli avversari tra l’uscio e il muro, e non ci riescono: la divinità di Gesù Cristo. Su questo punto, il pensiero degli ortodossi si avvolge in una nuvola. Gesù Cristo, per loro, è il tipo più perfetto dell’Umanità, l’inviato di Dio, l’immagine di Dio. Ma è egli Dio in persona? Questa questione essi la scansano con ogni sorta di sottigliezze scolastiche. Alcuni, per esempio, dicono di credere alla sua divinità, ma non alla sua deità: risposta oscura tanto che equivale quasi a una negazione. Per il che si può considerare la dottrina degli eterodossi olandesi come un deismo sentimentale, più o meno legato alla poesia delle forme cristiane. Con tutto ciò l’ardore delle questioni religiose va scemando da molti anni in qua. Gli studenti dell’Università di Groninga s’occupano più volentieri di letteratura e di scienza, al quale scopo formano tra loro delle Società in cui fanno letture e studi in comune, soprattutto di scienze applicate, la quale predilezione è uno dei caratteri più notevoli della razza frisona, con cui il popolo groninghese ha moltitratti di somiglianza e molti vincoli di parentela. Gli studenti di Groninga sono più quieti e più studiosi di quei di Leida, i quali, per quanto si può essere scapati in Olanda, hanno la riputazione di scapati.
Oltre la gloria dell’Università, che data dal 1614, Groninga ha quella di parecchi uomini illustri nelle scienze e nelle arti, dei quali è dilettevole udir parlare, col suo stile vivo e forbito, messer Ludovico Guicciardini, che pare avesse per questa città una particolare simpatia. Primissimo egli pone Ridolfo Agricola, «al quale, tra li altri autori, Erasmo nelli suoi scritti dà lodi immense, dicendo che di qua da monti nelle doti litterali, non è mai stato maggior huomo, nè più complito di lui, & che non è alcuna honesta disciplina, nella quale egli con qual si voglia artefice non potesse contendere: intra i Greci Grecissimo, intra i Latini Latinissimo, in Poesia un altro Virgilio, nell’orationi un altro Politiano, eloquentissimo, Philosofo, musico, & scrittore di più Opere degne, con altre gratie & felicità rare che gl’attribuisce.» Rammenta in seguito «il Vesello, cognominato Basilio, Philosofo eccellente, di tanta dottrina, virtù & scienza in ogni facultà, come apparisce per infinite sue opere, scritte & date alla stampa, che si chiamaua per sopra nomela luce del mondo;» e dice che per timore di non poter lodare degnamente questo Vesello e quell’Agricola, i quali sono «le due stelle di Groeninghen,» preferisce tacere «& lasciare il foglio bianco, per chi saprà più diluiesaltare il nome & la patria loro.» Cita infine il nome «d’un altro grande huomo, cittadino altresì della medesima terra, appellato Rinieri Predinio, autore degnissimo di diuersi libri scritti con sommo honore, & laude.» Oltre ai quali si possono rammentare il famoso orientalista Alberto Schultens, il barone Ruperda, Abramo Frommins, ed altri.
Nei costumi e nell’aspetto del popolo, non v’è per uno straniero una differenza molto notevole dalla Frisia. Differiscono soltanto i caschi delle donne. A Leuwarde la maggior parte sono d’argento; a Groninga son tutti d’oro, e della forma perfetta d’un casco, che copre la testa intera; ma se ne vede assai meno. Le signore, s’intende, non lo portano più; le ricche contadine l’hanno smesso anch’esse, per far come le signore; e oramai non son più che le serve, le quali possano vantarsi discendenti legittime delle vergini armate, che secondo l’antica mitologia germanica, presiedevano alle battaglie.
Riguardo ai costumi, ebbi da un personaggio di Groninga delle notizie preziose, che credo non si trovino in nessun libro di viaggi. Là le consuetudini che informano la vita delle ragazze e delle donne maritate sono affatto diverse da quelle dei nostri paesi. Fra noi una ragazza che si marita esce da uno stato di soggezione e direi quasi di prigionia, per entrare in una vita libera, nella quale si trova improvvisamente circondata dalla considerazione, dagli omaggi e dai corteggiamenti della gente che prima la trascurava. Là invece la libertà e la galanteria sono un privilegio delle ragazze, e le signore vivon raccolte, vincolate da mille riguardi, avvicinate con mille cautele, circondate d’un freddo rispetto, quasi neglette. I giovanotti non si dedicano che alle signorine, e in questo è concessa loro una grande libertà. Un giovane, che frequenti una famiglia, se anche non è un amico dei più intimi, offre alle ragazze, o pure ad una ragazza, di accompagnarla al concerto o al teatro, in carrozza, di notte, da solo a sola, e non c’è nè padre nè madre che vi si opponga; e chi vi si opponesse, passerebbe per sciocco o per villano, e sarebbe deriso o biasimato. Un giovane e una signorina rimangon fidanzati per molti anni; e per tutto questo tempo, si vedono ogni giorno, vanno a passeggiare insieme, stanno in casa soli, e la sera, prima di separarsi, fanno una conversazione di mezz’ora sulla soglia della porta, senza testimoni. Ragazze di quindici anni, delle prime famiglie, attraversano la città da un capo all’altro per andar alla scuola e per tornare a casa, anche sul far della notte, sole, e dovunque si fermino e con chiunque parlino, nessuno vi bada. All’opposto, della menoma libertà che si pigli una signora, si fa un dire infinito; il che però occorre così raramente, da poter quasi dire che non occorre mai. “I nostri giovani,” mi diceva quel signore, “non sono punto pericolosi. Sanno fare i galanti colle signorine, perchè le signorine son timide, e la loro timidità gli incoraggia; ma colle signore non ci hanno il verso. A mia memoria, in questa città nonvi sono stati che due casi notorii d’infedeltà coniugale.” E mi specificò i casi. “Così è, caro signor mio,” soggiunse poi, battendomi una mano sul ginocchio, “qui non si fanno altre conquiste che in agricoltura, e chi vuol farne in un altro campo, bisogna che si compiaccia di far attestare da un notaro, ch’egli ha intenzione di combattere secondo le leggi della buona guerra e coll’onesto fine della pace.” Argomentando falsamente dal mio silenzio, che quello stato di cose non m’andasse a’ versi, “Tale è il nostro modo di vivere,” soggiunse; “noioso, se volete; ma sano. La vita voi la tracannate, noi la beviamo a lenti sorsi. Voi godrete qualche volta di più; ma noi siamo più continuatamente contenti.”—“Dio vi benedica,” io dissi. “Dio vi converta,” rispose.
Ma veniamo al mercato, che è l’ultimo spettacolo vivo ch’io vidi in Olanda.
La mattina per tempo feci un giro intorno alla città per veder arrivare i contadini. Ogni ora arrivava un treno che ne versava una folla; da tutte le strade della campagna venivan carrozze variopinte, tirate da bei cavalli neri, sulle quali sedevano maestosamente delle coppie coniugali; per tutti i canali giungevano barconi a vela carichi di derrate; in poche ore la città fu piena di gente e di rumore. I contadini son tutti vestiti d’un panno quasi nero, hanno un cravattone di lana intorno al collo, guanti, catenelle, gran portafoglio di bulgaro, sigaro in bocca, e un faccione di cor contento. Le contadinesono infiorate, rinfronzolite, ingioiellate, come le madonne delle chiese spagnole. Terminate le loro faccende, si spandono per le trattorie e per le botteghe, non già come i nostri contadini, che guardano qua e là timidamente coll’aria di chiedere il permesso d’entrare; ma con viso e piglio di gente che sa di essere da per tutto desiderata e inchinata. Nelle trattorie, le tavole si coprono di bottiglie di vino di Bordeaux e di vino del Reno; nelle botteghe, i fattorini si sbracciano a tirar giù roba. Le contadine vi son ricevute come principesse e vi spendono infatti principescamente. Seguono, per esempio, di queste scene, che intesi raccontare da testimoni oculari. Un mercante dice a una signora di città il prezzo d’una veste di seta.—Troppo caro,—risponde la signora.—La piglio io;—dice una contadina che le è accanto, e se la piglia. Un’altra contadina va a comprare un pianoforte. Il negoziante glie ne fa veder uno che costa mille lire.—Non ne avrebbe di più cari?—essa domanda;—dei pianoforti di mille lire ne hanno anche le mie amiche.—Marito e moglie passano dinanzi alla vetrina di un venditore di stampe, vedono un bel paesaggio a olio colla cornice d’oro, si fermano, vi scoprono una vaga rassomiglianza colla loro casa e il loro podere; la moglie dice:—Compriamolo?—il marito risponde:—Compriamolo!—entrano nella bottega, mettono sul banco trecento fiorini l’un sull’altro, e si portan via il quadro. Quando hanno fatto le loro compre, vanno a vederei Musei, entrano nei caffè a legger giornali, o fanno un giro per la città guardando con aria pietosa tutto quel popolo di bottegai, d’impiegati, di professori, d’uffiziali, di proprietari, che in altri paesi sono invidiati da chi lavora la terra, e che a loro paion povera gente. Chi non sapesse come stanno le cose, crederebbe, a veder quello spettacolo, di essere capitato in un paese dove una grande rivoluzione sociale abbia tutt’a un tratto fatto passare la ricchezza dai palazzi alle capanne, e i nuovi ricchi sian venuti dalla campagna in città per beffare i signori spogliati. Ma il più bello è la sera, quando ritornano alle loro fattorie e ai loro villaggi. Allora per tutte le strade della campagna si vedono quei bizzarri veicoli correre rapidissimamente, cercando di passar gli uni davanti agli altri; le donne stesse stimolano i cavalli, per riuscir vittoriose nella gara; i vincitori fanno schioccare la frusta in segno di trionfo: l’aria echeggia di risa e di canti; fin che il turbinio festoso dispare nel verde infinito della campagna cogli ultimi barlumi del tramonto.
A Groninga voltai le spalle al Mare del Nord, il viso alla Germania, il cuore all’Italia, e cominciai il mio viaggio di ritorno attraversando rapidamente le tre provincie olandesi della Drenta, dell’Over-Yssel e della Gheldria, che si stendono intorno al golfo di Zuiderzee, fra quella della Frisia e quella d’Utrecht; una parte dell’Olanda, che, visitata tratto per tratto, riuscirebbe uggiosa a chi non viaggia con curiosità d’agronomo o di naturalista; ma che, vista di volo, lascia in chi abbia sentimento della natura, un’impressione incancellabile. Per tutto il tempo del viaggio, il cielo fu quale si conveniva all’aspetto del paese: grigio ed eguale; ed io fui quasi sempre solo. Così godetti lo spettacolo in tutta la sua trista bellezza, e in silenzio.
Uscendo dalla provincia di Groninga, si entra in quella della Drenta, e si vede un cangiamento improvviso nell’aspetto del paese. Di qua e di làsi stendono a perdita d’occhio campi immensi, coperti di sterpi, nei quali non si vedono nè strade, nè case, nè rigagnoli, nè siepi, nè alcun indizio d’abitazione o di lavoro. Qualche macchia di piccole quercie, che si considerano come traccie dell’esistenza di antiche foreste, sono la sola vegetazione che s’innalzi al di sopra della sterpaglia; le pernici, le lepri e i galli selvatici, i soli animali che richiamino il viaggiatore al sentimento della vita. Quando si crede d’essere alla fine della landa, la landa ricomincia; agli sterpeti succedono gli sterpeti, alla solitudine la solitudine. In questa triste pianura, si vedono qua e là dei monticciuoli, che altri crede siano stati innalzati dai Celti, altri dai Germani, nei quali, scavando, furon trovati vasi di terra, seghe, martelli, ossa calcinate, cocche di freccie, pietre da macinare il grano, anelli che si suppone servissero di monete. Oltre a questi monticciuoli, si ritrovarono, e rimangono tuttora degli smisurati massi di granito rosso ammontati e disposti in una forma che rivela un’intenzione di monumento, come di altare e di tomba; ma senza iscrizione, nudi, solitarii, come enormi aeroliti caduti in mezzo a un deserto. Nel paese si chiamano tombe degli Unni, la tradizione li attribuisce alle bande di Attila, il popolo dice che sono stati portati in Olanda da una razza antichissima di giganti, il geologo crede che siano giunti dalla Norvegia sul dorso dei ghiacci antidiluviani, lo storico si perde in vaghe congetture. Tutto è arcanamente antico in questa strana provincia. Vi si ritrovano degli usidella Germania primitiva, la coltura in comune sugliesschen, la tromba rustica che chiama i contadini al lavoro, le case descritte dagli storici romani, e su questo vecchio mondo il mistero perpetuo d’un silenzio immenso: