Betta era corsa piangendo nella camera di Tina.
—La mamma non mi fa più il vestito.
—Vorrà tenerlo per sè,—disse la signora Adelaide, e il suo viso parve duro alla fanciulla, nel lungo sforzo che la povera donna faceva per rattenere i singhiozzi.
—Dille che venga qui,—mormorò Tina.
E mentre Betta se ne andava consolata, Tina richiuse gli occhi.
La mamma, seduta presso il capezzale, stette a guardarla in preda ad un profondo sbigottimento davanti a quella nuova trasformazione. La fanciulla diventava un'altra; il naso le si era affilato e un'ombra le aveva scavato le gote, mutando tutta la sua fisonomia; soltanto la fronte sotto quell'arruffio dei capelli rimaneva ancora pura.
Poi aprì gli occhi e disse quasi in sogno:
—Come sei lontana!
—Aspetta, aspetta,—rispose l'altra senza capire.
Tina tese la mano lucida, scheletrita.
—Che cosa vuoi?
—Andrai dalla signora Cesarina.
—A fare che?
Un bagliore brillò nelle pupille dell'ammalata.
—Mi ha promesso un regalo.
—Che cosa?
Tina rispose dopo una pausa:
—Ho freddo.
Allora la mamma, girando intorno al letto, le addoppiò addosso la coperta scoprendo mezzo il lenzuolo.
—Stai bene? Vuoi del latte?
—Chiama la signora Veronica.
Tina rimase sola.
In quel momento il sole dal comò veniva radiosamente verso il letto saltando sulla tavola, che la mamma e la signora Veronica avevano trasportata dalla cucina per poter mangiare non lontano dalla ammalata.
Ella pensava:
—Che cosa è la morte?
E non sapeva immaginarsela che quale un sonno più lungo, forse più freddo ma insensibile, come assopendosi per qualche ora ella non lo sentiva più salire così, adagio, dai piedi. Aveva pensato pure a che cosa le metterebbero indosso prima di adagiarla nella cassa, poichè aveva regalato a Betta l'unico abito veramente suo ma le restavano ancora due camice nuove e una sottana nel comò. Poi chi la vedrebbe? Chi lo saprebbe?
Pareva che una nebbia le fosse entrata nel cervello, stentava a ricordarsi: nessun rimpianto, nessuna immagine le saliva più dalla coscienza. Forse così muoiono i fiori sotto l'umidore delle rugiade, dopo che il sole li essiccò nella lunga giornata, Persino quella ultima, acuta voglia di una bianca corona virginale sulla bara non rimaneva più che come la estrema luce del suo olocausto.
L'aria della camera si era riscaldata, il sole copriva adesso la piccola tavola di una fiamma, salendo per il letto verso i piedi di Tina; ella lo guardava di sbieco senza muovere il capo. Era bello: ma le piante morte o morenti nei campi se ne accorgono forse?
Gli uccelli feriti invece si nascondono nell'intimità più scura della fratta per morire.
Betta entrò per la prima correndo al letto:
—Diglielo, diglielo,—sussurrò rapidamente.
Ma la signora Veronica, che teneva ripiegata la sottana sul braccio sinistro, con una grande forbice nella mano destra, non pareva alla faccia niente affatto contrariata. Prima di avvicinarsi al letto si fermò alla tavola per esaminare se vi fosse qualche macchia fresca.
Bettina chiamò:
—Vieni qui, mamma.
—Contentatela,—mormorò fiocamente l'ammalata.
Allora l'altra la scrutò acutamente senza che sul volto le apparisse alcuna emozione.
—Come volete: debbo tagliare qui sulla tavola davanti a voi?
La piccina battè le mani.
—Sarò bella anch'io una volta!
Tina ebbe ancora un sorriso negli occhi, ma la signora Veronica si volse alla signora Adelaide:
—Avete un cencio per sfregare la tavola? Meglio forse stendervi sopra qualche cosa di bianco; aspettate, vado io di là a prendere una tovaglia.
Andò e tornò subito.
—Sedete qui con me, signora Adelaide,—disse quasi imperiosamente, perchè non tornasse al letto.
Parlava con voce calma come al solito. Il sole le batteva sulla faccia grassa e lucida, accendendovi qua e là come dei riverberi; allora guardò alla finestra coll'idea subitanea di socchiuderla, ma capì che l'ammalata non ne avrebbe forse avuto piacere, e rigirandosi venne a voltargli contro la schiena.
Sulla tavola aveva disteso un mezzo telo di lenzuolo.
La signora Adelaide aveva dovuto sedersi a un angolo fuori del sole vicino a lei. Betta sempre con quel fazzolettone, che le fasciava la faccia gonfia e giallastra, stava in piedi all'altro capo, dentro l'ombra grande della mamma; le sue mani tremavano d'emozione, mentre cogli occhi spalancati seguiva lo spiegarsi della sottana così larga al disotto che cadeva dalla tavola e nella purezza del suo colore cilestrino pareva una qualche cosa straordinaria in quella camera.
La signora Veronica spianò colle mani l'ultime pieghe.
—A fare una cosetta per bene,—disse lentamente,—ci vorrebbe un modello. Il vestone, che Betta ha indosso, lo tagliai ad occhio e croce, ma questo, che dovrebbe servire per andare fuori qualche volta la domenica, bisognerebbe disegnarlo meglio, non vi pare, signora Adelaide? E poi, ecco perchè non avrei voluto sciupare così la sottana: al vestone occorre mettere qualche cosa di bianco al di sopra e al di sotto, una bavarina, una blonda increspata o a cannoncini, mi capite, non è vero? Ogni stoffa ha le proprie esigenze: lo sapete meglio di me.
—È vero,—mormorò l'altra—quasi quelle parole evocassero in lei ricordi lontani.
—Come vogliamo dunque fare?
—Prima scucire la cintura e i teli.
—Questo si sa.
La signora Veronica aspettava sempre colla forbice nella mano e una certa pensierosità sulla fronte.
—Levati il vestone, Betta; lo proveremo così sopra la sottana prima di sciupare qualche cosa.
La fanciulla con ambo le mani dietro la schiena si mise subito a sbottonarlo senza trarsi il fazzoletto; sulla bocca le tremava un riso silenzioso, che non si vedeva, perchè in quell'atteggiamento doveva tenere la testa bassa, ma non fu l'opera che di pochi secondi: improvvisamente la testa vi sparve dentro, tutto il suo corpo si agitò, e il vestone cadde sulla tavola.
—Bada,—gridò la mamma,—che non sia sudicio sotto il collo!—Ma lo scuoteva già colla mano in alto, fuori della tavola.
Betta era rimasta con quel fazzoletto nero e una camicetta scura, tutta rattoppata, attraverso la quale traspariva pietosamente la sua figura di scheletro. Quasi per una subita sensazione di freddo si scostò per entrare nel sole.
—Dammi una sedia, ma rimettiti al tuo posto; non ti voglio vicina, nè quando taglio nè quando cucio.
Pareva tranquillissima. Così seduta non poteva vedere Tina raggomitolata sotto la coperta, giacchè Betta silenziosa all'altro capo della tavola le toglieva mezza la vista del letto.
Ma col lembo inferiore della sottana fra le mani la signora Veronica non si decideva ancora.
—Guardate,—disse alla signora Adelaide:—è un vero peccato che le sottane usino adesso così sghembate: disfacendole, non se ne cava nulla…—E s'interruppe davanti al viso immobile dell'altra. Qualche cosa le passò in fondo agli occhi, come un tremito di pietà; quindi per toglierla da quella dolorosa atonia raddoppiò la chiacchiera.
—Quando siete venuta a chiamarmi ero risalita allora allora: giù la signora Giovanna aveva bisogno di vedermi. In fondo sono buona gente in quella casa; mi hanno parlato anche di voi, ma essi pure si trovano in grossi guai.
Così dicendo si decise finalmente a piantare la punta delle forbici nell'orlo della sottana per staccarne la sottile fodera inamidata.
—Figuratevi che il marito passa un cattivo quarto d'ora; pare che alla conceria si tratti quasi di mandarlo via; è una famiglia che potrebbe benissimo resistere anche a questa disgrazia, ma capirete che si va sossopra per molto meno. Invece la Gemma è sempre alla finestra per vedere il figlio della Nena; mi sono affacciata anch'io un momento, e ho visto che aveva messo sul davanzale un magnifico stivalino di pelle nera. Si facevano dei segni; allora Gemma si è ritirata, ma la mamma, credendo di aver indovinato tutto, le ha dato uno schiaffo. E tu, Betta, vuoi stare ferma invece di tirare per la sottana a rischio di farmi forare le dita? Male, signora Adelaide, battere così le figlie, quando sono grandi, davanti a terze persone: naturalmente soffrono troppo e fanno peggio.
L'altra sospirò.
Ma la signora Veronica, che voleva ad ogni costo attirarla nel dialogo, proseguì:
—Io lo so, vedete; quando la signora Giovanna esce di casa per restare fuori qualche tempo, Gemma fa un segno dalla finestra e lui sta attento, attraversa la strada in modo da farsi notare il meno possibile e viene su per le scale. Le altre due sorelle aiutano. Vedrete che cosa accadrà più avanti. La Nena ha detto già colla mercantessa da carbone nella bottega del Tombolino che suo figlio sposerà la Gemma perchè la cosa oramai è fatta.
—Fatta,—ripetè la signora Adelaide, presa poco a poco nell'onda lene di quelle parole.
—Mio Dio! ecco, non si vede molto ancora, ho guardato bene la Gemma, ma quanto al resto deve essere vero. Temo invece che la cosa non debba riuscire dal canto del padre. Quello è un osso duro; capacissimo di cacciarla via di casa senza un centesimo, e allora l'altro, lo conosco, non la sposa di sicuro. È svelto e niente affatto innamorato: lei, invece, la Gemma, ha la tarantola. A proposito: la signora Giovanna mi ha parlato anche di don Pietro.
—Sopra di che?
—Niente, che ha aiutato anche quella povera Maddalena, la lavandaia vedova con quel branco di figli, che si è rotta la gamba destra per le scale di casa. Egli verrà dentro oggi.
—Sì,—ripetè la signora Adelaide, e volse il capo; ma siccome Betta si era ancora spostata potè vedere Tina.
—Non vi muovete: adesso tenetemi questa falda: così non vien fatto nulla.
L'altra ubbidì, mentre la signora Veronica cogli occhi fissi sulla cucitura seguitava:
—Sapete dove bisognerebbe andare? Dalla signora Cesarina,—seguitò abbassando la voce.
—Tina mi ha detto che aspetta un regalo.
—Quale?
—Non si è spiegata.
—Quando si sveglierà, glielo dimanderemo. Non darà molto, perchè quella donna la conosco, ma nel vostro caso qualche cosa si può cavarne. Certa gente è soprattutto così: se vi debbono qualche cosa non vi danno nulla, invece se non si credono obbligati a niente, sono capaci di largheggiare. Sempre l'amor proprio! Che cosa avete mangiato stamattina?
—Ho bagnato mezza pagnottella nel caffè col latte.
—Io ho delle budelline di agnello e delle verze per fare un po' di riso: ne prenderete una tazza con me.
—Ma lei, che da tre giorni non vuole prendere nulla!
—Bisogna aspettare.
—Credete che si rimetterà?
—Colla gioventù non si sa mai: non è finita che quando è finita davvero. Se don Pietro non è ancora tornato, egli che ha un occhio da medico, vuol dire che nemmeno lui teme una disgrazia improvvisa.
Questa assicurazione parve quietarle tutte e due. Adesso parlavano a voce bassa come se si facessero delle confidenze; il discorso era tornato sulla Gemma, che si stringeva troppo alla vita per far sporgere il seno: anche la signora Adelaide sapeva della tresca, anzi risalendo le scale una volta li aveva sorpresi a baciarsi.
Se ne ricordò.
Betta, indifferente al discorso delle due donne, si era rivolta al letto: il sole arrivava sui capelli di Tina arruffati nel mezzo del cuscino, ma il viso dell'ammalata, più basso, rimaneva nell'ombra.
La fanciulla si accostò in punta di piedi.
Tina aveva la bocca aperta e gli occhi sbarrati, opachi come un vetro. Betta fece quel solito gesto, quando la chiamava per dirle qualche cosa, ma Tina non si mosse: la sua fronte era quasi verdognola, e il sole fra i capelli pareva accenderle delle fiammoline.
Un freddo sorprese Betta, che non osò chiamare: Tina! Istintivamente volse il capo alle due donne, ma vedendole chine sulla falda della sottana, tornò ancora a guardare Tina. Dormiva? Che cosa era? Betta ripetè il medesimo gesto, allungandole la mano verso gli occhi, e in tale atteggiamento scherzoso, con quel fazzolettone scuro che le fasciava il visetto giallastro, e la camiciuola dalla quale la deformità del suo corpicino appariva stranamente, si sentì anch'essa così ridicola che ne sorrise per la prima.
Ma evidentemente Tina non se ne accorgeva.
Allora Betta si accostò, evitando di guardarla negli occhi, che cominciavano a farle paura, poi colla mano destra le toccò la mano sporgente dal letto. Era fredda.
Un inesprimibile terrore la fece tremare tutta; quindi abbassando la testa, in punta di piedi, senza che le due donne se ne fossero accorte, tornò al tavolo. Anche lei era diventata pallidissima: girò intorno allo spigolo per avvicinarsi alla mamma, ma, involontariamente lo sguardo le tornava sempre a Tina.
Le due donne avevano smesso di parlare, curve sulla gonna cilestrina, già aperta sopra un fianco.
—Voltate il telo: così, bene!
Anche Betta guardava: adagio, silenziosamente, tirò la mamma per la sottana; questa si volse, e vedendo la fanciulla così sconvolta frenò il gesto d'impazienza, che già le sfuggiva.
—Che cosa è?—chiese cogli occhi.
Betta guardò il letto.
—Mio Dio!—gridò la signora Adelaide, che sorprese quell'occhiata; e levandosi nervosamente, si precipitò verso la morta.
—Tina, mio Dio, Tina!
Betta scoppiò in pianto.
Colla faccia su quella mano gelata la mamma non piangeva, non singhiozzava; si udiva solamente l'anelito faticoso del suo respiro simile a quello di un ferito. Le campane di una chiesa vicina suonarono mezzogiorno nell'aria vibrante del sole; Betta, appoggiata dietro la sedia della mamma, aveva nascosta la testa. Allora la signora Veronica si alzò per esaminare la morta: nessun dubbio, Tina era già spirata silenziosamente, e colla bocca ancora aperta nello sforzo di un grido, che non aveva potuto uscirne, guardava. A certuni pare che i morti abbiano ancora uno sguardo; la signora Veronica ebbe questa impressione, vedendo dietro l'azzurro delle pupille la stessa ombra mesta, come quando la fanciulla colla fronte sopra una mano s'incantava per ore intere.
La signora Veronica si commosse, guardò la mamma inginocchiata.
—Eh!—mormorò con un sospiro; poi risolutamente girò intorno al letto dall'altro lato, e vi salì per chiudere quegli occhi.
La signora Adelaide alzò la testa al fruscio del pagliericcio senza parlare.
—Aspettate,—disse l'altra prendendo fra le mani ambo i ginocchi della morta; li rivoltò, quindi con uno sforzo improvviso, violento, li distese. S'udì uno scricchiolio.
—È fatta: dopo, sarebbe stato impossibile allungare le gambe stecchite dal freddo; lo sapete pure.
Ma sembrava che avesse faticato, ansava; quando fu discesa dal letto, rimase alquanto immobile a guardarsi. Betta piangeva sempre.
—Va di là, tu,—le disse quasi severamente; poi accostandosi alla signora Adelaide le prese una mano.
—Venite con me: faremo tutto dopo.
L'altra si lasciò attirare.
—Venite, venite.
La trascinò così sino alla porta, le si mise dietro per impedirle di vedere un'altra volta la morta voltandosi.
Tina rimase sotto quella coperta cogli occhi chiusi nel sole, che adesso le avvolgeva in una fiamma d'oro la faccia bianca; ma quell'ombra dentro la bocca aperta era diventata quasi nera.
—Buona notte, fatevi coraggio,—ripetè ancora la signora Giovanna, mentre le tre figlie dietro di lei guardavano.
—Grazie.
—Volete che vi facciamo lume per le scale?
—No, no.
Poco dopo la porta si richiuse e la signora Adelaide rimase al buio.
Si sentiva la testa pesante forse per quello stufato di agnello, che le avevano fatto mangiare quasi a forza, perchè aveva dovuto mettersi a tavola colla famiglia della signora Giovanna, la quale, tutta compresa della propria buona azione, voleva assolutamente essere obbedita. Quel pomeriggio era stato lungo. La signora Giovanna, salita solamente colla Gemma a vedere la morta prima che la mettessero nella cassa, aveva poi forzato la mamma a discendere con lei per sottrarla almeno allo strazio dell'ultimo distacco.
Adesso tutto era finito.
Il trasporto di Tina aveva avuto luogo verso le sei abbastanza decentemente; i casigliani si erano prestati ad una colletta, don Pietro aveva aggiunto il resto, ma nel viso melanconico pareva anche più severo. La signora Adelaide, annientata da tutta quella novità, non sentiva più che un gran freddo nell'ossa e qualche cosa come un velo intorno alla faccia, che le annebbiava la vista. Solamente le era rimasto un tremito nelle mani dopo quello sforzo di aiutare la signora Veronica a mettere Tina nella cassa, mentre il sole riempiva tutta la stanza della propria fiamma.
Adesso invece le scale erano buie.
Ella saliva adagio, aiutandosi colla mano nel muro quando un piede mal fermo le si spostava sui mattoni slabbrati degli scalini e la faceva traballare nella paura improvvisa di cadere.
—Non ci deve essere in casa nemmeno un mozzicone di candela,—mormorò.
Era la prima idea; pel resto sapeva che avrebbe trovato la casa in ordine; che cosa poteva infatti esservi sossopra? Ma la signora Veronica aveva spazzato persino il pavimento e spolverati i mobili per quella sua smania della pulizia e per rispetto della morta.
—Vedete, io tengo tutto pulito in casa mia,—aveva ripetuto parecchie volte:—questa volta però è un'altra cosa. I morti non ci appartengono più; la gente, che viene a vederli, è come se entrasse in chiesa, ci vuole molto rispetto, molto rispetto.
L'altra non aveva capito bene.
Invece la morte le accresceva senza misura quello sbigottimento di abbandono da tant'anni così profondo nella sua vita. Colle mani ciondoloni, le gambe che le mancavano sotto, stava a guardare ritta, o si muoveva sempre troppo tardi per aiutare in qualche cosa. E il suo gesto era così stanco che la signora Veronica le ripeteva:
—Lasciate, lasciate.
Era vero, se ne accorgeva anch'essa. Aveva pure sentito con nuova amarezza di non soffrire come se lo era immaginato; i suoi occhi non si gonfiavano di quelle lagrime che sembrano forarli, il suo cuore non aveva urlato nello spasimo della disperazione, che non vuole essere consolata e si consuma nella propria impotenza.
Quindi cedendo alla violenza della signora Giovanna, che nel trarla di lì tornava a spiegarne il motivo con tutti, era sembrata quasi una delle tante madri incapaci persino di fingere il dolore della propria maternità perita forse nella miseria da troppo tempo. La signora Giovanna stessa ne aveva ricevuta una cattiva impressione, mentre le figlie sorridevano talvolta con quel sorriso involontario della gioventù dinanzi a coloro, che non sono più niente nella vita; ed è quasi la stessa ironia, come all'apparire di un cane randagio, spaurito, in una qualche strada popolosa: la gente gli urla subito dietro, i monelli l'inseguono, finchè un cane più forte gli si avventa, e allora tutti ridono. Perchè? È cattiveria? È così. Ma davanti a certe tragedie, coloro che non sono affatto disposti ad entrarvi, vogliono vederne il dolore, altrimenti si fanno più duri.
Ella taceva. Seduta colla signora Giovanna sul canapè della stanza coniugale, aveva udito benissimo il tramestio dei becchini nelle scale troppo strette per la cassa, e tutte le porte si aprivano sui pianerottoli, la gente discendeva; poi il tonfo cupo dello sportello, quando la cassa sospinta da cinque o sei mani scivolò dentro il cassettone della carrozza nera, aveva per un istante coperto il vocìo della strada, e poco dopo il cavallo si era allontanato battendo sonoramente i ferri sulle lastre.
Pallida, si era alzata per andare alla finestra: ma la signora Giovanna lo aveva impedito.
—No, no, non istà bene: i vicini ne riderebbero.
Nelle scale il silenzio era profondo. Sempre colla mano al muro giunse sull'ultimo pianerottolo, e si fermò tastando guardingamente l'uscio della signora Veronica; ma era chiuso.
Intese parlare al di dietro, poi le voci tacquero. Improvvisamente si ricordò quanto quella donna egoista, così abile a vivere della propria miseria, aveva fatto per lei in quel giorno occupandosi di tutto, della colletta, della cassa, uscendo per andare da don Pietro e dalla signora Cesarina, che aveva mandato dieci lire e una corona bianca di narcisi. Era questo il regalo chiesto da Tina per la propria bara. Ma capì che adesso era finita ogni intimità, d'ora innanzi la signora Veronica non avrebbe più alcun motivo d'interessarsi a lei come pel passato quando Tina poteva da un giorno all'altro fare fortuna ripagandole il beneficio. Era così, non doveva essere altrimenti: finchè si ha qualche cosa nella vita, gli altri aiutano, poi si allontanano avendo bisogno, specialmente i poveri, di pensare prima a se stessi.
Lentamente sospinse il proprio uscio.
Per la finestra aperta una luce pallida rischiarava la stanza. La tavola stava nella cucina davanti al focolare, presso quel sofà sgangherato: al di fuori si vedeva un lembo di cielo pieno di stelle in un sereno scuro, e qualche riverbero dei fanali a gas saliva pei muri languidamente. Nel silenzio un passo d'uomo echeggiò dal vicolo allontanandosi: doveva essere poco più che un'ora di notte. Girò per la stanza tastando qualche cosa, quasi a riconoscere gli oggetti, ma una paura e un'ombra le crescevano dentro. Che cosa fare? Sapeva di non avere candela e che non le sarebbe possibile discendere per battere all'uscio di qualcuno: oramai tutti avevano fatto per lei più di quanto dovevano, e domani, sempre, a ogni ritorno, sarebbe così, la stessa sensazione di freddo e di abbandono. Una voce, quasi un grido le salì alla gola, ma lo soffocò con ambo le mani, come tremando che potesse prolungarsi indefinitamente in quel silenzio.
Dov'era Tina?
Nel cimitero lassù, non sapeva altro. Certamente avevano calata la cassa in una fossa comune, fra cadaveri ignoti l'uno all'altro, e se n'erano andati senza nemmeno voltarsi per stendere sulla terra smossa quella corona di narcisi bianchi. Eppure Tina non avrebbe chiesto di più: tutta la sua primavera non aveva avuto altri fiori.
Infatti la fanciulla non amava il lusso e non sentiva quei desiderii voraci, pei quali ella si ricordava di aver sofferto sino in ultimo. Tina ignorava tutto: in altra condizione sarebbe forse vissuta a lungo felice, senza accorgersi che gli uomini esistessero, e invece era morta a sedici anni per colpa loro. Improvvisamente un rancore simile ad una fiamma le montò dall'anima contro quella illusione di fare fortuna essendo più buone o avendo sofferto più delle altre; il sangue le si accese, poi un pensiero anche più triste lo spense tosto: perchè lagnarsi? Non era inutile?
Se in quel momento avesse potuto gridare all'uomo, che pel primo gliela aveva presa: «Mia figlia è morta, sei tu, sei tu che l'hai uccisa!» non le avrebbe egli, già immemore di quel mattino lontano, risposto con un sorriso? Non erano così tutti gli uomini? Non pensano tutti che le donne, rassegnandosi a certe cose, esercitano un mestiere, il quale ha naturalmente i rischi di ogni altro?
Talvolta anche se ne muore, ma la colpa non è di nessuno.
—Ecco tutto!—disse con un amaro sorriso.
La gola le bruciava: quindi si alzò dal canapè per cercare nella madia quel resto di latte, che Tina non aveva voluto bere: non lo trovò.
Anche il secchio era vuoto.
Una sete l'ardeva; pur sapendo che non vi potevano essere, cercò dappertutto dei fiammiferi e un mozzicone di candela per sottrarsi al buio, nel quale si sentiva troppo sola. Uno per uno i ricordi della vita si erano allontanati nell'ombra della notte, poi la debolezza tornava a fiaccarle le gambe, mettendole nelle reni uno spasimo di arrembatura. Tina era lassù.
Anche nei giorni buoni, quando capiterebbe ancora di cuocere qualche cosa, ella non potrebbe più voltarsi per chiamare sorridendo la fanciulla a mangiare nel medesimo piatto, adesso che erano tutte due egualmente sole. Eppure sotto l'onda di quella tristezza non piangeva. La sua testa smarrita nella nuova solitudine tremava timidamente senza collera, senza nemmeno quel tragico abbacinamento dei grandi dolori, che a poco a poco si obliano nella propria contemplazione, quasi il mondo cessi loro d'intorno. Ella invece ne soffriva ritraendosi dinanzi alle immutabili necessità, che si sarebbero rinnovate domani. L'egoismo della sua natura sofferente da tanti anni si rannicchiava, come d'inverno certi vecchi poveri sotto il vento di tramontana si stringono nei cenci alle porte delle chiese, sentendo l'ultimo calore del sangue risalire verso il cuore; e allora non hanno più la forza di chiedere, mentre qualche cosa si mette a singhiozzare nel fondo delle loro anime. Anche Tina era stata così: la sua giovinezza muta, la sua obbedienza passiva nascondevano una di quelle tragedie incomunicabili, davanti alle quali i cuori più sensibili rimangono sordi.
La fanciulla infatti non aveva mai voluto raccontare che cosa avesse sofferto la prima volta in quella camera della signora Cesarina.
Ma questo pensiero la ricondusse alla necessità di entrare nell'altra stanza.
Che cosa faceva nella cucina? Per guadagnare tempo cercò di passare in rivista le persone, alle quali avrebbe potuto presentarsi l'indomani per chiedere aiuto; e la prima fu la signora Cesarina.
—No, no,—proruppe a bassa voce:—mi farebbe dire senza dubbio di non essere in casa.
Quella donna non aveva cuore, le si vedeva in faccia.
Ma era già all'uscio, rabbrividendo per tutti i nervi come dinanzi a qualche terribile cosa, che dovesse accaderle. Si ricordò che Tina era rimasta per sempre colla bocca spalancata nello sforzo dell'ultimo grido, perchè la signora Veronica chiudendole gli occhi si era dimenticata di stringerle sotto il mento il solito fazzoletto. E al suo cuore di madre questa sensazione si era rinnovata poi dolorosamente, quando dovette accorgersi che le mascelle irrigidite dal freddo della morte non si sarebbero più chiuse.
Una paura inesprimibile le aveva agghiacciato l'anima. La fanciulla, così sottomessa a tutte le violazioni della propria vita, aveva forse tentato di gridare nell'ultimo momento, cogli occhi già pieni di un'ombra immobile.
Ella stessa si sentiva riprendere dallo spavento della tenebra. Quell'altra finestra sarebbe aperta? Non sapeva spiegarsene il perchè, ma credeva di sì per un senso di misterioso rispetto alla morta. Aspettò coll'orecchio teso nel silenzio ascoltando i battiti del proprio cuore.
Un sudore freddo le bagnava la fronte.
Entrò.
La finestra era aperta, nella camera illuminata dal chiarore della notte niente era mutato: rapidamente si diresse al letto dal suo solito canto e cominciò a spogliarsi colle mani tremanti.
Raggomitolata sotto le coperte, come se avesse freddo davvero, si teneva con ambo le mani un lembo del lenzuolo sulla faccia, ma il cuore invece di calmarsi le batteva sempre più precipitosamente. Allora le lagrime cominciarono a caderle per le guance, e un singhiozzo lungo la scosse per tutti i nervi. Qualche cosa le si scioglieva dentro, liberando finalmente la sua anima dal peso ineffabile del silenzio. Ah! come era sola adesso che Tina non le stava più accanto riscaldandola col suo corpo giovane, che d'inverno le si stringeva sempre più presso, talvolta abbracciandola anche nel sogno! Il letto era sempre così. La signora Veronica invece di rifarlo si era contentata di spianarvi sopra quei lenzuoli saturi ancora di tutto il sudore triste dell'ammalata. Ella ne raccapricciò, malgrado l'abitudine oramai vecchia ai sudiciumi della miseria, e seguitò a piangere in un dolore quasi dolce. Tutta la sua tenerezza si effondeva in quel pianto silenzioso, mormorando appena il nome della figlia: Tina, Tina! Non avrebbe voluto altro. Non pensava più all'indomani, non si ricordava più nulla. Invece sentiva sul fianco la sua buca scavata nel pagliericcio, più grande forse di quella lassù nel cimitero. Ella non voleva che Tina, la sola creatura, dalla quale fosse stata amata per sedici anni, anche nei giorni peggiori, quando ella stessa si accorgeva di diventare bisbetica e di trattarla male. Era lei, la mamma, che faceva così, Tina no: la guardava negli occhi abbassando la testa, e poco dopo veniva a tirarla per la sottana con un sorriso. Eppure la povera fanciulla avrebbe avuto il diritto di essere cattiva in quella vita di miseria, senza mai una consolazione. Per quanto adesso ella si credesse infelice, qualche bel giorno lo aveva avuto; ma Tina mai, nè da bimba nè da fanciulla, nemmeno quelle gioie della infanzia che trova dappertutto un sorriso, nemmeno quelle speranze della giovinezza, nelle quali ogni donna sale come dentro un incanto. Ed era morta per darle da mangiare, non c'era più.
—Tina, Tina!—ripeteva colle mani tese nell'ombra della notte primaverile.
Poi si volse disperatamente ed afferrò il cuscino, sul quale era spirata; lo strinse, lo baciò in una smania, che la fece cadere dentro la buca stessa della morta. Diè un balzo d'orrore, e si trovò dall'altro lato, inginocchiata per terra, col cuscino fra le braccia.
—Sono stata io! Tina, Tina, perdonami di averti messa al mondo, perdonami, perdonami!
E questo grido le saliva finalmente dalle labbra con tutta la sua anima di madre, che nello spasimo dell'amore si pentiva di avere dato una creatura al tragico mistero della vita.