Così una ripugnanza di spavento e di orrore le faceva quasi credere di dover subire una mutilazione, qualche cosa di avvilente e di straziante come sotto il ferro di un chirurgo, che vi taglia la carne, e dopo si resta per tutta la vita deformi davanti al sorriso della gente. Perchè dunque le si voleva imporre questo? La mamma aveva parlato tristamente, mentre la signora Veronica ne sorrideva come di una cosa inevitabile, alla quale si volesse dare troppa importanza: secondo lei si trattava soltanto di cavarne tutto il vantaggio possibile.
Ma a poco a poco la fanciulla si distrasse.
Non aveva quasi mangiato e la testa le ronzava ancora.
Alla luce della finestra la stanza appariva vuota: non vi era che un comò, tutto il resto era stato venduto, e sul comò uno specchietto incastrato in una scatola aveva un luccicore di acqua nella notte.
Per quel vicolo deserto non passava alcuno.
Per un momento ella pensò agli inquilini della casa; gli Arrighi al primo piano, una famiglia di un conciapelli, che guadagnava sei lire al giorno: la signora Giovanna, alta, bruna, con un'aria da uomo e tre figlie che cucivano di bianco; la mamma aveva per amante un garzone da caffè, e la maggiore delle figlie era innamorata del calzolaio, che lavorava sempre alla finestra dirimpetto alla loro. Nella famiglia scoppiavano continue liti, quantunque il padre, sulla cinquantina, pacifico e bonario, sopportasse. Al secondo piano abitava un muratore con una donna, che non era sua moglie, e nell'altra camera un vecchio pensionato, solo; non lo si vedeva quasi mai. Ella conosceva tutti, e tutti le volevano bene, quantunque non avesse reso loro nessun vero servizio; la signora Veronica, invece, era mal vista.
Ma la fanciulla non si domandò nemmeno se avessero potuto accorgersi di quel signore, altrimenti questo dubbio sarebbe bastato a gettarle nell'animo un nuovo terrore.
Quella sigaraia, che stava col muratore, era bionda, quasi bella, di un cuore così allegro che canticchiava spesso per le scale tornando dal lavoro: una volta, nell'inverno, era venuta ad invitarla a pranzo, e l'aveva trattata benissimo perchè si stimava nata in una condizione più bassa.
Tina si ricordò di un gran pezzo di migliaccio mangiato dopo le frutta.
E dormivano felici, soli, sotto quella camera.
* * *
Adesso le pareva di essere seduta sulla soglia di una chiesa.
Da tutte le strade la gente arrivava vestita a festa: i bambini suonavano le trombette, le mamme guardavano sorridendo. Ella aveva oltrepassato la folla, assorta nello spasimo della propria miseria, che le toglieva di sentire ogni altra cosa; ma si ricordava di essere scappata di casa appena la mamma si era assopita, quantunque in quella dormiveglia il suo viso giallo esprimesse la medesima tristezza insopportabile. Così come si trovava, senza fazzoletto in testa, coi piedi dentro due vecchie calze rattoppate e quel corsetto da notte mal chiuso, era fuggita. Dalla porta della chiesa si vedeva nello sfondo scuro una infinità di ceri accesi, che sembravano nelle fiamme tanti chiodi roventi; e un odore d'incenso usciva a sbuffi, dandole al capo una sensazione dolorosa.
Accoccolata sopra uno scalino, coi gomiti sulle ginocchia e la mano sinistra tesa, aspettava sempre che qualcuno nell'entrare le facesse l'elemosina, ma non osava domandarla, guardando con gli occhi così fissi che ella stessa ne sentiva tutto il peso. Poi si era accorta di mostrare le calze bucherate sino a mezzo lo stinco, perchè la sottana troppo corta si raccorciava ancora in tale atteggiamento, mentre quel corsetto della mamma le copriva le piccole mammelle illividite dal freddo.
E a poco a poco la gente cominciava ad entrare. Erano gruppi di donne vecchie, col fazzoletto sui capelli bianchi: alcune avevano un rosario nelle mani, altre scuotevano il capo paraliticamente affrettandosi verso la soglia, dalla quale sfuggivano fra i vapori dell'incenso le prime voci sonore delle preghiere.
Tutti i volti si componevano a una gravità solenne nel passare la porta, le fronti s'inchinavano e ogni parola cessava; i bambini invece si traevano sorridendo i berretti, e gli uomini si guardavano ai panni, ma nessuno le aveva ancora badato. Ella, senza parlare, fissava tutte quelle facce con la disperata intenzione di attirare qualche sguardo, perchè l'anima intera le ardeva negli occhi con una fiamma ancora più rossa dei ceri accesi sui candelabri dell'altare. E le pareva quasi di vederne il getto tremare nell'aria dinanzi alle pupille, mentre il freddo dello scalino attraverso quella sottile sottana le saliva per le reni insino ai riccioli della nuca.
Perchè dunque era venuta a sedersi su quella porta?
I poveri, che vi stazionavano spesso, sapevano chiedere con la voce e col gesto, e la loro voce piangeva e il gesto fermava la gente come un ostacolo pietoso: ella invece non sapeva che guardare, bruciando nella fiamma degli occhi tutte le preghiere, come nel momento dell'elevazione i chierici gittano nuovi grani d'incenso nei turiboli per sollevarne una nuvola bianca ondeggiante sull'altare. La sua piccola mano, aperta in quella muta invocazione, tremava già indolenzita, senza che nessuno se ne fosse ancora accorto. Immobile, in uno stupore sempre più angoscioso, ella si chiedeva come mai il suo caso non attirasse l'attenzione, quantunque la miseria sia uno spettacolo fin troppo ordinario all'angolo di ogni via e sulle soglie delle chiese per vincere facilmente l'indifferenza della gente; ma gli uomini, anche giovani, le passavano accanto sfiorandole la mano, e i vecchi entravano raccolti in se stessi, col capo curvo verso la terra, che li chiamava sommessamente.
—La mia mamma muore! la mia mamma muore!—voleva gridare levandosi collo stesso impeto disperato, come era fuggita di casa senza nemmeno chiudere l'uscio.
E si ricordava di non aver incontrato per le scale che un inquilino vecchio, il quale viveva solo, celando la propria miseria in una cameretta sotto la loro: nessuno lo conosceva, egli non parlava con alcuno. Si erano guardati nel viso, poi il vecchio lo aveva abbassato tristamente per nascondere forse di aver capito. Bisognava dunque morire così. Non bastava che fosse venuta sulla porta di quella chiesa a domandare l'elemosina? Forse a quest'ora la mamma si era desta e la cercava ansiosamente con gli occhi; nessun altro era in quella camera, perchè da due mesi nessuno v'entrava più.
Allora volle alzarsi, ma un peso enorme la premè su quello scalino senza permetterle nemmeno di spostare il gomito. Si sentiva piegare le reni e il respiro le usciva a stento dalla bocca, mentre un'altra gravezza, come di una invisibile calotta, le spingeva la punta del mento sempre più innanzi nella palma della mano. Ripetutamente si sforzò di voltare la faccia verso la chiesa. La messa doveva essere a mezzo, perchè il campanello del chierico tintinniva: ella ne ricevette le percosse vibranti sul cuore, poi lontano le campane di un'altra chiesa squillarono. Il piazzale era deserto.
Improvvisamente vide avanzarsi quel signore giovane vestito di nero: lo riconobbe all'alta statura e al viso storto, dentro al quale gli occhi lucevano dello stesso splendore, ma anch'egli doveva averla ravvisata, giacchè veniva dritto verso di lei con una rosa rossa in mano. Quando mise il piede sullo scalino, ella spaventata non pensò nemmeno a tendergli la mano: l'altro invece le si chinò sul volto bruciandoglielo con quella fiamma, che la fanciulla aveva già sentito, e le piantò il gambo della rosa dentro al capezzolo della mammella sinistra. Il dolore fu così acuto, che le parve di svenire, poi non vide più nulla. Il gambo le penetrava sempre più addentro, rigido, sottile, mentre la rosa troppo pesante le tirava giù la piccola mammella verso il grembo. Giammai aveva provato fitte più lunghe ed atroci. Il sangue, uscendo a gocce, bagnava tutta la rosa e cadeva dentro la tazza dal manico rotto, nella quale la mamma prendeva qualche volta il caffè. Come mai aveva quella tazza fra le ginocchia? Che cosa era stato?
Perchè aveva egli fatto così?
Adesso gli occhi le si cominciavano ad intorbidare; ad una ad una udiva il tonfo delle gocce con uno sbigottimento mortale, come se la vita le mancasse in un freddo, che le faceva diventare di marmo tutte le carni, quando si accorse d'un tratto di avere sul fianco sinistro la piccola Betta con quel vestone rosso regalatole da una vecchia marchesa per la festa della Befana. Ma la bambina non pareva più ammalata, e rideva vedendo sgocciolare il sangue nella tazza. Certo passò del tempo. Le gocce cadendo nella tazza ormai piena davano un altro suono, mentre la mammella vuota si allungava sempre più dolorosamente sulla rosa greve di sangue. Confusamente capì di morire; poi una suprema reazione le fece aprire gli occhi per strapparsi il fiore dalla ferita, ma le mani erano diventate troppo pesanti e gli occhi le si abbacinarono nello splendore di tutto quel rosso ardente come una fiamma.
Era una morte quasi dolce, la ferita non le doleva più: distese le gambe, e la sua mano incontrò la testa ricciuta della bambina, che le si chinava sul grembo per prendere la tazza.
—Bevi, se non vuoi morire,—diceva Bettina, tendendole la tazza alle labbra:—ma dammi prima un cioccolatino.
E il suo riso goloso diventava crudele nell'attesa.
—Non ne ho più;—mormorò la morente.
—Dammelo o butto via la tazza.
—Anche tu sei cattiva.
Credette di aver detto così l'ultima parola: non sentiva più male, era solamente in un buio profondo, silenzioso.
Ma la voce disperata della piccina la scosse, aperse gli occhi e la vide fra le braccia di quel signore giovane, che la portava via frugandole con la mano nel petto come aveva già fatto con lei.
—Tina, Tina!—gridava Betta.
Quando si destò, la mamma dormiva sempre e la piccina piangeva davvero nell'altra stanza lontana.
Doveva essere per l'indomani.
Quando Tina si risvegliò, la mamma già alzata da un pezzo lavorava nella cucina; la fanciulla si sentiva affranta, con la bocca pastosa e la testa greve. Come al solito il risveglio nella luce di quella camera, sempre con le griglie aperte, le diede la sensazione confusa di un male, che tornava a ripetersi con la immutabile monotonia di una giornata vuota. Infatti ella non aveva niente da fare. La loro casa in quel vicolo molto illuminato era delle più quiete: gli uomini ne partivano presto e le donne, chiuse nelle proprie stanze, non ne uscivano spesso, perchè mancava il cortile e le scale rimanevano sempre buie. Ella s'alzava dopo la mamma, che le aveva già preparata l'acqua nel catino, ma dopo restava lì incantata senza sapere come ammazzare il tempo.
Da piccina se ne ricordava però uno meno triste.
Allora la mamma teneva in casa una vecchia serva dai capelli bianchi, con gli occhi che parevano vuoti come quelli delle statue. La sua taciturnità era così ostinata che non si riusciva a farla chiacchierare nemmeno nei momenti di festa, quando la mamma, tornando a casa contenta, si metteva a giocare con la bambina. La vecchia invece teneva le camere con una pulizia ammirabile. Tina non sapeva niente di lei, sebbene con la grazia dell'innocenza fosse riuscita a farsi amare: solamente la vecchia confessava di non avere più nessuno al mondo dopo che sua figlia era morta improvvisamente nella vigilia delle nozze. La figlia si chiamava Marietta, ma la vecchia evitava di parlarne, come se a quel ricordo una cicatrice le si riaprisse dentro rendendole più penoso il silenzio lungo di tutti i giorni. Con la mamma andavano abbastanza d'accordo. Infatti questa comandava così poco nella casa che ne lasciava all'altra tutta la cura: altre volte stava fuori l'intera giornata non avendovi fatto che colazione, perchè era pigra e si alzava sempre dopo le dieci. Però in casa non mancava nulla. La vecchia preparava sempre il solito pranzetto; la mamma mangiava indifferentemente di tutto, ella invece così piccina era già piena di voglie e di bizze, che spesso la facevano piangere. In fondo amava però quella vecchia almeno quanto la mamma, sebbene non potesse con quella soddisfare tutte le tirannie della sua piccola volontà.
La faccia della vecchia non era bella. Le mancavano quasi tutti i denti davanti e i capelli si erano tanto diradati sulla fronte, che vi portava sempre un fazzoletto a quadroni turchini, anche d'estate. Ma quel velo di silenzio dava alla sua faccia giallognola una gravità ben diversa dall'altra della mamma, allorchè questa voleva con accento di padrona rivolgerle qualche rimprovero, o si metteva a fare delle considerazioni dolenti sulle difficoltà di andare innanzi senza avere una posizione assicurata. La fanciulla ascoltava il dialogo delle due donne, vedendo sempre la mamma cedere con un gesto scoraggiato alle parole della serva, che dovevano essere ben tristi, quantunque ella non potesse comprenderne il senso. Ma la vecchia non si scomponeva mai, parlava adagio, con accenti secchi, mentre la mamma invece scattava, si agitava, e talvolta piangeva.
Spesso venivano in casa uomini ignoti, ben vestiti, ma la vecchia allora non lasciava più la cucina e chiudeva l'uscio a chiave, dicendo a Tina di non fare rumore, o mettendola sopra una sedia le dava qualche cosa da mangiare, un frutto, una chicca, con certe carezze insolite, che irritavano la fanciulletta.
Però queste visite non erano lunghe.
Una volta la mamma rientrò in cucina pallida, cogli occhi gonfi. Si vedeva che soffriva. Aveva quella vestaglia bianca, inamidata, che non portava quasi mai, colle frappe dritte intorno al collo, ma la metà dei capelli le cadeva in disordine sopra una spalla e dai bottoni mal chiusi le si vedeva sotto la camicia, anch'essa aperta.
Il signore se n'era andato.
La madre cadde sopra una sedia vacillando.
Un dolore le contrasse la bocca facendole mordere il fazzoletto, che teneva fra le mani: disse qualche parola sottovoce alla vecchia, che mise subito al fuoco un pentolino d'acqua e andò a cercarle nella credenza la bottiglia del marsala. Tina guardava spaurita, poi la mamma la vide e la chiamò con un gesto smanioso per darle un bacio. Allora si misero tutte due a singhiozzare.
La vecchia tornò silenziosamente verso di loro.
—Non ci posso durare,—esclamò la mamma, alzandole gli occhi in faccia quasi ad invocarla come testimonio:—è già una settimana, oggi poi…
—Che cosa hai, mammina?—domandò Tina con un altro scoppio di pianto.
—Mi sento male, cuore mio.
—Dove, mamma, dove?
—Tu non puoi capire. Oh!—si rivolse all'altra:—c'è stato un momento che credevo di morire.
Gli occhi opachi della serva si appannarono di una nuova ombra; si lasciò prendere la mano dalla padrona e con l'altra accarezzò la testa della piccina.
—Bisognerà che per qualche tempo vi abbiate riguardo,—disse lentamente.
—Come vuoi fare?
—Che cosa hai, mamma?
—Cuore mio, è per te, per te, sai, che soffro; per me sola non lo farei.
Ma la serva scosse la testa.
Tina, non potendo capire, aveva smesso di piangere e guardava or l'una or l'altra, presa nella curiosità di quel segreto doloroso, dentro il quale le parole suonavano come i ciottolini, che qualche volta si era divertita a gettare nella profondità del pozzo.
Ma la mamma, appena stava bene, non si ricordava di quei dolori improvvisi.
* * *
Tina aveva conosciuto anche un vecchio signore.
Era piccolo, dal viso rubizzo, e sempre allegro. Quando veniva in casa a pranzo, ed accadeva spesso, aveva sempre nelle tasche qualche cartoccio, un giocattolo o una ghiottoneria, che si divertiva a mostrarle, affermando sempre che era per un'altra bambina. Allora cominciava la solita lotta di carezze e di repulse: Tina gli saliva sulle ginocchia, gli cacciava la mano nelle tasche, l'inondava di baci strillando, ridendo, coll'irresistibile grazia dell'infanzia, finchè la mamma non le veniva in aiuto, ed egli cedeva vinto dalla tenerezza. In casa lo chiamavano il signor Gennaro. Ma la bambina si era accorta che tutto aveva cangiato dal giorno che egli era venuto. La mamma vestiva da signora, a pranzo non si levava più come prima qualche cosa per la cena: poi avevano cangiato appartamento, e vicino alla camera della mamma piena di mobili nuovi, c'era un salottino con un sofà rosso e dei quadri alle pareti.
Tina se ne ricordava ancora uno: dentro un grande paesaggio giallo un grande uomo nero, vestito d'un corsetto bianco, con dei calzoni larghi come una sottana, fuggiva sopra un cavallo nero, e il cavallo invece delle briglie aveva due larghe strisce ricamate di fiori. Ella tornava spesso a contemplarlo dentro quella cornice dorata nella penombra del salotto pieno di poltroncine coperte di piccoli tovaglioli merlettati. Ma invece di mangiare nella cucina, quando c'era lui, desinavano in un'altra saletta a una tavola rotonda, con due credenziere al muro colme di piatti e di vasi. Allora Tina era andata anche a scuola. La mattina sulle otto la vestivano bene, le mettevano qualche cosa nel panierino per la colazione e la conducevano da due signore, che tenevano presso di sè altre fanciulle. Era stata quella l'epoca migliore della sua vita. Tina non aveva voglia di studiare, ma quelle due maestre non insistevano troppo per costringerla: invece le avevano insegnato la dottrina cristiana e l'avevano condotta alla cresima con un bel nastro annodato dietro la fronte.
La domenica, uscendo a spasso con la mamma, le pareva che la gente si voltasse a guardarle, ma anche la mamma era bella, e la piccina ne insuperbiva come se tutte quelle occhiate fossero di ammirazione. Però non capiva come quel signore non solo ricusasse sempre di accompagnarle, ma ad ogni incontro fingesse di non riconoscerle: anzi sfuggendo alla mano della mamma, ella una volta gli era corsa incontro per dargli un bacio.
Tutto il gruppo dei signori vicino a lui aveva riso, mentre egli invece si faceva scuro, e la mamma pallida, imbarazzata, non sapeva come richiamarla. Tornarono subito a casa: la mamma pianse nello sgridarla, pareva avvilita, spaventata.
—Perchè mai facesti così?—seguitava ad esclamare guardando la vecchia serva, che questa volta divideva le apprensioni della padrona.
Tina non lo sapeva, ma finalmente potè comprendere che le altre due temevano di restare sole, senza le solite visite di quel signore. Invece non ne fu nulla: quel signore tornò la sera dopo e non si lagnò dell'incontro: la piccina si sentiva trionfante, benchè non osasse dimostrarlo vedendo sotto l'allegria della mamma lo stesso sgomento di prima.
Poi la mamma era troppo buona con lei.
In quel tempo ella non si lagnava più di quei dolori: era rifiorita, aveva un sorriso dolce, che rallegrava la bambina. Senza pensare a nulla, con un cassetto pieno di giocattoli, Tina cresceva dentro la gioia di un capriccio: non le insegnavano nulla, la mamma la conduceva raramente in chiesa, non le parlava mai del babbo o dell'avvenire. Le tristezze di altre volte erano dissipate: certi giorni la mamma insisteva perchè si facesse venire qualche voglia, soltanto per il piacere di soddisfarla. Adesso la casa era piena di roba: vi erano molti armadi, dei comò, in cucina tutto era aumentato: si beveva sempre del vino buono, e a pranzo raramente mancava il dolce.
Un'estate la mamma andò con lei e la vecchia serva ai bagni di SanCasciano.
Ma questa felicità non aveva durato.
Tina aveva veduto entrare in casa un bel soldato con una sciabola lunga e gli speroni, che gli tinnivano ai tacchi: e veniva sempre di sera, e la mamma e la serva si raccomandavano che ella non dicesse niente con alcuno, specialmente col vecchio signore. Ma la serva riceveva male il soldato, se capitava quando la mamma era fuori: Tina stessa, così piccola, sentiva per lui una ripugnanza invincibile. La vita in casa era mutata: fra la mamma e la serva si tenevano sempre il broncio, ma era la mamma che non osava rivoltarsi alle parole e ai gesti quasi sprezzanti dell'altra: entrambe vivevano in una continua agitazione. Tina se ne accorgeva a certi segni, alle dispute della mamma per la mancanza di danaro, o alla sua aspettazione febbrile per le visite di quell'altro signore vecchio, al quale adesso correva incontro senza alcun riguardo di essere veduta, quando egli la baciava.
Una volta la mamma invitò a cena il soldato, malgrado l'ostinata opposizione della serva. Tina aveva udita tutta la loro lunga lite nel giorno, e aveva capito che la mamma voleva più bene al soldato che al vecchio signore: la serva aveva persino minacciato di andarsene, perchè non si poteva, secondo lei, tirare innanzi così: era una pazzia, una stupidaggine.
—Vi farete mangiare viva da quel cialtrone di sergente.
—Non dire così.
—Pensate piuttosto alla vostra bambina.
La mamma era scoppiata a piangere e Tina aveva fatto altrettanto, correndo ad abbracciarla.
Le due deboli creature strettamente allacciate confondevano le lagrime sotto lo sguardo vuoto della serva, che finì anch'essa col commuoversi. Pareva un giudice: anche la piccina lo sentiva, e con l'istinto seduttore della natura femminile lasciò la mamma per farle una carezza.
—Tu sei cattiva,—disse col suo fare importante, mentre invece le pigliava una mano per condurla alla mamma.
—Cuore mio, cuore mio!
La pace fu conclusa. Tina aveva trionfato ottenendo persino, contro ogni opposizione della serva, che voleva metterla a letto più presto, di cenare fra la mamma e il bel soldato con la promessa di non parlarne ad alcuno.
Ma invece di divertirsi si era annoiata, perchè nè l'uno nè l'altra le badavano: parevano assorti in un segreto, che si comunicavano a parole sommesse; qualche volta Tina vedeva la mamma stringere sotto la tovaglia la mano al soldato, il quale sorrideva arricciandosi i baffi neri.
Ella preferiva il vecchio, che la prendeva sulle ginocchia e dandole un bacio diceva con un sorriso buono:
—Portalo alla mamma.
* * *
Ma quella volta che tornando a casa trovò la mamma con un occhio pesto, sul letto, in preda a violente convulsioni, era stato il primo grande dolore della sua vita.
Allora non potè sapere che cosa fosse accaduto, perchè la vecchia serva accigliata non disse nulla e la mamma dopo non si lagnò della propria disgrazia che con frasi tronche, piangendo come una bambina sotto i rimproveri freddi dell'altra. Dai loro alterchi ella comprese soltanto che la mamma era stata bastonata dal soldato e che quel vecchio signore non tornerebbe più: ma siccome il soldato tornò, la serva volle andarsene.
Anche Tina le si raccomandava.
La vecchia rimase dura.
—Che cosa posso più fare qui?—ripeteva.—Voi non avete giudizio, vi siete rovinata per quel cialtrone di sergente, che un giorno o l'altro bastonerà anche me e la piccina.
—No,—singhiozzava la mamma,—non è cattivo come credi.
—Allora tenetevelo, ma farete finire male anche quella lì.
Questa volta Tina vide il terrore dipinto sul viso della mamma.
La sua piccola anima si sentiva crollare qualche cosa d'intorno, la mamma disfatta nel proprio dolore si dimenticava già di lei, la vecchia se ne andava, quel signore non verrebbe più.
E solamente il soldato era la causa di tutto: adesso si ricordava che quella sera a cena egli da solo si era mangiato quasi tutto, ordinando dell'altro vino, anche la mamma aveva paura di lui, che non fosse contento: lo spiava negli occhi con un sorriso incerto.
La vecchia consentì ancora a rimanere nella casa per otto giorni.
Quella fu una triste settimana: il soldato fu buono, perchè nell'accompagnarlo alla porta la mamma sembrava felice, ma la serva non volle vederlo, nè udirne parlare; insisteva sempre sulla stessa cosa, che bisognava vendere i mobili, mentre la mamma diceva di no.
Tina smise di andare a scuola: la mamma stava chiusa nella propria camera, la serva in cucina, quando si riunivano per mangiare la mamma si metteva a piangere.
L'ultimo giorno la vecchia disse:
—Se volesse smettere, resto con voi.
—Sì mamma!—esclamò Tina.
Ma l'altra ostinata rispondeva:
—Perchè mi vuoi affliggere così? Senza di te non potrò andare avanti.
—Non ci andreste ugualmente, egli vi mangerà tutto. Le cose bisogna capirle: con quell'altro avreste fatto sempre la signora.
Poi le si mise a sedere in faccia; e accennando a Tina seguitò:
—Che cosa farete di lei?
—Vedrai che riuscirò a tirarla su.
—Niente: la bambina sarebbe invece fortunata se morisse. Voi siete di quelle che finiscono nemmeno si sa come.
—Credi tu che non le voglia bene?
Tina vide la faccia della vecchia incresparsi.
—Io non avrei fatto così con mia figlia.
Quindi andò per l'ultima volta in cucina a lavare i piatti.
* * *
Anche adesso Tina vedeva limpidamente nella memoria la figura secca e taciturna della vecchia, che aveva protetto per qualche tempo la sua infanzia. Era ancora viva? Era morta? Nel disordine e nella miseria sempre più triste della loro vita nè ella nè la mamma avevano più cercato d'incontrarla: erano passate per altre case, vissute fra altre donne in una intimità stretta o lacerata da nuovi bisogni, abituandosi a tutto con quella indifferenza, che cresce dall'abbandono delle speranze e dalla rinunzia ad ogni proposito fisso.
Eppure non erano state molto infelici.
La mamma, così facilmente eccitabile al riso e alle lagrime, dimenticava presto per sognare ancora dietro qualche nuova combinazione: la sua gioia era effimera come la sua disperazione, mentre discendendo nel tramonto degli anni e della bellezza vi si rassegnava con una crescente passione pel benessere fisico, il mangiare, il bere, lo stare caldi, senza preoccupazione di vanità o di avvenire. Ma poi quel suo male si era aggravato. Da principio non erano che spasimi acuti e intermittenti, poi vennero le convulsioni, l'insonnia, i disturbi di stomaco, il male di testa continuo, accanito, e un indebolimento di tutta la persona, che le impediva quasi del pari il camminare e lo stare seduta. I medici parlarono di un guasto all'utero e di una operazione chirurgica, gravissima ed indispensabile; ella spaventata ricusò, e nella lusinga di guarire altrimenti cessò a poco a poco di essere donna. Quindi ebbe ancora qualche rifioritura, mesi, nei quali pareva risorgere più bella: la sua fisonomia si era spiritualizzata e il suo carattere fatto più buono. Quel sergente, tramutato di guarnigione, era disparso per sempre senza che ella se ne accorgesse, ma quel vecchio signore non volle più ritornare.
D'allora il problema della vita non aveva più mutato, ripetendosi ogni mattina con le crudeli difficoltà di una miseria senza parenti e senza mestiere: ella non sapeva lavorare, e pur non odiando il lavoro stentava a concepirne uno, che potesse dar loro da mangiare. A chi rivolgersi? Che fare? Non sapeva che resistere nella miseria senza nè rassegnazioni, nè ribellioni; la sua vanità di bella donna, mantenuta nell'agiatezza da una qualche passione di uomo, al quale mostrava sinceramente una tenera gratitudine, era già perita in quella pronta rovina, non lasciandole che una felicità timida e servizievole verso chiunque le soprastasse. Ma prediligeva istintivamente le donne giovani, che si avviavano al lusso, quasi dalla loro vita le ritornassero quei giorni felici quando si abbandonava anch'essa all'incanto di un sogno, come i fanciulli fanno nei primi bagni sulle correntie dei ruscelli.
* * *
Tina aveva frequentato anche i teatri.
La mamma v'era entrata dietro una sarta a prestare sul palco scenico una infinità di servizi senza titolo alle attrici, che prediligevano la garbatezza de' suoi modi: poi una di loro, salita improvvisamente all'onore della carrozza per la passione di un marchese, aveva voluto prendere Tina a compagna, vestendola come una pupattola. Ma l'attrice, un bel giorno, era tornata sul palco scenico. Un'altra aveva offerto alla signora Adelaide di portarla seco come cameriera, purchè mettesse la fanciulla in qualche orfanotrofio, ove l'avrebbero educata meglio che in quel vagabondaggio di teatro in teatro, attraverso i casi di tutte le miserie e di tutti i vizi. Era un'attrice ancora giovane, che faceva da madre nobile, donna di buon cuore, al sicuro in una certa agiatezza. Sciaguratamente un'avventura venne a troncare anche questa speranza. Una sera mancò di sopra ad una cassa una spilla d'oro depostavi da un attore nel momento di entrare in scena: più d'uno aveva veduto, v'erano donne, uomini, inservienti e visitatori, che andavano e venivano; la spilla non fu più trovata, i sospetti fioccarono, il pettegolezzo dilagò, e la signora Adelaide ingiustamente fu creduta colpevole, quindi, licenziata dal servizio. Questa prima caduta ne determinò altre: un avvilimento non mai prima sentito peggiorò la nuova miseria, quei dolori d'utero si fecero più frequenti ed atroci, compiendo di fiaccarle la volontà di vivere, che nei poveri è la sola forza. Anche Tina, già grandicella, somigliava in questo difetto alla mamma: era buona, faceva tutto quanto le si domandava, ma da sola non sarebbe arrivata a nulla: fors'anche per questa debolezza si amavano maggiormente, sorreggendosi l'una l'altra senza lasciarsi mai.
Ed erano uno strano spettacolo queste due donne, che uscivano, rientravano, facevano tutto insieme: quando la mamma era ammalata, siccome non avevano quattrini per chiamare i medici, che d'altronde sarebbero stati inutili, Tina si metteva al suo capezzale finchè non si fosse nuovamente alzata: mangiavano se lo potevano, ma essendo simpatiche, capitava loro sempre un qualche aiuto inatteso.
In quella apparente indifferenza di tutto sognavano però con una ingenuità di bambine, illuminata dai ricordi della loro bella vita tramontata.
Ed era sempre lo stesso sogno, che discendeva sulle loro anime dall'alto, come nella luce di un nuovo mattino. La mamma, oramai senza speranze per se stessa, riportava nella vita appena sbocciata della figlia tutti i fantasmi di fortuna, che avevano attraversato la propria. Nella oscurità morale della sua coscienza ella non credeva di aver vissuto troppo male, nè di essere una cattiva madre, giacchè la regola della vita era per lei nella vita stessa, la quale trionfa di tutte le resistenze nel mistero del caso favorevole agli uni e avverso agli altri. Ovunque e sempre aveva visto le medesime cose e le stesse donne: quelle che riuscivano a conquistare una posizione nel mondo non erano le migliori, ma le più astute, e le grandi signore commettevano gli stessi falli abbandonandosi alle medesime tentazioni delle più povere operaie. Tutta la differenza fra loro derivava dal grado sociale. Vi era fors'anco una virtù vera, di alcune persone, che non sentivano e non avrebbero potuto sentire ciò che faceva per gli altri la bellezza e la felicità della vita.
Ella non credeva e non sapeva più in là di questo, giudicandosi buona per non avere mai voluto gratuitamente il male di nessuno, ed accusando il destino di tutto quanto aveva dovuto fare nel disordine della propria esistenza.
Quindi sognava una vincita al lotto o un altro vecchio buono come quel signore, che le accogliesse nella propria casa; ella, la mamma, sarebbe diventata la sua governante, e Tina avrebbe potuto educarsi meglio. Quasi sempre il sogno si fermava lì, perchè Tina toccava appena i dodici anni. Infatti alla fanciulla mancava ogni istruzione, benchè avesse imparato quasi misteriosamente a leggere e a scrivere fra quella gente così varia, povera e cupida, che rinnovava ogni giorno gli stessi espedienti per la conquista della fortuna o della sua illusione. Una esperienza breve ma singolarmente ricca la rendeva già una fanciulletta simpatica e servizievole, capace d'intendere a volo le difficoltà di un caso, nel quale bisognava tacere o ritirarsi, pronta a cogliere qualunque simpatia, come soltanto i ragazzi poveri sanno. Ma anche questa non era in lei che una abilità istintiva, affinata dal bisogno, senza che il suo cuore se ne rendesse ben conto.
La fanciulla cresciuta in quei bassi fondi, così pericolosi alla innocenza, serbava ancora il proprio incanto mattinale, benchè sapesse tutto quanto si cerca indarno di nascondere alle prime curiosità dell'anima come una malattia vergognosa. E invece accade spesso che i fanciulli passano da contrabbandieri i confini abbandonandosi a scorrerie, dalle quali tornano con la febbre nel sangue: hanno imparato senza provare, sognato invece di vedere; quindi la loro coscienza si appanna e il pensiero si perverte; diventano cinici essendo ancora vergini, finchè, sfioriti per sempre, non si ubbriachino all'olezzo del primo fiore raccolto sulla via, già sgualcito chissà da quante mani.
* * *
Tina aveva appreso le miserie e le colpe della vita dallo spettacolo continuo al quale doveva assistere per trarre i mezzi di vivere.
Fra quella gente gittata nell'equivoco di tutte le avventure o appiattata pazientemente nell'agguato di una continua frode, le parole erano spesso più sincere dei fatti, e i bambini partecipavano ad ogni scena, come piccoli attori già soggetti alle necessità del teatro, ricevendo più busse che baci, soffrendo talvolta la fame anche nelle gozzoviglie, ove gli altri si ubbriacavano.
Tina stessa aveva dovuto provarlo, prima di essere accolta come apprendista da quella bustaia.
Poichè alla mamma era capitato per un'estate di villeggiare presso una famiglia di signori, Tina entrò come servetta presso due vecchie zitellone, che vivevano di una piccola rendita fabbricando fiori di tela per le chiese. Il servizio non sarebbe stato troppo greve, ma l'umore delle padrone era così tristo che la fanciulletta ne sofferse fino ad ammalarsi. Le pareva di essere prigioniera in quella casa silenziosa, ove nessuno entrava mai a portare dal di fuori una parola, e le due vecchie, invece d'insegnarle, si guardavano l'una l'altra quasi con muto stupore, rifacendo tutto quanto ella aveva fatto.
Quindi si nascondeva disperatamente negli angoli a piangere col cuore gonfio. Mattina e sera, le due vecchie prima di uscire per andare in chiesa chiudevano tutte le imposte, tutti gli usci e, girando a doppia mandata la chiave nella toppa, le ordinavano severamente di non aprire le finestre, di non fare rumore. Allora la fanciulletta, invasa da una strana paura, avrebbe voluto gridare al soccorso, gittandosi nelle braccia di qualcuno che venisse a liberarla. Ma la casa era tutta chiusa. Ella restava quindi nella saletta d'ingresso sopra una panca a pensare nel proprio abbandono, finchè si metteva a piangere nuovamente, con l'orecchio teso ai rumori della scala, come se dei fantasmi salissero spaventosamente insino alla sua porta. La sua immaginazione esasperata dal lungo patimento tremava dinanzi a misteriose figure, sotto certi soffi freddi, che le gelavano tutto il sangue, mentre quella saletta a poco a poco si mutava in un sotterraneo di prigione, dalla quale non sarebbe più uscita.
La mamma non le aveva ancora scritto. Dov'era? Che cosa le era accaduto?
Un mattino volle andarsene senza sapere dove si sarebbe rifugiata, ma esse non lo permisero, avendo promesso di custodirla sino al ritorno della mamma nel mese di ottobre; e siccome Tina insisteva, la più vecchia la colpì sulla testa col regolo di ferro, che serviva a tagliare la carta dei fiori.
La fanciulla soffocata dallo spavento tacque.
Fortunatamente la mamma tornò prima, ma più ammalata; quando venne a riprenderla, Tina non era più che un'ombra.
—Che cosa hai?—chiese commossa:—Sei stata male?
Le due vecchie guardavano aspettando la risposta.
—Non ti hanno nemmeno dato da mangiare? dimmelo.
La fanciulla tacque ancora.
* * *
Seduta sul letto, coi capelli mezzo disciolti, Tina pensava.
La mamma rientrò nella camera; aveva già preparato il caffè col latte.
—La signora Veronica mi ha chiesto due lire in prestito: ho fatto male a dargliele? I danari sono tuoi.
—No, mamma.
Tina era ancora più pallida: quel riposo tormentato della notte, anzichè rifarle le forze, aveva finito col mettere nella sua debolezza un'ultima prostrazione: vedendola un'altra volta allungarsi sul letto la mamma disse:
—Non ti alzi?
—Mi alzerò.
—Io avevo pensato che avresti bisogno di un paio di camice, di un abito, delle scarpe, ma non ci restano più che dodici lire. Ne ho dato due per acconto anche al fornaio: che cosa ne pensi?
—Come vuoi comprare tanta roba con così poco?
—Capisco anch'io.
E la ragazza sentì che l'attacco ricominciava. Quel piccolo dramma della notte non le si era ancora appannato nella coscienza, che già la vita glielo ripresentava con la solita inesorabile insistenza. Si guardarono. La ragazza conosceva troppo bene la mamma per credere a tutto quello che diceva: probabilmente non le rimanevano nemmeno quelle dodici lire, perchè doveva averle spese in altro che nel pranzo della giornata. Poi era golosa: non lo negava nemmeno, ma cercava una scusa a questa ultima debolezza nell'esaurimento cagionatole da quel lungo male.
La signora Veronica sopraggiunse per dire di aver parlato nelle scale con le Arrighi, e che nessuno si era accorto di nulla la sera innanzi.
—Si vede che è un signore intelligente: un altro forse nell'andarsene non avrebbe badato più che tanto, perchè gli uomini dopo sono tutti così. Ho alzato Bettina, sapete…
—Portatemela!—esclamò Tina.
—Alzatevi voi piuttosto e venite da me. Abbiamo combinato con la mamma di cucinare insieme: ho trovato degli asparagi nella bottega della Carlotta, li faremo col burro, una delizia che ci costerà poco: e per voi, Tina, c'è una sorpresa. Alzatevi dunque: debbono essere le nove, abbiamo una magnifica giornata di sole.
—Ma come si fa ad uscire di giorno così vestite?…
—Aspettate, aspettate, tutto verrà poi: che diavolo! Credete che la possa durare così, quando si è giovani?
Appena Tina fu alzata, ridivenne più melanconica. Nella casa c'era un po' di tramestìo; le due vecchie si davano da fare per il pranzo, perchè volevano averlo pronto a mezzogiorno. Le porte dei due appartamenti rimanevano aperte. Tina prese il caffè col latte bagnandovi dentro una pagnottella, poi tornò nella camera per ravviarsi i capelli con un mozzicone di pettine. Siccome la mammella le doleva ancora lievemente, si ricordò il sogno della rosa, che quell'uomo giovane le aveva piantato con tutto il gambo dentro il capezzolo facendone uscire goccia a goccia il sangue e la vita. Era ancora così pallida, cogli occhi stanchi, cerchiati dalla stessa ombra turchiniccia. E il sogno la riprendeva. Lentamente si sbottonò il corsetto come per cercare la ferita, mentre le pareva di essere un'altra volta seduta sulla porta di quella chiesa, nella quale la gente entrava a fiotti. Infatti quel giorno era domenica. Così seduta, con la mano sulla mammella, quasi nell'atto di arrestarne il sangue, guardava la propria immagine con un sorriso simile ad un brivido. Qualunque cosa potesse ancora accaderle, ella era già ferita: ma perchè quell'uomo le aveva piantato una rosa rossa nella mammella?
Invano Tina cercava di comprendere il significato di questo sogno non ancora dissipato nel mattino: tuttavia non pensò di parlarne colla mamma per una ripugnanza, che le era subito venuta appena uscito quel signore.
Una paura aveva sconvolto la sua piccola anima, passandole come un vento freddo le carni.
Ma Tina riconobbe il passo della signora Veronica nella cucina:
—Ho di già bollito gli asparagi,—questa disse dall'uscio:—Ebbene, Tina, è meglio parlarne subito, perchè la cosa riesca. Io e la mamma avevamo pensato a fare un piatto dolce: volete scegliere quello che so fare benissimo, un timballo con le bucce dei piselli cotte e passate allo staccio? I piselli li abbiamo già per la minestra: la mamma invece sarebbe per un latte alla portoghese. Ditemi voi, Tina, che cosa gradite meglio?
La sua voce era carezzevole, ma i suoi occhi la scrutavano. La fanciulla ebbe daccapo un imbarazzo sotto quello sguardo.
—Come volete, come volete,—disse in fretta:—ma perchè tanta roba?
—Eh! mia cara, se non si mangia nei giorni buoni, non si mangia mai più. Che cosa fate qui sola? Venite di qua.
* * *
Quel pranzo non era poi gran cosa; una minestra asciutta coi piselli, gli asparagi al burro e quattro costolette di agnello con un uguale contorno di piselli, finalmente il timballo colle bucce, un trionfo della signora Veronica, la quale non contribuiva al pranzo se non con l'opera. Ma prestava ancora tutto il servizio da cucina e da tavola.
Le due vecchie avevano discusso lungamente sul vino. La signora Veronica pretendeva di conoscere una cantina, nella quale si comprava un trebbiano dolce, color d'oro, una vera grazia di Dio, per otto soldi al litro; l'altra stava per il Ruffina rosso, frizzante.
Quando Tina e la signora Veronica entrarono, la mamma finiva di appannare nel pane grattugiato le costolette di agnello, attardandosi con atti pigri e delicati.
Tina andò dritta nell'altra camera della piccola Betta, che avendola riconosciuta si era messa a gridare.
—Eccomi, eccomi, Bettina.
Ma questa invece di essere alzata, come aveva detto la mamma, era solamente seduta sul letticciuolo, affagottata in quel vestone rosso, che faceva sembrare anche più pallida la sua faccia gonfia e sformata dalla scrofola. Soltanto gli occhi erano belli, grandi e neri, con le sopracciglia lunghe. In quel momento giocava con un vecchio fazzoletto scuro rivoltandolo ed annodandolo per farne un topo.
—Chi è venuto da te ieri sera?
—Nessuno,—rispose Tina sorridendo.
Bettina aveva quasi nove anni, ma non ne mostrava che sei: la sua fronte sporgente sotto i ciuffi dei capelli, era stranamente pensierosa su quel viso di bimba.
Diede a Tina il topo da tenere, e dopo una pausa, senza guardarla in viso, ricominciò:
—Perchè non sei venuta dopo che quell'uomo se n'è andato?
—Anch'io stavo male: venni pure a portarti il cioccolatino prima di andare a letto.
E per mutare discorso le propose di alzarsi.
—Levati, altrimenti per stare troppo a letto perderai le gambe: non vedi,—seguitava tirandole su il vestone,—come sei diventata? Dà retta: alzati e vieni di là, nella mia camera, intanto che preparano il pranzo.
—Chi ti ha dato i quattrini? L'uomo di questa notte?
—Quale uomo vai sognando?—E la voce le tremava nella menzogna, come se quella bambina potesse avere tutto capito nel dramma appena incominciato la sera innanzi:—Le tue scarpette debbono essere dentro al comodino della mamma; ecco le calze, mettile da te.
—Che cosa mi fai fare nella tua camera?
—Quello che vuoi.
—Ma se non abbiamo niente.
—Ci metteremo al sole.
—Mi fa male: lasciami qui, non ho più voglia di alzarmi.
—Hai ancora mangiato?
—Si.
—Che cosa?
—Chi era?—l'altra rispose bruscamente.
—Un conoscente della mamma,
—Allora me lo avresti detto subito; non è vero…—E gli occhi le si empirono di lagrime; poi un brivido la scosse e con un gesto convulso portò la mano sinistra all'orecchio ammalato.
Tina la guardava senza sapere che fare, ma la bimba, sforzandosi a non piangere, seguitò con accento corrucciato:
—Anche tu mi dici la bugia come la mamma, quando va fuori e mi lascia sola per delle mezze giornate. Ho udito bene la tua mamma ritornare su per le scale con quell'altro, un uomo, che camminava anche lui in punta di piedi. Io riconosco il passo della gente per le scale; la mia mamma si era messa all'uscio. Chi era? dimmelo.
—Che cosa può importartene?
—Anche tu andrai via.
—Sei gelosa di me?—disse Tina sorridendo,
—No, no,—stridè stizzosamente:—non lo sono più, perchè non mi vuoi più bene.
—Come non me lo hai detto subito, ieri sera, quando sono venuta a portarti il cioccolatino?
Questa domanda imbarazzò la bambina.
Una ruga le si disegnò nel mezzo della fronte, riprese il topo dalle mani di Tina e tacque, stringendo la bocca come per non parlare più. Tina rimaneva perplessa davanti a questa curiosità ostinata.
—Fra poco ti alzerai; almeno per mangiare con noi.
L'altra non rispose.
—Non vuoi nemmeno mangiare con me? Che cosa ti ho fatto? Sono venuta anche ieri sera subito,—le sfuggì imprudentemente:—io non mi dimentico mai di te, che invece fai sempre la capricciosa. Stamane non mi hai ancora dato un bacio: se è così, vuol dire che me ne vado.
Infatti si era alzata, ma due grosse lagrime si staccavano silenziosamente dalle lunghe palpebre di Bettina.
L'altra le si gettò sopra, prendendole con circospezione la testa e coprendole di baci la fronte:
—Cattiva, cattiva!—seguitava,—che mi vuole mandare via e mi nega un bacio, mentre io penso sempre a lei. Quest'oggi comando io, voglio che ti alzi per pranzare con noi.
—A un patto.
—Quale?
—Chi era?
—L'orco,—ribattè Tina, ferita al cuore da questa insistenza assurda; e rientrò nella cucina.
* * *
Avevano quasi finito di pranzare.
Per la finestra aperta della cucina entrava un bel raggio di sole primaverile, mentre nell'altra camera quasi buia la piccola Betta biascicava ancora la poca porzione di timballo, che la mamma le aveva recato dentro al piatto stesso degli asparagi per fare un solo viaggio. Ella diceva così, e grassa, pesante com'era, quella minima distanza le sembrava un vero viaggio.
Ma Betta aveva ricevuto queste insolite leccornie senza fiatare, dispettosa in cuor suo di capire che fossero dovute a qualche fortuna di Tina, la quale anch'essa l'aveva abbandonata con quell'ultima cattiva risposta.
Invece nella cucina la conversazione finiva facendosi più lenta in quella prima beata soddisfazione di un pranzo cucinato senza i soliti risparmi. La sorpresa preparata dalla signora Veronica per Tina non aveva però avuto il trionfo, che si poteva sperarne, giacchè la ragazza, davanti alla novità di una frittata alla confettura, se n'era sentita anticipatamente disgustata.
—Capisco,—diceva la signora Veronica col suo fare importante,—la vostra impressione: vi pare che con l'olio lo zucchero e i pochi canditi non leghino. Anzitutto i canditi vanno sempre bene, come i baci.
—I baci,—ripetè Tina sorridendo.
—Già. Alla vostra età, fresca come siete, volendo, attirereste i baci come l'aleatico attira le vespe: basta lasciarseli dare da coloro, che avendone maggiore voglia, sono nel caso di cavarsela anche se un po' caruccia, perchè da povera ragazza stracciata si diventi presto una signora di quelle alle quali gli uomini corrono dietro, quando si sono ben seccati con le altre. Come mai i signori si divertirebbero con le loro dame, che hanno da pensare ognuna alla propria famiglia o farsi riguardo di cento cose prima di concedere un appuntamento?
Tina e la mamma ascoltavano sorprese da quel tono professorale, che sembrava compiere il trionfo della signora Veronica sulla fine di quel pranzo, realmente da lei sola voluto e preparato. Con un gomito sulla tavola, gli occhi accesi, il mento sul dosso della mano sinistra, ella parlava assaporando quasi le parole. La superiorità era così palese, che le altre due non tentarono nemmeno di resistere.
—Non volete prendere il caffè? Andrei io giù a farmene riempire una mezza cocoma alLeoncino d'oro,—disse la mamma.
—No, bisogna saper resistere: oggi abbiamo fatto abbastanza baldoria da pari nostre: aspettiamo qualche altra occasione vicina. Perchè non vicina? Io lo credo. E poi, vedete, quando si è veramente mangiato, come oggi, mentre gli altri giorni facciamo le finte di mangiare tanto per mantenerci vive, il caffè solo non basta. Ci vorrebbe anche il bicchierino di cognac. Se sommate tutto questo, ne vien fuori un orrore. Ma era proprio così brutto, Tina, quel signore?—le si rivolse improvvisamente.
La fanciulla trasalì.
—No,—intervenne la mamma:—non era una bellezza, ma nemmeno un brutto uomo.
—Voi non siete competente in questo caso, perchè la prima volta l'uomo fa una impressione assolutamente diversa da ogni altra. Lo domandavo appunto a Tina. Ma quando l'uomo non piace, ecco. Non vi piaceva, Tina?
—No.
—Vedete!—esclamò trionfalmente.
Ma la mamma, che temeva questa piega del discorso, si affrettò a rispondere, con quel suo accento strascicato:
—Non si può sempre avere quello che piace…—ma si corresse subito:—specialmente quando si comincia. Negli uomini io ho sempre preferito le maniere alla faccia: non è forse vero? Alla faccia, se non è di mostro, ci si abitua, ma ai cattivi modi no. Ci vuole della educazione e del buon cuore; quindi i giovani non sono sempre i migliori per una ragazza che abbia bisogno.
—I giovani ci sciupano e generalmente hanno poco cuore.
—Ve n'è anche fra essi qualcuno: quello di ieri sera non lo avevo scelto male. E badate che Tina non si era decisa che all'ultimo momento, perchè aveva fame anche lei come me. Non mi pesa più il confessarlo. Quel signore mi parve d'indovinarlo al modo di camminare, poi avevo visto i suoi occhi alla luce di un lampione.
—Infine ha agito bene: se tornerà…
—Certamente.
—Avete ragione. Gli uomini vogliono sempre rivedere la ragazza dopo una simile scena, e spesso finiscono con l'innamorarsi. Ma bisogna stare attente a non perdersi: i protettori sono più difficili a scegliersi dei mariti. E quando si hanno,—disse alla signora Adelaide con accento lieve di rimprovero,—tutto sta a tenerli.
La mamma sobbalzò sotto la puntura, ma la signora Veronica, come se già avesse studiata la propria parte, si piegò verso Tina e, fissandola con una certa singolarità, riprese:
—Ragazza mia…
A questo attacco Tina volse la testa alla porta dell'altra camera, nella quale Betta curiosissima, come tutti i solitari abbandonati, doveva ascoltare; ma non ebbe il coraggio di alzarsi per chiuderla; poi si sentiva riprendere dalla stessa lassitudine della sera innanzi, quando aveva finalmente ceduto alle istanze della mamma.
—Se vi andate a guardare nello specchio, vedrete come state bene adesso. Siete rifiorita; quel signore di ieri sera non vi riconoscerebbe più. Ecco come dovreste essere sempre per avere tutta la vostra forza, perchè, credetemelo bene, è inutile essere bella e giovane se tutto questo non deve servire a cavarci la fame. Date retta: si campa una volta sola, e la gioventù passa presto; dopo, vedete come si resta quando non si è saputo profittare del tempo buono. Guardate noi due. Io fui veramente disgraziata sposando quell'uomo, ma adesso non giova lagnarsene. Vi pare che discorro nel vostro interesse? perchè io, per me, non ci ho troppo sugo in tutto questo.
—Quello che ti ho sempre detto io, figlia mia!
—Ma è il modo di dirlo,—interruppe l'altra:—Io non pretendo di convincere nessuno, espongo solamente quello che ho visto e che so. Ecco, del resto, ognuno fa come vuole. Tina è libera anche lei, ma siccome le vogliamo bene, bisogna mostrarle i pericoli. Io ve lo dico subito, ragazza mia, che una donna giovine, anche se non molto bella, riesce a tutto: l'abilità consiste nello scegliere la strada, anzi nel sapervi camminare, giacchè tutte conducono egualmente a Roma. Vi sposate, pigliate marito, magari un buon diavolo quando vi volete bene reciprocamente: che cos'è? Date retta, vi hanno insegnato da ragazza che la sola via vera è il matrimonio, la famiglia, i figli… Domine Iddio! non è vero niente: invece avete dato una zuccata nel muro, tutto vi va a rovescio, arrivano la miseria, la malattia, egli muore e se non avete presa la sua malattia, è un bell'affare, ma vi restano i figli ammalati. Il mio caso. Avete visto eh? Vostra madre era più bella di me, non importa, è finita egualmente. Ci vuole testa al mondo, ragazza mia, il resto sono chiacchiere.
—Ma se tutto riesce sempre male a ogni modo…—obbiettò Tina, trascinata a poco a poco nella confidenza di quella conversazione.
—Quando manca la testa: la differenza è lì. Noi abbiamo un tesoro, almeno gli uomini, non so perchè, gli danno tale importanza; io per conto mio,—aggiunse con un sorriso,—non ho mai trovato in loro nessun altro tesoro. Quindi bisogna giovarsene, ragazza mia. C'è stata chi diventò perfino imperatrice; invece lo si butta facilmente come se non valesse nulla.
—Allora,—scattò Tina con un impeto subitaneo d'irritazione,—perchè andar cercando nella strada a chi darlo?
—Se il bisogno ci lasciasse scegliere…—mormorò umilmente la mamma, che la fatica della digestione cominciava a rendere melanconica.
—Non è questo, lasciate dire a me. La fortuna non si decide mai la prima volta, ecco perchè se avete dovuto cedere, avete ceduto male.
—Cedere no!—proruppe la fanciulla.
La signora Veronica finse di non badare a queste parole.
—Anche questo non significherebbe nulla. La mamma ha ragione, non si può sempre scegliere, specialmente quando si è arrivati a un certo punto. L'importante viene dopo, nella scelta dell'uomo, che può fare la nostra fortuna. C'è sempre, credetemelo, costui: siamo noi donne, che abbiamo torto; il minchione, al quale far credere tutto, càpita a ogni donna. Sappiatelo prendere secondo giudizio, e la fortuna è fatta.
—Come?
—Come vorrete: potete diventare moglie o magari non volerlo diventare, secondo i casi.
—Non vedi, figlia mia,—disse la mamma con umiltà anche più bassa,—che se io avessi saputo fare, adesso non ci troveremmo così?
Ma Tina si sentiva salire dentro la rivolta. Senza intendere bene le varie tonalità di quella suggestione, una ripugnanza istintiva gliene svelava il tristo segreto. Si voleva daccapo trascinarla, travolgerla con tutta la sua giovinezza in un sacrificio, del quale non provava che l'oscuro orrore. Ella non aveva una nozione esatta del proprio valore come fanciulla ancora intatta, nè alcuna altra delle idealità così frequenti nelle vergini cresciute fra le pareti domestiche, e tuttavia qualche cosa si ribellava in lei a certe parole, come se un contatto doloroso le facesse sobbalzare tutti i nervi. Attese, le due donne si consultarono con una occhiata.
La signora Veronica si versò dalla boccia un mezzo bicchiere di vino.
—Lasciate stare: perchè Tina non avrebbe ragione? Essa aspetta nella confidenza della propria età, non è vero, ragazza? Voi attendete uno che vi ami per voi stessa e vi sposi, giacchè non vi siete ancora voi stessa innamorata: solamente la cosa è un po' difficile.
—Difficile!—esclamò la mamma dolorosamente:—dite impossibile. Chi volete che venga a cercarvi in questa miseria?
—Infatti bisogna essere in vista: capisco, siete ad un punto tremendo, dal quale non si può andare avanti. Gli uomini rifuggono dalla miseria, questo è certo. Se voi, Tina, foste ben vestita e poteste fare un giro in via Calzaioli, molti signori vi verrebbero dietro, invece se ci passate così, nessuno vi guarderà. Quante ragazze povere finiscono male solamente per questo!
—Io lo dico a voi, signora Veronica,—seguitò l'altra,—perchè oramai siete vecchia come me e potete capire: che cosa volete che ci capiti più se duriamo così? Io sono sempre ammalata: dovrò andare all'ospedale per morirci, se si degneranno di accogliermi; lei resterà sola. Non ho potuto insegnarle niente, un mestiere, metterla per una strada qualunque: adesso come fare? Supponete tutto; che la bustaia la ripigli; non abbiamo un vestito da metterle indosso, è senza scarpe, in due possediamo tre camice rotte sbrandellate. Anche oggi Tina non ha che il corsetto.
La ragazza arrossì.
—E ieri sera?—chiese ironicamente la signora Veronica.
—Lo vedi, figlia mia, che te ne vergogni, mentre non ne hai colpa. Ti accadrebbe altrettanto se ti trovassero una casa, ove fare la serva; non avresti gli abiti per presentarti e non sai fare nulla. Non stiri, tieni a mala pena l'ago fra le dita, non sai cucinare, e come avresti potuto impararlo a casa mia? Che cosa speri dunque, bellina come sei? Che qualcuno s'innamori e ti sposi? Certamente può accadere, ma chi? Un signore, che ti dia da mangiare, no certo: come potresti conoscerlo, tu che non esci di casa? Sarà invece un altro povero diavolo come te, uno di coloro che pigliano moglie non avendo nemmeno il letto. Ce ne sono tanti, e dopo non si sa come mangiare; poi vengono i figli, e allora bisogna fare per loro quello che non si è voluto fare per se stessi.
—Questo mi pare giusto, ma allora è troppo tardi. Una donna, che ha marito, trova più difficilmente di una ragazza il protettore: che volete? I mariti sono spesso bestiali, e gli altri non vogliono averci briga.
—Ammettete pure tutto, ma adesso come se ne esce? ne avete visto poche delle donne a far fortuna. Avete il marito, i figli, vi siete già messa a posto da voi stessa, ed è quasi impossibile mutare: invece da ragazze tutto vi deve ancora accadere.
—Se fossimo ragazze adesso io e voi,—concluse la signora Veronica sorridendo,—eh! vi dico io che faremmo presto fortuna colla nostra esperienza.
Tina si alzò perchè il dialogo pareva finito. Il suo volto era tornato pallido. Betta dall'altra camera non aveva ancora fatto il più piccolo rumore. La piccina aveva ascoltato e capito tutto? Tina se lo chiese con un inquieto sentimento di vergogna come dianzi, quando voleva chiudere la porta. La brutalità di quelle spiegazioni l'aveva quasi soffocata, ma nella miseria avviene sempre così: non si può essere delicati.
Era andata alla finestra.
Qualcuno passava già vestito a festa, il cielo era vibrante di serenità, un sole di primavera accendeva sorrisi dappertutto, sui tetti, sulle gronde, sui muri, sulle selci. Altre donne stavano alla finestra; incontrò i loro sguardi e le parve che la scrutassero.
—Vedete che bella giornata oggi, bisognerebbe poter uscire,—le disse la signora Veronica dietro la schiena.
—Perchè pensarci? non si può.
—Io ho un abito ancora in buono stato, ma a voi non istà bene, non potrei prestarvi che la camicia, il meno necessario, perchè non si vede. Invece sono le scarpe, i vestiti, che più occorrono. Bisognerà pure decidersi a qualche cosa.
—Che volete?
—Io… niente. È per la vostra mamma che ve lo dico: ma io avrei una idea per aiutarvi.
—Non potevate dirmelo prima?
—A che prò se dipende da voi?
—L'idea della signora Veronica è buona,—disse la mamma,—ma sta a te accettarla. Se dovessi farlo io, non ci penserei, tu però sei libera: per me invece sono vecchia e morirò presto. Non ho più bisogno di gran cosa.
—Ecco!—esclamò la signora Veronica, mostrando loro collo sguardo una donna, che appariva alla finestra d'un secondo piano nella casa quasi di fronte:—quella è felice col suo piccolo impiegato delle ferrovie. Prima in casa il marito e i figli crepavano di fame.
Tina si volse a guardarla. Nel vano della finestra si vedeva la sua testa china sotto un grande mazzo di capelli neri, che le lasciavano scoperta una riga bianca sul collo; e il marito, un omaccione rosso, le stava dietro; tutte le donne affacciate sul vicolo la fissavano con occhiate malevole ma invidiose.
—Prima io andavo qualche volta da lei e lei veniva da me; ma da quando le è capitata la fortuna non mi saluta più,—disse la signora Veronica con accento dispettoso:—Voi non fareste così, Tina; ne sono sicura.
—Ma che volete da me?
—Niente.
E le volse le spalle tornando alla tavola per sparecchiare.
Mamma e figlia rimasero alla finestra; non parlavano, ma la gente cominciando ad uscire da ogni porta del vicolo in abito da festa, dopo il pranzo, le rendeva sempre più malinconiche.
Tutti parevano contenti, qualcuno si voltava dalla strada a parlare colle finestre: si udivano saluti, qualche frase di convegni pel pomeriggio.
La mamma aveva cinto d'un braccio la vita di Tina, premendola con lenta carezza.
—Ti ricordi quella volta che uscimmo a far merenda fuori di porta San Gallo colle Tugnoli? Fu l'anno passato, di primavera come adesso: tu avevi ancora l'abito giallo, io stavo quasi bene. Che bella giornata!
—Quanto danaro avete ancora?—chiese bruscamente la ragazza.
—Uno scudo; dopo, io non so più nulla.
—Volete che io dica di sì?
—Tina mia!
—Ebbene… ma adesso non parlatemene più.
* * *
Verso sera la signora Veronica uscì sul pianerottolo ad incontrare una signora, che saliva abbastanza lesta per le scale: si salutarono entrando senz'altro dalla porta di Tina. Anche la mamma, in agguato da parecchie ore, accorse; Tina invece era tornata presso Betta.
—È la signora Cesarina,—disse la signora Veronica cominciando la presentazione:—e questa è la mamma.
La signora era magra, con tutti i capelli neri e due occhietti rotondi, vividi: vestiva modestamente e mostrava una franchezza, che rendeva anche più dura l'espressione della sua fisonomia. Quindi, senza attendere l'invito, si gettò sul pagliericcio del canapè ed allentò i nastri scuri del cappellino, che la stringevano sotto il mento.
Con una occhiata rapida e sicura aveva già valutato quanto era nella cucina: le altre due rimanevano imbarazzate.
—Le scale sono un po' erte,—disse quasi scusandosi la Veronica.
—Il peggio è che sono lisce, e non conoscendole c'è da sentirsi mancare sotto un piede.
—Noi ci siamo avvezze.
—Lo credo.
Successe una pausa.
La signora Cesarina sembrava cercare con lo sguardo.
—La ragazza è di là, nella mia camera, da Bettina,—disse la signoraVeronica: vado a chiamarla.
—Aspettate: ma perchè non vi accomodate anche voi altre?
Quando furono sedute, la signora Veronica sbirciando la mamma di Tina come per incoraggiarla mormorò:
—Sì, è meglio parlare prima.
Una certa difficoltà rimaneva tuttavia fra di loro: la signora Cesarina più pratica si rivolse alla mamma con un sorriso:
—Avevo detto che sarei venuta prima, ma ho trovato qualcuno per strada, che mi ha fatto deviare; non è però molto tardi, ci si vede ancora benissimo, abbiamo tutto il tempo per discorrere. E così, che cosa volevate dirmi?
A questa domanda quasi brusca l'altra ebbe come uno smarrimento, ma la signora Veronica la sovvenne:
—Lo sapete bene, signora Cesarina.
—Sì, sì, mi ricordo tutte le vostre parole, ma io non posso quasi nulla, ciò dipenderà dalla ragazza quando l'avrò vista. Non siamo in tempi fortunati per nessuno, veggo che anche voi altre avete avuto delle disgrazie; mi avete detto che la ragazza si chiama Tina.
—Sì.
—Ed è ben disposta, non è vero?
La signora Veronica guardò l'amica.
—Sì,—balbettò questa.
—Badate, noi dobbiamo spiegarci chiaro,—si rivolse alla signora Veronica, ma evidentemente parlando coll'altra:—mi avete detto che la ragazza è minorenne e che venivate da parte sua, ma ho potuto capire dalle vostre parole che eravate mandata piuttosto dalla mamma. Io sono franca, e specialmente in certi casi bisogna spiegarsi bene per non avere a pentirsi poi. Sapete benissimo che vi è la legge, dentro la quale è facile cascare: si busca un anno per lo meno e si è rovinati per sempre: dunque la ragazza ne è contenta?