Chapter 3

Qui finisce il secondo atto, Provida con Scaltra va in casa a far preparamenti per far honor a orio che de' andar a disinar seco & di là un poco manda scaltra per un servitio la qual vien fuori & provida dal balcon cusì gli dice.PScaltraSmadonnaPpresto che li è tardiSPiù ch'io posso mi afretto, asassinartiPoltrona, falsa, e vil che 'l foco te ardiQuello che a me voi far, quel volio fartiE cusì come al ciel, salir te crediCusì voglio nel fin precipitartiMa extender con misura, voglio, i piediNé a furia correr, che mio seria il dannoMa volio che 'l sia tuo, qual proprio il chiediMalvagia, trista rea, colma d'ingannoChe mi promette far che 'l tutto io siaPoi mi fa come, le bugiarde, fannoCon carezze, e con basci, scaltra miaDicendo, non pensar, ch'io faccia, cosaChe di consentimento tuo, non siaE poi sen va, la stolta, e viciosaAprir in casa, alcuni novi, amantiCredendo a me, sia tal malitia ascosaE se almen fusser, qualche nobil, fantiI' non haverei certo, doglia, tantaMa son poveri, e vil come furfantiMa mi duol più di quel, che suona, e cantaDil qual, veggio sì accesa: esser costeiChe l'alma, e il cor, nel pette, se le schiantaMa per suoni, o per canti, buoni, o reiNon pensi alcuna, acquistar mai, valoreSe di la vita sua, non fa, de seiMa so ben dove vien, questo fettoreQuella serva che tolta ella ha, da novoSola, è cagion, de tutto questo, erroreMa, a tutto, quand'io vo', rimedio, i' trovoScaltra, è il mio nome, e scaltro, è 'l mio inteletoE ad ognun pur ch'io volio nozo e giovoPoi che la val a farsi, ogni dispettoE mostrar d'un sì un, no, e d'humil graveMostrati anch'io se vaglio, i' ti promettoQuesto, è quel, che gettando, le mie faveLa trovai petto, a petto, e bocha, a bochaCon certi genti vil, povere e praveO insatiabil, sciagurata, e sciocchaNol voglio ad orio dir, per la mercedeNon perder, dil servir mio, che a me tochaAnci voglio in più modi, fargli fedeCome l' è saggia, sancta, casta, e puraPer poter d'ambo far, poi magior predeIo voglio tesser, fin che a la misuraSia questa tela mia: né esser mai stanchaChe cusì fa, chi 'l proprio ben, procuraCiò ch'io voglio da loro, non mi manchaEt ho, qualchosa al mondo infin quest'horaBen che con gran sudor, l'anima il fianchaBEccola apunto, questa, è proprio, l'horaBisogna far l'offeso, e il corociatoPer farla de qualchosa, venir foraSChi è quel, che vien in qua, che, è tuto armatoGli è il barisello no, gli è il capitanoAnci s'io 'l miro ben, parmi un soldatoVoglio andarmine in qua, cusì pian pianoCh'io non vorrei, pel fitto di la casaChe 'l mi occorresse, qualche, caso, stranoBNon fugir scaltraSo fuss'io in cha rimasaTien pur a mente, che questa, è la voltaCh'io purgerò in un punto, ogni mia rasaBSchaltra raffrena, il passo, aspetta, ascoltaSChe deb'io far, costui vien via distesoMi giungerà, gli è meglio ch'io mi voltaDi' tu a meBsìScerto n'haveati intesoChe iva sopra pensierBanci fuggiviSPer che fuggivaBper che tu m'ha offesoSNon so pur chi tu seiBbelvico, scriviQuesta parola:So belvico ben mioOve sì armato vai, dove deriviBBen tuo, non son, né mai, fui tuo ben ioMi vedi, e senti, e ti fai, ciecha, e sordaForsi un dì, de vedermi, harrai disioSSe visto, o udito, i' t'ho, che mi aricordaChe dire, alegra, non mi veda maiBIura sopra di te, poltrona, lordaHor, non mi vo' sdegnar, non so se 'l saiVenivo per trovarti, adesso, in frettaPer dirti quello, cha tu intenderaiVist'io che senza me, star ti dillettaE che con altri godi, & io sol stentoRatto hebbi un'altra, meglior vita, ellettaChe tutto il giorno, andar fiachato, e lentoDrieto gli asini, come un vil poltroneMe, è gran vergogna, e magior il tormentoTanto più, che per strada, le personeChe a exercitio sì misero, sia postoMi guardan colme, de admirationeDicendo sei pur sano e, ben, dispostoGrande, grosso, gagliardo, ioven, freschoEt a tanta viltà, stai sotto postoE peggio, è anchor, che s'io vo' al letto, o al deschoTrovomi sempre solo, come un caneTal che insino a me stesso alfin, rincreschoE andando ognhor cusì, de ogg'in domaneDil ciel mostrommi il mon, un chiaro, lampoDa guadagnar, più nobilmente, il paneDove conclusi, ridrizarmi, al campoE preso ho, già due page, in questa terraE in ciò penso di viver, fin ch'io campoChe un sol proverbio degno, in noi si serraChe vil: è chi si pone, a cosa vileE degno, è quel che vive, e mor in guerraIo per che fui di cor sempre gentileVoglio hor mostrarlo: e poi quando non fusseGli è bel, farsi di rustico, civileIl disfrenato amarti, a tal m'indusseChe non pur d'huomo, fecemi animaleMa quasi a darmi morte, mi condusseE per mostrarti quando, come, e qualeSia il mio partire, scaltra i' son venutoHor a prender da te, l'ultimo valeE tanto sento in petto, il duol accutoDi te cor mio, ch'io temo nel caminoMorto non rimaner, senza il tuo aiutoE se in viaggio, o in campo, per destinoManco ricorderatti qualche fiataDil tuo servitor Belvico, tapinoSEcco la chiave, la porta, è serataAymè, donque gli è ver, che vuoi partireO me infelice, misera, e mal nataFa quel che vuoi, che prima che adimpireHabbi questa tua scioccha fantasiaVoglio aspramente, di tua mano morireBelvico mio gentil, anima miaNon vo' che parti, né serà mai veroChe altra donn'habbi, o che d'altr'homo i' siaDi te sol mi nutrico, in te sol speroPer te sol stento, & a te solo ho voltoL'animo, il, cor, il spirito, e il pensieroNon ti aricordi ah, can, con lieto voltoQuando che tu dicevi sopra ogn'altraT'amo, anci adoro, né serò mai scioltoNon ti aricordi, se dicevi scaltraVoltati un poco, mi voltava tuttaChe a contentar non have person'altraSempre m'havesti, o piaque a te, ridutaE per far cosa che ti agrada e piacciaNon curava per te, restar, distruttaNon, è questo, il tenermi, nele bracciaNon son questi, gli basci e le carezzeE il dir voi tu ch'io resta, o voi ch'io faciaNon son questi gli gaudi, e le dolcezzeCh'io expettava da te, né questo, è il mertoDi le usate a te tante gentilezzeSoffro, son per soffrir, & ho, soffertoPer te ogni cosa, e stretti ho sempre e dentiLassando tutto andar, col cor apertoEt hor in premio de mie affanni, e stentiVuoi misera lassarmi, a tal partitoE ch'io finischa, in lagrima e tormentiBScaltra, non pianger, cusì ho stabilitoE se altro far volesse, i' non potreiChe esser non vo' da ognun, mostrato, a ditoSQuanto tocchastiBi fur duchati seiEt hogli spesi, come vedi in armeCon altratanti anchora, de gli mieiQuel corsaletto, e quel che havevi, parmeBCome quel, questo viemmi otto duchatiE nol vede huom: che più non voglia darmeQuesti bracciali fini: e lavoratiE questa spada e questa, piccha insiemeNon men di esta armatura, enno extimatiSHor se ragion, e amor, punto, ti premeBelvico a viver, sian tuoi spirti accesiNon a quel che l'hom guida, a l'hore extremeTo', piglia, ecco i dannari, habili resiCon qualche honesta, e lici a, tua scusaChe in acceptarli, i non ti fian contesiBScaltra a ciò che tu intendi, qui, non, si usaDargli adrieto i dannar: e poi huom tristoTenuto, è chi la data fé, richusaSBelvico hor tu m'ha inteso, habbi provistoChe tu vadi, per niente, i' nol consentoChe, è troppo duol, perder sì degno acquistoTo' la borsa, i dannar, tra oro, e argentoDiece duchati son Belvico vaneE fa sì ch'el cor mio, resti contentoBScaltra, non vo' che credi, ch'io sia un caneCh'io non t'ami: e che in me non habin forzatuoi dolci priegi, e tue parole humaneChe non pur ciò farei, ma quella scorzaSpoglierei con mia mano per tuo amoreChe tanta humanità troppo mi sforzaBen che hor sento combattermi, nel coreDuo gran guerrieri, l'uno, è il tropo amarteScaltra mia dolce e l'altro, è poi l'honoreMa conviemmi gettar questo da parteChe amor mi astringe, mi comanda, e voleCh'io debba in tutte cose, contentarteSO benigne, e dolcissime paroleDammi la mano belvico, mio beneSempre, esser vo' tua serva, al'ombra, e al soleBQuesto m'è, grato: ma sento al cor peneCh'io non so dove tanti dannar, troviCh'io temo faci quel, che non convieneSSempre s'io antico tuo parlar, rinoviMai non ti feci torto, in cosa, alcunaBen ch'io so, per scherzar, tal parlar moviSon da quell'hora in qua, che sai, digiunaChe dolcemente, tu mi salassastiA modo usato, la vena comunaBSo ben che tu non vivi, agli miei pastiSMo, veggio che mi vuoi far voltar cartaBBen, ti dispiace, quand'io toccho i tastiSSo che 'l fai per che in sdegno, mi dipartaA ciò ch'io senta in me, doppio, martelloMa i' n'ho pur troppo, ch'el cor me apre, e squartaBDe chi, di meSdi te, sì can ribelloBO me mammina miaSlasiami stareSenza se mescredente, ingrato, e felloS'io ti volesse tal ingiuria, fareTanti amorosi, harrei, giovani, e belliMa honesta vo', qual soglio sempre, usareQuegli ducati, moneti, e marcelliCh'io t'ho dati in più volte: con ingegnoGli ho guadagnati, & altre ioie, e annelliE se serai humil, fido, e benegnoTutto fia tuo: che solo mi affaticoPer far che giungi a qualche richo segnoHor voglio ir, nota ben, quel ch'io ti dicoPer che haver cercha, provida un familioNon voglio che tu mostri esser mio amicoElla si regge sol per mio consiglioDirogli che un garzone, gli ho trovatoObediente, più che al padre, il figlioDove fia forza haverti a lei guidatoE tu con modi ingeniosi, e destiMostreraiti, & assai più di l'usatoE cusì converta, che nosco restiE a questo modo, tutti i suoi sacretiA noi doi soli, ci fiam manifestiInsieme viverem, contenti, e lietiAmbo tirando l'aqua, al molin, nostroE tendendo per noi, sempre, le retiL'util, l'honor, e il proprio ben, ti mostroNon si de' mai cessar: io che son donnaCon fortuna qual sai dì, e notte, iostroA un punto, cangierai pensiero, e gonnaE di tutto il suo haver, ti so dir questoChe tu sara' il messer, io la madonnaBBen, farò quel che vuoi: ma con quel cestoO vai, che tu ivi sì veloce, e leveSA comprar da mangiar che 'l tempo, è prestoOrio venir a disnar nosco deveE per che m'hai tenuta, a parlar tantoMeglio, è tu vadi, che serai più breveBS'io son qual vedi, armato, tutto quantoE' conviemmi a la bancha, ir in personaCome vuoi, ch'io mi volga, in altro cantoSE, non defferir più, che presto, è nonaBSi, non, è anchora pur sonata terzaTaci mo, ecco apunto, che la suonaDei pur veder al sol, se non sei guerzaTu sei come insensata, e scemivivaSSì son la forchaBo, che baston di querzaSO t'hai tornata in boccha, anchor, la pivaBChe la voresti tuSsì che l'è caraBCara, la ti fe già de morta, vivaSNon più Belvico hor suso, i' preparaAndar a spender, to', prendi il caminoBI' non so spenderSse tu non sa, imparaCompra prima, de cievali, un carlinoE poi di calcinelli, e peveraciCon qualche altro menuto, pesciolinoErba bona, persuol, zuchar, spinaciPer far cosa che al gusto humano agradaE sopra tutto, prego, che ti spaciBHorsù men vo, poi che tu vuoi ch'io vadaSVane, ti expetto a casa, e dirò comeI' ti ho trovato, a sorte, per la stradaPer, che, l'altr'ieri, dissigli il tuo nomeE che eri buon, da ben, fidato, e saggioPronto al servir, più che fanciullo, al pomoBHor restaSvane, e torna, in buon viaggioBO, t'ho pur fatto star, vecchia, ruffianaE buttar fuori, come aprile, e maggioMa questo, è niente, provida putanaChe vol ch'io vada sieco, per vassalloVo' che soni altramente, la campanaLassa pur far a me, guiderò il balloS'io gli entro in casa, in cotal forma, e modoChe correr senza spron farò il cavalloSDa l'un canto ho spiacer, dal'altro, godoSpiacer, perché riffonder mi bisognaGodo che dil mio amor, gli ha stretto, il nodoE poi chi 'l sa: forsi, che non menzognaMi tol il mio: & spaciami per sciocchaSe ben penso, me, è danno, e gran vergognaGli è forsi un mese, e più che 'l non mi tochaNé mi move parola, e che 'l sia, credoPer che 'l dà, da mangiar, a un'altra boccaGran cosa, che a me mai, venir, nol vedoSe non per tormi: e col dir sì mi aciegaChe ogni cosa, nel fine, gli conciedoIo son ben stolta, ognuno a me si piegaOfferendomi doni, argento, &, oroE il mal per me si acetta, e il ben si niegaAvido egli è, qual dice scaltra, i' moroSe date non ho un bascio: e se mi 'l doniTu me alci fin, sopra il celeste choroMa chi, è che 'l che da sé, par che ragioniChe in qua vien, virido, è che provida amaChe maledetti siam suoi canti, e suoniPar che 'l sapesse ben, ordir, la tramaA far fila amorosa, & ella siecoAdimpir senza me, sua ingorda bramaVoglio andar verso lui, piangendo mecoCon una rasa, s'io posso far starloMa certa son che 'l farà il sordo, e il ciecoVScaltra che vai facendoSi' piango, e parloFra me, di la mia sorte, e rea, sventurataChe 'l cor mi rode, come legno, tarloVCerto, che sei mutata, di figuraSCome mutata, i' moro, aymè meschinaSe ad aiutarmi alcun, non pone curaVE che cosa haiSil patron ier matinaDi la casa, mi tolse, il pegno, e tuttoOnd'io rimasta, son, trista, e tapinaVChe per questo ti struggi, e spargi, lutoSNon debbo pianger ma donarmi morteCh'io sparto, il sceme, & altri acolto a il fruttoVBisogna per te stessa ti conforteScaltra mia dolce, a te mi ricomandoSai che sempre non si ha, propitia sorteSVa che 'l tuo fin sia tristo, e miserandoPoltron, ingrato, vil, rozo, e ignoranteSpero anchor, vederte ire, mendicandoTi par che 'l mio pensier, fusse distanteDal suo voler hor la parola, è verraChe viltà, se riceve, da un furfantePerché provida i mostra buona, cieraNé se gli pò parlar, ma non sia troppoChe i' farò parer notte, nanti, seraChi, è quel che vien in qua, sì lento, e zopoChe par che caminando il chiegia aiutoO che 'l tema trovar, dannoso intoppoFBon dì madonaStu sia 'l ben venutoFDom sta ch'io ina dona, chai ga disPorfidaSal cesto pria t'ho conosciutoNon ti manda un armatoFse in hom fisSE che, è di luiFa l'ho lassachg em piazzaSHai comprato buon pesceFcom, bo bisM'ha comprat de i cegoli, e ina spinazzaPiver, meli, ma zucha, e dol'incensoSO belvico insensato, o scaltra, pazzaPer certo questa, è grande, se pen pensoCevali dissi, el mi manda cevoleGuarda se a la ragion, risponde, il sensoDe tor spinaci, che mangiar, si soleE lui da spinazar lin, m'ha, mandatoCosa da far meravigliar il soleZucharo, e peveraci, holli ordinatoE tu zuche, con pevere, mi portiCaso, che al mondo mai, non fu nomatoMele, erba bona, che al cor dà confortiOrdinai mi mandasse, e lui mi mandaPomi da fanciullin, erbe da mortiO che disnar gentil, o che vivandaBelvico m'hai chiarito, tottalmenteScaltra, per sempre, a te, si ricomandaCome faria, s'io non fusse, excellenteNon pur in far di tal cose, un buon pastoMa se possibil dir, fusse, de nientePiù volte son di ciò, stata al contrastoCon osti, chochi, giotti, e tavarnariE il mio honor sopra ogn'altro è, ognor rimastoHor basta, portator che voi dannariFSo sta 'l pagachg meSmo dammi il panierE va, che ambo so dir sete, di rariSia maladechg, quachg fanteschi, e masserAl mont sga trova, cha noi, e sno boniSta dre 'l cul ai berto, leccha, i, taerAl ge ina ma, de sti vachi poltroniCha noi sa nient, e suuol fa de ol disesPer descretio che intenda, li personiAle u gra fachg, sa l'haues leidichg pesCha l'haues lu quell'hum, crompat, cegoliMa inotro la balorda havial cuor mesChe sti pvita, va sno con milli foliE quant ai la cosa chag va l'honorI al cuor a bressa, e a bergem, li paroliTuo cha ta vegna ol cancher, in duol cuorNon portarif plu robba, a sta bagassaSa credes cha la m' des, u ducathg d'orLTu me n'hai fatto tre, con questa, lassaSLividaLbenSle chiavi de gli argentiLGuardate che le sonno, nella cassaChe viver mai volesse, in tanti stentiMi faria prima femina, d'ognunoChe esser, notte, e dì, schiava, a tante gentiPur fin quest'hora, non e conosco, unoChe un sol quatrino, di presente, o manzaMi donasse: anci mi torria, ciascunoMa se non fusse in me, ferma speranzaChe numio mi vol ben, a un'altra guisaDispenserei quel tempo, che mi avanzaEcco apunto che 'l vien, a la divisaTutto vestito: o persona mia isnellaSon da dolcezza, già, vinta, e conquisaNumio gentileNlivida mia bellaDove ne vaiLal tuo patron mi extendoNCon che subiettoLcon buona novellaDimi ello in chasaNsìLhor donque havendoIo fretta di tornare, l'ambassiataFarai sufficiente, e saggio, essendoDigli che mia madonna, è preparataA far quel che richiesse l'altro giornoE che 'sta sera vengi a l'hora, usataNDonque, bisogna, ch'io faccia, ritornoMo me, livida mia, che tanto t'amoNon harrò teco mai alcun sogiornoLPiù che non brami me, Numio te, bramoE se harrò questa sera, tempo, e locoMostrerò qual di te, son presa, a l'amoSe quella vecchia, femina, da pocoDe scaltra, pur non c'interompe, voglioChe stiamo tutta questa notte, in giocoNLivida se mi trai, di tal, cordoglioNon sol di cor amarti, son dispostoMa scrivermeti sempre, schiavo in foglioLTu lo vedrai, hor fa quel ch'io t'ho impostoNL'invidia i' me ne voLnumio va in paceMai non fia 'l mio voler, dal tuo discostoO quanto che costui me agrada, e piaceGli volea gettar le braccia al colloPer dargli un bascio, ma fui poco audaceO dio, quando serà il mio cor satolloCh'io possa un tratto, uscir, di servituteE a costui mostrar quanto avampo, e bolloOE a tempo, e loco, haver le labia muteChe stolto, è quel che in riso, e in zancie, abondaE saggio, è chi honor ama, e sua saluteQuesta, è come tu sai, l'hora, iocondaCh'io mi debbo trovar, con quella, a mensaChe pò saldar la piaga mia, proffondaQuesto, è il dì, che, da sua beltade, imensaDebbo accoglier quel frutto, che ogni, amanteEspetta di sua fé, verace, e intensaQuesto, è quel punto, che a mie pene tanteDarò fin: e a mia pace, tal principioCh'io giungerò nel ciel, tra l'alme santeAvido, non ti far da me, mancipioChe se da gran letitia, ivi, non mancoFarò più che in battaglia, non fe', scipioAVedi tu già, come ch'io arosso, e imbiancoPos' tu crepparOche diciAi' dico moltoEsser bisogna, a chi ama, ardito, e francoOEcco le sacre mura, ove 'l bel voltoNobilmente si chiude, o Iove, aiutoDami, che 'l cor mi manca, e vengo stoltoATu non verrai patron, che sei venutoOCome hai tu dettoAdico che non licePria lamentarti, se non sei battutoOHorsuso, o ch'io farò, tristo, o feliceAvido, va guarda se l'uscio, è chiusoAGli è chiusoOpulsaLchi, è che pichaSBen, sete voi signor, venite susoOamice

Qui finisce il secondo atto, Provida con Scaltra va in casa a far preparamenti per far honor a orio che de' andar a disinar seco & di là un poco manda scaltra per un servitio la qual vien fuori & provida dal balcon cusì gli dice.

P

Scaltra

S

madonna

P

presto che li è tardi

S

Più ch'io posso mi afretto, asassinarti

Poltrona, falsa, e vil che 'l foco te ardi

Quello che a me voi far, quel volio farti

E cusì come al ciel, salir te credi

Cusì voglio nel fin precipitarti

Ma extender con misura, voglio, i piedi

Né a furia correr, che mio seria il danno

Ma volio che 'l sia tuo, qual proprio il chiedi

Malvagia, trista rea, colma d'inganno

Che mi promette far che 'l tutto io sia

Poi mi fa come, le bugiarde, fanno

Con carezze, e con basci, scaltra mia

Dicendo, non pensar, ch'io faccia, cosa

Che di consentimento tuo, non sia

E poi sen va, la stolta, e viciosa

Aprir in casa, alcuni novi, amanti

Credendo a me, sia tal malitia ascosa

E se almen fusser, qualche nobil, fanti

I' non haverei certo, doglia, tanta

Ma son poveri, e vil come furfanti

Ma mi duol più di quel, che suona, e canta

Dil qual, veggio sì accesa: esser costei

Che l'alma, e il cor, nel pette, se le schianta

Ma per suoni, o per canti, buoni, o rei

Non pensi alcuna, acquistar mai, valore

Se di la vita sua, non fa, de sei

Ma so ben dove vien, questo fettore

Quella serva che tolta ella ha, da novo

Sola, è cagion, de tutto questo, errore

Ma, a tutto, quand'io vo', rimedio, i' trovo

Scaltra, è il mio nome, e scaltro, è 'l mio inteleto

E ad ognun pur ch'io volio nozo e giovo

Poi che la val a farsi, ogni dispetto

E mostrar d'un sì un, no, e d'humil grave

Mostrati anch'io se vaglio, i' ti prometto

Questo, è quel, che gettando, le mie fave

La trovai petto, a petto, e bocha, a bocha

Con certi genti vil, povere e prave

O insatiabil, sciagurata, e scioccha

Nol voglio ad orio dir, per la mercede

Non perder, dil servir mio, che a me tocha

Anci voglio in più modi, fargli fede

Come l' è saggia, sancta, casta, e pura

Per poter d'ambo far, poi magior prede

Io voglio tesser, fin che a la misura

Sia questa tela mia: né esser mai stancha

Che cusì fa, chi 'l proprio ben, procura

Ciò ch'io voglio da loro, non mi mancha

Et ho, qualchosa al mondo infin quest'hora

Ben che con gran sudor, l'anima il fiancha

B

Eccola apunto, questa, è proprio, l'hora

Bisogna far l'offeso, e il corociato

Per farla de qualchosa, venir fora

S

Chi è quel, che vien in qua, che, è tuto armato

Gli è il barisello no, gli è il capitano

Anci s'io 'l miro ben, parmi un soldato

Voglio andarmine in qua, cusì pian piano

Ch'io non vorrei, pel fitto di la casa

Che 'l mi occorresse, qualche, caso, strano

B

Non fugir scaltra

S

o fuss'io in cha rimasa

Tien pur a mente, che questa, è la volta

Ch'io purgerò in un punto, ogni mia rasa

B

Schaltra raffrena, il passo, aspetta, ascolta

S

Che deb'io far, costui vien via disteso

Mi giungerà, gli è meglio ch'io mi volta

Di' tu a me

B

S

certo n'haveati inteso

Che iva sopra pensier

B

anci fuggivi

S

Per che fuggiva

B

per che tu m'ha offeso

S

Non so pur chi tu sei

B

belvico, scrivi

Questa parola:

S

o belvico ben mio

Ove sì armato vai, dove derivi

B

Ben tuo, non son, né mai, fui tuo ben io

Mi vedi, e senti, e ti fai, ciecha, e sorda

Forsi un dì, de vedermi, harrai disio

S

Se visto, o udito, i' t'ho, che mi aricorda

Che dire, alegra, non mi veda mai

B

Iura sopra di te, poltrona, lorda

Hor, non mi vo' sdegnar, non so se 'l sai

Venivo per trovarti, adesso, in fretta

Per dirti quello, cha tu intenderai

Vist'io che senza me, star ti dilletta

E che con altri godi, & io sol stento

Ratto hebbi un'altra, meglior vita, elletta

Che tutto il giorno, andar fiachato, e lento

Drieto gli asini, come un vil poltrone

Me, è gran vergogna, e magior il tormento

Tanto più, che per strada, le persone

Che a exercitio sì misero, sia posto

Mi guardan colme, de admiratione

Dicendo sei pur sano e, ben, disposto

Grande, grosso, gagliardo, ioven, frescho

Et a tanta viltà, stai sotto posto

E peggio, è anchor, che s'io vo' al letto, o al descho

Trovomi sempre solo, come un cane

Tal che insino a me stesso alfin, rincrescho

E andando ognhor cusì, de ogg'in domane

Dil ciel mostrommi il mon, un chiaro, lampo

Da guadagnar, più nobilmente, il pane

Dove conclusi, ridrizarmi, al campo

E preso ho, già due page, in questa terra

E in ciò penso di viver, fin ch'io campo

Che un sol proverbio degno, in noi si serra

Che vil: è chi si pone, a cosa vile

E degno, è quel che vive, e mor in guerra

Io per che fui di cor sempre gentile

Voglio hor mostrarlo: e poi quando non fusse

Gli è bel, farsi di rustico, civile

Il disfrenato amarti, a tal m'indusse

Che non pur d'huomo, fecemi animale

Ma quasi a darmi morte, mi condusse

E per mostrarti quando, come, e quale

Sia il mio partire, scaltra i' son venuto

Hor a prender da te, l'ultimo vale

E tanto sento in petto, il duol accuto

Di te cor mio, ch'io temo nel camino

Morto non rimaner, senza il tuo aiuto

E se in viaggio, o in campo, per destino

Manco ricorderatti qualche fiata

Dil tuo servitor Belvico, tapino

S

Ecco la chiave, la porta, è serata

Aymè, donque gli è ver, che vuoi partire

O me infelice, misera, e mal nata

Fa quel che vuoi, che prima che adimpire

Habbi questa tua scioccha fantasia

Voglio aspramente, di tua mano morire

Belvico mio gentil, anima mia

Non vo' che parti, né serà mai vero

Che altra donn'habbi, o che d'altr'homo i' sia

Di te sol mi nutrico, in te sol spero

Per te sol stento, & a te solo ho volto

L'animo, il, cor, il spirito, e il pensiero

Non ti aricordi ah, can, con lieto volto

Quando che tu dicevi sopra ogn'altra

T'amo, anci adoro, né serò mai sciolto

Non ti aricordi, se dicevi scaltra

Voltati un poco, mi voltava tutta

Che a contentar non have person'altra

Sempre m'havesti, o piaque a te, riduta

E per far cosa che ti agrada e piaccia

Non curava per te, restar, distrutta

Non, è questo, il tenermi, nele braccia

Non son questi, gli basci e le carezze

E il dir voi tu ch'io resta, o voi ch'io facia

Non son questi gli gaudi, e le dolcezze

Ch'io expettava da te, né questo, è il merto

Di le usate a te tante gentilezze

Soffro, son per soffrir, & ho, sofferto

Per te ogni cosa, e stretti ho sempre e denti

Lassando tutto andar, col cor aperto

Et hor in premio de mie affanni, e stenti

Vuoi misera lassarmi, a tal partito

E ch'io finischa, in lagrima e tormenti

B

Scaltra, non pianger, cusì ho stabilito

E se altro far volesse, i' non potrei

Che esser non vo' da ognun, mostrato, a dito

S

Quanto tocchasti

B

i fur duchati sei

Et hogli spesi, come vedi in arme

Con altratanti anchora, de gli miei

Quel corsaletto, e quel che havevi, parme

B

Come quel, questo viemmi otto duchati

E nol vede huom: che più non voglia darme

Questi bracciali fini: e lavorati

E questa spada e questa, piccha insieme

Non men di esta armatura, enno extimati

S

Hor se ragion, e amor, punto, ti preme

Belvico a viver, sian tuoi spirti accesi

Non a quel che l'hom guida, a l'hore extreme

To', piglia, ecco i dannari, habili resi

Con qualche honesta, e lici a, tua scusa

Che in acceptarli, i non ti fian contesi

B

Scaltra a ciò che tu intendi, qui, non, si usa

Dargli adrieto i dannar: e poi huom tristo

Tenuto, è chi la data fé, richusa

S

Belvico hor tu m'ha inteso, habbi provisto

Che tu vadi, per niente, i' nol consento

Che, è troppo duol, perder sì degno acquisto

To' la borsa, i dannar, tra oro, e argento

Diece duchati son Belvico vane

E fa sì ch'el cor mio, resti contento

B

Scaltra, non vo' che credi, ch'io sia un cane

Ch'io non t'ami: e che in me non habin forza

tuoi dolci priegi, e tue parole humane

Che non pur ciò farei, ma quella scorza

Spoglierei con mia mano per tuo amore

Che tanta humanità troppo mi sforza

Ben che hor sento combattermi, nel core

Duo gran guerrieri, l'uno, è il tropo amarte

Scaltra mia dolce e l'altro, è poi l'honore

Ma conviemmi gettar questo da parte

Che amor mi astringe, mi comanda, e vole

Ch'io debba in tutte cose, contentarte

S

O benigne, e dolcissime parole

Dammi la mano belvico, mio bene

Sempre, esser vo' tua serva, al'ombra, e al sole

B

Questo m'è, grato: ma sento al cor pene

Ch'io non so dove tanti dannar, trovi

Ch'io temo faci quel, che non conviene

S

Sempre s'io antico tuo parlar, rinovi

Mai non ti feci torto, in cosa, alcuna

Ben ch'io so, per scherzar, tal parlar movi

Son da quell'hora in qua, che sai, digiuna

Che dolcemente, tu mi salassasti

A modo usato, la vena comuna

B

So ben che tu non vivi, agli miei pasti

S

Mo, veggio che mi vuoi far voltar carta

B

Ben, ti dispiace, quand'io toccho i tasti

S

So che 'l fai per che in sdegno, mi diparta

A ciò ch'io senta in me, doppio, martello

Ma i' n'ho pur troppo, ch'el cor me apre, e squarta

B

De chi, di me

S

di te, sì can ribello

B

O me mammina mia

S

lasiami stare

Senza se mescredente, ingrato, e fello

S'io ti volesse tal ingiuria, fare

Tanti amorosi, harrei, giovani, e belli

Ma honesta vo', qual soglio sempre, usare

Quegli ducati, moneti, e marcelli

Ch'io t'ho dati in più volte: con ingegno

Gli ho guadagnati, & altre ioie, e annelli

E se serai humil, fido, e benegno

Tutto fia tuo: che solo mi affatico

Per far che giungi a qualche richo segno

Hor voglio ir, nota ben, quel ch'io ti dico

Per che haver cercha, provida un familio

Non voglio che tu mostri esser mio amico

Ella si regge sol per mio consiglio

Dirogli che un garzone, gli ho trovato

Obediente, più che al padre, il figlio

Dove fia forza haverti a lei guidato

E tu con modi ingeniosi, e desti

Mostreraiti, & assai più di l'usato

E cusì converta, che nosco resti

E a questo modo, tutti i suoi sacreti

A noi doi soli, ci fiam manifesti

Insieme viverem, contenti, e lieti

Ambo tirando l'aqua, al molin, nostro

E tendendo per noi, sempre, le reti

L'util, l'honor, e il proprio ben, ti mostro

Non si de' mai cessar: io che son donna

Con fortuna qual sai dì, e notte, iostro

A un punto, cangierai pensiero, e gonna

E di tutto il suo haver, ti so dir questo

Che tu sara' il messer, io la madonna

B

Ben, farò quel che vuoi: ma con quel cesto

O vai, che tu ivi sì veloce, e leve

S

A comprar da mangiar che 'l tempo, è presto

Orio venir a disnar nosco deve

E per che m'hai tenuta, a parlar tanto

Meglio, è tu vadi, che serai più breve

B

S'io son qual vedi, armato, tutto quanto

E' conviemmi a la bancha, ir in persona

Come vuoi, ch'io mi volga, in altro canto

S

E, non defferir più, che presto, è nona

B

Si, non, è anchora pur sonata terza

Taci mo, ecco apunto, che la suona

Dei pur veder al sol, se non sei guerza

Tu sei come insensata, e scemiviva

S

Sì son la forcha

B

o, che baston di querza

S

O t'hai tornata in boccha, anchor, la piva

B

Che la voresti tu

S

sì che l'è cara

B

Cara, la ti fe già de morta, viva

S

Non più Belvico hor suso, i' prepara

Andar a spender, to', prendi il camino

B

I' non so spender

S

se tu non sa, impara

Compra prima, de cievali, un carlino

E poi di calcinelli, e peveraci

Con qualche altro menuto, pesciolino

Erba bona, persuol, zuchar, spinaci

Per far cosa che al gusto humano agrada

E sopra tutto, prego, che ti spaci

B

Horsù men vo, poi che tu vuoi ch'io vada

S

Vane, ti expetto a casa, e dirò come

I' ti ho trovato, a sorte, per la strada

Per, che, l'altr'ieri, dissigli il tuo nome

E che eri buon, da ben, fidato, e saggio

Pronto al servir, più che fanciullo, al pomo

B

Hor resta

S

vane, e torna, in buon viaggio

B

O, t'ho pur fatto star, vecchia, ruffiana

E buttar fuori, come aprile, e maggio

Ma questo, è niente, provida putana

Che vol ch'io vada sieco, per vassallo

Vo' che soni altramente, la campana

Lassa pur far a me, guiderò il ballo

S'io gli entro in casa, in cotal forma, e modo

Che correr senza spron farò il cavallo

S

Da l'un canto ho spiacer, dal'altro, godo

Spiacer, perché riffonder mi bisogna

Godo che dil mio amor, gli ha stretto, il nodo

E poi chi 'l sa: forsi, che non menzogna

Mi tol il mio: & spaciami per scioccha

Se ben penso, me, è danno, e gran vergogna

Gli è forsi un mese, e più che 'l non mi tocha

Né mi move parola, e che 'l sia, credo

Per che 'l dà, da mangiar, a un'altra bocca

Gran cosa, che a me mai, venir, nol vedo

Se non per tormi: e col dir sì mi aciega

Che ogni cosa, nel fine, gli conciedo

Io son ben stolta, ognuno a me si piega

Offerendomi doni, argento, &, oro

E il mal per me si acetta, e il ben si niega

Avido egli è, qual dice scaltra, i' moro

Se date non ho un bascio: e se mi 'l doni

Tu me alci fin, sopra il celeste choro

Ma chi, è che 'l che da sé, par che ragioni

Che in qua vien, virido, è che provida ama

Che maledetti siam suoi canti, e suoni

Par che 'l sapesse ben, ordir, la trama

A far fila amorosa, & ella sieco

Adimpir senza me, sua ingorda brama

Voglio andar verso lui, piangendo meco

Con una rasa, s'io posso far starlo

Ma certa son che 'l farà il sordo, e il cieco

V

Scaltra che vai facendo

S

i' piango, e parlo

Fra me, di la mia sorte, e rea, sventurata

Che 'l cor mi rode, come legno, tarlo

V

Certo, che sei mutata, di figura

S

Come mutata, i' moro, aymè meschina

Se ad aiutarmi alcun, non pone cura

V

E che cosa hai

S

il patron ier matina

Di la casa, mi tolse, il pegno, e tutto

Ond'io rimasta, son, trista, e tapina

V

Che per questo ti struggi, e spargi, luto

S

Non debbo pianger ma donarmi morte

Ch'io sparto, il sceme, & altri acolto a il frutto

V

Bisogna per te stessa ti conforte

Scaltra mia dolce, a te mi ricomando

Sai che sempre non si ha, propitia sorte

S

Va che 'l tuo fin sia tristo, e miserando

Poltron, ingrato, vil, rozo, e ignorante

Spero anchor, vederte ire, mendicando

Ti par che 'l mio pensier, fusse distante

Dal suo voler hor la parola, è verra

Che viltà, se riceve, da un furfante

Perché provida i mostra buona, ciera

Né se gli pò parlar, ma non sia troppo

Che i' farò parer notte, nanti, sera

Chi, è quel che vien in qua, sì lento, e zopo

Che par che caminando il chiegia aiuto

O che 'l tema trovar, dannoso intoppo

F

Bon dì madona

S

tu sia 'l ben venuto

F

Dom sta ch'io ina dona, chai ga dis

Porfida

S

al cesto pria t'ho conosciuto

Non ti manda un armato

F

se in hom fis

S

E che, è di lui

F

a l'ho lassachg em piazza

S

Hai comprato buon pesce

F

com, bo bis

M'ha comprat de i cegoli, e ina spinazza

Piver, meli, ma zucha, e dol'incenso

S

O belvico insensato, o scaltra, pazza

Per certo questa, è grande, se pen penso

Cevali dissi, el mi manda cevole

Guarda se a la ragion, risponde, il senso

De tor spinaci, che mangiar, si sole

E lui da spinazar lin, m'ha, mandato

Cosa da far meravigliar il sole

Zucharo, e peveraci, holli ordinato

E tu zuche, con pevere, mi porti

Caso, che al mondo mai, non fu nomato

Mele, erba bona, che al cor dà conforti

Ordinai mi mandasse, e lui mi manda

Pomi da fanciullin, erbe da morti

O che disnar gentil, o che vivanda

Belvico m'hai chiarito, tottalmente

Scaltra, per sempre, a te, si ricomanda

Come faria, s'io non fusse, excellente

Non pur in far di tal cose, un buon pasto

Ma se possibil dir, fusse, de niente

Più volte son di ciò, stata al contrasto

Con osti, chochi, giotti, e tavarnari

E il mio honor sopra ogn'altro è, ognor rimasto

Hor basta, portator che voi dannari

F

So sta 'l pagachg me

S

mo dammi il panier

E va, che ambo so dir sete, di rari

Sia maladechg, quachg fanteschi, e masser

Al mont sga trova, cha noi, e sno boni

Sta dre 'l cul ai berto, leccha, i, taer

Al ge ina ma, de sti vachi poltroni

Cha noi sa nient, e suuol fa de ol dises

Per descretio che intenda, li personi

Ale u gra fachg, sa l'haues leidichg pes

Cha l'haues lu quell'hum, crompat, cegoli

Ma inotro la balorda havial cuor mes

Che sti pvita, va sno con milli foli

E quant ai la cosa chag va l'honor

I al cuor a bressa, e a bergem, li paroli

Tuo cha ta vegna ol cancher, in duol cuor

Non portarif plu robba, a sta bagassa

Sa credes cha la m' des, u ducathg d'or

L

Tu me n'hai fatto tre, con questa, lassa

S

Livida

L

ben

S

le chiavi de gli argenti

L

Guardate che le sonno, nella cassa

Che viver mai volesse, in tanti stenti

Mi faria prima femina, d'ognuno

Che esser, notte, e dì, schiava, a tante genti

Pur fin quest'hora, non e conosco, uno

Che un sol quatrino, di presente, o manza

Mi donasse: anci mi torria, ciascuno

Ma se non fusse in me, ferma speranza

Che numio mi vol ben, a un'altra guisa

Dispenserei quel tempo, che mi avanza

Ecco apunto che 'l vien, a la divisa

Tutto vestito: o persona mia isnella

Son da dolcezza, già, vinta, e conquisa

Numio gentile

N

livida mia bella

Dove ne vai

L

al tuo patron mi extendo

N

Con che subietto

L

con buona novella

Dimi ello in chasa

N

L

hor donque havendo

Io fretta di tornare, l'ambassiata

Farai sufficiente, e saggio, essendo

Digli che mia madonna, è preparata

A far quel che richiesse l'altro giorno

E che 'sta sera vengi a l'hora, usata

N

Donque, bisogna, ch'io faccia, ritorno

Mo me, livida mia, che tanto t'amo

Non harrò teco mai alcun sogiorno

L

Più che non brami me, Numio te, bramo

E se harrò questa sera, tempo, e loco

Mostrerò qual di te, son presa, a l'amo

Se quella vecchia, femina, da poco

De scaltra, pur non c'interompe, voglio

Che stiamo tutta questa notte, in gioco

N

Livida se mi trai, di tal, cordoglio

Non sol di cor amarti, son disposto

Ma scrivermeti sempre, schiavo in foglio

L

Tu lo vedrai, hor fa quel ch'io t'ho imposto

N

L'invidia i' me ne vo

L

numio va in pace

Mai non fia 'l mio voler, dal tuo discosto

O quanto che costui me agrada, e piace

Gli volea gettar le braccia al collo

Per dargli un bascio, ma fui poco audace

O dio, quando serà il mio cor satollo

Ch'io possa un tratto, uscir, di servitute

E a costui mostrar quanto avampo, e bollo

O

E a tempo, e loco, haver le labia mute

Che stolto, è quel che in riso, e in zancie, abonda

E saggio, è chi honor ama, e sua salute

Questa, è come tu sai, l'hora, ioconda

Ch'io mi debbo trovar, con quella, a mensa

Che pò saldar la piaga mia, proffonda

Questo, è il dì, che, da sua beltade, imensa

Debbo accoglier quel frutto, che ogni, amante

Espetta di sua fé, verace, e intensa

Questo, è quel punto, che a mie pene tante

Darò fin: e a mia pace, tal principio

Ch'io giungerò nel ciel, tra l'alme sante

Avido, non ti far da me, mancipio

Che se da gran letitia, ivi, non manco

Farò più che in battaglia, non fe', scipio

A

Vedi tu già, come ch'io arosso, e imbianco

Pos' tu creppar

O

che dici

A

i' dico molto

Esser bisogna, a chi ama, ardito, e franco

O

Ecco le sacre mura, ove 'l bel volto

Nobilmente si chiude, o Iove, aiuto

Dami, che 'l cor mi manca, e vengo stolto

A

Tu non verrai patron, che sei venuto

O

Come hai tu detto

A

dico che non lice

Pria lamentarti, se non sei battuto

O

Horsuso, o ch'io farò, tristo, o felice

Avido, va guarda se l'uscio, è chiuso

A

Gli è chiuso

O

pulsa

L

chi, è che picha

S

Ben, sete voi signor, venite suso

O

amice


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