III

Via via, senza posa mai.—To to, ciuee ciuee, to to to!—Allo scoppiar delle fruste, all'abbaiare de' veltri, allo squillare dei corni la schiera feroce anche colá si precipita.

Il santo eremita uscí della cappelletta e si fece incontro con mitescongiuro.

—Rimanti, rimanti, abbandona la traccia. Non profanare l'asilo diDio.

La creatura manda gemiti al cielo e implora da Dio il gastigo tuo.Lasciati per l'ultima volta ammonire, o la tua empietá ti trarrá inperdizione.—

Sollecito il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e bontá ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo instiga all'oltraggio maligno. E, oh Dio! ad onta delle ammonizioni del cavaliero a destra, egli si lascia traviare dal cavaliero a sinistra.

—Che empietá, che perdizione parli tu mai? Forse—grida egli,—forse che la mi spaventa gran fatto? Questa mia caccia, dovessi io anche vederla spinta fino al terzo cielo, che rileva, che monta a me? Sí, per Dio! vo' proseguirla, voglio sbramarmi. E sia pure a dispetto di te, o scimunito, e a dispetto di Dio.—

Egli mena vibrata la frusta, dá fiato alla cornetta.—Olá, compagni, addosso addosso! dálli dálli!—

Oh Dio! Ecco in un tratto spariscono innanzi a lui ed eremita e cappelletta; spariscono dietro a lui e cavalli e pedoni. E in un batter d'occhio, e fracassi e suoni ed urli di caccia, tutto tutto ingoia un silenzio di morte.

[p.36]

Atterrito il conte gira lo sguardo; dá fiato alla cornetta, e la cornetta non rende suono; mette un grido, e non ha piú sentore della propria voce; vibra la frusta, e la frusta non fischia; sprona l'un fianco e l'altro al destriero, né può cavalcare innanzi o retrocedere.

E subito intorno a lui un buio, e piú e piú sempre un buio, come disepolcro; ed un mugghiare, come di marina lontana. Su alto per l'aria,al di sopra del suo capo, una voce di tuono grida tremenda con furordi burrasca questa sentenza:

—O tiranno, o indole d'inferno, che insolentisci contro Dio, controgli uomini, contro ogni cosa! Il singulto, il gemito della creatura ela tua iniquitá ti hanno citato a gran voce innanzi al tribunale, lásu dove arde la fiaccola della vendetta.

Fuggi, empio, fuggi. E sia tu da qui innanzi per tutta l'eternitá perseguitato tu stesso in caccia dall'inferno e dal demonio. E sia spavento, questo, de' principi d'ogni secolo che, a saziare le loro voglie scellerate, non perdonano né a Creatore né a creatura.—

A queste parole un bagliore giallo come zolfo guizza intorno alle frondi della foresta. Via via per l'ossa e per le midolle discorre al conte l'angoscia. Una vampa gli opprime il respiro. Stordisce e non ode piú nulla. Innanzi, tutto gli soffia sul viso gelo e terrore; e alla nuca lo insiegue il fischio della bufera.

Cresce il soffio del terrore, cresce il fischio della bufera; e su dalla terra, oh spavento! ecco un pugno negro emergere, giganteggiare. Apresi, stringe gli artigli; ahi! ahi! giá lo abbranca pel ciuffo; ahi! ahi! travolta in un attimo la faccia del conte, sovrasta alle spalle di lui.

Intorno intorno a lui un corruscar di faville e di fiamme verdi, brune e sanguigne. Un mar di fuoco presso presso gli ondeggia d'ogni lato; e dentro vi brulica la ciurma infernale. In un subito mille veltri infernali prorompono aizzati a fracasso su dalla voragine.

[p.37]

Via precipitoso egli si scaglia attraverso i boschi, attraverso la campagna; e fugge mettendo lai e ululati.—Ahi, me misero! misero!—

Ma per tutto l'ampio mondo lo perseguita il latrar dell'inferno, di giorno giú per le caverne della terra, a mezzanotte su in alto per l'aria.

La faccia di lui sovrasta perpetuamente alle spalle, ond'egli abbia perpetuamente la veduta de' mostri che lo inseguono. E per quanto rapida la fuga lo strascini innanzi, incitato dagli urli dello spirito cattivo, gli bisogna mirare perpetuamente il digrignar dei denti e lo spalancarsi delle fauci ringhiose che gli stanno sopra per azzannarlo.

Tale è la caccia della ciurma feroce; e dura e durerá fino al dí del giudizio. Spesso nella notte ella passa innanzi al vagabondo a spaventarlo e inorridirlo. E testimonianza ne potrebbe far tuttavia la lingua d'assai cacciatori, se per altre ragioni non convenisse a loro il silenzio[5].

La favola di questo romanzo è tratta da una tradizione popolare in Germania; però è un soggetto bello ed opportuno per un poeta tedesco. Ivi il popolo la crede vera; e da questa opinione acquistandosi fede il poeta, ha potuto a suo talento far piangere e tremar di terrore i suoi lettori. I costumi, ch'egli ha dipinti, sono o costumi de' suoi tempi, o costumi moderni e notissimi al popolo: quindi sempre maggiore l'interesse, e sempre piú aumentata la fede.

Ma noi, lettori italiani, non abbiamo come i tedeschi quella tradizione. E, a volere reputar vera o verisimile la catastrofe delCacciatore feroce, ci bisognerebbe uno sforzo d'immaginosa superstizione. Ora, che che ne dicano gli stranieri, siamo, noi italiani, dotati di tanta superstizione? La religione nostra ben ci farebbe tenere come racconto verisimile che Dio avesse castigata severamente la ferocia del cacciatore. Ma il castigo strano [p.38] ed incessante su questa terra piuttosto che nell'inferno, noi non lo crederemmo, perché non abbiamo esempi consimili da paragonargli. Ben è vero che nella novella ottava della Giornata quinta delDecameronenoi leggiamo di una pena sull'andare di questa, benché per colpa tutt'altra. Ma quella storia non è creduta piú in Italia, e forse non era tradizione indigena qui neppure a' tempi del Boccaccio, che probabilmente la tolse ad imprestito dal monaco francese Elinando, scrittore del 1200, e di suo capriccio la traspiantò nella pineta di Ravenna.

Oltrediché noi non viviamo sulla sponda del Reno. La ingiustizia feudale e l'insultante privilegio delle cacce riservate ai nobili sono mali che noi ora non proviamo. La narrazione di sciagure contemporanee, alle quali noi non partecipiamo, non sará davvero udita con indifferenza; ma non ci commoverá tanto quanto i tedeschi. L'uomo non può pensare all'uomo lontano e posto in circostanze diverse dalle sue con quell'interesse medesimo, con cui egli pensa a se stesso ed a' vicini. Le lagrime del povero contadino, l'angoscia del mandriano, la pace dell'eremita profanata ci faranno pietá. Ma questa pietá, paragonata con quella de' tedeschi, sará minore d'assai; come il batticuore di noi europei mediterranei è minore di quello degli onesti fra gli abitanti delle colonie al rammentare la compassionevole tratta dei negri. Discendendo giú per questa scala di compassioni decrescenti, si giunge fino a quel grado di affanno leggiero leggiero, con cui noi viventi del secolo decimonono ascoltiamo le sventure degli Atridi, de' Tiestei e de' Priamidi.

Cessate anche in Germania parte delle prepotenze feudali, variate anche alcune costumanze, mille memorie nondimeno di luogo e di nomi, mille affinitá di patria e di famiglie richiameranno la storia di quelle alla mente de' tedeschi, e per lunghissimi secoli. Cosí, e per le stesse ragioni, le sciagure che afflissero anticamente i padri nostri in Italia, quantunque non piú le medesime che proviamo noi, pure percuoteranno l'animo nostro con bastante vigore, ricordandole poeticamente. E come le iniquitá, a modo d'esempio, de' nostri Visconti non sarebbero mai sentite tanto fortemente da' lettori tedeschi quanto [p.39] dagli italiani, cosí la storia delCacciatore ferocenon lo sará, temo, da noi quanto da loro.

Non so indurmi a dar l'ultimo addio alCacciatore feroce, se prima non fo qualche cosa a onore e gloria de' commentatori e della consuetudine loro. Sappi dunque, o figliuolo, d'un pezzo di poesia italiana che ha qualche sorta di cognazione con questo del Bürger.

Erasmo di Valvasone, verso la fine del canto terzo del suo poemaLa caccia, raccomanda a' cacciatori di non uscire mai alla campagna sprovveduti di una messa sentita e dell'aiuto invocato di tutti i santi. E per ispaventare gli scapestrati, reca in mezzo la mala ventura di un certo Terone, ch'egli stesso, il poeta, dice d'aver conosciuto. Terone, mentre viveva giovinetto lungo la riva del nativo Tagliamento, era gran cacciatore e persona divota; e Dio l'aveva scampato sempre d'ogni pericolo. Fatto adulto, viaggiò tutta la Germania e v'imparò altri costumi. Tornò a casa, e non usò piú né a messe né a chiese. Un cignale orribile metteva a guasto ed a spavento la campagna d'Aquilea: però una caccia generale fu bandita per tal domenica. Infinite genti v'intervennero, e Terone anch'egli, come il feritore piú certo. La comitiva si recò sull'alba al tempio e non n'uscí che benedetta dal sacerdote. Terone solo si rimase, schernendo il rito. La caccia ha principio: la belva si appiatta in un pantano; è scoperta; i cacciatori le sono addosso. Ma impaurito si arretra ognuno. Solo a Terone il cuore non batte di paura. Egli bestemmia la viltá de' compagni, bestemmia la lor divozione, bestemmia Dio; e si avventa alla fiera. Quella, come mossa dalla divina vendetta, sdegna ogni altro nemico e si scaglia su Terone, né lo lascia che dopo di avergli tolto e ardimento e vita. Dismessa poi la ferocia, anch'essa, la fiera, viene ad offrirsi da sé a' colpi de' cacciatori, e cade morta. E il poeta, che sente oramai stracco il suo colascione, dá fine al canto con un paio di versi, tutti novitá di pensiero, tutti eleganza di modi:

Imparate giustizia, o genti umane, e non spregiar le deitá sovrane.

[p.40] Virgilio glieli perdoni. E tu perdona a me se ti ho fatto ingozzare tutto questo episodio. Quel poema dellaCacciaso che non lo hai letto mai, né lo leggerai forse, benché stampato fra iClassici italiani; del che non vorrò biasimarti. Ma a' discendenti di quegli eruditi che, zelanti della loro Italia, seppero trovare l'origine italiana delParadiso perdutodel Milton, io regalo questo bel pezzo del museo Valvasoni, insieme alla novella ottava della Giornata quinta delDecamerone, affinché ne compongano un solo manicaretto, e ne estraggano la quintessenza, e se la bevano; poi, con una predica scritta sugosamente, sul fare, per esempio, delle orazioni di monsignore Della Casa, escano a ridomandare le sostanze che sono di nostro diritto, mostrando come in Italia v'abbia la semenza di tutto e come, in fine del conto, gli stranieri non si facciano pavoni che con le penne nostre.

Quella novella, per altro, del Boccaccio, a dirla tra di noi, è una grande infamia. Volere che la giustizia di Dio punisca di ripetute morti acerbissime una donna, perché costantemente ricusò di amare! E che diritto aveva Guido degli Anastagi, che diritto hanno gli uomini qualunque sul cuore femminino? È forse uno de' comandamenti per la femmina il cedere alle voglie di chi la prega d'amore? Se Guido degli Anastagi s'era ammazzato, peggio per lui! L'amore è una passione spontanea che vive di libertá. E la donna, che si ostina a dirmi di no, mi fará infelice; ma della mia infelicitá ella non può essere né accusata né condannata da legge veruna. La massima che le donne sieno in obbligo di riamare chi le ama, è uno de' sofismi usati da' seduttori. Limitandola anche al caso di amore onesto, cioè accompagnato dall'intenzione di strigner nozze, è una massima che fa a pugni colla dottrina de' cristiani; attesoché ella reputa stato di perfezione la castitá del celibato. E per chi scriveva egli, il Boccaccio, se non per gente cattolica?

Pedanti e non pedanti hanno biasimato il Sannazaro, perché, non contento egli di avere giá sparso bastantemente di erudizioni mitologiche antiche tuttoquanto il suo poema sulla nascita di Gesú Cristo,De partu Virginis, abbia poi voluto introdurvi [p.41] anche, come enti contemporanei ed operanti, le naiadi e le driadi. Ma l'errore del Sannazaro non è egli forse meno grave di cotesto del Boccaccio? Non è egli peggio forse il falsare la morale della religione che uno introduce nel suo componimento, di quello non sia l'unirvi alcune invenzioni eterogenee, col solo, innocente e manifesto proposito di sbizzarrirsi in fantasie poetiche?

Basterebbe che questa infame novella della pineta di Ravenna venisse creduta vera a' dí nostri e lodata in Italia, perché fosse data vinta la causa a quegli stranieri che ci mandano titolo di vendicativi, di feroci, di superstiziosi e di poco religiosi nel cuore. Ma come è vero che noi non siamo cosí tristi, nessuno in Italia vorrebbe oggi avere scritto egli quel vituperio della pineta. E Dio lo tolga dalla memoria fino de' bibliotecari!

Leggi ora, figliuolo mio, la traduzione dellaEleonora.

Sul far del mattino Eleonora sbalzò su, agitata da sogni affannosi:—Sei tu infedele, o Guglielmo, o sei tu morto? E fino a quando indugerai?—

Egli era uscito coll'esercito del re Federigo alla battaglia di Praga, e non aveva scritto mai se ne fosse scampato.

Stanchi delle lunghe ire, il re e l'imperatrice ammollirono le feroci anime, e finalmente fecero pace. Ed ogni schiera, preceduta da inni, da cantici, dal fragore de' timpani, da suoni e da sinfonie, adornata di verdi rami, si riduceva alle proprie case.

E da per tutto, da per tutto, sulle strade, sui sentieri, giovani e vecchi traevano incontro ai «viva» d'allegrezza de' vegnenti.—Sia lode al cielo!—esclamavano fanciulli e mogli.—Ben venga!—esclamavano assai spose contente.

Ma, oh Dio! per Eleonora non v'era né saluto né bacio.

Ella di qua, di lá cercò tutto l'esercito, dimandò tutti i nomi. Ma fra tanti reduci non uno v'era che le desse ragguaglio. [p.42] Oltrepassate che furono da ultimo tuttequante le schiere, ella si stracciò la nera chioma[6], e furibonda si buttò sul terreno.

Accorse precipitosa la madre.—O Dio, misericordia! Che hai, che t'avvenne, figlia mia cara?—E se la serrò fra le braccia.

—O madre, madre! È perduto, è morto. Or vada in rovina il mondo, e tutto vada in rovina! Non ha misericordia Iddio. Ahi me misera! misera!

—O Dio, ne assisti! Misericordia, o Signore! Di', figlia mia, di' unpaternostro. Quello che è fatto da Dio è ben fatto. Egli sí, Iddio èpietoso di noi.

—O madre, madre! Tutte illusioni. Nulla di bene ha fatto per me ilSignore! nulla. Che giovarono, che giovarono le mie orazioni? Oramainon n'è piú bisogno.

—O Dio, ne assisti! Chi in Dio riconosce il nostro padre sa ch'eglisoccorre a' figliuoli. Il santissimo Sacramento metterá calma al tuoaffanno.

—O madre, madre! Questo incendio che m'arde non v'ha Sacramento cheme lo calmi. Non v'ha Sacramento che restituisca a' morti la vita.

—Ascoltami, o cara; e se quell'uom falso, lá lontano nell'Ungheria,avesse rinnegata la fede per isposarsi ad altra donna? No, cara, nonpensar piú a quel suo cuore. E neppure egli se ne troverá contento.Quando un giorno l'anima verrá a separarsi dal corpo, lui trarrá nellefiamme il suo spergiuro.

—O madre, madre! Non è piú, non è piú; egli è perduto, perduto per sempre. La morte! altro non mi resta che la morte! Oh! non fossi io nata mai! Spegniti, luce mia, spegniti in perpetuo. Muori, muori sepolta nella notte e nell'orrore! No, non ha misericordia Iddio. Ahi me misera! misera!

—O Dio, ne assisti! Non voler, no, entrare, o Dio, in giudizio contra la povera tua creatura. Ella non sa quel che la sua lingua si [p.43] dica: non tener conto de' peccati di lei. Dimentica, figliuola mia, dimentica la tua afflizione terrena; pensa al Signore, pensa alla beatitudine eterna; e t'assicura che non verrá meno lo sposo all'anima tua.

—E che è mai, o madre, la beatitudine eterna? che mai, o madre, è l'inferno? Con lui, con lui è beatitudine eterna; e senza di Guglielmo non v'ha che inferno. Spegniti, luce mia, spegniti in perpetuo: muori, muori sepolta nella notte e nell'orrore! Senza di lui, né sulla terra né fuori della terra posso aver pace io mai.—

Cosí a lei nella mente e nelle vene infuriava la disperazione. Piú e piú continuò temeraria ad accusare la provvidenza di Dio; si percosse il seno, si storse le mani, fino al tramonto del sole, fino all'apparire delle stelle auree per la vòlta del cielo.

Quand'ecco, trap trap trap, un calpestio al di fuori come una zampa di destriero; e strepitante nell'armadura smontare agli scalini del verone un cavaliere. E tin tin tin, ecco sfrenarsi pian piano la campanella dell'uscio; e da traverso l'uscio venire queste distinte parole:

—Su su! Apri, o mia cara, apri. Dormi tu, amor mio, o sei desta? Che intenzioni sono ancora le tue verso di me? Piangi o sei lieta?

—Oh cielo! Tu, Guglielmo? Tu… di notte.., cosí tardi?.. Ho pianto, ho vegliato. Ahi misera! un grande affanno ho sostenuto… E donde vieni tu cosí a cavallo?

—Noi non mettiamo sella che a mezzanotte. Lungo viaggio cavalcai aquesta volta, fino dalla Boemia. Tardi ho preso il cammino, tardi: evoglio condurti meco.

—Ah Guglielmo! Entra prima qua dentro un istante. Su presto! Il vento fischia ne' roveti. Entra, vieni, cuor mio carissimo, a riscaldarti fra le mie braccia.

—Lascia pure che il vento fischi fra i roveti: lascialo fischiare, anima mia, lascialo fischiare. Il mio cavallo morello raspa; il mio sprone suona. In questo luogo non m'è concesso alloggiare. Vieni, succingiti, spicca un salto e géttati in groppa al mio morello. [p.44] Ben cento miglia mi restano a correre teco quest'oggi per arrivare al letto nuziale.

—Oh cielo! E tu vorresti in questo sol giorno trasportarmi per cento miglia fino al letto nuziale? Odi come romba tuttavia la campana: le undici sono giá battute.

—Gira, gira lo sguardo. Vedi, fa un bel chiaro di luna. Noi e i morti cavalchiamo in furia. Oggi, sí quest'oggi, scommetto ch'io ti porto nel letto nuziale.

—E dov'è, dimmi, dov'è la cameretta? E dove, e che letticciuolonuziale è il tuo?

—Lontano, lontano di qui…, in mezzo al silenzio…, allafrescura…, angusto… Sei assi… e due assicelle…

—V'ha spazio per me?

—Per te e per me. Vieni, succingiti, spicca un salto e géttati in groppa. I convitati alle nozze aspettano; la camera è giá schiusa per noi.—

La vezzosa donzelletta innamorata si succinse, spiccò un salto, snella si gittò in groppa al cavallo, e con le candide mani tutta si ristrinse all'amato cavaliere. E arri arri arri! salta salta salta; e l'aria sibilava rotta dal gran galoppare. Sbuffavano cavallo e cavaliere, e sparpagliavansi intorno sabbia e scintille.

A destra e a sinistra, deh, come fuggivano loro innanzi allo sguardo epascoli e lande e paesi! come sotto la pesta rintronavano i ponti!

—E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri arri! Imorti cavalcano in furia. E tu, mia cara, hai paura de' morti?

—Ah no! Ma lasciali in pace i morti.—

Da colaggiú qual canto, qual suono mai rimbombò? che svolazzare fu quello de' corvi?… Odi suono di squille, odi canto di morte! «Seppelliamo il cadavere».

Ed ecco avvicinarsi una comitiva funebre, e recar la cassa e la bara de' morti. E l'inno somigliava al gracidar dei rospi negli stagni.

—Passata la mezzanotte, seppellirete il cadavere con suoni e cantici e compianti. Ora io accompagno a casa la giovinetta mia [p.45] sposa. Entrate meco, entrate al convito nuziale. Vieni, o sagrestano, vieni col coro e precedimi intuonando il cantico delle nozze. Vieni, o sacerdote, vieni a darci la benedizione, prima che ci mettiamo a giacere.—

Tace il suono, tace il canto; la bara sparí. E obbedienti alla chiamata, quelli correvano veloci, arri arri arri! lí lí sulle peste del morello. E va e va e va; salta salta salta; e l'aria sibilava rotta dal gran galoppare. Sbuffavano cavallo e cavaliere, e sparpagliavansi intorno sabbia e scintille.

Deh, come fuggivano a destra, come a sinistra fuggivano, e montagne e piante e siepi! Come fuggivano a sinistra, a destra, e ville e cittá e borghi!

—E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri arri arri!I morti cavalcano in furia. E tu, mia cara, hai paura de' morti?

—Ahi misera! Lasciali in pace i morti.—

Ecco ecco; lá sul patibolo, al lume incerto della luna, una ciurma dilarve balla intorno al perno della ruota![7].

—Qua qua, o larve. Venite, seguitemi. Ballateci la giga degli sposiquando saliremo in letto.—

E via via via, le larve gli stormivano dietro a' passi, come turbine che in una selvetta di nocciuoli stride frammezzo all'arida frasca. E va e va e va, salta salta salta; e l'aria sibilava rotta dal gran galoppare. Sbuffavano cavallo e cavaliere, e sparpagliavansi intorno sabbia e scintille.

Ogni cosa che la luna illuminava d'intorno, deh, come ratto fuggiva alla lontana! Come fuggivano e cieli e stelle al disopra di lui!

—E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri [p.46] arri arri! I morti cavalcano in furia. Ed hai tuttavia paura de' morti, o mia cara?

—Ahi me misera! Lasciali in pace i morti.

—Su su, o morello! Parmi che il gallo giá canti. Fra poco il sabbione sará omai tutto trascorso. Su, morello, morello! Al fiuto sento giá l'aria del mattino… Di qua, o morello, caracolla di qua… Finito, finito abbiamo di correre. Eccolo che s'apre il letto nuziale. I morti cavalcano in furia. Eccola, eccola la mèta.—

Impetetuoso s'avventò a briglia sciolta contra un cancello di ferro.Ad uno sferzar di scudiscio toppa e chiavistello gli si spezzaronoinnanzi, e le ferree imposte cigolando si spalancarono. Il destrierodrizzò la foga su per le sepolture. E al chiaror della luna tuttobiancheggiava di monumenti.

Ed ecco, ecco in un subito, portento, ahi, spaventoso! Di dosso al cavaliere ecco a brandelli a brandelli cascar l'armatura, com'esca logorata dagli anni! In teschio senza ciocche e senza ciuffo, in teschio ignudo ignudo gli si convertí il capo, e la persona in ischeletro armato di ronca e d'oriuolo.

Alto s'impennò e inferocí sbuffando il morello, e schizzò scintille di fuoco. E via eccolo sparito e sprofondato disotto alla fanciulla; e strida e strida su per l'aere; e venir dal fondo della fossa un ululato!… A gran palpiti tremava il cuore d'Eleonora e combatteva tra la morte e la vita.

Allora sí, allora sotto il raggio della luna danzarono a tondo a tondo le larve; ed intrecciando il ballo della catena, con feroci urli ripetevano questa nenia:—Abbi pazienza, pazienza, s'anche il cuore ti scoppia. Con Dio no, con Dio non venir a contesa. Eccoti sciolta dal corpo… Iddio usi all'anima misericordia!—

A differenza della prima, la favola di questo secondo romanzo, a quel ch'io sappia, è tutta invenzione del poeta. Parrebbe dunque che, non sostenuta da una tradizione, l'Eleonora non dovesse trovare né fede né applausi neppure in Germania. E nondimeno è noto come ella sia colá la lodatissima delle poesie del Bürger. A che ascriveremo noi questo?

[p.47]

I popoli colti d'una parte della Germania, pe' quali il Bürger cantava, sono inclinati all'entusiasmo. Avidi essi di emozioni, non aspettano che quelle vengano di per sé; ma per ottenerne, si aiutano fin anche del meditare. Il bisogno fortissimo di emozioni nasce in loro, se mal non veggo, per la mancanza di una continua varietá di oggetti esteriori che possa occuparli e muoverne gli animi piacevolmente. E questa mancanza è prodotta dalle circostanze politiche, da quelle del clima, della geografia loro e della loro vita sociale. Ma le circostanze medesime, se per un riguardo gli offendono, servono per un altro a rinforzare notabilmente la loro riflessione, allorché la noia gli obbliga a concentrarsi in se stessi, a ripiegarsi nell'animo proprio, onde provarne il moto che li faccia accorti dell'esistenza. Educati cosí alla meditazione, non di rado giungono essi a scoprire qualche lato importante e patetico nelle cose, in cui sguardo superficiale nol vede. Tosto che l'hanno adocchiato, eglino vi si affezionano e s'infervorano; e l'amore di una parte tira seco l'amore del tutto.

Con ciò viene a spiegarsi per noi da che provenga l'affettazione di certo «sentimentalismo» che governa spesso il discorso de' romanzieri del nord, e che male è imitato da' romanzieri di Francia, e mal sarebbe da que' d'Italia; perché posa su pensieri ed affetti che non sono sentiti in Francia e in Italia né da chi scrive né da chi legge. Quante volte l'uomo del nord, viaggiando in Italia, non fa egli strabiliare gli ospiti suoi, parlando ogni tratto di sensazioni domestiche, di piaceri segreti dell'animo, di simpatie recondite, di compassioni prodigalizzate a un fiorellino del campo, di lagrime sparse per pietá di un asinello defunto, di memorie lugubri suscitate in lui dalla menoma novitá di nugoloni colorati! Pare a noi che egli allora monti sull'ippogrifo. Eppure chi sa che per lunga assuefazione egli non abbia il cuore, troppo piú che noi non ci figuriamo, pronto a palpitare per tante fantasie?

A quelle docili immaginazioni bastò quindi pensare che la finzione dell'Eleonora era omogenea ed analoga alle tradizioni popolari, perché a lei anche estendessero il vero di opinione [p.48] che quelle hanno. La stravaganza del tutto non nocque allora piú all'effetto delle parti. E siccome le parti sono bellissime, l'approvazione e l'ammirazione vennero di per sé.

Noi popoli piú meridionali, circondati dalla pompa della natura e dalla perpetua successione delle sue infinite lusinghe, non abbiamo mestieri di andare in traccia di emozioni per sentire la vita. Noi aspettiamo che quelle ci riscuotano come a viva forza; ma non ci curiamo di promuoverle noi col nostro entusiasmo. Di qui, piú che lettori appassionati, noi riesciamo critici freddi. E prima di dare una lagrima alle sventure di Eleonora, noi metteremo sul bilancino i gradi di verisimiglianza che ha la storia della fanciulla, e non li pagheremo della nostra credenza che grano per grano.

Forse, e bada bene che tiro a indovinare e non altro, forse gli abitanti d'una parte della Germania, de' quali ho parlato fin qui, hanno, o nel fondo del cuore o dentro la mente, piú religione che noi non abbiamo[8]. Forse, avvezzati essi dalle sètte e dalla necessitá delle controversie a meditare i dogmi della religione, come noi a prestarle fede senza meditazioni, hanno talmente inclinati i pensieri a lei, che tuttoquanto partecipa dello spirito del cristianesimo essi lo sentono di primo tratto, qualunque sia l'oggetto che gli occupi, qualunque sia lo stato dell'animo loro. Quindi è forse che il tedesco, leggendo il romanzo dell'Eleonora, lascia bensí che il cuore di lui si pieghi a compassione delle sventure della fanciulla; ma immediatamente corre colla idea all'enormitá del peccato commesso da lei nel rinnegare la provvidenza di Dio. Associata a quella idea eccoti subito l'altra: che ogni vendetta di Dio, per quanto fiera ella sembri a umano intendimento, non può mai aggiungere a tanto da pareggiare l'immensitá del delitto di cui si fa reo chi offende Dio di qualsivoglia maniera. Mesci ora insieme il sussidio delle idee religiose alla somiglianza che la favola dellaEleonoradicemmo avere colle tradizioni popolari in Germania; e vedi come [p.49] il tedesco s'induca ad essere liberale di credenza verso la catastrofe del romanzo. Nell'animo di lui direi quasi che il sentimento massimo sará quello dell'enormitá del peccato e della maestá di Dio irritata, e che la compassione per gli affanni amorosi della fanciulla non sará che un sentimento concomitante.

Se l'Italia leggente fosse composta di uomini tutti profondamente studiosi della loro religione, forse l'Eleonora, scendendo tra di noi, non verrebbe a capitare in terra straniera affatto. Ma quantunque in Italia v'abbiano teologi eruditissimi, io temo che il piú degli italiani, ancorché cattolici di buona fede, non si siano addimesticati tanto coi dogmi della loro religione da salvare per questi una costante reminiscenza in tutte le loro sensazioni. Il lettore teologo, anche in mezzo alle seduzioni della poesia, anche sbattuto dai palpiti ch'ella produce, stará fermo alle dottrine da lui conosciute e professate, e stabilirá tosto relazioni tra quelle e ciò ch'ei legge. Un lato della sua mente egli lo tiene vergine sempre di tutt'altri pensieri, salvo i religiosi. Però egli sentirá il maraviglioso e il terribile del romanzo dell'Eleonora; e l'idea della divinitá oltraggiata e della severitá onnipossente, che procede dalla giustizia di Dio, gli ingombrerá tanto l'anima, da lasciargliene una parte ben poca in preda ad altre riflessioni e ad altri affetti. Pieno di spavento, egli chinerá il capo innanzi a Dio; ripeterá anch'egli la nenia delle larve, e finirá esclamando:—Salvami, o Signore, salvami dall'offenderti!—

Ma avremo, noi, lettori teologi molti? O io m'inganno, o tra di noi sará maggiore il numero di quelli che, facili a scusare negli altri le passioni perché le vorrebbono scusate a se medesimi, si lasceranno andare alla pietá, come al sentimento piú repentino per essi. Cedendo all'impeto delle prime impressioni cagionate dalle miserie d'Eleonora, e non interrogando gran fatto il sentimento religioso, che in essi, a differenza de' tedeschi, riescirá il meno forte, eglino, parmi, diranno cosí:—Una povera vergine innamorata, disperante della vita del suo sposo futuro, inasprita dal peso della disgrazia e della importunitá dei consigli di una vecchia assiderata, perché nell'impeto [p.50] del dolore (e che dolore!) si lasciò fuggire di bocca la rinnegazione della provvidenza, meritava ella di essere sepolta viva? meritava che il ministro dell'ira di Dio fosse quello stesso amante per cui ella aveva spasimato tanto? meritava che questi alla gelata indifferenza dovesse anche aggiungere la crudeltá della ironia, e continuarla fino all'ultimo della vita? Se dopo lunghe macchinazioni, ella fredda fredda avesse per avarizia piantato un coltello nel petto al padre e strozzata la madre, le starebbe bene questo ed ogni altro rigore di pena; ma nel delirio dell'amore… per una parola inconsiderata… tanto supplizio! No, non può essere. Il Dio nostro è il Dio della misericordia. Tratto a doverci visitare nell'ira sua, egli guarda pur sempre all'intenzione del peccatore, e distingue il delirio d'una passione innocente dalla gelida, ostinata empietá. Eleonora ha peccato. Ma qual proporzione qui tra 'l peccato e la pena? No no, la storia d'Eleonora non è credibile. È una invenzione nera nera che mette ribrezzo; è una favola da nutrici che non è raccomandata da verisimiglianza veruna, e che non meritava neppure una sola delle nostre lagrime.—

Davvero io non torrei a difendere innanzi al Santo offizio l'ortodossia di chi ragionasse cosí. Davvero sono persuaso che qualunque persona trascorresse a discorsi siffatti, dopo piú mature considerazioni, se ne disdirebbe. Ma fattili una volta, e rovinato con ciò l'effetto primo di questa poesia, come trovarla bella dappoi? come gradir bene dappoi ciò che sulle prime n'è venuto in fastidio? E che a molti si aggireranno pel capo pensieri consimili a questi ch'io portai qui sopra, oserei scommetterlo. Non mi dorrebbe di rimanere perdente; anzi 'l desidero.

Ad ogni modo in entrambi questi romanzi, e piú nel secondo, v'ha qualche cosa di magico che non si lascia definire. Ed io conosco uomini in Italia che, capaci quant'altri di esercitare la critica, pure fu loro necessitá metterla in silenzio, perché sentivansi l'anima strascinata dalla prepotenza del terribile, intenerita dal patetico che regna in questi componimenti. E la monotonia stessa, che qua e lá il poeta vi sparse, rendeva piú profonda e piú perseverante la commozione. [p.51] Dopo un esperimento siffatto, io credo di potere rispondere a te che in Italia altri rideranno freddamente di questi due romanzi; altri diranno essere un peccato l'avere arricchito di tanta poesia argomenti da non trattarsi; ed altri si trasporteranno alle circostanze del popolo per cui furono scritti, ed assumendone le opinioni e l'entusiasmo, divideranno con lui la pietá, la maraviglia e il terrore. Parmi che gli ultimi, comeché pochi forse, mostreranno indole più poetica.

In quanto a te, se mai ti nascesse voglia di scrivere romanzi in Italia sul fare di questi, va' cauto e fa' di non lasciarti traviare in soggetti non verisimili, quando essi siano tolti di peso dalla fantasia tua. Ché se l'argomento ti viene prestato da una storia scritta o da una tradizione che dica:—Il tal fatto è accaduto così,—e tu senti che comunemente è creduto così, allora non istare ad angariarti il cervello per timore d'inverisimiglianze, da che tu hai le spalle al muro. Però nella scelta siati raccomandato d'attenerti piú volentieri ai soggetti ricavati dalla storia che non agli ideali. Né ti fidare molto a quelle tradizioni che non escirono mai del ricinto d'un sol municipio, perché la fama tua non sarebbe che municipale: del che non ti vorrei contento.

Finalmente, se i due componimenti del Bürger che ti stanno ora innanzi, e che furono immaginati per la Germania e proporzionati a que' lettori, non piaceranno universalmente in Italia, bada bene a non inferire da questo che la letteratura tedesca sia tutta incompatibile col gusto nostro. Vi hanno in Germania componimenti moltissimi fondati su maniere e su geni comuni a' tedeschi, a noi ed al resto dell'Europa colta. E il dire che un po' piú un po' meno di lucidezza di sole renda affatto opposte tra di loro le menti umane, ed inaccordabili onninamente le operazioni intellettuali di chi vive tre mesi fra le nebbie con quelle di chi ne vive sei, è puerilitá tanto piú ripetuta quanto ella è piú facile a dar vita ad un meschino epigramma. Se ne' greci e ne' latini troviamo cose ripugnanti al genio della poesia italiana e le confessiamo, perché infastidirci se ne' francesi, negli spagnuoli, negli inglesi e ne' tedeschi ne scopriamo parimenti [p.52] che vogliono da noi rifiutarsi? O legger nulla o legger tutto fa d'uopo. Però io, portando opinione che il secondo partito sia da scegliersi, credo che anche lo studio delCacciatore ferocee dellaEleonorasará utile in Italia, perché mostra da quali fonti i valenti poeti d'una parte della Germania derivino la poesia applaudita nel loro paese. Cercarono essi con somma cura di prevalersi di tutte le passioni, di tutte le opinioni, di tutti i sentimenti de' loro compatriotti, e trovarono cosí argomenti che vincono l'animo universalmente.

Facciamo lo stesso anche noi. E la poesia italiana si arricchirá di nuove bellezze, talvolta originali molto, e sempre caratteristiche del secolo in cui viviamo. Cosí vedremo moltiplicarsi i soggetti moderni e riescir belli e graditi quanto ilFilippo, ilMattino, laBasvillianae l'Ortis. E forse anche noi conseguiremo scrittori di romanzi in prosa, tanto quanto i francesi, gli inglesi e i tedeschi.

Figliuolo carissimo, se tu hai ingegno, com'io spero, ti sarai pure accorto che fin qui la lettera mia non fu che uno scherzo. La gravitá, con cui in questa tiritera di commento ho affastellate tante stramberie, è una gravitá tolta a nolo; e la costanza della ironia sbalza agli occhi di per sé. Ho voluto spassarmi a spese de' novatori. Ma con te, figliuolo, con te la coscienza di padre mi grida ch'io lasci le baie e mi metta finalmente sul serio.

Sappi dunque che fuori d'Italia gli uomini vanno carpone in materia di letteratura. Sappi che se tu, tralignando da' maestri tuoi, metterai naso ne' libri oltramontani, finirai anche tu col muso al pavimento. Questo voler dividere i lavori della poesia in due battaglioni, «classico» e «romantico», sa dell'eretico; ed è appunto un trovato d'eretici; e non è, e non può essere, cosa buona, da che laCruscanon ne fa menzione e neppure registra il vocabolo «romantico».

Tutti sanno che in Inghilterra e in Germania non si coltiva da letterato veruno né la lingua greca né la latina, e che non si ha contezza ivi degli scrittori di Atene e di Roma se non [p.53] per mezzo di traduzioni italiane. Separati cosí quasi affatto dalla conoscenza de' capi d'opera dell'antichitá, come potevano quegli infelici far poesie e non dare in ciampanelle? Poi vollero giustificare i loro strafalcioni; e congiurarono co' loro fratelli filosofi, e tentarono la metafisica e la logica e dettarono sistemi. Ma tutti insieme i congiurati diedero in nuove ciampanelle, perché la metafisica e la logica sono piante che non allignano che in Italia.

Figúrati che arrivarono fino a dire quasi: che la religione cristiana ha resa piú malinconica e piú meditativa la mente dell'uomo; ch'ella gli ha insegnato delle speranze e de' timori ignoti in prima; che le passioni de' cristiani, quantunque rivolte a oggetti esteriori, hanno pure una perpetua mischianza con qualche cosa di piú intimo che non avevano quelle de' pagani; che in noi è frequente il contrasto tra 'l desiderio e 'l dovere, tra l'intolleranza delle sventure e la sommessione ai decreti del cielo; che i poeti nostri, per non riescire plagiari gelati, bisogna che pongano mente a quelle tinte e dipingano oggi le passioni con tratti diversi dagli antichi; e che e che, e cento altri «che» di tal fatta, e miserabilissimi tutti. E davvero, a volere stramazzare quegli atleti, basterebbe, a modo d'esempio, instituire, come noi lo possiamo far bene e non essi, un paragone analitico tra Anacreonte e Tibullo da una parte, e 'l Petrarca dall'altra, e dimostrare come i patimenti dei due primi innamorati siano gli stessi stessissimi patimenti che travagliavano l'animo al Petrarca. E chi non sente infatti che que' tre amori, per somiglianza tra di loro, sono proprio tre gocciole d'acqua?

Alcuni cervellini d'Italia che non sanno né di latino né di greco, lingue per essi troppo ardue, vorrebbero menar superbia dell'avere imparate le lingue del nord, che ognuno impara in due settimane, tanto sono facili. Però fanno eco a tutte queste fandonie estetiche, che in fine non valgono né le pianelle pure di Longino, non che il suo libroDel sublime, che è la maraviglia dell'umano sapere. Il quale umano sapere non è mica progressivo e perfettibile, come i fatti pertinacemente attestano; ma è sempre stato immobile, e non può di sua natura patire incremento mai, per la gran ragione che «nil sub sole novum». [p.54] E questi cervellini battono poi le mani ad ogni frascheria che viene di lontano, e corrono dietro a Shakespeare ed allo Schiller, come i bamboli alle prime farfalle in cui si abbattono, perché non sanno che ve n'ha di piú occhiute e di piú vaghe.

Ma viva Dio! quello Shakespeare è un matto senza freno; traduce sul teatro gli uomini tal quali sono, la vita umana tal quale è; lascia ch'entri in dialogo l'eroe col becchino, il principe col sicario; cose che non sono permesse che agli eroi da vero e non da scena. E invece di mandarti a fiamme l'anima con belle dissertazioni politiche, con argomenti pro e contra, a modo de' nostri avvocati, egli ti pone sott'occhio le virtú ed i vizi in azione: il che ti scema l'interesse e ti fa tepido. Quello Schiller poi, se 'l paragoni, non dico con altri, ma col solo Seneca, ti spira miseria.

A buon conto gli stessi novatori, mentre si aguzzano alla disperata onde predicarne le lodi, sono costretti dal coltello alla gola a confessare che le opere di Shakespeare e dello Schiller, quantunque, come essi dicono, maravigliose in totale, non vanno scevre di magagne, se si guarda separatamente alle parti. E s'ha a dire bel libro di poesia quello che non può vantarsi incontaminato d'ogni menomo peccato veniale? I grandi poeti dell'antichitá sono invece fiocchi sempre di tutta neve immacolata.

Ed è poco misfatto rispettare l'unitá d'azione, che è la meno importante, per dare un calcio poi alle unitá di tempo e di luogo, che formano il cardine della nostra fede drammatica, fuori della quale non v'ha salute? E noi dovremmo sorgere ammiratori di ribaldi tanto sfrontati, noi pronepoti d'Orazio, del Vida e del Menzini?

Era aforisma che nel giro di ventiquattro ore, e nulla piú, dovesse andare ristretta l'azione di un dramma. I meno puristi hanno spinta ora la tolleranza fino a concederne altre dodici, purché ciò non passasse in esempio di nuove larghezze; e basta cosí. L'uomo per virtú della illusione teatrale può arrivare a tanto ch'egli persuada a se stesso d'essere vissuto trentasei ore, quando non ne ha vissute che le poche tre per le quali dura lo spettacolo. Ma a un minuto di piú la povera mente umana [p.55] non regge colla sua immaginativa. L'esattezza del computo non è da porsi in dubbio, poiché il Buon gusto egli medesimo, armato di gesso, sedeva alla lavagna, disegnando: 36 = 3.

E la illusione teatrale noi sappiamo essere la illusione di tutte le illusioni, la magia per eccellenza; da che come due e due fanno quattro, cosí anche, ad onta della veritá, è provato che dallo alzarsi fino al calar del sipario lo spettatore si dimentica affatto di ogni sua occorrenza domestica, non sa piú d'esser in teatro, giura ch'egli manda occhiate proprio nel Ceramico e nel Partenone, e crede vere proprio le coltellate che si dánno gli eroi sul palco e vero sangue quello che gronda dalle loro ferite.

Quanta sia poi l'importanza della unitá di luogo, è da vedersi in quelle tante pagine che in favore di lei avrebbe dovuto scrivere Aristotile. E il ribellarsi da Aristotile, parlante o tacente ch'egli sia, sarebbe infamia.

Per decreto de' «romantici» la mitologia antica vada tutta in perdizione. Ma pe' gorghi Strimoni! questo ostracismo lascia egli sperare briciolo di ragionevolezza in chi l'invoca? Perché rapirci ciò che ne tocca piú da vicino? E come prestar venustá alla lirica, come vestire di veritá i concetti, di splendore le immagini, senza Minerve, senza Giunoni, senza Mercuri, che pur sentiamo apparire ogni notte, in ogni sogno, ad ogni fedel cristiano? come parlar di guerre senza far sedere Bellona a cassetta d'un qualchecoupé, senza metterle in mano la briglia d'un paio di morellotti d'Andaluzia? E non è noto forse, per deposizione di tutti i soldati reduci, com'anche a Waterloo quella dea sia stata veduta correre su e giú pel campo, vestita di velluto nero, con due pistole nere in cintura e con in testa un cappelletto nero all'inglese?

«Ut pictura poësis». E ciò che concedete alla pittura lo avete a concedere anche alla poesia, a dispetto della persuasione e delle dimostrazioni irrefragabili del Lessing. E sapete perché? Perché lo ha detto chi poteva dirlo, chi poteva con piena potestá comandarlo, chi aveva rubata al papa l'infallibilitá, prima che il papa nascesse, __Orazio__ insomma. E zitti per caritá.

[p.56]

Non è maraviglia poi se genti farnetiche, le quali mischiano psicologia fino nel parlar di canzoni, vestono oggi il sacco del missionario, ed esclamano:—Voi, italiani, avete un bel suolo, un bel cielo, una bella lingua; ma dei tesori intellettuali, di cui va ricca oggimai tutta insieme l'Europa, voi non ne possedete quanto certi altri popoli. Voi ci foste maestri un tempo; adesso non piú. Alcuni tra voi coltivano bene le scienze fisiche e matematiche; ma di buone lettere e di scienze morali voi di presente patite penuria, avendo troppo poche persone eccellenti in questi generi.—

Noi dunque penuriamo? Bravi davvero! Lasciamo stare che tutto quel poco che si sa fuori d'Italia è tutto dono nostro. Lasciamo stare che noi potremmo comperare mezzo il Mogol, se voi, stranieri, ci pagaste solamente un baiocco per ogni sonetto stampato da venti anni in qua in Italia, e che noi per un baiocco l'uno acconsentiremmo di vendervi. Lasciamo stare che da venti anni in qua noi abbiamo immaginato libri tali di letteratura, da potere squadernarli sul viso a qualunque detrattore, allorché ci risolveremo a comporli ed a svergognare il resto d'Europa. Lasciamo stare che in Firenze e fuori di Firenze vi hanno giornali che vegliano dí e notte alla vendetta, e che con brevi ma calzanti argomenti rovinano i paralogismi e mandano scornata l'arroganza di chi ne minaccia assalto; e quel che è proprio edificante, usando rispetto verso le persone, decenza nei modi e galanteria fiorita coi rivali di sesso gentile: arti tutte non praticate che in Italia, perché ilGalateoè nato qui. Lasciamo stare che le ingiurie de' nostri nimici, non appena scorsi diciannove anni da che sono stampate, cosí calde calde noi le confutiamo: tanto è vero che in Italia non si dorme! Lasciamo stare che da qui ad altri diciannove anni saremo pronti a ripetere le osservazioni in lode dell'Italia che trovansi stampate ne' libri di quegli stessi nemici e non leggonsi ne' libri nostri. Lasciamo stare, dico, tutto questo. Sia pur vero l'ozio letterario di che ne si vuole rimproverati. Ma che potete voi dire di piú lusinghiero per noi? Questo nostro far nulla per le lettere non è egli il documento piú autentico della ricchezza che n'abbiamo? [p.57] Chi non ha rinomanza, stenti la sua vita per guadagnarsela. Chi non ereditò patrimonio, sudi la vita sua a ragunarne uno. La letteratura d'Italia è un pingue fedecommesso. Bella e fatta l'hanno trasmessa a noi i padri nostri. Né ci stringe altro obbligo che di gridare ogni dí trenta volte i nomi e la memoria de' fondatori del fedecommesso e di tramandarlo poi tal quale a' figli nostri, perché ne godano l'usufrutto e il titolo in santa pace.

Però non ti dia scandalo, figliuolo mio, se certi lilliputti nostrali, non trovando altro modo a scuotersi giú dalle spalle l'oscuritá, si dánno a parteggiare nel seno della cara patria, e ripetono per le contrade della cara patria la sentenza universale d'Europa contro la cara patria nostra.

Oltrediché questi degeneri figli dell'Italia oseranno anche susurrarti altre bestemmie all'orecchio: come a dire, che la confessione de' propri difetti è indizio di generositá d'animo; che il nasconderli quando sono giá palesi a tutti è viltá ridicola; che il primo passo al far bene è il conoscere di aver fatto male; che questa conoscenza valse a' francesi il secolo di Luigi decimoquarto, alla Germania il secolo diciottesimo; e che in fine poi anche Dante, anche il Petrarca e l'Ariosto e 'l Machiavello e l'Alfieri stimarono lecito lo scagliare invettive amare contro l'Italia. Oibò! non è vero. Que' brutti passi[9] furono malignamente [p.58] inseriti nelle opere loro dagli editori oltramontani; e la trufferia è manifesta. È egli credibile che gente italiana per la vita cadesse in tanta empietá? Chiunque ama davvero la patria sua non cerca di migliorarne la condizione. Chi tasta nel polso al fratello suo la febbre mortale, se ama lui davvero, gliela tace; non gli consiglia farmaco mai né letto, e lo lascia andar diritto al Creatore.

E tu, allorché uscirai di collegio, preparati a dichiararti nemico d'ogni novitá; o il mio viso non lo vedrai sereno __unquanco__. «Unquanco» dico; e questo solo avverbio ti faccia fede che il vocabolario della Crusca io lo rispetto; __comeché io, conciossiaché di piccola levatura uomo io mi sia, a otta a otta mal mio grado pe' triboli fuorviato avere, e per tal convenente io lui, avegna Dio che niente ne fosse, in non calere mettere parere disconsentire non ardisca__.

Per l'onor tuo intanto e pel mio e per quello della patria nostra, ti scongiuro ad usar bene del tempo. Però bell'e finito mandami presto quell'idillio in cui introduci Menalca e Melibeo a cantare tuttaquanta, alla distesa, la genealogia di Agamennone miceneo. La via della gloria ti sta aperta. Addio.

Il tuo |Grisostomo|.

[1] Il |Bouterweck|, nella suaEstetica, riconoscendo tuttavia l'eccellenza di questi due romanzi, ne censura l'autore per questo solo che dava ad essi titolo di poesie «epico-liriche»; censura che in un filosofo mette stupore, da che l'epiteto di «epico-lirici» caratterizza ottimamente siffatti componimenti. Tutti sanno che «poesia epica», definendone il senso piú generico e piú filosofico e prescindendo dalle distinzioni de' retori, significa «poesia narrativa»; e i due poemetti di cui trattasi sono narrazioni. E la forma epica è poi mescolata in essi colla forma lirica, attesa la qualitá del metro, che è di versetti lirici rimati e scompartiti in tante strofe. Nell'edizione per altro che ho sott'occhio, i due romanzi, stampati in un fascio con altri, non portano titolo che diPoesiesemplicemente:Gedichte.

Volendo servire ad una scrupolosa esattezza nel classificare i lavori de' poeti, parmi che alcune odi di Orazio ed alcune odi e canzoni nostre meriterebbero anch'esse il nome di «romanzi», consistendo appunto in __narrazioni__, come, a modo d'esempio, la canzone del Guidi sullaFortuna. E che altro è infatti quella canzone, se non un racconto di una apparizione immaginaria della dea Fortuna, di un dialogo seco lei e d'una vendetta ch'ella consuma? Ma ho detto che poesie del genere di codeste del Bürger non furono forse mai scritte da' letterati in Italia, per la somma differenza che codeste hanno per cento lati coll'ode del Guidi e con altre che si potrebbero citare.

[2] Vedi la nota a p. 13.

[3] Il testo ha «der Wild- und Rheingraf». Certa famiglia di conti del Reno, discendente da Rheingrafenstein, porta il nome di «Wild- und Rheingraf».—|Adelung|,Gran dizionario, articolo «Rheingraf» (Nota del traduttore).

[4] I comuni in Germania pagano un mandriano. Questi ha obbligo di menare al pascolo comunale e di guardare tutte insieme le bestie che i contadini gli affidano; e ciò perché la povera gente abbia tempo di badare alle proprie faccende domestiche e rurali, e i ragazzi non siano tolti alla scuola per mandarli a condurre vacche e asinelli (Nota del traduttore).

[5] Le ragioni sono, che a nessuno il quale abbia veduto il portento èlecito rilevarne le particolaritá. Cosí comandando, la tradizionesuperstiziosa ha provveduto ella stessa alla propria durata (Notadel traduttore).

[6] Il testo ha «Rabenhaar», vocabolo composto da «corvi» e da«chioma», «chioma corvina». In italiano, per la sola necessitá deidue vocaboli separati, l'idea perderebbe rapiditá, e parrebbeaffettazione (Nota del traduttore).

[7] Terminato il supplizio de' rotati, è uso in Germania di piantare in mezzo del palco un palo alto, in cima a cui è ficcata orizzontalmente la ruota fatale. Su di questa buttansi i cadaveri de' giustiziati. E vi stanno a spavento de' tristi e ad orrore de' viandanti, finché il tempo ve li lascia stare (Nota del traduttore).

[8] Per rispetto a' tedeschi protestanti, è evidente che per «religione» intendo quella religiositá che è sentimento umano e non dono della grazia.

[9] Non donna di provincie, ma bordello [l'Italia].

|Dante|,Purgatorio, canto VI.

Italia, che i suoi guai non par che senta, vecchia oziosa e lenta, dormirá sempre…?

|Petrarca|, canzone XI: «Spirto gentil».

… l'accecata Italia, d'error piena.

|Ariosto|,Orlando furioso, canto XXXIV; e altrove:

O d'ogni vizio fetida sentina, dormi, Italia imbriaca.

«Non si può sperare nulla di bene nelle provincie che in questi tempi si veggono corrotte, com'è l'Italia sopra tutte le altre; e ancora la Francia e la Spagna di tale corruzione ritengono parte», ecc.—|Machiavello|,Discorsi sopra Tito Livio, libro I, capo 55, epassim, passim, passimsu questo gusto.

Nell'ozio e ne' piacer noiosa immersa [l'Italia].

|Alfieri|, sonetto 143.

Dunque l'Italia è bagascia, vecchia, bevona, oziosa, senza occhi, senza bontá, corrotta e fetente. Se tutte queste contumelie fossero farina proprio del sacco degli autori a cui sono attribuite, e non tradimenti stranieri, bella e bizzarra materia di discorso avrebbe chi pigliasse a dimostrare che le vere glorie d'Italia derivano da chi la sgrida, e ch'ella tanto piú onora i suoi quanto piú liberamente le rinfacciano le vergogne di lei (Nota di |Giacomo| fratello di |Grisostomo|).

[p.59]

|Nei funerali del pittore Andrea Appiani celebrati nella chiesa della Passione il giorno 10 di novembre 1817|

Questo cadavere intorno a cui ci raduna l'onor nazionale e l'entusiasmo dell'ammirazione, questo cadavere era Andrea Appiani pittore. Giá da quattro anni un fiero colpo d'apoplessia lo aveva rapito alle arti ed all'incremento della gloria italiana; ma egli vivea pur tuttavia. E la sua vita, quantunque infelice, era nondimeno un carissimo conforto alla famiglia, una speranza pe' suoi amici. Un secondo insulto dell'apoplessia ruppe tutte le nostre speranze, ed egli non è piú. La chiarezza dell'ingegno, la dolcezza de' modi, le virtú famigliari e cittadine, l'arte squisita, tutto insomma che piú fa illustre su questa terra, tutto perdemmo in lui; e di lui non ci resta che questo cadavere e la gloria del nome. La natura avea versato in lui tutti quei doni de' quali era stata giá prodiga tanto verso Raffaello. Ella avea voluto che Appiani ne fosse l'emulo; e Appiani obbedí. L'alacritá con cui egli si diede agli studi piú profondi dell'arte, l'amore infinito, ardentissimo del bello a cui educò la propria anima, il sentimento della delicatezza ch'egli si procacciò col culto delle maniere piú gentili, svilupparono ed accrebbero i doni della natura. I tempi favorivano l'ingegno. Ed Appiani può dirsi per eccellenza il pittore del secolo.

Ogni lode verrebbe meno a voler dire delle maravigliose opere di lui. Ciascuno di noi sente nel fondo dell'anima ciò [p.60] ch'egli fu, e la tristezza cambia l'inno di lode in un pianto. Ma questo pianto che accompagna la sepoltura dell'uomo grande, questo pianto che fa onore a chi lo versa, chi sa quando avrá fine? chi sa quando vedremo sorgere un artista a riparare il danno che la morte fece ora alla pittura? Ben è vero che di molte speranze abbonda la patria; ma avremo noi un altro Appiani?

Ogni lusinga futura non basta a scemare l'amarezza del presente dolore. Troppo abbiamo perduto, troppo! E per poter qui sostituire lunghe parole alle lagrime, bisognerebbe non essere italiani, non sentire profondamente la nostra sventura.

[p.61]

Mylord P…, ch'io conobbi questi di addietro in Milano, è veramente uomo di garbo. La sua conversazione mi compensò alquanto della ruvida ed insipida breviloquenza, di che alcuni suoi compatrioti avevano qualche tempo innanzi premiata l'officiositá mia, per modo ch'eglino soli pareva si tenessero per individui della specie umana. Superbia per veritá ridicola.—Ma questa corda non fa al proposito; non tocchiamola adesso.—Eppure mylord P…, con tutta la sua cordialitá, non lasciò di versarmi anch'egli sull'anima una goccia d'amarezza. Non è male che il pubblico ne sappia il come.

Erano le undici di sera; e mylord P… stava bevendo meco a quattr'occhi una tazza di tè; e svagandosi d'argomento in argomento cosí alla buona, parlava e diceva cose che mostravano in lui una conoscenza squisita del mondo, una finezza singolare d'intendimento. Di parola in parola si venne finalmente a quella cadenza, in cui una volta almeno ogni dí vanno a sciogliersi i discorsi ed i pensieri degli uomini tutti che non hanno vestito il sacco dell'anacoreta. Cadenza carissima: perché, se tu non sei un brutale, ti sveglia in capo un mondo d'idee tutte leggiadre e gentili; e quando hai rotto il cuore dalla noia, te lo rinfresca di nuova vita.—Or dunque, poiché ci siamo —diss'io,—che ve pare, mylord, delle nostre donne milanesi? Non sono elle care creature?—

Mylord intende perfettamente l'italiano; ma nol parla troppo bene, ed usa d'intarsiarvi talvolta vocaboli inglesi. E però sarebbe una disperazione pe' grammatici s'io riportassi il dialogo tutto tutto tal quale avvenne. Farò come meglio potrò.—Ebbene, che ve ne pare, mylord?—Egli continuava a bere e taceva. La sua fisonomia d'improvviso s'abbuiò, come se la [p.62] memoria di cosa disgustosa gli attraversasse la mente. Tornai ad interrogarlo. Tacque ancora un buon pezzo; poi ruppe il silenzio con un sorriso:—Eh! sí—mi disse,—sí, belle davvero. —Ed eleganti—diss'io—e cortesi e piene di bei modi.—

Mylord P… andava ripetendo le mie parole in segno d'approvazione; ma non ci metteva nulla del suo: la voce non gli correva lesta sul labbro. L'avresti detto uomo voglioso di lasciar morire il discorso. Me ne seppe male, in coscienza mia. Davvero, ho in gran pregio le mie concittadine, ed avrei avuto caro di sentirne dalla bocca di lui un bel panegirico. Proseguii a dire nondimeno come in esse non è penuria d'ingegno, come in generale l'educazione loro va ogni di piú migliorando, come una delle lor doti principali è la giustezza del criterio.—Ingegno, educazione—diceva mylord,—pretty well[1]. Criterio…, può anche essere; ma non me ne sono accorto.—

Il sangue mi si rimescolò. Gli occhi miei erano fissi bruscamente negli occhi di mylord.—Fatemi un favore—gli dissi;—parlatemi schietto. Voi di certo derivate da qualche accidente individuale un giudizio che credete di dovere estendere all'universale. Su via, lasciate ogni mistero.

—Siamo amici—rispose mylord;—non entriamo dunque in guai. Vi dirò lealmente l'opinione mia; ma voi promettetemi in prima di voler prestarmi orecchio pacato, e di non dare nelle smanie di un don Chisciotte per amore delle vostre Dulcinee.—Glielo promisi, ed ecco com'egli continuò:

—Non pretendo, no, di dare un giudizio assoluto sul criterio di tutto il bel sesso milanese. Non sarebbe qui neppur cosa possibile. A Parigi, se voi conoscete cinque o sei donne, parlo delle eleganti, potete dire di conoscerle tutte; da che ivi, per riguardo alla conversazione, sono modellate tutte presso a poco ad un modo. Un certo spirito universale, che chiamano «bon ton», regola ivi il giudizio, le maniere, i discorsi, le frasi di tutte nel conversare; sicché sentite sempre la stessa armonia, e non v'è donna che stuoni. Qui parmi che la faccenda sia tutt'altra. [p.63] Qui le donne vivono rade volte in comune tra di esse. Quindi ogni mente femminina rimane tal qual è; e non perde scabrositá né acquista liscezza per l'attrito con altre menti sue consimili. Eppure siffatto attrito è la scuola migliore per gl'intelletti; e le lezioni migliori derivano da' confronti, dalla necessitá di emulare altrui, da quelle minute mortificazioni onde cento individui raccolti insieme sono percossi dal trionfo di un individuo. Ben è vero che ogni donna qui è circondata da molti uomini. Ma gli uomini sono vaghi di un sorriso delle signore, e queste pagano di un sorriso le adulazioni. E tra una mente adulata ed una mente adulante non vi può essere attrito. Qui dunque ogni donna ha maniere proprie, idee e discorsi propri. Le combinazioni intellettuali dell'una non sono mai quelle dell'altra; e la espressione di tali combinazioni non ha mai per norma un tipo universale. In ogni palchetto del teatro trovi modificazioni diverse d'idee, e con esse un frasario particolare. Sicché io sarei un bel pazzo se, per aver qui vedute con frequenza otto o dieci signore tutt'al piú, mi dessi a credere di potere far sentenza su tutte. Anzi vi dichiaro apertamente che di tutte io, non potendo giudicar per me stesso, ne riporterò buon concetto in Inghilterra, fidandomi al giudizio vostro. Non fatemi dunque brutto viso se vi ripeto quel mio «non me ne sono accorto»; che è quanto dire che, tra le otto o dieci donne da me udite parlare, il caso non me n'ha fatta capitare una che desse indizio disuch a great deal[2] di criterio.

—Sta a vedere—diss'io tra me stesso—che mylord si butta nelle sofisticherie!—E lo pregai che mi citasse dove, come ed in che avesse scorto mancanza di criterio.

—Potrei—rispose—addurne assai prove; ma ve ne basti una sola. Non manifesta forse difetto di criterio chi usa vocaboli de' quali non intende il significato? Non è egli questo un tradir se stessi, un esporsi alla derisione del savio? Ed ha criterio fino chi sbadatamente si rende ridicolo?

[p.64]

—Ma, e quali sono—diss'io—questi vocaboli scialacquati a sproposito?—Qui mylord me ne canticchiò una dozzina, indicandomi a un per uno l'occasione in cui avevali uditi adoperare. In totale mylord non era poi tanto su' cavilli. Ma io l'interruppi gridando:—Minuzie minuzie!

—Minuzie?—diss'egli.—Minuzie per chi ci beve grosso. Il non sapere una cosa può anche non far vergogna a nessuno; ma l'esserne proprio al buio, e volerne ciarlar co' veggenti trinciando sentenze, è un vituperio. Pigliamo a modo d'esempio i due vocaboli or piú comuni in Milano, i due aggettivi «classico» e «romantico». Nessuna delle donne da me frequentate sa che cosa voglia dire «classico», che cosa voglia dire «romantico», nella nuova significazione data dai letterati a quegli epiteti. Derivano essi, come sapete, da teorie filosofiche, che per essere conosciute vogliono essere studiate; e quelle signore non le hanno studiate mai. Né fin qui c'è di che biasimarle. Le donne hanno a leggere a posta loro poesie e romanzi quanti vogliono; ed i poeti hanno obbligo di far di tutto onde piacere colle opere loro alle donne, e di tener conto del giudizio ch'esse ne dánno, poiché procede netto netto dalle sensazioni, senza miscuglio di pedanterie scolastiche. Ma i ragionamenti sull'arte, le speculazioni letterario-psicologiche, le teorie astratte elle hanno a lasciarle a chi è del mestiere. Come pretendono esse di intenderle bene, se sovente neppure chi ha fatti gli studi analoghi a quelle teorie mostra di averle intese? So che in Italia, com'anche in Inghilterra e da per tutto, questo vizio di volerla far da dottori, senz'altra suppellettile intellettuale che ildictum de dicto, è nell'ossa e ne' midolli non solo de' zerbini ciancerelli ma talvolta ben anche degli uomini d'aspetto grave; e che da essi le donne, delle quali io parlo, n'hanno forse pigliato il contagio.But this damnned Plague[3] è il testimonio del poco giudizio degli uni e del poco criterio delle altre. Chi non sa il valore dei vocaboli «classico» e «romantico» non se ne vergogni. Ma se ne sa il valore, non usi contro di essi né applausi né [p.65] derisioni [4]. L'ignoranza del giudice è la prima ragione dell'incompetenza di lui; e i decreti dello stolto tirano addosso le beffe al decretante. Che se quelle signore da me conosciute hannosuch a great dealdi criterio, perché non vanno caute ne' loro discorsi? perché non evitano d'avventurarsi in regioni ignote? perché non si guardano dal ripetere tutto il santo di parole delle quali non hanno in capo l'idee corrispondenti?—È la moda che vuol cosí—mi diranno. Ma non chiamerò io giustamente questa lor modaa very nonsensical petulancy?[5]. Ho udito una di esse dolersi che la forma del suo ventaglio fosse piuttosto classica che romantica.All nonsense! Un'altra chiedeva ad un suo amico se, come romantico ch'egli era, le permettesse di adoperare nella sua toeletta essenze odorose.All nonsense! Un'altra stava mirando un bel paesetto del vostro Gozzi, e le pareva che fosse troppo classico.All nonsense! La poveretta credeva forse che «classico» servisse precisamente d'antitesi al nostro vecchio aggettivo inglese «romantic», che ha significato tutto diverso da quello attribuito al nuovo epiteto letterario d'oggidí, [p.66] e che proprio è tutt'altra cosa, come sa chiunque appena si briga di siffatte notizie.

Mi raccontava madama Y… certa avventura galante d'un gentiluomo suo conoscente, e tratto tratto esclamava ch'era davvero un'avventura romantica.All nonsense! Ho potuto accorgermi che madama Y… voleva dire «romanzesca». Vedi guazzabuglio!

—Io sono romantica per la vita—gridava madama X…;—ed è per questo che non amo molto le pitture dell'Appiani. Quelle sue figure mitologiche mi sanno troppo del classico.—All nonsense! Madama X… confonde insieme pittura e poesia. Le avrei dato volentieri a leggere ilLaocoontedel Lessing; ma nella societá di lei non ho scorto alcun uomo capace d'aiutarla a comprenderne le dottrine.—Sono diventata romantica anch'io,—mi disse madama K… In prova di che mi confidò che non leggeva ormai altro che i canti d'Ossian. Le poesie dunque di Ossian, al dir di madama, sono romantiche. Misericordia!What a positive token of nonsense! I costumi dei caledoni sono forse quelli della civiltá nostra?

—Che importa mai—diceva un'altra—che il poeta sia romantico piuttosto che classicista! Faccia pur com'egli vuole de' bei versi, sappia guadagnarsi sempre la mia attenzione, metta interesse in tutto, mi colpisca sul vivo; e basta. Che importano mai tante teorie? Il bello è sempre bello.—All nonsense! Madama imita la solita canzone dei fratelli pacieri; e stando cosí sulle generali, crede di dir grandi cose, e non sa che lo star sulle generali e il dir niente è tutt'uno. Il bello è sempre bello. Vedi bellissima novitá di sentenza! Anche i cavoli sono sempre cavoli. Ma e per questo sará goffo chi m'insegna in qual terra, sotto qual clima crescono piú rigogliosi, e come seminarli, come coltivarli, come renderli piú saporiti? Dite a madama che non lePoetiche, le quali trattano delle sole forme esteriori, ma le meditazioni metafisico-letterarie, che analizzano l'essenza intima della poesia e che indicano la linea di contatto tra essa e le vicissitudini della vita umana, tendono giusto giusto a far che nascano componimenti quali ella li [p.67] vorrebbe. Ma ditele insieme ch'ella stia zitta, perché quelle meditazioni non sono né cappellini né merletti né sciarpe.

—A dirvela schietta, tutto ciò che sente del romantico m'infastidisce.—E pronunciata una tale protesta, madama Z… domandò a un servo se la carrozza fosse pronta. Venne meco al teatro. Vi recitavano il dramma l'Agnese. Madama s'intenerí, pianse, si consolò, tornò ad intenerirsi e non distolse gli occhi mai dalla scena.—Cielo, cielo!—esclamò madama Z…—quanto mi son cari questi drammi sentimentali!—Le feci osservare che l'Agneseè dramma romantico e, quel che è peggio, d'indole orrida. Madama si degnò di compatirmi come uomo di gusto poco squisito.—Se fosse romantico non mi piacerebbe—disse madama Z…All nonsense!

—Sarei romantica anch'io—disse un'altra,—se l'onore italiano lo comportasse. La terra nostra è terra classica, e noi dobbiamo rimaner classici.—Confesso che le parole di costei riuscirono indovinelli per me. Le nuove dottrine non muovono guerra al buono, di che abbondano i libri de' poeti italiani; e l'onore dell'Italia nol veggo compromesso in altro che nel modo frivolo con cui trattasi da taluni la questione letteraria d'oggidí.—

Mylord P… non avrebbe cessato mai d'infilzare esempi di tal fatta, s'io, stucco e ristucco, non gli avessi detto di finirla e ch'egli andava cercando il pelo nell'uovo.

—Ah sí!—rispose—voi siete noiato; e questa noia vostra è appunto il miglior trionfo per me. Confessate dunque che quel mio «non me ne sono accorto» non era fuor di luogo.—

Io non diceva parola, né fiatava pure.—Amereste voi—gridò mylord,—amereste voi che la prediletta del vostro cuore fosse una dellenonsensical creaturesdi cui v'ho parlato?


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