|Intorno al significato del vocabolo «estetica».|
Fu ricapitata non ha guari ad uno de' nostri amici una lettera senza data né indicazione alcuna del luogo ove dimori la signora che la scrisse. Voglioso di far pervenire alle mani di lei una risposta, né sapendo come far meglio, ci pregò egli di inserirla nel nostro giornale, preceduta dalla lettera di madama.
Ecco l'una e l'altra.
Signore,—Siete pur gente goffa voi letterati! Vi dolete che nessuna donna legga le cose vostre, e fate poi ogni possibile perché i vostri scritti non riescano leggibili. Al vedervi cosí fieri dei vostri periodoni a perdita di fiato, cosí innamorati delle vostre frasi rancide e di tutte quelle disgrazie con tanto di barba che voi altri chiamate «grazie di lingua», sono tentata di credervi tutti quanti uomini di coda e cipria ebarolé. E voi sentite bene che in faccia a noi donne questi ornamenti non sono una buona raccomandazione. Cari goffi davvero! E non vi basta neppure di usare un linguaggio che per intenderlo s'abbia ad aver ricorso ogni tratto al vocabolario; che anzi andate a bella posta pescando, chi sa dove, certe parolacce che ne' vocabolari si cercano invano. Vi dimando un poco se questo è senso comune o indizio almeno di buona creanza. Perdonate, ma siete incivili. E se pochi vi leggono, vi sta bene.
Io per altro non sono donna di lunga collera; e sfogato cosí un poco il dispetto, v'offro, se vi piace, il mezzo di far la nostra pace. Eccolo: spiegatemi che cosa vuol dire «estetica»; che sia il «diletto estetico» ed il «bisogno estetico»; che cosa significhi «interesse estetico».
[p.102]
M'era immaginata che in queste parole vi fosse del greco; e ne domandai la spiegazione a mio marito, che è uomo di lettere e che conosce il suo greco meglio di tutt'altra cosa. Ma non mi ha voluto fare alcuna risposta, e solo, voltandomi le spalle con aria di disprezzo, esclamò:—Corbellerie! corbellerie!—Vedete come sono poco compiacenti i mariti. Siatelo voi di piú, e riparate l'offesa fatta al mio amor proprio dai vostri confratelli che parlano senza lasciarsi intendere. Ma se volete proprio obbligarmi, fate che il favore sia intero; e nella vostra risposta mandate al diavolo tutte le caricature, e parlate chiara e tonda la lingua italiana del 1818. Altrimenti farò della vostra lettera quello che fo di certi giornali: me ne servirò la sera per incartare i miei ricci.
Sono col piú profondo rispetto
vostra serva |Ingenua|.
Madama gentilissima,—Probabilmente il di lei signor marito avrá avuta la sua buona ragione per chiamare «corbelleria» l'estetica. E questa buona ragione sará probabilmente l'avere egli, dal matrimonio in fuori, rinunziato interamente al secolo. Ai nostri giorni lo studio della lingua greca, quando è principale e non accessorio[1] ad altri studi piú importanti, fa per lo piú degli uomini ciò che di essi facevano un tempo i deserti della Tebaide: li separa affatto dal mondo e dalle sue pompe e mette loro nel cuore il disprezzo della vita presente. Veneranda era l'austeritá degli anacoreti, e veneranda sia anche quella dei grecisti. Né dell'una né dell'altra è lecito a noi miseri mondani il giudicare.
L'Enciclopedia, all'articoloEsthétique, spiega bastantemente che cosa significhi «estetica». S'Ella vorrá compiacersi di leggere quell'articolo, vedrá, ch'Ella aveva immaginato bene credendo derivato [p.103] dal greco il vocabolo che le riesce nuovo. «Aisthesis» vuol dire «senso» o «sentimento». E l'estetica è appunto il complesso delle teorie del sentimento. La spiegazione che ne dá l'Enciclopediami dispenserebbe, madama, dal noiarla ora piú lungamente. Ma Ella davvero con quella sua lettera s'è manifestata per donna capace di dare utilissimi consigli; ed io amo tanto la conversazione delle gentili signore, che, lasciata da un canto l'Enciclopedia, non posso tenermi di non aggiugnere qualche parola mia alle altrui in servizio di una signora che, senza farsi conoscere, mi s'è giá resa simpatica. Ecco, madama, un vero bisogno estetico per me. Ringrazio l'oscuritá di questa frase dell'occasione che mi dá di poter protrarre il discorso con una persona amabile.
Vi sono delle cuffie e de' cappellini belli, delle cuffie e de' cappellini brutti. Se a madama venisse in mente di volersi occupare del come debbano esser fatti, perché mi piacciano, bisognerebbe ch'ella s'informasse delle regole dell'arte della modista. Vi sono de' bei versi e dei brutti versi. A chi è curioso di sapere perché piacciano i primi e non i secondi, conviene cercare quali siano le qualitá necessarie perché un componimento poetico rechi diletto.
Lo stesso dicasi per rispetto alla musica, alla pittura ed alle altre arti. Vi sono de' pezzi di musica commoventi o sublimi, ve n'ha d'insipidi; delle belle facciate di palazzi, e delle sproporzionate o barocche.
Il cappellino, la cuffia, i versi, la musica, la pittura, la facciata del palazzo, il bassorilievo, ecc. ecc. ecc., hanno tutti questo di comune: che piacciono quando sono belli e perché sono belli. Si può dunque cercare le cagioni comuni di questo effetto comune, cioè ricercare in genere le qualitá che si trovano in tutti gli oggetti belli ed aggradevoli. L'estetica è appunto la scienza che si propone questo scopo. Ma ad esso solo non si arresta, perché discende anche ad osservazioni speciali risguardanti ciascuna specie di oggetti diversi; e quindi discorre delle qualitá speciali che deve avere una bella musica, un bel componimento poetico, un bel giardino, ecc. ecc.
Sono persuaso che a quest'ora Ella sa ottimamente ciò che s'intenda per «estetica». Però si contenti ch'io procuri di soddisfare alle altre domande fattemi coll'arguto di lei viglietto.
Ella avrá bramato piú volte che un'opera nuova al teatro della Scala riescisse bene, perché avrá avuto desiderio di udire la sera [p.104] delle belle ariette e de' bei pezzi concertati. Poiché lo desiderava. Ella dunque, madama, ne aveva un bisogno. E questo bisogno di venir dilettata dal bello musicale è «bisogno estetico». Ed è pure «bisogno estetico», se l'oggetto del desiderio è vedere un quadro, leggere de' bei versi, parlare con persone amabili, ecc. ecc. ecc.
Il «piacere estetico» è quello che si prova ascoltando la bella musica, mirando la bella pittura, leggendo i bei versi, udendo i ragionamenti leggiadri, e cosí via.
L'«interesse estetico» per ultimo è un termine che ha vari sensi. Alcune volte si usa come sinonimo di «bisogno estetico», alcune volte come sinonimo di «piacere estetico», ed altre volte con altro significato. Quand'Ella, madama, udiva qualche bel finale del Rossini, o vedeva qualche bel quadro in un ballo del Viganò, Ella non poteva lasciar d'esclamare colla parola oppur col solo atto della mente:—Bello! bellissimo!—Ora quel «bello! bellissimo!» che altro era se non una confessione della potenza di dilettare ch'Ella riconosceva nel finale o nel quadro? E questa potenza di dilettare è precisamente l'«interesse estetico» nel terzo significato.
Non le faccia stupore di udire che una parola viene usata in vari sensi. Purtroppo è ancor lontano quel tempo in cui l'ideologia e la grammatica filosofica avranno fatto tutti i progressi che ci vogliono, perché possa cessare questo abuso e questo inconveniente.
Ho lasciato scappare a bella posta il vocabolo «ideologia». Se per avventura Ella non l'intendesse, mi offro pronto a spiegarglielo verbalmente. La prego di non sapermi male di questa poca astuzia suggeritami dal desiderio estetico di mettermi nel numero de' di lei ammiratori e servi. Mi comandi sempre e mi creda
di lei obbligatissimo servitore
|Grisostomo|.
[1] Colla distinzione di «studio accessorio» e di «studio principale» Grisostomo ha voluto separare i dotti da' pedanti. Lo studio del greco fu, per esempio, accessorio nello Schlegel, che se ne serví per penetrare nello spirito delle tragedie greche piú addentro di qualunque erudito; ed è parimente accessorio in chi ne profitta per far dono all'Italia d'ottime traduzioni di que' capi d'opera.
[p.105]
|Di un libro sulla romanticomachia[1].|
Questo libretto uscito di fresco agli sguardi dei torinesi è anonimo. L'editore, per altro, delle 179 preziose pagine che lo compongono ci fa avvertiti com'esso sia «un nuovo parto di quella medesima penna a cui giá siamo debitori dell'eruditoPedanteofilo», che è quanto dire, crediamo noi, di quella penna che scrisse altresí quattro infeliciLettere contro Alfieri.
Anche senza il sussidio dell'editore, sarebbe forse venuto fatto di raffigurare all'abito bianco il mugnaio, s'è pur vero che in questa nuova «dotta elucubrazione» sieno rinfrescati «a maniera di allusione», come a taluno è sembrato, alcuni tratti in dispregio del tragico italiano; ciò che deve far parimente rivivere l'indegnazione de' classicisti non meno che de' romantici.
L'intenzione attuale dell'anonimo torinese è di metter pace appunto tra' romantici ed i classicisti. Però fa d'uopo saper grazie a lui di cosí onesta intenzione.
Finora s'era creduto da noi e dai fatui pari nostri che, a volere con qualche speranza di buon successo intromettersi tra due litiganti onde temperarne l'ire e ridurli ad un accordo, fossero indispensabili nel mezzano della pace tre condizioni: 1 godere la confidenza d'entrambe le parti litiganti; 2 conoscere lo stato della quistione; 3 avere qualche pratica delle materie alle quali essa si riferisce.
[p.106]
Ma il sapiente anonimo ci mostra ch'egli è di tutt'altro parere; e smentisce col proprio fatto la necessitá di quelle tre condizioni da noi temerariamente venerate. Noi pensiamo ch'ei sia uomo probo e leale; però, non essendoci in tal caso da sospettare peccati d'impostura per parte di lui, noi stiamo zitti.
I quattro libri dellaRomanticomachiasono destinati dall'autore ad essere una storia delle guerre tra i classicisti ed i romantici. Ma, siccome per entro a que' libri non appare orma di veritá istorica, cosí crediamo che l'autore preferisse a bella posta il genere romanzesco. LaRomanticomachiaci par dunque dovere essere considerata come un romanzo. È un romanzo allegorico da cima a fondo, perché l'autore, amando di far ridere, ha scelto l'allegoria perpetua. E tutti sanno che l'allegoria perpetua, massime quando l'allegorista non ne dá la chiave che a pochi suoi famigliari, anziché persuadere gli sbadigli, è la piú efficace promotrice del riso universale.
Terminati i quattro libri, l'autore nell'appendice spiega con severitá filosofica tutta la pompa delle proprie teorie letterarie, mettendole modestamente in bocca d'Urania. Molte sono le stupende novitá teoriche che noi impariamo da siffatta appendice, e tutte opportune a' casi concreti; come a dire questa: che nell'umana natura stanno i principi fondamentali d'ogni arte, principi che sono indeclinabili; e quest'altra: che per saper discernere il bello dal brutto bisogna aver sottile criterio; e quest'altra a un di presso; che per poter fare bei versi bisogna saperli far bene, ecc. ecc. ecc.
Tutto poi questo romanzo, o lodo o arbitrato che lo si voglia chiamare, è scritto in lingua purgata, ma di quella veramente legittima. Né mancano qua e lá alcuni lievi solecismi, ad imitazione della franca trascuratezza degli scrittori nostri piú antichi.
Lo stile adoperato dal torinese è lodevole oltre ogni dire. Sta di mezzo con bella proporzione tra quello dell'Arcadiadi Iacopo Sannazaro e quello delle prediche di don Ignazio Venini. L'amplificazione è la figura rettorica che il nostro autore maneggia con padronanza assoluta e con piú frequente predilezione.
[p.107]
Del buon gusto di lui sia prova il seguente passo, tolto alla ventura dalla pagina 14. È una invocazione; perché senza invocazioni non si può far nulla di buono:
O immenso e non sempre lucido specchio della storia, da cui tutte, bene o male, si riflettono le accolte immagini dei grandi e piccoli eventi, concedi per poco che, nell'ampio e disuguale tuo seno fissando gli occhi, io giunga a scoprire del fatale romanticismo l'annebbiata sorgente ed i tortuosi meandri. Cosí forse mi succeder di potere dal vero genere romantico discernere il falso sistema, che ne usurpa, in un col nome, la gloria.
E qui sappia tra parentesi il lettore che l'anonimo fa una distinzione tra il vero genere romantico ed il romanticismo; distinzione che deve essere una bellissima cosa, dacché noi non sappiamo intenderla.
Per tenere il nostro articolo in giusta armonia col libro di cui si tratta, noi non entriamo in materia e stiamo superficiali, superficialissimi. Questo astenerci dalle soperchierie ci è suggerito dalla buona creanza. Grati noi per altro al paciere torinese pel lodo od arbitrato con cui trasse a fine le discordie letterarie, lo preghiamo di accettare, secondo che si usa in tali casi, come pagamento della sentenza, o, se piú gli piace, come regalo, senza obbligo di sborsare mancia veruna allo staffiere che glielo presenta in nome nostro, le quattro seguenti notizie letterarie, delle quali, quantunque vecchiette, abbiamo veduto nellaRomanticomachiaessere egli ignaro affatto. Il sapiente torinese mostra d'aver dato retta a tutte le accuse gratuite che i classicisti fecero a' romantici, e d'essere stato contento a quelle, senza degnarsi di dare uno sguardo agli scritti di questi.
I.—I romantici stimano molte parti delle poesie attribuite ad Ossian, ma non ne hanno mai consigliata l'imitazione.
II.—I romantici non vogliono nelle poesie dei moderni gli dèi d'Omero, ma proscrissero sempre altresí quelli dell'Edda. E se amano di vedere nell'Ariosto ed in Shakespeare le maghe e le streghe, non suggerirono mai a' poeti viventi di ammetterle ne' loro canti, quando non sieno piú vive nella credenza del popolo.
[p.108]
III.—I romantici non ricusarono mai di sottostare alle regole stabilite dalla natura e dalla ragione. E però eglino professarono sempre di star volentieri sottoposti a quel codice poetico a cui obbedirono Dante, il Petrarca, l'Ariosto, Shakespeare ed altri siffatti galantuomini.
IV.—I romantici non dissero mai che le poesie de' moderni debbano esclusivamente trattare delle cose cavalleresche e del medio evo. Né, deducendo pei loro canti argomenti e memorie storiche dal medio evo, intesero mai di voler persuadere gli uomini a darsi all'antica barbarie; come neppure i classicisti, ricantando la guerra troiana, hanno in animo di suscitare tutti i mariti moderni a pigliar vendetta della infedeltá delle lor mogli colla strage di centomila persone.
Speriamo che anche la parte contraria vorrá premiare con qualche regaletto del suo l'ingenua mediazione del sapiente anonimo.
|Grisostomo|.
[1]Della romanticomachia, libri quattro. Torino, 1818, co' tipi di Domenico Pane, stampatore di S. A. I. il principe di Carignano.
[p.109]
|Guerre letterarie in italia| [1].
In Lipsia la fiera di San Michele fu quest'anno ricchissima di nuove produzioni letterarie. Una fra le altre ce ne capitò alle mani, singolare molto pel suo argomento, ed è quella che annunziamo.
Bisogna dire che in Germania la turba degli scrittori sia immensa, e la smania dello scrivere ardentissima in essi, da che vediamo ne' cataloghi registrarsi libri ed opuscoli a centinaia, che, per quanto si può desumere da' frontispizi, sembrano trattare di cose forse non troppo interessanti pei popoli nella lingua de' quali sono scritti. Questo del signor Niemand ce ne somministra un esempio, perché, a dir vero, non ha altro scopo in apparenza che quello d'essere utile a noi italiani.
Ma che gli italiani vogliano giovarsene non è da credere. Noi teniamo anzi per fermo che la memoria del signor Niemand e del suo bel libretto non durerá in Italia piú delle ventiquattro ore che la fortuna suole conceder di vita ad un numero delConciliatore. Il signor Niemand si contenti dunque di divider con noi i nostri destini e la nostra pazienza. Di piú non possiamo fare per lui.
L'autore sembra essere uomo erudito e, quel che piú importa, zelatore sincero della probitá. Il presente libretto è da considerarsi come l'emanazione di un'anima onesta. E le sole persone oneste potrebbero leggerlo senza irritarsi delle frequenti [p.110] allusioni che vi si trovano alle sentenze bibliche, e della franca indegnazione con cui l'autore si oppone al vizio.
Il signor Niemand è di parere che le dispute letterarie sieno per se stesse giovevolissime allo scoprimento della veritá ed alla propagazione dei lumi. Non biasima una leale e discreta ambizione ne' disputanti; perché, senza questa potentissima molla delle umane azioni, crede egli improbabile che un uomo voglia sottoporsi al peso degli studi (su questa improbabilitá noi forse siamo di opinione qualche poco differente). Combina egli la nobile ambizione coll'amore schietto e disinteressato della veritá e col dovere che gli uomini hanno di essere utili agli uomini. E però giudica che in faccia al pubblico non abbiano diritto di disputare intorno a cose letterarie che le sole persone d'incolpabile morale.
Ma questo parlar di diritti, quando prevale assoluta in contrario la prepotenza de' fatti, sa dell'inutile all'autore. Quindi, lasciate le teorie astratte, si dá egli a tessere la storia delle contese letterarie degli italiani, incominciando da quelle che nel decimoquinto secolo il Poggio ebbe con Francesco Filelfo e Lorenzo Valla e Giorgio di Trebisonda, ecc. ecc., e scendendo giú fino a quelle tra'l Parini ed il padre Branda, tra'l Baretti ed il Bonafede, e ad altre ancor piú recenti.
L'intenzione dell'autore, nel riandare tante epoche di scandalo e tanti aneddoti, com'egli dice, di «contaminazione», è quella di dimostrare che i letterati d'Italia nelle loro controversie declinarono pressoché sempre dall'ingenuo fine di esse per servire ad interessi ed odii personali; e che, cosí facendo, rivolsero a vero danno della sapienza quel mezzo medesimo che par piú destinato a favorirla.
Egli confessa che alcuni pochi de' litiganti furono uomini per altro ornati di molte virtú. Però deplora la trista consuetudine italiana, che talvolta induceva a traviamento anche i buoni (fu per noi una vera consolazione il vedere nel breve elenco di questi ultimi il nostro Parini). Poi fa notare quegli altri che da semplice esuberanza di bile o da semplice invidia della fama altrui furono mossi a svillaneggiare i loro rivali (e qui l'elenco [p.111] cresce assai in lunghezza). Finalmente stabilisce per muovente massimo delle inimicizie letterarie nei piú l'interesse pecuniario (e qui, se pure è lecito scherzare sulle umane miserie, la lista par quella delle belle tradite da don Giovanni).
Il commercio librario fu sempre angustiato in Italia dalle tante divisioni territoriali, e da questo: che in tutta l'Italia, comparativamente alla numerosa popolazione della penisola, non fu mai abbondanza di lettori, massime paganti. Quindi i letterati, non potendo ritrarre sufficienti ricompense dagli stampatori, si rivolsero quasi sempre a' principi ed a' governi.
Stretti da altri doveri piú sacri, i governi non poterono sempre contentar tutti i letterati. Però, crescendo la frotta de' concorrenti, non bastava la pastura, e i begli ingegni bisognava spesso che se la strappassero l'un l'altro di bocca. In alcuni di essi era malvagitá vera, in altri debolezza, in altri la pazienza si lasciava stancare dalle provocazioni ripetute. Chi pigliava l'armi per assalire, chi per respingere gli assalitori. E le armi erano ingiurie, calunnie, contumelie, accuse pubbliche, delazioni segrete, propalazioni d'infamie domestiche, rinfacciamenti di fellonie, ecc. ecc. ecc.
Gli spettatori maligni ridevano, la gente dabbene fremeva. E la maggior parte del popolo, confondendo le lettere co' letterati, chiamava «infami» quelle, perché sovente vedeva infami questi. La sapienza non ci guadagnava mai nulla, l'arte critica non progrediva d'un passo, perché la sapienza e la critica nulla hanno di comune colle villane animositá individuali. Ogni generazione di letterati biasimava queste pessime arti nella generazione precedente, poi correva ad imitarla coi fatti.
Cosí la storia delle contese letterarie degl'italiani non presenta altro che una miserabile successione di guerre personali da far ribrezzo ad ogni uomo che senta altamente in suo cuore la dignitá e l'importanza delle lettere. E cosí i letterati d'Italia crebbero tante spine all'esercizio della letteratura, che al letterato onesto diventò pericolosa perfino la sua onestá.
Il signor Niemand parla sempre co' fatti alla mano, per modo che ci piange il cuore, ma dobbiamo pur dire ch'egli in gran [p.112] parte ha ragione. E se la vergogna può in noi qualche cosa, vaglia questa volta ad avvertirci come gli stranieri ci tengano l'occhio addosso, e come ci convenga camminare con prudenza e saviezza, onde non sieno da essi ricantate all'Europa le nostre turpitudini.
L'ultima volta ch'io fui in Italia, e saranno forse dieci anni—cosí dice alla pagina 224 il signor Niemand,—mi fermai lungo tempo in Milano. Ho veduto ivi agli ingegni nascenti strozzarsi dagli anziani le parole in bocca, la riputazione de' provetti lacerata da' provetti. Ho veduto ivi una lega di letterati mischiare insieme con perfide arti la fede letteraria alla fede religiosa e morale, per modo da far scontare con pene civili le innocentissime opinioni letterarie ai disgraziati ch'erano in odio alla lega. Ho veduto un uomo, che per altro godeva molto credito presso alcuni, il signor Lamberti, stabilire perfino questo assioma e stamparlo nelPoligrafo: che chiunque contraddicesse ad un'opera o ad una sola sentenza letteraria d'un pubblico professore nominato dal sovrano, contraddiceva al sovrano medesimo ed era ribelle alla sovranitá. Non credo che il governo sancisse allora in diritto queste massime di tirannia. Che importa? Il solo pronunziarle era un'offesa alla ragione de' buoni.
Ma la piú tranquilla saviezza degli attuali governi d'Italia mi fa certo che i costumi dei letterati italiani sieno ora cambiati in meglio. Ed io me ne rallegro davvero colla terra bella e gentile che avrei invocata da Dio per patria mia, se l'uomo potesse prima di nascere invocar la patria ch'egli vorrebbe.
Giovinsi dunque santamente della nuova fortuna i letterati. Trattino le loro quistioni con quell'ardore che viene dall'anima innamorata del vero; ma non s'irritino delle opposizioni. Tutte le veritá letterarie e scientifiche hanno dovuto aprirsi la via attraverso ostacoli infiniti. Ma se una generazione bestemmia contro il Galileo e lo imprigiona, la generazione che siegue non si cura di sapere i nomi de' bestemmiatori, e corre a Firenze a baciar piangendo il sacro dito del Galileo.
«Via sapiens plebem suam erudit». E voi, o letterati d'Italia, fate partecipe della vostra dottrina la plebe vostra. E se la plebe vi vuol dettare essa leggi e dottrine, lasciatela fare pazientemente; ma non pigliate consiglio che da voi o dai piú sapienti di voi. [p.113] Ricordatevi che, se l'Ariosto avesse dato ascolto al parere del cardinale, ilFuriososarebbe scritto in latino, e la fama dell'Ariosto sarebbe una miseria. La probitá sia nel cuor vostro e la persuasione sulle vostre labbra. Ma delle vostre pacifiche discussioni non chiamate mai in sussidio i governi, perché già questi, come savi che sono, non vi darebbero retta. E innanzi a tutto procurate di mostrarvi obbedienti e fedeli e tranquilli sudditi piú che sapienti agli occhi de' vostri sovrani, non dimenticando mai il santo detto della Scrittura: «Coram rege noli velle videri sapiens».
|Grisostomo|.
[1]Kurzgefasste Uebersicht der literarischen Streitigkeiten in Italienvon X. |Niemand|. Stettin. 1818, bey Friederich Nicolai.—Esposizione compendiosa delle guerre letterarie in Italiadi X. |Niemand|. Stettino, 1818, presso Federico Nicolai [libro inventato dal B., per dare al suo articolo apparenza di recensione].
[p.114][p.115]
Signor canonico,
Ho letto con vera compunzione la garbatissima lettera scrittami da V. S. in difesa del Tiraboschi. Non avrei mai creduto che quel mio breve cenno nel numero 21 delConciliatore, ov'io rinfaccio al Tiraboschi penuria di filosofia, dovesse recar tanta offesa alla coscienza letteraria d'alcuni fra' miei concittadini. Me ne duole infinitamente, e sento purtroppo che il torto è tutto mio. Fo l'uomo di lettere e non ne so l'arti. Se io fossi letterato davvero ed italiano di cuore, non oserei pensare, non oserei scrivere ciò che io penso: non avrei letto mai il Tiraboschi, e di lui non avrei detto mai altro, se non che «il chiarissimo, l'eruditissimo, il sapientissimo Tiraboschi». Ma il male è fatto: pensiamo al rimedio.
Prima di tutto la ringrazio, signor canonico, del lungo elenco dei lodatori del Tiraboschi, ch'Ella si compiacque d'inviarmi. Quell'elenco mi ha persuaso, e la perorazione del di lei discorso mi ha cavate le lagrime. Che vuole Ella di piú? Si lasci intenerire dalle lagrime mie, e tra me e lei sia pace.
Ma non basta ancora. lo deggio alla veritá ed all'onore della patria una pubblica e solenne testimonianza della mia conversione. Dichiaro dunque a V. S., e con essa a tutti i canonici di lei confratelli, che io convengo pienamente nel parere dei dottori italiani, e dico che hanno veramente ragione ragionevolissima di venerare il Tiraboschi come profondissimo filosofone, e di disprezzare madama de Staël come frivolissimo intellettuzzo.
[p.116]
L'uomo che sacrifica l'amor proprio e il proprio decoro mondano alla veritá, e con aperta confessione si ricrede de' suoi falli, non debb'essere confuso col peccatore ostinato. E però spero che i dottori italiani mi saranno liberali di qualche compatimento. Ad essi non importa, per altro, ch'io dica quali argomenti mi abbiano persuaso tutto ad un tratto tanta divozione per la filosofia tiraboschiana e tanto disprezzo per madama di Staël, di cui ho lasciata scappare dalla penna qualche lode in quel benedettoConciliatore.—Sciagurata donnicciuola, qualche poco anche, per amor tuo, io era diventato lo scandalo del mio paese!—Ma a lei, signor canonico, io non voglio tacere che ad operare la mia conversione Ell'ebbe un potentissimo sussidiario in certo accidente tutto fortuito. Si contenti ch'io glielo narri alla distesa.
Col rimorso che in virtú della garbatissima di lei lettera mi serpeggiava giá per l'anima, io mi stava iersera invocando il sonno che non veniva. Piglio un libro: non fa per me. Ne piglio un altro: non mi contenta. Sporgo impaziente la destra piú in lá, e la mi vien posta sul tomo primoDe la littératuredi madama di Staël. Aprolo a caso; e mi cade sotto lo sguardo quel passo a pagina 181 e seguenti, che tratta delle ragioni per le quali la tragedia presso i romani non salí in grande celebritá.
Eccolo tal quale. A V. S. non fa bisogno che sia tradotto in italiano, perché l'intenda.
Les combats des gladiateurs avaient pour objet d'intéresser fortement le peuple romain par l'image de la guerre et le spectacle de la mort; mais, dans ces jeux sanglans, les romains exigeaint encore que les esclaves sacrifiés à leurs barbares plaisirs sussent triompher de la douleur, et n'en laissassent échapper aucun témoignage. Cet empire continuel sur les affections est peu favorable aux grands effets de la tragédie: aussi la littérature latine ne contient-elle rien de vraiment célèbre en ce genre. Le caractère romain avait certainement la grandeur tragique; mais il était trop contenu pour être théatral. Dans les classes même du peuple, une certaine gravité distinguait toutes les actions. La folie causée par le malheur, ce cruel tableau de la nature physique troublée par les [p.117] souffrances de l'âme, ce puissant moyen d'émotion, dont Shakespeare a tiré, le premier, des scènes si déchirantes, les romains n'y auraient vu que de la dégradation de l'homme. On ne cite même dans leur histoire aucune femme, aucun homme connu, dont la raison ait été dérangée par le malheur. Le suicide était très-fréquent parmi les romains, mais les signes extérieurs de la douleur extrêmement rares. Le mèpris qu'excitait la démonstration de la peine, faisait une loi de mourir ou d'en triompher. Il n'y a rien dans une telle disposition qui puisse fournir aux développements de la tragédie.
On n'aurait jamais pu, d'ailleurs, transporter à Rome l'intérêt que trouvaient le grecs dans les tragédies dont le sujet était national. Les romains n'auraient point voulu qu'on représentát sur le théatre ce qui pouvait tenir à leur histoire, à leurs affections, à leur patrie. Un sentiment religieux consacrait tout ce qui leur était cher. Les athéniens croyaient auz mémes dogmes, défendaient aussi leur patrie, aimaient aussi la liberté; mais ce respect qui agit sur la pensée, qui écarte de l'imagination jusqu'à la possibilité des actions interdites, ce respect qui tient à quelques égards de la superstition de l'amour, les romains seuls l'éprouvaient pour les objets de leur culte.
Dopo tutta questa tiritera d'inezie, do un'occhiata alle note a piè di pagina, poi ad altre pagine piú avanti e ad altre piú indietro; e m'accorgo che la povera madama de Staël non sa cosa si dica, e non trova altra soluzione del problema fuorché nell'analizzare le instituzioni civili ed il carattere morale pubblico de' romani, e nel derivarne la nullitá del loro teatro tragico.—Che libro superficiale!—diss'io allora—che miseria d'ingegno!—E mi si schiusero gli occhi dell'intelletto, e sbadigliai su' miei traviamenti, e corsi ripentito a spolverare i volumi del Tiraboschi, sovvenendomi che anch'egli aveva parlato su questa materia. Corro all'indice; salto di lá al tomo primo, e mi innamora tosto la gravitá di quelle parole a pagina 174, § LI:
Prima di passar oltre, parmi che una non inutil quistione debbasi a questo luogo trattare, cioè per qual ragione, mentre in ogni altro genere di poesia arrivarono i romani a gareggiare co' greci, nella teatral solamente rimanessero sempre tanto ad essi inferiori.
[p.118]
Io proseguiva a leggere; ma mi convenne obbedire al Tiraboschi, che mi rimandò molte pagine indietro. Dal qual mio viaggio retrogrado venni a raccogliere che prima de' bei tempi della romana letteratura la poesia teatrale non era ancor molto in fiore, «per la ragione che l'arte di poetare non era in quell'onore che convenuto sarebbe».
Illuminato di tanto, tornai al § LI, onde sapere «perché nel piú bel secolo della romana letteratura la poesia teatrale non giugnesse a maggior perfezione». E qui confesso l'alta ammirazione che svegliò in me la logica semplice e chiara, e nondimeno profondamente intuitiva, con cui il chiarissimo Tiraboschi, sorretto da Orazio, ebbe la bontá di confidarmi che questo non fiorire della tragedia presso i romani proveniva dallo «strepito grande che facevasi nel teatro, sicché appena vi si potevano udire ed intendere i versi», ecc. ecc. «Garganum»—ripeteva il suggeritore del Tiraboschi—
Garganum mugire putes nemus aut mare tuscum, tanto cum strepitu ludi spectantur, ecc.
Che consolazione fu allora la mia, stimatissimo don Ruffino, nel vedere appagata cosí bene la mia curiositá! Questa è ben altra filosofia che quella di madama! Chi niega al Tiraboschi acume di speculativo intelletto, o è stolido o è mentitore o è novatore. Ecco come in poche righe viene dal sapientissimo Tiraboschi stabilito un gran principio filosofico, il quale, come tutti i gran principi filosofici dell'universo, riesce applicabile in ogni tempo ad altri fenomeni. In virtú di esso io mi sento capace di spiegare le ragioni per cui al teatro la tale o tal altra opera in musica non è bella. E dico cosí:—La tale opera non è bella perché non la si ascolta.—E mi guarderò bene dal ripetere col volgo:—Non la si ascolta perché non è bella.—
Cosí l'importunitá della veglia e l'opportunitá della lettera di V. S. contribuirono entrambe a convertire al Tiraboschi un amico traviato, quale davvero mi pregio di essere sempre di V. S. molto reverenda.
|Grisostomo|.
[p.119]
L'eloquenza di Gian Giacomo Rousseau non bastò a persuadere all'Europa che le lettere fossero dannose all'umana societá. Nel discorso del ginevrino i popoli vollero ravvisare piú la bizzarria del paradosso che l'animo dell'oratore, e salvarono cosí il rispetto dovuto a quell'uomo singolare. Senza entrare a discutere una quistione puramente speculativa, che non condurrebbe ad alcuna utilitá pratica, chi considera l'attuale nostra civiltá, e non è stolido o perfido, vedrá essere dover suo il contribuire quel tanto che egli può al miglioramento della coltura pubblica, ed il combattere sempre piú la tristezza di quei pochi che vorrebbero far della sapienza un monopolio e tener nella ignoranza il prossimo, onde non trovar contrasti a' lor maligni disegni. Noi siamo ora in tale condizione, che il retrocedere in fatto di studi, e non giá il progredire, ci trarrebbe in precipizio.
E però, seguendo l'intendimento de' buoni, suggeriamo con ingenua persuasione agl'italiani di leggere il discorso fatto dal signor Guglielmo Roscoe all'Instituto reale di Liverpool; discorso che appunto è indirizzato a raccomandare la propagazione de' lumi in tutte le classi de' cittadini, siccome mezzo di prosperitá nazionale.
[p.120]
Il nome del signor Roscoe dovrebbe, pare a noi, suonar caro all'anima d'ogni italiano quanto quello d'un nostro compatriota. Qualunque sieno le macchie che una critica imparziale possa scorgere nellaStoria di Lorenzo il Magnificoed in quella diLeone decimo, nessun italiano di coscienza gentile può negare una testimonianza di gratitudine all'amore con cui il signor Roscoe, riparando all'inerzia de' nostri dotti, tolse a' misteri delle biblioteche e degli archivi e trasse in nuova luce innanzi all'universale de' lettori tante memorie della grandezza italiana.
Se l'espressione dell'amor patrio consistesse, siccome vorrebbero certi superstiziosi, nel far brutto viso a chiunque non nacque dentro una delle periferie de' nostri municípi, noi dovremmo, come italiani che siamo, rinunziare altresí a riconoscere per nostro concittadino l'autore della storia delle nostre repubbliche. Ma, grazie a Dio, il vero amor della patria è tutt'altra cosa; ed il signor Sismondi, come illustratore dei fasti dell'Italia, vivrá sempre nella piena riconoscenza dei veri italiani. E di siffatta riconoscenza avrá la sua parte, benché in proporzione minore, anche il signor Roscoe.
Il tema scelto a trattare dal signor Roscoe nel discorso che oggi annunziamo è assai vasto. Egli si propone nientemeno che d'investigare le cagioni dell'origine e de' progressi delle scienze, delle lettere e delle arti, di riandare le vicissitudini ch'esse incontrarono, e di mostrare quanta relazione abbiano co' piú importanti accidenti della vita individuale e quanta influenza sulla felicitá generale de' popoli. L'intenzione massima del suo discorso è santissima. Egli vorrebbe condurre gli uomini ad un grado eminente di virtú civile e di prosperitá domestica mediante un esercizio maggiore delle loro facoltá intellettuali. Le massime filosofiche, i raziocini, gli esempi dimostrativi sparsi nel discorso sono tali da manifestar sempre l'onestá sincera dell'oratore. E soprattutto ne pare altamente sentito quel lungo passo ov'egli dimostra che de' progressi delle lettere e delle arti due precipue cagioni sono l'attivitá individuale e la libertá civile.
[p.121]
Questo argomento della libertá civile per rispetto alle lettere sembra essere il favorito dell'autore. A noi italiani per altro non riesce nuovo, da che l'Alfieri lo trattò piú ampiamente nella migliore delle sue prose. Se non che il signor Roscoe, avvicinandosi co' suoi princípi astratti qualche linea di piú al concreto, e volgendo la sua mira alla condizione vera ed attuale de' popoli d'Europa, stabilisce come assioma che il libero esercizio delle forze intellettuali non è creduto mai pericoloso da que' governi, i quali, qualunque sia la loro forma nominale, sanno d'essere forti della opinione pubblica.
Ma, lodando noi l'intenzione generale del discorso del signor Roscoe e proponendone come utile la lettura, non intendiamo di dire che il merito di esso sia in ogni parte esimio. O sia perché la brevitá de' confini assegnati ad una orazione accademica non bastassero all'ampiezza dell'argomento, o sia perché il signor Roscoe proporzionasse la sua dialettica ad una udienza forse intollerante di severe meditazioni, nel discorso di lui ci parve di trovare qua e lá alcuni tratti di certa superficiale declamazione, che non contenta pienamente il pensatore.
Non gli faremo giá accusa d'essersi giovato d'un solo scherno brevissimo onde distruggere l'errore di coloro che ascrivono onninamente ai climi ed alle situazioni locali il prosperar delle lettere; poiché un solo sguardo alla storia convince chiunque che la fortuna di esse non fu confinata sempre dentro certi gradi determinati di latitudine geografica. Cosí parimente, allorché egli combatte la ridicola opinione di coloro che, con lamento ripetuto da generazione in generazione, piangono il continuo deterioramento della specie umana, se poche armi bastano a lui per farlo vittorioso di cosí inetti avversari, fu cortesia la sua di non adoperarne molte.
Ma quando con piú rispettoso contegno egli scende poco dopo ad affrontarsi con chi predica il progressivo perfezionamento umano, gli argomenti che oppone loro non ci sembrano troppo persuasivi. Egli li ricava dalle storie parziali dei popoli; e vorrebbe persuaderci che questi progressi non esistono, da che i greci ed i romani d'oggidí non sono piú i greci ed i [p.122] romani di Pericle e d'Augusto. Ma, se ci è lecito di contraddire, risponderemo al signor Roscoe che la specie umana va presa in totale, e che se Roma non è piú la Roma di un tempo, l'universo presente non è piú il barbaro universo di venti secoli fa. D'altronde la perfettibilitá sostenuta da' moderni filosofi non è quella speciale d'una o d'altra arte, ma bensì la perfettibilitá generale dello spirito umano, alla quale siamo debitori de' successivi miglioramenti della civilizzazione. Ed il signor Roscoe, col portare in mezzo esempi del decadimento d'alcun'arte onde distruggere l'opinione della perfettibilitá del pensiero, mostra di non volere intender bene la quistione e di pigliar la parte per il tutto.
Piú ancora: se i lumi talvolta non progrediscono in ragione d'aumento, progrediscono in ragione di diffusione; il che, a modo d'esempio, accade ora in alcune parti d'Europa. Ma neppure a questo volle por mente il signor Roscoe; sicché pare a noi che, s'egli, piuttosto che toccarla troppo leggermente, avesse schivata affatto questa disputa, non sarebbe stato male.
Dettate per lo contrario dallo schietto sentimento della veritá crediamo le ultime pagine del discorso, ove sono enumerati tutti i vantaggi derivanti ad un popolo dalla coltura delle scienze, delle lettere e delle arti. E se a qualche rigoroso zelatore della dignitá degli studi spiacesse forse di veder messi in mostra dall'autore non solamente i vantaggi morali, ma con lunghe parole anche i vantaggi pecuniari, noi lo pregheremmo di considerare che anche questi non vogliono essere trascurati, perché non poco concorrono a produrre il bene de' popoli. E pel signor Roscoe era interessantissima cosa il contemplare gli studi anche da questo lato ed il fermarvisi molto, massime recitando il suo discorso in Liverpool, cittá, come tutti sanno, piena zeppa di mercanti.
|Grisostomo|.
[1]On the origin and vicissitudes of literature, science and art ecc. ecc.—Dell'origine e delle vicende delle lettere, scienze ed arti, e della loro influenza sullo stato presente della societá. Discorso recitato il 25 novembre 1817, da |Guglielmo Roscoe|, in occasione dell'apertura dell'Instituto reale di Liverpool. Londra, 1818, presso I. M. Creery.
[p.123]
Nell'ultimo fascicolo (n. 60) dellaRivista d'Edimburgo(celebratissimo de' giornali letterari d'Europa), dopo un assai giudizioso articolo di pagine 42 sull'opera postuma di madama di Staël,Les considérations, ecc., un altro ne segue, discretamente lungo, intorno a Dante.
Quando una persona da te venerata per finezza di discernimento parla teco della donna del cuor tuo, e, senza sapere de' tuoi amori, con ingenuo e casto discorso commenda la bellezza e la virtú di lei, tu segretamente senti scorrerti per l'anima una voluttá di paradiso. Simile presso a poco a questa fu la sensazione mia nel leggere l'articolo del giornale inglese sul poema di Dante. Prego gl'italiani di ridere liberamente, se cosí lor piace, di me e delle mie sensazioni, sapendomi grado per altro d'averli io avvertiti dell'esistenza di quell'articolo, ove lor nasca il desiderio di leggerlo.
L'articolo su Dante si sa che in Inghilterra fu accolto con grandissimo applauso, e pel suo merito intrinseco, e perché parla le lodi d'un poeta studiatissimo dagl'inglesi e ad essi carissimo. Si sa inoltre, o si sospetta con fondamento da chi ha l'occhio esercitato, che lo scrittore ne sia un uomo celebre, italiano per origine e per famiglia, e greco per nascita. E però due soddisfazioni eccoci somministrate ad un tratto: l'una nel sapere con quanta lealtá di ammirazione un popolo ricco assai di letteratura sua propria discerna e gusti il vero bello della letteratura nostra; l'altra nel vedere come un ingegno nudrito e cresciuto ed educato in Italia non si dimentichi di essa, [p.124] benché lontano, e fra le lusinghe della sua nuova fortuna mandi ancora qualche sguardo di riverenza e d'amore a' suoi ospiti antichi.
Pigliata occasione da un libro italiano intitolatoOsservazioni intorno alla quistione sopra l'originalità del poema di Dantedi Francesco Cancellieri (Roma, 1814), laRivista di Edimburgo, che nel suo numero antecedente aveva giá incominciato a parlar qualche poco di Dante, riassume intorno a quel sommo italiano il suo discorso. Incomincia dal deridere come poco importante questa benedetta quistione della originalitá; e davvero chi non è membro dell'alta camera dei pedanti e non è usato a stillarsi il cervello sulle frascherie, è costretto in coscienza a convenire nel parere dellaRivista.
L'opinione pressoché generale di coloro che contrastano a Dante l'originalitá dell'idea del suo poema, è che questa fosse a lui suggerita dallaVisionedi frate Alberico. Ma frate Alberico non fu l'unico frate visionario che si pigliasse gusto di viaggiar vivo col suo pensiero all'altro mondo, prima che Dante ponesse mano allaDivina commedia. Fino da' primi secoli del cristianesimo alcuni santi si dissero da Dio favoriti con visioni e rivelazioni, come può vedersi da quelle di san Cipriano, di santa Perpetua, ecc. ecc. Ma di queste accadde come dei miracoli, cioè che dopo i miracoli veri ne furono spacciati non pochi falsi, e quindi molti sogni furono spacciati come visioni. I gradi di somiglianza che esistono tra la Visione di frate Alberico e 'l poema di Dante (e per veritá sono pochi), esistono altresí tra questo e molte altre visioni, e specialmente con quella d'un frate inglese anonimo, riportata da M. Paris nella suaHistoire anglaise, ad an. 1196. «O Dante—dice laRivista—si giovò di tutte, o non se ne giovò di nessuna». E questa ultima credenza par piú ragionevole a chi considera la natura dell'ingegno di Dante, «il quale per altro—segue a dire laRivista,—vedendo stabilita per opera de' frati nella fede popolare una specie di mitologia visionaria, pensò d'adottarla, nella stessa maniera che Omero aveva adottata la mitologia del politeismo».
[p.125]
Ma la vera idea del suo poema Dante non la derivò da altro che dal suo animo nobile e caldo di generosa onestá. «Egli da sé solo concepí e mandò ad effetto il disegno di creare la lingua e la poesia d'una nazione, di rivelare le piaghe politiche della sua patria, di mostrare alla Chiesa ed agli Stati d'Italia come l'imprudenza de' papi e le guerre intestine delle cittá e la conseguente introduzione di eserciti stranieri trarrebbero seco di necessitá la devastazione e la rovina dell'Italia. Egli pensò nientemeno che a farsi riformatore della morale, vendicatore dei delitti e mantenitore della ortodossia nella religione». Questa è ben altra originalitá di concetto che quella delle visioni de' frati, prese tutte in un fascio.
LaRivistafa poco conto del libro del signor Cancellieri, perché davvero è d'indole tale da non se ne poter far gran conto. Il signor Cancellieri è uomo erudito assai; aveva bisogno di sfogar la sua erudizione: però ha fatto che il libro servisse ad essa, e non essa al libro. E la veritá è che egli lo termina senza terminar la quistione pigliata a trattare.
Bisogna dire che il prurito di far pompa d'erudizioni, quantunque non cadano a proposito, salti addosso talvolta con irresistibile ostinazione anche alla gente di giudizio; da che pare che anch'essa laRivista d'Edimburgoin questo articolo medesimo se ne lasci vincere un pochetto. Ma le semplici erudizioni giá si sa che non costano molto; e gli uomini sono facili a scialacquare le sostanze acquistate senza sudori.
Ben piú lodevole parmi la maniera con cui laRivistaci dá un quadro rapidissimo della condizione d'Italia da' tempi di Gregorio settimo fino a quelli di Dante, onde convincerci sempre piú dell'alto intendimento che resse i lavori del poeta. Troveranno i curiosi in quel quadro alcune idee, se non nuove, almeno nuovamente e fortemente sentite, sulle opinioni religiose d'allora, sul carattere di Gregorio, sulla politica di lui, sulla origine e su' primordi della libertá delle cittá d'Italia; libertá alla quale, in certo qual modo, contribuí l'ambizione stessa di quel pontefice.
Considerando attentamente la natura dei tempi di Dante, sbalza agli occhi chiarissima l'intima relazione che esisteva tra [p.126] i bisogni dell'Italia d'allora e le savie lezioni morali e politiche date ad essa dal poeta. Questo modo di commentare laDivina commedianon tanto con una illustrazione pedisequa de' fatti, quanto con un esame storico-filosofico de' tempi, pare che sarebbe da eleggersi da chi imprendesse a fare una nuova edizione di essa. Ma per poterlo sostituire alla solita maniera di commentare, bisogna avere ingegno e cognizioni piú che non ne hanno d'ordinario que' che si piegano al poco glorioso mestiere di commentatori.
Terminato il quadro storico e riveduti leggermente i panni a vari scrittori di storie letterarie, notandone alcuni errori, laRivistasi volge a dimostrare come in mezzo all'austeritá ghibellina ed al rigore dell'avversa fortuna, l'anima di Dante, bollente di magnanima ira, ridondasse nondimeno di affetti teneri e gentili; e come ogni tratto egli li manifestasse ne' suoi versi e nelle sue prose, esprimendoli con un fervore tutto spontaneo e con una dilicatezza di cui non trovasi facilmente l'uguale. E per persuadere di questo i suoi lettori e per confutare ad un tempo stesso un'opinione, tanto o quanta contraria, di Federigo Schlegel, che nella suaStoria della letteratura antica e modernachiama bensí Dante il «maggiore de' poeti cristiani», ma gli rimprovera qualche poco di ruvidezza d'animo, laRivistacon lunghi commenti presenta ad essi un lungo florilegio di passi dilicatissimi, tolti dal poema e dalle rime di Dante. Le citazioni sono in italiano, e la spiegazione di esse viene somministrata agl'inglesi per lo piú dalla bella traduzione di M. Cary in versi sciolti.
Quel florilegio sará opportunissimo per gl'inglesi; ma per noi italiani potrebbe esser creduto superfluo. Il dilicato e gentile amante di Beatrice, il pietoso narratore delle altrui sciagure amorose non ha bisogno qui d'esser difeso dalle accuse di Federigo Schlegel, né dalle altre di M. Hallam, che rinfaccia a Dante troppa ira contro la patria. Dante amava la sua patria piú che chiunque; ma ne odiava i delitti. E chi ama la patria davvero, s'irrita delle turpitudini de' suoi concittadini; e mentre che il vile adulatore blandisce il vizio che trionfa, l'onest'uomo mena apertamente la sferza e s'acquista fama nella posteritá.
[p.127]
Dicendo candidamente essere inutile per noi l'ultima parte dell'articolo dellaRivista, non voglio tacere che molte ingegnose osservazioni s'incontrano nella illustrazione che accompagna l'episodio di Francesca da Rimini e gli altri frammenti. Ché anzi la riporterei volontieri, se mi bastasse spazio, onde accrescere probabilitá al sospetto formato da alcuni che l'estensore dell'articolo su Dante non sia un inglese, bensí la persona da me indicata piú sopra. Chi per qualche tempo praticò dialogo con un letterato, vede sovente negli scritti ulteriori di lui rivivere molte delle idee giá corse nel dialogo. Cosí gli scritti del dotto richiamano soavemente alla memoria de' suoi amici lui medesimo e la sua conversazione.
Le considerazioni dellaRivista d'Edimburgointorno al poema di Dante mi sembrano lodevoli, come appare dal complesso del presente articolo. Ma, senza derogare al merito loro, crederò di far cosa grata a chi non avesse letto il libro del signor Sismondi sullaLetteratura del mezzogiorno d'Europa, dando loro in altro numero delConciliatoreun breve estratto della sua analisi dellaDivina commedia. Il signor Sismondi, mi sia lecito il dirlo, vide in quel poema un altro elevato concetto; e ve lo vide con rara profonditá di raziocinio, potenza di sentimento e tale felicità di fantasia, che gli riprodusse le sensazioni inspirategli dal poeta.
|Grisostomo|.
[p.128][p.129]
|Idee del signor Sismondi sul poema di Dante|
Piaccia a' lettori di richiamarsi alla memoria l'Articolo sopra un articoloinserito nel numero 34 delConciliatore, e la licenza chiesta loro di recare in altro numero un transunto delle considerazioni del signor Sismondi sullaDivina commedia, stampate da lui nel suo libroDella letteratura del mezzogiorno d'Europa.
È noto a tutti come quel libro incontrasse in Italia un profluvio di encomi presso alcuni, del pari che un profluvio di censure spietate presso altri. Era cosa questa da potersi facilmente prevedere. Qui, manco male, vi ha persone non poche di schietto ingegno e di probitá assoluta. Ma in buona fede bisogna pur confessare (e peccato confessato è mezzo perdonato) che fra gli italiani leggenti v'è altresí una lunga genia di mediocri, senza fuoco veruno d'entusiasmo, tenaci della loro mediocritá, stizzosi contro chiunque arrischia un passo per uscirne, e smaniosi non d'essere, ma di far da dottori. Però nella moltitudine il libro del signor Sismondi doveva trovare di necessitá anche chi lo mordesse.
Inoltre, ne' dotti, le discordie letterarie che scompigliano il giudizio d'alcuni o lo trascinano dietro la dittatura del giudizio altrui, e fors'anche certe ragioni d'invidia, d'adulazione, d'interesse, di servilitá…, ecc. ecc. ecc., dovevano far nascere censure molte ed indecenti contro il libro di un uomo che si manifesta, per sapienza ed onestá di carattere, superiore assai assai a molti suoi contemporanei. Sia detto senz'astio e senza mira ad alcun individuo, qui, come forse anche altrove, la letteratura [p.130] sovente non è, in chi l'esercita, fine ingenuo delle passioni, bensí stromento servile di esse.
Alieni per altro da ogni inquisizione delle coscienze, gettiamo, o buoni lettori, con buona verecondia il mantello di Sem e di Iafet su tutti i motivi segreti da' quali possono aver mosso i giudizi intorno al libro del signor Sismondi. Crediamoli anzi innocenti tutti que' motivi. E strignendo le diverse sentenze in un sol risultato, diciamo lealmente cosí:—Come tutti i buoni libri di questo mondo, il libro del signor Sismondi forse non sará scevro affatto affatto di passi, a' quali una critica intemerata possa contraddire[1]. Ma grandi e molte bellezze e molte savie dottrine compensano largamente i pochi difetti.—Per entro a quel libro domina una sí perpetua libertá d'animo, una sí schietta ricerca del vero, un sentimento letterario cosí nobile, che, volere o non volere, all'uomo onesto è forza aver simpatia con chiunque verso il signor Sismondi eccedesse anche un pochetto nelle lodi. L'assoluta perfezione ne' libri è come illapis philosophorum. Studia, studia; cercalo, cercalo: nol trovi mai. E l'onestá ne' letterati è un altrolapis philosophorum, che trovasi, è vero, qualche volta, ma tanto di rado, che pe' galantuomini è proprio una solennitá il dí in cui giungono a raffigurarla.
Dopo questo lungo preambolo, fattovi ingozzare so io perché, eccovi, buoni lettori, quel che dice il signor Sismondi per rispetto a Dante. Non riporto ordinatamente il testo, bensí il complesso delle idee suggerite dalla lettura di esso, usando quanto piú posso delle parole stesse dell'autore.
Prima di Dante, le poesie liriche de' trovatori («troubadours»), le epiche de' trovieri («trouvères») dalla Provenza e da altre parti della Francia s'erano diffuse nell'Italia, recatevi da' normanni conquistatori della Puglia, della Calabria, della Sicilia. Imitatrice della provenzale era sorta nella prima metá del secolo duodecimo la poesia siciliana, e dalla corte di Napoli moderava il gusto poetico degli italiani.
[p.131]
La lingua latina s'era giá separata affatto dalla volgare. Le donne non la imparavano piú; e per piacere ad esse, per parlar loro d'amore bisognava servirsi dell'idioma comune, di quello ch'esse adoperando ornavano ogni dí piú di leggiadrie.
Quantunque per ben cencinquant'anni i siciliani non rivolgessero la loro poesia che ad esprimere i sentimenti amorosi, e, traviati dall'esempio degli arabi e de' provenzali, anziché mantenere a' canti d'amore il loro merito precipuo, la naturalezza de' pensieri combinata colla soavitá dell'esposizione, lasciassero il semplice per correr dietro al ricercato, all'ammanierato; eglino pur nondimeno erano giunti ad occupare i primi gradi nel favore della moltitudine. I loro versi erano popolari, se non per altro, almeno per ragione di lingua e di metri; come popolari altresí erano le forme epiche ed epico-liriche dei romanzi e de' poemi de' trovieri.
Prima di Dante, alcuni uomini d'indole ardente avevano indirizzata tutta l'energia dell'anima a' misteri della religione, mettendo ammirazione nell'universale e suscitando coll'esempio proprio l'energia altrui. San Francesco e san Domenico avevano create nuove milizie religiose, piú entusiastiche e piú attive di quanti ordini di monaci esistessero per l'addietro. L'attivitá di quelle milizie, le prediche, le persecuzioni sanguinose, ecc. ecc., avevano rianimato lo zelo spirituale de' cristiani. Le lettere, rinate cogli studi religiosi, avevano pigliata una certa quale tinta scolastica. Il cielo, il purgatorio, l'inferno erano sempre sempre presenti all'immaginazione degli studiosi, dei devoti, del popolo, di tutta insomma la cristianitá. Vedevano i credenti quegli oggetti cogli occhi della fede, ma pur sotto forme materiali; tanto i predicatori s'erano per mille modi ingegnati di proporzionarli al concepimento popolare.
Venne Dante. Pose mente a tutta la suppellettile poetica lasciatagli da' trovatori e dai trovieri ed alla popolaritá loro. Pose mente alle poesie de' siciliani ed alla popolaritá della loro lingua e de' loro metri. Pose mente allo spirito religioso, meditativo, teologico, scolastico del suo secolo, ed alla popolaritá di tutti gli argomenti desunti dalla fede. Vide che nessuno de' poeti [p.132] moderni, che lo avevano preceduto, s'era giovato abbastanza dell'arte onde scuotere fortemente le anime, e che nessun filosofo era penetrato nei recessi del pensiero e del sentimento.
Però Dante, consigliato dalla potenza del proprio intelletto e dal concorso di tanti materiali poetici che lo circondavano, pensò che questi, quantunque tuttavia informi, avrebbero potuto servire alla costruzione d'un edificio sublime insieme e popolare. E invece de' canti d'amore, invece de' madrigali freddamente ingegnosi e delle allegorie false o sforzate, concepí nell'alta sua immaginazione tutto __il mondo invisibile__, e stabilí di svelarlo poeticamente agli occhi intellettuali degli italiani.
L'argomento scelto da lui a cantare era per quel secolo il piú interessante, il piú elevato, il piú profondamente religioso, il piú popolare di quanti argomenti potessero venire in capo ad un poeta. Era inoltre collegato piú strettamente di qualunque altro con tutte le passioni politiche de' tempi, con tutte le memorie di patria, di gloria, di fazioni civili, di virtú e di delitti magnanimi, perocché tutti i morti illustri dovevano ricomparire innanzi a' viventi su questo nuovo teatro aperto dal poeta. E finalmente per la sua immensitá fu il piú nobile e piú sublime argomento che mai venisse immaginato dal concetto umano.
|Grisostomo|.
[1] A giudizio d'alcuni, ciò potrebbe riferirsi per avventura a qualche parte delle opinioni dell'autore sul Calderon e sul Petrarca.
[p.133]
Molte idee false intorno al romanticismo si fanno diffondere maliziosamente in Italia da chi ha interesse a screditarlo. La piú ricantata ne' crocchi, tanto dai furbi quanto dalla buona gente che si lascia abbindolare da chi ha piú voce in capitolo, è che le dottrine romantiche sieno la teoria dell'assoluta mestizia e dell'orrore, e che nessun componimento poetico possa essere lodevolmente romantico se non è una vera galleria di tutte immagini lugubri, di atrocitá, di spaventi, ecc. ecc.
Dopo la lunga professione di fede pubblicata da' romantici in sei numeri consecutivi delConciliatore[2], sarebbe un perder tempo e un far torto alla sagacitá de' nostri lettori il suggerir loro le ragioni colle quali confutare codesta accusa scipita. Per quanto certi faccendieri dell'opinione pubblica, servendo al loro instituto, s'industrino di ripeterla ad ogni momento, essa nondimeno è tale che non può trovare ricapito che presso il volgo. Intendiamo per «volgo» i poveri d'intelletto, i poveri di buona fede, non i poveri di borsa. E di siffatto volgo a' romantici non cale piú che tanto.
Leggendo per altro il nuovo poemetto del signor Tedaldi-Fores, si potrebbe sospettare a prima giunta che anche questo ingegno non volgare abbia voluto spassarsi a spese del vero e farsi beffa del romanticismo, e che se ne sia finto seguace [p.134] a bella posta per metterlo in caricatura e confermare cosí nella plebe la falsa opinione della tendenza di esso a tutto ciò che è orribile e ributtante. NellaNarcisa, che è un romanzo o poemetto di soli quattro brevissimi canti in terza rima, veggonsi infatti affastellate tante immagini di color nero che può parere un mortorio perpetuo.
L'argomento del romanzo è la storia della morte di Narcisa e della sepoltura negatale a Montpellier: storia che tutti i nostri lettori avranno letta nella terza delleNottidi Odoardo Young. Ma il dolor vero per la perdita vera della figliuola della propria moglie non destò nella fantasia, per altro copiosa e lugubre-monotona, del poeta inglese tante immagini di squallore, tante reminiscenze orribili, quante col suo dolore artificiale ne descrisse nel suo poemetto il signor Tedaldi-Fores. Una vergine malata e che poi muore «sul nudo suolo»; un giovane amante della fanciulla, che recide le chiome al cadavere e nel buio della notte tenta con esse di farsi un capestro al collo e strozzarsi; un padre, che per la morte della figliuola dá nelle bestemmie e si morde l'«un de' bracci»; un demonio, che ulula intorno a quel padre e lo lorda di «fuliggine e di sanguigna bava»; un cimiterio, sparso di «insepolto ossame bianco»; un Andrea
che a nutricar [se stesso] si die' di carni umane, e di uman sangue il mento e il sen si tinse;
un padre, che porta sulle spalle il cadavere della propria figliuola a seppellire; una fossa scavata; un gemito che manda la terra; un cielo che piove «rossa linfa»; un cadavere smosso dalla sua sepoltura dall'acquazzone e lasciato a fior di terra «involuto di fetente limo»; un giovane soldato che corre, e sbadatamente viene ad urtare in quel cadavere, e s'accorge che preme co' suoi ginocchi il «fral meschino» della sua donna amata, in cui
di sanie infetto e nel luto prostrato, passeggia il verme reo, la schifa eruca e la striscia del serpe attossicato;
[p.135] un pugnale; un assassinio; uno che muore (è l'amante) e, morendo, cade sul cadavere dell'amata e le afferra il «volto casto»
coi denti delle rabide mascelle;
uno spettro; un feretro; un rogo; e un fantasma in carne ed ossa, che, dopo d'aver narrati tutti codesti malanni al poeta, che sta attento ad udirlo, lascia cadere «le polpe al suolo e l'osse», e, «fatto nudo spirto», esclama—Sono Odoardo (il padre di Narcisa)—e sparisce: queste ed altre piú minute galanterie di tal fatta, raccolte insieme l'una sovra l'altra in poco spazio, formano un tutto che può davvero sembrare, come dicemmo, la caricatura poetica dell'orrore.
Ma perché attribuiremo noi a mala fede ciò che probabilmente è stato fatto con ingenuissima intenzione? D'altronde il romanzo del signor Tedaldi-Fores quantunque, secondo la umile nostra opinione, infelice pel concetto generale, per gli accidenti storici e per la condotta, ha nondimeno alcuni accessori lavorati con potenza poetica non comune, ha diverse terzine lodevolissime per evidenza di stile e per veritá di sentimenti; sicché sarebbe quasi temeritá il voler credere che una persona, capace di giovar molto alla propria fama ed alla patria, voglia ora sprecar tempo e carta e inchiostro in servizio della malignitá antiromantica. No, non lo si dee credere. Il signor Tedaldi-Fores s'è ingannato, ma non ha voluto ingannare.
Noi ci appigliamo volentieri a quest'ultima credenza. E siccome in fatto di libri è uso nostro di manifestare senza velo la nostra opinione, qualunque sia, massimamente se crediamo di parlare a scrittori d'ingegno, il di cui amor proprio non confonda i consigli della critica co' morsi dell'invidia, cosí diciamo con onesta sinceritá all'autore dellaNarcisache l'insieme del suo romanzo non ci contenta.
Congratulandoci per altro con lui della sua deserzione dalle favole greche, lo preghiamo di voler perseverare in essa, di affratellarsi cogli argomenti desunti dalle storie nostre e dai nostri costumi, e di somministrarci presto qualche altro componimento [p.136] di tema meno esagerato nella tristezza, meno affettatamente orribile e piú conveniente a' bisogni dell'Italia, affinché possiamo dire di lui quelle piene lodi ch'egli dá indizio di dovere un dí meritare, se pure le nostre lodi sono premio a cui egli si degni di por mente.
Né si creda che in noi sia avversione agli argomenti malinconici, alle occasioni di piangere. Sí, vogliamo tremare e lagrimare e gemere, perché tra i tanti diletti poetici sappiamo anche noi che è soavissimo quello della malinconia e del pianto. Ma le lagrime non sono mai figlie dell'orrore e del ribrezzo. Vogliamo anche noi essere percossi dal terrore. Ma una serie d'idee eccessivamente luttuose e tutte temprate al monocordo, ancorché non uscissero fuor de' confini del __terribile__, finirebbe coll'essere __orribile__, o per lo meno noiosa a' lettori. Or che sará poi quando le immagini pendono piú all'orribile che ad altro?
Bisogna però dire, a onor del vero, che nei primi esperimenti, in un genere poetico qualunque, la parsimonia non può quasi mai essere la qualitá regolatrice della immaginazione del poeta. È una qualitá, una abilitá, questa, che non s'acquista che col tempo. E però la presente mancanza di essa non ci è argomento per doverla temere ripetuta ne' futuri lavori del signor Tedaldi-Fores. Progredendo egli sempre piú nello studio dell'arte e del cuore umano, e nobilitando sempre piú i propri pensieri, la verseggiatura e lo stile, è da credersi ch'egli salirá a quell'altezza di perfezione poetica verso la quale ha voluto fare un passo colla suaNarcisa.
|Grisostomo|.
[1]Nascita, romanzo in quattro canti, di C. TEDALDI-FORES. Milano, presso Batelli e Fanfani, 1818.
[2]Idee elementari sulla poesia romantica.
[p.137]