[i]Piloni: «1196. Indictionexij. die octavo.»[ii]Doglioni e Piloni: «Mirabelli»[iii]P. «ac pedites et.»[iv]P. «in vinculis deduxerunt.»[v]P. «iij.»[vi]P. «interfecerunt, alios vero graviter vulneraverunt.»[vii]P. «et quadraginta sex inter milites pedites, ac arceatores.»[viii]P. «Casteldart.»[ix]D. «havj.»—P.«havì.»[x]P. «zetto.»[xi]P. «flume.»[xii]P. «D’Art.»—D. «dard.»[xiii]P. «Cavalier.»[xiv]P. «di.»[xv]D. e P. «li»[xvi]P. «i.»[xvii]D. «nostre.»[xviii]P. «presoner.»[xix]D. «Banche.»[xx]P. «Postea die sexto.»[xxi]D. «Gumellarum.»—P. «Zumellarum.» Cioè:di Zumelle.[xxii]D. «vii.»[xxiii]P. «in.»[xxiv]P. «domum.»[xxv]P. Omette il resto.[xxvi]Il Vescovo Gerardo, che aveva guidato i Bellunesi in tante imprese guerresche, fu ucciso nel 1197, combattendo di nuovo contro i Trivigiani. Quest’ultimo periodo dunque, se non tutto il branicello di cronaca, fu di certo scritto dopo codesta morto.[80]Giullare.[81]Sebbens’ingaudiscadi me, ossia parli di me con gaudio, con gioia.[82]Piccola moneta, principio di computo in Genova, come ilbologninoa Bologna.[83]Non t’intendo più d’un Tedesco, o Sardo, o nativo di Barberia.[84]Non voglio questo latino, cioè questo linguaggio.[85]Fratello, ciò abbia una fine: facciamola unita.[86]Lasciami stare. (Galvani,Un Monumento linguistico genovese dell’anno 1191, nellaStrenna filologica modenese per l’anno 1863; pag. 84–94.)—All’ultimo decennio del sec. XII, o al principio del XIII, appartiene anche ildiscordopoliglotto dello stesso Rambaldo; perchè essendo diretto alBelhs Cavaliers, cioè alla sua amante Beatrice di Monferrato, dovette di certo scriverlo dopo la sua venuta in Italia (1186–89), di dove partì per seguire nella quarta crociata il marchese Bonifazio, fratello o, più probabilmente, padre di Beatrice, col quale morì combattendo in Oriente nel 1207. Ma la seconda strofa deldiscordo, e il terzo e quarto verso dell’ultima, che dovrebbero essere scritti in alcuno de’ nostri idiomi, ci son pervenuti, come tutto il resto del componimento, in tale stato, che, anche dopo l’edizione critica del Meyer, non si riesce a determinare qual sia codesto idioma. Contengono bensì parecchie forme schiettamente toscane; anzi schiettamente toscano è tutto il quarto verso dell’ultima strofa:Ieu so quel que ben non aio.Ni encora non l’averòPer abrilo ni per maio.Si per ma dona no l’ho;E s’entendo son lengaio,Sa gran beutat dir non so:Plus fresqu’es que flor de glaio [ghiaggiuolo],E ja no m’en partirò.......................Que cada jorno m’esglaio.Oimè! lasso, que farò...?(Cfr.Meyer,Recueil d’anciens textesetc.; Paris, 1874 pag. 89–91.—Galvani,Osservazioni sulla Poesia de’ Trovatori; Modena, 1829; pag. 105–114.—Cerrato,Il«Bel Cavaliere»di Rambaldo di Vaqueiras, nelGiorn. Stor. della Lett. ital.; vol. IV; Torino, 1884; pag. 81–115.)[87]Trucchi,Poesie italiane inedite di dugento Autori; Prato, 1846; vol. I, pag. 18.—D’AnconaeComparetti,Le antiche Rime volgari; Bologna, 1875; vol. I, pag. 61–65.[88]Non ha però certo ragione il Cantù di farne due componimenti, desumendone prima alcuni versi dal Federici, e poi, senza avvedersi che si tratta della stessa cosa, un altro brano dal Tosti. (Cantù,Vicende dei Parlari d’Italia; Torino, 1877; pag. 126 e 135.—II facsimile delRitmopuò vedersi nellaRivista di Filologia romanza, vol. II, pag. 90–110» pubblicato e illustrato dal Giorgi e dal Navone. Sulle sue interpetrazioni è poi da vedere uno studio del Novati, che ne propone una nuova, nellaMiscellanea di Filologia e Linguistica; Firenze, 1886; pag. 375–91.) Nè hanno, mi pare, maggior ragione coloro che dopo i buoni argomenti dell’Affò (Op. cit., pag. 41–50) e di Sebastiano Ciampi (Prefaz. aiTrattati morali di Albergano; Firenze, 1832; pag. 13–19), non si risolvono a tenere per falsa la celebre iscrizione degli Ubaldini di Firenze, che pretenderebbe appartenere all’anno 1184. Del secolo XVI, e non del 1153, è pure quell’atto di permuta in siciliano, ripubblicato nella citata operetta (pag. 154) dallo stesso Cantù, insieme con tanta altra roba, a cui oramai nessuno presta più fede.[89]Catalogus Codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae; tom. IV (Florentiae, 1777), col. 468–69.[90]NeiRomanische Studiendel Boehmer, vol. IV, fasc. 1 (Bonn, 1879).[91]Della fine del secolo XII o del principio del XIII, è certamente anche l’iscrizione di un sarcofago del Camposanto di Pisa, pubblicata dal Ciampi (Op. cit., pag. 12–13), e che, secondo il confronto fattone per me con l’originale dal mio amico Alessandro D’Ancona, dice così: †Hore[ora]vai per via, pregando dell’anima mia: sicome tu se’, ego fui; sicus [sicum?] ego sum, tu dei essere. La data approssimativa si rileva da un’altra iscrizione che è sullo stesso sarcofago: †Biduinus maister fecit hanc tumbam m.......nm Giratium; poichè, per altri documenti certi, si sa che questo maestro Biduino nel 1180 lavorò nella Chiesa di San Cassiano presso Pisa, e pare anche nel 1166 a Lucca. (Ciampi,loc. cit., eNotizie inedite della Sagrestia pistoieseecc., Firenze, 1810, pag. 52.)—Il frammento invece, di ventotto versi, pubblicato nel 1758 dal Panelli, del carme che sarebbe stato scritto nel 1187, per l’entrata in Ascoli di Arrigo VI, da quel marchigiano, che poi col nome di frate Pacifico seguì san Francesco, a me non pare altro che una rozza falsificazione, cominciando dal titolo, il quale dice così: «In laude de Augusto Sennor Henrico Sexto Rege de Romane, filio de Domene..... Friderico Imperatore, qui sta in ista Civitate de Esculo con multo suo piacere, et con multa gloria et triunpho de Civitate.» Falso lo giudica anche il prof. Nazzareno Angeletti, nella sua tesi di laurea, che si conserva manoscritta nell’Archivio dell’Università romana. L’Angeletti tuttavia resta in dubbio sull’autenticità d’un altro frammento, che contiene i soli primi quattro versi del medesimo carme, e che fu pubblicato dall’abate F. A. Marcucci (Abate Ascolano,Saggio delle cose ascolaneecc.; Teramo, 1766; pag. 229), il quale dice di averlo ricavato dalla cronaca di Lino della Rocca. Ma lasciando anche stare che questa cronaca nessuno l’ha più veduta, e considerando solamente che il Panelli ebbe dallo stesso Marcucci, come tolto da un’opera inedita d’un altro Marcucci (Niccolò), il primo frammento; io inclino a creder falso anche il secondo, che forse fu inventato per correggere o avvalorare il primo. Più che sospette mi paiono anche le parole con cui l’Abate Ascolano accompagna questo preteso frammento: «Lino accenna laRecita, che da’ nostri Poeti nel dì 22 Luglio fu fatta in Presenza del Monarca, e come il nostro PoetaGuglielminodi anni 29 venne grandemente plaudito daErrigoper la cantata di un nuovoCarme italico di cento versiad onore del Re.... Ecco la prima volta, che nell’Italia incominciò a balbettare laPoesia Italiana, allor nata dal nostroGuglielmino; il quale la trapiantò poi in Sicilia, come vedrassi. Di questoCarmeo sia Canzone furono dispensate molte copie, come Lino attesta. Restò tuttavia molto variato. La copia che riporta il Marcucci, cioè Niccolò, è differente sin ne’ primi versi.... In rimunerazione fuGuglielminodichiaratoNobile Palatinodal Re, e suoPoeta.» Ecco a buon conto que’ quattro versi, nella prima lezione, che è notissima, e nella seconda, che è quasi ignota:Tu es illo valente Imperatore,Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:Renove Tu, Señor, illu splennore,Qui come tanti sole......Tu si’ chillo valente Re et Sennure,Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:Non Febo alluma tanto el nostro Trunto,Quanto Henrico dave a noi luce et splennure.[92]Gregorii MagniOpera omnia; Parisiis, 1705; tom. II, col. 1139–40.[93]Ibid., tom. I, pag. 6.[94]Demogeot,Histoire de la Littérature française; Paris, 1864; pag. 54.[95]Gregorovius, Op. e loc. cit.[96]Cfr.Giesebrecht,De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis. Berolini, 1845.[97]Ibid., pag. 7–8.[98]Pertz,Monumenta Germaniae historica; Legum tom. I(Hannoverae, 1835); pag. 52–53 e 64–65.[99]Sacrosancta Concilia etc.; tom. IX (Venetiis, 1729); colonna 338.[100]Lupi FerrariensisEpistolae, ap.Du Chesne,Historiae Francorum Scriptores; tom. II, pag. 727.[101]Ibid., pag. 778–79; eMuratori, Diss. XLIII, ediz. cit., tom. VIII, col. 528–29.[102]Ghirardacci,Historia di Bologna; parte prima (Bologna, 1596); pag. 279.[103]Purgat., XI, 97–99.[104]Convito, Tratt. I, cap. XI e XIII, ediz. Barbera (1857), curata dal Fraticelli.
[i]Piloni: «1196. Indictionexij. die octavo.»[ii]Doglioni e Piloni: «Mirabelli»[iii]P. «ac pedites et.»[iv]P. «in vinculis deduxerunt.»[v]P. «iij.»[vi]P. «interfecerunt, alios vero graviter vulneraverunt.»[vii]P. «et quadraginta sex inter milites pedites, ac arceatores.»[viii]P. «Casteldart.»[ix]D. «havj.»—P.«havì.»[x]P. «zetto.»[xi]P. «flume.»[xii]P. «D’Art.»—D. «dard.»[xiii]P. «Cavalier.»[xiv]P. «di.»[xv]D. e P. «li»[xvi]P. «i.»[xvii]D. «nostre.»[xviii]P. «presoner.»[xix]D. «Banche.»[xx]P. «Postea die sexto.»[xxi]D. «Gumellarum.»—P. «Zumellarum.» Cioè:di Zumelle.[xxii]D. «vii.»[xxiii]P. «in.»[xxiv]P. «domum.»[xxv]P. Omette il resto.[xxvi]Il Vescovo Gerardo, che aveva guidato i Bellunesi in tante imprese guerresche, fu ucciso nel 1197, combattendo di nuovo contro i Trivigiani. Quest’ultimo periodo dunque, se non tutto il branicello di cronaca, fu di certo scritto dopo codesta morto.
[i]Piloni: «1196. Indictionexij. die octavo.»
[ii]Doglioni e Piloni: «Mirabelli»
[iii]P. «ac pedites et.»
[iv]P. «in vinculis deduxerunt.»
[v]P. «iij.»
[vi]P. «interfecerunt, alios vero graviter vulneraverunt.»
[vii]P. «et quadraginta sex inter milites pedites, ac arceatores.»
[viii]P. «Casteldart.»
[ix]D. «havj.»—P.«havì.»
[x]P. «zetto.»
[xi]P. «flume.»
[xii]P. «D’Art.»—D. «dard.»
[xiii]P. «Cavalier.»
[xiv]P. «di.»
[xv]D. e P. «li»
[xvi]P. «i.»
[xvii]D. «nostre.»
[xviii]P. «presoner.»
[xix]D. «Banche.»
[xx]P. «Postea die sexto.»
[xxi]D. «Gumellarum.»—P. «Zumellarum.» Cioè:di Zumelle.
[xxii]D. «vii.»
[xxiii]P. «in.»
[xxiv]P. «domum.»
[xxv]P. Omette il resto.
[xxvi]Il Vescovo Gerardo, che aveva guidato i Bellunesi in tante imprese guerresche, fu ucciso nel 1197, combattendo di nuovo contro i Trivigiani. Quest’ultimo periodo dunque, se non tutto il branicello di cronaca, fu di certo scritto dopo codesta morto.
[80]Giullare.[81]Sebbens’ingaudiscadi me, ossia parli di me con gaudio, con gioia.[82]Piccola moneta, principio di computo in Genova, come ilbologninoa Bologna.[83]Non t’intendo più d’un Tedesco, o Sardo, o nativo di Barberia.[84]Non voglio questo latino, cioè questo linguaggio.[85]Fratello, ciò abbia una fine: facciamola unita.[86]Lasciami stare. (Galvani,Un Monumento linguistico genovese dell’anno 1191, nellaStrenna filologica modenese per l’anno 1863; pag. 84–94.)—All’ultimo decennio del sec. XII, o al principio del XIII, appartiene anche ildiscordopoliglotto dello stesso Rambaldo; perchè essendo diretto alBelhs Cavaliers, cioè alla sua amante Beatrice di Monferrato, dovette di certo scriverlo dopo la sua venuta in Italia (1186–89), di dove partì per seguire nella quarta crociata il marchese Bonifazio, fratello o, più probabilmente, padre di Beatrice, col quale morì combattendo in Oriente nel 1207. Ma la seconda strofa deldiscordo, e il terzo e quarto verso dell’ultima, che dovrebbero essere scritti in alcuno de’ nostri idiomi, ci son pervenuti, come tutto il resto del componimento, in tale stato, che, anche dopo l’edizione critica del Meyer, non si riesce a determinare qual sia codesto idioma. Contengono bensì parecchie forme schiettamente toscane; anzi schiettamente toscano è tutto il quarto verso dell’ultima strofa:Ieu so quel que ben non aio.Ni encora non l’averòPer abrilo ni per maio.Si per ma dona no l’ho;E s’entendo son lengaio,Sa gran beutat dir non so:Plus fresqu’es que flor de glaio [ghiaggiuolo],E ja no m’en partirò.......................Que cada jorno m’esglaio.Oimè! lasso, que farò...?(Cfr.Meyer,Recueil d’anciens textesetc.; Paris, 1874 pag. 89–91.—Galvani,Osservazioni sulla Poesia de’ Trovatori; Modena, 1829; pag. 105–114.—Cerrato,Il«Bel Cavaliere»di Rambaldo di Vaqueiras, nelGiorn. Stor. della Lett. ital.; vol. IV; Torino, 1884; pag. 81–115.)[87]Trucchi,Poesie italiane inedite di dugento Autori; Prato, 1846; vol. I, pag. 18.—D’AnconaeComparetti,Le antiche Rime volgari; Bologna, 1875; vol. I, pag. 61–65.[88]Non ha però certo ragione il Cantù di farne due componimenti, desumendone prima alcuni versi dal Federici, e poi, senza avvedersi che si tratta della stessa cosa, un altro brano dal Tosti. (Cantù,Vicende dei Parlari d’Italia; Torino, 1877; pag. 126 e 135.—II facsimile delRitmopuò vedersi nellaRivista di Filologia romanza, vol. II, pag. 90–110» pubblicato e illustrato dal Giorgi e dal Navone. Sulle sue interpetrazioni è poi da vedere uno studio del Novati, che ne propone una nuova, nellaMiscellanea di Filologia e Linguistica; Firenze, 1886; pag. 375–91.) Nè hanno, mi pare, maggior ragione coloro che dopo i buoni argomenti dell’Affò (Op. cit., pag. 41–50) e di Sebastiano Ciampi (Prefaz. aiTrattati morali di Albergano; Firenze, 1832; pag. 13–19), non si risolvono a tenere per falsa la celebre iscrizione degli Ubaldini di Firenze, che pretenderebbe appartenere all’anno 1184. Del secolo XVI, e non del 1153, è pure quell’atto di permuta in siciliano, ripubblicato nella citata operetta (pag. 154) dallo stesso Cantù, insieme con tanta altra roba, a cui oramai nessuno presta più fede.[89]Catalogus Codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae; tom. IV (Florentiae, 1777), col. 468–69.[90]NeiRomanische Studiendel Boehmer, vol. IV, fasc. 1 (Bonn, 1879).[91]Della fine del secolo XII o del principio del XIII, è certamente anche l’iscrizione di un sarcofago del Camposanto di Pisa, pubblicata dal Ciampi (Op. cit., pag. 12–13), e che, secondo il confronto fattone per me con l’originale dal mio amico Alessandro D’Ancona, dice così: †Hore[ora]vai per via, pregando dell’anima mia: sicome tu se’, ego fui; sicus [sicum?] ego sum, tu dei essere. La data approssimativa si rileva da un’altra iscrizione che è sullo stesso sarcofago: †Biduinus maister fecit hanc tumbam m.......nm Giratium; poichè, per altri documenti certi, si sa che questo maestro Biduino nel 1180 lavorò nella Chiesa di San Cassiano presso Pisa, e pare anche nel 1166 a Lucca. (Ciampi,loc. cit., eNotizie inedite della Sagrestia pistoieseecc., Firenze, 1810, pag. 52.)—Il frammento invece, di ventotto versi, pubblicato nel 1758 dal Panelli, del carme che sarebbe stato scritto nel 1187, per l’entrata in Ascoli di Arrigo VI, da quel marchigiano, che poi col nome di frate Pacifico seguì san Francesco, a me non pare altro che una rozza falsificazione, cominciando dal titolo, il quale dice così: «In laude de Augusto Sennor Henrico Sexto Rege de Romane, filio de Domene..... Friderico Imperatore, qui sta in ista Civitate de Esculo con multo suo piacere, et con multa gloria et triunpho de Civitate.» Falso lo giudica anche il prof. Nazzareno Angeletti, nella sua tesi di laurea, che si conserva manoscritta nell’Archivio dell’Università romana. L’Angeletti tuttavia resta in dubbio sull’autenticità d’un altro frammento, che contiene i soli primi quattro versi del medesimo carme, e che fu pubblicato dall’abate F. A. Marcucci (Abate Ascolano,Saggio delle cose ascolaneecc.; Teramo, 1766; pag. 229), il quale dice di averlo ricavato dalla cronaca di Lino della Rocca. Ma lasciando anche stare che questa cronaca nessuno l’ha più veduta, e considerando solamente che il Panelli ebbe dallo stesso Marcucci, come tolto da un’opera inedita d’un altro Marcucci (Niccolò), il primo frammento; io inclino a creder falso anche il secondo, che forse fu inventato per correggere o avvalorare il primo. Più che sospette mi paiono anche le parole con cui l’Abate Ascolano accompagna questo preteso frammento: «Lino accenna laRecita, che da’ nostri Poeti nel dì 22 Luglio fu fatta in Presenza del Monarca, e come il nostro PoetaGuglielminodi anni 29 venne grandemente plaudito daErrigoper la cantata di un nuovoCarme italico di cento versiad onore del Re.... Ecco la prima volta, che nell’Italia incominciò a balbettare laPoesia Italiana, allor nata dal nostroGuglielmino; il quale la trapiantò poi in Sicilia, come vedrassi. Di questoCarmeo sia Canzone furono dispensate molte copie, come Lino attesta. Restò tuttavia molto variato. La copia che riporta il Marcucci, cioè Niccolò, è differente sin ne’ primi versi.... In rimunerazione fuGuglielminodichiaratoNobile Palatinodal Re, e suoPoeta.» Ecco a buon conto que’ quattro versi, nella prima lezione, che è notissima, e nella seconda, che è quasi ignota:Tu es illo valente Imperatore,Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:Renove Tu, Señor, illu splennore,Qui come tanti sole......Tu si’ chillo valente Re et Sennure,Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:Non Febo alluma tanto el nostro Trunto,Quanto Henrico dave a noi luce et splennure.[92]Gregorii MagniOpera omnia; Parisiis, 1705; tom. II, col. 1139–40.[93]Ibid., tom. I, pag. 6.[94]Demogeot,Histoire de la Littérature française; Paris, 1864; pag. 54.[95]Gregorovius, Op. e loc. cit.[96]Cfr.Giesebrecht,De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis. Berolini, 1845.[97]Ibid., pag. 7–8.[98]Pertz,Monumenta Germaniae historica; Legum tom. I(Hannoverae, 1835); pag. 52–53 e 64–65.[99]Sacrosancta Concilia etc.; tom. IX (Venetiis, 1729); colonna 338.[100]Lupi FerrariensisEpistolae, ap.Du Chesne,Historiae Francorum Scriptores; tom. II, pag. 727.[101]Ibid., pag. 778–79; eMuratori, Diss. XLIII, ediz. cit., tom. VIII, col. 528–29.[102]Ghirardacci,Historia di Bologna; parte prima (Bologna, 1596); pag. 279.[103]Purgat., XI, 97–99.[104]Convito, Tratt. I, cap. XI e XIII, ediz. Barbera (1857), curata dal Fraticelli.
[80]Giullare.
[81]Sebbens’ingaudiscadi me, ossia parli di me con gaudio, con gioia.
[82]Piccola moneta, principio di computo in Genova, come ilbologninoa Bologna.
[83]Non t’intendo più d’un Tedesco, o Sardo, o nativo di Barberia.
[84]Non voglio questo latino, cioè questo linguaggio.
[85]Fratello, ciò abbia una fine: facciamola unita.
[86]Lasciami stare. (Galvani,Un Monumento linguistico genovese dell’anno 1191, nellaStrenna filologica modenese per l’anno 1863; pag. 84–94.)—All’ultimo decennio del sec. XII, o al principio del XIII, appartiene anche ildiscordopoliglotto dello stesso Rambaldo; perchè essendo diretto alBelhs Cavaliers, cioè alla sua amante Beatrice di Monferrato, dovette di certo scriverlo dopo la sua venuta in Italia (1186–89), di dove partì per seguire nella quarta crociata il marchese Bonifazio, fratello o, più probabilmente, padre di Beatrice, col quale morì combattendo in Oriente nel 1207. Ma la seconda strofa deldiscordo, e il terzo e quarto verso dell’ultima, che dovrebbero essere scritti in alcuno de’ nostri idiomi, ci son pervenuti, come tutto il resto del componimento, in tale stato, che, anche dopo l’edizione critica del Meyer, non si riesce a determinare qual sia codesto idioma. Contengono bensì parecchie forme schiettamente toscane; anzi schiettamente toscano è tutto il quarto verso dell’ultima strofa:
Ieu so quel que ben non aio.Ni encora non l’averòPer abrilo ni per maio.Si per ma dona no l’ho;
E s’entendo son lengaio,Sa gran beutat dir non so:Plus fresqu’es que flor de glaio [ghiaggiuolo],E ja no m’en partirò.
......................
Que cada jorno m’esglaio.Oimè! lasso, que farò...?
(Cfr.Meyer,Recueil d’anciens textesetc.; Paris, 1874 pag. 89–91.—Galvani,Osservazioni sulla Poesia de’ Trovatori; Modena, 1829; pag. 105–114.—Cerrato,Il«Bel Cavaliere»di Rambaldo di Vaqueiras, nelGiorn. Stor. della Lett. ital.; vol. IV; Torino, 1884; pag. 81–115.)
[87]Trucchi,Poesie italiane inedite di dugento Autori; Prato, 1846; vol. I, pag. 18.—D’AnconaeComparetti,Le antiche Rime volgari; Bologna, 1875; vol. I, pag. 61–65.
[88]Non ha però certo ragione il Cantù di farne due componimenti, desumendone prima alcuni versi dal Federici, e poi, senza avvedersi che si tratta della stessa cosa, un altro brano dal Tosti. (Cantù,Vicende dei Parlari d’Italia; Torino, 1877; pag. 126 e 135.—II facsimile delRitmopuò vedersi nellaRivista di Filologia romanza, vol. II, pag. 90–110» pubblicato e illustrato dal Giorgi e dal Navone. Sulle sue interpetrazioni è poi da vedere uno studio del Novati, che ne propone una nuova, nellaMiscellanea di Filologia e Linguistica; Firenze, 1886; pag. 375–91.) Nè hanno, mi pare, maggior ragione coloro che dopo i buoni argomenti dell’Affò (Op. cit., pag. 41–50) e di Sebastiano Ciampi (Prefaz. aiTrattati morali di Albergano; Firenze, 1832; pag. 13–19), non si risolvono a tenere per falsa la celebre iscrizione degli Ubaldini di Firenze, che pretenderebbe appartenere all’anno 1184. Del secolo XVI, e non del 1153, è pure quell’atto di permuta in siciliano, ripubblicato nella citata operetta (pag. 154) dallo stesso Cantù, insieme con tanta altra roba, a cui oramai nessuno presta più fede.
[89]Catalogus Codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae; tom. IV (Florentiae, 1777), col. 468–69.
[90]NeiRomanische Studiendel Boehmer, vol. IV, fasc. 1 (Bonn, 1879).
[91]Della fine del secolo XII o del principio del XIII, è certamente anche l’iscrizione di un sarcofago del Camposanto di Pisa, pubblicata dal Ciampi (Op. cit., pag. 12–13), e che, secondo il confronto fattone per me con l’originale dal mio amico Alessandro D’Ancona, dice così: †Hore[ora]vai per via, pregando dell’anima mia: sicome tu se’, ego fui; sicus [sicum?] ego sum, tu dei essere. La data approssimativa si rileva da un’altra iscrizione che è sullo stesso sarcofago: †Biduinus maister fecit hanc tumbam m.......nm Giratium; poichè, per altri documenti certi, si sa che questo maestro Biduino nel 1180 lavorò nella Chiesa di San Cassiano presso Pisa, e pare anche nel 1166 a Lucca. (Ciampi,loc. cit., eNotizie inedite della Sagrestia pistoieseecc., Firenze, 1810, pag. 52.)—Il frammento invece, di ventotto versi, pubblicato nel 1758 dal Panelli, del carme che sarebbe stato scritto nel 1187, per l’entrata in Ascoli di Arrigo VI, da quel marchigiano, che poi col nome di frate Pacifico seguì san Francesco, a me non pare altro che una rozza falsificazione, cominciando dal titolo, il quale dice così: «In laude de Augusto Sennor Henrico Sexto Rege de Romane, filio de Domene..... Friderico Imperatore, qui sta in ista Civitate de Esculo con multo suo piacere, et con multa gloria et triunpho de Civitate.» Falso lo giudica anche il prof. Nazzareno Angeletti, nella sua tesi di laurea, che si conserva manoscritta nell’Archivio dell’Università romana. L’Angeletti tuttavia resta in dubbio sull’autenticità d’un altro frammento, che contiene i soli primi quattro versi del medesimo carme, e che fu pubblicato dall’abate F. A. Marcucci (Abate Ascolano,Saggio delle cose ascolaneecc.; Teramo, 1766; pag. 229), il quale dice di averlo ricavato dalla cronaca di Lino della Rocca. Ma lasciando anche stare che questa cronaca nessuno l’ha più veduta, e considerando solamente che il Panelli ebbe dallo stesso Marcucci, come tolto da un’opera inedita d’un altro Marcucci (Niccolò), il primo frammento; io inclino a creder falso anche il secondo, che forse fu inventato per correggere o avvalorare il primo. Più che sospette mi paiono anche le parole con cui l’Abate Ascolano accompagna questo preteso frammento: «Lino accenna laRecita, che da’ nostri Poeti nel dì 22 Luglio fu fatta in Presenza del Monarca, e come il nostro PoetaGuglielminodi anni 29 venne grandemente plaudito daErrigoper la cantata di un nuovoCarme italico di cento versiad onore del Re.... Ecco la prima volta, che nell’Italia incominciò a balbettare laPoesia Italiana, allor nata dal nostroGuglielmino; il quale la trapiantò poi in Sicilia, come vedrassi. Di questoCarmeo sia Canzone furono dispensate molte copie, come Lino attesta. Restò tuttavia molto variato. La copia che riporta il Marcucci, cioè Niccolò, è differente sin ne’ primi versi.... In rimunerazione fuGuglielminodichiaratoNobile Palatinodal Re, e suoPoeta.» Ecco a buon conto que’ quattro versi, nella prima lezione, che è notissima, e nella seconda, che è quasi ignota:
Tu es illo valente Imperatore,Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:Renove Tu, Señor, illu splennore,Qui come tanti sole......
Tu si’ chillo valente Re et Sennure,Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:Non Febo alluma tanto el nostro Trunto,Quanto Henrico dave a noi luce et splennure.
[92]Gregorii MagniOpera omnia; Parisiis, 1705; tom. II, col. 1139–40.
[93]Ibid., tom. I, pag. 6.
[94]Demogeot,Histoire de la Littérature française; Paris, 1864; pag. 54.
[95]Gregorovius, Op. e loc. cit.
[96]Cfr.Giesebrecht,De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis. Berolini, 1845.
[97]Ibid., pag. 7–8.
[98]Pertz,Monumenta Germaniae historica; Legum tom. I(Hannoverae, 1835); pag. 52–53 e 64–65.
[99]Sacrosancta Concilia etc.; tom. IX (Venetiis, 1729); colonna 338.
[100]Lupi FerrariensisEpistolae, ap.Du Chesne,Historiae Francorum Scriptores; tom. II, pag. 727.
[101]Ibid., pag. 778–79; eMuratori, Diss. XLIII, ediz. cit., tom. VIII, col. 528–29.
[102]Ghirardacci,Historia di Bologna; parte prima (Bologna, 1596); pag. 279.
[103]Purgat., XI, 97–99.
[104]Convito, Tratt. I, cap. XI e XIII, ediz. Barbera (1857), curata dal Fraticelli.