VII.Ma, dirà qualcuno,puerizia,puerile,puerilità,felino, e tanti altri vocaboli di questo genere, poterono esser desunti dal latino per opera de’ letterati, quand’esso era già morto, e poi dai libri entrare nell’uso delle persone civili; giacchè se, per esempio,pueritiafosse passato per il crogiuolo della fonetica popolare, molto probabilmente ci avrebbe datopuerezza, opoverezza, o qualcosa di simile.Ecco: che nelle lingue romanze, e specialmente nella nostra, ci sia un gran numero di vocaboli, non derivati dal latino per formazione popolare, è un fatto indubitabile; e in francese si hanno anche norme generali e sicure per riconoscerli subito.Il francese (l’abbiamo già accennato) conservò non meno delle lingue sorelle, l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino; quantunque, per una forte contrazione della parola, creasse un sistema d’accentuazione assai differente, nel quale l’accento, invece di posare come in latino sulla penultima o sull’antipenultima, posa sull’ultima o sulla penultima:amáre(aimér),judicáre(jugér),rotúndus(rónd, ant. franc.roónd),pórticus(pórche),témplum(témple), ecc. Or bene, tutte le parole francesi che violano la regola dell’accento latino, o che, pur non violando questa, non hanno subìto certe normali trasformazioni, sono infallantemente di origine non popolare. Tale è, per esempio,fragile, derivato, come il popolarefrêledal lat.fràgilis. Tale èinnocent, perchè, secondo la fonetica popolare, il lat. innocentem avrebbe datoennuisant, comeinfantemeinimicusdiederoenfanteennemi, enocentemdiedenuisant.L’italiano, all’opposto, conserva di regola l’accento latino a suo luogo, tanto nei vocaboli di origine popolare, quanto in quelli di origine non popolare; e, per di più, non altera molto la loro forma; sicchè per distinguere gli uni dagli altri noi non abbiamo norme generali così chiare e pronte come le hanno i Francesi. Potremo quindi ben dire che siano di formazione civileflatodaflatus,flebiledaflebilis,fluttodafluctus, perchè il nessofl, secondo la fonetica popolare, avrebbe dovuto mutarsi infi, come appunto accadde infiato,fievole,fiotto(che derivano ugualmente daflatus,flebilis,fluctus), e infiumedaflumen,fioredaflorem, e simili; potremo anche arrischiarci a dire che sia un’esumazione letteraria il verboprocombere, giacchè, a quanto ne sappiamo, il primo a usarlo fu Giacomo Leopardi; ma chi oserebbe affermare che siano d’origine non popolareinnocenteefelino, come lo sono di certo i loro corrispondenti francesi; una volta che in italiano, fonetica popolare e fonetica civile, perregola generale, vanno in questo caso pienamente d’accordo? E poi, se pure si riuscisse anche noi a distinguere tutte le voci di formazione non popolare; con ciò non si sarebbe provato nulla in favor dell’assunto che l’italiano e gli altri idiomi romanzi derivino dal latino rustico: come non prova nulla l’averle distinte in francese; giacchè, per esempio, Dio solo ormai potrebbe fornirci le prove che in Francia gli aggettivi latiniinnocensefelinussiano affatto scomparsi per un certo tempo dall’uso, e poi siano risuscitati per opera esclusivamente letteraria. L’unica cosa che si può dire con sicurezza è che perinnocentefélinin francese, come forse perpueriziain italiano, le classi civili non si piegarono alla fonetica popolare; anzi imposero al popolo la fonetica propria. Ma tutto induce a credere che, anche quando il latino era, per dir così, in agonia, la maggior parte di simili voci si trovassero, nell’uso vivo delle persone civili, allora incomparabilmente più ristretto che ora, ma vivo. E se non s’incontrassero mai nelle scritture latine o nelle semivolgari di que’ tempi, nè in quelle addirittura volgari di tempi posteriori, non sarebbe certo una buona ragione per dichiararle allora morte, e risuscitate soltanto più tardi per opera dei letterati. Nè a dichiarar tali alcune di esse, basta l’altra ragione del vederle oggi usate dai soli scrittori, o anche esclusivamente dai soli poeti; giacchè, a questa stregua, chi non giudicherebbe d’origine letteraria le vocicetra,alma,léce(dalicet), erio(dareus), le quali invece son tutte di schiettissima formazionepopolare?[49]Se poi lo si considera bene, rafforza tutti questi argomenti anche il curioso fenomeno de’ vocaboli di origine mista, come per esempio il francesechapitre, che è di certo civile nella sillaba di mezzo, e popolare nelle altre due.[50]È quindi chiaro che alle frasi comuni:formazioneoorigine letteraria, e simili, sarebbe da sostituire l’altra molto più esatta diformazione civile; poichè le vere e proprie e accertate esumazioni letterarie, come appunto parrebbe il nostroprocombere, sono in tutte le lingue neolatine un numero relativamente assai ristretto.[51]p8VIII.I documenti che ci rimangono del francese dell’undecimo secolo (e siamo costretti a parlar del francese, perchè, insieme col provenzale, ne’ primi secoli è appunto il più ricco di documenti), ci permettono di affermare con sicurezza che verso quel tempo il periodo della formazione della nuova lingua è terminato, ossia che il latino è morto in Francia definitivamente, e il francese ha finito di nascere; purchè non si perdano mai di vista queidue canoni filologici:—Ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio;—La parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi;—e purchè alle metafore dimortee dinascitanon si dia maggior valore di quello che hanno realmente, e s’intenda solo che il linguaggio della Francia settentrionale, nell’undecimo secolo, non aveva più tutti que’ principali caratteri che lo facevano chiamar latino, e ne aveva invece acquistati altri, che gli fecero mutar nome, rimanendo pur sempre latino nel fondo.Se dall’undecimo secolo torniamo indietro, naturalmente i nuovi caratteri vanno scemando, e crescono invece gli antichi. NelCantico di Sant’Eulalia, del nono secolo, s’incontrano ancora certe forme derivate dal più che perfetto latino (auretdahabuerat,pouretdapotuerat,furetdafuerat, ecc.),[52]e versi come questi:E por o fut presentede Maximiien,Chi rex eret à cels dis sovre pagiens.[53]Il giuramento che nello stesso secolo, e precisamente nell’anno 842, Luigi il Germanico prestò, inromana lingua, a suo fratello Carlo il Calvo, e Carlo poi, inteudisca, a lui, dice così:Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament,d’ist di[de isto die]in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dift, in o [in eo] quid il mi altresi fazet[faciat],et ab[54]Ludher nul plaid[placitum]nunquam prindrai, qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit.[55]Che razza di lingua è questa? Vi si scorgono, sì, alcuni speciali caratteri dell’antico francese;[56]ma pare quasi un miscuglio di tutte le nuove lingue; pare che non sia ancora risolutamente nessuna di esse, quantunque non sia più neppure il latino:Come procede innanzi dall’ardorePer lo papiro suso un color bruno,Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.[57]Il fatto però non recherà maraviglia a chi ripensi che più i rami sono vicini al tronco, e più si somigliano tra loro, e più somigliano anche al tronco stesso. Più invece se ne staccano, e più vanno acquistando ognuno caratteri propri. Già il gran Muratori, a proposito di questo medesimo documento, notava che la lingua francese era di certo molto più somigliante allora che adesso alla nostra italiana;[58]e, bisogna aggiungere, tutt’e due somigliavano, assai più che non ora, alle altre lingue sorelle, e tutte quante poi somigliavano più anche al latino. Perciò il Littré potè tradurre assai poeticamente, benchè quasi alla lettera e con lo stesso numero di versi e molto spesso anche con le stesse rime, tutto l’Infernodi Dante in francese antico.[59]Su questo punto, dunque, sarebbe inutile recare altre prove, se non ci giovassero a dimostrare anche altre verità.Pare strano, per esempio, che il moderno franceseautelderivi dal latinoaltare. Ma chi sappia che nel francese dell’undecimo secolo si trovaaltere più tardialtel; chi sappia che in questa lingua l’allatino (altare), quando sia seguito da altra consonante, finisce di regola col cambiarsi inau(autel—alba =aube,alter =autre, malva = mauve, palma = paume, ecc.); e che l’alatino accentato (altare), quando non è in posizione, vi si muta ine(autel—sal = sel, amarus = amer, nasus = nez, clavis = clef, ecc.); chi sappia che l’r(altare) mutato inl(autel) vi s’incontra anche in altre parole (peregrinus = pèlerin, cribrum = crible, ecc.), e che l’elatina atona, quand’è al termine della parola (altare), vi scomparisce sempre (autel—mare= mer, amare= aimer, ecc.); chi finalmente sappia che anche in provenzale s’incontranole formealtareautar, e che altar si dice a Venezia e a Milano, ealtêrin Romagna e altrove; troverà naturale e logico che in francese si siano avute successivamente le tre forme:alter,altel,autel; e insieme avrà non solo una prova del fatto che le lingue romanze somigliano più tra loro e al latino, quanto più si risale il corso dei secoli; ma avrà altresì un’idea del metodo che oggi si segue nelle indagini etimologiche, e del posto importantissimo che in tali indagini tengono i dialetti.Prima di questo metodo, non sapendosi spiegare come il franceseâmepotesse derivare dal latinoanima, si diceva derivato dal goticoahma(soffio, anima). Oggi invece, essendosi accertato che nel nono secolo i Francesi scrivevanoanima,[60]nel decimoanime, nell’undecimoaneme, e nel decimoterzoanmeeamme, si trova naturalissimo che poi passassero adâme; nè c’è punto bisogno di ricorrere alla parola gotica. Il provenzaleanmaearma, e l’italianoanima, che in alcuni scrittori e ne’ dialetti èanema,alma,arma, compionoe illustrano la storia diâme. E così è (per citare un ultimo esempio) dell’italianotopo, il quale è derivato dal lat.talpa: primo, per lo scambio dialinaul au(talpa=taupa), come in «autre» per «altro;» secondo, diauino(taupa=topa), come in «lode» da «laude;» terzo, col mutamento di genere (topa=topo), come inuccellodaavicella=aucella.Con questo metodo, dunque, si scoprono molto spesso etimologie inaspettate; ma non è più possibile cadere in quelle aberrazioni, per cui, ad esempio, il Menagio (1613–1692), con una serie di mutamenti cervellotici, faceva derivarealfanadaequus: derivazione che gli fruttò il grazioso epigramma del cavalier d’Aceilly:Alfanavient d’equussans doute;Mais il faut convenir aussiQu’à venir de là jusqu’ici,Il a bien changé sur la route.p9IX.Mentre però in Francia, dal IX secolo in poi, si hanno documenti sicuri e via via più copiosi per seguire passo per passo lo svolgimento di quegli idiomi, in Italia, invece, fino alla prima metà del sec. XIII, i documenti scarseggiano. Questa differenza proviene soprattutto dal fatto, che Provenzali e Francesi, essendo meno di noi affezionati al latino, cominciarono prima di noi a usare i loro volgari anche in opere letterarie, le quali,com’è naturale, si conservano più facilmente. Ma se è certo che le due letterature di Francia sono più antiche della nostra, non è men certo che gl’idiomi italiani si svolsero, per dir così, parallelamente ai francesi, di guisa che la storia di questi è anche, in sostanza, la storia dei nostri, come di tutti gli altri neolatini. Del resto, anche gli scarsi documenti che abbiamo, se sono insufficienti a risolvere molte questioni filologiche parziali, sono però più che sufficienti per la questione storica generale, potendosi applicar loro il noto detto:ex ungue leonem.NelleInscriptiones Christianae urbis Romae, pubblicate dal De Rossi, come anche in altre simili, s’incontrano forme volgari o semivolgari perfino nel IV secolo. Per esempio, unmesispermensibus, s’incontra nell’anno 310 (pag. 31); unmesis nobe(nove) nell’anno 350 (pag. 67); unPitzinnina(Pizzinina,Piccinina, nome o soprannome d’una giovine) nell’anno 392 (pag. 177); unsepteperseptemnell’anno 394 (pag. 183). Importante e curiosa mi pare poi sotto questo rispetto un’iscrizione dell’anno 404 (pag. 226), che dice così:lepusclusleoqui vixit anum et mensis undeciet dies deceetnoveperit septimu calendas agustasetc.Qui, oltre le formeundecieseptimu, tuttora ventiin alcuni dialetti, e oltre l’agudiagustas, vivente anch’esso nell’Agusto(Augusto) del romanesco e d’altri dialetti e nell’italianoagosto; abbiamo quelle tre correzioni sovrapposte aLepusclu,mesisedecenove, le quali mi paiono attestar chiaramente, che lo scolpitore dell’epigrafe si era fatto rubar la mano dalla sua parlata, e poi si corresse o fu corretto.Unvissepervixits’incontra in un’iscrizione dell’anno 564 (pag. 501); unconpercum, in un’altra dell’anno 565 o 550 (pag. 503).Certo, forme consimili, più vicine cioè ai volgari italiani, che al latino classico, spesseggiano anche nel latino arcaico, come nelle altre antiche lingue italiche;[61]e appariscono perfino nel secolo d’Augusto. Ma nel quinto e sesto secolo dell’era cristiana cominciano a diventare un vero diluvio. Scorrendo la citata raccolta del De Rossi, si vede chiaramente che in que’ tempi il buon latino è già un’eccezione. E se così era nella culla stessa della latinità, figuriamoci che cosa dovesse essere altrove. L’arcaismo, prima relegato e quasi nascosto negl’infimi strati sociali, rialzava il capo arditamente col prevalere di questi; e data la mano al neologismo, che nasceva spontaneo dalle mutate condizioni materiali e morali, cospirava con esso a precipitare la trasformazione del linguaggio.De’ successivi progressi di tale trasformazione ci fanno sufficiente testimonianza gli atti notarili e cancellereschi, che per usanza e per legge dovevano essere scritti in latino, o almeno in una forma che ne avesse l’apparenza.Nella massima parte di codeste scritture, che specialmente dall’VIII secolo in poi ci son rimaste in gran copia, il capriccio individuale è per solito così sfrenato, e la mancanza d’ogni norma grammaticale così assoluta, da non lasciare ombra di dubbio, che i loro autori non scrivevano nessuna vera lingua, nè viva nè morta; ma storpiavano alla peggio, ognuno a suo modo, la propria parlata, su quello stampo informe di latino che ognun d’essi aveva in capo, o meglio che gli veniva in capo mentre scriveva. E quindi era possibile che, per esempio, un notaro e un prete di Lucca e un altro notaro della vicina Sovana usassero nello stesso tempo (a. 736–740) tre formule orribilmente sgrammaticate rispetto al latino, ma con spropositi del tutto diversi, sicchè ognuna, per di così, costituisce una lingua a sè. Il notaro lucchese, infatti, scriveva:Regnante piissimi dn. nostro Liutprand et Hilprand vir excellentissimis regibus....[62]Il prete, invece:Regnante Domnos noster Liutprand et Helprand, Domino juvante, regibus....[63]E il notaro sovanese:Regnante Domni nostri Liutprand et Hilprand viriexcellentissimi rigis....[64]Basterebbero, dunque, questi tre soli esempi tra mille, a provare che nel principio del sec. VIII gl’idiomi parlati in Italia non erano più il latino.Ma i notari e i cancellieri, e in parte anche i cronisti, i biografi e simili, ci offrono prove ben più dirette e lampanti; poichè, alle volte per maggior chiarezza, ma più spesso per ignoranza, incastrano qua e là ne’ loro scritti forme semivolgari o prettamente volgari. Eccone qui pochi saggi, desunti da documenti d’ogni regione d’Italia.A. 539. In un papiro ravennate, contenente un istrumento di vendita:Eundemque comparatorem[compratore]Pelegrino Vaistrini[sic],heredesque ejus causa hujus venditionis in ss[supra–scriptam]rem inremittere, ingredi, possidereque permiserunt. (Maffei,Istoria Diplomatica; Mantova, 1727; pag. 151.)—Nomero centum decem...nomero. (Ibid., pag. 152).—Vindetrice(ripetuto due volte, invece del genitivovenditricis.—Ibid., pag. 153).A. 557. In un papiro reatino:Aetatis invicillitatem. (Ibid., pag. 161bis.)Invicilleeinvecille, perimbecille, vivono ancora in alcuni de’ nostri vernacoli.A. 602 o 603.In valle que nominatur Bobio. (Historiae patriae Monumenta, edita jussu regis Caroli Alberti.Chartar. tom. I, pag. 3.)A. 685.Orare diveatis...tam movile quamimovile...scrivendam...stavilitum. (Docum. Lucch., tom. IV, pag. 63–64.)A. 713.Ego Fortunato....Et posi hanc completa cartula, rememoravimus particellula nostra de oliveto in Vaccule, ego Fortonato et Bunuald parte nostra in integrum offerimus Deo et beati S. Petri, quem novis heredem constituemus. (Ibid., tom. V, par. II, pag. 4–5.)A. 730.De uno latere corre via publica. (Carta pisana, nelMuratori, Diss. cit., col. 480–81.)A. 746.De uno latum decorre via publica...nomero quindeci. (Docum. Lucch., tom. V, par. II, pag. 23.)A. 747.In loco qui dicitur Castellone. (Ibid., pag. 24.)A. 748.Una libra cera...perexolvant. (Ibid., pag. 26.)A. 759.Reddere debeamus uno soldo bono expendibile.(Ibid., pag. 39–40.)A. 765. Rissolfo prete dona tutti i suoi beni a due Chiese del territorio di Lucca, a condizione però, che con una parte delle rendite si dia da pranzo per tre giorni d’ogni settimana a ventiquattro poveri; e fissa egli stesso ilmenudel pasto:Prandium eorum tali sit per omnem septimana: scaphilo grano pane cocto, et duo congia vino, et duo congia de pulmentario faba et panico mixto, bene spisso, et condito de uncto aut oleo. (Ibid., pag. 55.)A. 776.Reddere promettimus una anfora vino...et uno porcello. (Ibid., pag. 90.)A. 777.Signum†manus Garibaldi, filio quondamPlacito da Porta Argenta, testis.(Carta milanese, nelMuratori, Diss. cit., 479.)A. 788.Constat me Arimundi filio bone memorie Desiderio de Civitate astense accepisse et accepi ad te Augustino Clericus dinarios argenteos nomeri trigenta, fenido[finito, intero?]precio pro pecia una de campo, quam avere viso sum inter consortis et germanos meos ex integrum mea porcione de ipso campo et cum antecessura de pradello.(Hist. patr. Mon., vol. cit., pag. 23.)A. 792. Un contadino prende a coltivare un podere da Giovanni, vescovo di Lacca, e si obbliga a dargli ogni anno, tra l’altre cose,mediatate vino puro. (Docum. Lucch., tom. cit., pag. 138.)A. 799.Alia pettia de terra in ipsu locum abentes fine de duas parti fine bia.(Carta salernitana, nelCodex Diplomatica Cavensis; tom. I, pag. 4.)Da documenti di questi stessi tempi risulta che a Roma si dicevaPorta Majorenel nominativo;[65]e nelLiber Pontificalisdi Agnello Ravennate,[66]scritto nella prima metà del IX secolo, abbiamo un curiosissimo fatto. Quando Carlo Magno passò per Ravenna, l’arcivescovo Grazioso e altri lo invitarono a pranzo; e i maggiorenti del clero, conoscendo il loro arcivescovo per uomo digran semplicità, lo ammonirono in buoni termini, perchè alla presenza del sovrano non se ne lasciasse scappare qualcuna delle sue.—Domine, retine simplicitatem tuam, et cave ne aliqua loquaris quaeapta non sint.—No, figlioli, no; mi turerò la bocca (Non, filii, non, sed oppilo os), rispose l’arcivescovo. Ma quando furono a tavola, il brav’omo, vedendo forse che Carlo mangiava poco, saltò su a dirgli:Pappa, Domine mi Rex, pappa!Carlo, com’è naturale, si maravigliò (admiratus est) di quelpappa; e allora gli altri preti (figuriamoci con che premura!) gli spiegarono che l’arcivescovo, nella suagran semplicità, con quelle parole non aveva punto intesonè ingiuriarlo,nè beffarlo, ma solamente esortarlo a mangiare, come una madre fa col bambino.Ecce vere Israelita, in quo dolus non est, esclamò il Re; e divenne così benigno verso Grazioso, che gli concesse poi tutto ciò che volle. È dunque evidente che il verbopappareaveva già nell’uso vivo il significato ingiurioso o burlesco (injuriae aut illusionis) dimangiare ingordamente, mentre invece in latino pare che si dicesse de’ soli bambini, quando chiedono il cibo, o quando mangian lapappa.A. 816.Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo pedes dece, de alio nove in traverso....de uno capo duas pedis, cinque de alio capo. (Carta pisana, nelMuratori, Diss. cit., 481.)A. 818. Ghisalperga, badessa di S. Lucia in Lucca, nomina rettore della chiesa di S. Pietro di Nocchi un prete Romualdo, il quale dal canto suo si obbliga abene lavorarei terreni di detta chiesa, e a dare ogn’anno alla badessamedietatem vinum purum....et medietatem castanie, etmedietatem fica sicche. (Docum. Lucch., Suppl. al tom. IV, pag. 23.)A. 846. Finchè Ambrogio vescovo di Lucca conserverà badessa di S. PietroIldicunda, e la lascerà padrona di tutti i beni del monastero, un tal Ghisolfo, probabilmente parente di lei, si obbliga areddere per singulos annosal vescovouno vestito caprino testo in sirico, et uno tappite. (Ibid., pag. 40.)A. 850.Per longu passi sidici et gubita trea et pede unu. (Carta nocerina, nelCod. Dipl. Cav., tom. I, pag. 40.)A. 857.In locu nominato casamavile. (Ibid., pag. 63.)—Ut dare in cambio....ipsa terra sua, qui dicitur ad casa amabele. (Pag. 65.)Frequenti son pure i soprannomi volgari. In una carta modenese dell’anno 918, incontriamo unLampertus, qui supernominatur Cavinsacco(capo–in–sacco). In una lucchese, del 941, facciamo conoscenza, poco gradita in verità, conJohannes clericus, qui Rabia vocatur; e, nel 905, re Berengario donava a un monastero i beni di un altro Giovanni,qui alio nomine Bracca curta, [braca–corta]vocitabatur. (Muratori, Diss. cit., 491.)In un documento lucchese del 980 (Suppl. al tom. IV, pag. 101–2), sono espressamente nominate in volgare una quarantina di ville, comeValiano,Ferugnano,Monte alto,Perglone,Valle,Aliga,Appiano,Casale Lapidi,Vivaja,Marciano,Collecarelli,Carbona in Cercino, ecc. Ma quasi non ce n’è più bisogno; perchè in una carta originale dell’archivio di Montecassino, scritta nel960, troviamo finalmente un intero periodetto quasi tutto volgare. Questa preziosissima carta, pubblicata prima dal Gattola e poi anche dal Tosti,[67]è un placito di Arechiso, giudice capuano, per una lite di confini tra il Monastero cassinese e un tal Rudelgrimo di Aquino. Ognuno de’ testimoni, tenendo con una mano l’abbreviaturadelle carte processuali, e toccandola con l’altra mano, dice:Sao ko[come]kelle terre per kelle fini, que ki contene,[68]trenta anni le passette[possedette]parte Sancti Benedicti. E queste parole son ripetute nel placito ben quattro volte, con lievissime differenze, più grafiche, che di sostanza, e dal cui confronto risulta la nostra lezione.Sulla data e autenticità di questo vero cimelio, il quale basterebbe da solo a provare che verso il mille il latino doveva già esser morto e sepolto da un pezzo, non c’è, nè ci può essere, ombra di dubbio.[69]E la sua importanza si accresce grandemente,considerando che esso si trova, per dir così, solitario; poichè, dimostrata ormai ad esuberanza la falsità delle preteseCarte d’Arborèa;[70]dimostrato che non è del 1000, ma del 1606, la iscrizione volgare di Monte San Giuliano in Sicilia;[71]passa ancora un secolo, prima che si trovi un altro documento autentico e di data certa, che sia degno di stargli vicino. Le singole forme volgari, che potremmo ancora spigolare qua e là abbondantemente, farebbero al suo confronto una ben magra figura; e solo nella seconda metà del secolo XI abbiamo una carta sarda, la quale, tenuto conto della stretta somiglianza che gl’idiomi di Sardegna hanno anche oggi col latino,[72]può quasi considerarsi come del tutto volgare. Eccone,per saggio, le prime righe:In nomine Domini. Amen. Ego judice Mariano de Lacon fazo ista carta ad honore de omnes homines de Pisas, per xu toloneu ci[ki]mi pecterunt[per il dazio che mi domandarono],e ego donolislu[donoglielo],per ca li sso ego[perchè gli sono io]amica caru, e itsos a mimi[ed essi a me].[73]Secondo il compianto Löwe, appartiene al sec. XI anche unaFormula di Confessione, contenuta in un codice proveniente dall’antico monastero benedettino di S. Eutizio presso Norcia, e ora nella Vallicelliana di Roma.[74]È una speciedi guida o promemoria per la confessione. Il supposto penitente, dopo aver detto tre volte:Domine, mea culpa, dichiara con frasi latine o semilatine di confessarsi, davanti a Dio, alla Madonna e a tutti i Santi e le Sante, d’ogni peccato commesso,da lu battismusuo,usque in ista hora; e quindi prosegue, specificandone alcuni più grossi:Me accuso de lu corpus Dei, k’io indignamente lu accepi. Me accuso de li mei adpatrini[confessori],et de quelle penitentie k’illi me pusero e nnoll’observai. Me accuso de lu genitore meu et de la genitrice mia et de li proximi mei, ke ce non abbi quella dilectione ke me senior Dominideu commandao. Me accuso de li mei sanctuli[padrini, compari]e de lu sanctu baptismu, ke promiseru pro me et noll’obsevai. Me accuso de la decema et de la primitia et de offertione, ke nno la dei siccomo far dibbi. Me accuso de le sancte quadragessime et de le vigilie de l’apostoli et de le jejunia .IIII.ortempora, k’io noll’observai. Me accuso de la sancta treva[tregua],k’io noll’observai siccomo promisi, eccetera, eccetera, finchè s’arriva all’assoluzione.Del principio del sec. XII, e precisamente dell’anno 1104 o 1122, abbiamo la nota carta rossanese, di cui sarebbe desiderabile che qualcuno ritrovasse l’originale e ce ne desse un’edizione migliore di quella dell’Ughelli,[75]la quale, come giàavvertiva il Muratori (Diss. cit., 512), deve avere parecchie inesattezze di trascrizione. Comunque sia, eccone qui uno de’ passi più ricchi di forme prettamente volgari:.....et cala allo vallone de donna Leo, et lo vallone Apendino ferit a la via che vene ad Santo Jorio, et volta supra l’ara de li maracini[Maracini?].....Dell’anno 1193 abbiamo una carta, scritta nel territorio di Fermo, e nella quale, tra l’altre, s’incontrano queste locuzioni:unu mese poi—non volese redere li denari—se questo avere se[si]perdesse—fose palese per la terra—ke la mitade se ne fose ad resicu de Johanni de tuctu.[76]Ognun vede però, che questi documenti appartengono tutti alla storia della lingua, e non allaletteraturapropriamente detta. Ma nel sec. XII ne abbiamo anche tre altri, che possono considerarsi come letterari.Il primo è la notissima iscrizione del Duomo di Ferrara, che nella sua forma più antica diceva così:Li mile cento trenta cenqe nato,Fo questo tempio a S. Gogio donatoDa Glelmo ciptadin per so amore,E mea fo l’opra Nicolao Scolptore.I dubbi sollevati sull’autenticità di questo documento furono strenuamente combattutidall’Affò,[77]e li crede addirittura infondati anche il Monaci.[78]Il secondo son quattro versi, che alludono all’impresa di Casteldardo, assalito e distrutto dai Bellunesi nel 1193:De Casteldart havi li nostri bona part;I lo zettò tutto intro lo fiume d’Art;E sex cavalier di Tarvis li plui ferCon sè duse i nostri presoner.[79]Il terzo, letterariamente più importante di tutti, è però opera di un trovatore provenzale, Rambaldo di Vaqueiras, che in una canzone ocontrasto bilingue, scritto senza alcun dubbio pochi anni prima della fine del secolo, fa parlare per ben quattro strofe in genovese una donna, la quale, per la buona ragione che è già maritata, non vuoi corrispondere alle proteste di amore che egli le vien facendo in provenzale. Eccone per saggio una strofa, secondo la lezione del conte Galvani:Jujar,[80]to provenzalesco,Si ben s’engauza de mi,[81]Non lo prezo un genoì,[82]Nè t’entend chiù d’un ToescoO Sardesco o Barbari,[83]Ni non ho cura de ti:Vo’ ti cavillar con mego?Se lo sa lo meo marì,Malo piato avrai con sego.Bel Messer, vero ve di’:Non vollio questo latì;[84]Frare, zo aia una fi;[85]Provenzal, va, mal vestì,Lagame star.[86]A questi tre documenti potrebbe anche aggiungersi la poesia che va sotto il nome dimesser lo Re Giovanni;[87]perchè, se realmente ne fu autore il suocero di Federigo II, Giovanni di Brienne; essendo egli nato nel 1158, e codesta poesia avendo un carattere erotico molto vivace, deve probabilmente averla scritta prima della fine del secolo, quando cioè il sangue gli bolliva ancora. E potrebbe altresì aggiungervisi il così dettoRitmo Cassinese, essendo probabile che, tra quelli che lo vogliono del sec. XI e quelli che lo vogliono del XIII, abbiano ragione coloro i quali, come il Monaci, lo ritengono del XII.[88]Al qual tempo è forse da assegnare ancheilRitmodella Laurenziana, pubblicato dal Bandita,[89]e i ventidueSermoni Gallo–italici, pubblicati dal Foerster[90]e scritti in un linguaggio che ha qua e là forme francesi, ma il cui fondo appartiene all’Italia settentrionale.[91]Potremmo tuttavia non tener conto di questi quattro ultimi documenti, e anche del contrasto del trovatore provenzale; poichè basterebbero l’iscrizione di Ferrara e i versi bellunesi, per affermare che fin dal sec. XII i nostri volgari cominciarono, scarsamente, rozzamente quanto sivuole, ma cominciarono, ad essere usati in componimenti letterati.Intanto però che qui si movevano appena i primissimi passi (e in parte si movevano, come abbiamo veduto, per opera di un provenzale e d’un francese), la letteratura francese e la provenzale erano già in pieno fiore; anzi, la seconda già cominciava a decadere.Le ragioni di questa differenza tra l’Italia e la Francia possono esser parecchie, ma la principale è quella che abbiamo già accennata: gl’Italiani, considerando l’impero e la lingua di Roma come cosa e gloria propria, si ostinavano a scrivere in latino, o almeno in un volgare latinizzato. Latino e volgare furono sempre in lotta tra noi; si può anzi dire che questa lotta forma il carattere più spiccato della lingua e della letteratura italiana, e non è ancora interamente cessata.Al cadere del VI secolo, san Gregorio Magno, papa, faceva una solenne lavata di capo a Desiderio vescovo di Vienna in Francia, perche dava lezioni di grammatica latina. «Ci si riferisce un fatto,» gli scriveva, «che non possiamo ripetere, senza arrossirne. Dicono che tu, o fratello, dài lezioni di grammatica. Noi ne siamo vivissimamente afflitti e sdegnati......., perche le lodi di Giove non possono stare in una medesima bocca insieme con quelle di Cristo.»[92]In quanto a sè, poi, il pontefice, benchè dottissimo,diceva di non curarsi a d’evitare la confusione del barbarismo, e di disprezzare l’esatta collocazione delle preposizioni, e l’osservanza dei casi da esse richiesti; poichè gli pareva «una vera profanazione (quia indignum vehementer existimo) il restringere la parola del celeste oracolo sotto le regole del grammatico Donato.»[93]Verso la metà del sec. VIII, un prete della diocesi di Magonza, avendo forse seguìto alla lettera gli ammonimenti già dati da Gregorio Magno, battezzò un bambino con queste parole:Ego te baptiso in nomine Patria et Filia et Spiritus Sancti; onde nacque il dubbio che il battesimo, amministrato così, potesse non esser valido, e la questione fu portata davanti a papa Zaccaria.[94]Nello stesso secolo, a Roma, perfino le lettere de’ papi non rispettavano più nè le leggi della grammatica, nè quelle della logica.[95]Ma, in generale, il fervore cristiano contro la latinità classica produsse i suoi effetti più di là dalle Alpi, che in Italia, dove, anche ne’ tempi più tenebrosi, la coltura non fu mai esclusivo patrimonio de’ chierici; e dove anzi, specialmente fuori di Roma, i chierici stessi coltivavano spesso con ardore e con intenti artistici le letterature antiche; sicchè, mentre presso le altre nazioni fiorivano, e assai più che tra noi, i soli studiteologici, qui invece erano in maggior onore i profani; e mentre sorgeva poi nell’Università parigina la più celebre scuola di teologia, nelle Università italiane venivano massimamente in fiore la giurisprudenza e la medicina.[96]Carlo Magno, che aveva avuto per maestro di latino un italiano, Pietro da Pisa; e che dalla nostra Parma aveva condotto con sè alla sua corte il dotto anglosassone Alcuino; e che aveva potuto vedere come in Lombardia, perfino ne’ villaggi, ci fossero scuole pubbliche, dove i parrochi insegnavano i primi rudimenti letterali;[97]tentò di ridestare di là dalle Alpi il culto de’ buoni studi, raccomandandolo ai chierici con l’Encyclica de Litteris colendisdell’anno 787, e ordinando loro, col capitolare del 789 (§ 71), d’aprire in tutti i monasteri e gli episcòpi scuole di grammatica, di calcolo, di musica.[98]Volendo poi dare, egli per primo, il buon esempio, fondò nel suo palazzo in Aquisgrana la così dettaScuola palatina, cioè una specie d’accademia, della quale faceva parte egli stesso, i suoi maestri, i suoi favoriti, i suoi figli e perfino le sue figlie. Ma il nobile tentativo, rispetto al laicato, attecchì in generale così poco, che nell’813 il Concilio di Magonza, convocato per ordine del medesimo Carlo Magno, nel canone XLV ordinava, cheognuno dovesse, se non poteva in latino, imparare almenoin sua lingual’orazione domenicale.[99]E, venti o trent’anni dopo, Lupo Servato, abate di Ferrières, scrivendo al celebre Eginardo, già allievo dellaScuola palatina, e ministro, amico e biografo del grande Imperatore, si doleva che, morto questo, gli studi si fossero quasi spenti di nuovo, e che fosse veduto di mal occhio chiunque desiderava d’imparar qualche cosa.[100]Nè va dimenticato, che la coltura classica in Francia trovava anche un formidabile ostacolo nella penuria de’ codici, la quale era incomparabilmente maggiore che tra noi; giacchè non pare che i nostri vicini avessero allora l’abitudine di portarceli via: tutt’al più, ce li chiedevano in prestito. Difatti, lo stesso Lupo di Ferrières, verso l’anno 855, si raccomandava a mani giunte a papa Benedetto III, perchè gli mandasse da Roma alcuni libri: tra gli altri, unDe Oratoredi Cicerone e un Quintiliano, de’ quali i suoi frati possedevano solo qualche pezzo; e lo assicurava che, appena trascritti, glieli avrebbe scrupolosamente restituiti.[101]Avendo dunque i laici in Francia trascurato il latino, e i chierici essendosene serviti quasi esclusivamente per le materie religiose, è naturaleche là si principiasse a scrivere i nuovi idiomi prima che qui da noi, dove il latino pesava come una cappa di piombo sui disprezzati volgari. I quali poi, dopo il mille, cominciarono a trovarsi addosso anche il provenzale e il francese, che a poco a poco invasero con due nuove e attraenti letterature l’Italia.Sicchè la patria nostra, ne’ secoli XII, XIII e parte del XIV, presenta un fenomeno letterario, unico, io credo, nella storia. Il più de’ dotti scrivono il latino; altri scrivono il provenzale; altri il francese; altri, i loro particolari idiomi nativi; altri sono in grado di scrivere due, tre, quattro di queste lingue; altri infine ne fanno un miscuglio, che non si sa bene cosa sia; e il popolo nostro, specialmente quello della media e dell’alta Italia, le capisce tutte, salvo in parte il latino; e s’affolla su per le piazze a sentire i canti dei trovieri e dei giullari, finchè, come accadde nel 1288 a Bologna, un decreto del Senato non prescriva che i CantatoresFranciginorum in plateis Communis ad cantandum.... omnino morari non possint nec debeant, sotto pena, nientemeno, della fustigazione in pubblico, e altre maggiori per i recidivi.[102]p10X.Per uscire da questa nova Babilonia, ci voleva uno sforzo supremo, una specie di miracolo. Ci voleva un uomo, il quale, servendosi di uno degl’idiomi centrali della penisola, e perciò meglio accetto agli altri Italiani, fondesse insieme, con mirabile armonia, in una grand’opera d’arte, tutti gli svariati elementi, che cozzavano, confusi, tra loro: la gentilezza cavalieresca de’ Francesi e de’ cortigiani di Sicilia; i sospiri d’amore e le invettive anticlericali de’ Provenzali; il misticismo di san Francesco e di Iacopone; la naturalezza e la verità del sentimento popolare; la speculazione teologica e scientifica.Quest’uomo venne, nè c’è bisogno ch’io lo nomini; ed a ragione potè dire che, col suo poema, avrebbe cacciato di nido i suoi predecessori, togliendo loro «la gloria della lingua.»[103]E con la solita fierezza, egli si sdegnava contro i «malvagi uomini d’Italia, che commendano lo Volgare altrui, e lo propio dispregiano;» e profetizzava che il Volgare sarebbe stato «luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà ove l’usato,» cioè il latino, «tramonterà.»[104]Ma il latino, anzichè tramontare, non pagodi averci, con Guittone, col Boccaccio e co’ loro seguaci, snaturato una parte non piccola del lessico e della sintassi, risorse, come la fenice della favola, dalle sue ceneri, e per tutto il Quattrocento tenne in iscacco la lingua gloriosa con cui Dante aveva potutoDescriver fondo a tutto l’Universo.Ciò che san Gregorio Magno, otto secoli innanzi, aveva temuto e voleva scongiurare, avvenne di fatto: l’Italia cólta e il Papato stesso ridiventaron pagani nella forma e nel pensiero, e il latinismo, risuscitato per opera nostra, invase una seconda volta anche la lingua e la letteratura francese.Fu un bene? Fu un male?C’è di certo chi sarebbe disposto a lapidarmi, se io osassi solamente dubitare che il Risorgimento, in tutte le sue cause e in tutti i suoi effetti, non fosse addirittura un gran bene. Io quindi sono lietissimo, che il mio assunto mi dispensi dall’entrare in così pericolosa questione.Per il mio assunto, basta l’aver notato il fatto in quanto concerne la lingua; e basta che inviti il lettore a rifletterci sopra un momento.Il linguaggio de’ barbari invasori d’Italia lascia appena, come abbiamo veduto, meschinissime tracce nella lingua de’ vinti, la quale anzi s’impone ai vincitori. Il latino invece, dopo aver sradicato cento idiomi, allora già in gran parte così diversi tra loro, che i popoli che li parlavano avevano perfino dimenticato la comune origine;dopo aver generato nuove lingue e nuove e fiorenti letterature; dopo che la sua gloriosa culla era stata messa e rimessa a soqquadro; dopo tanti secoli che più non si parlava e solo lo si scriveva scorretto e imbarbarito, torna durante il Risorgimento a risonare nelle opere del Petrarca, del Poliziano, del Pontano, del Fracastoro e di tanti altri, come già aveva risonato sulle labbra di Virgilio e di Orazio; corre di nuovo trionfalmente tutto il mondo civile, mettendo persino in forse l’esistenza letteraria della sua stessa primogenita.Da questo fatto, meglio assai che dalle strepitose vittorie, si può avere un’idea del miracolo di forza, d’arte e di sapienza, che dovette essere il popolo che parlò una tal lingua.Antologia della nostra Critica letteraria moderna, compilata per uso delle persone cólte e delle scuole daLuigi Morandi, già precettore di S. A. R. il Principe di Napoli.—Quinta edizione, sulla quarta assai migliorata e accresciuta di ventidue scritti.—Lapi editore, 1890.—Un bel volume di pag. XII–756.—Lire 4.
Ma, dirà qualcuno,puerizia,puerile,puerilità,felino, e tanti altri vocaboli di questo genere, poterono esser desunti dal latino per opera de’ letterati, quand’esso era già morto, e poi dai libri entrare nell’uso delle persone civili; giacchè se, per esempio,pueritiafosse passato per il crogiuolo della fonetica popolare, molto probabilmente ci avrebbe datopuerezza, opoverezza, o qualcosa di simile.
Ecco: che nelle lingue romanze, e specialmente nella nostra, ci sia un gran numero di vocaboli, non derivati dal latino per formazione popolare, è un fatto indubitabile; e in francese si hanno anche norme generali e sicure per riconoscerli subito.
Il francese (l’abbiamo già accennato) conservò non meno delle lingue sorelle, l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino; quantunque, per una forte contrazione della parola, creasse un sistema d’accentuazione assai differente, nel quale l’accento, invece di posare come in latino sulla penultima o sull’antipenultima, posa sull’ultima o sulla penultima:amáre(aimér),judicáre(jugér),rotúndus(rónd, ant. franc.roónd),pórticus(pórche),témplum(témple), ecc. Or bene, tutte le parole francesi che violano la regola dell’accento latino, o che, pur non violando questa, non hanno subìto certe normali trasformazioni, sono infallantemente di origine non popolare. Tale è, per esempio,fragile, derivato, come il popolarefrêledal lat.fràgilis. Tale èinnocent, perchè, secondo la fonetica popolare, il lat. innocentem avrebbe datoennuisant, comeinfantemeinimicusdiederoenfanteennemi, enocentemdiedenuisant.
L’italiano, all’opposto, conserva di regola l’accento latino a suo luogo, tanto nei vocaboli di origine popolare, quanto in quelli di origine non popolare; e, per di più, non altera molto la loro forma; sicchè per distinguere gli uni dagli altri noi non abbiamo norme generali così chiare e pronte come le hanno i Francesi. Potremo quindi ben dire che siano di formazione civileflatodaflatus,flebiledaflebilis,fluttodafluctus, perchè il nessofl, secondo la fonetica popolare, avrebbe dovuto mutarsi infi, come appunto accadde infiato,fievole,fiotto(che derivano ugualmente daflatus,flebilis,fluctus), e infiumedaflumen,fioredaflorem, e simili; potremo anche arrischiarci a dire che sia un’esumazione letteraria il verboprocombere, giacchè, a quanto ne sappiamo, il primo a usarlo fu Giacomo Leopardi; ma chi oserebbe affermare che siano d’origine non popolareinnocenteefelino, come lo sono di certo i loro corrispondenti francesi; una volta che in italiano, fonetica popolare e fonetica civile, perregola generale, vanno in questo caso pienamente d’accordo? E poi, se pure si riuscisse anche noi a distinguere tutte le voci di formazione non popolare; con ciò non si sarebbe provato nulla in favor dell’assunto che l’italiano e gli altri idiomi romanzi derivino dal latino rustico: come non prova nulla l’averle distinte in francese; giacchè, per esempio, Dio solo ormai potrebbe fornirci le prove che in Francia gli aggettivi latiniinnocensefelinussiano affatto scomparsi per un certo tempo dall’uso, e poi siano risuscitati per opera esclusivamente letteraria. L’unica cosa che si può dire con sicurezza è che perinnocentefélinin francese, come forse perpueriziain italiano, le classi civili non si piegarono alla fonetica popolare; anzi imposero al popolo la fonetica propria. Ma tutto induce a credere che, anche quando il latino era, per dir così, in agonia, la maggior parte di simili voci si trovassero, nell’uso vivo delle persone civili, allora incomparabilmente più ristretto che ora, ma vivo. E se non s’incontrassero mai nelle scritture latine o nelle semivolgari di que’ tempi, nè in quelle addirittura volgari di tempi posteriori, non sarebbe certo una buona ragione per dichiararle allora morte, e risuscitate soltanto più tardi per opera dei letterati. Nè a dichiarar tali alcune di esse, basta l’altra ragione del vederle oggi usate dai soli scrittori, o anche esclusivamente dai soli poeti; giacchè, a questa stregua, chi non giudicherebbe d’origine letteraria le vocicetra,alma,léce(dalicet), erio(dareus), le quali invece son tutte di schiettissima formazionepopolare?[49]Se poi lo si considera bene, rafforza tutti questi argomenti anche il curioso fenomeno de’ vocaboli di origine mista, come per esempio il francesechapitre, che è di certo civile nella sillaba di mezzo, e popolare nelle altre due.[50]È quindi chiaro che alle frasi comuni:formazioneoorigine letteraria, e simili, sarebbe da sostituire l’altra molto più esatta diformazione civile; poichè le vere e proprie e accertate esumazioni letterarie, come appunto parrebbe il nostroprocombere, sono in tutte le lingue neolatine un numero relativamente assai ristretto.[51]
p8
I documenti che ci rimangono del francese dell’undecimo secolo (e siamo costretti a parlar del francese, perchè, insieme col provenzale, ne’ primi secoli è appunto il più ricco di documenti), ci permettono di affermare con sicurezza che verso quel tempo il periodo della formazione della nuova lingua è terminato, ossia che il latino è morto in Francia definitivamente, e il francese ha finito di nascere; purchè non si perdano mai di vista queidue canoni filologici:—Ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio;—La parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi;—e purchè alle metafore dimortee dinascitanon si dia maggior valore di quello che hanno realmente, e s’intenda solo che il linguaggio della Francia settentrionale, nell’undecimo secolo, non aveva più tutti que’ principali caratteri che lo facevano chiamar latino, e ne aveva invece acquistati altri, che gli fecero mutar nome, rimanendo pur sempre latino nel fondo.
Se dall’undecimo secolo torniamo indietro, naturalmente i nuovi caratteri vanno scemando, e crescono invece gli antichi. NelCantico di Sant’Eulalia, del nono secolo, s’incontrano ancora certe forme derivate dal più che perfetto latino (auretdahabuerat,pouretdapotuerat,furetdafuerat, ecc.),[52]e versi come questi:
E por o fut presentede Maximiien,Chi rex eret à cels dis sovre pagiens.[53]
Il giuramento che nello stesso secolo, e precisamente nell’anno 842, Luigi il Germanico prestò, inromana lingua, a suo fratello Carlo il Calvo, e Carlo poi, inteudisca, a lui, dice così:Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament,d’ist di[de isto die]in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dift, in o [in eo] quid il mi altresi fazet[faciat],et ab[54]Ludher nul plaid[placitum]nunquam prindrai, qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit.[55]
Che razza di lingua è questa? Vi si scorgono, sì, alcuni speciali caratteri dell’antico francese;[56]ma pare quasi un miscuglio di tutte le nuove lingue; pare che non sia ancora risolutamente nessuna di esse, quantunque non sia più neppure il latino:
Come procede innanzi dall’ardorePer lo papiro suso un color bruno,Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.[57]
Il fatto però non recherà maraviglia a chi ripensi che più i rami sono vicini al tronco, e più si somigliano tra loro, e più somigliano anche al tronco stesso. Più invece se ne staccano, e più vanno acquistando ognuno caratteri propri. Già il gran Muratori, a proposito di questo medesimo documento, notava che la lingua francese era di certo molto più somigliante allora che adesso alla nostra italiana;[58]e, bisogna aggiungere, tutt’e due somigliavano, assai più che non ora, alle altre lingue sorelle, e tutte quante poi somigliavano più anche al latino. Perciò il Littré potè tradurre assai poeticamente, benchè quasi alla lettera e con lo stesso numero di versi e molto spesso anche con le stesse rime, tutto l’Infernodi Dante in francese antico.[59]
Su questo punto, dunque, sarebbe inutile recare altre prove, se non ci giovassero a dimostrare anche altre verità.
Pare strano, per esempio, che il moderno franceseautelderivi dal latinoaltare. Ma chi sappia che nel francese dell’undecimo secolo si trovaaltere più tardialtel; chi sappia che in questa lingua l’allatino (altare), quando sia seguito da altra consonante, finisce di regola col cambiarsi inau(autel—alba =aube,alter =autre, malva = mauve, palma = paume, ecc.); e che l’alatino accentato (altare), quando non è in posizione, vi si muta ine(autel—sal = sel, amarus = amer, nasus = nez, clavis = clef, ecc.); chi sappia che l’r(altare) mutato inl(autel) vi s’incontra anche in altre parole (peregrinus = pèlerin, cribrum = crible, ecc.), e che l’elatina atona, quand’è al termine della parola (altare), vi scomparisce sempre (autel—mare= mer, amare= aimer, ecc.); chi finalmente sappia che anche in provenzale s’incontranole formealtareautar, e che altar si dice a Venezia e a Milano, ealtêrin Romagna e altrove; troverà naturale e logico che in francese si siano avute successivamente le tre forme:alter,altel,autel; e insieme avrà non solo una prova del fatto che le lingue romanze somigliano più tra loro e al latino, quanto più si risale il corso dei secoli; ma avrà altresì un’idea del metodo che oggi si segue nelle indagini etimologiche, e del posto importantissimo che in tali indagini tengono i dialetti.
Prima di questo metodo, non sapendosi spiegare come il franceseâmepotesse derivare dal latinoanima, si diceva derivato dal goticoahma(soffio, anima). Oggi invece, essendosi accertato che nel nono secolo i Francesi scrivevanoanima,[60]nel decimoanime, nell’undecimoaneme, e nel decimoterzoanmeeamme, si trova naturalissimo che poi passassero adâme; nè c’è punto bisogno di ricorrere alla parola gotica. Il provenzaleanmaearma, e l’italianoanima, che in alcuni scrittori e ne’ dialetti èanema,alma,arma, compionoe illustrano la storia diâme. E così è (per citare un ultimo esempio) dell’italianotopo, il quale è derivato dal lat.talpa: primo, per lo scambio dialinaul au(talpa=taupa), come in «autre» per «altro;» secondo, diauino(taupa=topa), come in «lode» da «laude;» terzo, col mutamento di genere (topa=topo), come inuccellodaavicella=aucella.
Con questo metodo, dunque, si scoprono molto spesso etimologie inaspettate; ma non è più possibile cadere in quelle aberrazioni, per cui, ad esempio, il Menagio (1613–1692), con una serie di mutamenti cervellotici, faceva derivarealfanadaequus: derivazione che gli fruttò il grazioso epigramma del cavalier d’Aceilly:
Alfanavient d’equussans doute;Mais il faut convenir aussiQu’à venir de là jusqu’ici,Il a bien changé sur la route.
p9
Mentre però in Francia, dal IX secolo in poi, si hanno documenti sicuri e via via più copiosi per seguire passo per passo lo svolgimento di quegli idiomi, in Italia, invece, fino alla prima metà del sec. XIII, i documenti scarseggiano. Questa differenza proviene soprattutto dal fatto, che Provenzali e Francesi, essendo meno di noi affezionati al latino, cominciarono prima di noi a usare i loro volgari anche in opere letterarie, le quali,com’è naturale, si conservano più facilmente. Ma se è certo che le due letterature di Francia sono più antiche della nostra, non è men certo che gl’idiomi italiani si svolsero, per dir così, parallelamente ai francesi, di guisa che la storia di questi è anche, in sostanza, la storia dei nostri, come di tutti gli altri neolatini. Del resto, anche gli scarsi documenti che abbiamo, se sono insufficienti a risolvere molte questioni filologiche parziali, sono però più che sufficienti per la questione storica generale, potendosi applicar loro il noto detto:ex ungue leonem.
NelleInscriptiones Christianae urbis Romae, pubblicate dal De Rossi, come anche in altre simili, s’incontrano forme volgari o semivolgari perfino nel IV secolo. Per esempio, unmesispermensibus, s’incontra nell’anno 310 (pag. 31); unmesis nobe(nove) nell’anno 350 (pag. 67); unPitzinnina(Pizzinina,Piccinina, nome o soprannome d’una giovine) nell’anno 392 (pag. 177); unsepteperseptemnell’anno 394 (pag. 183). Importante e curiosa mi pare poi sotto questo rispetto un’iscrizione dell’anno 404 (pag. 226), che dice così:
lepusclusleoqui vixit anum et mensis undeciet dies deceetnoveperit septimu calendas agustasetc.
Qui, oltre le formeundecieseptimu, tuttora ventiin alcuni dialetti, e oltre l’agudiagustas, vivente anch’esso nell’Agusto(Augusto) del romanesco e d’altri dialetti e nell’italianoagosto; abbiamo quelle tre correzioni sovrapposte aLepusclu,mesisedecenove, le quali mi paiono attestar chiaramente, che lo scolpitore dell’epigrafe si era fatto rubar la mano dalla sua parlata, e poi si corresse o fu corretto.
Unvissepervixits’incontra in un’iscrizione dell’anno 564 (pag. 501); unconpercum, in un’altra dell’anno 565 o 550 (pag. 503).
Certo, forme consimili, più vicine cioè ai volgari italiani, che al latino classico, spesseggiano anche nel latino arcaico, come nelle altre antiche lingue italiche;[61]e appariscono perfino nel secolo d’Augusto. Ma nel quinto e sesto secolo dell’era cristiana cominciano a diventare un vero diluvio. Scorrendo la citata raccolta del De Rossi, si vede chiaramente che in que’ tempi il buon latino è già un’eccezione. E se così era nella culla stessa della latinità, figuriamoci che cosa dovesse essere altrove. L’arcaismo, prima relegato e quasi nascosto negl’infimi strati sociali, rialzava il capo arditamente col prevalere di questi; e data la mano al neologismo, che nasceva spontaneo dalle mutate condizioni materiali e morali, cospirava con esso a precipitare la trasformazione del linguaggio.
De’ successivi progressi di tale trasformazione ci fanno sufficiente testimonianza gli atti notarili e cancellereschi, che per usanza e per legge dovevano essere scritti in latino, o almeno in una forma che ne avesse l’apparenza.
Nella massima parte di codeste scritture, che specialmente dall’VIII secolo in poi ci son rimaste in gran copia, il capriccio individuale è per solito così sfrenato, e la mancanza d’ogni norma grammaticale così assoluta, da non lasciare ombra di dubbio, che i loro autori non scrivevano nessuna vera lingua, nè viva nè morta; ma storpiavano alla peggio, ognuno a suo modo, la propria parlata, su quello stampo informe di latino che ognun d’essi aveva in capo, o meglio che gli veniva in capo mentre scriveva. E quindi era possibile che, per esempio, un notaro e un prete di Lucca e un altro notaro della vicina Sovana usassero nello stesso tempo (a. 736–740) tre formule orribilmente sgrammaticate rispetto al latino, ma con spropositi del tutto diversi, sicchè ognuna, per di così, costituisce una lingua a sè. Il notaro lucchese, infatti, scriveva:Regnante piissimi dn. nostro Liutprand et Hilprand vir excellentissimis regibus....[62]Il prete, invece:Regnante Domnos noster Liutprand et Helprand, Domino juvante, regibus....[63]E il notaro sovanese:Regnante Domni nostri Liutprand et Hilprand viriexcellentissimi rigis....[64]Basterebbero, dunque, questi tre soli esempi tra mille, a provare che nel principio del sec. VIII gl’idiomi parlati in Italia non erano più il latino.
Ma i notari e i cancellieri, e in parte anche i cronisti, i biografi e simili, ci offrono prove ben più dirette e lampanti; poichè, alle volte per maggior chiarezza, ma più spesso per ignoranza, incastrano qua e là ne’ loro scritti forme semivolgari o prettamente volgari. Eccone qui pochi saggi, desunti da documenti d’ogni regione d’Italia.
A. 539. In un papiro ravennate, contenente un istrumento di vendita:Eundemque comparatorem[compratore]Pelegrino Vaistrini[sic],heredesque ejus causa hujus venditionis in ss[supra–scriptam]rem inremittere, ingredi, possidereque permiserunt. (Maffei,Istoria Diplomatica; Mantova, 1727; pag. 151.)—Nomero centum decem...nomero. (Ibid., pag. 152).—Vindetrice(ripetuto due volte, invece del genitivovenditricis.—Ibid., pag. 153).
A. 557. In un papiro reatino:Aetatis invicillitatem. (Ibid., pag. 161bis.)Invicilleeinvecille, perimbecille, vivono ancora in alcuni de’ nostri vernacoli.
A. 602 o 603.In valle que nominatur Bobio. (Historiae patriae Monumenta, edita jussu regis Caroli Alberti.Chartar. tom. I, pag. 3.)
A. 685.Orare diveatis...tam movile quamimovile...scrivendam...stavilitum. (Docum. Lucch., tom. IV, pag. 63–64.)
A. 713.Ego Fortunato....Et posi hanc completa cartula, rememoravimus particellula nostra de oliveto in Vaccule, ego Fortonato et Bunuald parte nostra in integrum offerimus Deo et beati S. Petri, quem novis heredem constituemus. (Ibid., tom. V, par. II, pag. 4–5.)
A. 730.De uno latere corre via publica. (Carta pisana, nelMuratori, Diss. cit., col. 480–81.)
A. 746.De uno latum decorre via publica...nomero quindeci. (Docum. Lucch., tom. V, par. II, pag. 23.)
A. 747.In loco qui dicitur Castellone. (Ibid., pag. 24.)
A. 748.Una libra cera...perexolvant. (Ibid., pag. 26.)
A. 759.Reddere debeamus uno soldo bono expendibile.(Ibid., pag. 39–40.)
A. 765. Rissolfo prete dona tutti i suoi beni a due Chiese del territorio di Lucca, a condizione però, che con una parte delle rendite si dia da pranzo per tre giorni d’ogni settimana a ventiquattro poveri; e fissa egli stesso ilmenudel pasto:Prandium eorum tali sit per omnem septimana: scaphilo grano pane cocto, et duo congia vino, et duo congia de pulmentario faba et panico mixto, bene spisso, et condito de uncto aut oleo. (Ibid., pag. 55.)
A. 776.Reddere promettimus una anfora vino...et uno porcello. (Ibid., pag. 90.)
A. 777.Signum†manus Garibaldi, filio quondamPlacito da Porta Argenta, testis.(Carta milanese, nelMuratori, Diss. cit., 479.)
A. 788.Constat me Arimundi filio bone memorie Desiderio de Civitate astense accepisse et accepi ad te Augustino Clericus dinarios argenteos nomeri trigenta, fenido[finito, intero?]precio pro pecia una de campo, quam avere viso sum inter consortis et germanos meos ex integrum mea porcione de ipso campo et cum antecessura de pradello.(Hist. patr. Mon., vol. cit., pag. 23.)
A. 792. Un contadino prende a coltivare un podere da Giovanni, vescovo di Lacca, e si obbliga a dargli ogni anno, tra l’altre cose,mediatate vino puro. (Docum. Lucch., tom. cit., pag. 138.)
A. 799.Alia pettia de terra in ipsu locum abentes fine de duas parti fine bia.(Carta salernitana, nelCodex Diplomatica Cavensis; tom. I, pag. 4.)
Da documenti di questi stessi tempi risulta che a Roma si dicevaPorta Majorenel nominativo;[65]e nelLiber Pontificalisdi Agnello Ravennate,[66]scritto nella prima metà del IX secolo, abbiamo un curiosissimo fatto. Quando Carlo Magno passò per Ravenna, l’arcivescovo Grazioso e altri lo invitarono a pranzo; e i maggiorenti del clero, conoscendo il loro arcivescovo per uomo digran semplicità, lo ammonirono in buoni termini, perchè alla presenza del sovrano non se ne lasciasse scappare qualcuna delle sue.—Domine, retine simplicitatem tuam, et cave ne aliqua loquaris quaeapta non sint.—No, figlioli, no; mi turerò la bocca (Non, filii, non, sed oppilo os), rispose l’arcivescovo. Ma quando furono a tavola, il brav’omo, vedendo forse che Carlo mangiava poco, saltò su a dirgli:Pappa, Domine mi Rex, pappa!Carlo, com’è naturale, si maravigliò (admiratus est) di quelpappa; e allora gli altri preti (figuriamoci con che premura!) gli spiegarono che l’arcivescovo, nella suagran semplicità, con quelle parole non aveva punto intesonè ingiuriarlo,nè beffarlo, ma solamente esortarlo a mangiare, come una madre fa col bambino.Ecce vere Israelita, in quo dolus non est, esclamò il Re; e divenne così benigno verso Grazioso, che gli concesse poi tutto ciò che volle. È dunque evidente che il verbopappareaveva già nell’uso vivo il significato ingiurioso o burlesco (injuriae aut illusionis) dimangiare ingordamente, mentre invece in latino pare che si dicesse de’ soli bambini, quando chiedono il cibo, o quando mangian lapappa.
A. 816.Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo pedes dece, de alio nove in traverso....de uno capo duas pedis, cinque de alio capo. (Carta pisana, nelMuratori, Diss. cit., 481.)
A. 818. Ghisalperga, badessa di S. Lucia in Lucca, nomina rettore della chiesa di S. Pietro di Nocchi un prete Romualdo, il quale dal canto suo si obbliga abene lavorarei terreni di detta chiesa, e a dare ogn’anno alla badessamedietatem vinum purum....et medietatem castanie, etmedietatem fica sicche. (Docum. Lucch., Suppl. al tom. IV, pag. 23.)
A. 846. Finchè Ambrogio vescovo di Lucca conserverà badessa di S. PietroIldicunda, e la lascerà padrona di tutti i beni del monastero, un tal Ghisolfo, probabilmente parente di lei, si obbliga areddere per singulos annosal vescovouno vestito caprino testo in sirico, et uno tappite. (Ibid., pag. 40.)
A. 850.Per longu passi sidici et gubita trea et pede unu. (Carta nocerina, nelCod. Dipl. Cav., tom. I, pag. 40.)
A. 857.In locu nominato casamavile. (Ibid., pag. 63.)—Ut dare in cambio....ipsa terra sua, qui dicitur ad casa amabele. (Pag. 65.)
Frequenti son pure i soprannomi volgari. In una carta modenese dell’anno 918, incontriamo unLampertus, qui supernominatur Cavinsacco(capo–in–sacco). In una lucchese, del 941, facciamo conoscenza, poco gradita in verità, conJohannes clericus, qui Rabia vocatur; e, nel 905, re Berengario donava a un monastero i beni di un altro Giovanni,qui alio nomine Bracca curta, [braca–corta]vocitabatur. (Muratori, Diss. cit., 491.)
In un documento lucchese del 980 (Suppl. al tom. IV, pag. 101–2), sono espressamente nominate in volgare una quarantina di ville, comeValiano,Ferugnano,Monte alto,Perglone,Valle,Aliga,Appiano,Casale Lapidi,Vivaja,Marciano,Collecarelli,Carbona in Cercino, ecc. Ma quasi non ce n’è più bisogno; perchè in una carta originale dell’archivio di Montecassino, scritta nel960, troviamo finalmente un intero periodetto quasi tutto volgare. Questa preziosissima carta, pubblicata prima dal Gattola e poi anche dal Tosti,[67]è un placito di Arechiso, giudice capuano, per una lite di confini tra il Monastero cassinese e un tal Rudelgrimo di Aquino. Ognuno de’ testimoni, tenendo con una mano l’abbreviaturadelle carte processuali, e toccandola con l’altra mano, dice:Sao ko[come]kelle terre per kelle fini, que ki contene,[68]trenta anni le passette[possedette]parte Sancti Benedicti. E queste parole son ripetute nel placito ben quattro volte, con lievissime differenze, più grafiche, che di sostanza, e dal cui confronto risulta la nostra lezione.
Sulla data e autenticità di questo vero cimelio, il quale basterebbe da solo a provare che verso il mille il latino doveva già esser morto e sepolto da un pezzo, non c’è, nè ci può essere, ombra di dubbio.[69]E la sua importanza si accresce grandemente,considerando che esso si trova, per dir così, solitario; poichè, dimostrata ormai ad esuberanza la falsità delle preteseCarte d’Arborèa;[70]dimostrato che non è del 1000, ma del 1606, la iscrizione volgare di Monte San Giuliano in Sicilia;[71]passa ancora un secolo, prima che si trovi un altro documento autentico e di data certa, che sia degno di stargli vicino. Le singole forme volgari, che potremmo ancora spigolare qua e là abbondantemente, farebbero al suo confronto una ben magra figura; e solo nella seconda metà del secolo XI abbiamo una carta sarda, la quale, tenuto conto della stretta somiglianza che gl’idiomi di Sardegna hanno anche oggi col latino,[72]può quasi considerarsi come del tutto volgare. Eccone,per saggio, le prime righe:In nomine Domini. Amen. Ego judice Mariano de Lacon fazo ista carta ad honore de omnes homines de Pisas, per xu toloneu ci[ki]mi pecterunt[per il dazio che mi domandarono],e ego donolislu[donoglielo],per ca li sso ego[perchè gli sono io]amica caru, e itsos a mimi[ed essi a me].[73]
Secondo il compianto Löwe, appartiene al sec. XI anche unaFormula di Confessione, contenuta in un codice proveniente dall’antico monastero benedettino di S. Eutizio presso Norcia, e ora nella Vallicelliana di Roma.[74]È una speciedi guida o promemoria per la confessione. Il supposto penitente, dopo aver detto tre volte:Domine, mea culpa, dichiara con frasi latine o semilatine di confessarsi, davanti a Dio, alla Madonna e a tutti i Santi e le Sante, d’ogni peccato commesso,da lu battismusuo,usque in ista hora; e quindi prosegue, specificandone alcuni più grossi:Me accuso de lu corpus Dei, k’io indignamente lu accepi. Me accuso de li mei adpatrini[confessori],et de quelle penitentie k’illi me pusero e nnoll’observai. Me accuso de lu genitore meu et de la genitrice mia et de li proximi mei, ke ce non abbi quella dilectione ke me senior Dominideu commandao. Me accuso de li mei sanctuli[padrini, compari]e de lu sanctu baptismu, ke promiseru pro me et noll’obsevai. Me accuso de la decema et de la primitia et de offertione, ke nno la dei siccomo far dibbi. Me accuso de le sancte quadragessime et de le vigilie de l’apostoli et de le jejunia .IIII.ortempora, k’io noll’observai. Me accuso de la sancta treva[tregua],k’io noll’observai siccomo promisi, eccetera, eccetera, finchè s’arriva all’assoluzione.
Del principio del sec. XII, e precisamente dell’anno 1104 o 1122, abbiamo la nota carta rossanese, di cui sarebbe desiderabile che qualcuno ritrovasse l’originale e ce ne desse un’edizione migliore di quella dell’Ughelli,[75]la quale, come giàavvertiva il Muratori (Diss. cit., 512), deve avere parecchie inesattezze di trascrizione. Comunque sia, eccone qui uno de’ passi più ricchi di forme prettamente volgari:.....et cala allo vallone de donna Leo, et lo vallone Apendino ferit a la via che vene ad Santo Jorio, et volta supra l’ara de li maracini[Maracini?].....
Dell’anno 1193 abbiamo una carta, scritta nel territorio di Fermo, e nella quale, tra l’altre, s’incontrano queste locuzioni:unu mese poi—non volese redere li denari—se questo avere se[si]perdesse—fose palese per la terra—ke la mitade se ne fose ad resicu de Johanni de tuctu.[76]
Ognun vede però, che questi documenti appartengono tutti alla storia della lingua, e non allaletteraturapropriamente detta. Ma nel sec. XII ne abbiamo anche tre altri, che possono considerarsi come letterari.
Il primo è la notissima iscrizione del Duomo di Ferrara, che nella sua forma più antica diceva così:
Li mile cento trenta cenqe nato,Fo questo tempio a S. Gogio donatoDa Glelmo ciptadin per so amore,E mea fo l’opra Nicolao Scolptore.
I dubbi sollevati sull’autenticità di questo documento furono strenuamente combattutidall’Affò,[77]e li crede addirittura infondati anche il Monaci.[78]
Il secondo son quattro versi, che alludono all’impresa di Casteldardo, assalito e distrutto dai Bellunesi nel 1193:
De Casteldart havi li nostri bona part;I lo zettò tutto intro lo fiume d’Art;E sex cavalier di Tarvis li plui ferCon sè duse i nostri presoner.[79]
Il terzo, letterariamente più importante di tutti, è però opera di un trovatore provenzale, Rambaldo di Vaqueiras, che in una canzone ocontrasto bilingue, scritto senza alcun dubbio pochi anni prima della fine del secolo, fa parlare per ben quattro strofe in genovese una donna, la quale, per la buona ragione che è già maritata, non vuoi corrispondere alle proteste di amore che egli le vien facendo in provenzale. Eccone per saggio una strofa, secondo la lezione del conte Galvani:
Jujar,[80]to provenzalesco,Si ben s’engauza de mi,[81]Non lo prezo un genoì,[82]Nè t’entend chiù d’un ToescoO Sardesco o Barbari,[83]Ni non ho cura de ti:Vo’ ti cavillar con mego?Se lo sa lo meo marì,Malo piato avrai con sego.Bel Messer, vero ve di’:Non vollio questo latì;[84]Frare, zo aia una fi;[85]Provenzal, va, mal vestì,
Lagame star.[86]
A questi tre documenti potrebbe anche aggiungersi la poesia che va sotto il nome dimesser lo Re Giovanni;[87]perchè, se realmente ne fu autore il suocero di Federigo II, Giovanni di Brienne; essendo egli nato nel 1158, e codesta poesia avendo un carattere erotico molto vivace, deve probabilmente averla scritta prima della fine del secolo, quando cioè il sangue gli bolliva ancora. E potrebbe altresì aggiungervisi il così dettoRitmo Cassinese, essendo probabile che, tra quelli che lo vogliono del sec. XI e quelli che lo vogliono del XIII, abbiano ragione coloro i quali, come il Monaci, lo ritengono del XII.[88]Al qual tempo è forse da assegnare ancheilRitmodella Laurenziana, pubblicato dal Bandita,[89]e i ventidueSermoni Gallo–italici, pubblicati dal Foerster[90]e scritti in un linguaggio che ha qua e là forme francesi, ma il cui fondo appartiene all’Italia settentrionale.[91]
Potremmo tuttavia non tener conto di questi quattro ultimi documenti, e anche del contrasto del trovatore provenzale; poichè basterebbero l’iscrizione di Ferrara e i versi bellunesi, per affermare che fin dal sec. XII i nostri volgari cominciarono, scarsamente, rozzamente quanto sivuole, ma cominciarono, ad essere usati in componimenti letterati.
Intanto però che qui si movevano appena i primissimi passi (e in parte si movevano, come abbiamo veduto, per opera di un provenzale e d’un francese), la letteratura francese e la provenzale erano già in pieno fiore; anzi, la seconda già cominciava a decadere.
Le ragioni di questa differenza tra l’Italia e la Francia possono esser parecchie, ma la principale è quella che abbiamo già accennata: gl’Italiani, considerando l’impero e la lingua di Roma come cosa e gloria propria, si ostinavano a scrivere in latino, o almeno in un volgare latinizzato. Latino e volgare furono sempre in lotta tra noi; si può anzi dire che questa lotta forma il carattere più spiccato della lingua e della letteratura italiana, e non è ancora interamente cessata.
Al cadere del VI secolo, san Gregorio Magno, papa, faceva una solenne lavata di capo a Desiderio vescovo di Vienna in Francia, perche dava lezioni di grammatica latina. «Ci si riferisce un fatto,» gli scriveva, «che non possiamo ripetere, senza arrossirne. Dicono che tu, o fratello, dài lezioni di grammatica. Noi ne siamo vivissimamente afflitti e sdegnati......., perche le lodi di Giove non possono stare in una medesima bocca insieme con quelle di Cristo.»[92]
In quanto a sè, poi, il pontefice, benchè dottissimo,diceva di non curarsi a d’evitare la confusione del barbarismo, e di disprezzare l’esatta collocazione delle preposizioni, e l’osservanza dei casi da esse richiesti; poichè gli pareva «una vera profanazione (quia indignum vehementer existimo) il restringere la parola del celeste oracolo sotto le regole del grammatico Donato.»[93]
Verso la metà del sec. VIII, un prete della diocesi di Magonza, avendo forse seguìto alla lettera gli ammonimenti già dati da Gregorio Magno, battezzò un bambino con queste parole:Ego te baptiso in nomine Patria et Filia et Spiritus Sancti; onde nacque il dubbio che il battesimo, amministrato così, potesse non esser valido, e la questione fu portata davanti a papa Zaccaria.[94]Nello stesso secolo, a Roma, perfino le lettere de’ papi non rispettavano più nè le leggi della grammatica, nè quelle della logica.[95]
Ma, in generale, il fervore cristiano contro la latinità classica produsse i suoi effetti più di là dalle Alpi, che in Italia, dove, anche ne’ tempi più tenebrosi, la coltura non fu mai esclusivo patrimonio de’ chierici; e dove anzi, specialmente fuori di Roma, i chierici stessi coltivavano spesso con ardore e con intenti artistici le letterature antiche; sicchè, mentre presso le altre nazioni fiorivano, e assai più che tra noi, i soli studiteologici, qui invece erano in maggior onore i profani; e mentre sorgeva poi nell’Università parigina la più celebre scuola di teologia, nelle Università italiane venivano massimamente in fiore la giurisprudenza e la medicina.[96]
Carlo Magno, che aveva avuto per maestro di latino un italiano, Pietro da Pisa; e che dalla nostra Parma aveva condotto con sè alla sua corte il dotto anglosassone Alcuino; e che aveva potuto vedere come in Lombardia, perfino ne’ villaggi, ci fossero scuole pubbliche, dove i parrochi insegnavano i primi rudimenti letterali;[97]tentò di ridestare di là dalle Alpi il culto de’ buoni studi, raccomandandolo ai chierici con l’Encyclica de Litteris colendisdell’anno 787, e ordinando loro, col capitolare del 789 (§ 71), d’aprire in tutti i monasteri e gli episcòpi scuole di grammatica, di calcolo, di musica.[98]Volendo poi dare, egli per primo, il buon esempio, fondò nel suo palazzo in Aquisgrana la così dettaScuola palatina, cioè una specie d’accademia, della quale faceva parte egli stesso, i suoi maestri, i suoi favoriti, i suoi figli e perfino le sue figlie. Ma il nobile tentativo, rispetto al laicato, attecchì in generale così poco, che nell’813 il Concilio di Magonza, convocato per ordine del medesimo Carlo Magno, nel canone XLV ordinava, cheognuno dovesse, se non poteva in latino, imparare almenoin sua lingual’orazione domenicale.[99]E, venti o trent’anni dopo, Lupo Servato, abate di Ferrières, scrivendo al celebre Eginardo, già allievo dellaScuola palatina, e ministro, amico e biografo del grande Imperatore, si doleva che, morto questo, gli studi si fossero quasi spenti di nuovo, e che fosse veduto di mal occhio chiunque desiderava d’imparar qualche cosa.[100]Nè va dimenticato, che la coltura classica in Francia trovava anche un formidabile ostacolo nella penuria de’ codici, la quale era incomparabilmente maggiore che tra noi; giacchè non pare che i nostri vicini avessero allora l’abitudine di portarceli via: tutt’al più, ce li chiedevano in prestito. Difatti, lo stesso Lupo di Ferrières, verso l’anno 855, si raccomandava a mani giunte a papa Benedetto III, perchè gli mandasse da Roma alcuni libri: tra gli altri, unDe Oratoredi Cicerone e un Quintiliano, de’ quali i suoi frati possedevano solo qualche pezzo; e lo assicurava che, appena trascritti, glieli avrebbe scrupolosamente restituiti.[101]
Avendo dunque i laici in Francia trascurato il latino, e i chierici essendosene serviti quasi esclusivamente per le materie religiose, è naturaleche là si principiasse a scrivere i nuovi idiomi prima che qui da noi, dove il latino pesava come una cappa di piombo sui disprezzati volgari. I quali poi, dopo il mille, cominciarono a trovarsi addosso anche il provenzale e il francese, che a poco a poco invasero con due nuove e attraenti letterature l’Italia.
Sicchè la patria nostra, ne’ secoli XII, XIII e parte del XIV, presenta un fenomeno letterario, unico, io credo, nella storia. Il più de’ dotti scrivono il latino; altri scrivono il provenzale; altri il francese; altri, i loro particolari idiomi nativi; altri sono in grado di scrivere due, tre, quattro di queste lingue; altri infine ne fanno un miscuglio, che non si sa bene cosa sia; e il popolo nostro, specialmente quello della media e dell’alta Italia, le capisce tutte, salvo in parte il latino; e s’affolla su per le piazze a sentire i canti dei trovieri e dei giullari, finchè, come accadde nel 1288 a Bologna, un decreto del Senato non prescriva che i CantatoresFranciginorum in plateis Communis ad cantandum.... omnino morari non possint nec debeant, sotto pena, nientemeno, della fustigazione in pubblico, e altre maggiori per i recidivi.[102]
p10
Per uscire da questa nova Babilonia, ci voleva uno sforzo supremo, una specie di miracolo. Ci voleva un uomo, il quale, servendosi di uno degl’idiomi centrali della penisola, e perciò meglio accetto agli altri Italiani, fondesse insieme, con mirabile armonia, in una grand’opera d’arte, tutti gli svariati elementi, che cozzavano, confusi, tra loro: la gentilezza cavalieresca de’ Francesi e de’ cortigiani di Sicilia; i sospiri d’amore e le invettive anticlericali de’ Provenzali; il misticismo di san Francesco e di Iacopone; la naturalezza e la verità del sentimento popolare; la speculazione teologica e scientifica.
Quest’uomo venne, nè c’è bisogno ch’io lo nomini; ed a ragione potè dire che, col suo poema, avrebbe cacciato di nido i suoi predecessori, togliendo loro «la gloria della lingua.»[103]E con la solita fierezza, egli si sdegnava contro i «malvagi uomini d’Italia, che commendano lo Volgare altrui, e lo propio dispregiano;» e profetizzava che il Volgare sarebbe stato «luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà ove l’usato,» cioè il latino, «tramonterà.»[104]
Ma il latino, anzichè tramontare, non pagodi averci, con Guittone, col Boccaccio e co’ loro seguaci, snaturato una parte non piccola del lessico e della sintassi, risorse, come la fenice della favola, dalle sue ceneri, e per tutto il Quattrocento tenne in iscacco la lingua gloriosa con cui Dante aveva potuto
Descriver fondo a tutto l’Universo.
Ciò che san Gregorio Magno, otto secoli innanzi, aveva temuto e voleva scongiurare, avvenne di fatto: l’Italia cólta e il Papato stesso ridiventaron pagani nella forma e nel pensiero, e il latinismo, risuscitato per opera nostra, invase una seconda volta anche la lingua e la letteratura francese.
Fu un bene? Fu un male?
C’è di certo chi sarebbe disposto a lapidarmi, se io osassi solamente dubitare che il Risorgimento, in tutte le sue cause e in tutti i suoi effetti, non fosse addirittura un gran bene. Io quindi sono lietissimo, che il mio assunto mi dispensi dall’entrare in così pericolosa questione.
Per il mio assunto, basta l’aver notato il fatto in quanto concerne la lingua; e basta che inviti il lettore a rifletterci sopra un momento.
Il linguaggio de’ barbari invasori d’Italia lascia appena, come abbiamo veduto, meschinissime tracce nella lingua de’ vinti, la quale anzi s’impone ai vincitori. Il latino invece, dopo aver sradicato cento idiomi, allora già in gran parte così diversi tra loro, che i popoli che li parlavano avevano perfino dimenticato la comune origine;dopo aver generato nuove lingue e nuove e fiorenti letterature; dopo che la sua gloriosa culla era stata messa e rimessa a soqquadro; dopo tanti secoli che più non si parlava e solo lo si scriveva scorretto e imbarbarito, torna durante il Risorgimento a risonare nelle opere del Petrarca, del Poliziano, del Pontano, del Fracastoro e di tanti altri, come già aveva risonato sulle labbra di Virgilio e di Orazio; corre di nuovo trionfalmente tutto il mondo civile, mettendo persino in forse l’esistenza letteraria della sua stessa primogenita.
Da questo fatto, meglio assai che dalle strepitose vittorie, si può avere un’idea del miracolo di forza, d’arte e di sapienza, che dovette essere il popolo che parlò una tal lingua.
Antologia della nostra Critica letteraria moderna, compilata per uso delle persone cólte e delle scuole daLuigi Morandi, già precettore di S. A. R. il Principe di Napoli.—Quinta edizione, sulla quarta assai migliorata e accresciuta di ventidue scritti.—Lapi editore, 1890.—Un bel volume di pag. XII–756.—Lire 4.