De' suoi scuderi in tutto da cinquantaAvean seco costoro in compagnia.El resto di sua gente, ch'è cotanta,Era rimaso adietro per la via;Ma se qui ancora fosse tutta quanta,Già Bradamante non ne temeria;Mostrar vôle a Rugier che cotanto ama,Che sua prodezza è assai più che la fama.
Né già Rugiero avia voglia minoreDi far vedere a quella damigellaSe ponto avea di possa o di valore,E lampeggiava al cor come una stella.Ragione, animo ardito e insieme amoreL'un più che l'altro dentro lo martella;E la dama, ferita a tanto torto,L'avrebbe ad ira mosso essendo morto.
Dunque adirato, come io dissi avante,Se adriccia a Pinadoro il paladino;Né più lenta se mosse Bradamante,Che fuor de gli altri ha scorto Martasino.Ma questo canto non serìa bastantePer dir ciò che fu fatto in quel confino,Onde io riservo al resto il fatto tutto,Se Dio ce dona, come suole, aiutto.
Canto sesto
Segnor, se alcun di voi sente de amore,Pensati che battaglia avranno a fareQue' duo, che insieme agionto aveano il core,Né volevan l'un l'altro abandonare.La fulmina del cel con suo furoreNon gli potrebbe a forza separare;Né spietata fortuna e non la mortePuò disgiongere amor cotanto forte.
Come io contava, il nobile RugieroSopra de Pinador forte martella;L'elmo gli ruppe e spennacchiò il cimiero:Quasi a quel colpo lo trasse di sella.Da l'altra parte Martasino il fieroNon avantaggia ponto la donzella,La qual sempre cridava: - Ascolta! ascolta!Non me trovi senza elmo a questa volta. -
Così dicendo a duo man l'ha feritoDe un colpo tanto orrendo e smisurato,Che sopra de lo arcion è tramortito:E veramente lo mandava al prato,Ma in quel Mordante, il saracino ardito,Correndo alla donzella urtò da lato,Ferendola a duo man de un roversoneChe fu per trarla fuora de lo arcione.
Ma Rugier presto venne ad aiutare,Lasciando Pinador che aveva avante;Però che, benché assai abbia da fare,Sempre voltava gli occhi a Bradamante.Or sembra il giovanetto un vento in mare:Spezza in due parte il scudo di Mordante,Taglia le piastre e usbergo tutto netto,Ed anco alquanto lo ferì nel petto.
Ma Pinadoro, che lo avea seguito,Percosse a mezo il collo il paladino,E tagliò la gorziera più de un dito:Tenne il camaglio el brando, ché era fino.Non si spaventa il giovanetto ardito:Tondo de un salto rivoltò Frontino,E mena a Pinadoro in su la testa;E Martasino a lui, che già non resta.
Mentre che questa zuffa se scompiglia,Daniforte se afronta e viene in trescaCon circa a trenta della sua famiglia,Con targhe e lancie armati alla moresca.Bradamante ver loro alciò le ciglia:Come starà cotal canaglia fresca,Che armati son di sàmito e di tela!Oh che squarcioni andran per l'aria a vela!
Urta tra lor la dama e il brando mena,E gionse un moro in su un gianetto bianco,Che coda e chioma avia tinto de alchena;Lei tagliò il nero dalla spalla al fianco.Non era a terra quel caduto apena,Che afronta uno Arbo, e fece più ni manco;La spada adosso in quel modo gli calla,Sì che il partì dal fianco in su la spalla.
Quasi che insieme tutti ebber la morte;Chi qua chi là per el campo cascava,E quando il primo bussava alle porteGiù dello inferno, lo ultimo arivava.Più fiate la assalitte Daniforte;Ma, come Bradamante a lui voltava,Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta,E torna e volta, e sembra una saetta.
Egli avea sotto una iumenta mora,Di pel di ratta, con la testa nera,Che in su la terra mai non se dimoraCon tutti e piedi, tanto era legiera.Vero è che in dosso avia poche arme ancora,Ché non portava usbergo né lamiera:La tòcca ha in testa, e la lancia e la targa,E cinta al petto una spadazza larga.
Armato come io dico, il saracinoTenea sovente la dama aticciata;Or corre, e volta poi che gli è vicino,Or da traverso mena una lanciata.Ecco la dama ha visto Martasino,Che al suo Rugier ferisce della spata:Di dietro il tocca, sopra delle spalle,E ben si crede di mandarlo a valle.
Ma Bradamante vi gionse a quel pontoChe Rugiero ebbe il colpo smisurato;Balordito era e sì come defontoAl col del suo destrier stava abracciato.Or bene a tempo è quel soccorso agionto,Perché certo altrimente era spacciato;Ma come gionse, la dama feliceParve un falcone entrato a le pernice.
Insieme Martasino e PinadoroA lei voltarno, e gionsevi MordanteE Daniforte, e molti altri con loro:Chi la tocca di dietro, e chi davante.Ma lei, che di prodezza era un tesoro,Dispreza l'altre gente tutte quante;Tocca sol Martasino e quel travaglia,Né cura il resto che de intorno abaglia.
Tanto adirata è la dama valente,Che Martasin conduce a rio partito;La sua prodezza a lui giova nïente,Spezzato ha l'elmo e nel petto è ferito.Né vi giova il soccorso de altra gente;La dama nel suo core ha statuitoChe ad ogni modo in questa zuffa e' mora,E ben col brando a cerco gli lavora.
Al fin turbata e con molta tempestaDe coprirse col scudo non ha cura,E ferillo a due man sopra alla testa:Divide il capo e parte ogni armatura.Quella tagliente spada non se arresta,Ché tutto il fende insino alla centura;Nel tempo che a quel modo lo divide,Rugier rivenne e quel bel colpo vide.
Torna alla zuffa il giovanetto forte,Sì rosso in vista che sembrava un foco:Guardative, Pagan, ché el vien la morte!A zaro il resto, ormai non vi è più gioco.E ben se avide il falso DaniforteChe il contrastar più qua non avea loco:Già morto è Martasino e Barigano,Quaranta e più de gli altri sono al piano.
Esso è rimaso e seco Pinadoro,Circa ad otto altri ancora, con Mordante.Tagliava allora il capo a un barbasoroLa dama, e gli altri avea morti davante.Intanto insieme consigliâr costoroChe Daniforte attenda a BradamanteE conducala via, mostrando fuggere,Gli altri Rugiero attendano a destruggere.
Era già gionto il giovanetto al ballo,E stranamente incominciò la danza,Ché incontrò un rebatin sopra al cavallo,E tutto lo partì sino alla panza.Non avea intorno pezzo di metallo,Perché era armato pure a quella usanza,Moresca, dico, essendo Genoese:Ma con la fede avea cambiato arnese.
Rugier lo occise, e un altro a canto ad esso.Né Bradamante ancora se posava;Ma Daniforte occultamente apressoDi lei se fece e sua lancia menava.Là dove il sbergo alla giontura è fesso,Colse, ma poco dentro ve ne entrava,Ché forte mai non mena quel che dubita:La dama se voltò turbata e subita.
Già Daniforte ponto non la aspetta,Né star con seco a fronte gli bisogna;Lei con li sproni il suo destriero afretta,Ché voglia ha di grattare a quel la rogna.Serìa scappato come una saetta,Ma non volea, quel pezzo di carogna,Che va trottone e lamentase ed urla,Mostrando stracco sol per via condurla.
Gli altri a Rugiero intorno combattevano,Io dico Pinadoro e il re Mordante,Che circa a sei de' suoi ancor vi avevano,E di dietro il toccavano e davante,Usando ogni vantaggio che sapevano.Ma lascio loro e torno a Bradamante,Che dietro a Daniforte invelenitaLo vôl seguire a sua vita finita.
E quel malvaggio spesso se rivolta,Aspettala vicino, e poi calcagna,E per un pezzo fugge alla disciolta,Poi va galoppo e il corso risparagna,Tanto che di quel loco l'ebbe tolta,E furno usciti fuor de la campagna,Che tutta è chiusa de monti de intorno,Ove era stata la battaglia il giorno.
Il falso saracin monta a la costaE scende ad un bel pian da l'altro lato.Bradamante lo segue, ché è dispostaNon lo lasciar se non morto o pigliato;E non prendendo al lungo corso sosta,Il suo destriero afflitto ed affannato,Sendo già in piano, al transito d'un fosso,Non potendo più andar gli cade adosso.
E Daniforte, che sentì il stramaccio,Presto se volta, e stracco non par più,Dicendo: - Cristïan, di questo laccioOve èi caduto, non uscirai tu. -Or Bradamante col sinistro braccioPinse il ronzon da lato, e levò su,E forte crida: - Falso saracino,Ancor non m'hai legata al tuo domìno. -
Pur Daniforte de intorno la agira,E de improviso spesso la assalisse;Or mostra de assalirla, e se ritira,Ed a tal modo il falso la ferisse.La dama gionta a l'ultimo se mira,E tacita parlando fra sé disse:"Io spargo il sangue e l'anima se parte,Se io non colgo costui con la sua arte."
Così con seco tacita parlava,Mostrandosi ne gli atti sbigotita,Né molta finzïon gli bisognava,Però che in molte parte era ferita,E il sangue sopra l'arme rosseggiava.Or, mostrando cadere alla finita,Andar se lascia e in tal modo se porta,Che giuraria ciascun che fusse morta.
E quel malicïoso ben se mosse,Ma de smontare a terra non se attenta,E prima con la lancia la percossePer veder se de vita fusse ispenta;La dama lo sofferse e non se mosse,E quello smonta e lega la iumenta;Ma come Bradamante in terra il vede,Non par più morta e fu subito in piede.
Ora non puote il pagan maledetto,Come suoleva, correre e fuggire;La dama il capo gli tagliò di nettoE lasciòl possa a suo diletto gire.La ombra era grande già per quel distretto,E cominciava il celo ad oscurire:Non sa quella donzella ove se sia,Ché condotta era qua per strana via.
Per boschi e valle, e per sassi e per spineAvea correndo il pagan seguitato,E non vedeva per quelle confineAbitacolo o villa in verun lato.Salitte sopra la iumenta in fine,E caminando uscitte di quel prato;Ferita e sola, a lume de la lunaAbandonò la briglia alla fortuna.
Lasciamo andare alquanto Bradamante,Poi di lei seguiremo e soa ventura,E ritorniamo ove io lasciai davanteRugier lo ardito alla battaglia dura.Il re di Constantina con Mordante,Che non han di vergogna alcuna cura,Gli sono intorno per farlo cadere,E ciascun de essi tocca a più potere.
Oh chi vedesse il giovanetto ardito,Come a ponto divide il tempo a sesto,Che non ne perde nel ferire un dito!Or quinci or quindi tocca, or quello or questo;Apena par che l'uno abbia ferito,Che volta a l'altro, e mena così prestoChe con minor distanzia e tempo menoFulmina a un tratto e seguita il baleno.
E per non vi seguir sì lunga traccia,La cosa presto presto vi disgroppo.Mordante, che assalirlo se procaccia,Ebbe tra questo assalto un strano intoppo:Fu ferito a traverso nella faccia,E via volò de l'elmo tutto il coppo;Meza la testa è ne lo elmo che vola,Rimase il resto al busto con la gola.
Non avea fatto questo colpo apena,Che a Pinador voltò, che era da lato,E nel voltarse lo assalisce e mena;Ma quello era già tanto spaventato,Che parea un veltro uscito di catena,Fuggendo a tutta briglia per il prato.Fuggito essendo per sassi e per valle,Rugier gli tolse il capo dalle spalle.
Era già il sole allo occidente ascoso,Quando finita è la battaglia dura;Allor guardando il giovane amorosoDi Bradamante cerca e di lei cura,Né trova nel pensiero alcun riposo.Per tutto a cerco è già la notte oscura:Veder non può colei che cotanto ama,Ma guarda intorno e ad alta voce chiama.
Passando per costiere e per valloni,Trovò duo cavallieri ad un poggetto,E sentendo il scalpizzo de' ronzoniPrese alcuna speranza il giovanetto;Ma come a lui parlarno que' baroni,Che il salutarno de animo perfetto,Tanto cordoglio l'animo gli assale,Che non rispose a lor ni ben ni male.
- Costui certo debbe esser un villano,Che avrà spogliato l'arme a qualche morto! -Disser que' duo; ma il giovanetto umanoRispose: - Veramente io ebbi il torto.Amor, che ha del mio cor la briglia in mano,Me ha da lo intendimento sì distorto,Che quel che esser soleva, or più non sono,E del mio fallo a voi chiedo perdono. -
Disse un de' duo baroni: - O cavalliero,Se inamorato sei, non far più scusa:Tua gentilezza provi de legiero,Perché in petto villano amor non usa;E se di nostro aiuto hai de mestiero,Alcun di noi servirti non recusa. -Rispose a lui Rugiero: - Ora mi lagno,Perché ho perduto un mio caro compagno.
Se lo avesti sentito indi passare,Mostratimi il camin per cortesia;Per tutto il mondo lo voglio cercare:Senza esso certo mai non viveria. -Così dicea Rugiero, e palesareAltro non volse, sol per zelosia;Però che il dolce amore in gentil pettoAmareggiato è sempre di sospetto.
Negarno e duo baroni aver sentitoPassare alcuno intorno a quel distretto,E ciascadun di lor si è proferitoDe accompagnar cercando il giovanetto;Ed esso volentier prese lo invito,Ché se trovava in quel loco soletto,Dico in quel monte diserto e salvatico,Ed esso del paese era mal pratico.
Tutti e tre insieme adunque cavalcando,Avosavano intorno spessamente,Per ogni loco del monte cercandoTutta la notte, e trovarno nïente.E già veniva l'alba reschiarando,La luce rosseggiava in orïente,Quando un de quei baron tutto se affisseMirando il scudo de Rugiero, e disse:
- Chi vi ha concessa, cavallier, licenziaPortar depenta al scudo quella insegna?Il suo principio è di tanta eccellenzia,Che ogni persona de essa non è degna.Ciò vi comportarò con pacïenzia,Se tal virtù nel corpo vostro regna,Che alla battaglia riportati lodoContro di me, che l'ho acquistata e godo. -
Disse Rugiero: - Ancor non mi ero accortoChe quella insegna è fatta come questa;E veramente la portati a torto,Se non siamo discesi de una gesta;Onde vi prego molto e vi confortoChe tal cosa facciati manifesta:Ove acquistasti tale insegna e come,E quale è vostra stirpe e vostro nome. -
Disse colui: - Da parte assai lontaneA vostra stirpe credo esser venuto;Tartaro sono e nacqui de Agricane,Mio nome ancora è poco cognosciuto.Per forza de arme ed aventure istraneIn Asia conquistai questo bel scuto;Ma a che bisogna dare incenso a' morti?Chi ha più prodezza, quello scudo porti. -
Rugier, poi che lo invito ebbe accettato,Giva il nimico a cerco rimirando:Vide che spata non avea a lato,E disse a lui: - Voi sete senza brando:Come faremo, ché io non sono usatoGiocare a pugni? E però vi adimandoQuale esser debba la contesa nostra:Brando non vi è né lancia per far giostra. -
Rispose il cavallier: - Mai non vien mancoFortuna de arme a franco campïone;Le vostre acquistarò, se io non mi stanco:Acquistar le voglio io con un bastone.Portar non posso brando alcuno al fianco,Se io non abatto il figlio di Melone,Però che Orlando, la anima soprana,Tien la mia spata, detta Durindana. -
L'altro compagno di quel cavalliero(Che era Gradasso, ed esso è Mandricardo)Presto rispose: - E' vi falla il pensiero,Perché quel brando del conte gagliardoSì non acquistareti de legiero,Ché gionto seti a tale impresa tardo,E serìa vostra causa disonesta:Prima di voi io venni a questa inchiesta.
Cento cinquanta millia combattantiCondussi in Francia fin de Sericana;Tante pene soffersi, affanni tanti,Per acquistare il brando Durindana!Par che il mercato sii fatto a contanti,Così faceti voi la cosa piana;Ma prima che il pensier vostro se adempia,Farò scadervi l'una e l'altra tempia.
Né vi crediati senza mia contesaAver per zanze quel brando onorato. -E Mandricardo di collera accesaDisse: - Io so che di zanze è bon mercato:Or vi aconciati e prendeti diffesa. -Così dicendo ad uno olmo in quel pratoUn grosso tronco tra le rame scaglia,E quel sfrondando viene alla battaglia.
Gradasso il brando pose anco esso in terra,E spiccò presto un bel fusto di pino;L'un più che l'altro gran colpi disserraE fuor de l'arme scuoteno il polvino.Stava Rugiero a remirar tal guerraE scoppiava de riso il paladino,Dicendo: - A benché io non veda chi màsini,Quel gioco è pur de molinari e de asini. -
Più fiate volse la zuffa partire:Come più dice, ogniom più se martella.Eccoti un cavalliero ivi apparireAccompagnato da una damigella.Rugier da longi lo vidde venire;Fassegli incontro e con dolce favellaEspose a lui ridendo la cagionePerché faceano e duo quella tenzone.
Dicea Rugiero: - Io gli ho pregati in vano,Ma di partirli ancor non ho potere.Per la spata de Orlando, che non hano,E forse non sono anco per avere,Tal bastonate da ciechi se dano,Che pietà me ne vien pur a vedere:E certo di prodezza e di possanzaSon due lumiere agli atti e alla sembianza.
Ma voi diceti: onde seti venuto?Perché, se io non me inganno nel sembiante,Mi pare altrove avervi cognosciuto:Se bene amento, in corte de Agramante. -Rispose il cavalliero: - Io ve ho vedutoDi certo quando io venni di Levante.Io ve vidi a Biserta, questo è il vero;Son Brandimarte, e voi seti Rugiero. -
Incontinente insieme se abbracciarno,Come se ricognobbero e baroni,E parlando tra lor deliberarnoDe ispartir quella zuffa de bastoni.Ebbero un pezzo tal fatica indarno,Ché sì turbati sono e campïoni,Che per ragione o preghi non se voltano:L'un l'altro tocca, e ponto non ascoltano.
Pur Brandimarte, a cenni supplicando,Fece che sue parole furno odite,Dicendo a lor: - Se desïati il brandoPer il quale è tra voi cotanta lite,Condur vi posso ov'è al presente Orlando:Là fìen vostre contese diffinite.Or sì ve ha tolto l'ira il fren di mano,Che per nïente combattete in vano.
Ma se traeti il campïon serenoDi certa incantason dolente e trista,Lui di battaglia a voi non verrà meno;Sia Durindana poi di chi l'acquista.Se il mondo è ben di meraviglia pieno,Una più strana mai non ne fu vistaDi questa ove ora vado, per provareSe indi potessi Orlando liberare. -
Gradasso e Mandricardo, odendo questo,Lasciâr la pugna più che volentiera,Pregando Brandimarte che pur prestoGli volesse condurre ove il conte era.Esso rispose: - Ora io vi manifestoChe vicino a due leghe è una riviera,Qual nome ha Riso, e veramente è un pianto;Dentro vi è chiuso Orlando per incanto.
Uno indovino, a cui molto è creduto,In Africa m'ha questo apalesato;E perciò in questo loco ero venutoA liberarlo, come disperato.Bastante non ero io; ma il vostro aiuto,Come io comprendo, il cel me ha destinato,E so che ogniom di voi passaria il marePer tuore impresa tanto singulare. -
Ciascun de' duo baroni ha più desioDi ritrovarsi presto alla fiumana.Dicea Rugiero: - E dove rimango io,Se ben non cheggio Orlando o Durindana? -Più non dico ora. Il grave incanto e rioFarò palese e la aventura istrana,E come tratto for ne fosse Orlando;Cari segnori, a voi me racomando.
Canto settimo
Più che il tesoro e più che forza vale,Più che il diletto assai, più che l'onore,Il bono amico e compagnia leale;E a duo, che insieme se portano amore,Maggior li pare il ben, minore il male,Potendo apalesar l'un l'altro il core;E ogni dubbio che accada, o raro, o spesso,Poterlo ad altrui dir come a se stesso.
Che giova aver de perle e d'ôr divizia,Avere alta possanza e grande istato,Quando si gode sol, senza amicizia?Colui che altri non ama, e non è amato,Non puote aver compita una letizia;E ciò dico per quel che io vi ho contatoDi Brandimarte, che ha passato il mareSol per venire Orlando ad aiutare.
Di Biserta è venuto il cavallieroPer trare il conte fuor de la fiumana;Il re Gradasso e Mandricardo altieroAvea richiesti a quella impresa strana.- Ma dove rimango io? - dicea Rugiero- Se ben non chieggio a Orlando Durindana,Se ben seco non voglio aver contesa,Venir non debbo a sì stupenda impresa? -
- Esser conviene il numero disparo, -Rispose Brandimarte - a quel che io sento;Condurvi tutti quanti avrebbi a caro,Ma nol concede questo incantamento;Ed io non vedo a ciò meglior riparoChe per la sorte fare esperimento.Ecco una pietra bianca ed una oscura:Chi avrà la nera, cerchi altra ventura. -
Ciascun de stare a questo fo contento,Così gettarno la ventura a sorte,E Mandricardo fuor rimase ispento,E quindi se partì dolente a morte.Turbato se ne va, che sembra un vento,Per piano e monte caminando forte.Tanto andò, che a Parigi gionse un giorno,Ove Agramante ha già lo assedio intorno.
Di fuor ne l'oste, io dico de Agramante,Fu ricevuto a grandissimo onore.Ma di lui non ragiono ora più avante,Perché io ritorno nel primo tenoreA ricontarvi del conte de Anglante,Che se ritrova preso in tanto erroreTra le Naiàde al bel fiume del Riso;Or odeti la istoria che io diviso.
Queste Naiàde ne l'acqua dimoranoPer quella solacciando, come il pesce,E per incanto gran cose lavorano,Ché ogni disegno a lor voglia rïesce.De' cavallier sovente se inamorano,Ché star senza uomo a ogni dama rencresce,E di tal fatte assai ne sono al mondo;Ma non si veggion tutti e fiumi al fondo.
Queste ne l'acque che il Riso se appella,Avean composto de oro e di cristalloUna mason, che mai fu la più bella,E là si stavon festeggiando al ballo.Già vi contai di sopra la novella,Quando discese Orlando del cavalloPer rinfrescarse a l'onde pellegrine;Ciò vi contai de l'altro libro al fine.
E come tra le dame fu raccoltoCon molta zoia e grande adobamento;Quivi poi stette libero e disciolto,Preso de amore al dolce incantamento,A l'onde chiare specchiandosi il volto,Fuor di se stesso e fuor di sentimento;E le Naiàde, allegre oltra misura,Solo a guardarlo aveano ogni lor cura.
Però di fuora, in cerco alla rivera,Per arte avean formato un bosco grande,Ove stava di pianta ogni mainera,Ilice e quercie e soveri con giande:L'arice e teda e l'abete legeraDi grado in grado al ciel le fronde spande,Che sotto a sé facean l'aere oscuro;Poi for del bosco se agirava un muro.
Questa cinta era fabricata intornoDi marmi bianchi, rossi, azurri e gialli,Ed avea in cima un veroncello adornoCon colonnette di ambre e de cristalli.Ora a quei cavallier faccio ritorno,Che vengon senza suoni a questi balli,Né san de le Naiàde la mala arte:Dico Rugier, Gradasso e Brandimarte,
E Fiordelisa, che seco favellaDi questa impresa e molto li conforta.Gionsero in fine a la muraglia bella,Qual di metallo avea tutta la porta.Sopra alla soglia stava una donzella,Come a guardarla posta per iscorta,E tenea un breve, scritto da due bande,Con tal parole e con lettere grande:
' Desio di chiara fama, isdegno e amoreTrovano aperta a sua voglia la via.'Questi duo versi avea scritti di fuore,Poi dentro in cotal modo se leggia:'Amore, isdegno e il desïare onoreQuando hanno preso l'animo in balìa,Lo sospingon avanti a tal fraccasso,Che poi non trova a ritornare il passo.'
Gionti quivi e baron, come io vi ho detto,La dama con la mano il breve alciava,E fo da tutti lor veduto e lettoDa quella banda che se dimostrava.Adunque e cavallier senza sospettoPassâr, ché alcun la strata non vetava;Con Fiordelisa entrarno tutti quanti,Ma per la selva andar non ponno avanti.
Però che quella molto era confusaDe arbori spessi ed alti oltra misura;La porta alle sue spalle era già chiusa,Che più facea parer la cosa scura;Ma Fiordelisa, tra gli incanti adusa,- Non abbiati - dicia - de ciò paura;A ogni periglio e loco ove si vada,Il brando e la virtù fa far la strada.
Smontati de li arcioni, e con le spateTagliando e tronchi, fative sentiero;E se ben sorge alcuna novitate,Non vi turbati ponto nel pensiero.Vince ogni cosa la animositate,Ma condurla con senno è di mestiero. -Così dicea la dama; onde e baroniSmontano al piano e lasciano e ronzoni.
Smontati tutti e tre, come io vi disse,Rugier nel bosco fo il primo ad entrare,Ma un lauro il suo camin sempre impedisse,Né a' folti rami lo lascia passare;Onde la mano al brando il baron misseE quella pianta se pose a tagliare,Dico del lauro, che foglia non perdePer freddo e caldo, e sempre se rinverde.
Poi che soccisa fu la pianta bellaE cadde a terra il trïomfale aloro,Fuor del suo tronco sorse una donzella,Che sopra al capo avia le chiome d'oro,E gli occhi vivi a guisa de una stella;Ma piangendo mostrava un gran martoro,Con parole suave e con tal voce,Che avria placato ogni animo feroce.
- Serai tanto crudel, - dicea - barone,Che il mio mal te diletti e trista sorte?Se qua me lasci in tal condizïone,Le gambe mie seran radice intorte,El busto tramutato in un troncone,Le braccie istese in rami seran porte;Questo viso fia scorza, e queste biondeChiome se tornaranno in foglie e in fronde.
Perché cotale è nostra fatasone,Che trasformate a forza in verde piantaStiamo rinchiuse, insin che alcun baronePer sua virtute a trarcene se avanta.Tu m'hai or liberata de pregione,Se la pietate tua serà cotanta,Che me accompagni quivi alla rivera;Se non, mia forma tornarà qual era. -
Il giovanetto pien di cortesiaPromesse a quella non la abandonare,Sin che condotta in loco salvo sia.La falsa dama con dolce parlareAlla riviera del Riso se invia;Né vi doveti già meravigliareSe còlto fu Rugiero a questo ponto,Ché il saggio e il paccio è da le dame gionto.
Come condotto fu sopra a la riva,La vaga ninfa per la mano il prese,E de lo animo usato al tutto il priva,Sì che una voglia nel suo cuor se acceseDe gettarsi nel fiume a l'acqua viva.Né la donzella questo gli contese;Ma seco, così a braccio, come istava,Ne la chiara onda al fiume se gettava.
Là giù nel bel palazo de cristalloFôrno raccolti con molta letizia.Orlando e Sacripante era in quel stalloE molti altri baroni e gran milizia.Le Naiàde con questi erano in ballo;Ciuffali e tamburelli a gran diviziaSonavano ivi, e in danze e giochi e cantoSe consumava il giorno tutto quanto.
Gradasso era rimaso alla boscaglia,Né trova al suo passar strata o sentiero,E sempre avanti il varco gli travagliaTra l'altre piante un frassino legiero.Lui questo con la spata intorno taglia,Subito uscitte al tronco un gran destriero;Leardo ed arodato era il mantello:Natura mai ne fece un così bello.
La briglia che egli ha in bocca è tutta d'oro,E così adorno è 'l ricco guarnimentoDi pietre e perle, e vale un gran tesoro.Gradasso non vi pone intendimentoChe per inganno è fatto quel lavoro;Anci se accosta con molto ardimentoE dà di mano a quella briglia bellaSenza contrasto, e salta ne la sella.
Subito prese quel destriero un salto,Né poscia in terra più se ebbe a callare;Per l'aria via camina e monta ad alto,Come tal volta un sogna di volare.Battaglia non fu mai né alcuno assalto,Qual potesse Gradasso ispaventare;Ma in questo, vi confesso, ebbe paura,Veggendose levato in tanta altura;
Perché ne l'aria cento passi o piueL'avia portato quella bestia vana.Il baron spesso riguardava in giue,Ma a scender gli parea la scala strana.Quando così bon pezzo andato fueE ritrovosse sopra alla fiumana,Cader si lascia la incantata bestia;Nel fiume se atuffò senza molestia.
Così Gradasso al fondo se atuffoe,E 'l gran caval natando a sommo venne,Poi per la selva via si deleguoeSì ratto come avesse a' piè le penne.Ma il cavallier, che a l'acqua si trovoe,Subito un altro nel suo cor divenne;Scordando tutte le passate cose,Con le Naiàde a festeggiar se pose.
A suon de trombe quivi se trescavaZoiosa danza, che di qua non se usa:Nel contrapasso l'un l'altro baciava,Né se potea tener la bocca chiusa.A cotale atto se dimenticavaCiascun se stesso; ed io faccio la scusa,E credo che un bel baso a bocca apertaPer la dolcezza ogni anima converta.
In cotal festa facevan dimoraTutti e baroni in suoni e balli e canti;Sol Brandimarte se affatica ancora,Né per la selva può passare avanti,Benché col brando de intorno lavoraTagliando il bosco; e da diversi incantiEra assalito, ed esso alcun non piglia,Ché Fiordelisa sempre lo consiglia.
Lui tagliò de le piante più che vinte,E de ciascuna uscia novo lavoro,Or grandi occelli con penne depinte,Or bei palagi, or monti de tesoro;Ma queste cose rimasero estinte,Ché Brandimarte ad alcuna di loroMai non se apiglia e dietro a sé le lassa,E per la selva sino al fiume passa.
Come alla riva fu gionto il barone,Divenne in faccia di color di rosaE tutto se cangiò de opinïonePer trabuccarse ne l'acqua amorosa;E per gran forza de incantazïoneNon se amentava Orlando né altra cosa,E gioso se gettava ad ogni guisa,Se a ciò non reparava Fiordelisa.
Perché essa già composti avea per arteQuattro cerchielli in forma di coronaCon fiori ed erbe acolte in strane parte,Per liberar de incanti ogni persona;E pose un de essi in capo a Brandimarte,Quindi de ponto in ponto li ragionaLo ordine e il modo e il fatto tutto quantoPer trare Orlando fuor di quello incanto.
Il franco cavalliero incontinenteFa tutto ciò che la dama comanda;Nel fiume se gettò tra quella gente,Che danza e suona e canta in ogni banda.Ma lui non era uscito di sua mente,Come eron gli altri, per quella ghirlandaChe Fiordelisa nel capo gli pose,Fatta per arte de incantate rose.
Come fo gionto giù tra quella festaNel bel palagio de cristallo e de oro,Un de' cerchielli al conte pose in testa,E li altri a li altri duo senza dimoro.Così la fatason fu manifestaSubitamente a tutti quattro loro;E le dame lasciarno e ogni diletto,Uscendo fuor del fiume a lor dispetto.
Sì come zucche in su vennero a galla;Prima de l'acqua sorsero e cimieri,Poi l'elmo apparve e l'una e l'altra spalla,Ed alla riva gionsero legieri.Quindi, levati a guisa di farfallaChe intorno al foco agira volentieri,Sospesi fuôr da un vento in poco de ora,Qual li soffiò di quella selva fuora.
Chi avesse chiesto a lor come andò il fatto,Non l'avrebbon saputo racontare,Come om che sogna e se sveglia di tratto,Né può quel che sognava ramentare.Eccoti avanti a lor ariva rattoUn nano, e solo attende a speronare;E, come presso e cavallier si vede,- Segnor, - cridava - odeti per mercede!
Segnor, se amati la cavalleria,Se adiffendeti il dritto e la iustizia,Fati vendetta de una felloniaMaggior del mondo e più strana nequizia. -Disse Gradasso: - Per la fede mia!Se io non temessi di qualche maliziaE de esser per incanto ritenuto,Io te darebbi volentieri aiuto. -
Il nano allora sacramenta e giuraChe non è a questa impresa incantamento.- Oh! - disse il conte, - e chi me ne assicura?Tanto credetti già, che io me ne pento.Lo augel ch'esce dal laccio, ha poi pauraDe ogni fraschetta che se move al vento;Ed io gabbato fui cotanto spesso,Che, non che altrui, ma non credo a me stesso. -
Disse Rugier: - Non è solo un parere,E ciascun loda la sua opinïone.Direbbe altrui che fosser da temereL'opre de' spirti e queste fatagione;Ma se il bon cavallier fa el suo dovereNon dee ritrarse per condizïoneDi cosa alcuna; ogni strana venturaProvar se deve, e non aver paura.
Menami, o nano, e nel mare e nel foco,E se per l'aria me mostri a volare,Verrò teco a ogni impresa, in ogni loco:Che io mi spaventi mai, non dubitare. -Gradasso e 'l conte se arrossirno un pocoOdendo in cotal modo ragionare;E Brandimarte al nano prese a dire:- Camina avanti, ogniom ti vôl seguire. -
Il nano aveva un palafreno amblante:Via se ne va per la campagna piana.Dicea Gradasso verso il sir de Anglante:- Se questa impresa fia sublime e strana,E per sorte mi tocca il gire avante,Io voglio adoperar tua Durindana,Anci pur mia, però che il re CarloneMe la promisse, essendo mio pregione. -
- Se lui te la promisse, e lui te attenda! -Rispose il conte, in collera salito- Ben parlo chiaro, e vo' che tu me intenda,Che non è cavallier cotanto ardito,Dal qual mia spata ben non mi diffenda;E se a te piace mo questo partitoDi guadagnarla in battaglia per forza,Eccola qua: ma guàrdati la scorza. -
Così dicendo avea già tratto il brando,A cui piastra né usbergo non ripara;Gradasso d'altra parte fulminandoTrasse del fodro la sua simitara.Araldo non vi è qua che faccia il bando,Né re che doni il campo chiuso a sbara;Ma senza cerimonie e tante ciacareBen se azufarno, e senza trombe e gnacare.
E cominciano il gioco con tal fretta,Con tanta furia e con tanta ruina,Che l'una botta l'altra non aspetta;De intorno al capo l'elmo gli tintina,E ciascun colpo fuoco e fiama getta.Come sfavilla un ferro alla fucina,Come chiocca le fronde alla tempesta,Cotal l'un l'altro mena e mai non resta.
Menò a due mano il conte un colpo crudo,Con tal furor che par che il mondo cada;Gradasso il vidde e riparò col scudo,Ma non giova riparo a quella spada:La targa e usbergo in fino al petto nudoConvien che 'n pezzi a la campagna vada,E la gorzera e parte del camaglioNe portò seco a terra de un sol taglio.
Quando il re franco del colpo se avvide,Mena a due mano e il fren frangendo rode;Sino alla carne ogni arma li divide,E 'l gran rimbombo assai de intorno se ode.Dice Gradasso, e tutta fiata ride:- Se ben ti rado, fàcciati bon prode!In questa volta più non te ne toglio,Perché a mio senno il pel non è ancor moglio. -
Diceva il conte: - Che bufonchie, che?Prima che quindi te possi dividere,Tante te ne darò che guai a te,E insegnarotti in altro modo a ridere. -Rispose a lui Gradasso: - Per mia fè!Se omo del mondo me avesse a conquidere,Esser potrebbe che fusti colui;Ma in verità né te stimo né altrui.
Quando un tuo pare avessi alla centura,Non restarei di correre a mia posta.Se pur te piace, prova tua ventura:Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. -Orlando se avampò fuor di misura,Dicendo: - Poco lo avantar ti costa;Ma tra fatti e parole è differenzia,Del che vedremo presto esperïenzia. -
Tuttavia parla e mena Durindana,Ad ambe mano un gran colpo gli lassa;Manda il cimiero a pezzi in terra piana,E 'l copo col torchion tutto fraccassa.Risuonò l'elmo come una campana,E il re chinò giù il viso a terra bassa;Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia,Perse una staffa e abandonò la briglia.
Ma non perciò perdette la baldanzaQuel re superbo, e divenne più fiero;Parea di foco in faccia alla sembianza.Mena a duo mani e gionse nel cimieroCon tanto orgoglio e con tanta possanza,Che il coppo e il torchio manda nel sentiero.Risuonò l'elmo, ed accerta TurpinoChe un miglio o più se odette in quel confino.
E fu per trabuccar de lo arcion fuoreIl franco conte a quel colpo diverso;La sembianza proprio ha d'un om che more,E piedi ha fuor di staffe e 'l freno ha perso.Fuggendo via ne 'l porta il corridorePer la campagna, a dritto ed a traverso,E 'l re Gradasso il segue con la alfana,Per darli morte e tuorli Durindana.
Pur ne la istoria il ver se convien dire:A suo dispetto li dava de piglio;Ma Brandimarte non puote soffrireVedere Orlando posto in tal periglio,Onde correndo se 'l pose a seguire.Voltò Gradasso il viso, alciando il ciglio,E disse: - Anco tu vai cercando noglia?Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia. -
Ma in questo Orlando se fu risentito,E ver Gradasso vien col brando in mano.Rugiero allora, el giovane fiorito,Fra lor se pose con parlare umano,Cercando de accordargli ogni partito;E similmente ancor faceva il nanoPregando per pietate e per mercedeChe vadano alla impresa che lui chiede.
E tanto seppon confortare e dire,Che tra lor fu la zuffa raquetata;Ma ben la compagnia voglion partire,E ciascadun ha sua strata pigliata.Gradasso con Rugier presero a gireOve il nano una torre ha dimostrata;E Brandimarte e il conte paladinoVerso Parigi presero il camino.
Quel che Rugier facesse e il re Gradasso,Vi fia poi racontato in altra parte,Perché al presente a dir di lor vi lasso,E seguo come il conte e BrandimarteVennero in Francia caminando a passo,Con Fiordelisa, maestra in tutte l'arte;E una mattina, al cominciar del giorno,Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno.
Perché Agramante, come io vi contai,Sconfitto avendo in campo Carlo ManoE morta e presa di sua gente assai,Se era atendato a cerco per quel piano.Tanta ciurmaglia non se vidde maiQuanta adunata avea quello africano;Ben sette leghe il campo intorno tiene,Che valle e monti e le campagne ha piene.
Quei de la terra stavano in diffese,E notte e giorno attendono alle mura,Ché sol de' paladin vi era il Danese,Che a far beltresche e riparar procura.Ma quando il conte mirando compreseCotal sconfita e tal disaventuraSì gran cordoglio prese e dolor tanto,Che for de gli occhi li scoppiava il pianto.
- Chi se confida in questa vita frale -Diceva lui - e in questo mondo vano,Lasci gli alti pensieri e chiuda l'ale,Prendendo esempio dal re Carlo Mano,Che sì vittorïoso e trïonfaleFacea tremar ciascun presso e lontano;Or l'ha del tutto la fortuna privoIn un momento, e forse non è vivo. -
Ma, mentre che dicea queste parole,Nel campo si levò sì gran romore,Che par che il cel risuoni insino al sole,E sempre il crido cresce e vien maggiore.Or, bella gente, certo assai mi doleNon poter mo chiarir tutto il tenore;Ma apresso il contarò ne l'altra stanza,Ché in questo canto abbiam detto a bastanza.
Canto ottavo
Dio doni zoia ad ogni inamorato,Ad ogni cavallier doni vittoria,A' principi e baroni onore e stato,E chiunque ama virtù, cresca di gloria:Sia pace ed abundanzia in ogni lato!Ma a voi, che intorno odeti questa istoria,Conceda il re del cel senza tardareCiò che sapriti a bocca dimandare.
Donevi la ventura per il freno,E da voi scacci ogni fortuna ria;Ogni vostro desio conceda a pieno,Senno, beltade, robba e gagliardia,Quanto è vostro voler, né più né meno,Sì come per bontate e cortesiaCiascun di voi ad ascoltare è prontoLa bella istoria che cantando io conto.
La qual lasciai, se vi racorda, quandoSorse il gran crido al campo de' Pagani,Talabalachi e timpani suonando,Corni di brongio ed instrumenti istrani,Alor che Brandimarte e il conte Orlando,Gionti ne' poggi e riguardando e piani,Vider cotanta gente e tante schiereChe un bosco par di lancie e di bandiere.
Perché sappiati il fatto tutto quanto,L'ordine è dato a ponto per quel giornoDi combatter Parigi in ogni canto,E lo assalto ordinato intorno intorno.De li Africani ogni om se dà più vanto,L'un più che l'altro se dimostra adorno;Chi promette a Macone, e chi lo giura,Passar de un salto sopra a quella mura.
Scale con rote e torre aveano assai,Che se movean tirate per ingegno.Più nove cose non se vidder mai:Gatti tessuti a vimine e di legno,Baltresche di cor' cotto ed arcolai,Ch'erano a rimirare un strano ordegno,Qual con romor se chiude e se disserra,E pietre e foco tra' dentro alla terra.
Da l'altra parte il nobile Danese,Che fatto è capitan per lo imperiere,Fa gran ripari ed ordina in diffeseSaettamenti e mangani e petriere.Con gli occhi suoi veder vôl lui palese,Ché con li altrui non guarda volentiere,E sassi e travi e solfo e piombo e focoPer torre e merli assetta in ciascun loco.
Sopra a ogni cosa egli ordina e procuraLa gente armata a piede ed a cavallo;Mo qua mo là scorrendo per le mura,Non pone a l'ordinar tempo o intervallo.Già se odeno e Pagani alla pianuraCon tamburacci e corni di metallo,Sonando sifonie, gnacare e trombe,Che l'aria trema e par che 'l cel rimbombe.
O re del celo! O Vergine serena!Che era a veder la misera citate!Già non mi credo che il demonio apenaSe rallegrasse a tanta crudeltate.De strida e pianti è quella terra piena:Piccoli infanti e dame scapigliateE vecchi e infermi e gente di tal sorteBattonsi il viso, a Dio chiedendo morte.
Di qua di là correa ciascuno a guaccio,Pallidi e rossi, e timidi è li arditi;Triste le moglie con figlioli in braccio,Sempre piangendo, pregano e maritiChe le diffendan da cotanto impaccio;E disperate a li ultimi partiti,Caccian da sé la feminil paura,Ed acqua e pietre portano alle mura.
Suonano a l'arme tutte le campane;De cridi e trombe è sì grande il rumore,Che nol potrian contar le voce umane.Va per la terra Carlo imperatore:Ogni omo il segue, alcun non vi rimane,Che non voglia morir col suo segnore;E lui qua questo e là quell'altro manda,Provede intorno ed ordina ogni banda.
Lo esercito pagano è già vicino,Che intorno se distende a schiera a schiera:Alla porta San Celso è il re SobrinoCon Bucifar, il re de la Algazera;E Baliverzo, il falso saracino,Là dove entra di Senna la rivieraSe sforza entrar con sua gente perversa;E seco è il re de Arzila e quel de Fersa.
A San Dionigi il re di NasamonaCol re de la Zumara era accostato:E il re di Cetta e quel di TremisonaCombatteno alla porta del mercato;L'aria fremisce e la terra risona,Ché la battaglia è intorno ad ogni lato,E foco e ferri e pietre con gran frettaDa l'una parte a l'altra se saetta.
Non sorse più giamai furor cotaleTra Cristïani e gente saracina:Ciascun tanto più fa quanto più vale.Giù vengon travi e solforo e calcina,E se sentiva un fraccassar di scale,Un suon de arme spezzate, una roina,E fumo e polve, e tenebroso velo,Come caduto il sol fosse dal celo.
Ma non per tanto par che satisfacciaLa gran diffesa contra a quei felloni.Come la mosca torna a chi la scaccia,O la vespe aticciata, o i calavroni:Cotal parea la maledetta raccia,Da' merli trabuccata e da' torroni,Che dirupando al fondo giù ne viene;Già son de morti quelle fosse piene.
Onde era fatto su per l'acqua un ponte,Orribile a vedere e sanguinoso.Quivi era Mandricardo e Rodamonte,Ciascun più di salir voluntaroso;Ni Feraguto, quella ardita fronte,Né il re Agramante si stava ocïoso:L'un più che l'altro di montar se afrezaTra frizze e dardi, e sua vita non preza.
Orlando, che attendeva il caso rio,Quasi era nella mente sbigotito;Forte piangendo se acomanda a Dio,Né sa pigliare apena alcun partito.- Che deggio fare, o Brandimarte mio, -Diceva lui - che il re Carlo è perito?Perso è Parigi ormai! Che più far deggio,Che ruïnato in foco e fiama il veggio?
Ogni soccorso, al mio parer, si è tardo:Su per le mura già sono e Pagani. -Brandimarte dicea: - Se ben vi guardo,Là se combatte, e sono anco alle mani.Deh lasciami callar, ché nel core ardoDi fare un tal fraccasso in questi cani,Che, se Parigi aiuto non aspetta,Non fia disfatta almen senza vendetta! -
Orlando alle parole non rispose,Ma con gran fretta chiuse la visiera,E Brandimarte a seguitar se pose,Che vien correndo giù per la costiera.Fiordelisa la dama se nascoseIn un boschetto a canto alla riviera,E quei duo cavallier menando vampoPassarno il fiume e gionsero nel campo.
Ciascun di lor fu presto cognosciuto:Sua insegna avea scoperta e suo penone.- Arme! arme! - se cridava - aiuto! aiuto! -Ma già son gionti al mastro pavaglione,Che era di scorta assai ben proveduto.Il re Marsilio vi era e Falsirone,Molta sua gente e re de altri paesi,Per far la guardia a' nostri che son presi.
Come sapeti, il nobile OlivieriQuivi è legato e il bon re di Bertagna,Ricardo e 'l conte Gano da Pontieri,E 'l re lombardo e molti de Alemagna.Or qua son gionti e franchi cavallieri:Ben dir vi so che alcun non se sparagna.Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta:Tutti li mena al paro una tempesta.
Al pavaglione, ove era la battaglia,Non puote il re Marsilio aver diffese;Gran parte è morta de la sua canaglia,Lui bon partito via fuggendo prese.Orlando il pavaglion tutto sbaraglia,Squarzato in pezi a terra lo distese;Ma quando quei pregion viddero il conte,Per meraviglia se signâr la fronte.
Oh che spezzar de corde e di cateneFaceva Brandimarte in questo stallo!De arme e ronzoni ivi eron tende piene,Onde èno armati e montano a cavallo.L'un più che l'altro a gran voglia ne vienePer seguitare Orlando in questo ballo,Qual ver Parigi a corso se distese,E seco è Gano e Oliviero el marchese;
Re Desiderio e lo re SalamoneE Brandimarte (che era dimoratoAlquanto per disciorre ogni pregione),Ricardo e Belengieri apresïato.Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone,Il duca Namo e il duca Amone a lato,Ed altri, tutti gente da gorzera,Che più di cento sono in una schiera.
E' già son gionti presso a quelle mura,Ove la zuffa è più cruda che mai,Che era cosa a vedere orrenda e scura,Come di sopra poco io ve contai.Grande era quel rumor fuor di misuraDe cridi estremi e de istrumenti assai,E facevan tremar de intorno il loco,Né altro se odìa che morte e sangue e foco.
Già Mandricardo avea pigliato un ponte,Rotte le sbarre e spezzata la porta,Ed avea gente a seguitar sì pronte,Che ciascun dentro molto se sconforta.Da un'altra parte il crudo RodamonteSu per le mura ha tanta gente mortaCon dardi e sassi, e tanta n'ha percossa,Che vien da' merli il sangue nella fossa.
Guarda le torre e spreza quella altezza,Battendo e denti a schiuma come un verro.Non fu veduta mai tanta fierezza:Il scudo ha in collo e una scala di ferroE pali e graffie e corde fatte in trezza,E il foco acceso al tronco de un gran cerro;Vien biastemando e sotto ben se acosta,La scala apoggia e monta senza sosta.
Come egli andasse per la strata a passo,Cotal saliva quel pagano arguto.Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso:Adosso a lui ciascun cridava aiuto.Se Lucifero uscito o SatanassoFosse giù da lo abisso e qua venutoPer disertar Parigi e ogni sua altura,Non avria posto a lor tanta paura.
E nondimanco in tanti disconfortiSe adiffendiano per disperazione,Ché ad ogni modo se reputan morti,Né stiman più la vita o le persone.Poi che, condotti a dolorosi porti,Veggion palese sua destruzïone,E pali e dardi tranno a più non possoCon sassi e travi a quel gigante adosso.
Lui pur salisce e più de ciò non cura,Come di penne o paglia mosse al vento;Già sopra a' merli è sino alla cintura,Né 'l contrastar val, forza né ardimento.Come egli agionse in cima a quelle mura,E nella terra apparve il gran spavento,Levossi un pianto e un strido sì feroce,Sino al cel, credo io, gionse quella voce.
Ma quel superbo una gran torre afferra,E tanta ne spiccò quanta ne prese;Quei pezzi lancia dentro dalla terra,Dissipa case e campanili e chiese.Orlando non sapea di tanta guerra,Ché in altra parte stava alle contese;Ma la gran voce che di là si spandeVenir lo fece a quel periglio grande.
Gionse correndo ove è l'aspra battaglia:Non fo giamai da l'ira sì commosso.La gran scala di ferro a un colpo taglia,E Rodamonte roinò nel fosso,E dietro a lui gran pezzi de muraglia,Ché gli è caduta meza torre adosso;E un merlo gionse Orlando nella testa,Qual lo distese a terra con tempesta.
Fo Rodamonte sviluppato e presto.Tanta fierezza avea il forte pagano,Che non mostrava più curar di questo,Come se stato fosse un sogno vano.Ma il franco conte non era ancor desto,Qual tramortito se trovava al piano;Or Rodamonte già non se ritiene,Esce dal fosso e contro a i nostri viene.
De esser gagliardo ben li fa mestiero,Ché a lui de intorno sta la nostra gente:Su l'orlo aponto è Gano da Pontiero.Benché sia falso e tristo della mente,Purché esser voglia è prodo e bon guerrero;Ma la sua forza alor giovò nïente,Ché Rodamonte, che de l'acqua usciva,De un colpo a terra il pose in su la riva.
Questo abandona e ponto non se arresta.Ché sopra 'l campo afronta Rodolfone;Parente era di Namo e di sua gesta:Tutto il fende il pagan sino allo arcione.Poi mena al re lombardo ne la testa:Come a Dio piacque, colse di piatone,Ma pur cadde di sella DesiderioA gambe aperte e con gran vituperio.
La gente saracina, che è fuggitaPer la gionta de Orlando, ora tornava,Più assai che prima mostrandosi ardita;Ché Rodamonte sì se adoperava,Che ciascuno altro volentier lo aita.Di qua di là gran gente se adunava:Balifronte di Mulga e il re GrifaldoE Baliverzo, il perfido ribaldo.
Quivi era Farurante di MaurinaE il franco Alzirdo, re di Tremisona,Il re Gualciotto di BellamarinaEd altri assai che 'l canto non ragiona;Tutti non giongeranno a domatina,Ché Brandimarte, la franca persona,Ne mandarà qualcun pur allo inferno,E qualcuno Olivier, se ben discerno.
Stati ad odire il fatto tutto a pieno,Ché or se incomincia da dover la danza.Salamon vide il figlio de Ulïeno,Qual più de un braccio sopra alli altri avanza:Ove il colpo segnò, né più né meno,A mezo il petto il colse con la lanza;Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse,Ma con la spada il Cristïan percosse.
Il scuto gli spezzò quel maledetto,Le piastre aperse, come fosser carte,E crudelmente lo piagò nel petto;Gionse allo arcione e tutto lo disparte,Il collo al suo ronzon tagliò via netto.Ora a quel colpo gionse Brandimarte,E, destinato di farne vendetta,Sprona il destriero e la sua lancia assetta.
A tutta briglia il cavallier valentePercosse Rodamonte nel costato,Che era guarnito a scaglie di serpente;Quel lo diffese, e pur giù cade al prato.Come il romor d'uno arboro si sente,Quando è dal vento rotto e dibarbato,Sotto a sé frange sterpi e minor piante:Tal nel cader suonò quello africante.
Or Brandimarte volta al re Gualciotto,Poi che caduto è il franco re di Sarza;Ad ambe man lo percosse di botto,Per mezo il scudo lo divide e squarza.Lo usbergo e panciron che egli avea sottoPartitte a guisa de una tela marza;Per il traverso il petto li disserra,E in duo cavezzi il fece andare a terra.
Ed Olivieri, il franco combattente,Mostra ben quel che egli era per espresso;Alla sua gesta il cavallier non mente,Ché il re Grifaldo insino al petto ha fesso.In questo tempo Orlando se risente;Stato gli è sempre Brigliadoro apresso,Tanto era savio, quella bestia bona!Sta col suo conte e mai non lo abandona.
Onde salito è subito a destriero,Esce del fosso la anima sicura.Quando quei dentro videro il quartiero,Levase il crido intorno a quelle mura.Fu reportato insino allo imperieroCome apparito è Orlando alla pianura,E che scampati sono e CristïaniDa' Saracini, e son seco alle mani.
Non domandati se lo imperatoreDi tal novella zoia e festa prese;A tutti quanti sfavillava il core,Brama ciascun de uscire alle contese.Aperta fu la porta a gran furore,E salta fuori armato il bon Danese,E Guido de Borgogna è seco in sella,Duodo de Antona e Ivone de Bordella.
Avanti a tutti è il figlio de Pipino,Ché non vôl restar dentro il re gagliardo;Solo in Parigi rimase Turpino,Per aver della terra bon riguardo.Or torniamo al Danese paladino,Che sopra al ponte scontra Mandricardo,Qual, come io dissi su, poco davante,Là combatteva, e seco era Agramante.
Correndo viene Ogier con l'asta grossa,E gionse Mandricardo, che era a piede;Gettar se 'l crede de urto nella fossa,Ma quello è ben altro om che lui non crede.Fermosse il saracin con tanta possa,Che al scontro della lancia già non cede;Via passava Rondello a corso pieno,Ma quel pagan gli dà di man a freno.
Ed Agramante, che era lì da lato,Se sforza scavalcarlo a sua possancia;Ma Carlo Mano, che ivi era arivato,Percosse il re Agramante con la lanciaTrabuccandolo a terra riversato,E passolli il destrier sopra la pancia.Or qua la zuffa grossa se rinova,Ché ogniom se affronta e vôl vincer la prova.
Raportato era già di voce in voceCome abattuto se trova Agramante,Onde ciascun se aduna in quella foce:Lo un più che l'altro vôl ficcarse avante.Quivi è Grandonio, il saracin feroce,E seco è Feraguto e Balugante;Ma sopra tutti Mandricardo è quelloChe fa diffesa e mena gran flagello.
Sol fu quel lui che Agramante riscossePer sua prodezza e 'l trasse di travaglia.Oh quanti morti andarno in quelle fosse,Perché era sopra al ponte la battaglia,E l'acque dentro diventorno rossePer tanto sangue che la vista abaglia;Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insiemeAdosso a quei pagan con furia preme.
E già cacciati for gli avea del ponte:Pur tra le sbarre ancor se contrastava;Ecco alle spalle de' Pagani il conteE Brandimarte, che lo seguitava,Con l'altre gente vigorose e pronte.Or la baruffa terribile e bravaQua se radoppia, e tanto dispietataChe simigliante mai non fu contata.
Però che Rodamonte, quello altiero,Sempre ha seguìto Orlando alla spiegata;Più non si tien né strata né sentiero,Tutta la zuffa è in sé ramescolata;Né adoperarse ormai facea mestiero:Tanto è la gente stretta ed adunata,Che Rodamonte solo e solo OrlandoFan piazza larga quanto è lungo il brando.
Ma fusse o per quel populo devotoChe in Parigi pregava con lamento,O per altro destino al mondo ignoto,Ne l'aria se levò tempesta e vento,E sopra al campo sorse un terremoto,Dal qual tremava tutto il tenimento;Terribil pioggia e nebbia orrenda e scuraRipieno aveano il mondo di paura.
E già chinava il giorno ver la sera,Che più facea la cosa paventosa;Di qua, di là se ritrasse ogni schiera,E mancò la battaglia tenebrosa.Ma Turpin lascia qua la istoria vera,Che in questi versi ho tratto di sua prosa,E torna a ragionar di Bradamante,De la qual vi lasciai poco davante,
Quando ella occise al campo Daniforte,Quello avisato e falso saracinoChe a tradimento la feritte a morte:Ma lui perse la vita, essa il camino,Ché era la notte ombrosa e scura forte.Lei sempre via passò sera e matinoPer quel deserto inospite e selvaggio,Ove atrovò nel mezo un romitaggio.
E gran bisogno avendo di riposo,Per molto sangue che perduto avia,E per il camin lungo e faticoso,Smontava a terra e alla porta battia;E quel romito, che stava nascoso,Signosse il viso e disse: - Ave Maria!Chi condotto ha costui? O che miracoloFa che omo arivi al povero abitacolo? -
- Io sono un cavallier, - disse la dama -Ch'ier me smaritti in questa selva oscura,Ed ho de riposar bisogno e brama,Ché son ferito e stracco oltra misura. -Rispose quel romito: - In questa lamaMai non discese umana creatura;Da sessanta anni in qua che vi son stato,Non vidi una sol volta uno omo nato.
Ma spesse fiate il demonio me appare,In tante forme ch'io non saprei dirti,E poco avante io presi a dubitareChe fosti quello, e stei per non aprirti.Questa matina qua viddi passareUna barchetta carica de spirti,Che ne andava per l'aria alla secondaBattendo e remi come fusse in onda.
Colui che stava in poppa per nocchiero,Mi disse: "Fratacchione, al tuo dispettoPartito è già di Francia il bon Rugiero,Qual serìa stato un cristïan perfetto.Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero,Ché vòlto avria le spalle a Macometto;Ma di sua legge ormai non credo che esca,Ed hollo detto acciò che ti rincresca."
Passò la barca, poi che ebbe parlatoQuel tristo spirto, e più non fu veduta;Ed io rimasi assai disconsolato,Pensando che era l'anima perdutaDi quel baron, che morirà dannato,Se Dio per sua pietate non lo aiuta,O se persona non li mette in coreDi batezarse e uscir di tanto errore. -
Quando queste parole udì la dama,Tutta se accese in viso come un foco;Pensando al cavallier che cotanto ama,Nella sua mente non ritrova loco;E sì desia di rivederlo e brama,Che cura di riposo o nulla, o poco,A benché quel romito assai la invitaA medicarse, perché era ferita.
E tanto ben la seppe confortare,Che pur al fine ella pigliò lo invito;Ma, volendoli il capo medicare,Vide la trezza e fo tutto smarito.Battese il petto e non sa che si fare,- Tapino me, - dicendo - io son perito!Questo è il demonio, certo (il vedo a l'orma),Che per tentarmi ha preso questa forma. -
Pur cognoscendo poi per il toccareCh'ella avea corpo e non era ombra vana,Con erbe assai la prese a medicare,Sì che la fece in poco de ora sana;Benché convenne le chiome tagliarePer la ferita, che era grande e strana:Le chiome li tagliò come a garzone,Poi li donò la sua benedizione,
Dicendo: - Vanne altrove a ogni maniera,Ché donna non può star con omo onesta. -Lei se partitte e gionse a una riviera,Qual traversava per quella foresta.Il sole a mezo giorno salito era:E fame e sete e 'l caldo la molesta,Onde alla ripa discese per bere;Bevuto avendo, posese a giacere.
Lo elmo si trasse e il scudo se dislaccia,Ché qua persona non vede vicina;Prese a posar col capo in su le braccia.Così dormendo quella peregrina,Era venuta in questo bosco a cacciaUna dama, nomata Fiordespina,Figliola di Marsilio, re di Spagna,Con cani e occelli e con molta compagna.
Questa cacciando gionse in su la rivaDe la fiumana che io dissi primiero,E vide Bradamante che dormiva:Pensò che fosse un qualche cavalliero.Mirando il viso e sua forma giuliva,De amor se accese forte nel pensiero,"Macon - fra sé dicendo - né naturaPotria formar più bella creatura.
Oh che non fosse alcun meco rimaso!Fosse nel bosco tutta la mia gente,O partita da me per qualche caso,O morta ancora, io ne daria nïente,Pur che io potessi dare a questo un baso,Mentre che el dorme sì suavementeOra aver pazïenza mi bisogna,Ché gran piacer se perde per vergogna."
Parlava Fiordespina in cotal forma,Né se puotea mirando sazïare.Sì dolcemente par che colui dorma,Che non se atenta ponto a disvegliare.Ma già vargata abbiam la usata normaDel canto nostro, e convien riposare;Apresso narrarò la bella istoria:Dio ce conservi con piacere e gloria.
Canto nono
Poi che il mio canto tanto a voi diletta,Ché ben ne vedo nella faccia il signo,Io vo' trar for la citera più elettaE le più argute corde che abbia in scrigno.Or vieni, Amore, e qua meco te assetta,E se io ben son di tal richiesta indigno,Perché e mirti al mio capo non se avoltano,Degni ne son costor che intorno ascoltano.
Come nanti l'aurora, al primo albore,Splendono stelle chiare e matutine,Tal questa corte luce in tant'onoreDe cavallieri e dame peregrine,Che tu pôi ben dal cel scendere, Amore,Tra queste genti angelice e divine;Se tu vien' tra costoro, io te so direChe starai nosco e non vorai partire.
Qui trovarai un altro paradiso;Or vieni adunque e spirami, di graccia,Il tuo dolce diletto e 'l dolce riso,Sì che cantando a questi satisfacciaDe Fiordespina, che mirando in visoA Bradamante par che se disfacciaE del disio se strugga a poco a poco,Come rugiada al sole o cera al foco.
E non potea da tal vista levarsi:Quanto più mira, de mirar più brama,Sì come e farfallin, sin che sono arsi,Non se sanno spiccar mai dalla fiama.Erano e cacciatori intorno sparsi,E qual suo cane e qual suo falcon chiama,Con corni e cridi menando tempesta;Onde al romor la fia de Amon se desta.
Sì come gli occhi aperse, incontinenteUna luce ne uscitte, uno splendore,Che abbagliò Fiordespina primamente,Poi per la vista li passò nel core;E ben ne dimostrò segno evidente,Tingendo la sua faccia in quel coloreChe fa la rosa, alorché aprir se vôleNella bella alba, allo aparir del sole.
Già Bradamante se era rilevata,E perché a gli atti e allo abito compreseQuest'altra esser gran dama e pregïata,La salutò con modo assai cortese;E dove la iumenta avia legata,Quando da prima in su il fiume discese,Ne venne, ché trovarvela vi crede;Ma non la trova ed ove sia non vede,
Perché a se stessa avia tratta la briglia,E nel bosco più folto errando andava.Or tal sconforto la dama se piglia,Che quasi gli occhi a lacrime bagnava;Ma amor, che ogni intelletto resviglia,A Fiordespina subito mostravaCon qual facilitate de legieroSe trovi sola con quel cavalliero.
Essa aveva un destrier de Andologia,Che non trovava parangone al corso;Forte e legiero, un sol diffetto avia,Che, potendo pigliar co' denti il morso,Al suo dispetto l'om portava via,Né si trovava a sua furia soccorso.Sol con parole si puotea tenire:Ciò sa la dama e ad altri nol vôl dire.
Per questo crede lei di fare acquistoDi Bradamante, che stima un barone,E dice: - Cavallier, tanto stai tristoForse per aver perso il tuo ronzone.Se ben non te abbia cognosciuto o visto,La ciera tua mi mostra per ragioneChe non pôi esser di natura fello:Alle più volte bono è quel che è bello.
Onde non credo poter collocareIn altrui meglio una mia cosa eletta;Però questo destrier ti vo' donare,Che non ha il mondo bestia più perfetta.Sol colui dà, qual dà le cose care;Ciascun privar se sa de cosa abietta:E, per stimarme di poco valore,Io non ardisco di donarti il core. -
Così dicendo salta della sellaE il corsier per la briglia li presenta.Bradamante, che vide la donzellaNel viso di color de amor dipenta,E gli occhi tremolare e la favella,Dicea tra sé: "Qualche una mal contentaSerà de noi e ingannata alla vista,Ché gratugia a gratugia poco acquista."
Così tra sé pensando, BradamanteDisse alla dama: - Questo dono è taleChe a meritarlo io non serìa bastante:Se ben tutto mi dono, poco vale.Ma il dar per merto è cosa di mercante,E voi, che aveti lo animo regale,Degnareti accettarmi quale io sono,Che il corpo insieme e l'anima vi dono. -
- Ciò non rifiuto, - disse Fiordespina -Né di cosa ch'io tengo, più me esalto;Non fece mai, che io creda, un don regina,Che ne pigliasse guidardon tanto alto. -Bradamante tacendo a lei se inclina,E sì come era armata prese un salto,Che avria passato sopra una ziraffa;Salì a destriero, e non toccò la staffa.
La Saracina a quello atto se affisse,Con gli occhi fermi e di mirar non saccia,Poi chiamando e compagni intorno, disse:- Per me, non per voi fatta è questa caccia.Se al mio comando alcun disobidisse,Serà caduto nella mia disgraccia,Che meglio vi serà cader nel foco:Vo' che ciascun stia fermo nel suo loco.