Tanta era quivi la gente infinita,E tanti pavaglion, tante bandiere,Che Angelica rimase sbigotita,Poi che passar convien cotante schierePrima che nel castel faccia salita.Ma quei baron dricciâr le mente altiere,E destinarno che la dama vadaDentro alla rocca per forza di spada.
E nulla sapean lor del tradimento,Che il falso Trufaldin fatto li avia;Ma sopra al monte, con molto ardimento,Dànno ordine in qual modo ed in qual viaLa dama se conduca a salvamentoA mal dispetto di quella zinia.Guarniti de tutte arme e suo' destrieri,Fan lo consiglio li arditi guerreri.
Ed ordinâr la forma e la manieraDi passar tutta quella gran canaglia.Il conte Orlando è il primo alla fronteraCon Brandimarte a intrare alla battaglia:Poi son quattro baroni in una schiera,Che de intorno alla dama fan serraglia:Oberto ed Aquilante e Chiarïone,E il re Adrïano è il quarto compagnone.
Quelli hanno ad ogni forza e vigoriaTenir la dama coperta e diffesa.Poi son tre, gionti insieme in compagnia,Che della drietoguarda hanno la impresa:Grifone ed Antifor de Albarosia,E il re Ballano, quella anima accesa.Or questa schiera è sì de ardire in cima,Che tutto il resto del mondo non stima.
Calla de il monte la gente sicura,Con Angelica in mezo di sua scorta,La qual tutta tremava de paura,E la sua bella faccia parìa morta;E già son giunti sopra alla pianura,Né si è di loro ancor la gente accorta.Ma il conte Orlando, cavalliero adorno,Alcia la vista, e pone a bocca il corno.
A tutti quanti li altri era davante,E suonava il gran corno con tempesta:Quello era un dente integro di elefante.Lo ardito conte de suonar non resta;Disfida quelle gente tutte quante,Agrican, Poliferno e ogni sue gesta:E tutti insieme quei re di coronaIsfida a la battaglia, e forte suona.
Quando fu il corno nel campo sentito,Che in ciel feriva con tanto rumore,Non vi fu re, né cavalliero arditoChe non avesse di quel suon terrore;Solo Agricane non fu sbigotito,Che fu corona e pregio di valore;Ma con gran fretta l'arme sue dimanda,E fa sue schiere armar per ogni banda.
Fu in gran fretta il re Agricane armato:Di grosse piastre il sbergo se vestia,Tranchera la sua spada cense al lato,E uno elmo fatto per nigromanziaAl petto ed a le spalle ebbe alacciato.Cosa più forte al mondo non avia:Salomone il fie' far col suo quaderno,E fu collato al foco dello inferno.
E veramente crede il campïoneChe una gran gente mo li viene adosso,Però ch'inteso avia che GalafroneEsercito adunava a più non posso,Perché era quel castel di sua ragione,E destinava di averlo riscosso.Costui stimava scontrare Agricane,Non con Orlando venire alle mane.
Già son spiegate tutte le bandiere,E suonan li instromenti da battaglia;Il re Agricane ha Baiardo il destriereDa le ungie al crine coperto di maglia,E vien davanti a tutte le sue schiere.Ne l'altro canto dirò la travaglia,E de nove baroni un tale ardire,Che mai nel mondo più se odette dire.
Canto decimoquinto
Stati ad odir, segnor, se vi è diletto,La gran battaglia ch'io vi vo' contare.Ne l'altro canto di sopra ve ho dettoDe nove cavallier, che hanno a scontrareDue millïon de popol maledetto;E come e corni se odivan suonare,Trombe, tamburi e voce senza fine,Che par che il mondo se apra e 'l cel roine.
Quando nel mar tempesta con romoreDa tramontana il vento furïoso,Grandine e pioggia mena e gran terrore,L'onda se oscura dal cel nubiloso.Con tal roina e con tanto furoreLevasi il crido nel cel polveroso;Prima de tutti Orlando l'asta aresta,Verso Agrican viene a testa per testa.
E se incontrarno insieme e due baroni,Che avean possanza e forza smisurata,E nulla se piegarno de li arcioni,Né vi fo alcun vantaggio quella fiata.Poi se voltarno a guisa de leoni;Ciascun con furia trasse for la spata,E cominciâr tra lor la acerba zuffa.Or l'altra gente gionge alla baruffa;
Sì che fu forza a quei duo cavallieriLasciar tra lor lo assalto cominciato,Benché se dipartîr mal volontieri,Ché ciascun se tenea più avantaggiato.Il conte se retira ai suoi guerreri,Brandimarte li è sempre a lato a lato;Oberto, Chiarïone ed AquilanteSono alle spalle a quel segnor de Anglante.
Ed è con loro il franco re Adrïano,Segue Antifor e lo ardito Grifone,Ed in mezo di questi il re Ballano.Or la gran gente fora di ragionePer monte e valle, per coste e per piano,Seguendo ogni bandiera, ogni pennone,A gran roina ne vien loro adosso,E con tal crido, che contar nol posso.
Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia,E vostri cridi non varran nïente;Vostro furor serà foco di paglia,Tutti sereti occisi incontinente. -Or se incomincia la crudel battagliaTra quei nove campioni e quella gente;Ben se puotea veder il conte OrlandoSpezzar le schiere e disturbar col brando.
Il re Agricane a lui solo attendia,E certamente assai li dà che fare;Ma Brandimarte e l'altra compagniaFan con le spade diverso tagliare,E tanto uccidon di quella zinia,Che altro che morti al campo non appare.Verso la rocca vanno tutta fiata,E già presso li sono ad una arcata.
Nel campo de Agricane era un gigante,Re di Comano, valoroso e franco,Ed era lungo dal capo alle pianteBen vinti piedi, e non è un dito manco:Di lui ve ho racontato ancor davanteChe prese Astolfo, e nome ha Radamanto.Costui se mosse con la lancia in mano,E riscontrò su il campo il re Ballano.
Ferì quel re di drieto nelle spalleIl malvaggio gigante e traditore,Che del destrier il fie' cadere a valle,Né valse al re Ballan suo gran valore.Allo ardito Grifon forte ne calle,E volta a Radamanto con furore;E comenciâr battaglia aspra e crudele,Con animo adirato e con mal fiele.
Levato è il re Ballan con molto ardire,E francamente al campo si mantiene;Ma già non puote al suo destrier salire,Tanto è la gente che adosso li viene.Esso non resta intorno de ferire,La spada sanguinosa a due man tiene;Lui nulla teme e i compagni conforta:Fatto se ha un cerchio della gente morta.
Il re de Sueza, forte campïone,Che per nome è chiamato Santaria,Con una lancia d'un grosso tronconeScontrò con Antifor di Albarossia;Già non lo mosse ponto dello arcione,Ché il cavalliero ha molta vigoria,E se diffende con molta possanza;A prima giunta li tagliò la lanza.
Argante di Rossia stava da parte,Guardando la battaglia tenebrosa;Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,Che facea prova sì meravigliosa,Che contar non lo può libro né carte.Tutta la sua persona è sanguinosa;Mena a due mane quel brando tagliente,Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.
A lui se driccia il smisurato ArganteSopra a un destrier terribile e grandissimo,E ferì il scudo a Brandimarte avante.Ma lui tanto era ardito e potentissimo,Che nulla cura de l'alto gigante,Benché sia nominato per fortissimo,Ma con la spada in mano a lui s'affronta;Ogni lor colpo ben Turpin raconta.
Ma io lascio de dirli nel presente:Pensati che ciascun forte se adopra.Ora tornamo a dir de l'altra gente;Benché la terra de morti se copra,Quelle gran schiere non sceman nïente.Par che lo inferno li mandi di sopra,Da poi che sono occisi, un'altra volta,Tanto nel campo vien la gente folta.
Fermi non stanno e nove cavallieri,Ma ver la rocca vanno a più non posso;La strata fanno aprir coi brandi fieri,Ducento millia n'ha ciascuno adosso.Lasciar Ballano a forza li è mestieri,Ché fo impossibil de averlo riscosso;Li altri otto ancora son tornati insieme,Tutta la gente adosso di lor preme.
E detti re son con loro alle mane,Ciascun di pregio e gran condizïone.Lurcone e Radamanto ed AgricaneE Santaria e Brontino e Pandragone,Argante, che fo lungo trenta spane,Uldano e Poliferno e Saritrone;Tutti eno insieme, e con gran vigoriaAtterrâr Antifor de Albarossia.
La schiera de quei quattro, che io contaiChe copriva la dama, in sua diffesaFacea prodezze e meraviglie assai,Ma troppo è disegual la lor contesa.Agrican di ferir non resta mai,Ché vôl la dama ad ogni modo presa,E gente ha seco di cotanto affareChe a lor convien la dama abandonare.
Ed essa, che se vede a tal partito,Di gran paura non sa che si fare,Scordase dello annel che aveva in dito,Col qual potea nascondersi e campare.Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,Che de altra cosa non può racordare;Ma solo Orlando per nome dimanda,A lui piangendo sol se racomanda.
Il conte, che alla dama è longi poco,Ode la voce che cotanto amava;Nel core e nella faccia viene un foco,Fuor de l'elmo la vampa sfavillava;Batteva e denti e non trovava loco,E le genocchie sì forte serrava,Che Brigliadoro, quel forte corsiero,Della gran stretta cade nel sentiero;
A benché incontinente fo levato.Ora ascoltati fuora di misuraColpi diversi de Orlando adirato,Che pure a racontarli è una paura.Il scudo con roina avia gettato,Ché tutto il mondo una paglia non cura;Scrolla la testa quella anima insana,Ad ambe man tiene alta Durindana;
Spezza la gente per tutte le bande.Or fuor delli altri ha scorto Radamanto(Prima lo vide, perché era il più grande):Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco,In duo cavezzi per terra lo spande;Né di quel colpo non parve già stanco,Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone,E tutto il fese insino in su l'arcione.
Non prende alcun riposo il paladino,Ma fulminando mena Durindana,E non risguarda grande o piccolino,Li altri re taglia e la gente mezzana.Mala ventura lì mostrò Brontino,Che dominava la terra Normana:Dalla spalla del scudo e piastre e magliaSino alla coscia destra tutto il taglia.
Ora ecco il re de' Goti, Pandragone,Che viene a Orlando crucïoso avante;Questo se fida nel suo compagnone,Perché alle spalle ha il fortissimo Argante.Orlando verso lor va di rondone,Che già bene adocchiato avia il gigante;Ma perché a Pandragone agionse in prima,Per il traverso delle spalle il cima.
A traverso del scudo il gionse a ponto,E l'una e l'altra spalla ebbe troncata.Argante era con lui tanto congionto,Che non puotè schiffarsi in questa fiata,Ma proprio di quel colpo, come io conto,Li fo a traverso la panza tagliata;Però ch'Argante fu di tanta altura,Che Pandragon li dava alla cintura.
Quel gran gigante volta il suo ronzoneE per le schiere se pone a fuggire,Portando le budelle su lo arcione.Mai non se arestò il conte di ferire;Non ha, come suolea, compassïone,Tutta la gente intorno fa morire;Pietà non vale, o dimandar mercede:Tanto è turbato, che lume non vede.
Non ebbe il mondo mai cosa più scuraChe fo a mirare il disperato conte;Contra sua spada non vale armatura;Di gente occisa ha già fatto un gran monte,Ed ha posto a ciascun tanta paura,Che non ardiscon di mirarlo in fronte.Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda:Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -
Agrican combattea con AquilanteAlor che Orlando mena tal roina;Angelica ben presso gli è davante,Che trema come foglia la meschina.Eccoti gionto quel conte de Anglante;Con Durindana mai non se raffina:Or taglia omini armati, ora destrieri,Urta pedoni, atterra cavallieri.
Ed ebbe visto il Tartaro da canto,Che facea de Aquilante un mal governo,Ed ode della dama il tristo pianto:Quanta ira allora accolse, io nol discerno.Su le staffe se riccia, e dassi vantoMandar quel re de un colpo nello inferno;Mena a traverso il brando con tempesta,E proprio il gionse a mezo della testa.
Fu quel colpo feroce e smisurato,Quanto alcuno altro dispietato e fiero;E se non fosse per lo elmo incantato,Tutto quanto il tagliava de legiero.Sbalordisce Agricane, e smemoratoPer la campagna il porta il suo destriero;Lui or da un canto, or dall'altro si piega,Fuor di se stesso andò ben meza lega.
Orlando per lo campo lo seguiaCon Brigliadoro a redina bandita;In questo il re Lurcone e SantariaCon gran furor la dama hanno assalita.Ciascun de' quattro ben la diffendia,Ma non vi fu rimedio alla finita:Tanto la gente adosso li abondaro,Che al mal suo grado Angelica lasciaro.
Re Santaria davante in su l'arcioneDal manco braccio la dama portava,E stava a lui davanti il re Lurcone;Poliferno ed Uldano il seguitava.Era a vedere una compassïoneLa damigella come lacrimava;Iscapigliata crida lamentando,Ad ogni crido chiama il conte Orlando.
Oberto, Clarïone ed AquilanteErano entrati nella schiera grossa,E di persona fan prodezze tante,Quante puon farsi ad aver la riscossa;Ma le lor forze non eran bastante,Tutta è la gente contra de lor mossa.Ora Agricane in questo se risente:Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.
Verso de Orlando nequitoso tornaPer vendicare il colpo ricevuto;Ma il conte vede quella dama adorna,Che ad alta voce li domanda aiuto.Là se rivolta, che già non soggiorna,Ché tutto il mondo non l'avria tenuto;Più de una arcata se puotea sentireL'un dente contra a l'altro screcienire.
Il primo che trovò, fo il re Lurcone,Che avanti a tutti venìa per lo piano.Il conte il gionse in capo di piatone,Però che 'l brando se rivolse in mano;Ma pur lo gettò morto dello arcione,Tanto fo il colpo dispietato e strano.L'elmo andò fraccassato in sul terreno,Tutto di sangue e di cervello pieno.
Or ascoltati cosa istrana e nova,Che il capo a quel re manca tutto quanto,Né dentro a l'elmo o altrove se ritrova,Così l'aveva Durindana infranto.Ma Santaria, che vede quella prova,Di gran paura trema tutto quanto,Né riparar se sa da il colpo crudo,Se non se fa de quella dama scudo.
Però che Orlando già gli è gionto adosso,Né diffender se può, né può fuggire;Temeva il conte di averlo percosso,Per non far seco Angelica perire.Essa cridava forte a più non posso:- Se tu me ami, baron, famel sentire!Occidi me, io te prego, con tue mane;Non mi lasciar portare a questo cane. -
Era in quel ponto Orlando sì confuso,Che non sapeva apena che se fare.Ripone il brando il conte di guerra uso,E sopra a Santaria se lascia andare,Né con altra arma che col pugno chiusoSe destina la dama conquistare;Re Santaria, che senza brando il vede,Di averlo morto o preso ben se crede.
La dama sostenia da il manco lato,E nella destra mano avea la spada.Con essa un aspro colpo ebbe menato;Ma benché il brando sia tagliente e rada,Già non se attacca a quel conte affatato.Esso non stette più nïente a bada:Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra,E morto il gettò sopra della terra.
Per bocca e naso uscia fuora il cervello,Ed ha la faccia di sangue vermiglia.Or se comincia un altro gran zambello,Però che Orlando quella dama piglia,E via ne va con Brigliadoro isnello,Tanto veloce, che è gran meraviglia.Angelica è sicura di tal scorta,E del castello è già gionta alla porta.
Ma Trufaldino alla torre se affaccia,Né già dimostra di volere aprire;A tutti e cavallier crida e minacciaDi farli a doglia ed onta ripartire;Con dardi e sassi a giù forte li caccia.La dama di dolor volea morire;Tutta tremava smorta e sbigotita,Poi che se vede, misera! tradita.
La grossa schiera de' nemici ariva:Agricane è davante e il fiero Uldano;Quella gran gente la terra coprivaPer la costa del monte e tutto il piano.Chi fia colui che Orlando ben descriva,Che tien la dama e Durindana in mano?Soffia per ira e per paura geme;Nulla di sé, ma de la dama teme.
Egli avea della dama gran paura,Ma di se stesso temeva nïente.Trufaldin li cacciava dalle mura,Ed alla rocca il stringe l'altra gente.Cresce d'ogni ora la battaglia dura,Perché da il campo continüamenteTanta copia di frezze e dardi abonda,Che par che il sole e il giorno se nasconda.
Adrïano, Aquilante e ChiarïoneFanno contra Agrican molta diffesa;E Brandimarte, che ha cor di leone,Par tra' nemici una facella accesa.Il franco Oberto e l'ardito GrifoneMolte prodezze ferno in quella impresa.Sotto la rocca stava il paladino,Ed umilmente prega Trufaldino,
Che aggia pietade di quella donzellaCondotta a caso di tanta fortuna;Ma Trufaldino per dolce favellaNon piega l'alma di pietà digiuna,Ché un'altra non fu mai cotanto fellaNé traditrice sotto della luna.Il conte priega indarno: a poco a pocoL'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.
Sotto la rocca più se fu appressato,E tien la dama coperta col scudo;E verso Trufaldin fu rivoltatoCon volto acceso e con sembiante crudo.Ben che non fusse a minacciare usato,Ma più presto a ferire, il baron drudoOr lo scridava con tanta bravura,Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.
Stringeva e denti e dicea: - Traditore!Ad ogni modo non puotrai campare,Ché questo sasso in meno de quattro oreVoglio col brando de intorno tagliare,E pigliarò la rocca a gran furore,E giù nel piano la vo' trabuccare;E struggerò quel campo tutto quanto,E tu serai con loro insieme afranto. -
Cridava il conte in voce sì orgogliosa,Che non sembrava de parlare umano.Trufaldino avia l'alma timorosa,Come ogni traditore ha per certano;E vista avia la forza valorosa,Che mostrata avea il conte sopra al piano;Ché sette re mandati avia dispersi,Rotti e spezzati con colpi diversi.
E già pareva a quel falso ribaldoVeder la rocca de intorno tagliata,E roinar il sasso a giù di saldoAdosso ad Agricane e sua brigata,Perché vedeva il conte de ira caldo,Con gli occhi ardenti e con vista avampata.Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire,Piacciati un poco mia ragione odire.
Io non lo niego, e negar non sapria,Ch'io non abbia ad Angelica fallito;Ma testimonio il celo e Dio me siaChe mi fu forza a prender tal partitoPer li duo miei compagni e sua folìa,Benché ciascun da me si tien tradito;Ché vennerno con meco a questïone,Ed io li presi, e posti li ho in pregione.
E benché meco essi abbiano gran torto,Da loro io non avria perdon giamai;E come fosser fuora, io serìa morto,Perché di me son più potenti assai;Onde per questo io te ragiono scorto,Che mai qua dentro tu non intrarai,Se tua persona non promette e giuraFar con sua forza mia vita sicura.
E simil dico de ogni altro barone,Che voglia teco nella rocca entrare:Giurarà prima de esser campïonePer mia persona, e la battaglia fareContra a ciascuno, e per ogni cagioneChe alcun dimanda o possa dimandare;Poi tutti insieme giurareti a tondoFar mia diffesa contra tutto il mondo. -
Orlando tal promessa ben li niega,Anci il minaccia con viso turbato;Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega,E stretto al collo lo tiene abracciato;Onde quel cor feroce al fin se piega.Come volse la dama, ebbe giurato;E similmente ogni altro cavallieroGiura quel patto a pieno e tutto intiero.
Sì come dimandar si seppe a bocca,Fu fatto Trufaldin da lor sicuro.Lui poi apre la porta e il ponte scocca,Ed intrò ciascun dentro al forte muro.Or più vivande non è nella rocca,Fuor che mezo destrier salato e duro.Orlando, che di fame venìa meno,Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.
Li altri mangiorno il resto tutto quanto,Sì che bisogna de altro procacciare.Brandimarte e Adrïan se tran da canto;Chiarïone ed Oberto de alto affareCol conte Orlando insieme se dan vantoGran vittualia alla rocca portare:Ad Aquilante e il suo fratel GrifoneRestò la guarda de il forte girone.
Perché alcun cavallier non se fidavaDi Trufaldin, malvaggia creatura,Però la guardia nova se ordinavaE la diffesa intorno a l'alte mura.E già l'alba serena se levava,Poi che passata fo la notte oscura,Né ancora era chiarito in tutto il giorno,Che Orlando è armato, e forte sona il corno.
Ode il gran suono la gente nel piano,Che a tutti quanti morte li minaccia.Ben se spaventa quel popol villano;Non rimase ad alcun colore in faccia.Ciascun piangendo batte mano a mano;Chi fugge, e chi nasconder se procaccia,Però che il giorno avanti avian provatoIl furor crudo de Orlando adirato.
Per questo il campo, la parte maggiore,Per macchie e fossi ascosi se apiatava;Ma il re Agricane e ciascun gran segnoreMinacciando sua gente radunava.Non fu sentito mai tanto rumorePer la gran gente che a furor se armava;Non ha bastone il re Agrican quel crudo,Ma le sue schiere fa col brando nudo;
E come vede alcun che non è armato,O che se alonghi alquanto della schiera,Subitamente il manda morto al prato.Guarda de intorno la persona altiera,E vede il grande esercito adunato,Che tien da il monte insino alla riviera.Quattro leghe è quel piano in ogni verso:Tutto lo copre quel popol diverso.
Gran maraviglia ha il re Agricane il fieroChe quella gente, grande oltra misura,Sia spaventata da un sol cavalliero;Perché ciascun tremava di paura,Ed esso per se solo in sul destrieroDi contrastare a tutti si assecura;Quei cavallieri e Orlando paladinoManco li stima che un sol fanciullino.
E sol se avanta il campo mantenireA quanti ne uscirà di quella rocca;Tutti li sfida e mostra molto ardire,Forte suonando col corno alla bocca.Ne l'altro canto potereti odireCome l'un l'altro col brando se tocca,Che mai più non sentisti un tal ferire:Poi di Ranaldo tornarovi a dire.
Canto decimosesto
Tutte le cose sotto della luna,L'alta ricchezza, e' regni della terra,Son sottoposti a voglia di Fortuna:Lei la porta apre de improviso e serra,E quando più par bianca, divien bruna;Ma più se mostra a caso della guerraInstabile, voltante e roïnosa,E più fallace che alcuna altra cosa;
Come se puote in Agrican vedere,Quale era imperator de Tartaria,Che avia nel mondo cotanto potere,E tanti regni al suo stato obedia.Per una dama al suo talento avere,Sconfitta e morta fu sua compagnia;E sette re che aveva al suo comandoPerse in un giorno sol per man di Orlando.
Onde esso al campo, come disperatoSuonando il corno, pugna dimandava,Ed avea il conte Orlando disfidato,Con ogni cavallier che il seguitava;E lui soletto, sì come era, al pratoTutti quanti aspettarli se vantava.Ma della rocca già se calla il ponte,Ed esce fuora armato il franco conte.
Alle sue spalle è Oberto da il Leone,E Brandimarte, che è fior di prodezza,Il re Adrïano e il franco Chiarïone:Ciascun quella gran gente più disprezza.Angelica se pose ad un balcone,Perché Orlando vedesse sua bellezza;E cinque cavallier con l'asta in manoGià son dal monte giù callati al piano.
Quel re feroce a traverso li guarda:Quasi contra a sì pochi andar se sdegna;Par che tutta la faccia a foco li arda,Tanto ha l'anima altiera de ira pregna.Voltasi alquanto a sua gente codarda,In cui bontade né virtù non regna,Né a lor se digna de piegar la faccia,Ma con gran voce comanda e minaccia:
- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville,Che si movesse già per darmi aiuto!Se ben venisser mille volte milleQuanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha già auto,Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille,Ciascun fia da me preso ed abattuto;E come occisi ho quei cinque gagliardi,Ogni om di voi da me poi ben si guardi.
Ché tutti quanti, gente maledetta,Prima che il sole a sera gionto sia,Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta,E spargerove per la prataria;Perché in eterno mai non se rasettaA nascer de voi stirpe in TartariaChe faccia tal vergogna al suo paese,Come voi fate nel campo palese. -
Quel populaccio tremando se crolaCome una legier foglia al fresco vento,Né se avrebbe sentito una parola,Tanto ciascuno avea de il re spavento.Trasse Agricane sua persona solaFuor della schiera, e con molto ardimentoPone alla bocca il corno e suona forte:Ribomba il suono e carne e sangue e morte.
Orlando, che ben scorge in ogni bandaDel re Agricane il smisurato ardire,A Iesù Cristo per grazia dimandaChe lo possa a sua fede convertire.Fassi la croce e a Dio si racomanda,E poi che vede il Tartaro venire,Ver lui se mosse con molto ardimento:Il corso de il destrier par foco e vento.
Se forse insieme mai scontrâr due troni,Da levante a ponente, al cel diverso,Così proprio se urtarno quei baroni;L'uno e l'altro a le croppe andò riverso.Poi che ebber fraccassato e lor tronconiCon tal ruina ed impeto perverso,Che qualunque era d'intorno a vedere,Pensò che il cel dovesse giù cadere.
Del suo Dio se ricorda ogni om di loro,Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede.Fu per cadere a terra Brigliadoro:A gran fatica il conte il tiene in piede.Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro,Che la polver de lui sola se vede;Nel fin del corso se voltò de un salto,Verso de Orlando, sette piedi ad alto.
Era ancor già rivolto il franco conteContra al nemico, con la mente altiera;La spada ha in mano che fu del re Almonte.Così tratto Agricane avea Tranchera;E se trovarno due guerreri a fronte,E di cotali al mondo pochi ne era;E ben mostrarno il giorno, alla gran prova,Che raro in terra un par de lor se trova.
Non è chi de essi pieghi o mai se torza,Ma colpi adoppia sempre, che non resta;E come lo arboscel se sfronde e scorzaPer la grandine spessa che il tempesta,Così quei duo baron con viva forzaL'arme han tagliate, fuor che della testa;Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri,Né l'un né l'altro ha in capo più cimieri.
Pensò finir la guerra a un colpo Orlando,Perché ormai gli incresceva il lungo gioco,Ed a due man su l'elmo menò il brando;Quel tornò verso il cel gettando foco.Il re Agrican fra' denti ragionando,A lui diceva: "Se me aspetti un poco,Io ti farò la prova manifestaChi de noi porta megliore elmo in testa."
Così dicendo un gran colpo disserraAd ambe mano, ed ebbe opinïoneMandare Orlando in due parte per terra,Ché fender se 'l credea fin su lo arcione.Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra,Ché anco egli era opra de incantazïone.Fiello Albrizac, il falso negromante,E diello in dono al figlio de Agolante;
Questo lo perse, quando a quella fonteLo occise Orlando in braccio a Carlo Mano.Or non più zanze: ritornamo al conte,Che ricevuto ha quel colpo villano.Da le piante sudava insin la fronte,E di far sua vendetta è ben certano;A poco a poco l'ira più se ingrossa,A due man mena con tutta sua possa.
Da lato a l'elmo gionse il brando crudo,E giù discese della spalla stanca;Più de un gran terzo li tagliò del scudo,E l'arme e' panni, insin la carne bianca,Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo;Calla giù il colpo, e discese ne l'anca,E carne e pelle aponto li risparma,Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.
Quando quel colpo sente il re Agricane,Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare.S'io non me affretto di menar le mane,A questa sera non credo arivare;Ma sue prodezze tutte seran vane,Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare;E non è maglia e piastra tanto grossa,Che a questo colpo contrastar mi possa."
Con tal parole a la sinestra spallaMena Tranchera, il suo brando affilato;La gran percossa al forte scudo calla,E più de mezo lo gettò su il prato.Gionse nel fianco il brando che non falla,E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato;Manda per terra a un tratto piastre e maglia,Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.
Stanno a veder quei quattro cavallieriChe venner con Orlando in compagnia,E mirando la zuffa e i colpi fieri,E tutti insieme e ciascadun diciaChe il mondo non avia duo tal guerreriDi cotal forza e tanta vigoria.Gli altri pagan, che guardan la tenzone,Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! -
Ciascun le botte de' baron misura,Ché ben iudica e colpi a cui non dole;Ma quei duo cavallier senza pauraFacean de' fatti, e non dicean parole.E già durata è la battaglia duraA l'ora sesta da il levar del sole,Né alcun di loro ancor si mostra stanco,Ma ciascun di loro è più che pria franco.
Sì come alla fucina in MongibelloFabrica troni il demonio Vulcano,Folgore e foco batte col martello,L'un colpo segue a l'altro a mano a mano;Cotal se odiva l'infernal flagelloDi quei duo brandi con romore altano,Che sempre han seco fiamme con tempesta;L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.
Orlando gli menò d'un gran riversoAd ambe man, di sotto alla corona,E fu il colpo tanto aspro e sì diverso,Che tutto il capo ne l'elmo gli intona.Avea Agricane ogni suo senso perso;Sopra il col di Baiardo se abandona,E sbigotito se attaccò allo arcione:L'elmo il campò, che fece Salamone.
Via ne lo porta il destrier valoroso;Ma in poco de ora quel re se risente,E torna verso Orlando, furïosoPer vendicarse a guisa di serpente.Mena a traverso il brando roïnoso,E gionse il colpo ne l'elmo lucente:Quanto puote ferire ad ambe braccia,Proprio il percosse a mezo della faccia.
Il conte riversato adietro inchina,Ché dileguate son tutte sue posse;Tanto fo il colpo pien di gran roina,Che su la groppa la testa percosse;Non sa se egli è da sera, o da matina,E benché alora il sole e il giorno fosse,Pur a lui parve di veder le stelle,E il mondo lucigar tutto a fiammelle.
Or ben li monta lo estremo furore:Gli occhi riversa e strenge Durindana.Ma nel campo se leva un gran romore,E suona nella rocca la campana.Il crido è grande, e mai non fo maggiore:Gente infinita ariva in su la pianaCon bandiere alte e con pennoni adorni,Suonando trombe e gran tamburi e corni.
Questa è la gente de il re Galafrone,Che son tre schiere, ciascuna più grossa.Per quella rocca, che è di sua ragione,Vien con gran furia ad averla riscossa;Ed ha mandato in ogni regïone,E meza la India ha ne l'arme commossa;E chi vien per tesor, chi per paura,Perché è potente e ricco oltra a misura.
Dal mar de l'oro, ove l'India confina,Vengon le gente armate tutte quante.La prima schiera con molta roinaMena Archiloro il Negro, che è gigante;La seconda conduce una regina,Che non ha cavallier tutto il levanteChe la contrasti sopra della sella,Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.
Marfisa la donzella è nominata,Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera,Che ben cinque anni sempre stette armataDa il sol nascente al tramontar di sera,Perché al suo dio Macon se era avotataCon sacramento, la persona altiera,Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia,Sin che tre re non prenda per battaglia.
Ed eran questi il re de Sericana,Dico Gradasso, che ha tanta possanza,Ed Agricane, il sir de Tramontana,E Carlo Mano, imperator di Franza.La istoria nostra poco adietro spianaDi lei la forza estrema e la arroganza,Sì che al presente più non ne ragiono,E torno a quei che gionti al campo sono.
Con romor sì diverso e tante cridaPassato han Drada, la grossa riviera,Che par che il cel profondi e se divida.Dietro alle due venìa l'ultima schiera;Re Galifrone la governa e guidaSotto alle insegne di real bandiera,Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro.Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,
Che fo gigante di molta grandezza,Né alcuna cosa mai volse adorare,Ma biastema Macone e Dio disprezza,E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare.Questo Archiloro con molta fierezzaPrimeramente il campo ebbe assaltare;Come un demonio uscito dello infernoFa de' nemici strazio e mal governo.
Portava il Negro un gran martello in mano,(Ancude non fu mai di tanto peso),Spesso lo mena, e non percote in vano:Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso.Contra di lui è mosso il franco UldanoE Poliferno, di furore acceso,Con due tal schiere, che il campo ne è pieno;Ciascuna è cento millia, o poco meno.
E quei duo re, non già per un camino,Ché l'un de l'altro alora non se accorse,Ferirno al Negro nel sbergo acciarino,E quel si stette di cadere in forse,E fu per traboccar disteso e chino;Ma quel ferir contrario lo soccorse,Ché Poliferno già l'avea piegato,Quando il percosse Uldano a l'altro lato.
Sopra alle lancie il Negro se suspese,Ma già per questo di colpir non resta;Però che il gran martello a due man prese,E ferì il Poliferno nella testa,E tramortito per terra il distese.Poi volta l'altro colpo con tempesta,E nel guanciale agionse il forte Uldano,Sì che de arcione il fie' cadere al piano.
Quei re distesi rimasero al campo.Passa Archiloro e mostra gran prodezza;Come un drago infiammato adduce vampo,Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza,Né a lui si trova alcun riparo o scampo:Tutta la gente occide con fierezza;Fugge ciascuno e non lo può soffrire.Vede Agricane sua gente fuggire,
E volto a Orlando con dolce favellaDisse: - Deh! cavalliero, in cortesia,Se mai nel mondo amasti damisella,O se alcuna forse ami tuttavia,Io te scongiuro per sua faccia bella,(Così la ponga amore in tua balìa!):Nostra battaglia lascia nel presente,Perch'io doni soccorso alla mia gente.
E benché te più oltra non cognoscaSe non per cavallier alto e soprano,Da or ti dono il gran regno di Mosca,Sino al mar di Rossia, che è l'Oceano.Il suo re è nello inferno a l'aria fosca:Tu ve il mandasti iersira con tua mano;Radamanto fo quel, di tanta altura,Che col brando partisti alla cintura.
Liberamente il suo regno ti dono,Né credo meglio poterlo alogare,Ché non ha il mondo cavallier sì bono,Qual di bontate ti possa avanzare:Ed io prometto e giuro in abandonoChe un'altra volta me voglio provareTeco nel campo, per far certo e chiaroQual cavalliero al mondo non ha paro.
Più che omo me stimava alora quandoProvata non avea la tua possanza;Né mi credetti aver diffesa al brando,Né altro contrasto al colpo de mia lanza;Ed odendo talor parlar de Orlando,Che sta in Ponente nel regno di Franza,Ogni sue forze curavo io nïente,Me sopra ogni altro stimando potente.
Questa battaglia e lo assalto sì fieroChe è tra noi stato, e l'aspere percosseMe hanno cangiato alquanto nel pensiero,E vedo ch'io sono om di carne e d'osse.Ma domatina sopra de il sentieroFarem la ultima prova a nostre posse;E tu in quel ponto o ver la mia personaSerà del mondo il fiore e la corona.
Ma or ti prego che per questa fiataAndar me lascia, cavallier, sicuro;Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata,Per quella sol te prego e te scongiuro.Vedi mia gente tutta sbaratataDa quel gigante smisurato e scuro,E s'io li dono, per tuo merto, aiuto,Serò in eterno a te sempre tenuto. -
A benché il conte assai fosse adiratoPel colpo recevuto a gran martìre,E volentier se avesse vendicato,Alla dimanda non seppe disdire,Perché uno omo gentil e inamoratoNon puote a cortesia giamai fallire.Così lo lasciò Orlando alla bona ora,Ed aiutarlo se proferse ancora.
Esso, che aiuto non cura nïente,Come colui che avea molta arroganza,Volta Baiardo ch'è tanto potente,Ed a un suo cavallier tolse una lanza.Quando tornare il vide la sua gente,Ciascun riprese core e gran baldanza;Levasi il crido e risuona la riva:Tutta la gente torna, che fuggiva.
Il re Agricane alla corona d'oroOgni sua schiera di novo rasetta;Lui davanti se pone a tutti loroSopra a Baiardo, che sembra saetta,E forïoso vòlto ad Archiloro;Fermo il gigante in su duo piè lo aspettaCol scudo in braccio e col martello in mano,Carco a cervelle e rosso a sangue umano.
Il scudo di quel negro un palmo è grosso,Tutto di nerbo è di elefante ordito.Sopra di quello Agrican l'ha percosso,Ed oltra il passa col ferro polito;Per questo non è lui de loco mosso.Per quel gran colpo non se piega un dito,E mena del martello a l'asta bassa:Giongela a mezo e tutta la fraccassa.
Quel re gagliardo poco o nulla il stima,Benché veggia sua forza smisurata,Né fo sua lancia fraccassata in prima,Che egli ebbe in mano la spada affilata,E col destrier che di bontade è cima,Intorno lo combatte tutta fiata;Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda,Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.
Sopra a duo piedi sta fermo il gigante,Come una torre a cima de castello;Mai non ha mosso ove pose le piante,E solo adopra il braccio da il martello.Or gli è lo re di drieto, ora davante,Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello;Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo,Tanto è legiero e destro quel cavallo.
Stava a vedere e l'una e l'altra gente,Dico quei de India e quei di Tartaria,Sì come a lor non toccasse nïente,Ma sol fosse da duo la pugna ria.Così sta ciascadun queto e pon mente,Lodando ogniuno il suo di vigoria:Mentre che ciascun guarda e parla e cianza,Mena Archiloro un colpo di possanza.
Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena,Ma non gionse Agrican, ché l'avria morto;Tutto il martello ascose ne l'arena.Ora il gigante è ben gionto a mal porto:Callate non avea le braccie apena,Che il re, qual stava in su lo aviso scorto,Con tal roina il brando su vi mise,Che ambe le mane a quel colpo divise.
Restâr le mane al gran martello agionte,Sì come prima a quello eran gremite;Fu po' lui morto di taglio e di ponte,Ché ben date li fôr mille ferite;E parve a ciascun vendicar sue onte,Perché egli uccise il dì gente infinite.Agricane il lasciò, quel segnor forte,Non se dignando lui darli la morte.
Sì che fo occiso da gente villane,Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso.Poi che l'ebbe lasciato, il re AgricaneUrta Baiardo tra quel popol grosso,E pone in rotta le gente indïane,Con tal ruina che contar nol posso.Quel re li taglia e sprezali con scherno,E già son gionti Uldano e Poliferno.
Questi duo re gran pezzo sterno al pratoSì come morti e fuor di sentimento,Ché ciascuno il martello avea provato,Come io ve dissi, con grave tormento.Or era l'uno e l'altro ritornato,E sopra all'Indïan, con ardimento,De il colpo ricevuto fan vendetta,E chi più può, col brando e Nigri affetta.
Non fanno essi riparo, ad altra guisaChe se diffenda da il fuoco la paglia;Agrican lor guardava con gran risa,Ché non degna seguir quella canaglia.Or sappiati che la dama MarfisaBen da due leghe è longi alla battaglia;Alla ripa del fiume sopra a l'erbaDormia ne l'ombra la dama superba.
Tanto il core arrogante ha quell'altiera,Che non volse adoprar la sua personaContra ad alcuno, per nulla mainera,Se quel non porta in capo la corona;E per questo ne è gita alla rivera,E sotto un pin dormendo se abandona;Ma prima, nel smontar che fie' di sella,Queste parole disse a una donzella,
(Era questa di lei sua cameriera):Disse Marfisa: - Intendi il mio sermone:Quando vedrai fuggir la nostra schiera,E morto o preso lo re Galafrone,E che atterrata fia la sua bandiera,Alor me desta e mename il ronzone;Nanzi a quel ponto non mi far parola,Ché a vincer basta mia persona sola. -
Dopo questo parlare il viso belloColcasi al prato, e indosso ha l'armatura;E come fosse dentro ad un castello,Così dormiva alla ripa sicura.Ora torniamo a dire il gran zambelloDe li Indïani, che di alta pauraVanno a roina, senza alcun riguardo,Sino alla schiera de il real stendardo.
Re Galafrone ha la schiuma alla bocca,Poi che sua gente sì vede fuggire;Ben come disperato il caval tocca,E vôl quel giorno vincere, o perire.La figlia sua, che stava nella rocca,Lo vide a quel gran rischio di morire,E temendo de ciò, come è dovuto,Al conte Orlando manda per aiuto.
Manda a pregarlo che senza tardanzaGli piaccia aiuto al suo patre donare;E se mai de lui debbe aver speranza,Voglia quel giorno sua virtù mostrare;E che debbia tenire in ricordanzaChe dalla rocca lo puotria guardare;Sì che se adopri, se de amore ha brama,Poiché al iudicio sta della sua dama.
Lo inamorato conte non si posa,E trasse Durindana con furore,E fie' battaglia dura e tenebrosa,Come io vi conterò tutto il tenore.Ma al presente io lascio qui la cosa,Per tornare a Ranaldo di valore,Qual, come io dissi, dentro un bel verzieroVide giacersi al fonte un cavalliero.
Piangea quel cavallier sì duramente,Che avria fatto un dragon di sé pietoso;Né di Ranaldo si accorgea nïente,Perché avea basso il viso lacrimoso.Stava il principe quieto, e ponea menteCiò che facesse il baron doloroso;E ben che intenda che colui se dole,Scorger non puote sue basse parole.
Unde esso dismontava dello arcione,E con parlar cortese il salutava;E poi li adimandava la cagionePerché così piangendo lamentava.Alciò la faccia il misero barone:Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava,Poi disse: - Cavallier, mia trista sorteMe induce a prender voluntaria morte.
Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro,Che non è ciò quel che mi fa dolere;Anzi alla morte ne vado sicuro,Come io gissi a pigliare un gran piacere;Ma solo ene al mio cor doglioso e duroQuel che morendo mi convien vedere;Però che un cavallier prodo e corteseMorirà meco, e non vi avrà diffese. -
Dicea Ranaldo: - Io te prego, per Dio,Che me raconti il fatto come è andato,Poi de saperlo m'hai posto in disio,Veggendo il tuo languir sì sterminato. -Alciò la fronte con sembiante pioQuel cavallier che giacea sopra il prato,E poi rispose con doglioso pianto,Come io vi conterò ne l'altro canto.
Canto decimosettimo
Io vi promisi contar la risposta,Ne l'altro canto, di quel cavallieroChe avea l'alma a sospirar disposta,Quando Ranaldo lo trovò al verziero,Presso alla fonte di fronde nascosta;Ora ascoltati il fatto bene intiero.Quel cavallier in voce lacrimoseCon tal parole a Ranaldo rispose:
- Vinte giornate de quindi vicinaSta una gran terra de alta nobiltade,Che già de l'Orïente fo regina;Babilonia se appella la citade.Avia una dama nomata Tisbina,Che in lo universo, in tutte le contrade,Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,Cosa più bella non se può mirare.
Nel dolce tempo di mia età fioritaFu'io di quella dama possessore,E fu la voglia mia sì seco unita,Che nel suo petto ascoso era il mio core.Ad altri la concessi alla finita:Pensa se a questo fare ebbi dolore!Lasciar tal cosa è dôl maggiore assaiChe desïarla e non averla mai.
Come una parte de l'anima miaDa il cor mi fosse per forza divisa,Fuor di me stesso vivendo moria,Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!Due volte tornò il sole alla sua viaPer vinte e quattro lune, alla recisa,Ed io, sempre piangendo, andai mischinoCercando il mondo come peregrino.
Il lungo tempo e le fatiche assaiCh'io sosteneva al diverso paese,Pur me alentarno gli amorosi guaiDe che ebbi l'osse e le medolle accese;E poi Prasildo, a cui quella lasciai,Fo un cavallier sì prodo e sì cortese,Che ancor me giova avermi per lui privo,E sempre giovarà, se sempre vivo.
Or, seguendo la istoria, io me ne andavaCercando il mondo, come disperato,E, come volse la fortuna prava,Nel paese de Orgagna io fu' arivato.Una dama quel regno governava,Ché il suo re Poliferno era asembratoCon Agricane insieme, a far tenzonePer una figlia de il re Galafrone.
La dama che quel regno aveva in mano,Sapea de inganni e frode ogni mistiero;Con falsa vista e con parlare umanoDava recetto ad ogni forastiero.Poi che era gionto, se adoprava in vanoIndi partirse, e non vi era pensieroChe mai bastasse di poter fuggire,Ma crudelmente convenia morire.
Però che la malvaggia Falerina(Ché cotal nome ha quella incantatriceChe ora de Orgagna se appella regina)Avea un giardino nobile e felice;Fossa nol cinge, né sepe di spina,Ma un sasso vivo intorno fa pendice,E sì lo chiude de una centa sola,Che entro passar non puote chi non vola.
Aperto è il sasso verso il sol nascente,Dove è una porta troppo alta e soprana;Sopra alla soglia sta sempre un serpente,Che di sangue se pasce e carne umana.A questo date son tutte le genteChe sono prese in quella terra strana:Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,E là li manda; e il drago li divora.
Or, come io dissi, in quella regïoneFui preso a inganno, e posto a la catena;Ben quattro mesi stetti in la pregione,Che era de cavallieri e dame piena.Io non ti dico la compassïoneChe era a vederci tutti in tanta pena;Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,Come la sorte se voltava intorno.
Il nome de ciascuno era signatoInsieme de una dama e cavalliero;E così ne era a divorar mandatoQuel par che alla pregione era primiero.Or, stando in questa forma impregionato,Né avendo de campare alcun pensiero,La ria fortuna che me avia battuto,Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.
Perché Prasildo, quel baron cortesePer cui dolente abandonai TisbinaE Babilonia, il mio dolce paese,Ebbe a sentir de mia sorte meschina.Io non sapria già dir come lo intese;Ma giorno e notte lui sempre camina,E, con molto tesoro, iscognosciutoFu ne' confini de Orgagna venuto.
Ivi se pose quel baron sopranoPer il mio scampo molto a praticare,E proferse grande oro al guardïano,Se di nascosto me lasciava andare;Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano,Né a prieghi o prezo lo pote piegare,Ottenne per danari o per bel direChe, per camparmi, lui possa morire.
Così fui tratto della pregion forte,E lui fo incatenato al loco mio.Per darmi vita, lui vôl prender morte:Vedi quanto è il baron cortese e pio!Ed oggi è il giorno della trista sorte,Che lui serà condotto al loco rioDove il serpente e miseri divora;Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.
E bench'io sappia e cognosca per certoChe bastante non sono a darli aiuto,Voglio mostrare a tutto il mondo apertoQuanto a quel cor gentile io sia tenutoA render guidardon di cotal merto;Però che, come quivi fia venuto,Con quei che il menan prenderò battaglia,Benché sian mille e più quella canaglia.
E quando io sia da quella gente occiso,Serami quel morir tanto iocondoCh'io ne andarò di volo in paradiso,Per starmi con Prasildo a l'altro mondo.Ma quando io penso che serà divisoLui da quel drago, tutto mi confondo,Poi ch'io non posso, ancor col mio morire,Tuorli la pena di tanto martìre. -
Così dicendo, il viso lacrimosoQuel cavalliero alla terra abassava.Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso,Con lui teneramente lacrimava,E con parlar cortese ed animoso,Proferendo se stesso, il confortava,Dicendo a lui: - Baron, non dubitare,Che il tuo compagno ancor puotrà campare.
Se dua cotanta fosse la sbiragliaChe qua lo conduranno, io non ne curo;Manco gli stimo che un fascio di paglia,E per la fè di cavallier te giuroCh'io te li scoterò con tal travaglia,Che alcun di lor non si terrà securoDe aver fuggita da mia man la morte,Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -
Guardando il cavalliero e sospirando,Disse: - Deh vanne a la tua via, barone!Ché qua non se ritrova il conte Orlando,Né il suo cognato, che è figlio de Amone.Noi altri facciamo assai alora quandoTenemo campo ad un sol campïone;Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole:Lascia pur dir, ché tutte son parole.
Pàrtite in cortesia, ché già non voglioChe tu per mia cagion sia quivi gionto;Parte non hai di quel grave cordoglioChe me induce a morir, come io t'ho conto;Ed io non posso mo, sì come io soglio,Renderti grazia, a questo estremo ponto,Del tuo bon core e de la tua proferta:Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -
Disse Ranaldo: - Orlando non son io,Ma pure io farò quel che aggio proferto;Né per gloria lo faccio o per desioD'aver da te né guidardon né merto;Ma sol perché io cognosco, al parer mio,Che un par de amici al mondo tanto certoNé ora se trova, né mai se è trovato:S'io fossi il terzo, io me terria beato.
Tu concedesti a lui la donna amata,E sei del tuo diletto al tutto privo;Egli ha per te sua vita impregionata,Or tu sei senza lui di viver schivo.Vostra amistate non fia mai lasciata,Ma sempre serò vosco, e morto e vivo;E se pur oggi aveti ambo a morire,Voglio esser morto per vosco venire. -
Mentre che ragionarno in tal maniera,Una gran gente viddero apparire,Che portano davanti una bandiera,E due persone menano a morire.Chi senza usbergo, chi senza gambiera,Chi senza maglia si vedea venire,Tutti ribaldi e gente da taverna;E peggio in ponto è quel che li governa.
Era colui chiamato Rubicone,Che avia ogni gamba più d'un trave grossa;Seicento libre pesa quel poltrone,Superbo, bestïale e di gran possa;Nera la barba avea come un carboneEd a traverso al naso una percossa;Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:Mai sol nascente nol trovò digiuno.
Costui menava una donzella avante,Incatenata sopra un palafreno,E un cavallier cortese nel sembiante,Legato come lei, né più né meno.Guarda Ranaldo al palafreno amblante,E ben cognobbe quel baron serenoChe la meschina è quella damisellaChe gli contò de Iroldo la novella;
Poi li fo tolta ne la selva ombrosaDa quel centauro contrafatto e strano.Lui più non guarda, e senza alcuna posaDe un salto si gettò su Rabicano.Diciamo della gente dolorosa,Che erano più de mille in su quel piano:Come Ranaldo viddero apparire,Per la più parte se derno al fuggire.
Già l'altro cavalliero era in arcione,Ed avia tratta la spada forbita;Ma il principe se driccia a Rubicone,Ché tutta l'altra gente era smaritaE lui faceva sol deffensïone.Questa battaglia fo presto finita,Perché Ranaldo de un colpo diversoTutto il tagliò per mezo del traverso.
E dà tra li altri con molta tempesta,Benché de occider la gente non cura,E spesso spesso de ferir se arresta,Ed ha diletto de la lor paura;Ma pur a quattro gettò via la testa,Duo ne partite insino alla cintura;Lui ridendo e da scherzo combattia,Tagliando gambe e braccie tuttavia.
Così restarno al campo e due pregioni,Ciascun legato sopra il suo destriero,Poi che fuggiti fôrno quei bricconi,Che de condurli a morte avian pensiero.Su il prato, tra bandiere e gonfaloniE targhe e lancie, è Rubicone altiero,Feso per mezo e tagliato le braccia:Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.
Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contaiChe stava alla fontana a lamentare,Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,Corse quei duo pregioni a dislegare.Più non fu lieto alla sua vita mai;Prasildo abraccia, e non puotea parlare,Ma, come in gran letizia far si suole,Lacrime dava in cambio di parole.
Il principe era longe da due miglia,Sempre cacciando il popol spaventato,Quando quei duo baron con meravigliaGuardano a Rubicon, che era tagliatoPer il traverso, alla terra vermiglia.Essi mirando il colpo smisurato,Dicean che non era omo, anzi era Dio,Che sì gran busto col brando partio.
Callava già Ranaldo giù del monte,Avendo fatta gran destruzïone;Ciascun de' due baron con le man gionteCome idio l'adorarno ingenocchione,E a lui devotamente, in voce pronte,Diceano: - O re del celo, o Dio Macone,Che per pietate in terra sei venutoIn tanta nostra pena a darci aiuto!
Per cagion nostra giù del cel lucenteOr sei disceso a mostrarci la faccia;Tu sei lo aiuto de l'umana genteNé mai salvarli il tuo volto si saccia;Fa ciascadun di noi recognoscente,Dapoi che ce hai donata cotal graccia,Sì che per merto al fin se troviam degniDi star con teco nelli eterni regni. -
Ranaldo se turbò nel primo aspetto,Veggendosi adorare in veritate;Ma, ascoltandoli poi, prese dilettoDel paccio aviso e gran simplicitateDe questi, che il chiamavan Macometto,E a lor rispose con umilitate:- Questa falsa credenza via togliete,Ch'io son di terra, sì come voi sete.
Tutto è di fango il corpo e questa scorza:L'anima non, che fo da Cristo espressa;Né ve maravigliati di mia forza,Ché esso per sua pietà me l'ha concessa.Lui la virtute accende, e lui la smorza,E quella fede, che il mio cor confessa,Quando si crede drittamente e pura,De ogni spavento l'animo assicura. -
Con più parole poi li racontavaSì come egli era il sir de Montealbano;E tutta nostra fede predicava,E perché Cristo prese corpo umano;Ed in conclusïon tanto operava,Che l'uno e l'altro se fie' cristïano,Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,Macon lasciando ed ogni falso errore.
Poi tutti tre parlarno alla donzella,A lei mostrando diverse ragioneChe pigliar debba la fede novella,La falsità mostrando di Macone.Essa era saggia sì come era bella,Però, contrita e con devozïone,Coi cavallieri insieme, a la fontanaFo per Ranaldo fatta cristïana.
Esso da poi con bel parlare esposeChe egli intendeva de andare al giardino,Qual fatto ha tante gente dolorose,E con lor se consiglia del camino.Ma la donzella subito rispose:- Da tal pensier te guarda Dio divino!Non potresti acquistare altro che morte,Tanto è lo incanto a meraviglia forte.
Io aggio un libro, dove sta depintoTutto il giardino a ponto, con misura;Ma nel presente solo avrò distintoDella sua entrata la strana ventura;Però che quello è de ogni parte cintoDe un'alta pietra, tanto forte e dura,Che mille mastri a botta de piconeNon ne puotrian spezzar quanto un bottone.
Dove il sol nasce, a mezo un torrïoneEvi una porta de marmo polito;Sopra alla soglia sta sempre il dragone,Qual, da che nacque, mai non ha dormito,Ma fa la guarda per ogni stagione;E quando fosse alcun d'entrare ardito,Convien con esso prima battagliare:Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;
Ché incontinente la porta se serra,Né mai per quella si può far ritorno,E cominciar conviensi un'altra guerra,Perché una porta se apre a mezo giorno;Ad essa in guardia n'esce della terraUn bove ardito, ed ha di ferro un corno,L'altro di foco: e ciascun tanto acuto,Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.
Quando pur fosse questa fiera morta,Che serìa gran ventura veramente,Come la prima, è chiusa quella porta,E l'altra se apre verso lo occidente,Ed ha diffesa niente a la sua scorta:Uno asinel, che ha la coda taglienteCome una spada, e poi l'orecchie piegaCome li piace, e ciascuno omo lega.
E la sua pelle è di piastre coperta,E sembra d'oro, e non si può tagliare;Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta:Come egli è morto, mai più non appare.Ma poi la quarta, come il libro acerta,Subito s'apre, e là conviensi andare;Questa risponde proprio a tramontana,Dove non giova ardire o forza umana.
Ché sopra a quella sta un gigante fiero,Qual la difende con la spada in mano;E se egli è occiso de alcun cavalliero,Della sua morte duo ne nasce al piano.Duo ne nasce alla morte del primiero,Ma quattro del secondo a mano a mano,Otto del terzo, e sedici del quartoNascono armati del lor sangue sparto.
E così crescerebbe in infinitoIl numero di lor, senza menzogna;Sì che lascia, per Dio! questo partito,Che è pien d'oltraggio, danno e di vergogna.Il fatto proprio sta come hai sentito,Sì che farli pensier non ti bisogna.Molti altri cavallier lì sono andati:Tutti son morti, e mai non son tornati.
Se pur hai voglia di mostrare ardire,E di provare un'altra novitate,Assai fia meglio con meco venireA fare una opra di molta pietate,Come altra fiata io t'ebbi ancora a dire;E tu mi promettesti in veritateVenir con meco, ed esser mio campione,Per trare Orlando e li altri di pregione. -
Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso,E nulla alla donzella respondia,Perché entrare al giardin meravigliosoSopra ogni cosa del mondo desia,E non è fatto il baron paürosoDel gran periglio che sentito avia;Ma la difficultà quanto è maggiore,Più li par grata e più degna d'onore.
Da l'altra parte, la promessa fedeAlla donzella, che la ricordava,Forte lo strenge; e quella ora non vedeCh'el trovi Orlando, che cotanto amava.Oltra di questo, ben certo si credeUn'altra volta, come desïava,A quel giardino soletto venire,Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.
Sì che nel fin pur se pose a caminoCon la donzella e con quei cavallieri.Sempre ne vanno, da sira al matino,Per piano e monte e per strani sentieri;E della selva già sono al confino,Dove suolea vedersi il bel verzieriDi Dragontina, sopra alla fiumana,Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.
Come io vi dissi, il giardin fu disfatto,E il bel palagio, e il ponte, e la riviera,Quando fo Orlando con quelli altri tratto;Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era,E però non sapea di questo fatto,E trovar Brandimarte ella se spera,E con lo aiuto del figliuol de AmoneTrarlo con li altri fuor della pregione.
E cavalcando per la selva scura,Essendo mezo il giorno già passato,Viddon venir correndo alla pianuraSopra un cavallo uno omo tutt'armato,Che mostrava alla vista gran paura;Ed era il suo caval molto affannato,Forte battendo l'uno e l'altro fianco;Ma l'omo trema, ed è nel viso bianco.
Ciascadun di novelle il dimandava,Ma lui non respondeva alcuna cosa,E pure adietro spesso risguardava.Dopo, alla fine, in voce paürosa,Perché la lingua col cor li tremava,Disse: - Male aggia la voglia amorosaDel re Agricane, ché per quello amoreCotanta gente è morta a gran dolore!
Io fui, segnor, con molti altri attendatoIntorno ad Albracà con Agricane;Fo Sacripante de il campo cacciato,Ed avemmo la terra nelle mane;Solo il girone ad alto fo servato.Ed ecco ritornare una dimaneLa dama, che la rocca diffendia,Con nove cavallieri in compagnia:
Tra i quali io vi conobbi il re BallanoE Brandimarte e Oberto da il Leone;Ma non cognosco un cavallier soprano,Che non ha di prodezza parangone.Tutti soletto ce cacciò del piano;Occise Radamanto e SaritroneCon altri cinque re, che in quella guerraTutti in duo pezi fece andar per terra.
Io vidi (e ancor mi par ch'io l'aggia in faccia)Giongere a Pandragone in sul traverso;Tagliolli il petto e nette ambe le braccia.Da poi ch'io vidi quel colpo diverso,Dugento miglia son fuggito in caccia,E volentier me avria nel mar sumerso,Perché averlo alle spalle ognior mi pare.A Dio sïàti; io non voglio aspettare,
Ch'io non mi credo mai esser sicuro,Sin ch'io non sono a Roccabruna ascoso;Levarò il ponte, e starò sopra al muro. -Queste parole disse il paüroso,E fuggendo nel bosco folto e scuroUscì de vista nel camino umbroso.La damisella e ciascun cavallieroRimase del suo dire in gran pensiero.
E l'un con l'altro insieme ragionandoCompreser che e baroni eran campati,E che quel cavalliero è il conte Orlando,Che facea colpi sì disterminati;Ma non sanno stimare o come o quando,E con qual modo e' siano liberati;Ma tutti insieme sono de un volere:Indi partirsi ed andarli a vedere.
Fuor del deserto, per la dritta strada,Sopra il mar del Bacù van tuttavia.Essendo gionti al gran fiume di Drada,Videro un cavallier, che in dosso aviaTutte arme a ponto, ed al fianco la spada:Una donzella il suo destrier tenìa;Però che alor montava in arcïone,Quella teniva il freno al suo ronzone.
Ai compagni se volse FiordelisaDicendo: - S'io non fallo al mio pensiero,E se io ramento ben questa divisa,Quel che vedeti, non è un cavalliero,Anci una dama, nomata Marfisa,Che in ogni parte, per ogni sentiero,Quanto la terra può cercarsi a tondo,Cosa più fera non si trova al mondo.
Unde a voi tutti so ben racordareChe non entrati di giostra al periglio:Spacciànci pur de adrieto ritornare.Credeti a me, che bene io vi consiglio:Se non ci ha visto, potremo campare,Ma se adosso vi pone il fiero artiglio,Morir conviensi con dolore amaro,Ché non si trova a sua possa riparo. -
Ride Ranaldo di quelle parole,E del consiglio la dama ringraccia,Ma veder quella prova al tutto vôle;Prende la lancia, il forte scudo imbraccia.Era salito a mezo il celo il sole,Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia,Ciascun tanto animoso e sì potenteChe non stimava l'un l'altro nïente.
Marfisa riguardava il fio de Amone,Che li sembrava ardito cavalliero;Già tien per guadagnato il suo ronzone,Ma sudar prima li farà mestiero.Fermosse l'uno e l'altro in su lo arcionePer trovarse assettato al scontro fiero;E già ciascuno il suo destrier voltava,Quando un messaggio in su il fiume arivava.
Era quel messagiero vecchio antico,E seco avea da vinti omini armati.Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemicoCe ha tutti al campo rotti e dissipati.Morto è Archiloro, e non vi valse un ficoIl suo martello e i colpi smisurati;E fo Agricane che occise il gigante:Tutta la gente a lui fugge davante.
Re Galafrone a te se racomanda,Ed in te sola ha posta sua speranza,L'ultimo aiuto a te sola dimanda.Fa che il tuo ardire e la tua gran possanzaIn questo giorno per nome si spanda;E il re Agricane, che ha tanta arroganzaChe crede contrastare a tutto il mondo,Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. -
Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane,Ch'io vengo al campo senza far dimora;Ora che questi tre mi sono in mane,Darotegli prigioni in poco de ora;Poi prenderaggio presto il re Agricane,Che bene aggia Macone e chi lo adora!Vivo lo prenderò, non dubitare,Ed alla rocca lo farò filare. -
E più non disse la persona altiera,Ma verso il cavallier se ebbe a voltare;E poi con voce minacciante e fieraTutti tre insieme li ebbe a disfidare.Fo la battaglia sopra alla riveraTerribile e crudele a riguardare,Ché ciascun oltra modo era possente,Come odirete nel canto seguente.
Canto decimottavo
Nel canto qua di sopra aveti oditoQuando Marfisa, quella dama acerba,Tre cavallier in su il prato fioritoAvea sfidati con voce superba.Prasildo era omo presto e molto ardito,Subitamente se mise per l'erba:Benché Ranaldo fosse il più onorato,Lui prima mosse, senza altro combiato.