CONSIGLI

CONSIGLI

(Risposta a un giovanetto).

.... Vi dirò quello che per mia esperienza ritengo utile; ma vi prego di credere che non ho nessunissima pretensione d'insegnare. Voi, probabilmente, vi sarete già formato un parere; io v'espongo il mio. Se saremo d'accordo, tanto meglio; se vi parrà che io sbagli, darete una scrollatina di spalle, e non ci terremo il broncio per questo.

Il primo consiglio che vi darei sarebbe di far i bauli e di prendere il treno di Firenze. Se potete far questo, non m'occorre di dirvi altro per ora: vi riscriverò a Firenze. Ma se, com'è più probabile, non potete, ecco ciò che io farei se fossi in voi. Prima di tutto mi stamperei bene nella testa chelo studio della lingua è uno studio che richiede molto tempo, molta pazienza e molta regolarità: mezz'ora tutti i giorni giova più che due giorni interi ogni due settimane. E farei e cercherei di mantenere i seguenti propositi: — Parlare il meno possibile il mio dialetto. — Parlando italiano, parlar sempre con cura, sorvegliare sempre me stesso, e purgare il mio linguaggio di tutti igrossi errori di grammatica e di proprietà, nonavvertiti, che sfuggono nella maggior parte d'Italia aquasi tutte le persone colte. — Terzo, correggere e perfezionare la mia pronunzia: il che può far benissimo un italiano di qualunque provincia, senza cadere nell'affettazione e senza riuscir ridicolo, purchè lo faccia a poco a poco e non lasciando apparire lo sforzo. — Per riuscire ascriver benenon mi pare che ci sia mezzo migliore che quello di cominciare aparlar bene, poichè se è vero che loscrivereè unparlare pensato, chi parla bene non avrà più, pensando per scrivere, che da perfezionare, mentre chi parla male, dovrà far doppio lavoro: ossia evitar di scrivere gli spropositi che gli escono abitualmente dalla bocca, e poi con un secondo sforzo della mente, fare quello che l'altro fa alla prima. Ora, non capisco come si possa riuscire a parlar bene senza pronunziar bene, poichè mi pare che qualunque più bella espressione italiana perda della suaefficacia se è pronunziata coll'accento e i suoni del dialetto; e la perde non solo per chi ascolta, ma anche per chi parla.

Dopo questo farei una volta per sempre la fatica di leggere e di annotare tutto ilvocabolario, e lascerei che i grulli ridessero di questapedanteria. L'ha fatta il Manzoni, l'ha fatta il Grossi, l'ha fatta Teofilo Gautier, il più colorito e più ricco scrittore della Francia; e non erano pedanti. Farei così: raggrupperei tutti i vocaboli e modi notati nel vocabolario intorno a un certo numero di argomenti: per esempio, campagna, arte, industria, morale, architettura, vestiario, movimento, affari, affetti, ecc.; e intorno a ognuno di questi argomenti raccoglierei poi a mano a mano tutto quello che mi verrebbe fatto di notare nei libri. Un quaderno dunque! Uno sgobbo da scolaretto! E sia pure. Capisco che molti ridono di queste cose, e dicono che bisogna studiare in una maniera piùlarga. Ma mi consolerei pensando che in questa manierastrettastudiarono la lingua il Monti, il Foscolo, il Leopardi, il Giusti, il Guerrazzi; che, poveretti, credevano ancora aiquaderni. Ma che norma seguire nell'annotare e nello scegliere? Non lo so dire. In certe cose non si possono dar consigli. Io sceglierei ciò che mi bisogna e ciò che mi piace. Vi son parole e modiantipaticia uno,simpaticia un altro. Chi li trovaantipatici non li adopera mai quand'anche li veda adoperati da tutti. È dunque inutile che li noti e li ritenga a mente. Per esempio, vi sono degli scrittori che per cento lire non scriverebberoad ogni piè sospinto. Ma è italiano! direte. Lo so, — vi rispondono; — ma lo detesto. — Il gusto deve andare innanzi a tutto. Quindi in questo lavoro di scegliere vocaboli e modi, ciascuno deve fare quello che gli pare. Se fa male, ossia contro il gusto dei più, peggio per lui; non c'è altro da dire.

Dopo il vocabolario, i libri. Io leggerei quasi esclusivamente libri toscani, anche quei di poco o nessun valore per la sostanza, perchè in un libro scritto da un toscano c'è sempre, in fatto di lingua, qualche cosa da imparare; intendo di dire qualcosa dispeciale, come diceva il Grossi, divivo, che non si trova negli scritti più forbiti degli altri italiani. Tra questi libri toscani, ne sceglierei alcuni, od anche uno solo, da leggere ad alta voce o da farmi leggere mezz'ora tutti i giorni. Conosco un tale che scelse l'epistolario del Giusti. Ci sono molte affettazioni, moltesmorfie; v'è in qualche punto la caricatura della naturalezza; v'è spinto sovente fino all'eccesso quello ch'egli chiamava ilparlare da serveo parlare allacasalinga, il contrario di quello definito da lui: — parlare tiratoa chiaro d'ovo di grammatica e di vocabolario. — Ma è tanto ricco,tanto sciolto! v'è un fare così da padrone che, a studiarlo con discernimento, ci si può imparare più che in cento altri libri inappuntabili. Ma bisogna tempestarci su molto tempo, — anni ed anni, — ogni giorno un po'; — bisogna digerirlo e ridigerirlo; — empirsene la testa e gli orecchi in modo che tutti i momenti, a tutti i propositi, ci vengano alla memoria e sulle labbra quei modi, quei suoni, quei periodi. E questo si può dire di tutti gli altri libri. Leggerne pochi, ma con infaticabile perseveranza, fin che vengano a noia; fin che, lasciando cader gli occhi sopra una pagina qualunque la memoria precorra lo sguardo, e torni quasi inutile proseguire la lettura. E studiare a memoria molto e ridire ad alta voce le cose studiate,fin che s'è molto giovani, come scrisse Giacomo Zanella; perchè a una certa età questa fatica si può continuare a farla se si è sempre fatta; ma non si comincia a farea caso vergine; e chi non possiede una buona quantità di lingua prima dei venticinque anni, è raro che l'acquisti dopo.

Il difficile è il ritenere, l'appropriarsi così intimamente i vocaboli e i modi che si vanno via via notando, da averli poi pronti, spontanei quando si parla o si scrive. Per ottenere questo ci vuole una certa industria. Conosco uno che oltre al notare parole e modi nel suo gran quaderno a colonne, liscriveva, via via che gli occorrevano, sul margine dei libri, sulle buste delle lettere, sulle assicelle degli scaffali, sulle porte, sui muri, sui giornali; tanto che nella stanza dove studiava, in qualunque punto fissasse gli occhi, vedeva una nota e se la rinfrescava così nella memoria. E qualunque parola o modo notasse, lo riferiva immediatamente, nel suo pensiero, a qualche persona o cosa che gli occorresse di vedere o di fare abitualmente nella giornata. Legava ogni parola a un'immagine, ogni frase ad un fatto, e se ne serviva il più presto possibile in una lettera o in una conversazione per istamparsela in mente, per mettervi, in certo modo, il suo suggello, per impiegarla subito nella sua casa. E dedicava ogni giorno una mezz'ora a rimestare, a combinare, a logorare, sto per dire, le sue note. Si formava coll'immaginazione un personaggio qualunque e scriveva di lui, per esempio, una tiritera come questa: — mi pareva un galantuomo; fecifondamento sopra di lui, e non credevo difidarmi sul vento; oltrechè mi parve che fosse un uomodi ricapito, benchè sapessi che era ancheun uomo dei suoi comodiodei suoi piaceri. Ma m'ingannai e alla prima occasionemi girò sotto. Gli scopersi mille difetti. Prima di tutto è avaro;ha il granchio alla borsa, ha la gotta alle mani, paga colle gomita, sta sul tirato, vive a stecchetto; ma è pure ambizioso,ecamperebbe con uno stecco untoperscialare fuori di casa, ecc. Accortosi che l'avevopreso in tasca, si ruppe con me, mel'ha giurata addosso, è nero con me, ha il sangue guasto con me, s'è guastato con me, silava la boccadi me,gira largoquando mi vede, ecc., ecc. — Tutti questi modi, estratti dalle sue note, combinava poi un altro giorno in un altro modo intorno a un altro soggetto, e studiava a mente quello che aveva scritto. Lo capisco; è una fatica uggiosa, non se ne tocca con mano il frutto che dopo molto tempo, alle volte se ne riman quasi umiliati, sovente si perde il coraggio. Ma bisogna perseverare, esser cocciuti, volerefermamentee aqualunque costo, e vien poi il giorno in cui s'è contenti di non aver ceduto. Se non costasse lunghe e penose fatiche l'imparare a scriver bene, i libri leggibili sarebbero più numerosi di quello che sono.

Scrivendo, però, io mi sforzerei di dimenticare tutte le mie note e tutti i miei esercizi. Presa la penna in mano, non frugherei più nella mia memoria. Quello che deve cader sulla carta, deve cader da sè. Tutto ciò che ècercatoè quasi semprericercato. È inutile tentar d'ingannare il lettore. Anche il lettore meno perspicace ha un senso finissimo che lo avverte d'ogni menoma affettazione, e gli fa discernere nettamente la parola e il modoscritto spontaneamente da quello tirato fuori cogli uncini dai magazzini della memoria. Tutto ciò che non vien sulle labbra parlando è difficile che venga a proposito sulla punta della penna. Per questo ripeto che il migliore esercizio da farsi per imparare adusarla lingua è quello diparlare. Parlando s'ha sempre un giudice la cui fisonomia accusa involontariamente con moti appena percettibili, ma di significazione non dubbia, tutte le affettazioni, tutte le lungaggini, tutte le oscurità del vostro linguaggio. Unascoltatoreè il miglior maestro di semplicità, di rapidità e d'efficacia.

Resta la quistione delle parole nuove. Io direi che non mette conto di parlarne. Fa bene a occuparsene, piuttosto di non far nulla, chi non ha altro da fare. Quello che importa è che la frase, l'andamento, il giro del periodo,l'impastodella lingua sia italiano. La quistione delle parole dubbie, ammesse da Caio, respinte da Tizio, è un puro perditempo. Anzi, in queste cose, vi consiglierei di evitare le discussioni. In fatto di lingua le discussioni non approdano per lo più a nulla e non fanno che guastare il sangue, perchè in questa materia (strano a dirsi) la gente più modesta ha un amor proprio ombroso, ostinato, intrattabile. È impossibile, credo, trovare un italiano, anche digiuno d'ogni studio di lingua, il quale in una questione di parole si lasci persuadereda chi ne sa più di lui. Non c'è usciere piemontese che non si creda in grado d'insegnare un po' diveroitaliano a un accademico della Crusca, e voi non potete immaginare quanti maestrucoli di villaggio danno di ciuco al Manzoni. A che giovò per esempio, la discussione promossa dalpovero vecchio, come dicevano i suoi avversarî, sull'unificazione della lingua? Abbiamo visto saltar su da tutte le parti dei linguaiuoli furiosi che ripeterono per la centesima volta le loro vecchie ragioni, abbiamo sentito dire molte impertinenze, siamo ricaduti fino agli occhi nei vergognosissimi pettegolezzi comareschi dei tempi andati; e ognuno è rimasto del proprio parere. La questione della lingua bisogna risolverla collapratica. Un buono e bel libro scritto secondo le teorie del Manzoni, val più di cento discussioni. Ciascuno scriva come crede che si debba scrivere, senza pretendere di dettar la legge agli altri; il pubblico vedrà da sè dov'è la maggior evidenza, la maggior grazia, la maggior ricchezza; e la migliorteoriatrionferà a poco a poco, tacitamente, senza bisogno che ci pigliamo pei capelli. Quello che importa sopra ogni cosa è di studiare tenendo sempre ferma questa sacrosanta verità nella testa: — che senza molta fatica e molta pazienza non si riesce a nulla in nessuna cosa; e che anche studiando molto, lo studio dellalingua è uno studio di tutta la vita, come tutti gli altri studi; e che chi lo sberta come unapedanteriache ammazza l'ingegno, è un fiaccone che non ci s'è mai messo, o un corbello che non l'ha mai capito.


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