EMILIO CASTELAR
5 dicembre 1873.
Caro***.
È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne parlato che vagamente nel mio libro.
Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto, poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne e d'udirne parlare anche dagli ignoranti.
Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme, nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause, stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica, nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'effet terribleche descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non si può dire che ha ifulmini dell'eloquenza; ma i lampi, i raggi, che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso del Castelar, un ministrodisse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano quellebolle di saponedel Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le più belle che si facessero in Spagna.
Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi maiquelle crespe delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe, come dice benissimo il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento che si alzava Cristino Martos, oratorede pelo en pecho(col pelo sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio che non gli riuscì di finire.
Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo un atto di ribrezzo: — èuna stupida barbarie che vorrei veder bandita per l'onore del mio paese.
Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo. La sua operaLa civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo(quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore. Un giorno gli domandaiex abruptouna spiegazione, e mi parve che la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitanofra la fede e un dubbio serio ed inquieto, come scriveva il Manzoni al Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi.
Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi, come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. — Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi disse candidamente: È bello anche in italiano.
Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi amici nongli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano. — Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar, piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente, domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: —Amigo! La de un hombre extraordinario(quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo, — rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno, appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con codeste esagerazioni, don Emilio?
Solevo interrogarlo intorno al lavorío col qualeprepara i suoi discorsi, intorno a quei segreti d'artista,a quei misteri, per dirla con Giambattista Giorgini,che l'anima celebra con sè stessa. Egli mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore alla porta.
Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, — ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo sempre a pregar la gente che mi parlassero italianoe non francese. Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. — Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa sfrenata del suo cavallo:
Mis ojos fuego en su inquietud lanzandoCampo adelande devorando van.
Mis ojos fuego en su inquietud lanzando
Campo adelande devorando van.
E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo il dire che non mi lasciava persuaso.
Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo e di Siviglia. Firenze,la ciudad, com'egli la chiama,de la inteligencia, è la sua città prediletta. —Allì, mi disse un giorno,el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuode número. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: —Y decir que la puertas de Ghiberti son del siglo quince!— (E dire che le porte del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare discorrendo d'un quadro del Tintoretto —Mas si os digo, — gridava battendosi la mano sulla fronte —que se siente crujir la seda!— (Ma se vi dico che si sente il fruscío della seta!)
Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo.
Diceva dello Zorilla:Èun uomo che ha tutti i difetti d'un temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità.
A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi delDon Chisciotteche il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava pane di granturco.
Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa.
Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure; si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico battendoglila mano sulla spalla; — son contento di vedere che non hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; — credevi che io fossi diventato monarchico?
La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette, vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi, medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po' d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento, in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là, in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. — E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una voltache le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo, scriveva prediche per preti di campagna!
Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso, benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar, in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes, a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino, diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno un'orazione sacra dall'altod'una seggiola ravvolta in una coperta da letto.Yo era el espanto de todos.(Io ero lo spavento di tutti). — A dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse, più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845 per fare il corso disegunda enseñansa. Qui si dedicò con entusiasmo alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali, che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri, attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno nellaEscuela nacional de filosofia, e d'allora in poi, non solo provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomatooratore cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo, perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo. — Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854, all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada, gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: — Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche.... — Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco, non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore, l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse di boccain bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando il suo discorso: —Està destinado a reemplazar à todos nuestros grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja.— E il pronostico s'è avverato.
Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà? È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire, che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune; e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte, dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa! le vie della Provvidenza sono infinite....
E poi leggi questo brano di discorso pronunziatoda lui alle Cortes, due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno? E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio? La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del norte....»
A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un uomo. Mi pareche un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca d'uno Stato.
Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione, versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega; quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora,quanto egli è grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah! don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica!
Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui, sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta:
È un grande artista e un gran.... buon ragazzo.