IN SOGNO

IN SOGNO

Non so se molti altri abbiano un ordine speciale di sogni che si possano procurare a loro piacere: io ho quello dei viaggi, e mi basta, per viaggiare in sogno anche tutta una notte, fissarmi col pensiero, quando sto per addormentarmi, in qualche luogo lontano del quale mi sia rimasto un ricordo molto vivo; dopo di che, mi passano dinanzi cento altri luoghi, città, campagne e genti, trasformandosi rapidamente, senza che nel sogno s'intrometta mai una visione di altra natura. E questo è strano: che gli avvenimenti, no; ma i luoghi e i personaggi che sogno, son sempre luoghi e personaggi che ho visti; il che non m'accade quando, addormentandomi, non metto l'immaginazione sulla via delle reminiscenze; poichè se chiudo gli occhi pensando a Sydney o a Batavia, vago poi, sognando, per tutta la terra, ed èfacile che mi trovi a discorrere di politica, a un'ora dopo mezzanotte, con qualche defunto imperatore chinese. Quale è la ragione di questo? In che maniera la mente, errando fra le più bizzarre fantasie nel campo degli avvenimenti, rimane nello stesso tempo legata alla realtà geografica dei miei viaggi? Come mai in fatti di luoghi e di persone, non fo', sognando, che ricordarmi, e non vaneggio che in fatto di casi e di discorsi? Perchè questa costante distinzione? Sarà forse la centesima volta che mi rivolgo la stessa domanda, e per la centesima volta non ci so trovare altra risposta che voltar la testa sul cuscino da destra a sinistra, raccogliendo tutti i miei pensieri nel giardino del duca di Montpensier, il quale, da quanto sembra, dev'essere questa notte il punto di partenza d'un lungo pellegrinaggio, poichè mi torna e mi ritorna in mente con una ostinazione invincibile, e ormai vedo che m'addormenterò all'ombra degli aranci ducali. Sia almeno un viaggio allegro e tranquillo, che non m'accada, come altre volte, di svegliar mia madre con grida di spavento o sospiri di dolore.

Com'ero entrato nel giardino del duca di Montpensier, delRey naranjero, come lo chiamano in Spagna? Era probabilmente il mio borbonico amico Segovia che m'aveva fatto avere il permesso. Nonme ne ricordo bene. Non ricordo nemmeno gran cosa del giardino. La più viva, anzi la sola rimembranza viva di quel luogo è la fontana a cui diedi il nome deicinque sensi. Ah! veramente io posso dire d'aver passato là l'ora più deliziosamente sensuale del mio soggiorno a Siviglia. Era tra mezzogiorno e il tocco, splendeva un sole abbarbagliante e tirava un'arietta leggerissima. Io stavo seduto sull'erba all'ombra d'un gruppo d'allori accanto alla vasca d'una fontana, sotto i rami curvi d'un roseto; con una mano mi mettevo in bocca gli spicchi d'un arancio che stillava sugo a grandi goccie; coll'altra accarezzavo la gamba d'un putto di marmo finissimo che dalla bocca mi schizzava acqua diaccia rasente i capelli; le foglie delle rose, scosse dall'aria, mi cadevano sul petto; l'acqua limpida della vasca rifletteva come uno specchio il mio viso non turbato dall'ombra d'un pensiero; al disopra del verde cupo degli alberi, vedevo la terrazza bianca e arabescata d'una casetta di stile moresco; e più lontano l'enorme statua dorata della fede che girava fiammeggiando sulla sommità della Giralda nell'azzurro purissimo del cielo andaluso. — Ancora qualcosa per l'orecchio! — esclamai con un fremito di piacere. E un momento dopo sentii dietro gli allori, prima il rumore leggiero d'un rastrello, poi la voce fresca e sonora d'una ragazza, che cantavacon un accento sivigliano pieno di dolcezza: — Io sono bella e tu hai vent'anni! — Allora ebbi un momento d'ebbrezza; aspirai una gran boccata d'aria, tuffai il viso nell'acqua, morsi insieme l'arancio e le rose, risi e mi ravvoltolai nell'erba come un bambino. Poi, a poco a poco, preso da un languore dolcissimo.... chiusi gli occhi.... e rimasi assopito....

E tu mi hai svegliato, caro e crudele Parodi! E perchè? Le meraviglie delRestaurant Blondvalgono forse le delizie del giardino dei Montpensier? Ma bisogna esser giusti, e riconoscere che il signor Blond ci dà il più succoso brodo e il più saporito manzo di Parigi, e che è grazia di Dio l'aver per due lire questo pranzetto e questo spettacolo. Quale spettacolo! Venti tavolate d'affamati; una folla in movimento perpetuo, che parla in venti lingue diverse di mille cose assurde o sublimi; cercatori di fortuna d'ogni parte del mondo; giovanetti colle prime speranze, vecchi colle ultime; inventori disistemie diriforme universali, pieni d'utopie e di debiti; grandi uomini senza senso comune; forse qualche grand'uomo davvero; qualche rompicollo oscuro, del quale fra tre mesi sarà recitata dieci volte la prima commedia alTéàtre français, e il suo nome correrà l'Europa; mezzani che ballano a un tanto per sera al Mabille o al Valentino: giocolieri di teatro chesi mettono una spada nella gola fino all'elsa; giornalisti della macchia che ti piantano il pugnale nelle erni fino al manico; un bavarese che almanacca da dieci anni un favoloso progetto di rinnovamento sociale fondato sull'alleanza del Papa colla democrazia; un brasiliano che ha inventato dei romanzi armonici e odorosi, dalla copertina dei quali il lettore, giunto a certe pagine, fa uscire con una leggiera pressione del dito, un profumo e un'arietta d'occasione; un polacco che ha creato un genere di commedia da rappresentarsi, non sul palco scenico ma nella vita reale, o piuttosto un genere novo di vita da viversi in forma di commedia; un inglese che vuol ottenere dal Governo l'istituzione nelle Università della Francia d'un corso permanente di lezioni sull'Arte di governare le donne; l'inevitabile inventore della lingua universale; l'indispensabile regolatore della locomozione aerea; avanguardie mattamente audaci di tutte le scienze e di tutte le arti; tutte le deformità intellettuali che corrispondono alle deformità fisiche: menti sbilenche, ingegni gobbi e guerci, genî idropici, fantasie affette d'elefantiasi; giocatori, innamorati, bevitori d'assenzio, atei, fanatici, cinici; gente che s'ammazza a studiare e gente che si finisce nei bagordi; uomini che dormono sui tetti e giovani che dormono sotto gli alberi dei Campi Elisi; qualcuno matto d'allegrezza,qualche altro che si brucierà le cervella la settimana ventura; tutti in cerca di qualcuno: chi dell'editore, chi del mecenate, chi dell'impresario, chi di scolari, chi d'affigliati, chi di vittime, chi di complici; un'accozzaglia cosmopolitica che lavora, digiuna, farnetica, si dibatte sull'immenso lastrico di Parigi, per lasciar il nome alla posterità, o l'ambizione in carcere, o l'ingegno al manicomio, o il cadavere all'ospedale. Sì, caro Parodi, questo spettacolo è bizzarro, ma quest'aria mi soffoca; domani pranzeremo alPassage des Princes; ho anch'io i miei capricci di povero diavolo; ho bisogno ogni tanto di sdraiare la mia vanità in una sala dorata e di tuffare la mia miseria in un bicchiere di Champagne....

..... Champagne?Kellner, Champagne al signore. —Sie beschämen mich mit Ihren Höflichkeiten, biondo capitano Schopper. Il vostro bastimento è un palazzo splendido e voi siete il re del Danubio. Oh la bellissima sera! Per le finestre aperte, di là dalle acque rosate del fiume, vedo fuggire la riva boscosa del Banato di Temesvar, e tra finestra e finestra, i grandi specchi incorniciati d'oro mi riflettono la campagna malinconica della Slavonia rischiarata dal tramonto del sole. E la fortuna m'ha messo dinanzi il più bel visetto e il più svelto corpicino ungherese che sia mai passato sul nuovo ponte diPest. Signor Castelulù, recitatemi i versi sulla statua di Michaiù Vitézlù, io adoro la lingua rumena; e voi, capitano Schopper, soffiatemi nel viso un nuvoletto di fumo del vostro sigaro d'Avana. Alla tua salute, mio buon Mahmud Dejézaerli, gloria predestinata della pittura musulmana; buoni studi a Vienna, e che io ti rivegga fra dieci anni installato in una bella villetta sulla riva del Bosforo, accanto alla più bianca moschea di Bujukderé! Mi pare che qualcuno laggiù canti le lodi del Reno. Capitano Schopper, mandate quell'insolente a baloccarsi sul suo rigagnolo con una barchetta di carta, e insegnategli a rispettare il nostro immenso Danubio. Ah! voi ridete, capitano Schopper! ridete dell'effetto che mi fa il vostro Champagne, è vero? Ebbene....

.... Ebbene, che è questo? Cosa accade qui? La riva della Slavonia è sparita, il cielo s'oscura, le acque s'agitano, il vento mugge, la sala splendida s'è cangiata in uno stambugio rischiarato da un lanternino, l'elegante capitano Schopper in un vecchio cencioso, la bella signorina ungherese in una povera contadina con due bimbi in braccio; e il bastimento rulla, beccheggia e scroscia spaventosamente mandando ogni cosa sossopra. —No, no, señor Capitan, per amor di Dio, per pietà delle mie due creaturine, non ci moviamo di qua, il mare è cattivo, può seguireuna disgrazia, aspettiamo che faccia giorno, non passiamo il capo Trafalgar, ve ne scongiuro, non per me, per le mie povere creaturine! — Non posso, buona donna;el capitan tiene sus obligaciones: ci son cinque passeggieri che vanno in Africa; io debbo sbarcarli domattina all'alba a Algesira; non posso passar la notte a Trafalgar; bisogna tentar d'andare innanzi; seguirà quello che Dio vuole! — No! no!señor Capitan!noi naufraghiamo! noi moriamo! i miei bambini!Ave Maria purissima, se n'è andato! Lei, signor italiano, per carità, vada lei, vada a supplicare il capitano che non si mova di qui, che non ci faccia morire! Dio mio! Dio mio! — Chetatevi, buona donna, vado io. Capitano! Dov'è il capitano? Non c'è modo di trovare questo capitano? È a prua! — È a poppa! — Passi di qui! — Scenda di là!...

Di qua, di là! Che il malanno vi colga! Son tre ore che cammino e non mi sono ancora raccapezzato. Sarà ben sonata la mezzanotte. Ah! se me ne fossi rimasto nel mio piccolo albergo di Leicester-square, invece di venirmi a cacciare in questo labirinto fetido e oscuro! Dopo una strada un'altra strada, dopo una svolta un'altra svolta, e crocicchi dietro crocicchi, e case accanto a case, e non una porta aperta, non un lume a una finestra, non unpoliceman, non una voce umana, non il suono d'un passo, non un indizio di vita; null'altro che interminabili muraglie nere che si perdono nella nebbia, e un silenzio di città disabitata. Cammino, corro, divoro la via, e mi par sempre d'essere nello stesso luogo. Forse non faccio che girare e rigirare nelle medesime strade. Questo sospetto mi sgomenta e le forze cominciano a mancarmi. E poi.... che serve ch'io lo nasconda a me stesso? Ho paura! paura d'essere assassinato, di cadere in una fogna, d'inciampare in un cadavere, di mettere i piedi in una pozza di sangue. Come son venuto qui? Dove sono? Sapessi almeno dove sono! Sono in White Chapel? a San Gilles? in Waping? Se fossi sicuro d'essere a Bethnal Green, per esempio, cercherei di trovare Mile end Road, e di là saprei andare alla torre di Londra; o se fossi in Seven Dials, potrei sperare di riuscire in Regen Street o d'infilare Piccadilly. Ma qui non so da che parte voltarmi, cammino a caso, come un pazzo. M'imbattessi anche in un branco di ladri, purchè incontrassi qualcuno! Questo silenzio sepolcrale mi gela il sangue. Dio mio! non domando che il rumore d'un passo o il latrato d'un cane! E un'altra strada, un'altra di queste interminabili e lugubri strade! Ah, io non vado più innanzi; in questa strada c'è qualcosa d'orrendo, ci son dei morti, le mie gambe tremano, il mio cuore si agghiaccia, la miaragione si perde, io mi metto a gridare, io.... Che! Sei tu! Tu, mia amica! Tu, amor mio! Tu qui, a Londra! con me! Ma è un sogno! Ma parla! No! fuggimmo prima, qua la mano, coraggio, seguimi, vola.... Oh l'inesprimibile piacere! il vento ci porta, il cielo si rischiara, il sole ci batte in fronte, Londra è sparita, siamo sul mare, siam salvi!

.... Dove siamo? Ah! tu mi domandi dove siamo, classichetta che tu sei, piena di greci e di romani, tu che diventi rossa a nominarti Pindaro, che piangi quando ti dico che un giorno faremo un viaggio nella Troade, tu che mi hai fatto diventar geloso di Annibale e prendere in tasca Catone, testolina imbottita di grandi nomi e di grandi versi! Ebbene. Questa volta sarai felice; ma devi indovinar tu dove siamo. Guarda questo cielo splendido, questo mare azzurro, questi colli cinerini, queste roccie nude, queste pietre sparse, e indovina. Ah, tu impallidisci! — Ebbene, non è la Troade. — No, non sono le rovine di Cartagine. — Nicea? Meno che mai, signorina. Cerchi, cerchi ancora, frughi nelle sue reminiscenze storiche, interroghi tutti i suoi desiderî classici. Ma sì, amica mia, sì! Atene! Atene! Atene! Siamo sull'Acropoli! Ah io sono pazzo della tua gioia! Qua, nelle mia braccia, ed ammira: quella è la costa orientale del Peloponneso, — più in qual'isola di Salamina; — lì il Pireo, — là il Falereo, — a destra, su quel colle nudo, il tempio di Teseo, — su questa roccia, in direzione della mia mano, le rovine dell'Areopago; — qui sotto il teatro di Bacco, dove il tuo Eschilo e il tuo Sofocle facevano rappresentare le loro tragedie; — in fondo a quella gola, il tempio delle Eumenidi; — tu tremi, poverina, a sentir questi nomi; — ed ora, voltati: ecco le quarantasei colonne del Partenone, — e adesso alzati e fa pure qualche pazzia perchè le pietre su cui sei stata seduta finora sostenevano l'enorme Minerva Promacos di Fidia, la quale mostrava al cielo la punta della sua lancia dorata, la prima immagine della patria che rivedeva il navigatore ateniese, venendo dal capo Sunium. Ah! la mia cara classichina che piange!... Dov'è il nostro bambino? Era qui un momento fa. Zitta! Non t'inquietare; non può esser lontano; tu cercalo di qua, io lo cerco di là; si sarà nascosto nell'Erecteo; Checchino, dove sei? Checchino! Checchino!...

.... Sentite, galantuomo: ho girato il mondo, e ho conosciuti molti buffoni; ma vi dico schiettamente che uno del vostro stampo l'avevo ancora da inciampare. Animo, via; il proverbio insegna che ogni bel gioco dura poco, il che vuol dire che un gioco stupido deve finire appena incominciato. Mettete giùil bambino che avete nella mano destra, che è mio, e quello che avete sulle spalle, e quello che avete sotto il braccio, e i tre che tenete nella cesta. Eh, dico, metteteli giù, o m'arrampico su per la vostra colonna, e vi scaravento in terra come un sacco di cenci. Vi paiono scherzi da fare codesti? O di dove siete sbucato, faccia patibolare? Chi siete? Come? Osereste? Ah! l'orribile mostro, che si mette in bocca la testa del mio bambino! Aiuto! A me, a me, Ateniesi! Sia lodato il Cielo, vien gente. O perchè tutti ridono? Che c'è da ridere, Ateniesi? È una vergogna che in una città colta e gentile come la vostra, si permetta a un mascalzone come costui di torturare i bambini in mezzo a una piazza pubblica. Rispondete dunque. A voi, cittadino, rendetemi conto voi di quest'infamie. Sentiamo! —Eh, monsieur, vous êtes fou; vous n'êtes pas à Athènes, vous êtes dans la ville de Berne, devant la statue du mangeur d'enfants, devant la Kindlifresser-Brunnen, que tout le monde connait; regardez donc dans votre guide Bedeker, farçeur....

.... Statue! Berna! Son baie. A Berna non c'è questa campagna solitaria, nè questo cielo di zaffiro, nè questa immensa pace che mi penetra fino al più profondo dell'anima. Oh la mia bella Bulgaria! Belle roccie coniche, coronate di castelli muscosi,e tinte di rosa e di viola dai primi raggi del sole; belle colline vestite di macchie inestricabili che l'autunno ha screziate dei suoi mille colori pomposi e tristi; bruni villaggi mezzo sepolti nella terra, come per sottrarvi alla vista del minareto odioso che vi torreggia sul capo; vasti pascoli ondulati, immensi armenti, alti pastori dal grande saio e dal berretto velloso, curvi sopra le traccie dei cavalli dei lilas, che passarono or ora trascinando alle fortezze del Danubio i vostri fratelli incatenati; bel paese selvaggio e melanconico, bel popolo austero, silenzioso e dolce, io ti rispetto e ti amo! Sia maledetta la strada ferrata che m'ha rotto il filo delle fantasie. Ora convien scendere e asciugarsi a piedi una galleria d'un miglio e mezzo: cose che non seguono che in Turchia. Entriamo dunque nella tana. Ma stiamo stretti, signori, e badiamo di non perderci, perchè è buio fitto. Vorrei però sapere come fa a passare il treno per questo cunicolo largo due braccia. Mi spieghino loro questo miracolo, signo.... Non c'è più nessuno! Poh, peggio per loro. Io accendo il mio cerino e tiro innanzi tranquillamente.... Oh! che vuol dir questo? Qui non ci sono rotaie! Questa non è una galleria di strada ferrata! Questo è un corridoio! I muri son segnati di croci e d'iscrizioni.... spagnuole! Oh l'orribile cosa! I sotterranei dell'Escuriale!...

.... È stato un momento di debolezza; la preghiera m'ha ridato coraggio; andiamo innanzi; troverò un'uscita; Dio m'assisterà; il tutto è di riuscire a un cortile. Mi trema il cuore però. Mi spaventa questo corridoio sterminato. Questo corridoio non c'era la prima volta che venni al convento. E questo rumore.... che non è quel del mio passo! Ah! mi si rizzano i capelli! No, un momento, un po' di riflessione: questo è il suono del mio passo; infatti se io mi fermo.... Gran Dio! suona ancora! Io divento pazzo! Ma dove suona dunque? Non certo davanti a me, perchè mi metto a correre e lo sento sempre alla stessa distanza; nemmeno di dietro, perchè se mi fermo, non mi raggiunge; e sopra la vôlta non può essere, perchè non lo sentirei così distinto; sotto, è impossibile. Dov'è dunque? Ho sognato? Eppure no, lo sento, lo sento vicino a me, monotono, ostinato, sinistro. Questo non è uno spettro, questo è un frate, un prete, un custode che vuol farmi incanutire dal terrore. Oh! ma la rabbia che mi divora è anche più forte del terrore. Questo sconosciuto aguzzino mi è anche più odioso che terribile. O tu che mi cammini davanti, o dietro, o accanto, o sopra, o sotto, chiunque tu sia, sei un miserabile che disprezzo e sbeffeggio; e ti sfido a comparirmi davanti! E se non compari, ti dico chesei un vigliacco e ti sputo nel viso; e se fosti anche Filippo II, in carne ed ossa, colla corona e colla spada, io ti giuro che non ho paura di te, e ti comando di farmiti dinanzi, perchè possa piantarti nel cuore un palmo del mio pugnale marocchino, e rimandarti a marcire colla tua stupida prosapia sotto l'altar maggiore di San Lorenzo! — Nessuna risposta, e il passo continua a risuonare vicino a me, lento, cadenzato, implacabile! Io divento furioso! Avanti, avvicinati, dimmi da che parte sei, vieni a portata della mia mano, chè io mi possa liberare da questa tortura! Sei dentro al muro? Ebbene, guarda, io lo percoto coi pugni e coi calci, io lo raschio col pugnale, lo sgretolo colle unghie, lo rigo col mio sangue. Fuori! fuori! fuori! — E nessuno risponde, e sempre alla medesima distanza, quel passo misurato, sonoro, lugubre come il picchio d'un martello sopra una bara! Ah questo è troppo, non posso più, ho paura, è un sogno che m'uccide, svegliatemi, svegliatemi!....

..... Dev'essere il barcarolo che m'ha svegliato con una pedata in un fianco. Dove andiamo? La campagna è tutta piana e velata dalla pioggia come da una nebbia; si vede confusamente qualche mulino a vento e qualche campanile; il canale è largo e colmo; mi pare che si debba essere tra Leuwardene Dokkum. Non si starebbe mica male tappati in questotrekschuitpiccino e tepido, con un libro in mano e colla pipa in bocca; ma bisognerebbe buttar fuori questi diciassette bimbi paffuti, che mi premono da tutte le parti, e questo donnone, questo faccione di luna in quintadecima, questa sorella carnale dellaVeneranda, che mi fa gli occhi soavi parlando a fior di labbra. E bisogna dire che di questi diciassette marmocchi, le sia molto piaciuto il primo, poichè l'ha ristampato sedici volte senza correzioni, e tutti portano l'impronta netta della beata melensaggine della mamma. Oh questa è Olanda davvero! E chi sarà quel capo matto che ha rovesciato sui Paesi Bassi questa valanga di putti? e com'è possibile che questa madre d'un popolo, abbia ancora dei grilli per la testa? E mi tocca i piedi! Tocca? Pesta, per Giove! Avete una maniera un po' troppo vigorosa di manifestare le vostre simpatie, signora mia.... vorrei dirle. Che cosa dite? Eh? Io? Ma voi siete pazza. Io vostro marito? Io v'ho sposata davanti al borgomastro di Dokkum? Questi diciassette bimbi son.... nostri? Voi avete il contratto matrimoniale? Ah! la mia memoria si rischiara.... Ma dunque è vero! Dunque finora io ho sognato! Non v'inquietate, moglie mia: apro la finestra e metto la testa fuori per pigliare una boccata d'aria; — vi amo più della vita; — metto fuori anche ilbusto; — v'adoro; — mi sporgo ancora un po' innanzi; — lasciatemi appoggiare il piede sulla seggiola; — così, amor mio; — ed ora tu, Dio pietoso, accogli il mio spirito, e voi, acque dell'Olanda, il mio corpo!... Dannazione eterna! Chi mi trattiene?

....Caballero, ci perdoni se l'abbiamo tirato indietro così bruscamente; siamo guardie civili, dobbiamo obbedire agli ordini; è proibito ai viaggiatori di metter la testa fuori del finestrino dei vagoni; potrebbe seguire una disgrazia; ci son Carlisti da ogni parte; ieri erano a Calatayud; avanti ieri scorrazzavano intorno a Siguenza; non per nulla ci hanno messi cinque per vagone, armati fino ai denti; non s'appoggi sui fucili: son carichi. — E sta bene! E anche questo è un bel modo di viaggiare! Due facili carichi dinanzi, due fucili carichi di dietro, un pistolone rasente il ginocchio, il manico d'una daga contro il fianco, e sei cinghie di zaino che mi spenzolano sulle spalle; e se m'affaccio al finestrino, una palla cilindro-conica nel cranio; e tutte queste dolcezze, per andare al Marocco. Povera Spagna! Quanto la ritrovo mutata! La campagna, deserta, i villaggi barricati, le stazioni della strada ferrata arse, diroccate, circondate di parapetti e di fossi; per tutto gruppi di contadini oziosi e di soldati stanchi; tende, sentinelle,cavalli rifiniti, traccie d'accampamenti, case affumicate, miseria. Non sembra però che i miei compagni di viaggio si diano gran pensiero di questo sottosopra. Vedo là due sposi che colombeggiano; qui un operaio brillo che fa delle proposte di matrimonio a una vecchia contadina aragonese; più in là cinque scamiciati che giocano alle carte; un ufficiale dei cacciatori che canta, un postiglione castigliano che trinca, e un vecchio parroco di campagna che stabacca voluttuosamente fra un periodo e l'altro dell'España católica. Allegri, figliuoli, e che Dio vi conservi. Ora canta anche il postiglione, l'operaio gli fa eco, i cinque scamiciati entrano nel coro; come, come, anche loro, le signore guardie? Ma, e laconsegna? E la disciplina? E i Carlisti? Oh che bel paese di matti! Il carnovale in mezzo alla guerra civile. Ma bene! Viva la.... darei un buffetto sul naso a quei due sposi, che si guardano nel bianco degli occhi. Corpo di Carlo V! Non c'è peggior supplizio per un povero viaggiatore, che di dover assistere a queste fanciullaggini! Smettiamo dunque; il vagone non è un'alcova, che diavolo!

.... E un'altra coppia, — e un'altra, — e un'altra. Eccomi qui in piena Arcadia. Ora mi dovrò asciugare quest'uggioso spettacolo fino a Colonia. Già non ci dovevo venire. Me l'avevano detto chequesti scellerati piroscafi del Reno, in autunno, sono il nido galleggiante di tutti gli amori nuziali del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera tedesca e dei paesi delle due rive. Eccole qui, tutte queste bionde sdolcinate e scarmigliate, che alzano gli occhi al cielo e lasciano ricadere la testa. Ecco gli sguardi velati, le strette di mano furtive, i baci mandati col ventaglio, le toccatine di piede, i bisbigli, i languori, le sciocchezze infinite che cinquanta maledetti notari tabaccosi hanno legittimate pel mio malanno. Quella belga fraschetta! Quella magontina petulante! Questa lussemburghese ipocrita che nasconde coll'Allgemeine Zeitungil braccio di suo marito! Le sfrontate! Gli ufficiali tedeschi salutano il piroscafo dalle terrazze delle ville, le chiese gotiche specchiano le loro guglie cesellate nelle acque, i vecchi castelli disegnano le loro gigantesche forme nere sul cielo, passa la roccia di Coblenza, sparisce la rovina di Hammerstein, si nasconde dietro ai monti lo splendido castello di Rheineck, si dileguano come sette nuvole enormi le Sette Montagne; e loro non vedono nulla! e continuano a bamboleggiare colla punta delle dita e colla punta dei piedi, stupidamente sicuri di non esser visti, come se fossimo tutti addormentati, orbi, o cretini.... Eppure se tutte queste sciocchezze non si facessero, non avrei trovato, le sere dei giorni di festa, neigiardini d'Anversa e nei viali di Basilea, una folla d'angioletti coi capelli d'oro, che mi scacciarono dal capo le idee nere, e mi riempirono il cuore di dolcezza! Ah! io sono un ingrato! Ebbene, sì, sorridete, guardatevi, amatevi, parlatevi nell'orecchio, giocate colle punte dei piedi, godete, inebbriatevi, scordatevi di noi e del Reno e dell'universo! purchè vengano gli angioletti coi capelli d'oro....

.... Eccoli qui! Una folla di bimbi e di bambine che invadono ilPraterdi Vienna, sparpagliandosi in mezzo agli alberi sfrondati, per i viali coperti di foglie gialle. L'autunno s'è cangiato a un tratto in primavera; l'aria grigia s'è riempita di fragranze e risuona di voci armoniose, e tutto spira freschezza e allegria. A gruppi, a schiere, a circoli, a stormi, vanno e vengono, come un nuvolo d'uccelletti e di farfalle; e rendono l'immagine d'un grande giardino di rose e di gigli vivi, che da sè stessi intreccino e disfacciano rapidamente mazzi, corone e ghirlande palpitanti e sonore. Ciarpe scozzesi e pelliccie russe, giubbette ungheresi e berrette polacche, penne purpuree, riccioli biondi e nastri azzurri, ondeggiano e si confondono in mezzo ai cerchi, alle carrozzine, alle racchette, ai cervi volanti, ai palloncini color di rosa. Tutto ride, tutto brilla, tutto splende, tutto tripudia, e un senso divino di giovinezzae di speranza invade l'anima mia. Siate benedetti, o bei fiori appena sbocciati della razza umana! Benedetti i vostri visi rosei, benedetti i vostri capelli di seta, benedette le vostre gambettine nude, benedetti i vostri giochi, la vostra gioia, la vostra innocenza, le vostre famiglie, la vostra vita! Io v'adoro, creaturine! Venite, accorrete intorno a me, fatemi fare qualche cosa, fatevi servire, imponetemi i vostri capricci, divertitevi di me! Volete picchiarmi? Volete farmi l'urlata? Volete saltarmi a piedi giunti? Volete ch'io vi porti sulle spalle? Volete che m'arrampichi sopra un albero, per farvi ridere? Se mi rompessi la testa, voi dite. E che m'importa di rompermi la testa per voi! Animo, sull'albero. Sono già molto alto, non è vero? Ma salirò ancora. Così? — Noch! — Così? —Immer noch!— Ma volete dunque ch'io salga fino....

.... Oh l'incantevole panorama! Un golfo coperto di navi, due mari che si congiungono, tre città che s'abbracciano, l'Europa e l'Asia che si guardano, mille minareti e mille cupole, in mezzo a migliaia di chioschi, di bazar, di bagni, di terrazze, d'acquedotti, dentro a una corona immensa di giardini e di boschi; e in ogni parte una folla variopinta e innumerevole che sale e scende per venti colline e venti porti,in mezzo ai cipressi, alle fontane e alle tombe; e su tutto questo il cielo d'Oriente! Oh com'è bello, splendido e grande! Io non credevo che una così meravigliosa bellezza si potesse vedere sulla terra altro che in sogno. Ora comprendo il musulmano moribondo che dice: — portatemi alla finestra. — Vi comprendo, poeti che avete spezzata la penna, pittori che avete lacerato la tela, scienziati che avete perduta la flemma, mercanti che avete balbettato dei versi, fanciulle che avete gettato un grido e abbracciato vostra madre, gente d'ogni paese e d'ogni tempra, che vi siete sentiti rimescolare il sangue e inumidire gli occhi davanti a questa visione di paradiso! Oh se potessi portar qui tutto quello che amo, e viver qui, a questa sublime altezza, su questa terrazza aerea salutata dal primo e dall'ultimo raggio del sole! Custode, non mi seccate. — Faccio il mio dovere,captàn. Tutta Costantinopoli sa che il nostro signore e padrone Abdul Aziz, che Allà protegga e conservi, non vuole che nessuna fronte umana si alzi sopra l'ultimo parapetto della torre del Seraskir. Fammi dunque il favore di abbassare la testa. — Lasciami in pace, ti do cinque lire franche. — Abbassa la testa,captàn. — Ti do due scudi franchi. — Abbassa la testa,captàn! — Ti do un napoleone d'oro, che tua moglie diventi sterile e gli uccelli del cielo insudicino la tua barba!S'è mai visto un mulo di turco più mulo di costui? Siamo d'accordo?

....D'accord, monsieur, d'accord. Donnez moi le napoleon et voici la chaise.— Sta bene; ma aiutatemi a salire, perchè è buio fitto, e sostenetemi di dietro perchè la folla ondeggia. Ed ora dove devo guardare? — Al di là della Senna, signore. — Ah! un fascio di raggi bianchi ha illuminato per un momento un mare di teste nel Campo di Marte. Ora dalla riva in faccia s'alza e s'allarga un nembo di foco che vien giù a schizzi, a sprazzi, a pioggioline, a cascatelle splendide in forma di fiori, di pagliole, di stelle, di fiocchi, d'anelli, e produce nelle acque un tremolío di riflessi, un turbinío di scintille, un lampeggiamento di colori, che par che la Senna travolga perle, cristalli e vezzi d'oro. Intanto dal ponte, dalle case, dalla riva destra si spandono torrenti di luce che colorano via via di verde smeraldo, di giallo sulfureo e di rosso sanguigno le sponde, la folla, l'altura del Trocadero, il padiglione dello Scià; cento cannoni tonano, cento musiche echeggiano, e l'immensa voce della moltitudine empie il cielo come il muggito d'un oceano. A un tratto, tutto si spegne, tutto tace, e la folla, immersa daccapo nelle tenebre, volta le sue trecentomila teste a monte della Senna. L'incendio di Parigi comincia. Vampedi luce indiana e fasci di luce elettrica vibrati tutt'insieme da mille punti, illuminano tutte le sommità dei più alti edifizî. I tetti delle Tuilleries sfolgorano come piramidi di carbonchio, la cupola del Panteon è di bragia, il palazzo dell'Industria è d'argento percosso dal sole, il palazzo degli Invalidi è verde acceso, la torre di San Giacomo, la colonna di Grenelle, la scuola militare, San Sulpizio, Nostra Signora di Parigi mostrano i loro grandiosi contorni segnati di foco, le loro cime coronate d'aureole e velate di fumo luminoso, e il cielo appare colorato qua e là d'aurore e di tramonti di soli ignoti; e infine una miriade di razzi scoppia da un capo all'altro di Parigi con un fragore formidabile, e si risolve in una immensa pioggia silenziosa di fiori ardenti, accompagnata da un grido universale d'allegrezza infantile....

.... Vera allegrezza infantile! Lasciate stare codeste fanciullaggini, e pensate alla morte! — Ah! siete voi, signor Danmann? — Son io, il vecchio e uggioso filosofo danese, che vi sermoneggia in fondo a una carrozza, tra Turnu-Severin e Palanka, un'ora prima del levar del sole; distogliendo voi, stizzito, (perchè vedo che vi stizzite) dal cercare cogli occhi fra le capanne e le siepi, a traverso la nebbia, le incerte forme bianche delle contadine valacche. Lasciatemidunque finire il discorso. Vi voglio ripetere il mio consiglio, un buon consiglio per la pace della vostra vita. Pensate tutti i giorni, e lungo tempo alla morte; ma sprofondatevi in questo pensiero e chiudetevi in esso come in una tomba, giovandovi di tutta la forza della vostra immaginazione. Raffigurate voi a voi stesso, colto da una malattia mortale —, moribondo —, morto; stampatevi bene in mente l'aspetto del vostro cadavere; osservate ogni movimento degli uomini che vi stendono nella cassa, che inchiodano il coperchio, che vi portan via; — guardate a traverso le assicelle la città affaccendata ed allegra; — sentite il freddo della fossa in cui vi calano —; udite il rumore della terra che vi gettano sul capo; immaginatevi là solo, immobile, scheletrito, orrendo, e meditate senza staccar gli occhi da quell'orrore. Ebbene, credete a me: chi non ne ha fatto esperimento, non può concepire il grande e salutare cangiamento che produce questa meditazione funebre di tutti i giorni nella nostra maniera di vedere e di sentire il mondo e la vita. La nostra sventura è quel sentimento vago d'immortalità terrena, il quale ci fa vedere tutte le cose che ne circondano, più grandi e più importanti di quello che sono; onde più grandi i dolori, e anche le gioie, perchè sproporzionatamente maggiori delle cause, sorgenti di tristezza. Ma l'abitudinedel pensiero della morte, ravvivando continuamente il sentimento della precarietà d'ogni cosa, ci presenta tutto ridotto alle sue proporzioni reali, e restituisce così l'equilibrio tra noi ed il vero, e coll'equilibrio la pace, e colla pace un misurato e più sicuro godimento della vita. Provate e rimarrete meravigliato, amico mio, vedendo come fuggiranno da voi tutti i piccoli sentimenti ignobili, tutti quei piccoli dolori senza cagione, quella turba miserabile d'irucole, d'invidiole, d'ambizioncelle, di dispetti, di crucci, che rode sordamente l'anima umana, e la rende più infelice che non le grandi sventure. Provate: in ogni vostra piaga morale versate prontamente questo pensiero, come versereste un balsamo in una piaga del corpo. Ogni volta che v'assale l'orgoglio, osservate le vene della vostra mano, tastate le vostre costole, trattenete per qualche momento il respiro, e sentendo così improvvisamente la debolezza della vostra vita, tornerete umile. Quando qualcuno v'offende, rappresentatevi alla mente il suo scheletro, tutte le più minute parti del suo fragile organismo, un vaso sanguigno del suo capo che, rompendosi, lo può rendere da un momento all'altro forsennato o cadavere; e perdonerete. Abituatevi a vedere in ogni uomo un moribondo; nello spettacolo della natura un quadro fantasmagorico che brilla e svanisce; in tutti i benidella terra, il bene d'un momento, che un raffreddore vi può togliere; abituatevi a sentirvi morire, fatevi del pensiero della morte un sostegno, un rifugio; e non temete ch'esso vi stanchi della vita, e vi renda freddo agli affetti e al lavoro, chè anzi ogni vostro affetto si colorerà d'una mestizia divina, e si farà più profondo. Ah! con che delirio d'amore bacerete la vostra amante, pensando che con una stretta delle braccia potreste slanciare la sua anima nell'eternità e il suo corpo nella tomba! E il vostro lavoro sarà più fecondo, perchè stando quasi colla vostra mente fuori della vita, contemplerete gli uomini e le cose dall'alto, coll'anima più quieta e coll'occhio più sereno. Eccoci a Palanca; qui dobbiamo separarci; ricordatevi i consigli del vecchio Danmann, e addio. — Permettetemi d'abbracciarvi, signore. — A me figliuolo. — .... Gran Dio! Voi non siete Danmann, voi non siete vivo! Voi siete di bronzo!...

.... Una statua. Ah, riconosco le tue sembianze, o potente e caro agitatore della mia giovinezza. In quest'aspetto io ti vedevo apparire come un fantasma luminoso, sulla soglia della mia stanza, quando a tarda notte alzavo dai tuoi libri il volto trasfigurato. Così vedevo codesta fronte, che porta la traccia delle battaglie ardenti e perpetue della tuamente; così tutta la tua nobile figura, che pareva sempre naturalmente atteggiata sul piedestallo che ora ti sorregge, «tutto altero e grandioso, fuor che gli occhi, che son dolci.» Ti riconosco; sei tu «che t'avanzavi come un conquistatore nell'eterno dominio del vero, del bene, del bello, lasciando dietro di te, vaga apparenza, la volgarità che tutti c'incatena;» tu il profondo e sottile investigatore del cuore umano, l'instancabile rimestatore di problemi, poeta della libertà e dell'amore, scultore di tiranni e d'eroi, pittore di vergini e di banditi, glorificatore di schiavi e di martiri; tu «ilvero uomo» tu «il giovane eterno» tu che eri ad ogni otto giorni «un essere novo e più vicino alla perfezione;» ingegno tremendo e gentile, anima eccelsa e semplice, uomo grande dinanzi alla patria, grande in seno alla famiglia, grande nella lotta contro te stesso e contro la morte! Sei tu, dunque? Oh! permetti all'ultimo dei tuoi devoti, a uno che, te vivo, avrebbe attraversato l'Europa per andar a gridare sotto le finestre della tua casa che tu sei grande e che ti ama, permettigli di mettere per un istante sotto la tua mano di bronzo la sua fronte infocata, come farebbe per chiedere la benedizione d'un Dio.

.... Chi profana il nome di Dio? Non c'è altro Dio che Allà e Maometto è il suo profeta. Ascari,caricate di catene questo miserabile che si prostra ai piedi d'un idolo di bronzo. — Tu vaneggi, Kaid! Questa è la statua di Federico Schiller e io sono nella città di Magonza. — Tu menti, Nazareno! Questo è il simulacro d'un Dio bugiardo e tu sei nel palazzo imperiale di Fez. — Un momento, in nome di Dio! Abbassate le spade: io domando di parlare al Sultano! — Voltati indietro e atterra la fronte: egli s'avanza.... — Ah! Mulei-el-Hassen, i ministri, la corte! Sia ringraziato il Cielo, son salvo! Mulei! Maestà! Sono accusato d'idolatria, sono innocente, io non riconosco e non adoro che il vero Iddio, Signore dei mondi, immensamente misericordioso. Voi non mi farete morire. Mi dovete riconoscere. Venni qui con un'ambasciata. Voi montavate un cavallo bardato di verde, e avevate la cappa bianca e il cappuccio sul turbante; eravate bello e gentile, Mulei, e i vostri occhi eran pieni di dolcezza. Indietro dunque colle vostre spade, soldati! la mia vita è nelle mani del vostro Signore. Mulei, voi siete giusto e buono; io son lontano dalla mia patria, solo, senza difesa; son giovane, sono amato, ho bisogno di vivere, pronunziate una parola, fate un cenno, sorridete, guardatemi! Oh, voi vi movete a pietà, Mulei; la vostra fronte si rasserena, le vostre labbra si schiudono; una parola, dunque, una sola parola! Fate almeno allontanar queste spade che mibalenano sugli occhi. Ma scotetevi una volta, principe senza cuore! Non vedete, per Dio! che son già tutto intriso di sangue....?

.... È mio sangue, signor tenente; son io che l'ho macchiato; lei non è ferito; la palla è toccata a me.... in un fianco; non vada via, signor tenente; stia qui accanto a me; io sento che la vita m'abbandona; m'aiuti o morire. — Ma che morire, figliuol mio! Perchè parli di morire? La tua ferita non è grave; fatti coraggio; appoggiati qui alla sponda del fosso; mettimi la testa sul braccio; così; ora ti sbottono il cappotto; a momenti capiterà qui il medico; non ti perder d'animo, via; vedrai che per questa volta ci si mette ancora una toppa. — Ah, no, signor tenente! Questa volta è finita.... Sento che è finita.... Mi si velano gli occhi.... Addio! addio, mio buon uffiziale! addio, mia buona madre! addio a tutti! — Morto!... Forse il suo cuore batte ancora. Ah! non batte più. Povero ragazzo! Egli non poteva avere più di ventidue anni. Ecco un taccuino, una lettera diretta a suo padre;al signor Pietro Caretti, contadino. Contadino!Fiesole, presso Firenze.Un biglietto da due lire: la sua paga degli ultimi cinque giorni. Il ritratto d'una vecchia: sua madre. Un anellino di capelli neri: la sua amante. Ecco tutto il suo passato e tutto il suo avvenire,sommersi in una pozza di sangue; tutto il suo piccolo mondo, frantumato da un pezzetto di piombo; affetti, promesse, disegni, speranze, tutto finito! E da chi? Da qualche altro ragazzo che è laggiù in quei campi, dietro quei nuvoli di fumo, e che forse ha anch'egli sul cuore un ritratto e una lettera.... ma quella lettera è scritta in tedesco! Ecco perchè un dei due si è pigliato una palla nel fianco.... — Avanti! avanti! — Ma come, dove avanti, signor maggiore? Dobbiamo arrampicarci su per questo muro? È impossibile! — Avanti a ogni modo! Aggrappatevi all'erba e all'edera, laceratevi il viso e le mani; ma salite! — Saliamo dunque.... Me se non si può! l'edera cede e si rompe! — Ma come si rompe! Se è marmo!

.... Marmo? E infatti le mie mani stringono due colonnette; il mio piede destro posa sulla testa d'un santo; il mio piede sinistro, sulla groppa d'un leoncino, e sulla mia testa, s'alza una finestrina a sesto acuto; io m'arrampico su per un delicatissimo monumento d'architettura gotica, tutto rilievi e trafori, e pieno d'aria e di luce; e giù sotto di me, vi sono altre colonnette, altri santi, altri ricami di marmo; e ancora più sotto.... Dio eterno! Io sono a un'altezza prodigiosa, sulla guglia estrema del campanile della cattedrale di Strasburgo! VedoWissemburg, la montagna del Geisberg, il Reno, la foresta nera, l'Eichelberg, la valle della Murg! Sono sospeso tra il cielo e la terra! Ah! purchè riesca a cacciare la testa nel finestrino! Coraggio. — Su — adagio adagio — di statuetta in statuetta — di rilievo in rilievo.... Ma questo vento che mi caccia i capelli negli occhi! Questo immenso vuoto che mi circonda! Queste colonnette sottili come verghe di salice! Queste teste di santo grosse come una noce! Ah, il coraggio m'abbandona! Le mie mani tremano, i miei piedi scivolano, le colonne si muovono, i santi vacillano, i rilievi si staccano, il terrore m'invade, l'abisso mi attira, la vertigine m'accieca! Ah l'orrenda morte! Oh madre mia! Aiuto! Io precipito....

Cos'è stato? Mi son svegliato con un grido? Chi mi chiama? Ah, la voce di mia madre nell'altra stanza. Che dici?

— Ti dico quello che t'ho già detto tante volte, figlio mio: di non dormire mai sul fianco sinistro.

FINE.

NOTE:1.Il nuovo vocabolario dell'uso del Fanfani e del Rigattini ha la parolapatinare.

1.Il nuovo vocabolario dell'uso del Fanfani e del Rigattini ha la parolapatinare.

1.Il nuovo vocabolario dell'uso del Fanfani e del Rigattini ha la parolapatinare.

INDICEPag.La mia padrona di casa7Scoraggiamenti19Ritratto d'un'ordinanza45Battaglie di tavolino55Un incontro77Emilio Castelar91Un caro Pedante109Una visita ad Alessandro Manzoni119La lettura del Vocabolario135Appunti147Una parola nuova191Consigli201Il vivente linguaggio della Toscana211Quello che si può imparare a Firenze235Un bel parlatore245Dall'album d'un Padre253Sopra una culla275Giovanni Ruffini283L'amore dei libri297Manuel Menendez(racconto)307In sogno341


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