UNA VISITA AD ALESSANDRO MANZONI

UNA VISITA AD ALESSANDRO MANZONI

È male parlar di sè, e peggio scriverne; ma quando l'Io, invece d'essere lo scopo di quello che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente e con più garbo cose che riguardano altri e possono riuscire gradite a molti, mi pare che sia lecito di servirsene; e tanto più quando quest'altrisia Alessandro Manzoni, e quell'iotanto piccino da non poter neppure essere sospetto di vanità.

Lasciatemi dunque cominciare dal piccino.

Io ero in collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio professore di letteratura italiana,quando gli presentavo una poesia, mi permetteva di leggerla, se gli pareva che lo meritasse, in piena scuola; e i miei compagni solevano farla stampare a proprie spese, cosa di cui mi rimorde ancora la coscienza. Una delle prime poesie stampate fu un canto alla Polonia, ch'era in rivoluzione appunto in quell'anno; nel qual canto dicevo ira di Dio dello Czar e del Papa, e facevo una descrizione fantastica dell'isola di Caprera, assicurando che il sole vibrava su quell'isola i suoi più splendidi raggi e gli angeli la guardavano dall'alto con una viva simpatia.

Questo canto, concepito un giorno che il direttore m'avea messo a pane ed acqua, e composto quasi per intero nelle tenebre del Dormitorio, mi pareva allora una gran cosa; tanto che a un mio vicino di banco, il quale, dopo lettolo, mi aveva detto gravemente: — Questo canto resterà, — io, stringendogli la mano, avevo risposto con non minore gravità: — Speriamo. — In fine m'ero tanto montata la testa, che un bel giorno misi una fascia all'opuscoletto, stesi una lettera di accompagnamento, scrissi sulla busta e sulla fascia: — Al signor Alessandro Manzoni —, e buttai lettera e opuscolo, dopo esser stato un po' colla mano per aria, nella buca della posta.

Passa una settimana, passano quindici giorni, passa un mese; nessuna risposta. Non me ne meravigliai;sapevo che il Manzoni scriveva pochissimo; m'avevano detto che riceveva ogni giorno un monte di lettere e di libri; era naturalissimo che avesse buttato i miei versacci in un canto; non ci pensai più.

Un giorno, nel tempo della ricreazione, mentre facevo la ginnastica sulle parallele, il direttore mi chiama, corro, mi dà una lettera. Il carattere dell'indirizzo mi era sconosciuto. Guardo il bollo: — Milano — Chi può essere? Apro, leggo in capo alla prima paginaGentilissimo giovanetto; volto, tutto il foglio è scritto; volto ancora, e vedo in fondo alla quarta paginaAlessandro Manzoni.

Come rimanessi non lo so dire. Sul primo momento mi s'imbarbugliò la vista e mi tremaron le ginocchia; poi rimasi qualche tempo immobile, guardando quella firma, che pareva s'ingrandisse e s'impicciolisse a vicenda, come per effetto d'una lente avvicinata e rimossa. Infine corsi in un angolo appartato del cortile e lessi.

Ah, mio Dio! Io non posso ricordar quella lettera senza un sentimento di mestizia. Riguardo ai consigli ch'io avevo avuto l'audacia di chiedere, c'era detto: —Anch'io, nella prima gioventù, m'ero formato di scritti altrui un concetto dal quale, col crescer degli anni, ho dovuto detrarre. E non di meno non ho poi provato rammarico d'un erroreche m'era stato occasione di voler bene anche ad uomini con cui non avevo alcuna conoscenza. Così spero che avverrà anche a lei riguardo a me e alla mia memoria.

Riguardo alla poesia. —Se le dicessi che i versi mi paiono senza difetti, sarei un adulatore; ma parlerei ugualmente contro il mio intimo sentimento se dicessi che non mi par di vederci il presagio d'un vero poeta. In mezzo a di que' difetti che col tempo si perdono, ci sento (non dia a queste parole altro valore che quello della più schietta sincerità) quelle virtù che col tempo si perfezionano e che nessun tempo può far acquistare.

Riguardo ai versi della poesia che accennavano al Papa: — ....Religione e patria sono due gran verità, anzi, in diverso grado, due verità sante; e ogni verità può spiegar tutte le sue forze e usar tutte le sue difese senza insultarne un'altra. È vero che le persone sono naturalmente distinte dalle istituzioni, ma ci sono degli ordini di cose in cui gli oltraggi (parlo di oltraggi, non di ragionamenti, che, del resto, non sono materia di poesia) in cui, dico, gli oltraggi alle persone non possono non alterare il rispetto e la dignità della istituzione medesima, ecc.

E infine v'era scritto: — «Ho qui nel mio giardinettoun giovane melagrano che questa primavera ha portato molti fiori, i quali in parte sono caduti, in parte allegano: il rigoglio di tutti e il sano vigore di alcuni annunziano insieme che quest'alberetto è destinato a dar frutti copiosi e scelti.»

La lettera, ora che scrivo, è in un quadretto, e colui che dovrebb'essere il melagrano carico di frutti, la guarda con un misto di tenerezza e di rammarico, pensando alle sue splendide speranze dei sedici anni come a un bel sogno di tempi lontani.

La lettera fu per il collegio un grande avvenimento; il professore di letteratura la lesse nella scuola; fuori del collegio, gli amici volevano vederla; io non capivo più in me della contentezza; la rileggevo cento volte al giorno; me la dicevo a memoria; la notte sognavo che me l'avevan rubata; per istrada mi pareva che quei che mi passavano accanto si ammiccassero fra loro, come per dirsi: — Eccolo là; — a tavola facevo i bocconi piccini, in iscuola pigliavo degli atteggiamenti ispirati; in casa dei parenti sorridevo con una bonarietà affettata, per far vedere che, in fin dei conti, mi consideravo sempre come loro parente.

Quando si dice, le previsioni! Da quell'anno in poi non ho più scritto un verso altro che per onomastici di famiglia; non ho più avuto nemmeno latentazione di scriverne; e sono ora profondamente persuaso che non sono nato per far dei versi. Chi me l'avesse detto allora, quando un prosatore mi pareva appena un uomo, e dicevo, leggendo il romanzoI promessi sposi: — Peccato che non sia in ottave!

Quattro anni dopo ero sottotenente di presidio a Pavia, con un battaglione del mio reggimento. Non avevo mai visto Milano. Una mattina, svegliandomi, mi viene il ticchio di farci una scappata. Ma, e il permesso? To', bella idea! Mi faccio mandar da casa la lettera delmelagrano, la mostro al tenente-colonnello, e gli dico: — Vorrei andar a Milano a vedere il Manzoni. — Così feci; la lettera venne, la diedi al mio capitano e lo pregai di domandarmi il permesso. Il tenente-colonnello, quando intese, prima di vedere la lettera, lo scopo della mia gita, esclamò: — Oh! oh! nientemeno! — come per dire: — Ci vuol della faccia; — ma, visto ch'ebbe la lettera, accordò il permesso dicendo: — È un altro par di maniche; vada e ce ne porti notizie.

Partii la mattina seguente, era domenica, faceva un bellissimo tempo. Arrivato a Milano e sbarcato in non so che albergo vicino al duomo, domandai a un piccolo cameriere dove stesse di casa il Manzoni. —El negoziant de mobil?— mi domandò alla sua volta. Ma chenegoziant de mobil, — risposi; — ilconte senatore scrittore Alessandro Manzoni. — Oh mi scusi! — esclamò il ragazzo arrossendo: — io credevo....; il senatore Alessandro Manzoni sta in piazza Belgiojoso; — e mi descrisse la casa. Era di buon'ora, scappai a vedere il Duomo, poi difilato in piazza Belgiojoso. Come mi battè il cuore quando vidi quella casa! Con che venerazione mi levai il chepì entrando nella stanzina del portinaio! Ma ahimè! Alessandro Manzoni era a Brusuglio. Salii subito in una carrozza e mi feci condurre a Brusuglio. Strada facendo pensavo alle prime parole da dirgli; alla maniera di baciargli la mano prima che avesse tempo di ritirarla, come sapevo che faceva sempre; al modo di tener la sciabola in sua presenza. Star davanti al Manzoni, pensavo, colla sciabola! Mi pareva che non andasse; l'avrei lasciata volentieri nella carrozza. Per la strada passavan contadine e contadini; mi parevan tutti visi di sante persone; in ogni vecchietta vedevo Agnese, in ogni giovane Renzo, in ogni bimbo Menico. Guardavo con insolito piacere quel cielo di Lombardiacosì bello quand'è bello, e quella campagna verde e tranquilla; i miei sentimenti e i miei pensieri, via via che mi avvicinavo, s'innalzavano; provavo quello che si prova salendo su per una montagna; mi pareva di respirare un'aria sempre più pura, e la mia mente si staccava dalla terra.

La carrozza si fermò dinanzi alla villa, scesi, entrai nel giardino, un servitore mi venne incontro a domandarmi chi cercavo. Glie lo dissi: mi guardò da capo a piedi, e mi rispose unma, che voleva dire: — Non so se sarà ricevuto. — Allora gli mostrai la lettera, la prese e accennandomi che lo seguissi si diresse verso la porta d'una stanza a terreno, dove entrò, dopo avermi pregato d'aspettare un momento. M'appoggiai all'uscio e tesi l'orecchio. Dopo un momento sentii una voce tremola pronunziare lentamente queste parole: —Gentilissimo giovanetto. Degl'incomodi abituali non m'hanno permesso di ringraziarla nel primo momento, come desideravo vivamente, dei versi ch'Ella m'ha fatto il favore d'inviarmi.... — Qui la voce tacque, e subito dopo uscì il servitore, il quale mi fece riattraversare il giardino ed entrare in un salotto, dove mi lasciò solo dicendomi: — Ora viene.

Io stetti qualche minuto guardando la porta cogli occhi fissi, con tutta la persona immobile, respirando appena, come se fossi stato davanti a una macchina fotografica.

La porta s'aperse....

O miei benevoli amici e non amici, che mi avete detto tante volte e con tanta ragione, che il mio cuore è una spugna, che i miei occhi son due fontanelle di lagrime, che i miei soldati sono donnettee che tutte le righe dalle mie pagine sono come tanti rigagnoli che corrono al gran mare del pianto in cui morirò un giorno annegato, siate giusti; riconoscete che almeno questa volta io avevo diritto d'intenerirmi; confessate che anche voi altri vi sareste sentiti un leggero moto di convulsione alla gola; e allora mi farò animo e vi dirò che io, lungo come un granatiere, io, colla mia sciabola d'ordinanza e colle mie pompose spalline, io, quando il Manzoni comparve, gli corsi incontro, gli afferrai la mano e diedi in uno scroscio di pianto così improvviso, così violento e così sonoro, che quello di uno qualunque dei miei soldati sarebbe parso, al confronto, un vagito di bambino.

Il buon vecchio mise la sua mano sulla mia e mi disse con accento amorevole: — Vede.... cosa vuol dire avere un carattere così.... buono e.... ingenuo; si provano delle sensazioni.... violente; si rimetta, via.... si rimetta.

Riferire per ordine la conversazione che seguì poi, se si può chiamar conversazione un dialogo nel quale uno dei due interlocutori dice appena quello che è indispensabile per dar appiglio all'altro di parlare, non saprei. Ricordo che mi domandò sorridendo: — E la poesia? — e che avendogli io risposto che l'avevo lasciata in disparte, mi disse: — Torneranno, torneranno i tempi per la poesia. — Ricordoche parlò della battaglia di Custoza e disse: —Fracta virtus!; che recitò due strofe di una canzonetta del Brofferio intitolata:El baron d'Onea, fermandosi al verso:a sauta,a pista,a braia, per non dire la parola licenziosa ch'è nel verso seguente; che parlò, richiesto ripetutamente, delCinque maggio, dicendo che gli aveva suggerito di scrivere quell'ode sua madre, mentre egli, all'annunzio della morte di Napoleone, s'era messo a declamare dei versi del Monti; ode, soggiungeva, piena di latinismi e di francesismi, della quale era ben lontano, quando la scrisse, dal prevederequel po' di fortunache aveva avuta in seguito; e m'indicò, se non sbaglio, il tavolino su cui l'aveva scritta. Su quel tavolino v'era ilFior di memoriadel Cantù, che gli diede occasione di parlare d'un suo nipotino, il quale comparve poco dopo. Dopo il nipotino comparve il suo figliuolo primogenito. — Vede, disse il Manzoni, che questo figliuolo è una terribile fede di battesimo e che non posso più fare il giovanotto. — A una cert'ora mi lasciò per andar a desinare, e io rimasi solo, e mi misi a studiare a memoria i quadri, i mobili, i libri; e mi stampai così bene ogni cosa nel capo, che ce l'ho ancora, e sarei in grado di fare un inventario appuntino di quel salotto, come ne ho poi fatto molte volte lo schizzo a penna nella stanza dell'uffizialedi picchetto e nel camerino del furiere. Quando tornò s'andò a fare un giro nel giardino. Ricordo ch'ero impacciato a camminare, che inciampavo nella sciabola, che parlavo senza garbo, che facevo delle domande scipite e che standogli così accanto quasi da toccarlo colle gomita, avevo non so che vergogna di esser più alto di lui di quasi tutta la testa, e cercavo di farmi piccino; e provavo poi un vivo dispetto vedendomi in quel modo tutto luccicante d'argento vicino a lui vestito modestissimamente, e mi rincresceva di non essermi infilato il cappotto; e guardandolo quando mi precedeva di alcuni passi che andava chino e lento sulle gambe mal ferme: — Ah caro vecchio, dicevo tra me, se potessi darti la mia salute e la mia forza, con che cuore te la darei, dovessi anche domandare l'aspettativa per infermità non provenienti dal servizio!

Venne finalmente l'ora d'andarsene; accommiatandomi, volli baciargli la mano; egli mi porse il viso e sentì forse l'umidità delle mie guance. —Giuan, el legnn!— disse al suo cocchiere mentre uscivo; lo ringraziai accennandogli la carrozza che mi aspettava. Vidi, uscendo, le sue due belle nipoti, che forse avevano udito lo scroscio; attraversai il giardino facendo un gran strepito con quella maledetta sciabola che mi picchiava sulle gambe; e al momentodi risalire in carrozza, voltandomi, lo vidi ancora fermo sulla porta che salutava col fazzoletto.

— Addio! — risposi in cuor mio, — addio, padre, maestro, amico; addio, santo consolatore; oh se fosse qui il mio reggimento e potessi farti presentare le armi!

E lo salutai militarmente, con tutte le regole, come avrei salutato un generale.

Arrivato a Milano, all'albergo, scrissi a casa una lettera di otto pagine nella quale dicevo che Milano m'era parsa la più bella città del mondo, che il Manzoni era un angelo e che io ero felice.

La sera tardi arrivai a Pavia, e rientrando in casa trovai parecchi amici sulla porta che mi domandarono tutti insieme: — Ebbene, l'hai visto? gli hai parlato?

— L'ho visto, gli ho parlato e l'ho anche baciato! risposi.

— Sentiamo, — gridarono tutti in coro, — siedi e racconta.

— Dirò tutto, — risposi; — ma lasciatemi fare un po' di prefazione. È male parlar di sè; ma quando l'Io, invece di esser lo scopo di quello che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente cose che riguardano altri e che possono riuscire gradite a molti....

— Oh basta! — esclamarono gli amici — che seccatura! di' dunque, come ti sei fatto ricevere?

— Ve lo dirò, — cominciai; — ma bisogna ritornare un po' addietro. Io era in Collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio professore di letteratura....

Diavolo! senz'accorgermene ricominciavo a scriver l'articolo. Si vede che dopo otto anni da quella visita, a pensarci, mi si confonde ancora la testa.


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