CAPITOLO SESTO.Nuove contradizioni.Non gli sovvenendo partito migliore, Paolo alla stracca continuava i colloquii notturni con la Violante, la quale ogni sera se ne pentiva, ogni sera prometteva di non peccar mai più, ed ogni sera spasimava rinnovare il dolce peccato: anzi, quanto più Paolo si uggisce, ella si accalora, e sovente lo rimorchia co' motti pel suo tardo comparire, e per le sollecite partenze, ed egli o non si scusa, o se ne scusa appena, onde la donna chiama come per soccorso la consueta superbia, ma questa male risponde, e ad ogni istante più pigra; così il piagato a morte, pel sangue che suo malgrado gli sfugge, sente di momentoin momento farglisi grave il braccio. Voi fanciulle, che leggete, state in cervello che, come vedete, appena nato si fa gigante Amore.Per la festa di San Valente, secondo il costume della casa nobilissima Ayerba di Arragona, si celebrò messa solenne nella cappella del palazzo, e s'imbandirono mense; tenne dietro il festino dove alternaronsi balli, colloquii e preziosi rinfreschi. La Violante, comecchè presuntuosissima essendo, si reputasse nella danza uguale a Tersicore, o giù di lì, pure capiva, che in fatto di dottrina poi e di facondia:Potea dar trenta, e la caccia sul piede:quindi con l'arte arguta, in cui le donne valgono la mano di Dio, raccolse intorno al luogo dove sedeva il padre suo le dame, i cavalieri e i magistrati più illustri, i quali di breve presero a favellare sopra argomenti a quei tempi delizia delle Corti, ed oggi capaci di far dormire ritti qualunque gli ascoltasse. Dopo avere parlatodegli uffici del perfetto gentiluomo, e degli altri troppo più meritorii della gentildonna, non so nemmeno io come di punto in bianco venissero in ballo i due Bruti, Giunio e Marco; e la quistione cadde intorno al giudizio, che si aveva a profferire sul primo quando ammazzò i figliuoli, e sul secondo quando partecipava alla strage del padre. — Il marchese Valente sentenziava:— Io aprirò schietto l'animo mio; quantunque comprenda ottimamente come ciò non possa accadere senza mettere a repentaglio la mia reputazione: ora il mio intelletto arriva a capire, che uomini senza religione, che tali furono i gentili tutti perchè non battezzati, possano levare a cielo Giunio Bruto per avere messo a morte i figliuoli, ma non so darmi pace, che lo levino a cielo scrittori cattolici, sudditi di S. M.; e per di più gentiluomini.— Anzi, notava Don Emanuele della Scalera presidente della regia camera della Summaria, nè anco Plutarco, a mio parere, va immune da biasimo, imperciocchè egli vivesse ai tempi dello imperatoreDomiziano, e siccome bisogna distinguere tra i gentili prima la venuta di Gesù Cristo redentore, e i gentili che vennero dopo, così per questi non vi ha salute, non potendo allegare ignoranza. Il sole era già comparso, e se tennero ostinati gli occhi chiusi alla luce, peggio per loro.— Certo, soggiunse il marchese Valente, verranno tempi in cui la gente rimarrà sbigottita a considerare come ai giorni nostri così durasse pervertito il giudizio, che Giunio Bruto si tenesse in conto di eroe, i figliuoli di colpevoli, mentre è chiaro che costui si fece ribelle, ed i figliuoli da perfetti gentiluomini serbassero fede al legittimo loro sovrano.— Con inestimabile tenerezza io lessi già in Plinio, osservò Don Giovanni Cespedes cappellano maggiore della cappella regia, e non senza commozione rammento, che il giorno della morte del re Pirro i capi delle vittime furono visti leccare il proprio sangue su le bipenni, che gli avevano recisi in testimonianza dell'ossequio dovuto alla regia autorità.— Già, riprese il vice-cancelliere delCollegio dei Dottori Alfonso Crivella, questo si legge nel medesimo libro, dove Plinio ci fa sapere, che le leggi delle dodici Tavole vietavano alle donne di radersi la barba.— Riesce doloroso a pensare, così metteva il becco in molle la Violante, che i bovi e i montoni sentano maggiore rispetto alla autorità regia degli uomini. Quando prima andrò a Roma io intendo commettere la incisione del capo della vittima lambente la scure che gliel'ha reciso, sulla corniola, e vo' portarla sempre in dito per ricordo del rispetto che ogni leale gentiluomo ha da professare verso il suo signore e padrone.— Nobiltà obbliga, favellò il Cespedes, però non si deve razionalmente mettere in dubbio, che ella non sappia compire il suo debito, senza esempio o conforti; lodo nondimanco il pensiero, avvertendo, però, per tutti noi, massime per voi signora, essere le precauzioni inutili.— Magari, che come per voi fosse per altri, continuò la Violante; ma io mi ricordo la sentenza di Sua Maestà Ferdinandoil cattolico, il quale sovente andava ammonendo come, per giudicare del vino, non bastasse informarci donde veniva, bensì sapere eziandio se nello sciaguattare avesse dato la volta. Guardimi Dio di turbare la pace delle ossa del signor Contestabile di Borbone che adesso riposano in Gaeta, ma s'ei camminasse sempre diritto nella via della perfetta nobiltà vel dica il buon marchese di Villena, il quale, dopochè lo ebbe albergato per obbedienza allo imperatore Carlo V di gloriosa memoria, appiccò il fuoco al palazzo. Difatti la stanza di un ribelle al suo Re non poteva più accogliere un idalgo spagnuolo. Concludiamo dunque: Giunio Bruto si deve bandire ribelle e parricida, all'opposto se i figliuoli avessero ammazzato lui, gli saluteremmo oggi eroi della lealtà, e come santi li venereremmo sopra gli altari.— Mia signora figliuola,est modus in rebus, voi mi parete un zinzino abbrivata.— Guai ai tepidi, che trovano troppo l'ossequio per l'autorità! Esclamava il regio cappellano Cespedes levando il dito, e poi ripigliava: giovami fare avvertire inquesto punto, che i capi delle vittime, bovi fossero o vitelle, leccando il sangue sopra la bipenne sacerdotale attestassero piuttosto devozione al sacerdozio, che alla monarchia, però concedo, che subito dopo Dio viene il re.— Ma la chiave della volta, prosegue la Violante, sta nel conservare illibata la chiarezza del sangue; dalla quale cosa come retta sequela ne deriva quest'altra, che dove restasse bene dimostrato, che Giulio Cesare contaminasse i natali di Marco Bruto in grazia dello illecito commercio con la madre di lui, bene e dirittamente questi avrebbe vendicato l'oltraggio fatto al sangue trafiggendogli il cuore....—Est modus in rebus, signora figliuola, interruppe spaventato il marchese di Ayerba.—Sano modo; sano modo; non potè astenersi di replicare a precipizio il cappellano regio Don Giovanni Cespedes.— No, illustrissimo signor padre, no, reverendo Don Giovanni, l'altra invasata continuava, non bisogna pigliare il male per medicina; fuoco e ferro ci voglionocontro le ree passioni, e i turpi fatti del secolo, ed anco non bastano; se san Domenico, se fra Gaspero Juglar, e il canonico Pedro Arbues di Epila non erano, a quest'ora i nobili reami di Castiglia e di Arragona rimarrebbero deturpati da giudei, da saraceni e da marrani.— Per me, anco a costo di offendere la modestia della nobilissima signora Violante, saltò su a dire il vecchio principe della Riccia, il quale mirava gratificarsi la ricca erede per farla sposa del suo primogenito conte di Montoro, dichiaro espresso, che, quando ella parla, mi sembra proprio di leggere un capitolo dell'Apocalisse.Il Cespedes, cui parve soverchia la dose, si affrettò di riprendere: — lasciamo l'ispirato evangelista di Patmo, ma egli è certo, che le sentenze della signora Violante valgono tanto oro di coppella. —Udito ciò, immaginate voi, se la prosunzione della donna ruppe gli argini, onde proseguiva a sfringuellare.— Dopo il re hassi a reverire la nobiltà, e procurare di conservarla diligentementeinalterata; queste le colonne su le quali tutto l'UMANOconsorzio si appoggia; le macchie fatte alla nobiltà sono di quelle che tutte le acque dell'oceano non lavano. Per mio avviso, come il corpo del poeta fiorentino Dante Alighieri fu condannato al fuoco, meriterebbe essere arso il suo libro se non lo salvasse la estimazione nella quale teneva la nobiltà, e lo abbominio lodevolissimo di vederla alterata; di fatto egli da pari suo ammonisce così:Sempre la confusion delle personePrincipio fu del mal della cittadeSiccome il cibo al corpo a cui si appone.Dio ha creato i nobili, ed ha creato i plebei, ora è chiaro come confonderli insieme sia contradire alla natura, anzi peggio, un rinnegare Dio.— E non fa punto impressione a vostra signoria, interrogò con sottile sogghigno il vicecancelliere Crivella, che Gesù Cristo nostro Redentore, potendo scegliersi a padre il più glorioso uomo della terra, si pigliasse un falegname?— Possibile mai, rimbeccava la Violante, che una cima di letterato come don Alfonso abbia messo nel dimenticatoio, che Maria madre di Gesù scendeva in linea diritta dal re David, e per padre egli avesse nientemeno che lo Spirito Santo?... Vorrei un po', che mi si dicesse dallo illustrissimo signor Don Alfonso, se può darsi nobiltà più sublime di questa.— Disgraziato me! Il cervello davvero mi viaggiava pel paese dei Digesti, riprese beffardo il vicecancelliere.— E poi chi sa che in Giudea a cotesti tempi, falegname non fosse titolo di nobiltà....— Veramente questo....— Voglio dire al modo ordinato in Tartaria da Tamerlano, che volle le grandi dignità della Corte portassero sul berrettone le insegne delle arti esercitate dai loro antenati, onde chi mostrava un mestolo, chi una vanga, tal altro un martello, ovvero una cazzuola.— Tuttavolta, insisteva il perfidioso Crivella, rimarrebbe fermo che qualcheduno dei suoi maggiori fosse artigiano.— Qualcheduno di sicuro, osservò il marchese Valente: Messere Domineddio dichiarò espresso a nostro padre Adamo: tulavoreraie ad Eva nostra madre....— Certo le sacre carte non possono mentire, interruppe Violante, e nondimanco, se io avessi a giudicarne, opinerei, che la condanna del Signore contro Adamo rassomigliasse a quella, che il re talora pronunzia contro un gentiluomo, la quale non si conduce mica all'atto, bensì pago della mortificazione o gliela muta in altra non obbrobriosa, o gli fa grazia intera. Forse anco, chi sa? può avergli concesso dopo un po' di tempo di condurre a opera gli angioli. —Le strampalate e le sublimi cose questo possiedono comune fra loro, che entrambe percotendo altamente il pensiero, ne sospendono per un attimo la facoltà per irrompere poi a irridere senza fine le prime, e levare a cielo le seconde; così appunto avvenne alla donna nostra, la quale, fingendosi che l'ammirazione avesse costretto al silenzio la lode, quinci si ritrasse radiante come sazia di palme, epassando dinanzi a Paolo che se ne stava torbido in disparte, gli vibrò uno sguardo da abbarbagliarlo, senonchè egli si stette sempre aggrondato, ed ella così di sbieco lo interrogò:— Perchè sì mesto il signor Duca stasera?Paolo, scotendo il capo come chi volesse gittare lontano un pensiero molesto, rispose:— Mia signora, se avete comandi a darmi io parto domani per Roma....Se ci fosse il prisma per iscomporre gli affetti compresi nelle parole come ce ne ha uno per distinguere i colori nella luce, non sette, ma settanta ci sarebbe occorso di notare passioni in ciò che proruppe fuori dalle labbra della Violante; dava la pinta il sospetto, avvampava l'ira, l'amore alternavasi, e la gelosia, con supremo sforzo contendeva la superbia, ma la piena ruppe, ed ella non potè trattenersi da dire:— Sarebbe fellonia di cavaliere villano, nè voi la commetterete; tra un'ora vi attendo. —Paolo di corto prese commiato, e quantunque omai vivesse privo di speranza di arrivare al fine dei suoi disegni sopra la Violante, tuttavia avendo di lunga mano ammanito ogni suo arnese, in breve l'ebbe rimesso in punto. Non prevenne l'ora per non parere premuroso, nè si fece attendere per non mostrare dispregio; arrivò preciso, e tocche appena le corde della chitarra, la imposta della finestra prese a stridere su i cardini. La luna nella sua pienezza schiariva tutto il palazzo del marchese Ayerba, e parte della strada; l'altro lato stava sepolto nelle tenebre; però colà dove raggiava la luna un amante avrebbe potuto leggere la lettera della sua innamorata per quanto lunga ella fosse, e il carattere fitto; tutto altro però, fuorchè lo amante, avrebbe insaccato la lettera per leggersela a grande agio a casa.Illuminata dalla luce della luna compariva intera la maestosa persona della Violante, la quale, o per disegno, o impedita dal turbamento, venne vestita delle vesti sfarzose onde fu ammirata dagli uomini, ed invidiata dalle donne al festino;appena ella scorse Paolo, con voce tremula gli favellò:— Signor Duca... Paolo... a sorte vi avrebbe tocco qualche sventura domestica? Per caso la madre, od altro caro vostro si trova in pericolo? ditemelo... non me lo celate... voi sapete come e quanto dei vostri dolori io mi appassioni. —E queste furono le parole più tenere che le volarono dai labbri dopo che la sua fortuna le aveva messo davanti il cavaliere; il quale tra iroso e querulo rispose:— Sì certo, la sventura mi ha colto, e la maggiore che io sapessi immaginare, o che io valga a patire; sventura a cui non mi aspettava, ed anco attesa non mi sarebbe bastato l'animo di resistere. Pazienza! nacqui infelice.... e contro i decreti della Provvidenza non vi ha riparo....— Paolo, per quanto amore portate a Dio, non mi tenete sì a lungo su la ruota.... parlate.— Ed ella vuole che parli come se non la sapesse, come se da lei non si partisse! Qual posso sentire sventura io, che non muova da voi?— Io! Chiaritemi questo dubbio angoscioso... ma perchè vi partite Paolo? Paolo dove andate?...Paolo di botto si era staccato dalla finestra e con frettolosi passi ridottosi nell'ombra dall'opposto lato della via, dove si rannicchiò nel vano di un portone, e di corto si fece palese la causa ond'ei si mosse, imperciocchè un cittadino venne a passare in cotesta tarda ora di notte, sia che s'incamminasse a casa, sia che ne uscisse; appena passato, Paolo tornò alla posta, dove la Violante più smaniosa di prima proseguiva:— Orsù via, Duca.... mio caro Paolo, apritemi senza ambage l'animo vostro....— Ahimè! donna per me cara e funesta, poichè mi sforzate a dire, io vi confesserò come per mille prove mi sia fatto manifesto, che voi non mi amate....— O santa Teresa benedetta! non vi amo io?— No.... no... ve lo dico con le lagrime agli occhi, soggiunse Paolo piagnucolando — ma pur troppo la mia rea fortuna vuole così.— Come mai, Duca, potete sospettare questo? Non vi ho preferito io a tutti gli altri miei pretendenti? Non mostrai la mia parzialità per voi in guisa, che ne corrono le novelle, ed oggimai sono usi a considerarci come promessi per fede? Le mille volte non vi accertai, e torno ad assicurarvi adesso, che tosto voi sarete in grado di chiedermi al mio signor padre, voi non avrete presso di lui migliore avvocato di me? Qui consentii a ricevervi.... qui vi parlai.... e vi parlo.... o che volete di più da me?— Questo gli è quanto basta, e ce ne avanza per procurarsi un marito, non già per appagare un cuore amante quale si professa il mio. L'amore traverso questa inferrata mi si presenta come uccello infermo dentro la gabbia; infermo sì, che s'ei si sentisse gagliardo, si avventerebbe contro gli odiati ferri a rischio di rompercisi l'ale; ora so bene, che taluno amore, a mo' della rondine, al mutare della stagione rivolge altrove il volo, ma egli è uccello pellegrino, mentre l'usignolo innamorato della rosa non muta stanza e purenon sa cantare che a cielo aperto, e dondolando su la verde frasca.... Ora qual pegno mi deste voi, Violante, di credere al fervido e rispettoso amor mio? Appena un bacio a malincuore sofferto sopra la mano prigioniera? Quando confondemmo insieme i nostri sospiri? Come io commisi in voi, cuore del cuore mio, i secreti palpiti dell'anima, e come a me voi commetteste i vostri? Noi sembriamo piuttosto legati dalla catena del Corsaro che da vincolo di spontaneo affetto a istanza nostra tessuto dalle mani di Amore....Qui da capo s'interrompe Paolo, e guadagna sollecitamente l'ombra, udendo il passo di persone, che movono a cotesta volta: come di fatto avvenne.— Uditemi Paolo, riprese la Violante quando il Pelliccioni, tornata deserta la strada, si riaccostò alla finestra; voi avete a diventarmi marito; ora io so che quanto la donna dona all'amante, ella sottrae a quella dote di decoro, che per lei si deve portare intatta al consorte. Non vi dolga la Violante fanciulla severa per averla a sperimentare poi moglie incontaminata.— Mia dolce signora, a voi sembra ragionare dirittamente, mentre per mio giudizio persona si attenterebbe ingiuriarvi peggio, che voi non facciate, perchè viva Dio! e' sembra, che voi non abbiate fede nella vostra virtù; di vero o che virtù sono elleno queste che per difendersi hanno mestieri di porte, o di inferriate? Virtù paurose, Violante mia, virtù codarde, virtù che si confessano impotenti a resistere dove non sieno riparate. Quando stava a studio, udii da certo mio maestro raccontare come gli Spartani, a verun patto consentissero munirsi di muraglia, giudicando il petto ignudo il migliore dei ripari a cui basta l'anima, e però furono tra tutti i Greci giudicati fortissimi....— Il decoro di gentildonna... l'onore illibato di famiglia mi percotono la mente, Paolo, e il puro sangue castigliano, che per tanto ordine di avi scese nelle mie vene.— E che? signora, questo tesoro commesso a me uomo della vostra elezione temereste per avventura contaminato? — E allora cui sceglieste voi? E voglio darvi anco vinta, che potesse in me, vinto daldesio, sorgere qualche affetto, il quale fosse meno che riverente, e credete voi che la maestà della vostra sembianza non valesse a frenarlo? Potrei, signora, perdonare la offesa fatta a me, ma a voi non posso. E notate, che oltre le ragioni di un cuore infiammato, che gli angioli contempleranno senza scandalizzarsi davvero, io ho bisogno di esporvi a lungo la mia condizione, e le risposte di Roma, e la minaccia di perdere un fideicommisso legato al patto di condurre in matrimonio certa parente lontana cui non conosco, anzi non udii fin qui ricordare nè manco; ora come possa farsi questo, stando a ragionare con lo struggimento, che taluno sopravvenga, e la vostra reputazione ne riporti il più piccolo smacco, lascio che il vostro buon giudizio consideri; andate per la chiave del giardino, porgetemela; venite sotto il boschetto dei lauri; quivi ragioneremo di amore, o se più vi piace di negozi, perchè, se ai casi nostri non provvediamo da noi, certo veruno ci penserà....E non attese risposta, che per la terza volta riparò all'ombra, e quivi stette piùa lungo del solito, perchè non apparve anima viva, ed egli rimase buona pezza a scredere di avere udito romore, onde, quando si ravvicinò al balcone, la Violante avvertiva:— Parmi non sia passata persona...— No, persona, ma importa abbondare di cautela però che il vostro decoro io tenga caro più della pupilla degli occhi, ed oggimai spetti a voi come a me.— Paolo, disse Violante tremando a verga, sicchè i denti le battevano come pel ribrezzo della quartana, Paolo, pigliate... ecco la chiave... Dio mi abbia nella sua santa custodia.Quando il sole ascende i cieli come un tiranno di oriente sul barbarico trono, e il raggio inverecondo diffonde a rivelare le più lontane come le più secrete cose, quando la canzone della mietitura corre scapigliata quasi baccante per la campagna, e i motti protervi della vendemmia incoronata di pampini eccitanti alla voluttàsi succedono a modo di grosse gocciole annunziatrici della prossima pioggia, quando uomini e donne arrotano gli occhi provocando lascivie come il soldato la spada chiamando battaglia, allora riesce facile alla donna gentile torcere altrove lo sguardo, ed arruffarsi all'assalto salvatico mosso al suo pudore, e se taluna casca in balía altrui, ciò avviene come alla Menade dipinta in Ercolano, la quale furiando pei balzi del Citerone precipita resupina fra le braccia del Satiro, mentre la Ninfa fugge la persecuzione anco del Dio, e come Siringa antepone essere mutata in canna, e Dafne in lauro anzichè diventare preda di Pane, e di Febo. Per lo contrario havvi un'ora traditrice, la quale possiede virtù di vincere i cuori più duri; e questa è l'ora in cui la brezza notturna, rasentando i camposanti, ne raccoglie le care ricordanze e i mesti affetti per passare poi sopra le labbra dello amante e insinuartisi nel cuore sotto sembianza di malinconia, mentre di un tratto si rivela amore. O Dio! chi resiste a quell'ora? Infinite voci della natura mescendosi insiemespandono pel creato un bisbiglio di amore e di dolore; le stelle paiono anime di vergini morte immature che piangano la speranza perduta, e preghino per la cara creatura che lasciarono in terra; la luna stessa non più vergine acerba apparisce come donna innamorata, che si accosta di soppiatto tutta tremante a baciare la prima volta Endimione; la famiglia dei fiori celebra a sua posta divini imenei, e nei silenzi della notte si fecondano alternandosi aure di profumo. — Mira i cipressi dei cimiteri che tentennano le cime al venticello della mezzanotte, non ti par egli che spasimanti di amore si adoperino anch'essi a baciarsi, e a susurrarsi i misteri dei sepolcri — la genesi portentosa degli enti che si moltiplicano dentro la fossa, la quale noi giudichiamo fine di ogni cosa creata? Fanciulle tenere, salvatevi da cotesta ora, voi non ci potrete reggere; non presumete di voi, ch'ella vinse uomini e Dei; l'amore in quel punto è irresistibile, però che non rida, ma gema.Sederono uno a lato dell'altro sopra il medesimo cespuglio; l'ora, il tempo e la dolce stagione piovevano un'estasi da inebriare le anime più rudi; e i sensi con divina alternativa venivano commossi, e blanditi dallo acuto odore dei gelsomini, e dal lene mormorío della fontana vicina; da prima tacquero come sopraffatti da passione, che non può manifestarsi con parole; se tale stato non cessasse, gli amanti rimarrebbero assorti nelle spire dello amore come a parecchie farfalle avviene di trovare la morte dentro il calice dei fiori: sfocaronsi in sospiri, poi l'indice della destra di Paolo si attentò scivolare lieve lieve su la vesta della Violante, in seguito ci si sostenne, di corto gli fecero compagnia il medio, l'anulare, alfine tutte le dita, e tutte erravano in cerca della mano amata, la quale si ritirava come chi è vago di lasciarsi agguantare, sicchè dopo qualche momento di esitanza si può dire in coscienza, che fu proprio ella, che si fece incontro alla prigione; e stretta strinse meno dell'altra gagliarda, ma pure forte assai. Da unaparte e dall'altra le parole furono molte, tre quarti delle quali prive affatto di senso, e un quarto con poco, perchè le donne che se ne intendono affermino a spada tratta come amore quando ragiona non sia più amore. Io mi dispenso da riportarle, sicuro, che quale si sente adesso inistato amorosoo si sentì un giorno, le immaginerà da sè: e quale non si trova disposto ad amare farebbe le stimate strabiliando come le si possano mettere insieme tante cianciafruscole: siccome poi le offese che amore arreca si sanano dallo amore con la cura dello Hanemann, vo' dire co' simili, quantunque in doseallopatica, così dieci, venti, cento baci su la mano della Violante seppellirono l'onta, che ci fece il primo bacio. E a Dio fosse piaciuto, che le parole di Paolo altro non sonassero che amorose capestrerie, ma egli vi tramezzò un mondo di panzane capaci di mettere in sospetto ogni fanciulla di poca levatura, nonchè la Violante quanto altra mai sagace, nelle cose però che non toccavano la sua vanità; ed ella gravemente le udiva, e chiesta del suo parere,gravemente rispondeva, non le sembrando vero di pompeggiare la copia di erudizione teologica e forense di cui come di altre parecchie ella aveva fatto tesoro: in grazia pertanto dei suoi consigli era stato ormai stabilito che Paolo partisse per Roma, dove, messi in pratica i partiti escogitati dalla donna dei suoi pensieri, sarebbe indi a breve tornato glorioso e trionfante a Napoli a stringere il sacro nodo. A questo punto Paolo riputò convenevole, che almeno non disdicesse, sigillare il contratto con una marca di cui sì largo dispensiere è amore, però scorrendole su su per la vita col braccio destro flessibile come la foglia di acanto, osservato da Callimaco intorno alla cesta soprammessa al tumulo della vergine di Corinto, trasse a sè la Violante, e alla sprovvista la baciò su la bocca.Il soperchio, come accade, ruppe il coperchio: si rizzò su la gentildonna pari a vipera pesta, e respigendolo duramente esclamò:— Cavaliere, voi dimenticate, che veruno... assolutamente veruno deve essereardito di baciare la figliuola del marchese don Valente Ayerba d'Arragona, dal suo legittimo consorte in fuori.— Gran mercede vi domando, signora, ma non credeva in coscienza di commettere peccato mortale se dopo avervi baciato mille volte la mano io mi attentava di baciarvi anco in bocca. Avrei giurato che mano e bocca fossero parti del medesimo corpo; voi mi avete chiarito dello errore.— Troppo ci corre, signor Duca, tra l'una cosa e l'altra, dacchè il bacio su la mano denoti riverenza, mentre sopra la bocca significa dominio, e possesso della persona amata. —— Ma fin qui non divisammo i modi, onde io possa salutarvi ad un punto amante e sposa?— E quando vi diventerò sposa voi riunirete il dominio dell'anima, che già vi siete acquistato, al possesso del corpo, il quale per ora resta intero presso di me. Lasciatemi... che l'ora si fa tarda, qualche servo potrebbe levarsi per tempo ad accudire alle faccende domestiche.— Voi partite sdegnata, Violante?— E parvi, che io non abbia motivo di esserlo, quando miro passato ogni termine del rispetto dovuto da cavaliere a gentildonna...?Traditore, tu sei morto!Questo grido fu udito allo improvviso ferocemente urlato a poca distanza dai nostri innamorati, e subito dopo uno incioccare[14]di ferri, e una mano di persone assalite e assalitrici dalle porte sbatacchiate con violenza dentro il giardino del marchese.Misericordia! Lasciatemi, che io ripari in casa... Incauta me! che feci mai?— Non vi movete, replicava Paolo, pure trattenendola con entrambe le mani — voi potreste essere scoperta...— Sicario da trentadue al grano, impara meglio di colpire al cantone. To' piglia questa...— La è botta stantia; baratta quest'altra...E così parando e ferendo levavano con lo schermire dei ferri, le imprecazioni, i vituperi, e le minaccie uno strepito da svegliare il paese dintorno un miglio. Dopo lunga battaglia, durante la quale, sembrò, che veruna delle parti arrivasse ad offendersi, s'intese un doloroso guaito, e subito dopo uno scherno feroce, che diceva:— Ah! cane da Dio, ti ha morso al fine il ferro?— Mi ha morso sì, e te ne pago in piombo.Al lampo tiene dietro lo scoppio e allo scoppio un urlo supplicante Gesù e Maria, come chi ferito a morte si muoia.La malarrivata gentildonna agitandosi convulsa nelle membra balbettò:— Non mi tenete... andatevene per amore di Dio...— Questo non farò mai, lasciarvi nel pericolo!Pure ella barcollando trasse verso il palazzo, dove ora questa, ora quella delle sue tante finestre s'illuminava quasi Argo, che aprisse uno dopo l'altro i suoi cento occhi; a siffatta vista raunate tutte le sue virtù ella, smesso ogni sussiego, irruppe in corsa scomposta, ansiosa di arrivare prima che il padre, o i famigli fossero sul portone; le danno ale alle piante la paura e la superbia, pare che tocchi appena la terra, eccola a piè della gradinata, a due, a tre salisce gli scalini, — ecco giunge alla porta, — ecco ella è giunta.È giunta, ma la imposta per ispinta di mano non cede. Caso o malizia, la porta fu chiusa... La Violante si sentì impietrire, e poco dopo con subita vicenda le caldane del sangue avvamparle il cervello; levò gli occhi e le parve, che i grifi sorreggenti l'arme gentilizia di casa sua si fossero trasformati in due Cherubini con la spada di fiamma nelle mani, e che brandendola minacciassero: per istrano giocodella fantasia uno di questi Cherubini le presentava sconvolta la faccia del padre suo, l'altra dell'ava, purissimo sangue spagnuolo, di cui il ritratto rigido gelava l'aria della sala, dove lo avevano appeso. Un mucchio di pensieri la trafissero a un tratto, ed uno più lacerante dell'altro; come spiegherebbe ella la sua presenza in cotesto luogo e in quell'ora? Perchè non si era coricata la notte? Perchè non deposte le vesti sfarzose del festino? Dove la superbia della marchesana d'Ayerba? Finti dunque i sensi severi, finto dunque lo zelo per la tutela dell'onore illibato? Lustre, ipocrisie tutte per aombrare i perduti costumi e le lussurie? Acerbo sentì frugarle addosso il giudizio delle genti, e lo scherno delle compagne che invidiando sopportavano molestamente la sua primazia! Quanto più sublime il grado al quale ella si era levata, tanto più ruinoso il tracollo; — appena della sua reputazione si sarebbero trovati i minuzzoli. Non supplicò la terra, che si aprisse, ma se si fosse aperta l'avrebbe avuto a caro. — E i morti nel giardino? Il cancello aperto?Le ferite, e il sangue? Chi avrebbe dissuaso le genti che la strage fosse per lei, e dalle sue libidini provocata? Chi altri eccetto lei aveva aperto il cancello? La sua ragione allo impeto di così fiere ondate rimase sommersa... già per di dentro alle porte udivansi gli schiamazzi dei famigli accorrenti, e già la stanghetta tratta ella sentiva stridere, o le pareva, quando ella fuori di sè, travolta dal terrore, avvilita strinse con moto disperato il polso di Paolo piuttostochè dicesse, mormorò: — Fuggiamo! —E non lo disse a sordo; imperciocchè appena le volò la parola dalle labbra Paolo la sollevasse nelle braccia, e quinci a precipizio la togliesse. Quando un poco di calma fu tornata in cotest'anima combattuta non aveva più luogo a rimedio; il dado era tratto, il Rubicone passato. Paolo la condusse a casa sua, senonchè ella sul punto di varcare la soglia riscotendosi domandò:— Dove mi menate voi, signor Duca?— Nella vostra casa e mia, signora consorte.— Tale non vi sono fin qui... Cavaliere, se quanto in questa funestissima notte mi è successo avvenne per colpa vostra, Dio vi rimeriti a misura delle opere; se caso, sia maledetta l'ora in cui non pure il decoro di nobile donna, bensì la modestia di donzella vereconda dimenticai. La soglia di casa vostra non passerò mai se prima non potrò dirvi legittimo marito.— Violante, se non siete anco mia sposa, voi non me lo potete appuntare a colpa; però ora e sempre siete e sarete padrona dei miei pensieri, dei miei voleri, dell'anima mia. Quanto piace a voi, a me piace: dove desiderate essere condotta?Ella allora indicò la casa di certa femmina, che aveva usanza nel palazzo paterno, dove quasi ogni dì recava agrumi e frutti dalla prossima campagna, e l'era parso che le avesse posto un gran bene. Colà Paolo la condusse senza indugio, e quivi confortatala a nudrirsi, ella ricusò, scusandosi col dire: che non lo poteva fare; solo pregava quiete, e accommiatandoPaolo gli raccomandava procurasse con tutti i nervi operare sì che, ottenute le necessarie dispense, potessero sollecitamente congiungersi in santo matrimonio; imperciocchè ella non avrebbe mai ardito presentarsi al marchese d'Ayerba suo signor padre per implorare perdono, se non fregiata dei titoli di sposa e di duchessa. Paolo rispose non dubitasse; premergli questa cura, quanto a lei; e se possibile fosse, anco di più, e diceva il vero.I servi del Marchese desti dallo strepito delle voci e delle armi erano accorsi alla porta del palazzo, quivi aspettando il padrone, che ordinasse quanto si avessero a fare; ma il Marchese, sia che non giudicasse il caso di grande momento, o sia, che perdesse tempo ad azzimarsi per non comparire scomposto dinanzi alla famiglia, non veniva, onde il maggiordomo tolto il carico sopra di sè schiuse le imposte, e insieme con gli altri si dette a rivilicare pel giardino: splendea la luna in pieno: recavano i servi in copia torcee doppieri, con infinita diligenza ogni luogo cercarono, ogni cosa rimuginarono, ma non morti rinvennero nè feriti, anzi neppure traccia di sangue; il cancello del giardino chiuso, fuori per la via non pesto il terreno; non sapevano darsi pace, nè argomentando apporsi a cosa che sembrasse vera; taluno disse, che qualche sguaiato aveva forse mosso cotesto rumore per rompere il sonno dei vicini, e parve che la imbroccasse; però mandando la malora e il malanno a quei tristi tornarono a casa, dove trovarono a mezze scale il Marchese d'Ayerba in corsaletto con la spada ignuda nelle mani, a destra e a sinistra magnificamente illuminato da due famigli che reggevano torcie di cera bianca. Egli stette; udì il rapporto del maggiordomo con gravità pari, o poco diversa da quella con la quale Filippo II deve avere inteso la relazione della battaglia di San Quintino; poi pensato alquanto, con voce e modi imperatorii disse:—Buena noche, hijos, volvemos a la cama[15].Però egli non tornò a giacersi, se prima, messa in un canto la spada, non salì alle stanze della sua signora figliuola; ed avendone trovati chiusi gli usciali raschiò lieve lieve lo sportello per tentare se la Violante dormisse, dacchè veruno gli rispondeva, come se tanto non gli bastasse prese con sottile voce a chiamarla traverso il foro della toppa; non udendo persona gli parve potersene stare sicuro, onde partendo di là esclamava:— Gioventù e innocenza legano l'asino a buona caviglia...Con l'oro si aprono anco le porte del paradiso, così almeno scriveva nelle sue memorie Cristofano Colombo, cattolico, apostolico, romano a prova di bombarda; pensate se a Napoli, ed a cotesti tempi si vincessero le coscienze dei preti, epperò non badando a danaro Paolo ottenne in un baleno la dispensa delle tre denunzie in chiesa, mercè testimonianza dello stato libero degli sposi fatta da quei due fiori di galantuomo Ciriaco e Renzo, non meno che la facoltà di congiungerli nel santo matrimoniodelegataal parroco della Chiesadi Santo Antonio prossima alla casa dove aveva preso asilo la Violante.Però, quantunque Paolo ci si sbracciasse dintorno, non potè mettere in assetto tutte le faccende prima del vespero; ito verso sera alla stanza di Violante la rinvenne fuor di misura trista, ma all'ansio domandare se le difficoltà degli sponsali fossero state spianate, sentendosi rispondere affermativamente, parve serenarsi alcun poco; nè per nulla volle cedere alle istanze, che affettuose le moveva Paolo, di differire la celebrazione degli sponsali il giorno successivo, punto trattenendola il pensiero, che per quella sera bisognava passarsi della messa del congiunto. Il parroco colto a soqquadro non sapeva che pesci pigliare, ma dagli accenti, dai modi, e più dalla insolenza reputandole persone qualificate, e dall'altra parte lette e rilette le carte, avendole rinvenute a modo e a verso, co' suoi bravi sigilli arcivescovili in regola si strinse nelle spalle, e giudicò, che gatta ci covava, onde si profferse parato. — La cerimonia si compì senza accidenti; solo notarono, ch'entrati in chiesagli sposi, un raggio rosso di fuoco passando orizzontale alla porta maggiore tinse per alcuni minuti in sangue il Cristo, il sacerdote e i capi dei coniugi, e quando sparve il lume delle lampade appese attorno l'altare, il vermiglio sanguigno mutò ad un tratto in pallore di morto; anco tra una parola e l'altra bisbigliata dal prete si udiva l'onda del prossimo torrente, che, rotta dai sassi, parea che piangesse; prima che i devoti raccolti in chiesa rispondesseroamenall'ultimooremusdel parroco, una civetta traversando per le finestre mandò fuori tre volte l'odiato grido, quasi urlando:sventura! sventura!Violante uscì barellando, col cuore chiuso, la testa intronata, e le fu forza per temperarne l'arsura appoggiare la fronte alla soglia della Chiesa; tolto alcun refrigerio dal fresco della pietra, se ne staccò mormorando:— Santissima vergine, abbiate misericordia di me!E non ben ferma in piè subito dopo inciampando in uno dei cipressi, i quali piantati attorno alla Chiesa più che altrole davano sembianza di Camposanto, ebbe a traboccare: la sostenne sollecito Paolo, ed ella lo guardò fiso in volto, e poi con tutte le sue potenze dell'anima e del corpo, contrastando invano, ella a forza proruppe in iscoppio di pianto. Povera donna! La penitenza già superava il peccato.[16]
Non gli sovvenendo partito migliore, Paolo alla stracca continuava i colloquii notturni con la Violante, la quale ogni sera se ne pentiva, ogni sera prometteva di non peccar mai più, ed ogni sera spasimava rinnovare il dolce peccato: anzi, quanto più Paolo si uggisce, ella si accalora, e sovente lo rimorchia co' motti pel suo tardo comparire, e per le sollecite partenze, ed egli o non si scusa, o se ne scusa appena, onde la donna chiama come per soccorso la consueta superbia, ma questa male risponde, e ad ogni istante più pigra; così il piagato a morte, pel sangue che suo malgrado gli sfugge, sente di momentoin momento farglisi grave il braccio. Voi fanciulle, che leggete, state in cervello che, come vedete, appena nato si fa gigante Amore.
Per la festa di San Valente, secondo il costume della casa nobilissima Ayerba di Arragona, si celebrò messa solenne nella cappella del palazzo, e s'imbandirono mense; tenne dietro il festino dove alternaronsi balli, colloquii e preziosi rinfreschi. La Violante, comecchè presuntuosissima essendo, si reputasse nella danza uguale a Tersicore, o giù di lì, pure capiva, che in fatto di dottrina poi e di facondia:
Potea dar trenta, e la caccia sul piede:
Potea dar trenta, e la caccia sul piede:
quindi con l'arte arguta, in cui le donne valgono la mano di Dio, raccolse intorno al luogo dove sedeva il padre suo le dame, i cavalieri e i magistrati più illustri, i quali di breve presero a favellare sopra argomenti a quei tempi delizia delle Corti, ed oggi capaci di far dormire ritti qualunque gli ascoltasse. Dopo avere parlatodegli uffici del perfetto gentiluomo, e degli altri troppo più meritorii della gentildonna, non so nemmeno io come di punto in bianco venissero in ballo i due Bruti, Giunio e Marco; e la quistione cadde intorno al giudizio, che si aveva a profferire sul primo quando ammazzò i figliuoli, e sul secondo quando partecipava alla strage del padre. — Il marchese Valente sentenziava:
— Io aprirò schietto l'animo mio; quantunque comprenda ottimamente come ciò non possa accadere senza mettere a repentaglio la mia reputazione: ora il mio intelletto arriva a capire, che uomini senza religione, che tali furono i gentili tutti perchè non battezzati, possano levare a cielo Giunio Bruto per avere messo a morte i figliuoli, ma non so darmi pace, che lo levino a cielo scrittori cattolici, sudditi di S. M.; e per di più gentiluomini.
— Anzi, notava Don Emanuele della Scalera presidente della regia camera della Summaria, nè anco Plutarco, a mio parere, va immune da biasimo, imperciocchè egli vivesse ai tempi dello imperatoreDomiziano, e siccome bisogna distinguere tra i gentili prima la venuta di Gesù Cristo redentore, e i gentili che vennero dopo, così per questi non vi ha salute, non potendo allegare ignoranza. Il sole era già comparso, e se tennero ostinati gli occhi chiusi alla luce, peggio per loro.
— Certo, soggiunse il marchese Valente, verranno tempi in cui la gente rimarrà sbigottita a considerare come ai giorni nostri così durasse pervertito il giudizio, che Giunio Bruto si tenesse in conto di eroe, i figliuoli di colpevoli, mentre è chiaro che costui si fece ribelle, ed i figliuoli da perfetti gentiluomini serbassero fede al legittimo loro sovrano.
— Con inestimabile tenerezza io lessi già in Plinio, osservò Don Giovanni Cespedes cappellano maggiore della cappella regia, e non senza commozione rammento, che il giorno della morte del re Pirro i capi delle vittime furono visti leccare il proprio sangue su le bipenni, che gli avevano recisi in testimonianza dell'ossequio dovuto alla regia autorità.
— Già, riprese il vice-cancelliere delCollegio dei Dottori Alfonso Crivella, questo si legge nel medesimo libro, dove Plinio ci fa sapere, che le leggi delle dodici Tavole vietavano alle donne di radersi la barba.
— Riesce doloroso a pensare, così metteva il becco in molle la Violante, che i bovi e i montoni sentano maggiore rispetto alla autorità regia degli uomini. Quando prima andrò a Roma io intendo commettere la incisione del capo della vittima lambente la scure che gliel'ha reciso, sulla corniola, e vo' portarla sempre in dito per ricordo del rispetto che ogni leale gentiluomo ha da professare verso il suo signore e padrone.
— Nobiltà obbliga, favellò il Cespedes, però non si deve razionalmente mettere in dubbio, che ella non sappia compire il suo debito, senza esempio o conforti; lodo nondimanco il pensiero, avvertendo, però, per tutti noi, massime per voi signora, essere le precauzioni inutili.
— Magari, che come per voi fosse per altri, continuò la Violante; ma io mi ricordo la sentenza di Sua Maestà Ferdinandoil cattolico, il quale sovente andava ammonendo come, per giudicare del vino, non bastasse informarci donde veniva, bensì sapere eziandio se nello sciaguattare avesse dato la volta. Guardimi Dio di turbare la pace delle ossa del signor Contestabile di Borbone che adesso riposano in Gaeta, ma s'ei camminasse sempre diritto nella via della perfetta nobiltà vel dica il buon marchese di Villena, il quale, dopochè lo ebbe albergato per obbedienza allo imperatore Carlo V di gloriosa memoria, appiccò il fuoco al palazzo. Difatti la stanza di un ribelle al suo Re non poteva più accogliere un idalgo spagnuolo. Concludiamo dunque: Giunio Bruto si deve bandire ribelle e parricida, all'opposto se i figliuoli avessero ammazzato lui, gli saluteremmo oggi eroi della lealtà, e come santi li venereremmo sopra gli altari.
— Mia signora figliuola,est modus in rebus, voi mi parete un zinzino abbrivata.
— Guai ai tepidi, che trovano troppo l'ossequio per l'autorità! Esclamava il regio cappellano Cespedes levando il dito, e poi ripigliava: giovami fare avvertire inquesto punto, che i capi delle vittime, bovi fossero o vitelle, leccando il sangue sopra la bipenne sacerdotale attestassero piuttosto devozione al sacerdozio, che alla monarchia, però concedo, che subito dopo Dio viene il re.
— Ma la chiave della volta, prosegue la Violante, sta nel conservare illibata la chiarezza del sangue; dalla quale cosa come retta sequela ne deriva quest'altra, che dove restasse bene dimostrato, che Giulio Cesare contaminasse i natali di Marco Bruto in grazia dello illecito commercio con la madre di lui, bene e dirittamente questi avrebbe vendicato l'oltraggio fatto al sangue trafiggendogli il cuore....
—Est modus in rebus, signora figliuola, interruppe spaventato il marchese di Ayerba.
—Sano modo; sano modo; non potè astenersi di replicare a precipizio il cappellano regio Don Giovanni Cespedes.
— No, illustrissimo signor padre, no, reverendo Don Giovanni, l'altra invasata continuava, non bisogna pigliare il male per medicina; fuoco e ferro ci voglionocontro le ree passioni, e i turpi fatti del secolo, ed anco non bastano; se san Domenico, se fra Gaspero Juglar, e il canonico Pedro Arbues di Epila non erano, a quest'ora i nobili reami di Castiglia e di Arragona rimarrebbero deturpati da giudei, da saraceni e da marrani.
— Per me, anco a costo di offendere la modestia della nobilissima signora Violante, saltò su a dire il vecchio principe della Riccia, il quale mirava gratificarsi la ricca erede per farla sposa del suo primogenito conte di Montoro, dichiaro espresso, che, quando ella parla, mi sembra proprio di leggere un capitolo dell'Apocalisse.
Il Cespedes, cui parve soverchia la dose, si affrettò di riprendere: — lasciamo l'ispirato evangelista di Patmo, ma egli è certo, che le sentenze della signora Violante valgono tanto oro di coppella. —
Udito ciò, immaginate voi, se la prosunzione della donna ruppe gli argini, onde proseguiva a sfringuellare.
— Dopo il re hassi a reverire la nobiltà, e procurare di conservarla diligentementeinalterata; queste le colonne su le quali tutto l'UMANOconsorzio si appoggia; le macchie fatte alla nobiltà sono di quelle che tutte le acque dell'oceano non lavano. Per mio avviso, come il corpo del poeta fiorentino Dante Alighieri fu condannato al fuoco, meriterebbe essere arso il suo libro se non lo salvasse la estimazione nella quale teneva la nobiltà, e lo abbominio lodevolissimo di vederla alterata; di fatto egli da pari suo ammonisce così:
Sempre la confusion delle personePrincipio fu del mal della cittadeSiccome il cibo al corpo a cui si appone.
Sempre la confusion delle persone
Principio fu del mal della cittade
Siccome il cibo al corpo a cui si appone.
Dio ha creato i nobili, ed ha creato i plebei, ora è chiaro come confonderli insieme sia contradire alla natura, anzi peggio, un rinnegare Dio.
— E non fa punto impressione a vostra signoria, interrogò con sottile sogghigno il vicecancelliere Crivella, che Gesù Cristo nostro Redentore, potendo scegliersi a padre il più glorioso uomo della terra, si pigliasse un falegname?
— Possibile mai, rimbeccava la Violante, che una cima di letterato come don Alfonso abbia messo nel dimenticatoio, che Maria madre di Gesù scendeva in linea diritta dal re David, e per padre egli avesse nientemeno che lo Spirito Santo?... Vorrei un po', che mi si dicesse dallo illustrissimo signor Don Alfonso, se può darsi nobiltà più sublime di questa.
— Disgraziato me! Il cervello davvero mi viaggiava pel paese dei Digesti, riprese beffardo il vicecancelliere.
— E poi chi sa che in Giudea a cotesti tempi, falegname non fosse titolo di nobiltà....
— Veramente questo....
— Voglio dire al modo ordinato in Tartaria da Tamerlano, che volle le grandi dignità della Corte portassero sul berrettone le insegne delle arti esercitate dai loro antenati, onde chi mostrava un mestolo, chi una vanga, tal altro un martello, ovvero una cazzuola.
— Tuttavolta, insisteva il perfidioso Crivella, rimarrebbe fermo che qualcheduno dei suoi maggiori fosse artigiano.
— Qualcheduno di sicuro, osservò il marchese Valente: Messere Domineddio dichiarò espresso a nostro padre Adamo: tulavoreraie ad Eva nostra madre....
— Certo le sacre carte non possono mentire, interruppe Violante, e nondimanco, se io avessi a giudicarne, opinerei, che la condanna del Signore contro Adamo rassomigliasse a quella, che il re talora pronunzia contro un gentiluomo, la quale non si conduce mica all'atto, bensì pago della mortificazione o gliela muta in altra non obbrobriosa, o gli fa grazia intera. Forse anco, chi sa? può avergli concesso dopo un po' di tempo di condurre a opera gli angioli. —
Le strampalate e le sublimi cose questo possiedono comune fra loro, che entrambe percotendo altamente il pensiero, ne sospendono per un attimo la facoltà per irrompere poi a irridere senza fine le prime, e levare a cielo le seconde; così appunto avvenne alla donna nostra, la quale, fingendosi che l'ammirazione avesse costretto al silenzio la lode, quinci si ritrasse radiante come sazia di palme, epassando dinanzi a Paolo che se ne stava torbido in disparte, gli vibrò uno sguardo da abbarbagliarlo, senonchè egli si stette sempre aggrondato, ed ella così di sbieco lo interrogò:
— Perchè sì mesto il signor Duca stasera?
Paolo, scotendo il capo come chi volesse gittare lontano un pensiero molesto, rispose:
— Mia signora, se avete comandi a darmi io parto domani per Roma....
Se ci fosse il prisma per iscomporre gli affetti compresi nelle parole come ce ne ha uno per distinguere i colori nella luce, non sette, ma settanta ci sarebbe occorso di notare passioni in ciò che proruppe fuori dalle labbra della Violante; dava la pinta il sospetto, avvampava l'ira, l'amore alternavasi, e la gelosia, con supremo sforzo contendeva la superbia, ma la piena ruppe, ed ella non potè trattenersi da dire:
— Sarebbe fellonia di cavaliere villano, nè voi la commetterete; tra un'ora vi attendo. —
Paolo di corto prese commiato, e quantunque omai vivesse privo di speranza di arrivare al fine dei suoi disegni sopra la Violante, tuttavia avendo di lunga mano ammanito ogni suo arnese, in breve l'ebbe rimesso in punto. Non prevenne l'ora per non parere premuroso, nè si fece attendere per non mostrare dispregio; arrivò preciso, e tocche appena le corde della chitarra, la imposta della finestra prese a stridere su i cardini. La luna nella sua pienezza schiariva tutto il palazzo del marchese Ayerba, e parte della strada; l'altro lato stava sepolto nelle tenebre; però colà dove raggiava la luna un amante avrebbe potuto leggere la lettera della sua innamorata per quanto lunga ella fosse, e il carattere fitto; tutto altro però, fuorchè lo amante, avrebbe insaccato la lettera per leggersela a grande agio a casa.
Illuminata dalla luce della luna compariva intera la maestosa persona della Violante, la quale, o per disegno, o impedita dal turbamento, venne vestita delle vesti sfarzose onde fu ammirata dagli uomini, ed invidiata dalle donne al festino;appena ella scorse Paolo, con voce tremula gli favellò:
— Signor Duca... Paolo... a sorte vi avrebbe tocco qualche sventura domestica? Per caso la madre, od altro caro vostro si trova in pericolo? ditemelo... non me lo celate... voi sapete come e quanto dei vostri dolori io mi appassioni. —
E queste furono le parole più tenere che le volarono dai labbri dopo che la sua fortuna le aveva messo davanti il cavaliere; il quale tra iroso e querulo rispose:
— Sì certo, la sventura mi ha colto, e la maggiore che io sapessi immaginare, o che io valga a patire; sventura a cui non mi aspettava, ed anco attesa non mi sarebbe bastato l'animo di resistere. Pazienza! nacqui infelice.... e contro i decreti della Provvidenza non vi ha riparo....
— Paolo, per quanto amore portate a Dio, non mi tenete sì a lungo su la ruota.... parlate.
— Ed ella vuole che parli come se non la sapesse, come se da lei non si partisse! Qual posso sentire sventura io, che non muova da voi?
— Io! Chiaritemi questo dubbio angoscioso... ma perchè vi partite Paolo? Paolo dove andate?...
Paolo di botto si era staccato dalla finestra e con frettolosi passi ridottosi nell'ombra dall'opposto lato della via, dove si rannicchiò nel vano di un portone, e di corto si fece palese la causa ond'ei si mosse, imperciocchè un cittadino venne a passare in cotesta tarda ora di notte, sia che s'incamminasse a casa, sia che ne uscisse; appena passato, Paolo tornò alla posta, dove la Violante più smaniosa di prima proseguiva:
— Orsù via, Duca.... mio caro Paolo, apritemi senza ambage l'animo vostro....
— Ahimè! donna per me cara e funesta, poichè mi sforzate a dire, io vi confesserò come per mille prove mi sia fatto manifesto, che voi non mi amate....
— O santa Teresa benedetta! non vi amo io?
— No.... no... ve lo dico con le lagrime agli occhi, soggiunse Paolo piagnucolando — ma pur troppo la mia rea fortuna vuole così.
— Come mai, Duca, potete sospettare questo? Non vi ho preferito io a tutti gli altri miei pretendenti? Non mostrai la mia parzialità per voi in guisa, che ne corrono le novelle, ed oggimai sono usi a considerarci come promessi per fede? Le mille volte non vi accertai, e torno ad assicurarvi adesso, che tosto voi sarete in grado di chiedermi al mio signor padre, voi non avrete presso di lui migliore avvocato di me? Qui consentii a ricevervi.... qui vi parlai.... e vi parlo.... o che volete di più da me?
— Questo gli è quanto basta, e ce ne avanza per procurarsi un marito, non già per appagare un cuore amante quale si professa il mio. L'amore traverso questa inferrata mi si presenta come uccello infermo dentro la gabbia; infermo sì, che s'ei si sentisse gagliardo, si avventerebbe contro gli odiati ferri a rischio di rompercisi l'ale; ora so bene, che taluno amore, a mo' della rondine, al mutare della stagione rivolge altrove il volo, ma egli è uccello pellegrino, mentre l'usignolo innamorato della rosa non muta stanza e purenon sa cantare che a cielo aperto, e dondolando su la verde frasca.... Ora qual pegno mi deste voi, Violante, di credere al fervido e rispettoso amor mio? Appena un bacio a malincuore sofferto sopra la mano prigioniera? Quando confondemmo insieme i nostri sospiri? Come io commisi in voi, cuore del cuore mio, i secreti palpiti dell'anima, e come a me voi commetteste i vostri? Noi sembriamo piuttosto legati dalla catena del Corsaro che da vincolo di spontaneo affetto a istanza nostra tessuto dalle mani di Amore....
Qui da capo s'interrompe Paolo, e guadagna sollecitamente l'ombra, udendo il passo di persone, che movono a cotesta volta: come di fatto avvenne.
— Uditemi Paolo, riprese la Violante quando il Pelliccioni, tornata deserta la strada, si riaccostò alla finestra; voi avete a diventarmi marito; ora io so che quanto la donna dona all'amante, ella sottrae a quella dote di decoro, che per lei si deve portare intatta al consorte. Non vi dolga la Violante fanciulla severa per averla a sperimentare poi moglie incontaminata.
— Mia dolce signora, a voi sembra ragionare dirittamente, mentre per mio giudizio persona si attenterebbe ingiuriarvi peggio, che voi non facciate, perchè viva Dio! e' sembra, che voi non abbiate fede nella vostra virtù; di vero o che virtù sono elleno queste che per difendersi hanno mestieri di porte, o di inferriate? Virtù paurose, Violante mia, virtù codarde, virtù che si confessano impotenti a resistere dove non sieno riparate. Quando stava a studio, udii da certo mio maestro raccontare come gli Spartani, a verun patto consentissero munirsi di muraglia, giudicando il petto ignudo il migliore dei ripari a cui basta l'anima, e però furono tra tutti i Greci giudicati fortissimi....
— Il decoro di gentildonna... l'onore illibato di famiglia mi percotono la mente, Paolo, e il puro sangue castigliano, che per tanto ordine di avi scese nelle mie vene.
— E che? signora, questo tesoro commesso a me uomo della vostra elezione temereste per avventura contaminato? — E allora cui sceglieste voi? E voglio darvi anco vinta, che potesse in me, vinto daldesio, sorgere qualche affetto, il quale fosse meno che riverente, e credete voi che la maestà della vostra sembianza non valesse a frenarlo? Potrei, signora, perdonare la offesa fatta a me, ma a voi non posso. E notate, che oltre le ragioni di un cuore infiammato, che gli angioli contempleranno senza scandalizzarsi davvero, io ho bisogno di esporvi a lungo la mia condizione, e le risposte di Roma, e la minaccia di perdere un fideicommisso legato al patto di condurre in matrimonio certa parente lontana cui non conosco, anzi non udii fin qui ricordare nè manco; ora come possa farsi questo, stando a ragionare con lo struggimento, che taluno sopravvenga, e la vostra reputazione ne riporti il più piccolo smacco, lascio che il vostro buon giudizio consideri; andate per la chiave del giardino, porgetemela; venite sotto il boschetto dei lauri; quivi ragioneremo di amore, o se più vi piace di negozi, perchè, se ai casi nostri non provvediamo da noi, certo veruno ci penserà....
E non attese risposta, che per la terza volta riparò all'ombra, e quivi stette piùa lungo del solito, perchè non apparve anima viva, ed egli rimase buona pezza a scredere di avere udito romore, onde, quando si ravvicinò al balcone, la Violante avvertiva:
— Parmi non sia passata persona...
— No, persona, ma importa abbondare di cautela però che il vostro decoro io tenga caro più della pupilla degli occhi, ed oggimai spetti a voi come a me.
— Paolo, disse Violante tremando a verga, sicchè i denti le battevano come pel ribrezzo della quartana, Paolo, pigliate... ecco la chiave... Dio mi abbia nella sua santa custodia.
Quando il sole ascende i cieli come un tiranno di oriente sul barbarico trono, e il raggio inverecondo diffonde a rivelare le più lontane come le più secrete cose, quando la canzone della mietitura corre scapigliata quasi baccante per la campagna, e i motti protervi della vendemmia incoronata di pampini eccitanti alla voluttàsi succedono a modo di grosse gocciole annunziatrici della prossima pioggia, quando uomini e donne arrotano gli occhi provocando lascivie come il soldato la spada chiamando battaglia, allora riesce facile alla donna gentile torcere altrove lo sguardo, ed arruffarsi all'assalto salvatico mosso al suo pudore, e se taluna casca in balía altrui, ciò avviene come alla Menade dipinta in Ercolano, la quale furiando pei balzi del Citerone precipita resupina fra le braccia del Satiro, mentre la Ninfa fugge la persecuzione anco del Dio, e come Siringa antepone essere mutata in canna, e Dafne in lauro anzichè diventare preda di Pane, e di Febo. Per lo contrario havvi un'ora traditrice, la quale possiede virtù di vincere i cuori più duri; e questa è l'ora in cui la brezza notturna, rasentando i camposanti, ne raccoglie le care ricordanze e i mesti affetti per passare poi sopra le labbra dello amante e insinuartisi nel cuore sotto sembianza di malinconia, mentre di un tratto si rivela amore. O Dio! chi resiste a quell'ora? Infinite voci della natura mescendosi insiemespandono pel creato un bisbiglio di amore e di dolore; le stelle paiono anime di vergini morte immature che piangano la speranza perduta, e preghino per la cara creatura che lasciarono in terra; la luna stessa non più vergine acerba apparisce come donna innamorata, che si accosta di soppiatto tutta tremante a baciare la prima volta Endimione; la famiglia dei fiori celebra a sua posta divini imenei, e nei silenzi della notte si fecondano alternandosi aure di profumo. — Mira i cipressi dei cimiteri che tentennano le cime al venticello della mezzanotte, non ti par egli che spasimanti di amore si adoperino anch'essi a baciarsi, e a susurrarsi i misteri dei sepolcri — la genesi portentosa degli enti che si moltiplicano dentro la fossa, la quale noi giudichiamo fine di ogni cosa creata? Fanciulle tenere, salvatevi da cotesta ora, voi non ci potrete reggere; non presumete di voi, ch'ella vinse uomini e Dei; l'amore in quel punto è irresistibile, però che non rida, ma gema.
Sederono uno a lato dell'altro sopra il medesimo cespuglio; l'ora, il tempo e la dolce stagione piovevano un'estasi da inebriare le anime più rudi; e i sensi con divina alternativa venivano commossi, e blanditi dallo acuto odore dei gelsomini, e dal lene mormorío della fontana vicina; da prima tacquero come sopraffatti da passione, che non può manifestarsi con parole; se tale stato non cessasse, gli amanti rimarrebbero assorti nelle spire dello amore come a parecchie farfalle avviene di trovare la morte dentro il calice dei fiori: sfocaronsi in sospiri, poi l'indice della destra di Paolo si attentò scivolare lieve lieve su la vesta della Violante, in seguito ci si sostenne, di corto gli fecero compagnia il medio, l'anulare, alfine tutte le dita, e tutte erravano in cerca della mano amata, la quale si ritirava come chi è vago di lasciarsi agguantare, sicchè dopo qualche momento di esitanza si può dire in coscienza, che fu proprio ella, che si fece incontro alla prigione; e stretta strinse meno dell'altra gagliarda, ma pure forte assai. Da unaparte e dall'altra le parole furono molte, tre quarti delle quali prive affatto di senso, e un quarto con poco, perchè le donne che se ne intendono affermino a spada tratta come amore quando ragiona non sia più amore. Io mi dispenso da riportarle, sicuro, che quale si sente adesso inistato amorosoo si sentì un giorno, le immaginerà da sè: e quale non si trova disposto ad amare farebbe le stimate strabiliando come le si possano mettere insieme tante cianciafruscole: siccome poi le offese che amore arreca si sanano dallo amore con la cura dello Hanemann, vo' dire co' simili, quantunque in doseallopatica, così dieci, venti, cento baci su la mano della Violante seppellirono l'onta, che ci fece il primo bacio. E a Dio fosse piaciuto, che le parole di Paolo altro non sonassero che amorose capestrerie, ma egli vi tramezzò un mondo di panzane capaci di mettere in sospetto ogni fanciulla di poca levatura, nonchè la Violante quanto altra mai sagace, nelle cose però che non toccavano la sua vanità; ed ella gravemente le udiva, e chiesta del suo parere,gravemente rispondeva, non le sembrando vero di pompeggiare la copia di erudizione teologica e forense di cui come di altre parecchie ella aveva fatto tesoro: in grazia pertanto dei suoi consigli era stato ormai stabilito che Paolo partisse per Roma, dove, messi in pratica i partiti escogitati dalla donna dei suoi pensieri, sarebbe indi a breve tornato glorioso e trionfante a Napoli a stringere il sacro nodo. A questo punto Paolo riputò convenevole, che almeno non disdicesse, sigillare il contratto con una marca di cui sì largo dispensiere è amore, però scorrendole su su per la vita col braccio destro flessibile come la foglia di acanto, osservato da Callimaco intorno alla cesta soprammessa al tumulo della vergine di Corinto, trasse a sè la Violante, e alla sprovvista la baciò su la bocca.
Il soperchio, come accade, ruppe il coperchio: si rizzò su la gentildonna pari a vipera pesta, e respigendolo duramente esclamò:
— Cavaliere, voi dimenticate, che veruno... assolutamente veruno deve essereardito di baciare la figliuola del marchese don Valente Ayerba d'Arragona, dal suo legittimo consorte in fuori.
— Gran mercede vi domando, signora, ma non credeva in coscienza di commettere peccato mortale se dopo avervi baciato mille volte la mano io mi attentava di baciarvi anco in bocca. Avrei giurato che mano e bocca fossero parti del medesimo corpo; voi mi avete chiarito dello errore.
— Troppo ci corre, signor Duca, tra l'una cosa e l'altra, dacchè il bacio su la mano denoti riverenza, mentre sopra la bocca significa dominio, e possesso della persona amata. —
— Ma fin qui non divisammo i modi, onde io possa salutarvi ad un punto amante e sposa?
— E quando vi diventerò sposa voi riunirete il dominio dell'anima, che già vi siete acquistato, al possesso del corpo, il quale per ora resta intero presso di me. Lasciatemi... che l'ora si fa tarda, qualche servo potrebbe levarsi per tempo ad accudire alle faccende domestiche.
— Voi partite sdegnata, Violante?
— E parvi, che io non abbia motivo di esserlo, quando miro passato ogni termine del rispetto dovuto da cavaliere a gentildonna...?
Traditore, tu sei morto!
Questo grido fu udito allo improvviso ferocemente urlato a poca distanza dai nostri innamorati, e subito dopo uno incioccare[14]di ferri, e una mano di persone assalite e assalitrici dalle porte sbatacchiate con violenza dentro il giardino del marchese.
Misericordia! Lasciatemi, che io ripari in casa... Incauta me! che feci mai?
— Non vi movete, replicava Paolo, pure trattenendola con entrambe le mani — voi potreste essere scoperta...
— Sicario da trentadue al grano, impara meglio di colpire al cantone. To' piglia questa...
— La è botta stantia; baratta quest'altra...
E così parando e ferendo levavano con lo schermire dei ferri, le imprecazioni, i vituperi, e le minaccie uno strepito da svegliare il paese dintorno un miglio. Dopo lunga battaglia, durante la quale, sembrò, che veruna delle parti arrivasse ad offendersi, s'intese un doloroso guaito, e subito dopo uno scherno feroce, che diceva:
— Ah! cane da Dio, ti ha morso al fine il ferro?
— Mi ha morso sì, e te ne pago in piombo.
Al lampo tiene dietro lo scoppio e allo scoppio un urlo supplicante Gesù e Maria, come chi ferito a morte si muoia.
La malarrivata gentildonna agitandosi convulsa nelle membra balbettò:
— Non mi tenete... andatevene per amore di Dio...
— Questo non farò mai, lasciarvi nel pericolo!
Pure ella barcollando trasse verso il palazzo, dove ora questa, ora quella delle sue tante finestre s'illuminava quasi Argo, che aprisse uno dopo l'altro i suoi cento occhi; a siffatta vista raunate tutte le sue virtù ella, smesso ogni sussiego, irruppe in corsa scomposta, ansiosa di arrivare prima che il padre, o i famigli fossero sul portone; le danno ale alle piante la paura e la superbia, pare che tocchi appena la terra, eccola a piè della gradinata, a due, a tre salisce gli scalini, — ecco giunge alla porta, — ecco ella è giunta.
È giunta, ma la imposta per ispinta di mano non cede. Caso o malizia, la porta fu chiusa... La Violante si sentì impietrire, e poco dopo con subita vicenda le caldane del sangue avvamparle il cervello; levò gli occhi e le parve, che i grifi sorreggenti l'arme gentilizia di casa sua si fossero trasformati in due Cherubini con la spada di fiamma nelle mani, e che brandendola minacciassero: per istrano giocodella fantasia uno di questi Cherubini le presentava sconvolta la faccia del padre suo, l'altra dell'ava, purissimo sangue spagnuolo, di cui il ritratto rigido gelava l'aria della sala, dove lo avevano appeso. Un mucchio di pensieri la trafissero a un tratto, ed uno più lacerante dell'altro; come spiegherebbe ella la sua presenza in cotesto luogo e in quell'ora? Perchè non si era coricata la notte? Perchè non deposte le vesti sfarzose del festino? Dove la superbia della marchesana d'Ayerba? Finti dunque i sensi severi, finto dunque lo zelo per la tutela dell'onore illibato? Lustre, ipocrisie tutte per aombrare i perduti costumi e le lussurie? Acerbo sentì frugarle addosso il giudizio delle genti, e lo scherno delle compagne che invidiando sopportavano molestamente la sua primazia! Quanto più sublime il grado al quale ella si era levata, tanto più ruinoso il tracollo; — appena della sua reputazione si sarebbero trovati i minuzzoli. Non supplicò la terra, che si aprisse, ma se si fosse aperta l'avrebbe avuto a caro. — E i morti nel giardino? Il cancello aperto?Le ferite, e il sangue? Chi avrebbe dissuaso le genti che la strage fosse per lei, e dalle sue libidini provocata? Chi altri eccetto lei aveva aperto il cancello? La sua ragione allo impeto di così fiere ondate rimase sommersa... già per di dentro alle porte udivansi gli schiamazzi dei famigli accorrenti, e già la stanghetta tratta ella sentiva stridere, o le pareva, quando ella fuori di sè, travolta dal terrore, avvilita strinse con moto disperato il polso di Paolo piuttostochè dicesse, mormorò: — Fuggiamo! —
E non lo disse a sordo; imperciocchè appena le volò la parola dalle labbra Paolo la sollevasse nelle braccia, e quinci a precipizio la togliesse. Quando un poco di calma fu tornata in cotest'anima combattuta non aveva più luogo a rimedio; il dado era tratto, il Rubicone passato. Paolo la condusse a casa sua, senonchè ella sul punto di varcare la soglia riscotendosi domandò:
— Dove mi menate voi, signor Duca?
— Nella vostra casa e mia, signora consorte.
— Tale non vi sono fin qui... Cavaliere, se quanto in questa funestissima notte mi è successo avvenne per colpa vostra, Dio vi rimeriti a misura delle opere; se caso, sia maledetta l'ora in cui non pure il decoro di nobile donna, bensì la modestia di donzella vereconda dimenticai. La soglia di casa vostra non passerò mai se prima non potrò dirvi legittimo marito.
— Violante, se non siete anco mia sposa, voi non me lo potete appuntare a colpa; però ora e sempre siete e sarete padrona dei miei pensieri, dei miei voleri, dell'anima mia. Quanto piace a voi, a me piace: dove desiderate essere condotta?
Ella allora indicò la casa di certa femmina, che aveva usanza nel palazzo paterno, dove quasi ogni dì recava agrumi e frutti dalla prossima campagna, e l'era parso che le avesse posto un gran bene. Colà Paolo la condusse senza indugio, e quivi confortatala a nudrirsi, ella ricusò, scusandosi col dire: che non lo poteva fare; solo pregava quiete, e accommiatandoPaolo gli raccomandava procurasse con tutti i nervi operare sì che, ottenute le necessarie dispense, potessero sollecitamente congiungersi in santo matrimonio; imperciocchè ella non avrebbe mai ardito presentarsi al marchese d'Ayerba suo signor padre per implorare perdono, se non fregiata dei titoli di sposa e di duchessa. Paolo rispose non dubitasse; premergli questa cura, quanto a lei; e se possibile fosse, anco di più, e diceva il vero.
I servi del Marchese desti dallo strepito delle voci e delle armi erano accorsi alla porta del palazzo, quivi aspettando il padrone, che ordinasse quanto si avessero a fare; ma il Marchese, sia che non giudicasse il caso di grande momento, o sia, che perdesse tempo ad azzimarsi per non comparire scomposto dinanzi alla famiglia, non veniva, onde il maggiordomo tolto il carico sopra di sè schiuse le imposte, e insieme con gli altri si dette a rivilicare pel giardino: splendea la luna in pieno: recavano i servi in copia torcee doppieri, con infinita diligenza ogni luogo cercarono, ogni cosa rimuginarono, ma non morti rinvennero nè feriti, anzi neppure traccia di sangue; il cancello del giardino chiuso, fuori per la via non pesto il terreno; non sapevano darsi pace, nè argomentando apporsi a cosa che sembrasse vera; taluno disse, che qualche sguaiato aveva forse mosso cotesto rumore per rompere il sonno dei vicini, e parve che la imbroccasse; però mandando la malora e il malanno a quei tristi tornarono a casa, dove trovarono a mezze scale il Marchese d'Ayerba in corsaletto con la spada ignuda nelle mani, a destra e a sinistra magnificamente illuminato da due famigli che reggevano torcie di cera bianca. Egli stette; udì il rapporto del maggiordomo con gravità pari, o poco diversa da quella con la quale Filippo II deve avere inteso la relazione della battaglia di San Quintino; poi pensato alquanto, con voce e modi imperatorii disse:
—Buena noche, hijos, volvemos a la cama[15].
Però egli non tornò a giacersi, se prima, messa in un canto la spada, non salì alle stanze della sua signora figliuola; ed avendone trovati chiusi gli usciali raschiò lieve lieve lo sportello per tentare se la Violante dormisse, dacchè veruno gli rispondeva, come se tanto non gli bastasse prese con sottile voce a chiamarla traverso il foro della toppa; non udendo persona gli parve potersene stare sicuro, onde partendo di là esclamava:
— Gioventù e innocenza legano l'asino a buona caviglia...
Con l'oro si aprono anco le porte del paradiso, così almeno scriveva nelle sue memorie Cristofano Colombo, cattolico, apostolico, romano a prova di bombarda; pensate se a Napoli, ed a cotesti tempi si vincessero le coscienze dei preti, epperò non badando a danaro Paolo ottenne in un baleno la dispensa delle tre denunzie in chiesa, mercè testimonianza dello stato libero degli sposi fatta da quei due fiori di galantuomo Ciriaco e Renzo, non meno che la facoltà di congiungerli nel santo matrimoniodelegataal parroco della Chiesadi Santo Antonio prossima alla casa dove aveva preso asilo la Violante.
Però, quantunque Paolo ci si sbracciasse dintorno, non potè mettere in assetto tutte le faccende prima del vespero; ito verso sera alla stanza di Violante la rinvenne fuor di misura trista, ma all'ansio domandare se le difficoltà degli sponsali fossero state spianate, sentendosi rispondere affermativamente, parve serenarsi alcun poco; nè per nulla volle cedere alle istanze, che affettuose le moveva Paolo, di differire la celebrazione degli sponsali il giorno successivo, punto trattenendola il pensiero, che per quella sera bisognava passarsi della messa del congiunto. Il parroco colto a soqquadro non sapeva che pesci pigliare, ma dagli accenti, dai modi, e più dalla insolenza reputandole persone qualificate, e dall'altra parte lette e rilette le carte, avendole rinvenute a modo e a verso, co' suoi bravi sigilli arcivescovili in regola si strinse nelle spalle, e giudicò, che gatta ci covava, onde si profferse parato. — La cerimonia si compì senza accidenti; solo notarono, ch'entrati in chiesagli sposi, un raggio rosso di fuoco passando orizzontale alla porta maggiore tinse per alcuni minuti in sangue il Cristo, il sacerdote e i capi dei coniugi, e quando sparve il lume delle lampade appese attorno l'altare, il vermiglio sanguigno mutò ad un tratto in pallore di morto; anco tra una parola e l'altra bisbigliata dal prete si udiva l'onda del prossimo torrente, che, rotta dai sassi, parea che piangesse; prima che i devoti raccolti in chiesa rispondesseroamenall'ultimooremusdel parroco, una civetta traversando per le finestre mandò fuori tre volte l'odiato grido, quasi urlando:sventura! sventura!Violante uscì barellando, col cuore chiuso, la testa intronata, e le fu forza per temperarne l'arsura appoggiare la fronte alla soglia della Chiesa; tolto alcun refrigerio dal fresco della pietra, se ne staccò mormorando:
— Santissima vergine, abbiate misericordia di me!
E non ben ferma in piè subito dopo inciampando in uno dei cipressi, i quali piantati attorno alla Chiesa più che altrole davano sembianza di Camposanto, ebbe a traboccare: la sostenne sollecito Paolo, ed ella lo guardò fiso in volto, e poi con tutte le sue potenze dell'anima e del corpo, contrastando invano, ella a forza proruppe in iscoppio di pianto. Povera donna! La penitenza già superava il peccato.[16]