PAOLO PELLICCIONI.CAPITOLO X.Il re Guercino.Paolo non si poteva volgere, e rivolgere fra tante rose, senza che da qualche pruno rimanesse punto; e sopratutto gli accese dentro (dove non so) un cotal senso di bruciore certa singolarissima fanciulla. Forse contribuì a mettergliela in grazia l'aspetto non pure diverso, ma contrario a quello di Violante: imperciocchè l'occhio nostro vagheggi alternare dal bianco al nero, donde avviene, che lo spirito tenendogli dietro si offra come lavorato a scacchi; e dacchè la Violante ornavano le chiome nere, ora piacquero a Paolo i capellibiondi di Tuda; pallida quella, questa candidissima e tinta in lieve vermiglio come pesca colorata appena dal sole; la spagnuola grave, la italiana leggera; l'una teneva gli occhi velati sotto le lunghe palpebre, l'altra dagli occhi tagliati a mandorla, e posti così in linea obliqua a mo' delle caprette, avventava facelle, anzi ad ora ad ora stringeva i nepitelli quasi per raccogliere quanto più potesse la virtù del fuoco, che di un tratto sbalestrava in giro su quanti le facevano intorno corona. Io non dirò, che passeggiando su pei prati ella non avrebbe curvato neanco i fiori, no certo, imperciocchè io creda che non piegato, ma tronco ella avrebbe i fiori e le piante se mai avveniva che ci caminasse sopra, pure moveva quei suoi brevi piedi presto presto, sicchè sembrava li tenesse sempre fermi, e i lembi delle vesti senza requie ventilati dietro scoppiettavano proprio nel modo, che i poeti antichi finsero dell'Iride quando si affrettava pei cieli a portare il messaggio degli Dei. — Ma della cara creatura divino sopra modo il sorriso; io dirò troppo e male, madai suoi labbri scappava fuora un perpetuo nembo di amorini, come dai fiori prorompe l'effluvio odoroso. — Farfalla tra le rose, e i giovani intorno a gara smanianti di agguantarla; ella poi, arte fosse o natura, nel fuggire non batteva lontano le ale, che così avrebbe tolto la speranza, bensì con vago errore, come appunto costuma la farfalla, da un cespo volava sopra un altro cespo, e lì posata pareva sfidasse i suoi persecutori.Più veemente degli altri Paolo non le dava posa, e lui, come accade, più che gli altri fuggiva; forse era istinto; fatto sta, che quantunque gli oggetti e le sensazioni, così copiosamente mutabili, s'incalzassero nell'animo di lei, da parere più che altro un perpetuocaleidoscopio, — quantunque tutto passasse per la sua mente serena come sommolo di brezza mattutina sul lago, che non turba, ma increspa le acque tanto, che brillantate dal sole, pare che esse rabbrividiscano di piacere, ella nondimanco ogni cosa avvertiva, di tutto pigliava nota, e al bisogno l'agile memoria glielo riponeva davanti lo spirito.E più che degli altri ella si talentava farne strazio co' bottoni senza occhielli; un dì che ei le comparve dinanzi più azzimato del consueto con le calze di raso bianco squartate di velluto nero, e mantelletto pur nero foderato di seta bianca, ella ridendo gli disse, che le pareva ilbabbo del Miserere; il giorno dopo ei si vestì di velluto e seta colore di fuoco, nè gli toccò miglior ventura, perchè ella pronta lo proverbiava così: Cavaliere, voi mi parete l'emblema di Francesco I re di Francia, che faceva la Salamandra tra le fiamme col motto: — ella arde sempre, e non abbrucia mai. — L'uomo aitante che regge il feroce cavallo ha virtù da conquidere il cuore delle fanciulle, e nè anco questo valse a Paolo, però che Tuda consideratolo un pezzo mentre maneggiava un bucefalo romano[1]ruppe in questa puntura: — non vi par nato proprio re dei butteri? — Quando abbigliato da capitano le si mostrò improvviso per armi, e per oro smagliante, ella ridendo come pazza lo prese pel braccio, e: — oh! bene, oh! stupendo, ella esclamò, se mai un dì mi sortirannoi cieli all'onore di esservi moglie, noi gireremo il mondo per farci vedere, e voi sarete il capitan Cardone, io Isabella: — se lo sapeste potremmo provare il famoso duetto:»De quien son estas tetiglias?»Del capitan Cardon:»Y la vida, y el corazon?»Del capitan Cardon[2].Qui sebbene io non mi vanti come Zaccaria Verner pergrand maître d'amour, tuttavolta mi permetto ammonire le donzelle, che quando si sono tolte ad uccellare per siffatta guisa un uomo, guardinsi bene di lasciarsi prendere, perchè alla meno trista l'amante proveranno cacciatore, che quello che piglia, o pela o spella, e poi mette ad arrostire dentro lo spiedo.Se fosse amore la passione, che spingeva Paolo verso Tuda, per me non saprei,che chimico non fui mai, e non so se possa scomporsi amore: solo assicuro che questi dispetti arrovellandolo, vie più lo intabaccavano, come il poco vento accende, mentre il troppo spenge la fiamma. — A questo amore della specie dei rabbiosi si aggiungeva la cupidità (per ordinario mi affermano che fanno ottima lega insieme), però che non pochi lasciti degl'illustri antenati per causa di maritare donzelle venissero a riunirsi in lei figliuola unica: onde con la ricchezza stabile, la quale mercè i suoi frutti mantiene la comodità e lo splendore delle famiglie, Paolo sperava gli si aprisse una via, in fondo alla quale non gli si mostrassero più corda, tanaglie e ruota; ingrata vista per tutti, anco pel Pelliccioni: di vero, il Cartouche diceva essere un brutto quarto d'ora quello che passava tra carnefice e condannato, e vado sicuro che tutti quelli che ebbero a provarlo non mi smentiranno.Paolo non era presuntuoso per modo da non comprendere, che il primo ostacolo nello adempimento dei suoi disegni gli veniva da Tuda; ma poi l'era abbastanzada farsi sicuro di superarlo; e il suo specchio gli dava sempre ragione: nè in fin di conto la repugnanza della fanciulla poteva mettere in apprensione a cotesti tempi, che nelle famiglie ordinate col santo timore di Dio si usava dire: o saltare quella finestra o mangiare quella minestra; ovvero: maritarsi con cotesto uomo, o seppellirsi in convento: maggior pensiero davano i parenti della nobilissima casa Savelli, i quali si sarieno lasciati mettere in quattro pezzi, anzichè accettare per congiunto un uomo per lignaggio da meno di loro; e peggio poi, che non fosse al caso di sovvenirli di danaro, perchè tutti spiantati, ch'era un desío. Del padre di Tuda non si poteva far capitale alcuno perchè prodigo, e sebbene vecchio, nabissato negli amori volgari, e nei debiti: quanto al gioco, pareva binato con lui, però nè rispettabile nè rispettato; bene ostentava sopra la propria famiglia assoluta padronanza, e a sentirlo dire, i vecchi romani che avevano diritto di vendere i figliuoli sanguinolenti, e lo adoperavano, dirimpetto a lui non ci erano per nulla: perpetui gli ricorrevano soprala bocca i vanti: — il padrone sono io; e se non era io che ci metteva le mani non se ne sarebbe venuti mai a capo, e quando parlo io tutti hanno a chinare il capo, tutti, e abbiatelo per inteso. La sua consorte donna Clelia da prima gli dava su la voce, poi le bastò guardarlo aggrondata perchè ei si cacciasse la coda fra le gambe: ora non lo guardava nè manco, facendo dei suoi detti il conto medesimo del cigolío del vento che entrava pel buco della chiave nella stanza. Come se il caso ci si fosse messo a posta, su questo marchese Savello avevano balestrato il nome di Silla: e' par destino che quanto un dì fece piangere deva più tardi far ridere, per poi ricominciare il giro.Donna Clelia universalmente celebravano arca di virtù: per me avrei voluto ammogliarmi piuttosto con la tramontana, che con lei, ma in vero ella era un impasto di buone e di ree qualità, con questa ragione, che le ree invecchiando diventarono pessime, e le buone si erano infortite. Amava la famiglia con tutti i nervi, ma più per superbia, che per altro, sopportandocon acerbo animo la presente decadenza, e disposta a fare di ogni erba fascio per restaurarla nello antico splendore; aveva tentato prima la via del risparmio per rimetterla in fiore, e tale sperando, e via via assottigliando si era ridotta agli ultimi termini della miseria; accortasi poi, che mentr'ella badava al fuscello, il consorte Silla faceva falò del pagliaio, e che per avarizia veniva ad invilirsi la clarissima casa, mise tutto il suo cuore in certe liti, che agitava da dieci anni, e nel procurare nozze splendide ai figliuoli; il suo naturale rissoso crebbe d'ira, e con la usanza continua dei forensi imparò in certo modo a regolare la contesa, e mettere ordine alla tenzone: dopo la superbia, la cupidità, e la smania di contrastare veniva la divozione; ma se meriti questo nome il credere alle streghe, ai folletti, e non in Dio, anzi non sapere che si fosse, non rammentarlo nè manco, giudicatelo voi. Temeva il Papa, come si teme il diavolo, perchè ha potenza di fare il male; e si asteneva di rammentare ambedue proprio per sospetto gli comparisserodavanti: presuntuosa, che Dio ve lo dica per me, sapeva ogni cosa, in tutto metteva il becco, era avvocata, medica, teologa, fattora in campagna, negoziatrice in città, nella conoscenza dell'arte araldica un portento; parlava copioso, e male, talora anco bene, eloquenza da legna verdi, dopo molto fumo un po' di fiamma: della sua curiosità non parlo, perchè la madre Eva trovando a possederne un grossissimo patrimonio, come donna imparziale, e perchè maggioraschi non costumavano allora, la lasciòpro indivisoa tutte le sue figliuole. Ma come ella ha da parlare, così si paleserà da sè, senza ch'io perda il fiato a sostenere la parte di Cicerone delle figure di cera; però non posso tacere che la povera donna aveva un gran martello nel cuore dubitando di potere riuscire mai a calafatare la barca sdruscita della casa Savella, imperciocchè il marito cercava il male per medicina. Tuda certo era provveduta d'avanzo, ma quando le ragazze non portano un gancio nella destra, e un tizzo acceso nella mancina (il che significa che dalla casa onde escono per andare a maritoesse razzolano quanto possono, e nella casa ov'entrano appiccano fuoco), il gancio nella diritta tengono sempre; e poi le sue nozze magnifiche, se pure le toccavano, non riuscivano di profitto alla casa; anzi all'opposto, scemandola dei legati dotali, le toglievano il credito, che sempre accompagna le famiglie in possesso di grandi sustanze, sia che le abbiano a rendere, ovvero a serbare. Circa a Marcantonio, anch'egli unico maschio, e colonna su cui si appoggiava tutta speranza e il gran nome Savelli, ci voleva un supremo sforzo di amore materno per isperare di cavarne costrutto; inane e sciapito come una zucca romana; egli era proprio nato sotto lo influsso della stella, che il Salvatore Rosa chiamaasinina[3]e pare che a quei tempi remoti (e le male lingue perfidiano anco ai presenti) presiedesse alle nascite dei patrizi: checchè di ciò sia, se l'amore materno non le avesse posto un cuscino su gli occhi, donna Cleliacon ben altra ragione che il Saccenti, avrebbe potuto volgere al suo gentile portato i versi famosi:»O figlio grande e grosso, e bue davvero,»Che quindici anni fa ti misi al mondo.Queste le pedine con le quali a Paolo toccava giocare la sua partita, e non erano belle; nè alcun se ne persuase meglio di lui; però si pose tosto l'animo in quiete, fermo in questo, che in casa Savelli, se non vi si entrava per via del Vaticano, altro verso non ci era; ma la chiamata del Papa si faceva attendere tanto ch'ei già si dava al disperato; che il Cardinale lo avesse posto nel dimenticatoio non si poteva supporre, imperciocchè egli si studiasse ogni dì comparirgli davanti e salutarlo, e l'altro gli sorridesse cortese come uomo che veda persona grata; che se egli si asteneva di rammentargli il fatto suo, ciò operava, non perchè si peritasse, bensì un poco per superbia, ed un poco per non iscapitare di reputazione. All'ultimo venne lo staffiere, gli recò il foglio, lo aperse palpitante, e quando lesse, che ildì successivo il cardinale Alessandro lo avrebbe presentato al Papa, stette per rompere in pazzie, come saltare al palco, abbracciare lo staffiere, baciarlo, empirgli le tasche di monete, ed altre cotali, e pure (tanto esercitava impero sopra di sè) si contenne, e donato da gentiluomo lo staffiere, con molto sussiego lo accommiatò.Dall'ultima volta che lo vedemmo, si direbbe, che non si fosse mutato; sempre ei tenevasi nè seduto, nè ritto alla estrema sponda del tavolino, con le braccia aperte e le mani ferme sopra lo spigolo di quello, con ambo i piedi tesi e puntati sul pavimento, il capo sempre chino, gli occhi sempre chiusi, senonchè il colore della carne appariva più acceso, nè per quanto sforzo ci adoperasse giungeva a padroneggiare il turbamento che lo agitava. Paolo pertanto, introdotto alla presenza del Papa, appena entrato piegò il ginocchio a terra, nè Sisto lo avvertiva; giunto al mezzo della sala da capo inchinavasi senza che se ne addasse il Pontefice; all'ultimo,prosternatosi ai piedi, e curvo giù con la faccia al pavimento, glieli baciò!....Gli baciò i piedi! Così costumava, e costumasi anco adesso nella Corte di Roma; dicono ponesse questo uso Adriano I; che levò dai tempi e dalle regioni dove il governo si definisce così: un solo, che squarta e scoia, e gli altri che si lasciano scoiare e squartare; di su superbia più che da demonii, di giù bassezza superiore a quella dei lumbrichi. — I Papi potranno a ragione chiamarsi rappresentanti dei Faraoni di Egitto, dei Cosroe di Persia, dei tiranni insomma di Babilonia, o di Ninive, di Cristo non già. Se Cristo tornasse al mondo starebbe lontano da Roma per tema lo crocifiggessero una seconda volta; difatti la prima, in croce ce lo inchiodarono i preti.Nel sentirsi baciare i piedi Sisto si riscosse e aperti gli occhi accennò a Paolo si levasse; mentr'ei si raddrizzava, gli sguardi di costoro incontraronsi acerbi ed ostili; nè veruno pareva dal suo canto volesse essere primo ad abbassarli; ma Paolo considerando avere fatto prova dicoraggio sufficiente, nè tornargli conto sfidare il Papa mentre andava a sollecitare grazia da lui, gli declinò, e Sisto si compiacque aver vinto; se Paolo avesse tenuto sempre gli occhi dimessi ei non ci avrebbe avvertito, e se avvertito, reputato Paolo pusillanime e dappoco; ora però gli pareva averlo superato nella lotta degli occhi, nella quale talora si fa prova di maggiore prestanza, che non in quella delle braccia; nè s'ingannò; l'errore cadde in questo altro, ch'egli credè Paolo lo facesse per tema, ed invece lo mosse subdolo ingegno.— Dunque, con voce aspra, e che pure s'ingegnava rendere blanda, siete voi quel desso, che si vanta sterminare dai nostri Stati i banditi?— Beatissimo Padre, io non ho detto questo, bensì questo altro, i banditi essere una sozza e rea piaga d'Italia, impresa degna al pari di ogni altra attendere con ogni sforzo a guarirla; il cittadino da bene dovere porre in ciò opera, e consiglio; gloriosissimo vincere la prova, e non manco glorioso perderci la vita....— San Grisostomo Boccadoro non potria favellare di meglio. Adesso esponeteci bene e succinto che volete da noi? Volete essere capitano dei Micheletti? Volete che vi sieno sottoposti i bargelli di campagna e di città?— Santità, sono cavaliere romano.— Ma il buon cittadino non deve porre in opera ogni suo consiglio, e ogni sforzo per sterminare questa razza di vipere? Voi lo diceste pur dianzi....— Ogni consiglio e ogni opera degna di cavaliere romano.— Ch'è questo? Non basta, non ha da bastare l'onore di servire lo Stato? Non parvi a bastanza nobile il grado? Noi che possiamo tutto, non potremo per avventura nobilitarlo?— Santità, sono cavaliere romano. —Sisto, dubitando che coteste parole contenessero una puntura allo antico suo stato, aggrondò le sopracciglia in molto orribile maniera, e gli occhi suoi mandarono faville, ma Paolo che le aveva dette senza maligna intenzione non si accorse del turbine, onde il Papa fatta la prova e la riprovadel granchio preso, cesse il sospetto, ripigliando con accento benevolo:— O sentiamo un po' di che vorreste voi essere creato capitano?— Dei cavalleggeri.— Ma di questi non è proprio ufficio perseguitare banditi.— E loro si conferisce.— Ma adesso lo tiene il signor Paolo Ghisliero nipote di Papa Pio V....— E gli si leva.— Voi siete spiccio, voi.— Furono tardi Cesare ed Alessandro.— Noi siamo ministri di un Dio di pace, e il paragone con questi eroi del paganesimo non corre.— E non pertanto costretti alla guerra per la difesa del proprio patrimonio, e chi aspetta la guerra spesso la fa male, e sempre alla sprovvista. Chi assalisce in tempo, ho inteso dire, da cui se ne intende, che alla più trista la impatta; e poi le arti della pace hanno forse men pregio di quelle della guerra? E vostra Santità emulò la magnificenza antica con le cuntazioni di Fabio, o con gli ardori di Marcello? Vorreisapere un po' se Sisto regna da un secolo sopra la cattedra di San Pietro? —O lode! chiunque sortì dalla natura orecchie, forza è che ti ceda; se il porfido sentisse, io penso che non si sarebbe perduta l'arte di lavorarlo; nè per mia opinione importa lo intelletto, o poco, dacchè anco gli enti che da noi si appellano irragionevoli si lascino pigliare dai suoni geniali: le stesse balene si sentono commovere dalle blandizie della musica, onde sollevano il capo fuori delle acque per intendere meglio; di che prevalendosi i pescatori le sfolgorano co' moschetti tra un occhio e l'altro e le ammazzano, ora io giudico i suoni partoriscano nelle bestie l'effetto della lode sopra gli uomini. Si conosceva espresso, che Sisto anco fisicamente si deliziava alla piaggeria di Paolo; vado convinto, che se fosse stato buio si sarebbe vista la pelle pontificia corruscare di getti fosforici come da quella dei gatti stropicciati sul groppone. — Però Sisto non era terreno da piantarci vigna, e delibati appena alquanti sorsi di laude, all'improvviso interrogò:— Orsù adesso sentiamo con quali argomenti voi vi augurate fare opera buona contro i banditi.— Santità, io innanzi tratto supplico di non arrecarsi delle mie parole, e quando sonassero temerarie piaccia condonarle alla ignoranza.— Dite franco, che ove non entra malizia, quivi non può essere offesa.— Dunque se è lecito paragonare le cose grandissime con le piccole, anzi le sacre con le profane, io credo che quando possediamo fede salda, e proposito deliberato, la capacità venga col maestrato o con lo ufficio; però come sopra lo eletto papa scende lo Spirito Santo e lo spira a cose sempre divine, così sul preposto alla milizia scende dall'alto una forza, che gli schiara lo intelletto, e gl'ingagliardisce le mani.— Tutto questo io lodo come ottimamente pensato, ma se da questi in fuori non avete altri moccoli, voi ne andrete a letto al buio, e da me non isperate nè uno scudo, nè un uomo.— Vostra Santità mi darà uomini, e mi darà scudi.— Io? Alla prova.— Alla prova: ecco sono tornati a nabissare il patrimonio di San Pietro in un groppo Sacripante, Battistella, il Piccolomini, il Conte di Ascoli, il prete Guercino...[4]— Al corpo di Dio! urlò Sisto V trasformandosi in belva inferocita, pur troppo; finchè piaggiando la Spagna nimicava la Francia, tutti mi porgevano la mano a snidare questa infamia di banditi, onta dei governi, e gravezza dei popoli; adesso che, considerando io come se la Francia non viene in Italia a bilanciare la Spagna, di qui a tre anni anco lo Spirito Santo è forza che diventi a marcio dispetto spagnuolo, m'industrio tenermi bene edificato Enrico di Borbone, il quale, sebbene francese, e per giunta nato in Guascogna, mi pare marmo da scolpirci un re, ecco tutti mi danno addosso, i vecchi banditi mi aizzano contro, altri ne aggiungono, gli forniscono di armi e di danari: da ogni castello piovono vittovaglie nelle caverne, anzi le nobili donne con le gentilesche mani non aborrono apprestar loro manicaretti, e pasticci[5]. Che se questo fastidiomi capitasse per la parte del Re cattolico, e dei suoi vicerè, che Dio tutti sprofondi giù nello inferno, sarebbe ostico ma non insopportabile; ora poi quelli che mi fanno più guerra sono principi italiani, sangue latino, che, dopo avere dominato tutto il mondo, adesso mutare servitù reputano signoria. Sì, viva Dio, sì gl'italiani principi non hanno core che loro basti ad altro, che ad ammazzarsi per mutare padrone: asini, ai quali, quando invece di barili si sentono carichi di corbelli, e' sembra essere diventati Cesari, che salgono il Campidoglio.— Io chiedo umilmente perdono, ma mi sembra che i principi italiani si affrettino ad operare quello che dopo molte ambagi si troverà costretta a fare anco la Chiesa; il partito dei principi forse procurerà loro un amico, quello della Chiesa le frutterà certo due nemici. Per durare non bisognerebbe assottigliarsi il cerebro a fine di vivere fra la incudine e il martello, bensì rafforzare le mani e liberarsi da ambedue.— Ah! pur troppo, ma come posso iotanto, se uno sciagurato, un prete ardisce chiamarsiRe della Campagna, e mandarmi a sfidare fin nel Campidoglio? Ora non sono anni un perfido ladrone chiamato Venanzio Tombesi... avete mai sentito parlare del Tombesi?— Sì, Santità, al mio ritorno in patria qualche cosa ne ho sentito parlare.— Costui mi riferirono essere giovane, e manieroso; aggiungevano falso il nome, e senz'altro sotto quello nascondersi qualche lontano germoglio dei Metelli, e degli Scipioni, a cui par bello da padri eroi discendere banditi; procurammo che non crescesse la vipera, e Dio aiutando, vi riuscimmo; egli ci concesse la grazia di farci toccare con queste mani quel capo scellerato mozzo dal busto, che esponemmo a terrore del popolo.— Vostra Santità toccò proprio con le sue benedette mani il capo mozzo del bandito Tombesi?— Certo, e con la devozione stessa con la quale tocco le reliquie dei santi Pietro e Paolo; nè vi paia grave, imperciocchè i principi non possano provvedere alla prosperitàdei popoli soggetti, senonchè in due modi: o procurando il bene, od estirpando il male; ora atteso le scarse facoltà nostre, e la molta malizia degli uomini, riesce, a noi che regniamo, più agevole torre via il male, che operare il bene.— E se non è temeraria la domanda, chi fu l'avventurato che portò a Vostra Santità la testa del Tombasi?— Tombesi non Tombasi; e' fu una perla di Bargello, giovane anch'egli, di buona famiglia, di buoni studi, e credo fosse stato in seminario; pieno di timore di Dio, e di noi. — Il dabbene giovane si era preso lo impegno di portarci anco quella di prete Guercino, e invece.... invece questo scomunicato ... questo maledetto da Dio ci ha mandato la sua.— Di quale?— Di Angelotto, del Bargello di Campagna; e senti come... — Qui il Papa strinse pel braccio Paolo, e per veemenza di passione pigliando a passeggiare su e giù nella sala se lo traeva dietro con forza che mirabile in giovane, era per vecchio prodigiosa, — e senti come... il dì di San Bonaventurasi presenta il Padre guardiano dei Minori osservanti di Viterbo al Vaticano annunziando avere a rimettere una cassetta consegnatagli da certo penitente in confessione con l'obbligo di portarla egli proprio a Roma, e consegnarla nelle mani di Sisto. Noi gli mandammo a dire la lasciasse, ma egli niente; allora lo accogliemmo al nostro cospetto e dopo il bacio dei piedi ci confidò la cassetta, la quale aperta in nostra presenza vedemmo contenere il capo di quel povero giovane di Angelotto... — Misero! ne increbbe la sua morte molto, ma troppo più ch'ei fosse morto senza sacramenti; però ci trovammo buon rimedio con le indulgenze e i suffragi. Insieme con la testa andava unita una leggenda, che diceva: =A papa Sisto V infelicemente regnante in Roma, prete Guercino re della Campagna[6]. = Ordinammo mettessero le mani addosso al padre guardiano, e sottilmente lo ricercassero con la corda, e fu trovato il poverino non essere consapevole di nulla; tornò al convento con le braccia slogate ma per compenso carico di benedizioni, sicchè futroppo maggiore il guadagno della perdita. Prete Guercino vive!... a tale è ridotto Sisto, oh! oh!...— Santità, mi sia benigna di posare l'animo meritamente agitato, e permettermi ch'io possa dirle alcune altre parole. Dunque le preme far vendetta di prete Guercino?— Figliuolo,chi sostiene le ingiurie senza risentimento non è uomo, e chi potendo vendicarsi non si vendica abbilo per bestia addirittura[7].— Ancora; Vostra Santità innanzi di conferirmi officio stabile vorrebbe avere da me un po' di saggio di quanto sapessi fare...?— Giusto così, mi avete letto dentro.— Dunque si degni conferirmi commissione temporanea sopra i Micheletti e i Bargelli della Campagna: basta una settimana, ma poniamo due; in questo mezzo tempo Vostra Santità riceverà di sicuro una testa; od io le porterò quella di prete Guercino, o il prete Guercino le manderà la mia. —Sisto stette lì lì per dargli un bacio, ma se ne astenne; però con voce carezzevole gli disse:— Siamo contenti, che così si faccia; il cardinale di Montalto avrà cura di munirvi delle necessarie spedizioni. Se opererete quanto avete promesso, ben per voi! Nè potrete immaginare comodo o favore per grande che sia, che noi non siamo disposti a concedervi. Parola di Sisto è parola di Dio. Intanto, inginocchiatevi, vi compartiamo la nostra apostolica benedizione; ci dimenticammo compartirla al povero Angelotto, e forse questa mancanza fu colpa che capitasse male.— Anzi, di sicuro, soggiunse Paolo, e camminando all'indietro a capo chino si partì dalla presenza del Papa, il quale rimasto solo col cardinale di San Marcello, che fu Giambattista Castagna, dopo lui assunto al Pontificato col nome di Urbano VII, gli disse, accennando col dito la porta donde era uscito Paolo:— Illustrissimo, veda cotesto è uomo destinato ad andare in su; se poi sopra il Campidoglio, ovvero sopra la forca, chiariremo tra poco.A Paolo uscito dal cospetto del Papa venne vaghezza, non avuta prima, di portarsi sul ponte di Sant'Angelo a vedere le teste mozze, che infilate su i pali stavano lì ad atterrire i banditi, i quali lontani o non sapevano, o non curavano esempii siffatti: di vero tra altre parecchie ci mirò anche la sua col cartello sotto, che per quanto poco umile egli fosse, pure gli largiva tali e tanti titoli, che egli per giustizia non avrebbe potuto accettare: non vi si fermò sotto troppo tempo, imperciocchè cotesto teschio che ciondolava tuttavia al vento alcuni carnicci era tal mostra da mareggiare anche lo stomaco di un bandito; allontanandosi pertanto pensava:— Dacchè altri ha pagato per me, ormai io spero, che passerò per bardotto.E dato bando alle malinconie, venuto vespro, abbigliatosi con abiti di nuova foggia e attillati, fu a casa Savelli dove lo aveva precorso la fama del successo alterando il vero, e la più parte aggiungendo falso; e siccome ogni cosa, anco falsa, tornava ad incremento della sua reputazione, così, quelli che prima glis'inchinavano, ora voltarono la schiena a mezzo cerchio perfetto, gli altri più renitenti cominciarono a disegnare della persona una elittica; le mamme gli esponevano dinanzi un assortimento di risi sorrisi co' labbri stretti, però che l'arte di fabbricare dentiere non fosse anco trovata, e i denti cascati non fanno finestre dove goda affacciarsi amore: delle ragazze non dico nulla: diluviavano occhiate da disgradarne i razzi finali della girandola di San Pietro; ma il Pelliccioni salutava sbadato, o poco ci avvertiva, chè l'anima e gli occhi stavano fissi su quel folletto di Tuda, la quale andava, veniva, girava da parere che ce ne fossero quattro, e tutto vedeva, e tutto fingeva non vedere, e di ogni cosa si pigliava spasso; gli sguardi suoi non cadenti, nè dritti, bensì obliqui come i Turchi adoperano le scimitarre, e con tale virtù da fiedere netto come gambi di pera sbarre di ferro grosse quanto un braccio; con perpetua irrequietezza ella ora aggroppava ora snodava il mirabile collo, che vinceva quello dei colombi in amore quando il sole lo veste di colori semprenuovi e sempre più belli. Per quanto Paolo s'industriasse attirarla a sè ora con ridenti, ora con supplichevoli, ed anco talvolta con minaccevoli sguardi non ne venne a capo; peggio se tentava accostarla; Tuda, quasi lo presentisse, batteva altrove l'ale, e in mille modi, sconosciuti a cui non sente amore e rabbia, lo deludeva e scherniva. All'ultimo Paolo altro non vide che uno scintillío di faville che poi diventarono teste, e da prima tutte di Tuda, aggirantesi in vortici, sempre ridenti, e sempre folleggianti, ma indi a breve diventando penoso, altre teste vi si mescolarono laide, e sinistre, tuttavia ritraenti una immagine sola; poi diradaronsi, e ne rimasero solo due, che facevano l'altalena che ora si tuffava, ora sorgeva da un lago di sangue; da un lato quello di Tuda, dall'altro quello di prete Guercino. Quello di Tuda scaturì da principio più volte vario per ornamenti diversi, ora con diadema, ora con ghirlanda, ed ora con acconciatura leggiadra di capelli, quello poi di prete Guercino sempre grondante sangue cagliato, con le chiome grommose;ma poi mutata vicenda toccò al capo di Tuda comparire terribilmente miserabile, mentre la testa del prete Guercino si affacciava ora con la sua bella chierica candida come fiore di latte, ora colla berretta a tre spicchi, e perfino con la corona in testa come re della Campagna. Paolo si appoggiò improvvido alla base di una statua di Giulio Cesare, pure aspettando che gli cessasse il bagliore; il quale fu breve, avendo contribuito a dargli fine certe parole ch'ebbero potenza di respingergli con subito riflusso il sangue dal cervello al cuore, e queste furono:— Mirate un po' come la gente magna anco senza avvertirlo si mostri nata da una stessa famiglia.Anzi no, ei si accostava alla immagine di Cesare per la ragione, chè l'ambra tira la paglia... —Paolo spalancò gli occhi e le ultime parole dell'atroce ingiuria sorprese sopra le labbra di Tuda.— Bene sta; io darò la testa del Guercino, io ne darei cento per la tua, divina fanciulla; che importa a me che tu miami? Mi basta che tu patisca il mio amore. Farfalla scellerata, fa' quello che sai, tu devi cadermi nelle mani, perchè se non bastasse ad agguantarti il mio amore, piglierebbe a perseguitarti la mia vendetta.Di poi tolto commiato, senza porre tempo fra mezzo cavalcò forte alla villa di Nettuno, dove giunse sul far della notte, e Renzo udito il noto segno gli aperse senza avvertire la Violante, onde Paolo la colse alla sprovvista mentr'ella genuflessa davanti la immagine della Madre di Cristo leggeva il libro delle orazioni.— Sempre in opere pie, Violante, voi volete pigliare di assalto il paradiso...— Paolo, io pregava pel mio povero padre, per voi, e soprattutto per me misera peccatrice, che ne ho tanto, e poi tanto bisogno.....— Era parecchio tempo che noi non c'incontravamo.— Senz'altro qualche grave causa vi teneva lontano da me, ed io devo rispettare l'operato di mio marito e signore.— Signora, mi perdonerete voi di comparirvi così allo improvviso davanti?— Paolo, lasciate da banda queste cerimonie; non ci hanno luogo; voi, lo ripeto, siete mio marito e signore; gli affanni co' quali mi prova Dio, mi hanno, se non guarito, emendato la vanità che gonfiava il mio spirito; comunque venga, subitaneo o avvisato, il marito porta sempre consolazione alla sua consorte; io poi sapeva il vostro arrivo.— Lo sapevate? Chi mai poteva avervelo detto?— Non bocca umana certo, bensì un presentimento... una voce del cuore...— E credete davvero che vi dica tutto il cuore?— Non tutto, ma in ciò di cui mi avverte ei non s'inganna mai.— E la cagione che mi ha mosso di venire a voi ve l'ha detta il cuore?— Me l'ha detta....— Non può essere, non può essere, interruppe Paolo spaventato.— Giudicatelo voi, la causa che vi mosse e' fu per chiarirmi come voi non potete condurmi a Roma...— Ma se il cuore non vi ha taciuto lamiglior parte, aggiunse precipitoso Paolo, deve avervi detto eziandio come Sua Santità chiamatomi a sè mi abbia commesso il carico onorevolissimo quanto pericoloso di ricondurre la sicurezza pubblica nei suoi Stati, e preponendomi alla milizia mi ha conceduto la facoltà di conseguire il nome invidiabile di restauratore del vivere civile.(Certo non era a quei tempi avanzata siccome ai nostri l'arte di onestare con parole magnifiche fatti vulgari, o turpi, o scellerati; tuttavia e allora e prima si sapeva dare ad intendere eroico gesto l'utile delitto. I custodi della umanità si confidano atterrire con le minaccie della storia, ma perchè spaventassero altrui bisognerebbe che questi le temesse; chi non pregia la fama è sempre disposto a venderla per una scodella di lenticchie come Esaù la sua primogenitura: se non fosse così, in qual modo mi spieghereste questa immane, perpetua, ogni dì crescenteproduzionedi Scariotti tre, quattro volte e dodici superiore allarichiesta? Quest'asta pubblica di anime al minore e al peggiore offerente? Anco lo inferno rinvilia!)La Violante strinse la mano a Paolo in segno di compiacenza, e:— Tu non puoi immaginarti, Paolo, ella riprese, quanto esulti l'animo mio nel vederti aperta la via per palesare altrui i tuoi meriti; ciò mi consola per te non nato certo a logorare bellissime doti in ozii ignobili, e molto anco per me, dacchè per questo mezzo imparerà la gente come io nello eleggerti consorte, e in te ponendo ogni mio affetto non fui cieca, nè mi lasciai vincere da sfrenata passione.— Però, Violante, prima di accettare mi correva obbligo di consultarti per due motivi; il primo, perchè capisco, che deve tardarti, ed anco a me tarda metterti in possesso del nostro palazzo, e presentarti come conviene allo splendore della tua nascita e delle tue nozze.— Aspetterò; chè tornando vittorioso parteciperò alla tua gloria... sebbene siffatte glorie non sieno estranee alla nobilissima casa d'Ayerba.....— Pertanto, finchè io non torni tu desideri starti qui in villa senza darti a vedere, o a conoscere da persona viva?— Senza te, mi basto sola.— Ciò messo in sodo: veniamo all'altro motivo. Tu sai, che la vita e la morte stanno in mano al Signore; ora nel cimento al quale mi espongo potrei restare ucciso...— Oh! non dirlo — e qui l'affettuosa venía con la mano manca turandogli la bocca; Paolo baciò la mano, e dolcemente removendola, proseguì:— Questa vita non appartiene a me, almeno in tutto; tu pure ci hai diritto dal dì che, in grazia del sacramento, tu mi vincolasti la tua; nè io potrei senza mancare al debito di cavaliere e di cristiano mettere a cimento la mia persona, se prima tu non me ne dia il consenso. —La Violante riprese con la destra la destra di Paolo, la manca gli pose sopra la spalla, e il capo gli appoggiò sul petto; in cotesto atteggiamento stette alquanto: alfine disse:— Dio mi ti renderà sano e salvo; misericordioso com'è non vorrà farmi la più trista femmina, che abbia mai vissuto nel mondo; lo pregherò tanto! Tuttavolta, nonpiaccia al Signore che per cupidità di passione umana io ti tolga la bella rinomanza; il cavaliere cristiano ha il suo primo obbligo con Dio, il secondo col suo Principe, principalmente poi se questi sia vicario di Cristo in terra, gli altri obblighi vengono dopo. Non può dirsi del tutto infelice la vedova del marito morto in servizio del suo padrone e signore...— Ma s'io mancassi, come rimarresti? Senza aiuto... reietta....— Consolati, amor mio; dal tuo in fuori io non conobbi, e ti sacramento che non vo' conoscere altro amore, che quello di Dio. Non parti a bastanza aiuto il suo? La tua vedova non ti sembrerà difesa, se io mi rendo a lui? Egli non respinge veruno... morta al secolo, io vivrò solo vita materiale a vegliare pel restante dei miei giorni il tuo sepolcro dentro il monastero delle cappuccine...Non favellarono più innanzi; solo Paolo sentendosi il peso della testa della Violante sul seno pensò: — ecco un terzo capo! e questo più grave di tutti; finchè non torni, egli starà quieto, lo ha promesso, e nonè femmina da mancare: ma bisognerebbe, che ei se ne stesse fermo.... quieto.... tranquillo anco dopo. Basta, per ora contentiamoci; poi provvederemo. Curiosa! ella meriterebbe amore, e non la posso amare; l'altra, a buttarla nel Tevere col sasso al collo, non le si darebbe il suo avere, e non so perchè mi accende il sangue..., e mi è forza amarla. Come l'andrà a finire? — Se lo confidassi al cardinale! Scempio! se prima di rendergli servizio, prometterà alla larga per non attenere alle strette; se dopo, mi seppellirà sotto una montagna di ammonimenti, e bazza se non saranno rimproveri, con citazioni di canonisti, moralisti, e padri della santa madre chiesa cattolica, apostolica e per giunta romana: — riesce così agevole predicare virtù quando con la predica puoi saldare un debito! Bada, Paolo... tu corri grandissimo rischio di ammazzare questa donna che ti ama, e di farti ammazzare per l'altra che ti vuol bene come il fumo agli occhi. — Ci fosse dentro stregoneria? — Stregoneria o no, su le forche io non ci vo' capitare; il mio vicario ha pagato perme: ed egli ci fa troppo brutta figura. — Dunque renunzia, e trovata la buona via, fa' si dimentichi dagli uomini il passato; quanto a Dio, egli tiene sempre le braccia aperte. — Questo non è possibile: lasciando da parte le fattucchierie, accade all'anima, quello che al corpo quando spenzolato troppo fuori della finestra non si può più tenere... chi nacque per ardere non arriverà mai a spengere. —E qui come preso dalla smania sorse con moto convulso, onde il pugnale che portava nelle tasche delle brache ne balzò fuori cascando sul pavimento; pronta lo raccolse la Violante porgendolo a Paolo, senonchè questi lo respinse con la mano, e turbato parlò:— Tienlo, Violante; serbalo caro; forse potrebbe venirti a bisogno per difesa della tua vita.— No, la mia vita ho posto nelle mani di Dio.— Nè io voglio negare il suo aiuto validissimo, nondimanco, vedi, un buon coltello in certe occasioni difende meglio.— Dio non abbandona mai chi confida proprio in lui. —— Certo... certo... ma fa' a modo mio; tienti il coltello.— Ecco lo metto qui in memoria di te.Era in cotesti tempi, e forse è anco adesso in vicinanza di Ardea una boscaglia famosa per accessi impenetrabili, e per gesti di masnadieri; vera selva Ardenna di banditi: per essa andava un singolare viandante, però che alle vesti paresse uno di quei pellegrini, i quali pel recarsi a Roma hanno nome di Romei: alla canizie dei capelli e della barba, lo avresti creduto decrepito mentre cavalcava un cavallo poderoso, e molto gagliardamente ora in questa, ora in quell'altra parte spingevalo; e se strano sembrava l'arnese, troppo più strano era lo intento, dacchè al contrario di ogni viandante, egli invece di evitare i banditi, si arrovellava per non averli ancora trovati; però i suoi voti furono indi a poco compiuti chè ad una svolta eccogli sopra parecchi masnadieri co' soliti moschetti inarcatie le solite minacce; — la borsa o la vita. —— Voi non avrete nè l'una, nè l'altra, rispose il pellegrino; dov'è il prete?— Chi sei?— Voi lo saprete, menatemi a lui.Per molti andirivieni lo condussero al prete Guercino, il quale stavasene di pessima voglia con la sua compagnia, e la sua donna Lucrezia, perchè poco fornito di vittovaglia e di pecunia peggio; nè aveva avuto anco occasione di accontarsi con alcuno dei capi-banda tornati sul contado di Roma; più di tutto poi impensierito per trovarsi scarsissimo di cavalli, onde gli era tolto di avventurarsi in imprese di momento. Il Romeo, appena vide il prete Guercino, gli andò incontro a braccia aperte chiamandolo con gran voce; ma l'altro sospettoso non si mosse; all'opposto imbracciò il moschetto, e con brusca cera gli disse:— Chi sei, e qual diavolo ti scaraventa quaggiù?Il Romeo invece di rispondere prese a buttar via prima il cappello, poi la barba,la parrucca, per ultimo la schiavina; il Prete sbirciava più intenso a mano a mano che costui si svestiva, a mo' dello antiquario che, speculando sottilmente le traccie delle lettere sopra il marmo antico, coglie di un tratto il senso della iscrizione intera; così il Prete, riconosciuto di subito il pellegrino, si fece bianco come panno lavato, e senza pensarci si segnò due volte:— Domine aiutaci! Vattene pei fatti tuoi anima, che così per dire, dirò benedetta...— O compare, per caso avresti mandato a rimpedulare il cervello?...— Se un po' di suffragio fosse il tuo caso, io ti prometto, appena rientrato in quattrini, di regalarti di una dozzina di messe dette da frate Ieronimo, ch'è un'anima santa, e intanto valga per quello che può valere, qualcheduna te ne celebrerò io.— Orsù smetti le baie, io sono Tombesi...— Ma non sei morto? Non ti hanno impiccato e squartato? La tua testa nonistà fitta sul palo in capo al ponte Sant'Angiolo?— Io non mi sono accorto di tutto questo...— Ma come qui? Per qual miracolo?...E trattisi da parte con la Lucrezia, Egeria di cotesto Numa di nuovo conio, Paolo prese a raccontare le strane novelle della sua vita, avvertendo tacere le cose che non approdavano o nocive, aggiungendone false; fece capace il Guercino come Angelotto forse credè, e più verosimilmente dette ad intendere la sua morte per gratificarsi papa Sisto, e per buscare la mancia, narrò essersi salvato in Ancona, donde sur un legno greco recatosi in levante, dopo varie fortune si ridusse a Venezia, per la Dio mercè assai bene in arnese...— Tu ci avrai veduto Curzietto? Interruppe il Guercino; e l'altro pauroso di essere colto in bugía, rispose:— Dove?— A Venezia...— Io me ne viveva assai ritirato in casa di certa femmina, tu mi capisci... e che fa egli Curzietto?— La cena ai pesci...— Come sarebbe a dire?— Ma che non l'hai saputo? Per più di un mese ne fu pieno il mondo, ed anco adesso la maretta dura...— Tanto è, io non ne seppi novella...— Curzietto si tratteneva a Venezia, e costà il povero figliuolo per tirarsi innanzi faceva onoratamente un po' di tutto, meno che del bene; un padrone di barca anconitano trovandosi per le sue faccende a Venezia pigliò usanza con lui e saputi i casi del giovane promise procacciargli salvocondotto dal Papa; e di vero l'ottenne; anzi Sisto mandò una galera a posta per levarlo; Curzietto lesse due volte il salvocondotto, e riconosciuto il suggello, tenne lo invito del Comite, e alla sua fede si commise. Venanzio, e sono proverbi vecchi, anco le civette impaniano, in pellicceria ci vanno più volpi che asini; appena usciti dalle lagune, in un attimo addosso a Curzietto assicurandolo con le catene alle mani ed ai piedi, e siccome lo sciaurato si lagnava, cotesti non esser tratti da Papi, il Comite rispose: anzi daPapi e non da altri, imperciocchè egli possa a beneplacito legare e sciogliere, mentre gli altri non possono che legare; il Papa quasimente fa da maschio e da femmina. Allora Curzietto soggiunse (e queste cose mi riferì un prodiero, che ci si trovava presente): i gentiluomini possono senza macchia operare quello che schiferebbe un bandito?— I gentiluomini, rimbeccò il Comite reale, operano sempre ottimamente quando obbediscono gli ordini del Principe.— Anco tradire?— Anco tradire.— Allora messere, vi domando perdono, perchè in verità io non lo sapeva. — E Curzietto non mosse più lagno da quel dì; al contrario mostravasi piacevole come se non fosse fatto suo, ora cantando qualche canzone di amore, ed ora narrando taluna delle sue avventure. Certa sera per ammazzare la noia essendosi il Comite seduto a canto a lui per ascoltarlo meglio, egli colto il destro lo abbracciò a mezza vita rotolandosi fino alla estrema proda, donde senza che la gente vi potessefare riparo dette il tuffo; il peso delle catene di Curzietto trasse in fondo ambedue, e comecchè le ciurme si affrettassero a gettare il palischermo nell'acqua e a calare i ganci per pescarli, non li poterono estrarre prima che entrambi fossero morti, essendosi Curzietto tenuto sempre tenacemente avviticchiato col Comite. Così periva Curzietto vero sangue latino, nè io lo piango intero, perchè vedi, Venanzio, chi muore vendicato mi sembra morto a mezzo[8].— Possano i traditori, quando Dio li protegge, non fare mai fine più lieta di questa. Adesso torniamo a bomba: senti Guercino, io ho messo assieme una trentina di uomini forniti di tutto punto, e incavallati eccellentemente, e se ti quadra io li pongo in combutta co' tuoi e comporremo una banda sola.— Vuoi che io te la dica, Venanzio? la tua proposta non mi dà buon bere. Amore e signoria non patono compagnia...— Re sei, e re ti lascio; mi basta farti da luogotenente.— Com'è così, muta specie; perchè,considera, figliuolo, avrei potuto proporre ci conducessimo come Romolo e Remo, vo' dire comandassimo un giorno per uno; ma sì, quantunque fossero fratelli e nati a un parto, tu sai come l'andò a finire; nè dopo Romolo con Tazio fecero meglio prova, così riportano le storie... e nondimanco neppure a questo modo mi va, o non potremmo legarci pei casi straordinari, nei dì delle feste, e per tutti i giorni rimanere sciolti?— Separati non ci è dato imprendere cosa che valga, e cresce il pericolo di restare presi; le occasioni poi si presentano lì per lì, e innanzi di porgerci avviso e trovarci riuniti alla posta, le sono passate senza rimedio.— Questo è vero, ma tu mi sembrasti sempre uomo da volere rimanerti piuttosto capo di lucertola che coda di lione.— Certo tu parli come un libro stampato, ma stretti dalla necessità di radunarci grossi di numero, bisogna che tu ceda a me, od io a te: tu a me non vuoi cedere, nè io vo' che tu ceda; mi sei maggiore di anni e godi di reputazionegrandissima, mentre me stimano universalmente morto; se mi bandissi vivo, chi ci crederebbe, chi no; mi ci vuole tempo a rifarmi il credito, e adesso ci bisogna un uomo noto, di cui da un lato fidino e dall'altro temano.— Ma o non possiamo tirare innanzi come abbiamo costumato fin qui?— Non possiamo, e ti chiarisco. Tu saprai come il signore Alfonso, e Sciarra, e il conte di Ascoli sieno entrati grossi in campagna; chi ha seicento, chi cinquecento uomini, la più parte cavalli; chi ne ha meno se ne tira dietro dugento. La Spagna paga, e questi sono ducati spagnuoli — e qui Paolo mostrò la tasca che gli pendeva al fianco. — Comandamento è che ci teniamo bene edificati i contadini, e quanto loro chiediamo paghiamo; certo questo non quadra con le nostre regole, e prima di farci l'uso cascheremo qualche volta in fallo, ma col tempo e la pazienza ne verrai a capo anco tu; e si vuole eziandio lasciare che vadano pei fatti loro i mercanti e i passeggeri, stringendoci ad assalire le terre e i castelli, insommamutare forma alla guerra; invece di moverla ai privati pigliarla con lo stato, col Papa...— Per me mi confesso uomo grosso, pure non mi entra come tu la conti; prima il nostro mestiere in certo modo era cosa di famiglia, ma di ora in poi aiuteremo quei di fuori a legare quei di dentro, e della fune ne avanzerà sempre per impiccarci quando non avranno più bisogno di noi; ora io capisco, che la è ubbia, ma mi pare che sentirmi impiccato da corda spagnuola mi abbia a dolere più che se fosse una brava fune italiana.— Secondo i gusti; ma il nodo giace qui, che non ci avanza scelta, però che i capitani la vogliono a questa maniera, e tu comprendi, che tra il signor Alfonso, lo Sciarra, Battistella, il Conte e gli altri dal lato manco, e Sisto e il Ghisiliero dal lato destro, nè tu, nè io possiamo durare; necessità non ha legge; tiriamo innanzi e qualche santo aiuterà.— Io non ci vedo chiaro, aggiunse il Guercino con ambedue le mani pigliandosi il capo; e Paolo:— Lucrezia, che è donna di governo ed ha sentito tutto, dica la sua; per me sto al suo giudizio.— Di' la tua, tu donna femmina.— Ho a dire la mia? Guercino pare trattenga lo scrupolo, che i ducati non escano da buona fonte, io sto peritosa di qualche tranello, che ci covi sotto. Al Guercino dico: ricorda di quello imperatore, me lo hai tu stesso raccontato a veglia, cui il figliuolo rinfacciava cavare i quattrini dal balzello dei pisciatoi; ei gli mise sotto al naso un ducato domandandogli: che odore ha? — I quattrini non hanno odore, chiappali da qualunque parte ti vengano; meno che dal diavolo perchè si mutano in zolfo: a me poi dico: che questo bel figliuolo ci voglia menare alla mazza io non lo credo se prima Cristo non si fa luterano, e caso mai ci si scoprisse traditore, can mai non mi morse che non volli del suo pelo. —Lucrezia dava il tratto alla bilancia, e la lega fu convenuta: il Guercino però senza dire il numero dei suoi propose a Paolo se ne tornasse dond'era venuto,ed ottenesse dai caporioni un trenta di cavalli, e munizioni da guerra di che pativa difetto. La verità era ch'ei si trovava al verde di tutto, e Paolo gli cascò addosso come la Provvidenza, almeno così la pensava Lucrezia, la quale aveva già detto al Guercino, che se l'andava di quel passo anco una settimana, bisognava dare spesa al cervello e sciogliere la banda; di che il Guercino accorato buttava fuori sospiri da parere un bufalo, che muglia quando è in amore.Paolo pertanto facendo il fagnone ricercò il Guercino se intendeva mandare egli trenta fanti per i cavalli: qui ricominciarono le ambagi, perchè se ei li mandasse tutti s'indeboliva per modo da rimanere agevolmente oppresso; se all'incontro concedeva menassero i cavalli trenta uomini della banda di Paolo, egli era lo stesso che mettersi alla sua discrezione; nè al santo intendeva fidarsi se prima non avesse fatto il miracolo, tenendo per regola di governo che in terra di ladri si vuole camminare con la valigia davanti: però come quando si possiedonomezzo cervello e mezzo cuore, o la necessità ce gli dimezza, si apprese alla via mezzana, mandò dieci fanti dei suoi, e ciò anco fece per iscoprire marina; di ragioni per condursi così ne addusse un mucchio, a cui sempre più ne aggiungeva alla stregua che quelle addotte gli parevano grulle e la gaglioffaggine loro aumentava a braccia quadre. Per ultimo fu stabilito che i dieci fanti s'incavallerebbero, e recherebbero a mano dieci cavalli; in tutto venti; di quei di Paolo ne verrebbero dieci, i quali pure menerebbero dieci cavalli e su questi le munizioni che potrebbero portare; e così fu fatto.I dieci di Paolo e gli altri del Guercino tornarono vestiti tutti di un'assisa, e portarono vesti per gli altri venti; onde subito nacque tafferuglio tra la gente del Guercino, perchè ognuno pretendeva essere primo vestito e incavallato; nè egli trovava via a metterli d'accordo, anzi aggiungeva legna al fuoco, perciocchè preso dalla stizza incominciò a bestemmiare come un turco e a mescere minaccie, ingiurie e pugni; la sarebbe finitaper la peggio, se Paolo, cacciatosi fra mezzo non gli avesse acquetati con la promessa di assettarli tutti alla medesima maniera, tale essendo la intenzione del signor duca di Montemarciano, sotto gli ordini del quale avevano a stare. Quando poi volle mettersi a cena fu trovato come non solo mancassero le munizioni da guerra, ma delle vittovaglie altresì si patisse difetto: gli altri brontolarono, Paolo si contentò osservare come la colpa era di Lucrezia che forse si peritava a palesargli la presente strettezza. Alla quale accusa Lucrezia oppose, che quanto a lei non sarebbe stata sul puntiglio, perocchè ormai fossero diventati tutti una sola famiglia; se ci cadde fallo, errò prete Guercino che mulinava sempre pensieri da cavaliere con la borsa da cappuccino. E siccome pareva che il Guercino inasprito non se ne sarebbe rimasto, Paolo troncò le parole dichiarando: che i ragionari non crescevano la cena, bensì la sete; per quella sera si facesse alla meglio, nel dì seguente avrebbero tolta la rivinta. — Si accomodarono per dormire come poterono; ilGuercino non trascurò mettere le sentinelle; nè Paolo fece sembiante di accorgersi ch'egli dopo essersi ristretto a colloquio co' suoi più fidati, questi, fingendo vigilare per tutti, esclusero i suoi dalle guardie, sotto pretesto che, stracchi dal cammino, abbisognassero di riposo.Il Guercino si vergognava dirlo, anzi pure pensarlo, e nondimanco aveva paura: una strana inquietudine gli si era cacciata addosso, nè avrebbe saputo chiarirne la ragione; tanto è, uno sgomento nuovo gli faceva cascare il cuore e gli troncava le braccia; si stese su la paglia con la Lucrezia allato, e prese sonno; ma indi a breve si rizzò a sedere co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, con la manca brancicando la Lucrezia e con la destra tastandosi il collo; i detti suoi piuttosto grugniti, che favellati sonavano:— Sei tu? Proprio tu, Lucrezia? Benedetto il Signore, mi pareva, che mi stesse al fianco per confortarmi il cappuccino... sarà per un'altra volta; così mi sono sentito stringere il collo, che me n'è rimasto ilrastiofin dentro la gola... dopoquesta prova quando faranno per davvero, poco più mi toccherà a penare... io credo.— Dormi in pace, Guercino, che Lucrezia veglia. —La mattina misero in consulta se quinci avessero a partire o se ridurvi anco la restante squadra di Paolo; al Guercino pareva mal sicuro il primo partito, nè gli piaceva il secondo, e, come suol dirsi, nicchiava.— Senti, gli disse Paolo, io ti leggo dentro, tu non ci vai di buone gambe; chi ha fatto il carro lo può disfare, rimanti; ti dono i cavalli, le munizioni e ogni altra cosa; ti ho consigliato da amico, mi sono comportato da fratello, ora ingegnati come puoi, che così col tuo fidarti e non ti fidare ci rovineremmo ambedue e con noi questa gente dabbene, che ci seguita...— No; mi fido... io considero... perchè capisci, giova più un moccolo davanti, che una torcia di dietro.— Or bè: se in questa selva non hai trovato da nudrire te e la tua banda, come ci procureremo la vettovaglia per due?— E' parla come Marco Tullio, il bel figliuolo, osservò Lucrezia.— E poi oggi o domani bisogna pure che usciamo: anco i frati se non mandassero fuori i cercatori morirebbero di stento.— Questo è chiaro — esclamarono parecchi banditi d'intorno.— E il coltello se non si adopera arrugginisce; e leva leva, ogni gran monte scema, di qui il bisogno di tenere le mani perpetuamente in faccende: ora dà retta, Guercino, vien via senza gingillarti; andiamo a unirci col grosso della mia banda, che sta a cinque miglia quinci oltre a buona guardia in una masseria sotto Renzo mio luogotenente: riposáti e nudriti, verso vespro io proporrei andassimo ad assalire Mentana castello di Latino Orsini, dove se ci capiterà di giungere alla sprovvista, io fo conto di averlo a man salva...— E poi a Roma — irridendo disse il Guercino.— E poi a Roma — riprese in atto superbo Paolo; da cosa nasce cosa, e sappiche da un legno medesimo sono cavati i banditi e gli eroi; la differenza sta qui, che i primi sono piccini, i secondi grossi.— Andiamo... e il diavolo dicaamenal tuocredo. —La impresa riuscì a capello; i terrazzani del castello Mentana ebbero di catti a salvare le persone, lasciando le robe e perfino i cibi al fuoco per la cena. La Lucrezia, presa stanza al palazzo dell'Orsino, dette mano ad apparecchiare proprio un banchetto per le feste; rovistò dalle soffitte alle cantine, accese un fuoco da arrostire anco il castello; chi strozzava, chi pelava, altri spillava il vino, trovarono torce, accesero lucerne; anzi per maggior decoro appesero festoni di mortella. Ogni cosa ormai essendo posta in ordine non si aspettava più che Paolo e il Guercino, i quali andavano attorno a mettere le guardie: da un momento all'altro si teneva per sicuro sarebbero comparsi insieme, ma non accadde così, che il Guercino si mostrò primo e solo. Egli da principio camminò di conserva con Paolo attendendo giusto a mettere le sentinelle,senonchè presto si accorse avere fatto conquisto troppo grande per poterlo guardare, come con sicurezza tenere, molto più che la massima parte dei banditi si era dispersa a foraggiare, e a commettere certe altre taccherelle le quali riesce più facile vietare con parole, che impedire co' fatti; onde di un tratto quasi noiato il Guercino si rimase a mezzo e scrollando le spalle disse:— Che monta pigliarsi tante scese di testa? quello che deve accadere accadrà; s'è vero, che senza la volontà di Dio un capello solo non possa cascare dal capo dell'uomo, è vero altresì, che non gli si può nè anco aggiungere. — Paolo, fa tu, che io me ne vado a cena. —Paolo si strigò in quattro battute, e corse a gambe dove lo tiravano la luce viva di tante lucerne, e di tante legna accese, che pareva un falò; le canzoni una dopo l'altra si rincorrevano come baccanti scapigliate, e motti giocondi piovevano giù come lacrime di San Lorenzo nelle notti della prima metà di Agosto. Il Guercino sedè in capo alla mensa quasi aposto di onore, Paolo in fondo e Lucrezia in mezzo per tagliare le carni e distribuire le vivande. I convitati non osservarono regola nè misura, in breve la cena diventò stravizzo, correva vino la mensa; e sotto la mensa vi erano pozzanghere; chi si abbracciava, chi si mordeva, ognuno il suo vicino blandiva, scongiurava, o vituperava, secondochè la fantasia alterata glielo veniva raffigurando o per innamorata, o per cappuccino, o per carnefice. Il Guercino aveva mangiato per due e bevuto per quattro: pareva avesse voluto annegare i tristi presentimenti nel vino: di vero la stolida sua vanità pigliando in lui il sopravvento ad ogni altra cura, di un tratto si leva barellando: la manca mano puntella sopra la tavola, con la destra alza il bicchiere e grida:— Alla prossima morte del porcaio della Marca; viva prete Guercino re della campagna... viva me!— Viva Papa Sisto lo sterminatore dei banditi.A questo urlo, che a squarcia gola cacciò fuori Paolo, in un bacchio baleno dueuomini agguantarono di dietro per le braccia il Guercino, e lo atterrarono; nove porte, chè tante ne aveva la sala, si aprirono con fracasso e si rovesciò dentro un nugolo di micheletti armati di archibugi. Al Guercino parve uscisse ad un punto il vino dal capo, e la baldanza dallo spirito; sporta la faccia livida, agguardando Paolo con occhi trucemente lucidi, queste parole mandò fuori dalle labbra grommose di vino:— Solite cose; io il solito venduto, tu il solito Giuda; badati dal solito fico: — traditore! non ti puoi nè manco vantare di avere immaginato qualche cosa di nuovo...— Ammazzatelo! — Schiamazzava Paolo. — Ammazzatelo!— Non si può movere — è inutile.— Ammazzatelo per Dio! — Strepitava Paolo pestando i piedi.— E si ha ad ammazzare davvero?— Ma sì, ma sì, ma sì. —Allora uno sbirro trasse un gran fendente sul capo al Guercino, il quale ebbe virtù di spaccarglielo fino al mento, sicchèstramazzando col capo innanzi sopra la mensa, il cervello gli si versò dal cranio come il sale dalla saliera rovesciata.— Bel figliuolo, l'ultima pietanza della cena è questa?— Della cena non so, della tua vita sì se tu vorrai gustarla.— Ho da morire anch'io?— Che faresti nel mondo senza il tuo marito prete?— Priva così di sagramenti?— Te li amministrerà prete Guercino intanto che sarete in viaggio per lo inferno.— Tu sei troppo ingrato, ma non importa; io ti fui amica, e non mi sento senza rimorso di avere condotto il povero Guercino al macello. Di me sia quello che piace alla santissima Vergine, solo ti chiedo tu mi faccia una grazia; io vorrei confidarti un segreto che forse potrà giovare anco a te...— Non vo' saperne di segreti io, ammazzate anco lei. —Ammazzare così una donna legata, che si mostrava quieta, nè rompeva in vituperiie in furori, parve strano anco per uno sbirro; sicchè la gente balenava; allora Paolo, come colui che aveva buone ragioni perchè la Lucrezia favellasse poco, le si accostò meno acerbamente dicendo:— Non ti perdere di animo, la tua morte non è mica decisa, e il santo Padre potrebbe nella sua misericordia graziarti; sentiamo un po' il gran segreto che hai in corpo. Di' su...— Accostati, che se non ti parlo sommesso, il mio sarà segreto da panico, che ogni uccello ne beccola... anco più qua... ecco il segreto...Azzannò l'orecchio, e strettolo ferocissimamente prese a dimenare con furioso impeto il capo a mo' di mastino che tenga co' denti la bufala. Urlava Paolo:— Maledetta strega... lascia ire... ahi! lascia... al corpo di Dio ti fendo il cuore... ahi! ahi! —E l'altra peggio, sicchè Paolo cavato il coltello dalla tasca delle brache incominciò a tirare giù colpi da disperato: percoteva in pieno, ficcandone la lama fino al manico, non per ciò la donna lasciavapresa; la gente di Paolo vedendolo infellonito menar botte da rompere il muro si peritava aiutarlo; all'ultimo colta in mezzo al cuore Lucrezia cadde, ma stringendo fra i denti un brandello di orecchio del suo nemico. —La presa del castello e' fu postura ordita fra Paolo e il barone Latino Orsino fautore di Sisto; la gente che sbalzò fuori al termine della cena, fino dalla mattina si era nascosta nei sotterranei del castello; nè Paolo si tenne contento alle morti del Guercino e della Lucrezia, bensì fece ammazzare senza misericordia tutti quelli i quali sospettò potessero avere odore della sua condizione antica di bandito. I meriti nuovi non avrieno presso Sisto saldato le colpe antiche, in simili casi ei solea sdebitarsi con messe e suffragi; generoso fino a spiantarsi nell'altro mondo, in questo egli era duro ad esigere. —Quando Paolo con una benda di seta nera intorno al capo si presentò al Pontefice con la testa mozza di prete Guercino accomodata dentro a un paniero nuovo sopra ramelle di rosmarino, come si costumaportare le lepri morte perchè le si mantengano fresche, levò devotamente le mani al cielo ringraziando Dio; poi nella veemenza dello affetto disse non so che parole di coronare Paolo in Campidoglio come aveva fatto Pio V a Marcantonio Colonna dopo la battaglia di Lepanto: e poichè il Cardinale di Montalto prudentemente lo persuase a meglio ponderare la cosa, volle che portassero subito duemila scudi, e datili a Cesare disse, che li pigliasse non mica per compenso della opera egregia condotta a fine, bensì perchè gli spendesse a farsene onore co' suoi compagni: al resto si provvederebbe presto con la sua pienissima soddisfazione. —Mandato quindi per l'orafo di corte, Sisto gli commise una corona di rame dorato; se gliela portasse prima che finisse il dì gli darebbe con le sue benedette mani, oltre la sua buona grazia, venti scudi d'oro, se no gli farebbe dare dalle mani di Gigolo due tratti di corda; e siccome l'orafo accennava volere favellare forse per dirgli in tanta angustia di tempo impossibile contentarlo, il Papa mettendosil'indice della manca lungo il naso, e con la destra accennandogli la porta, lo licenzia. —Il giorno successivo la testa mozza del prete Guercino comparve incoronata fitta su di un palo sul ponte di Castello Sant'Angiolo.
PAOLO PELLICCIONI.
Paolo non si poteva volgere, e rivolgere fra tante rose, senza che da qualche pruno rimanesse punto; e sopratutto gli accese dentro (dove non so) un cotal senso di bruciore certa singolarissima fanciulla. Forse contribuì a mettergliela in grazia l'aspetto non pure diverso, ma contrario a quello di Violante: imperciocchè l'occhio nostro vagheggi alternare dal bianco al nero, donde avviene, che lo spirito tenendogli dietro si offra come lavorato a scacchi; e dacchè la Violante ornavano le chiome nere, ora piacquero a Paolo i capellibiondi di Tuda; pallida quella, questa candidissima e tinta in lieve vermiglio come pesca colorata appena dal sole; la spagnuola grave, la italiana leggera; l'una teneva gli occhi velati sotto le lunghe palpebre, l'altra dagli occhi tagliati a mandorla, e posti così in linea obliqua a mo' delle caprette, avventava facelle, anzi ad ora ad ora stringeva i nepitelli quasi per raccogliere quanto più potesse la virtù del fuoco, che di un tratto sbalestrava in giro su quanti le facevano intorno corona. Io non dirò, che passeggiando su pei prati ella non avrebbe curvato neanco i fiori, no certo, imperciocchè io creda che non piegato, ma tronco ella avrebbe i fiori e le piante se mai avveniva che ci caminasse sopra, pure moveva quei suoi brevi piedi presto presto, sicchè sembrava li tenesse sempre fermi, e i lembi delle vesti senza requie ventilati dietro scoppiettavano proprio nel modo, che i poeti antichi finsero dell'Iride quando si affrettava pei cieli a portare il messaggio degli Dei. — Ma della cara creatura divino sopra modo il sorriso; io dirò troppo e male, madai suoi labbri scappava fuora un perpetuo nembo di amorini, come dai fiori prorompe l'effluvio odoroso. — Farfalla tra le rose, e i giovani intorno a gara smanianti di agguantarla; ella poi, arte fosse o natura, nel fuggire non batteva lontano le ale, che così avrebbe tolto la speranza, bensì con vago errore, come appunto costuma la farfalla, da un cespo volava sopra un altro cespo, e lì posata pareva sfidasse i suoi persecutori.
Più veemente degli altri Paolo non le dava posa, e lui, come accade, più che gli altri fuggiva; forse era istinto; fatto sta, che quantunque gli oggetti e le sensazioni, così copiosamente mutabili, s'incalzassero nell'animo di lei, da parere più che altro un perpetuocaleidoscopio, — quantunque tutto passasse per la sua mente serena come sommolo di brezza mattutina sul lago, che non turba, ma increspa le acque tanto, che brillantate dal sole, pare che esse rabbrividiscano di piacere, ella nondimanco ogni cosa avvertiva, di tutto pigliava nota, e al bisogno l'agile memoria glielo riponeva davanti lo spirito.
E più che degli altri ella si talentava farne strazio co' bottoni senza occhielli; un dì che ei le comparve dinanzi più azzimato del consueto con le calze di raso bianco squartate di velluto nero, e mantelletto pur nero foderato di seta bianca, ella ridendo gli disse, che le pareva ilbabbo del Miserere; il giorno dopo ei si vestì di velluto e seta colore di fuoco, nè gli toccò miglior ventura, perchè ella pronta lo proverbiava così: Cavaliere, voi mi parete l'emblema di Francesco I re di Francia, che faceva la Salamandra tra le fiamme col motto: — ella arde sempre, e non abbrucia mai. — L'uomo aitante che regge il feroce cavallo ha virtù da conquidere il cuore delle fanciulle, e nè anco questo valse a Paolo, però che Tuda consideratolo un pezzo mentre maneggiava un bucefalo romano[1]ruppe in questa puntura: — non vi par nato proprio re dei butteri? — Quando abbigliato da capitano le si mostrò improvviso per armi, e per oro smagliante, ella ridendo come pazza lo prese pel braccio, e: — oh! bene, oh! stupendo, ella esclamò, se mai un dì mi sortirannoi cieli all'onore di esservi moglie, noi gireremo il mondo per farci vedere, e voi sarete il capitan Cardone, io Isabella: — se lo sapeste potremmo provare il famoso duetto:
»De quien son estas tetiglias?»Del capitan Cardon:»Y la vida, y el corazon?»Del capitan Cardon[2].
»De quien son estas tetiglias?
»Del capitan Cardon:
»Y la vida, y el corazon?
»Del capitan Cardon[2].
Qui sebbene io non mi vanti come Zaccaria Verner pergrand maître d'amour, tuttavolta mi permetto ammonire le donzelle, che quando si sono tolte ad uccellare per siffatta guisa un uomo, guardinsi bene di lasciarsi prendere, perchè alla meno trista l'amante proveranno cacciatore, che quello che piglia, o pela o spella, e poi mette ad arrostire dentro lo spiedo.
Se fosse amore la passione, che spingeva Paolo verso Tuda, per me non saprei,che chimico non fui mai, e non so se possa scomporsi amore: solo assicuro che questi dispetti arrovellandolo, vie più lo intabaccavano, come il poco vento accende, mentre il troppo spenge la fiamma. — A questo amore della specie dei rabbiosi si aggiungeva la cupidità (per ordinario mi affermano che fanno ottima lega insieme), però che non pochi lasciti degl'illustri antenati per causa di maritare donzelle venissero a riunirsi in lei figliuola unica: onde con la ricchezza stabile, la quale mercè i suoi frutti mantiene la comodità e lo splendore delle famiglie, Paolo sperava gli si aprisse una via, in fondo alla quale non gli si mostrassero più corda, tanaglie e ruota; ingrata vista per tutti, anco pel Pelliccioni: di vero, il Cartouche diceva essere un brutto quarto d'ora quello che passava tra carnefice e condannato, e vado sicuro che tutti quelli che ebbero a provarlo non mi smentiranno.
Paolo non era presuntuoso per modo da non comprendere, che il primo ostacolo nello adempimento dei suoi disegni gli veniva da Tuda; ma poi l'era abbastanzada farsi sicuro di superarlo; e il suo specchio gli dava sempre ragione: nè in fin di conto la repugnanza della fanciulla poteva mettere in apprensione a cotesti tempi, che nelle famiglie ordinate col santo timore di Dio si usava dire: o saltare quella finestra o mangiare quella minestra; ovvero: maritarsi con cotesto uomo, o seppellirsi in convento: maggior pensiero davano i parenti della nobilissima casa Savelli, i quali si sarieno lasciati mettere in quattro pezzi, anzichè accettare per congiunto un uomo per lignaggio da meno di loro; e peggio poi, che non fosse al caso di sovvenirli di danaro, perchè tutti spiantati, ch'era un desío. Del padre di Tuda non si poteva far capitale alcuno perchè prodigo, e sebbene vecchio, nabissato negli amori volgari, e nei debiti: quanto al gioco, pareva binato con lui, però nè rispettabile nè rispettato; bene ostentava sopra la propria famiglia assoluta padronanza, e a sentirlo dire, i vecchi romani che avevano diritto di vendere i figliuoli sanguinolenti, e lo adoperavano, dirimpetto a lui non ci erano per nulla: perpetui gli ricorrevano soprala bocca i vanti: — il padrone sono io; e se non era io che ci metteva le mani non se ne sarebbe venuti mai a capo, e quando parlo io tutti hanno a chinare il capo, tutti, e abbiatelo per inteso. La sua consorte donna Clelia da prima gli dava su la voce, poi le bastò guardarlo aggrondata perchè ei si cacciasse la coda fra le gambe: ora non lo guardava nè manco, facendo dei suoi detti il conto medesimo del cigolío del vento che entrava pel buco della chiave nella stanza. Come se il caso ci si fosse messo a posta, su questo marchese Savello avevano balestrato il nome di Silla: e' par destino che quanto un dì fece piangere deva più tardi far ridere, per poi ricominciare il giro.
Donna Clelia universalmente celebravano arca di virtù: per me avrei voluto ammogliarmi piuttosto con la tramontana, che con lei, ma in vero ella era un impasto di buone e di ree qualità, con questa ragione, che le ree invecchiando diventarono pessime, e le buone si erano infortite. Amava la famiglia con tutti i nervi, ma più per superbia, che per altro, sopportandocon acerbo animo la presente decadenza, e disposta a fare di ogni erba fascio per restaurarla nello antico splendore; aveva tentato prima la via del risparmio per rimetterla in fiore, e tale sperando, e via via assottigliando si era ridotta agli ultimi termini della miseria; accortasi poi, che mentr'ella badava al fuscello, il consorte Silla faceva falò del pagliaio, e che per avarizia veniva ad invilirsi la clarissima casa, mise tutto il suo cuore in certe liti, che agitava da dieci anni, e nel procurare nozze splendide ai figliuoli; il suo naturale rissoso crebbe d'ira, e con la usanza continua dei forensi imparò in certo modo a regolare la contesa, e mettere ordine alla tenzone: dopo la superbia, la cupidità, e la smania di contrastare veniva la divozione; ma se meriti questo nome il credere alle streghe, ai folletti, e non in Dio, anzi non sapere che si fosse, non rammentarlo nè manco, giudicatelo voi. Temeva il Papa, come si teme il diavolo, perchè ha potenza di fare il male; e si asteneva di rammentare ambedue proprio per sospetto gli comparisserodavanti: presuntuosa, che Dio ve lo dica per me, sapeva ogni cosa, in tutto metteva il becco, era avvocata, medica, teologa, fattora in campagna, negoziatrice in città, nella conoscenza dell'arte araldica un portento; parlava copioso, e male, talora anco bene, eloquenza da legna verdi, dopo molto fumo un po' di fiamma: della sua curiosità non parlo, perchè la madre Eva trovando a possederne un grossissimo patrimonio, come donna imparziale, e perchè maggioraschi non costumavano allora, la lasciòpro indivisoa tutte le sue figliuole. Ma come ella ha da parlare, così si paleserà da sè, senza ch'io perda il fiato a sostenere la parte di Cicerone delle figure di cera; però non posso tacere che la povera donna aveva un gran martello nel cuore dubitando di potere riuscire mai a calafatare la barca sdruscita della casa Savella, imperciocchè il marito cercava il male per medicina. Tuda certo era provveduta d'avanzo, ma quando le ragazze non portano un gancio nella destra, e un tizzo acceso nella mancina (il che significa che dalla casa onde escono per andare a maritoesse razzolano quanto possono, e nella casa ov'entrano appiccano fuoco), il gancio nella diritta tengono sempre; e poi le sue nozze magnifiche, se pure le toccavano, non riuscivano di profitto alla casa; anzi all'opposto, scemandola dei legati dotali, le toglievano il credito, che sempre accompagna le famiglie in possesso di grandi sustanze, sia che le abbiano a rendere, ovvero a serbare. Circa a Marcantonio, anch'egli unico maschio, e colonna su cui si appoggiava tutta speranza e il gran nome Savelli, ci voleva un supremo sforzo di amore materno per isperare di cavarne costrutto; inane e sciapito come una zucca romana; egli era proprio nato sotto lo influsso della stella, che il Salvatore Rosa chiamaasinina[3]e pare che a quei tempi remoti (e le male lingue perfidiano anco ai presenti) presiedesse alle nascite dei patrizi: checchè di ciò sia, se l'amore materno non le avesse posto un cuscino su gli occhi, donna Cleliacon ben altra ragione che il Saccenti, avrebbe potuto volgere al suo gentile portato i versi famosi:
»O figlio grande e grosso, e bue davvero,»Che quindici anni fa ti misi al mondo.
»O figlio grande e grosso, e bue davvero,
»Che quindici anni fa ti misi al mondo.
Queste le pedine con le quali a Paolo toccava giocare la sua partita, e non erano belle; nè alcun se ne persuase meglio di lui; però si pose tosto l'animo in quiete, fermo in questo, che in casa Savelli, se non vi si entrava per via del Vaticano, altro verso non ci era; ma la chiamata del Papa si faceva attendere tanto ch'ei già si dava al disperato; che il Cardinale lo avesse posto nel dimenticatoio non si poteva supporre, imperciocchè egli si studiasse ogni dì comparirgli davanti e salutarlo, e l'altro gli sorridesse cortese come uomo che veda persona grata; che se egli si asteneva di rammentargli il fatto suo, ciò operava, non perchè si peritasse, bensì un poco per superbia, ed un poco per non iscapitare di reputazione. All'ultimo venne lo staffiere, gli recò il foglio, lo aperse palpitante, e quando lesse, che ildì successivo il cardinale Alessandro lo avrebbe presentato al Papa, stette per rompere in pazzie, come saltare al palco, abbracciare lo staffiere, baciarlo, empirgli le tasche di monete, ed altre cotali, e pure (tanto esercitava impero sopra di sè) si contenne, e donato da gentiluomo lo staffiere, con molto sussiego lo accommiatò.
Dall'ultima volta che lo vedemmo, si direbbe, che non si fosse mutato; sempre ei tenevasi nè seduto, nè ritto alla estrema sponda del tavolino, con le braccia aperte e le mani ferme sopra lo spigolo di quello, con ambo i piedi tesi e puntati sul pavimento, il capo sempre chino, gli occhi sempre chiusi, senonchè il colore della carne appariva più acceso, nè per quanto sforzo ci adoperasse giungeva a padroneggiare il turbamento che lo agitava. Paolo pertanto, introdotto alla presenza del Papa, appena entrato piegò il ginocchio a terra, nè Sisto lo avvertiva; giunto al mezzo della sala da capo inchinavasi senza che se ne addasse il Pontefice; all'ultimo,prosternatosi ai piedi, e curvo giù con la faccia al pavimento, glieli baciò!....
Gli baciò i piedi! Così costumava, e costumasi anco adesso nella Corte di Roma; dicono ponesse questo uso Adriano I; che levò dai tempi e dalle regioni dove il governo si definisce così: un solo, che squarta e scoia, e gli altri che si lasciano scoiare e squartare; di su superbia più che da demonii, di giù bassezza superiore a quella dei lumbrichi. — I Papi potranno a ragione chiamarsi rappresentanti dei Faraoni di Egitto, dei Cosroe di Persia, dei tiranni insomma di Babilonia, o di Ninive, di Cristo non già. Se Cristo tornasse al mondo starebbe lontano da Roma per tema lo crocifiggessero una seconda volta; difatti la prima, in croce ce lo inchiodarono i preti.
Nel sentirsi baciare i piedi Sisto si riscosse e aperti gli occhi accennò a Paolo si levasse; mentr'ei si raddrizzava, gli sguardi di costoro incontraronsi acerbi ed ostili; nè veruno pareva dal suo canto volesse essere primo ad abbassarli; ma Paolo considerando avere fatto prova dicoraggio sufficiente, nè tornargli conto sfidare il Papa mentre andava a sollecitare grazia da lui, gli declinò, e Sisto si compiacque aver vinto; se Paolo avesse tenuto sempre gli occhi dimessi ei non ci avrebbe avvertito, e se avvertito, reputato Paolo pusillanime e dappoco; ora però gli pareva averlo superato nella lotta degli occhi, nella quale talora si fa prova di maggiore prestanza, che non in quella delle braccia; nè s'ingannò; l'errore cadde in questo altro, ch'egli credè Paolo lo facesse per tema, ed invece lo mosse subdolo ingegno.
— Dunque, con voce aspra, e che pure s'ingegnava rendere blanda, siete voi quel desso, che si vanta sterminare dai nostri Stati i banditi?
— Beatissimo Padre, io non ho detto questo, bensì questo altro, i banditi essere una sozza e rea piaga d'Italia, impresa degna al pari di ogni altra attendere con ogni sforzo a guarirla; il cittadino da bene dovere porre in ciò opera, e consiglio; gloriosissimo vincere la prova, e non manco glorioso perderci la vita....
— San Grisostomo Boccadoro non potria favellare di meglio. Adesso esponeteci bene e succinto che volete da noi? Volete essere capitano dei Micheletti? Volete che vi sieno sottoposti i bargelli di campagna e di città?
— Santità, sono cavaliere romano.
— Ma il buon cittadino non deve porre in opera ogni suo consiglio, e ogni sforzo per sterminare questa razza di vipere? Voi lo diceste pur dianzi....
— Ogni consiglio e ogni opera degna di cavaliere romano.
— Ch'è questo? Non basta, non ha da bastare l'onore di servire lo Stato? Non parvi a bastanza nobile il grado? Noi che possiamo tutto, non potremo per avventura nobilitarlo?
— Santità, sono cavaliere romano. —
Sisto, dubitando che coteste parole contenessero una puntura allo antico suo stato, aggrondò le sopracciglia in molto orribile maniera, e gli occhi suoi mandarono faville, ma Paolo che le aveva dette senza maligna intenzione non si accorse del turbine, onde il Papa fatta la prova e la riprovadel granchio preso, cesse il sospetto, ripigliando con accento benevolo:
— O sentiamo un po' di che vorreste voi essere creato capitano?
— Dei cavalleggeri.
— Ma di questi non è proprio ufficio perseguitare banditi.
— E loro si conferisce.
— Ma adesso lo tiene il signor Paolo Ghisliero nipote di Papa Pio V....
— E gli si leva.
— Voi siete spiccio, voi.
— Furono tardi Cesare ed Alessandro.
— Noi siamo ministri di un Dio di pace, e il paragone con questi eroi del paganesimo non corre.
— E non pertanto costretti alla guerra per la difesa del proprio patrimonio, e chi aspetta la guerra spesso la fa male, e sempre alla sprovvista. Chi assalisce in tempo, ho inteso dire, da cui se ne intende, che alla più trista la impatta; e poi le arti della pace hanno forse men pregio di quelle della guerra? E vostra Santità emulò la magnificenza antica con le cuntazioni di Fabio, o con gli ardori di Marcello? Vorreisapere un po' se Sisto regna da un secolo sopra la cattedra di San Pietro? —
O lode! chiunque sortì dalla natura orecchie, forza è che ti ceda; se il porfido sentisse, io penso che non si sarebbe perduta l'arte di lavorarlo; nè per mia opinione importa lo intelletto, o poco, dacchè anco gli enti che da noi si appellano irragionevoli si lascino pigliare dai suoni geniali: le stesse balene si sentono commovere dalle blandizie della musica, onde sollevano il capo fuori delle acque per intendere meglio; di che prevalendosi i pescatori le sfolgorano co' moschetti tra un occhio e l'altro e le ammazzano, ora io giudico i suoni partoriscano nelle bestie l'effetto della lode sopra gli uomini. Si conosceva espresso, che Sisto anco fisicamente si deliziava alla piaggeria di Paolo; vado convinto, che se fosse stato buio si sarebbe vista la pelle pontificia corruscare di getti fosforici come da quella dei gatti stropicciati sul groppone. — Però Sisto non era terreno da piantarci vigna, e delibati appena alquanti sorsi di laude, all'improvviso interrogò:
— Orsù adesso sentiamo con quali argomenti voi vi augurate fare opera buona contro i banditi.
— Santità, io innanzi tratto supplico di non arrecarsi delle mie parole, e quando sonassero temerarie piaccia condonarle alla ignoranza.
— Dite franco, che ove non entra malizia, quivi non può essere offesa.
— Dunque se è lecito paragonare le cose grandissime con le piccole, anzi le sacre con le profane, io credo che quando possediamo fede salda, e proposito deliberato, la capacità venga col maestrato o con lo ufficio; però come sopra lo eletto papa scende lo Spirito Santo e lo spira a cose sempre divine, così sul preposto alla milizia scende dall'alto una forza, che gli schiara lo intelletto, e gl'ingagliardisce le mani.
— Tutto questo io lodo come ottimamente pensato, ma se da questi in fuori non avete altri moccoli, voi ne andrete a letto al buio, e da me non isperate nè uno scudo, nè un uomo.
— Vostra Santità mi darà uomini, e mi darà scudi.
— Io? Alla prova.
— Alla prova: ecco sono tornati a nabissare il patrimonio di San Pietro in un groppo Sacripante, Battistella, il Piccolomini, il Conte di Ascoli, il prete Guercino...[4]
— Al corpo di Dio! urlò Sisto V trasformandosi in belva inferocita, pur troppo; finchè piaggiando la Spagna nimicava la Francia, tutti mi porgevano la mano a snidare questa infamia di banditi, onta dei governi, e gravezza dei popoli; adesso che, considerando io come se la Francia non viene in Italia a bilanciare la Spagna, di qui a tre anni anco lo Spirito Santo è forza che diventi a marcio dispetto spagnuolo, m'industrio tenermi bene edificato Enrico di Borbone, il quale, sebbene francese, e per giunta nato in Guascogna, mi pare marmo da scolpirci un re, ecco tutti mi danno addosso, i vecchi banditi mi aizzano contro, altri ne aggiungono, gli forniscono di armi e di danari: da ogni castello piovono vittovaglie nelle caverne, anzi le nobili donne con le gentilesche mani non aborrono apprestar loro manicaretti, e pasticci[5]. Che se questo fastidiomi capitasse per la parte del Re cattolico, e dei suoi vicerè, che Dio tutti sprofondi giù nello inferno, sarebbe ostico ma non insopportabile; ora poi quelli che mi fanno più guerra sono principi italiani, sangue latino, che, dopo avere dominato tutto il mondo, adesso mutare servitù reputano signoria. Sì, viva Dio, sì gl'italiani principi non hanno core che loro basti ad altro, che ad ammazzarsi per mutare padrone: asini, ai quali, quando invece di barili si sentono carichi di corbelli, e' sembra essere diventati Cesari, che salgono il Campidoglio.
— Io chiedo umilmente perdono, ma mi sembra che i principi italiani si affrettino ad operare quello che dopo molte ambagi si troverà costretta a fare anco la Chiesa; il partito dei principi forse procurerà loro un amico, quello della Chiesa le frutterà certo due nemici. Per durare non bisognerebbe assottigliarsi il cerebro a fine di vivere fra la incudine e il martello, bensì rafforzare le mani e liberarsi da ambedue.
— Ah! pur troppo, ma come posso iotanto, se uno sciagurato, un prete ardisce chiamarsiRe della Campagna, e mandarmi a sfidare fin nel Campidoglio? Ora non sono anni un perfido ladrone chiamato Venanzio Tombesi... avete mai sentito parlare del Tombesi?
— Sì, Santità, al mio ritorno in patria qualche cosa ne ho sentito parlare.
— Costui mi riferirono essere giovane, e manieroso; aggiungevano falso il nome, e senz'altro sotto quello nascondersi qualche lontano germoglio dei Metelli, e degli Scipioni, a cui par bello da padri eroi discendere banditi; procurammo che non crescesse la vipera, e Dio aiutando, vi riuscimmo; egli ci concesse la grazia di farci toccare con queste mani quel capo scellerato mozzo dal busto, che esponemmo a terrore del popolo.
— Vostra Santità toccò proprio con le sue benedette mani il capo mozzo del bandito Tombesi?
— Certo, e con la devozione stessa con la quale tocco le reliquie dei santi Pietro e Paolo; nè vi paia grave, imperciocchè i principi non possano provvedere alla prosperitàdei popoli soggetti, senonchè in due modi: o procurando il bene, od estirpando il male; ora atteso le scarse facoltà nostre, e la molta malizia degli uomini, riesce, a noi che regniamo, più agevole torre via il male, che operare il bene.
— E se non è temeraria la domanda, chi fu l'avventurato che portò a Vostra Santità la testa del Tombasi?
— Tombesi non Tombasi; e' fu una perla di Bargello, giovane anch'egli, di buona famiglia, di buoni studi, e credo fosse stato in seminario; pieno di timore di Dio, e di noi. — Il dabbene giovane si era preso lo impegno di portarci anco quella di prete Guercino, e invece.... invece questo scomunicato ... questo maledetto da Dio ci ha mandato la sua.
— Di quale?
— Di Angelotto, del Bargello di Campagna; e senti come... — Qui il Papa strinse pel braccio Paolo, e per veemenza di passione pigliando a passeggiare su e giù nella sala se lo traeva dietro con forza che mirabile in giovane, era per vecchio prodigiosa, — e senti come... il dì di San Bonaventurasi presenta il Padre guardiano dei Minori osservanti di Viterbo al Vaticano annunziando avere a rimettere una cassetta consegnatagli da certo penitente in confessione con l'obbligo di portarla egli proprio a Roma, e consegnarla nelle mani di Sisto. Noi gli mandammo a dire la lasciasse, ma egli niente; allora lo accogliemmo al nostro cospetto e dopo il bacio dei piedi ci confidò la cassetta, la quale aperta in nostra presenza vedemmo contenere il capo di quel povero giovane di Angelotto... — Misero! ne increbbe la sua morte molto, ma troppo più ch'ei fosse morto senza sacramenti; però ci trovammo buon rimedio con le indulgenze e i suffragi. Insieme con la testa andava unita una leggenda, che diceva: =A papa Sisto V infelicemente regnante in Roma, prete Guercino re della Campagna[6]. = Ordinammo mettessero le mani addosso al padre guardiano, e sottilmente lo ricercassero con la corda, e fu trovato il poverino non essere consapevole di nulla; tornò al convento con le braccia slogate ma per compenso carico di benedizioni, sicchè futroppo maggiore il guadagno della perdita. Prete Guercino vive!... a tale è ridotto Sisto, oh! oh!...
— Santità, mi sia benigna di posare l'animo meritamente agitato, e permettermi ch'io possa dirle alcune altre parole. Dunque le preme far vendetta di prete Guercino?
— Figliuolo,chi sostiene le ingiurie senza risentimento non è uomo, e chi potendo vendicarsi non si vendica abbilo per bestia addirittura[7].
— Ancora; Vostra Santità innanzi di conferirmi officio stabile vorrebbe avere da me un po' di saggio di quanto sapessi fare...?
— Giusto così, mi avete letto dentro.
— Dunque si degni conferirmi commissione temporanea sopra i Micheletti e i Bargelli della Campagna: basta una settimana, ma poniamo due; in questo mezzo tempo Vostra Santità riceverà di sicuro una testa; od io le porterò quella di prete Guercino, o il prete Guercino le manderà la mia. —
Sisto stette lì lì per dargli un bacio, ma se ne astenne; però con voce carezzevole gli disse:
— Siamo contenti, che così si faccia; il cardinale di Montalto avrà cura di munirvi delle necessarie spedizioni. Se opererete quanto avete promesso, ben per voi! Nè potrete immaginare comodo o favore per grande che sia, che noi non siamo disposti a concedervi. Parola di Sisto è parola di Dio. Intanto, inginocchiatevi, vi compartiamo la nostra apostolica benedizione; ci dimenticammo compartirla al povero Angelotto, e forse questa mancanza fu colpa che capitasse male.
— Anzi, di sicuro, soggiunse Paolo, e camminando all'indietro a capo chino si partì dalla presenza del Papa, il quale rimasto solo col cardinale di San Marcello, che fu Giambattista Castagna, dopo lui assunto al Pontificato col nome di Urbano VII, gli disse, accennando col dito la porta donde era uscito Paolo:
— Illustrissimo, veda cotesto è uomo destinato ad andare in su; se poi sopra il Campidoglio, ovvero sopra la forca, chiariremo tra poco.
A Paolo uscito dal cospetto del Papa venne vaghezza, non avuta prima, di portarsi sul ponte di Sant'Angelo a vedere le teste mozze, che infilate su i pali stavano lì ad atterrire i banditi, i quali lontani o non sapevano, o non curavano esempii siffatti: di vero tra altre parecchie ci mirò anche la sua col cartello sotto, che per quanto poco umile egli fosse, pure gli largiva tali e tanti titoli, che egli per giustizia non avrebbe potuto accettare: non vi si fermò sotto troppo tempo, imperciocchè cotesto teschio che ciondolava tuttavia al vento alcuni carnicci era tal mostra da mareggiare anche lo stomaco di un bandito; allontanandosi pertanto pensava:
— Dacchè altri ha pagato per me, ormai io spero, che passerò per bardotto.
E dato bando alle malinconie, venuto vespro, abbigliatosi con abiti di nuova foggia e attillati, fu a casa Savelli dove lo aveva precorso la fama del successo alterando il vero, e la più parte aggiungendo falso; e siccome ogni cosa, anco falsa, tornava ad incremento della sua reputazione, così, quelli che prima glis'inchinavano, ora voltarono la schiena a mezzo cerchio perfetto, gli altri più renitenti cominciarono a disegnare della persona una elittica; le mamme gli esponevano dinanzi un assortimento di risi sorrisi co' labbri stretti, però che l'arte di fabbricare dentiere non fosse anco trovata, e i denti cascati non fanno finestre dove goda affacciarsi amore: delle ragazze non dico nulla: diluviavano occhiate da disgradarne i razzi finali della girandola di San Pietro; ma il Pelliccioni salutava sbadato, o poco ci avvertiva, chè l'anima e gli occhi stavano fissi su quel folletto di Tuda, la quale andava, veniva, girava da parere che ce ne fossero quattro, e tutto vedeva, e tutto fingeva non vedere, e di ogni cosa si pigliava spasso; gli sguardi suoi non cadenti, nè dritti, bensì obliqui come i Turchi adoperano le scimitarre, e con tale virtù da fiedere netto come gambi di pera sbarre di ferro grosse quanto un braccio; con perpetua irrequietezza ella ora aggroppava ora snodava il mirabile collo, che vinceva quello dei colombi in amore quando il sole lo veste di colori semprenuovi e sempre più belli. Per quanto Paolo s'industriasse attirarla a sè ora con ridenti, ora con supplichevoli, ed anco talvolta con minaccevoli sguardi non ne venne a capo; peggio se tentava accostarla; Tuda, quasi lo presentisse, batteva altrove l'ale, e in mille modi, sconosciuti a cui non sente amore e rabbia, lo deludeva e scherniva. All'ultimo Paolo altro non vide che uno scintillío di faville che poi diventarono teste, e da prima tutte di Tuda, aggirantesi in vortici, sempre ridenti, e sempre folleggianti, ma indi a breve diventando penoso, altre teste vi si mescolarono laide, e sinistre, tuttavia ritraenti una immagine sola; poi diradaronsi, e ne rimasero solo due, che facevano l'altalena che ora si tuffava, ora sorgeva da un lago di sangue; da un lato quello di Tuda, dall'altro quello di prete Guercino. Quello di Tuda scaturì da principio più volte vario per ornamenti diversi, ora con diadema, ora con ghirlanda, ed ora con acconciatura leggiadra di capelli, quello poi di prete Guercino sempre grondante sangue cagliato, con le chiome grommose;ma poi mutata vicenda toccò al capo di Tuda comparire terribilmente miserabile, mentre la testa del prete Guercino si affacciava ora con la sua bella chierica candida come fiore di latte, ora colla berretta a tre spicchi, e perfino con la corona in testa come re della Campagna. Paolo si appoggiò improvvido alla base di una statua di Giulio Cesare, pure aspettando che gli cessasse il bagliore; il quale fu breve, avendo contribuito a dargli fine certe parole ch'ebbero potenza di respingergli con subito riflusso il sangue dal cervello al cuore, e queste furono:
— Mirate un po' come la gente magna anco senza avvertirlo si mostri nata da una stessa famiglia.
Anzi no, ei si accostava alla immagine di Cesare per la ragione, chè l'ambra tira la paglia... —
Paolo spalancò gli occhi e le ultime parole dell'atroce ingiuria sorprese sopra le labbra di Tuda.
— Bene sta; io darò la testa del Guercino, io ne darei cento per la tua, divina fanciulla; che importa a me che tu miami? Mi basta che tu patisca il mio amore. Farfalla scellerata, fa' quello che sai, tu devi cadermi nelle mani, perchè se non bastasse ad agguantarti il mio amore, piglierebbe a perseguitarti la mia vendetta.
Di poi tolto commiato, senza porre tempo fra mezzo cavalcò forte alla villa di Nettuno, dove giunse sul far della notte, e Renzo udito il noto segno gli aperse senza avvertire la Violante, onde Paolo la colse alla sprovvista mentr'ella genuflessa davanti la immagine della Madre di Cristo leggeva il libro delle orazioni.
— Sempre in opere pie, Violante, voi volete pigliare di assalto il paradiso...
— Paolo, io pregava pel mio povero padre, per voi, e soprattutto per me misera peccatrice, che ne ho tanto, e poi tanto bisogno.....
— Era parecchio tempo che noi non c'incontravamo.
— Senz'altro qualche grave causa vi teneva lontano da me, ed io devo rispettare l'operato di mio marito e signore.
— Signora, mi perdonerete voi di comparirvi così allo improvviso davanti?
— Paolo, lasciate da banda queste cerimonie; non ci hanno luogo; voi, lo ripeto, siete mio marito e signore; gli affanni co' quali mi prova Dio, mi hanno, se non guarito, emendato la vanità che gonfiava il mio spirito; comunque venga, subitaneo o avvisato, il marito porta sempre consolazione alla sua consorte; io poi sapeva il vostro arrivo.
— Lo sapevate? Chi mai poteva avervelo detto?
— Non bocca umana certo, bensì un presentimento... una voce del cuore...
— E credete davvero che vi dica tutto il cuore?
— Non tutto, ma in ciò di cui mi avverte ei non s'inganna mai.
— E la cagione che mi ha mosso di venire a voi ve l'ha detta il cuore?
— Me l'ha detta....
— Non può essere, non può essere, interruppe Paolo spaventato.
— Giudicatelo voi, la causa che vi mosse e' fu per chiarirmi come voi non potete condurmi a Roma...
— Ma se il cuore non vi ha taciuto lamiglior parte, aggiunse precipitoso Paolo, deve avervi detto eziandio come Sua Santità chiamatomi a sè mi abbia commesso il carico onorevolissimo quanto pericoloso di ricondurre la sicurezza pubblica nei suoi Stati, e preponendomi alla milizia mi ha conceduto la facoltà di conseguire il nome invidiabile di restauratore del vivere civile.
(Certo non era a quei tempi avanzata siccome ai nostri l'arte di onestare con parole magnifiche fatti vulgari, o turpi, o scellerati; tuttavia e allora e prima si sapeva dare ad intendere eroico gesto l'utile delitto. I custodi della umanità si confidano atterrire con le minaccie della storia, ma perchè spaventassero altrui bisognerebbe che questi le temesse; chi non pregia la fama è sempre disposto a venderla per una scodella di lenticchie come Esaù la sua primogenitura: se non fosse così, in qual modo mi spieghereste questa immane, perpetua, ogni dì crescenteproduzionedi Scariotti tre, quattro volte e dodici superiore allarichiesta? Quest'asta pubblica di anime al minore e al peggiore offerente? Anco lo inferno rinvilia!)
La Violante strinse la mano a Paolo in segno di compiacenza, e:
— Tu non puoi immaginarti, Paolo, ella riprese, quanto esulti l'animo mio nel vederti aperta la via per palesare altrui i tuoi meriti; ciò mi consola per te non nato certo a logorare bellissime doti in ozii ignobili, e molto anco per me, dacchè per questo mezzo imparerà la gente come io nello eleggerti consorte, e in te ponendo ogni mio affetto non fui cieca, nè mi lasciai vincere da sfrenata passione.
— Però, Violante, prima di accettare mi correva obbligo di consultarti per due motivi; il primo, perchè capisco, che deve tardarti, ed anco a me tarda metterti in possesso del nostro palazzo, e presentarti come conviene allo splendore della tua nascita e delle tue nozze.
— Aspetterò; chè tornando vittorioso parteciperò alla tua gloria... sebbene siffatte glorie non sieno estranee alla nobilissima casa d'Ayerba.....
— Pertanto, finchè io non torni tu desideri starti qui in villa senza darti a vedere, o a conoscere da persona viva?
— Senza te, mi basto sola.
— Ciò messo in sodo: veniamo all'altro motivo. Tu sai, che la vita e la morte stanno in mano al Signore; ora nel cimento al quale mi espongo potrei restare ucciso...
— Oh! non dirlo — e qui l'affettuosa venía con la mano manca turandogli la bocca; Paolo baciò la mano, e dolcemente removendola, proseguì:
— Questa vita non appartiene a me, almeno in tutto; tu pure ci hai diritto dal dì che, in grazia del sacramento, tu mi vincolasti la tua; nè io potrei senza mancare al debito di cavaliere e di cristiano mettere a cimento la mia persona, se prima tu non me ne dia il consenso. —
La Violante riprese con la destra la destra di Paolo, la manca gli pose sopra la spalla, e il capo gli appoggiò sul petto; in cotesto atteggiamento stette alquanto: alfine disse:
— Dio mi ti renderà sano e salvo; misericordioso com'è non vorrà farmi la più trista femmina, che abbia mai vissuto nel mondo; lo pregherò tanto! Tuttavolta, nonpiaccia al Signore che per cupidità di passione umana io ti tolga la bella rinomanza; il cavaliere cristiano ha il suo primo obbligo con Dio, il secondo col suo Principe, principalmente poi se questi sia vicario di Cristo in terra, gli altri obblighi vengono dopo. Non può dirsi del tutto infelice la vedova del marito morto in servizio del suo padrone e signore...
— Ma s'io mancassi, come rimarresti? Senza aiuto... reietta....
— Consolati, amor mio; dal tuo in fuori io non conobbi, e ti sacramento che non vo' conoscere altro amore, che quello di Dio. Non parti a bastanza aiuto il suo? La tua vedova non ti sembrerà difesa, se io mi rendo a lui? Egli non respinge veruno... morta al secolo, io vivrò solo vita materiale a vegliare pel restante dei miei giorni il tuo sepolcro dentro il monastero delle cappuccine...
Non favellarono più innanzi; solo Paolo sentendosi il peso della testa della Violante sul seno pensò: — ecco un terzo capo! e questo più grave di tutti; finchè non torni, egli starà quieto, lo ha promesso, e nonè femmina da mancare: ma bisognerebbe, che ei se ne stesse fermo.... quieto.... tranquillo anco dopo. Basta, per ora contentiamoci; poi provvederemo. Curiosa! ella meriterebbe amore, e non la posso amare; l'altra, a buttarla nel Tevere col sasso al collo, non le si darebbe il suo avere, e non so perchè mi accende il sangue..., e mi è forza amarla. Come l'andrà a finire? — Se lo confidassi al cardinale! Scempio! se prima di rendergli servizio, prometterà alla larga per non attenere alle strette; se dopo, mi seppellirà sotto una montagna di ammonimenti, e bazza se non saranno rimproveri, con citazioni di canonisti, moralisti, e padri della santa madre chiesa cattolica, apostolica e per giunta romana: — riesce così agevole predicare virtù quando con la predica puoi saldare un debito! Bada, Paolo... tu corri grandissimo rischio di ammazzare questa donna che ti ama, e di farti ammazzare per l'altra che ti vuol bene come il fumo agli occhi. — Ci fosse dentro stregoneria? — Stregoneria o no, su le forche io non ci vo' capitare; il mio vicario ha pagato perme: ed egli ci fa troppo brutta figura. — Dunque renunzia, e trovata la buona via, fa' si dimentichi dagli uomini il passato; quanto a Dio, egli tiene sempre le braccia aperte. — Questo non è possibile: lasciando da parte le fattucchierie, accade all'anima, quello che al corpo quando spenzolato troppo fuori della finestra non si può più tenere... chi nacque per ardere non arriverà mai a spengere. —
E qui come preso dalla smania sorse con moto convulso, onde il pugnale che portava nelle tasche delle brache ne balzò fuori cascando sul pavimento; pronta lo raccolse la Violante porgendolo a Paolo, senonchè questi lo respinse con la mano, e turbato parlò:
— Tienlo, Violante; serbalo caro; forse potrebbe venirti a bisogno per difesa della tua vita.
— No, la mia vita ho posto nelle mani di Dio.
— Nè io voglio negare il suo aiuto validissimo, nondimanco, vedi, un buon coltello in certe occasioni difende meglio.
— Dio non abbandona mai chi confida proprio in lui. —
— Certo... certo... ma fa' a modo mio; tienti il coltello.
— Ecco lo metto qui in memoria di te.
Era in cotesti tempi, e forse è anco adesso in vicinanza di Ardea una boscaglia famosa per accessi impenetrabili, e per gesti di masnadieri; vera selva Ardenna di banditi: per essa andava un singolare viandante, però che alle vesti paresse uno di quei pellegrini, i quali pel recarsi a Roma hanno nome di Romei: alla canizie dei capelli e della barba, lo avresti creduto decrepito mentre cavalcava un cavallo poderoso, e molto gagliardamente ora in questa, ora in quell'altra parte spingevalo; e se strano sembrava l'arnese, troppo più strano era lo intento, dacchè al contrario di ogni viandante, egli invece di evitare i banditi, si arrovellava per non averli ancora trovati; però i suoi voti furono indi a poco compiuti chè ad una svolta eccogli sopra parecchi masnadieri co' soliti moschetti inarcatie le solite minacce; — la borsa o la vita. —
— Voi non avrete nè l'una, nè l'altra, rispose il pellegrino; dov'è il prete?
— Chi sei?
— Voi lo saprete, menatemi a lui.
Per molti andirivieni lo condussero al prete Guercino, il quale stavasene di pessima voglia con la sua compagnia, e la sua donna Lucrezia, perchè poco fornito di vittovaglia e di pecunia peggio; nè aveva avuto anco occasione di accontarsi con alcuno dei capi-banda tornati sul contado di Roma; più di tutto poi impensierito per trovarsi scarsissimo di cavalli, onde gli era tolto di avventurarsi in imprese di momento. Il Romeo, appena vide il prete Guercino, gli andò incontro a braccia aperte chiamandolo con gran voce; ma l'altro sospettoso non si mosse; all'opposto imbracciò il moschetto, e con brusca cera gli disse:
— Chi sei, e qual diavolo ti scaraventa quaggiù?
Il Romeo invece di rispondere prese a buttar via prima il cappello, poi la barba,la parrucca, per ultimo la schiavina; il Prete sbirciava più intenso a mano a mano che costui si svestiva, a mo' dello antiquario che, speculando sottilmente le traccie delle lettere sopra il marmo antico, coglie di un tratto il senso della iscrizione intera; così il Prete, riconosciuto di subito il pellegrino, si fece bianco come panno lavato, e senza pensarci si segnò due volte:
— Domine aiutaci! Vattene pei fatti tuoi anima, che così per dire, dirò benedetta...
— O compare, per caso avresti mandato a rimpedulare il cervello?...
— Se un po' di suffragio fosse il tuo caso, io ti prometto, appena rientrato in quattrini, di regalarti di una dozzina di messe dette da frate Ieronimo, ch'è un'anima santa, e intanto valga per quello che può valere, qualcheduna te ne celebrerò io.
— Orsù smetti le baie, io sono Tombesi...
— Ma non sei morto? Non ti hanno impiccato e squartato? La tua testa nonistà fitta sul palo in capo al ponte Sant'Angiolo?
— Io non mi sono accorto di tutto questo...
— Ma come qui? Per qual miracolo?...
E trattisi da parte con la Lucrezia, Egeria di cotesto Numa di nuovo conio, Paolo prese a raccontare le strane novelle della sua vita, avvertendo tacere le cose che non approdavano o nocive, aggiungendone false; fece capace il Guercino come Angelotto forse credè, e più verosimilmente dette ad intendere la sua morte per gratificarsi papa Sisto, e per buscare la mancia, narrò essersi salvato in Ancona, donde sur un legno greco recatosi in levante, dopo varie fortune si ridusse a Venezia, per la Dio mercè assai bene in arnese...
— Tu ci avrai veduto Curzietto? Interruppe il Guercino; e l'altro pauroso di essere colto in bugía, rispose:
— Dove?
— A Venezia...
— Io me ne viveva assai ritirato in casa di certa femmina, tu mi capisci... e che fa egli Curzietto?
— La cena ai pesci...
— Come sarebbe a dire?
— Ma che non l'hai saputo? Per più di un mese ne fu pieno il mondo, ed anco adesso la maretta dura...
— Tanto è, io non ne seppi novella...
— Curzietto si tratteneva a Venezia, e costà il povero figliuolo per tirarsi innanzi faceva onoratamente un po' di tutto, meno che del bene; un padrone di barca anconitano trovandosi per le sue faccende a Venezia pigliò usanza con lui e saputi i casi del giovane promise procacciargli salvocondotto dal Papa; e di vero l'ottenne; anzi Sisto mandò una galera a posta per levarlo; Curzietto lesse due volte il salvocondotto, e riconosciuto il suggello, tenne lo invito del Comite, e alla sua fede si commise. Venanzio, e sono proverbi vecchi, anco le civette impaniano, in pellicceria ci vanno più volpi che asini; appena usciti dalle lagune, in un attimo addosso a Curzietto assicurandolo con le catene alle mani ed ai piedi, e siccome lo sciaurato si lagnava, cotesti non esser tratti da Papi, il Comite rispose: anzi daPapi e non da altri, imperciocchè egli possa a beneplacito legare e sciogliere, mentre gli altri non possono che legare; il Papa quasimente fa da maschio e da femmina. Allora Curzietto soggiunse (e queste cose mi riferì un prodiero, che ci si trovava presente): i gentiluomini possono senza macchia operare quello che schiferebbe un bandito?
— I gentiluomini, rimbeccò il Comite reale, operano sempre ottimamente quando obbediscono gli ordini del Principe.
— Anco tradire?
— Anco tradire.
— Allora messere, vi domando perdono, perchè in verità io non lo sapeva. — E Curzietto non mosse più lagno da quel dì; al contrario mostravasi piacevole come se non fosse fatto suo, ora cantando qualche canzone di amore, ed ora narrando taluna delle sue avventure. Certa sera per ammazzare la noia essendosi il Comite seduto a canto a lui per ascoltarlo meglio, egli colto il destro lo abbracciò a mezza vita rotolandosi fino alla estrema proda, donde senza che la gente vi potessefare riparo dette il tuffo; il peso delle catene di Curzietto trasse in fondo ambedue, e comecchè le ciurme si affrettassero a gettare il palischermo nell'acqua e a calare i ganci per pescarli, non li poterono estrarre prima che entrambi fossero morti, essendosi Curzietto tenuto sempre tenacemente avviticchiato col Comite. Così periva Curzietto vero sangue latino, nè io lo piango intero, perchè vedi, Venanzio, chi muore vendicato mi sembra morto a mezzo[8].
— Possano i traditori, quando Dio li protegge, non fare mai fine più lieta di questa. Adesso torniamo a bomba: senti Guercino, io ho messo assieme una trentina di uomini forniti di tutto punto, e incavallati eccellentemente, e se ti quadra io li pongo in combutta co' tuoi e comporremo una banda sola.
— Vuoi che io te la dica, Venanzio? la tua proposta non mi dà buon bere. Amore e signoria non patono compagnia...
— Re sei, e re ti lascio; mi basta farti da luogotenente.
— Com'è così, muta specie; perchè,considera, figliuolo, avrei potuto proporre ci conducessimo come Romolo e Remo, vo' dire comandassimo un giorno per uno; ma sì, quantunque fossero fratelli e nati a un parto, tu sai come l'andò a finire; nè dopo Romolo con Tazio fecero meglio prova, così riportano le storie... e nondimanco neppure a questo modo mi va, o non potremmo legarci pei casi straordinari, nei dì delle feste, e per tutti i giorni rimanere sciolti?
— Separati non ci è dato imprendere cosa che valga, e cresce il pericolo di restare presi; le occasioni poi si presentano lì per lì, e innanzi di porgerci avviso e trovarci riuniti alla posta, le sono passate senza rimedio.
— Questo è vero, ma tu mi sembrasti sempre uomo da volere rimanerti piuttosto capo di lucertola che coda di lione.
— Certo tu parli come un libro stampato, ma stretti dalla necessità di radunarci grossi di numero, bisogna che tu ceda a me, od io a te: tu a me non vuoi cedere, nè io vo' che tu ceda; mi sei maggiore di anni e godi di reputazionegrandissima, mentre me stimano universalmente morto; se mi bandissi vivo, chi ci crederebbe, chi no; mi ci vuole tempo a rifarmi il credito, e adesso ci bisogna un uomo noto, di cui da un lato fidino e dall'altro temano.
— Ma o non possiamo tirare innanzi come abbiamo costumato fin qui?
— Non possiamo, e ti chiarisco. Tu saprai come il signore Alfonso, e Sciarra, e il conte di Ascoli sieno entrati grossi in campagna; chi ha seicento, chi cinquecento uomini, la più parte cavalli; chi ne ha meno se ne tira dietro dugento. La Spagna paga, e questi sono ducati spagnuoli — e qui Paolo mostrò la tasca che gli pendeva al fianco. — Comandamento è che ci teniamo bene edificati i contadini, e quanto loro chiediamo paghiamo; certo questo non quadra con le nostre regole, e prima di farci l'uso cascheremo qualche volta in fallo, ma col tempo e la pazienza ne verrai a capo anco tu; e si vuole eziandio lasciare che vadano pei fatti loro i mercanti e i passeggeri, stringendoci ad assalire le terre e i castelli, insommamutare forma alla guerra; invece di moverla ai privati pigliarla con lo stato, col Papa...
— Per me mi confesso uomo grosso, pure non mi entra come tu la conti; prima il nostro mestiere in certo modo era cosa di famiglia, ma di ora in poi aiuteremo quei di fuori a legare quei di dentro, e della fune ne avanzerà sempre per impiccarci quando non avranno più bisogno di noi; ora io capisco, che la è ubbia, ma mi pare che sentirmi impiccato da corda spagnuola mi abbia a dolere più che se fosse una brava fune italiana.
— Secondo i gusti; ma il nodo giace qui, che non ci avanza scelta, però che i capitani la vogliono a questa maniera, e tu comprendi, che tra il signor Alfonso, lo Sciarra, Battistella, il Conte e gli altri dal lato manco, e Sisto e il Ghisiliero dal lato destro, nè tu, nè io possiamo durare; necessità non ha legge; tiriamo innanzi e qualche santo aiuterà.
— Io non ci vedo chiaro, aggiunse il Guercino con ambedue le mani pigliandosi il capo; e Paolo:
— Lucrezia, che è donna di governo ed ha sentito tutto, dica la sua; per me sto al suo giudizio.
— Di' la tua, tu donna femmina.
— Ho a dire la mia? Guercino pare trattenga lo scrupolo, che i ducati non escano da buona fonte, io sto peritosa di qualche tranello, che ci covi sotto. Al Guercino dico: ricorda di quello imperatore, me lo hai tu stesso raccontato a veglia, cui il figliuolo rinfacciava cavare i quattrini dal balzello dei pisciatoi; ei gli mise sotto al naso un ducato domandandogli: che odore ha? — I quattrini non hanno odore, chiappali da qualunque parte ti vengano; meno che dal diavolo perchè si mutano in zolfo: a me poi dico: che questo bel figliuolo ci voglia menare alla mazza io non lo credo se prima Cristo non si fa luterano, e caso mai ci si scoprisse traditore, can mai non mi morse che non volli del suo pelo. —
Lucrezia dava il tratto alla bilancia, e la lega fu convenuta: il Guercino però senza dire il numero dei suoi propose a Paolo se ne tornasse dond'era venuto,ed ottenesse dai caporioni un trenta di cavalli, e munizioni da guerra di che pativa difetto. La verità era ch'ei si trovava al verde di tutto, e Paolo gli cascò addosso come la Provvidenza, almeno così la pensava Lucrezia, la quale aveva già detto al Guercino, che se l'andava di quel passo anco una settimana, bisognava dare spesa al cervello e sciogliere la banda; di che il Guercino accorato buttava fuori sospiri da parere un bufalo, che muglia quando è in amore.
Paolo pertanto facendo il fagnone ricercò il Guercino se intendeva mandare egli trenta fanti per i cavalli: qui ricominciarono le ambagi, perchè se ei li mandasse tutti s'indeboliva per modo da rimanere agevolmente oppresso; se all'incontro concedeva menassero i cavalli trenta uomini della banda di Paolo, egli era lo stesso che mettersi alla sua discrezione; nè al santo intendeva fidarsi se prima non avesse fatto il miracolo, tenendo per regola di governo che in terra di ladri si vuole camminare con la valigia davanti: però come quando si possiedonomezzo cervello e mezzo cuore, o la necessità ce gli dimezza, si apprese alla via mezzana, mandò dieci fanti dei suoi, e ciò anco fece per iscoprire marina; di ragioni per condursi così ne addusse un mucchio, a cui sempre più ne aggiungeva alla stregua che quelle addotte gli parevano grulle e la gaglioffaggine loro aumentava a braccia quadre. Per ultimo fu stabilito che i dieci fanti s'incavallerebbero, e recherebbero a mano dieci cavalli; in tutto venti; di quei di Paolo ne verrebbero dieci, i quali pure menerebbero dieci cavalli e su questi le munizioni che potrebbero portare; e così fu fatto.
I dieci di Paolo e gli altri del Guercino tornarono vestiti tutti di un'assisa, e portarono vesti per gli altri venti; onde subito nacque tafferuglio tra la gente del Guercino, perchè ognuno pretendeva essere primo vestito e incavallato; nè egli trovava via a metterli d'accordo, anzi aggiungeva legna al fuoco, perciocchè preso dalla stizza incominciò a bestemmiare come un turco e a mescere minaccie, ingiurie e pugni; la sarebbe finitaper la peggio, se Paolo, cacciatosi fra mezzo non gli avesse acquetati con la promessa di assettarli tutti alla medesima maniera, tale essendo la intenzione del signor duca di Montemarciano, sotto gli ordini del quale avevano a stare. Quando poi volle mettersi a cena fu trovato come non solo mancassero le munizioni da guerra, ma delle vittovaglie altresì si patisse difetto: gli altri brontolarono, Paolo si contentò osservare come la colpa era di Lucrezia che forse si peritava a palesargli la presente strettezza. Alla quale accusa Lucrezia oppose, che quanto a lei non sarebbe stata sul puntiglio, perocchè ormai fossero diventati tutti una sola famiglia; se ci cadde fallo, errò prete Guercino che mulinava sempre pensieri da cavaliere con la borsa da cappuccino. E siccome pareva che il Guercino inasprito non se ne sarebbe rimasto, Paolo troncò le parole dichiarando: che i ragionari non crescevano la cena, bensì la sete; per quella sera si facesse alla meglio, nel dì seguente avrebbero tolta la rivinta. — Si accomodarono per dormire come poterono; ilGuercino non trascurò mettere le sentinelle; nè Paolo fece sembiante di accorgersi ch'egli dopo essersi ristretto a colloquio co' suoi più fidati, questi, fingendo vigilare per tutti, esclusero i suoi dalle guardie, sotto pretesto che, stracchi dal cammino, abbisognassero di riposo.
Il Guercino si vergognava dirlo, anzi pure pensarlo, e nondimanco aveva paura: una strana inquietudine gli si era cacciata addosso, nè avrebbe saputo chiarirne la ragione; tanto è, uno sgomento nuovo gli faceva cascare il cuore e gli troncava le braccia; si stese su la paglia con la Lucrezia allato, e prese sonno; ma indi a breve si rizzò a sedere co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, con la manca brancicando la Lucrezia e con la destra tastandosi il collo; i detti suoi piuttosto grugniti, che favellati sonavano:
— Sei tu? Proprio tu, Lucrezia? Benedetto il Signore, mi pareva, che mi stesse al fianco per confortarmi il cappuccino... sarà per un'altra volta; così mi sono sentito stringere il collo, che me n'è rimasto ilrastiofin dentro la gola... dopoquesta prova quando faranno per davvero, poco più mi toccherà a penare... io credo.
— Dormi in pace, Guercino, che Lucrezia veglia. —
La mattina misero in consulta se quinci avessero a partire o se ridurvi anco la restante squadra di Paolo; al Guercino pareva mal sicuro il primo partito, nè gli piaceva il secondo, e, come suol dirsi, nicchiava.
— Senti, gli disse Paolo, io ti leggo dentro, tu non ci vai di buone gambe; chi ha fatto il carro lo può disfare, rimanti; ti dono i cavalli, le munizioni e ogni altra cosa; ti ho consigliato da amico, mi sono comportato da fratello, ora ingegnati come puoi, che così col tuo fidarti e non ti fidare ci rovineremmo ambedue e con noi questa gente dabbene, che ci seguita...
— No; mi fido... io considero... perchè capisci, giova più un moccolo davanti, che una torcia di dietro.
— Or bè: se in questa selva non hai trovato da nudrire te e la tua banda, come ci procureremo la vettovaglia per due?
— E' parla come Marco Tullio, il bel figliuolo, osservò Lucrezia.
— E poi oggi o domani bisogna pure che usciamo: anco i frati se non mandassero fuori i cercatori morirebbero di stento.
— Questo è chiaro — esclamarono parecchi banditi d'intorno.
— E il coltello se non si adopera arrugginisce; e leva leva, ogni gran monte scema, di qui il bisogno di tenere le mani perpetuamente in faccende: ora dà retta, Guercino, vien via senza gingillarti; andiamo a unirci col grosso della mia banda, che sta a cinque miglia quinci oltre a buona guardia in una masseria sotto Renzo mio luogotenente: riposáti e nudriti, verso vespro io proporrei andassimo ad assalire Mentana castello di Latino Orsini, dove se ci capiterà di giungere alla sprovvista, io fo conto di averlo a man salva...
— E poi a Roma — irridendo disse il Guercino.
— E poi a Roma — riprese in atto superbo Paolo; da cosa nasce cosa, e sappiche da un legno medesimo sono cavati i banditi e gli eroi; la differenza sta qui, che i primi sono piccini, i secondi grossi.
— Andiamo... e il diavolo dicaamenal tuocredo. —
La impresa riuscì a capello; i terrazzani del castello Mentana ebbero di catti a salvare le persone, lasciando le robe e perfino i cibi al fuoco per la cena. La Lucrezia, presa stanza al palazzo dell'Orsino, dette mano ad apparecchiare proprio un banchetto per le feste; rovistò dalle soffitte alle cantine, accese un fuoco da arrostire anco il castello; chi strozzava, chi pelava, altri spillava il vino, trovarono torce, accesero lucerne; anzi per maggior decoro appesero festoni di mortella. Ogni cosa ormai essendo posta in ordine non si aspettava più che Paolo e il Guercino, i quali andavano attorno a mettere le guardie: da un momento all'altro si teneva per sicuro sarebbero comparsi insieme, ma non accadde così, che il Guercino si mostrò primo e solo. Egli da principio camminò di conserva con Paolo attendendo giusto a mettere le sentinelle,senonchè presto si accorse avere fatto conquisto troppo grande per poterlo guardare, come con sicurezza tenere, molto più che la massima parte dei banditi si era dispersa a foraggiare, e a commettere certe altre taccherelle le quali riesce più facile vietare con parole, che impedire co' fatti; onde di un tratto quasi noiato il Guercino si rimase a mezzo e scrollando le spalle disse:
— Che monta pigliarsi tante scese di testa? quello che deve accadere accadrà; s'è vero, che senza la volontà di Dio un capello solo non possa cascare dal capo dell'uomo, è vero altresì, che non gli si può nè anco aggiungere. — Paolo, fa tu, che io me ne vado a cena. —
Paolo si strigò in quattro battute, e corse a gambe dove lo tiravano la luce viva di tante lucerne, e di tante legna accese, che pareva un falò; le canzoni una dopo l'altra si rincorrevano come baccanti scapigliate, e motti giocondi piovevano giù come lacrime di San Lorenzo nelle notti della prima metà di Agosto. Il Guercino sedè in capo alla mensa quasi aposto di onore, Paolo in fondo e Lucrezia in mezzo per tagliare le carni e distribuire le vivande. I convitati non osservarono regola nè misura, in breve la cena diventò stravizzo, correva vino la mensa; e sotto la mensa vi erano pozzanghere; chi si abbracciava, chi si mordeva, ognuno il suo vicino blandiva, scongiurava, o vituperava, secondochè la fantasia alterata glielo veniva raffigurando o per innamorata, o per cappuccino, o per carnefice. Il Guercino aveva mangiato per due e bevuto per quattro: pareva avesse voluto annegare i tristi presentimenti nel vino: di vero la stolida sua vanità pigliando in lui il sopravvento ad ogni altra cura, di un tratto si leva barellando: la manca mano puntella sopra la tavola, con la destra alza il bicchiere e grida:
— Alla prossima morte del porcaio della Marca; viva prete Guercino re della campagna... viva me!
— Viva Papa Sisto lo sterminatore dei banditi.
A questo urlo, che a squarcia gola cacciò fuori Paolo, in un bacchio baleno dueuomini agguantarono di dietro per le braccia il Guercino, e lo atterrarono; nove porte, chè tante ne aveva la sala, si aprirono con fracasso e si rovesciò dentro un nugolo di micheletti armati di archibugi. Al Guercino parve uscisse ad un punto il vino dal capo, e la baldanza dallo spirito; sporta la faccia livida, agguardando Paolo con occhi trucemente lucidi, queste parole mandò fuori dalle labbra grommose di vino:
— Solite cose; io il solito venduto, tu il solito Giuda; badati dal solito fico: — traditore! non ti puoi nè manco vantare di avere immaginato qualche cosa di nuovo...
— Ammazzatelo! — Schiamazzava Paolo. — Ammazzatelo!
— Non si può movere — è inutile.
— Ammazzatelo per Dio! — Strepitava Paolo pestando i piedi.
— E si ha ad ammazzare davvero?
— Ma sì, ma sì, ma sì. —
Allora uno sbirro trasse un gran fendente sul capo al Guercino, il quale ebbe virtù di spaccarglielo fino al mento, sicchèstramazzando col capo innanzi sopra la mensa, il cervello gli si versò dal cranio come il sale dalla saliera rovesciata.
— Bel figliuolo, l'ultima pietanza della cena è questa?
— Della cena non so, della tua vita sì se tu vorrai gustarla.
— Ho da morire anch'io?
— Che faresti nel mondo senza il tuo marito prete?
— Priva così di sagramenti?
— Te li amministrerà prete Guercino intanto che sarete in viaggio per lo inferno.
— Tu sei troppo ingrato, ma non importa; io ti fui amica, e non mi sento senza rimorso di avere condotto il povero Guercino al macello. Di me sia quello che piace alla santissima Vergine, solo ti chiedo tu mi faccia una grazia; io vorrei confidarti un segreto che forse potrà giovare anco a te...
— Non vo' saperne di segreti io, ammazzate anco lei. —
Ammazzare così una donna legata, che si mostrava quieta, nè rompeva in vituperiie in furori, parve strano anco per uno sbirro; sicchè la gente balenava; allora Paolo, come colui che aveva buone ragioni perchè la Lucrezia favellasse poco, le si accostò meno acerbamente dicendo:
— Non ti perdere di animo, la tua morte non è mica decisa, e il santo Padre potrebbe nella sua misericordia graziarti; sentiamo un po' il gran segreto che hai in corpo. Di' su...
— Accostati, che se non ti parlo sommesso, il mio sarà segreto da panico, che ogni uccello ne beccola... anco più qua... ecco il segreto...
Azzannò l'orecchio, e strettolo ferocissimamente prese a dimenare con furioso impeto il capo a mo' di mastino che tenga co' denti la bufala. Urlava Paolo:
— Maledetta strega... lascia ire... ahi! lascia... al corpo di Dio ti fendo il cuore... ahi! ahi! —
E l'altra peggio, sicchè Paolo cavato il coltello dalla tasca delle brache incominciò a tirare giù colpi da disperato: percoteva in pieno, ficcandone la lama fino al manico, non per ciò la donna lasciavapresa; la gente di Paolo vedendolo infellonito menar botte da rompere il muro si peritava aiutarlo; all'ultimo colta in mezzo al cuore Lucrezia cadde, ma stringendo fra i denti un brandello di orecchio del suo nemico. —
La presa del castello e' fu postura ordita fra Paolo e il barone Latino Orsino fautore di Sisto; la gente che sbalzò fuori al termine della cena, fino dalla mattina si era nascosta nei sotterranei del castello; nè Paolo si tenne contento alle morti del Guercino e della Lucrezia, bensì fece ammazzare senza misericordia tutti quelli i quali sospettò potessero avere odore della sua condizione antica di bandito. I meriti nuovi non avrieno presso Sisto saldato le colpe antiche, in simili casi ei solea sdebitarsi con messe e suffragi; generoso fino a spiantarsi nell'altro mondo, in questo egli era duro ad esigere. —
Quando Paolo con una benda di seta nera intorno al capo si presentò al Pontefice con la testa mozza di prete Guercino accomodata dentro a un paniero nuovo sopra ramelle di rosmarino, come si costumaportare le lepri morte perchè le si mantengano fresche, levò devotamente le mani al cielo ringraziando Dio; poi nella veemenza dello affetto disse non so che parole di coronare Paolo in Campidoglio come aveva fatto Pio V a Marcantonio Colonna dopo la battaglia di Lepanto: e poichè il Cardinale di Montalto prudentemente lo persuase a meglio ponderare la cosa, volle che portassero subito duemila scudi, e datili a Cesare disse, che li pigliasse non mica per compenso della opera egregia condotta a fine, bensì perchè gli spendesse a farsene onore co' suoi compagni: al resto si provvederebbe presto con la sua pienissima soddisfazione. —
Mandato quindi per l'orafo di corte, Sisto gli commise una corona di rame dorato; se gliela portasse prima che finisse il dì gli darebbe con le sue benedette mani, oltre la sua buona grazia, venti scudi d'oro, se no gli farebbe dare dalle mani di Gigolo due tratti di corda; e siccome l'orafo accennava volere favellare forse per dirgli in tanta angustia di tempo impossibile contentarlo, il Papa mettendosil'indice della manca lungo il naso, e con la destra accennandogli la porta, lo licenzia. —
Il giorno successivo la testa mozza del prete Guercino comparve incoronata fitta su di un palo sul ponte di Castello Sant'Angiolo.