NOTE:

NOTE:1.Bucefalo non è, come universalmente si crede, e Plinio afferma, nome proprio del cavallo di Alessandro Magno; anco prima bucefalo chiamavasi presso i Tessali una razza di cavalli distinta per capo largo a modo di bove. Il cavallo di Marco Aurelio nel Campidoglio èbucefalo, ed i Romani gli amano così; all'opposto piacciono agli Spagnuoli quelli con la testa di montone,de carnero, che tra noi chiamansi volgarmente montonati.2.Specie di opera buffa che correva per la Italia a quei tempi in istrazio degli Spagnuoli. Il duo si prolunga a sazietà; i versetti qui posti in bocca al capitano Cardone significano: Di chi sono queste mammelle? La vita e il cuore? Donna Isabella naturalmente risponde: del capitano Cardone.3.Par che asinina stella a voi predomini,E somaro, e castron si sien congiunti.La Musica.4.Non dopo la morte, bensì sei mesi avanti la morte di Sisto V i banditi tornarono a infestare Roma = i fuoriusciti corrono fino sopra le porte di Roma = Dispacci del 17 marzo, 7, 28 aprile, 2 giugno, 21 luglio 1590 dell'oratore Alberto Badoero al Senato.5.Ma quello ch'è peggio, chè di più essere stati trovati diversi muli carichi di pasticci, et altre cose da vivere, da vestire che andavano di qua ad essi fuoriusciti, il Governatore di Roma ha avuto in mano una carrozza mandata al Piccolomini con denari, archibusi e polvere da un ambasciatore residente a questa Corte per il che si conosce, che sono costoro altamente favoriti e per ciò non sarà facile scacciarli come si credeva da prima. = Dispaccio di Alberto Badoero oratore veneto del 24 novembre 1390. Egli è vero che Sisto era morto, ma il Mutinelli osserva bene, che atteso il conclave e il breve pontificato di Urbano VII si può dire che simili casi accadessero subito dopo la morte di Sisto, e però fossero conseguenza del suo pontificato, e conferma quanto il Ranke scrisse nell'op. cit. nel n. 3, l. 6.Sisto finchè visse d'accordo co' suoi vicini potè venire a capo dei banditi, ma quando questo accordo cessò, e a Venezia e in Toscana si accolsero opinioni diverse a quelli di Napoli e di Milano, quando il Papa parve esitare a qual partito appigliarsi, diventato sospetto a tutti ebbe a trovarsi di nuovo lacero dai banditi.6.Perchè i lettori abbiano un po' d'idea di quello che fossero e ardissero i banditi in cotesti tempi, considerino quanto si legge nel dispaccio dell'oratore veneziano residente a Roma, Lorenzo Priuli 16 gennaio 1584: vien detto che già pochi giorni quel famoso fuoruscito, nominato ilprete Guercino, scrivesse una polizza a Monsignor Odescalco, domandandogli 500 ducati, minacciandolo, se non li mandava, di fare gran danno alli suoi casali et al suo bestiame. Questo prelato andò dal Papa, et gli mostrò la polizza et Sua Santità ordinò che il portatore fosse retento, et posto in galera. Ilpretetornò a scrivergli un'altra polizza, per la quale dimandò che gli restituisse il suo huomo, altrimenti minacciandolo di farlo ammazzare con cento pugnalate, che non saprebbe da chi, et abbrugiarli tutti li suoi casali, et ammazzarli tutti li suoi bestiami. Ritornò il prelato dal Papa afflittissimo pregando Sua Santità a restituirgli il pregione, poichè non vedeva altro rimedio ai suoi danni. Sua Santità intenerita, et mossa dal pericolo del prelato gli restituì l'huomo, con il qual mezzo si è poi fatto tanto amico del Guercino, ch'è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua dal Pontefice, la quale era già ordinata assolvendolo Sua Santità da 44 omicidii commessi. Et mentre si faceva l'espeditione, è venuta nova, che il ribaldo ha ammazzato quattro suoi inimici in un castello. Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di manco che non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine et la indignità grande et non sa rimediarle.7.Parole proprie di Sisto.8.Questo caso occorre narrato dal P. Tempesti nella Vita di Sisto V, lib. II, p. 189.9.Lupos interficiendi,id est, corporalem vitam haereticis auferendi.10.Il Cardinale di Montalto Alessandro Peretti nipote di Sisto V.Ma tornando alla mia narrazione. Sforza era il più antico diacono. Dopo lui seguiva il cardinale Peretti col titolo di Montalto, ch'era prima il titolo usato da papa Sisto suo zio. Era di quindici anni appena quando il zio l'aveva promosso al cardinalato. Per essere di età così tenera, egli non aveva quasi alcuna partecipazione del governo, e per conseguenza nè anco dell'invidia e dell'odio, che resta per l'ordinario in quei nipoti, i quali o per lunghezza di tempo o per eccesso d'autorità sono stati nel supremo luogo del ministerio appresso i loro zii. Rimasto dunque Montalto con l'officio di vice-cancelliere vacato in tempo di Sisto per la morte del cardinale Alessandro Farnese, e con altre larghissime entrate ecclesiastiche, abitava egli nel palazzo amplissimo della vice-cancelleria, e vi si tratteneva con una delle più numerose famiglie, e più splendide che allora si vedessero in Roma. Aveva egli più del rozzo che dell'amabile nell'aspetto; grave di portamento nella persona, e quasi non meno di comunicazione eziandio ne' costumi: ritenuto assai di parole, e pieno di certa esteriore malinconia, che da molti era giudicata piuttosto una sua interiore alterigia; e quantunque nelle conversazioni domestiche egli si mostrasse poi molto cortese e trattabile, nondimeno e la sua propria ritiratezza e l'uso ch'egli aveva pigliato di convertire quasi interamente il giorno in notte e la notte in giorno, rendevano sopra modo difficile il trattar seco, e rendevano insieme lui stesso tanto alieno maggiormente dallo stare sul negozio, al quale per sua natura poco inclinava. Ma in ogni modo era gran Cardinale, grandemente stimato nella corte di Roma, e fuori di essa da tutti i Principi e dal Gran Duca di Toscana Ferdinando in particolare, che aveva deposto il cardinalato in tempo di Sisto V, e riteneva sempre un'affettuosa e costante amicizia col nipote Montalto. Facevanlo maggiormente stimare tanto più le sue parentele sì strette con tutti i Principi, e con tutti due i capi delle due case Colonna ed Orsina. Amava egli sommamente la musica, e manteneva in casa virtuosi in quella professione eccellentissimi. Era grand'elemosiniere. Fabbricava una religiosa chiesa alla religione de' Teatini. Mostravasi liberale in ogni altra più nobil forma, e veniva commendato singolarmente in una qualità che spesso in Roma si desidera, e di rado si trova, cioè che egli fosse verace, e che sempre religiosamente osservasse quello che promettesse. E certo pochi altri nipoti, che siano rimasti in elevata fortuna, avranno avuto quel non so che di grande in sè stesso, che non si può bene esprimere, come l'ebbe il cardinale Montalto, e non meno di lui anco il principe suo fratello. E soleva dire la duchessa di Sessa, donna di raro ingegno, e lungamente versata in Roma, che l'uno e l'altro di loro pareva nato grande, e non divenuto. —Estrattodalle Memorie del Cardinale Bentivoglio, lib. I, p. 90.11.Voce dell'uso, che suona appunto incastrare una cosa dentro l'altra.12.Caso funesto della Violante Garlonia duchessa di Paliano.In questi ultimi tempi, e non prima dello sdegno di Paolo IV, scoprì Marcello Capece l'ardentissimo amore che portava a Violante Garlonia, moglie del duca di Paliano. O questa passione cominciasse pur allora, o fosse passione antica, e non palesata se non quando la solitudine della Duchessa e la lontananza del marito diede, con la comodità di scoprirsi, maggior speranza di espugnare la sua costanza, certo è che ella, vinta finalmente dalla propria e dall'altrui fragilità, invitata dall'occasione, persuasa dai prieghi dell'amante, e irritata dai torti fattile dal Duca, che fino nel proprio letto non si era astenuto di condurre più volte le concubine, cadde in quell'errore, nel quale molte altre, e di maggior grido e di maggior titolo che ella non era, sono cadute, e forse cadono giornalmente. Ma le favorite dalla fortuna, involte nella varietà de' suoi accidenti, passano sconosciute, e l'altre miseramente abbandonate e tradite, restano esposte all'infamia e al castigo. Poco goderono questi amanti de' loro amori; perciocchè scoperti da Diana Brancaccia, dama favorita della Duchessa, furono colti insieme, e colti in atti molto prossimi al più vietato. Marcello, subito preso, si condusse nelle carceri di Soriano, dove allora era il Duca; e la Duchessa lasciata sotto strettissima custodia. Ebbe speranza e pensiero il Duca, o per coprire l'ignominia, per non essere astretto a por mano ad estremi rigori, far apparire esteriormente, che Marcello fosse stato ritenuto per altro; e preso pretesto d'alcuni rospi, che qualche mese prima fu osservato ch'egli comprava a gran prezzo, l'accusò ch'egli aveva tentato d'avvelenarlo. Ma troppo era il vero delitto pubblico; e se cosa alcuna mancava per confermarlo e divulgarlo maggiormente, fu la prigionia di lui, e la ritenzione della Duchessa, anco avanti la quale n'era il cardinale Caraffa stato avvertito dal cardinale Bellai, e si dolse col Duca che glie l'avesse celato sì lungo tempo. Risoluto dunque di lavar questa macchia (come pare a' grandi di poter fare) col sangue dell'adultero, chiamato il conte d'Alife fratello della Duchessa, e un Giovanni Auso Toraldo, essi tre esaminarono sopra il particolare dell'adultero Marcello, e gli costituirono a fronte la Brancaccia, e altre dame della madre del Duca. Negò nel principio costantemente; ma legato alla fune, confessò il delitto, e di esso puntualmente narrò tutte le circostanze, le quali non è necessario riferir qui. Udita il Duca la confessione di Marcello, disse: Scrivi tutto questo di tua propria mano. Ma, per lo timore della vicina morte, per esser la mano più allora offesa dalla fune, alla quale era stata legata, non potè scrivere, se non queste poche parole: Sì, ch'io sono traditore del mio Signore: sì, ch'io gli ho tolto l'onore. La qual scrittura il Duca avuta nelle mani, e lettala, si accostò a lui; e con tre colpi di pugnale il tolse di vita, e il cadavere fece gettare in una cloaca alla prigione contigua. Rappresentato il successo dal cardinale di Napoli al Papa, non disse altro, se non: e della Duchessa che si è fatto? Il che interpretarono alcuni, che avesse detto, quasi per soggiungere: Perchè non si toglie di vita essa ancora? Ma in questo il Duca andò differendo, perchè la Duchessa era gravida, con tutto che la madre e le sue donne l'assicurassero, che non poteva esser gravida di lui; computato il tempo che si era separato da lei, e gl'indicii del principio e del progresso della gravidanza. Ma morto il Papa, non sapendo il Duca che pensieri potesse avere il successore, accelerò la resoluzione, e l'esegui prima che i cardinali entrassero in conclave: tanto più che Silvio Giozzi, famigliare del Cardinale, gli scrisse ch'egli stava seco molto turbato per questa dilazione: e che se non si risolveva di levarsi prestamente quest'infamia d'attorno, protestava non voler più ingerirsi ne' suoi interessi, nè aiutarlo in conclave, nè col nuovo Papa. Aggiunse nuovo stimolo, l'essersi scoperto che la Duchessa, non ostante le continue guardie che le stavano attorno, fece sapere a Marc'Antonio Colonna, che se trovava modo di liberarla, ella gli avrebbe dato il marito nelle mani, o vivo o morto.Risoluto dunque di non interporvi più indugio, mandò due giorni prima, cioè a' 28 d'agosto, il capitano Vico de' Nobili a Gallese, per assistere al fatto, acciò non seguisse novità alcuna: e ai 30 sopraggiunse don Leonardo di Cardine, parente del Duca, e don Ferrante Garlonio conte d'Aliffe, fratello della Duchessa, perchè l'uccidessero, come fecero il medesimo giorno. Annunciata alla Duchessa la mattina la morte, volle confessarsi e udir messa: poi accostandosele questi due, e conoscendo esser giunta l'ora, domandò: Evvi ordine del Duca perch'io mora? Gli rispose don Leonardo: Sì, signora. E la Duchessa soggiunse: Mostratemelo. Ed essendole mostrato, don Leonardo, senza dar luogo ad altre repliche, le strinse le mani, tra le quali teneva un Crocifisso, e il fratello la strangolò.Storia della Guerra di Paolo IVdiPietro Nores, p. 27.13.Bardamentaresignifica mettere la barda, armatura di cuoio cotto, o di lamine di ferro o di rame con la quale coprivansi le groppe, il collo e il petto degli uomini di armi: però ai dì nostri non denota più cosa che costumi. Insellare, e imbrigliare dichiarano atti distinti, e manca un vocabolo che li comprenda collettivamente. Io mi valgo della parolaarnesare, ma non la cavo dall'harnacherfrancese derivato a sua posta dallohaernesstedesco, bensì dal vivo parlare del popolo; e dalloarnese, che il Grassi con gli esempi delDavilae delCinuzzidimostra essere termine collettivo per significare tutto ciò che serve ad imbrigliare, insellare, bardamentare e guernire un cavallo così da tiro come da sella. Il medesimo Autore alla parolaarnesato, con l'autorità diPace di Certaldo, c'insegna com'ella denotiguarnito di arnese: quindi mi parve spediente accogliere il verboarnesare. A mettere questa nota mi muove il pensiero, che non potendo io giovare alla mia Patria in nulla, almeno per me non si faccia strazio del suo bello idioma come senza verecondia costumano adesso alti e bassi furfanti, massime Giornalisti:degni, che Circe li tenga in pastura.14.Trabanti, atrabea: soldati dalle larghe brache, un di guardia degl'imperatori di Allemagna soltanto, poi introdotti nelle altre Corti, in ispecie nella pontificia.

1.Bucefalo non è, come universalmente si crede, e Plinio afferma, nome proprio del cavallo di Alessandro Magno; anco prima bucefalo chiamavasi presso i Tessali una razza di cavalli distinta per capo largo a modo di bove. Il cavallo di Marco Aurelio nel Campidoglio èbucefalo, ed i Romani gli amano così; all'opposto piacciono agli Spagnuoli quelli con la testa di montone,de carnero, che tra noi chiamansi volgarmente montonati.

2.Specie di opera buffa che correva per la Italia a quei tempi in istrazio degli Spagnuoli. Il duo si prolunga a sazietà; i versetti qui posti in bocca al capitano Cardone significano: Di chi sono queste mammelle? La vita e il cuore? Donna Isabella naturalmente risponde: del capitano Cardone.

3.

Par che asinina stella a voi predomini,E somaro, e castron si sien congiunti.La Musica.

Par che asinina stella a voi predomini,

E somaro, e castron si sien congiunti.

La Musica.

4.Non dopo la morte, bensì sei mesi avanti la morte di Sisto V i banditi tornarono a infestare Roma = i fuoriusciti corrono fino sopra le porte di Roma = Dispacci del 17 marzo, 7, 28 aprile, 2 giugno, 21 luglio 1590 dell'oratore Alberto Badoero al Senato.

5.Ma quello ch'è peggio, chè di più essere stati trovati diversi muli carichi di pasticci, et altre cose da vivere, da vestire che andavano di qua ad essi fuoriusciti, il Governatore di Roma ha avuto in mano una carrozza mandata al Piccolomini con denari, archibusi e polvere da un ambasciatore residente a questa Corte per il che si conosce, che sono costoro altamente favoriti e per ciò non sarà facile scacciarli come si credeva da prima. = Dispaccio di Alberto Badoero oratore veneto del 24 novembre 1390. Egli è vero che Sisto era morto, ma il Mutinelli osserva bene, che atteso il conclave e il breve pontificato di Urbano VII si può dire che simili casi accadessero subito dopo la morte di Sisto, e però fossero conseguenza del suo pontificato, e conferma quanto il Ranke scrisse nell'op. cit. nel n. 3, l. 6.

Sisto finchè visse d'accordo co' suoi vicini potè venire a capo dei banditi, ma quando questo accordo cessò, e a Venezia e in Toscana si accolsero opinioni diverse a quelli di Napoli e di Milano, quando il Papa parve esitare a qual partito appigliarsi, diventato sospetto a tutti ebbe a trovarsi di nuovo lacero dai banditi.

6.Perchè i lettori abbiano un po' d'idea di quello che fossero e ardissero i banditi in cotesti tempi, considerino quanto si legge nel dispaccio dell'oratore veneziano residente a Roma, Lorenzo Priuli 16 gennaio 1584: vien detto che già pochi giorni quel famoso fuoruscito, nominato ilprete Guercino, scrivesse una polizza a Monsignor Odescalco, domandandogli 500 ducati, minacciandolo, se non li mandava, di fare gran danno alli suoi casali et al suo bestiame. Questo prelato andò dal Papa, et gli mostrò la polizza et Sua Santità ordinò che il portatore fosse retento, et posto in galera. Ilpretetornò a scrivergli un'altra polizza, per la quale dimandò che gli restituisse il suo huomo, altrimenti minacciandolo di farlo ammazzare con cento pugnalate, che non saprebbe da chi, et abbrugiarli tutti li suoi casali, et ammazzarli tutti li suoi bestiami. Ritornò il prelato dal Papa afflittissimo pregando Sua Santità a restituirgli il pregione, poichè non vedeva altro rimedio ai suoi danni. Sua Santità intenerita, et mossa dal pericolo del prelato gli restituì l'huomo, con il qual mezzo si è poi fatto tanto amico del Guercino, ch'è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua dal Pontefice, la quale era già ordinata assolvendolo Sua Santità da 44 omicidii commessi. Et mentre si faceva l'espeditione, è venuta nova, che il ribaldo ha ammazzato quattro suoi inimici in un castello. Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di manco che non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine et la indignità grande et non sa rimediarle.

7.Parole proprie di Sisto.

8.Questo caso occorre narrato dal P. Tempesti nella Vita di Sisto V, lib. II, p. 189.

9.Lupos interficiendi,id est, corporalem vitam haereticis auferendi.

10.Il Cardinale di Montalto Alessandro Peretti nipote di Sisto V.

Ma tornando alla mia narrazione. Sforza era il più antico diacono. Dopo lui seguiva il cardinale Peretti col titolo di Montalto, ch'era prima il titolo usato da papa Sisto suo zio. Era di quindici anni appena quando il zio l'aveva promosso al cardinalato. Per essere di età così tenera, egli non aveva quasi alcuna partecipazione del governo, e per conseguenza nè anco dell'invidia e dell'odio, che resta per l'ordinario in quei nipoti, i quali o per lunghezza di tempo o per eccesso d'autorità sono stati nel supremo luogo del ministerio appresso i loro zii. Rimasto dunque Montalto con l'officio di vice-cancelliere vacato in tempo di Sisto per la morte del cardinale Alessandro Farnese, e con altre larghissime entrate ecclesiastiche, abitava egli nel palazzo amplissimo della vice-cancelleria, e vi si tratteneva con una delle più numerose famiglie, e più splendide che allora si vedessero in Roma. Aveva egli più del rozzo che dell'amabile nell'aspetto; grave di portamento nella persona, e quasi non meno di comunicazione eziandio ne' costumi: ritenuto assai di parole, e pieno di certa esteriore malinconia, che da molti era giudicata piuttosto una sua interiore alterigia; e quantunque nelle conversazioni domestiche egli si mostrasse poi molto cortese e trattabile, nondimeno e la sua propria ritiratezza e l'uso ch'egli aveva pigliato di convertire quasi interamente il giorno in notte e la notte in giorno, rendevano sopra modo difficile il trattar seco, e rendevano insieme lui stesso tanto alieno maggiormente dallo stare sul negozio, al quale per sua natura poco inclinava. Ma in ogni modo era gran Cardinale, grandemente stimato nella corte di Roma, e fuori di essa da tutti i Principi e dal Gran Duca di Toscana Ferdinando in particolare, che aveva deposto il cardinalato in tempo di Sisto V, e riteneva sempre un'affettuosa e costante amicizia col nipote Montalto. Facevanlo maggiormente stimare tanto più le sue parentele sì strette con tutti i Principi, e con tutti due i capi delle due case Colonna ed Orsina. Amava egli sommamente la musica, e manteneva in casa virtuosi in quella professione eccellentissimi. Era grand'elemosiniere. Fabbricava una religiosa chiesa alla religione de' Teatini. Mostravasi liberale in ogni altra più nobil forma, e veniva commendato singolarmente in una qualità che spesso in Roma si desidera, e di rado si trova, cioè che egli fosse verace, e che sempre religiosamente osservasse quello che promettesse. E certo pochi altri nipoti, che siano rimasti in elevata fortuna, avranno avuto quel non so che di grande in sè stesso, che non si può bene esprimere, come l'ebbe il cardinale Montalto, e non meno di lui anco il principe suo fratello. E soleva dire la duchessa di Sessa, donna di raro ingegno, e lungamente versata in Roma, che l'uno e l'altro di loro pareva nato grande, e non divenuto. —Estrattodalle Memorie del Cardinale Bentivoglio, lib. I, p. 90.

11.Voce dell'uso, che suona appunto incastrare una cosa dentro l'altra.

12.Caso funesto della Violante Garlonia duchessa di Paliano.

In questi ultimi tempi, e non prima dello sdegno di Paolo IV, scoprì Marcello Capece l'ardentissimo amore che portava a Violante Garlonia, moglie del duca di Paliano. O questa passione cominciasse pur allora, o fosse passione antica, e non palesata se non quando la solitudine della Duchessa e la lontananza del marito diede, con la comodità di scoprirsi, maggior speranza di espugnare la sua costanza, certo è che ella, vinta finalmente dalla propria e dall'altrui fragilità, invitata dall'occasione, persuasa dai prieghi dell'amante, e irritata dai torti fattile dal Duca, che fino nel proprio letto non si era astenuto di condurre più volte le concubine, cadde in quell'errore, nel quale molte altre, e di maggior grido e di maggior titolo che ella non era, sono cadute, e forse cadono giornalmente. Ma le favorite dalla fortuna, involte nella varietà de' suoi accidenti, passano sconosciute, e l'altre miseramente abbandonate e tradite, restano esposte all'infamia e al castigo. Poco goderono questi amanti de' loro amori; perciocchè scoperti da Diana Brancaccia, dama favorita della Duchessa, furono colti insieme, e colti in atti molto prossimi al più vietato. Marcello, subito preso, si condusse nelle carceri di Soriano, dove allora era il Duca; e la Duchessa lasciata sotto strettissima custodia. Ebbe speranza e pensiero il Duca, o per coprire l'ignominia, per non essere astretto a por mano ad estremi rigori, far apparire esteriormente, che Marcello fosse stato ritenuto per altro; e preso pretesto d'alcuni rospi, che qualche mese prima fu osservato ch'egli comprava a gran prezzo, l'accusò ch'egli aveva tentato d'avvelenarlo. Ma troppo era il vero delitto pubblico; e se cosa alcuna mancava per confermarlo e divulgarlo maggiormente, fu la prigionia di lui, e la ritenzione della Duchessa, anco avanti la quale n'era il cardinale Caraffa stato avvertito dal cardinale Bellai, e si dolse col Duca che glie l'avesse celato sì lungo tempo. Risoluto dunque di lavar questa macchia (come pare a' grandi di poter fare) col sangue dell'adultero, chiamato il conte d'Alife fratello della Duchessa, e un Giovanni Auso Toraldo, essi tre esaminarono sopra il particolare dell'adultero Marcello, e gli costituirono a fronte la Brancaccia, e altre dame della madre del Duca. Negò nel principio costantemente; ma legato alla fune, confessò il delitto, e di esso puntualmente narrò tutte le circostanze, le quali non è necessario riferir qui. Udita il Duca la confessione di Marcello, disse: Scrivi tutto questo di tua propria mano. Ma, per lo timore della vicina morte, per esser la mano più allora offesa dalla fune, alla quale era stata legata, non potè scrivere, se non queste poche parole: Sì, ch'io sono traditore del mio Signore: sì, ch'io gli ho tolto l'onore. La qual scrittura il Duca avuta nelle mani, e lettala, si accostò a lui; e con tre colpi di pugnale il tolse di vita, e il cadavere fece gettare in una cloaca alla prigione contigua. Rappresentato il successo dal cardinale di Napoli al Papa, non disse altro, se non: e della Duchessa che si è fatto? Il che interpretarono alcuni, che avesse detto, quasi per soggiungere: Perchè non si toglie di vita essa ancora? Ma in questo il Duca andò differendo, perchè la Duchessa era gravida, con tutto che la madre e le sue donne l'assicurassero, che non poteva esser gravida di lui; computato il tempo che si era separato da lei, e gl'indicii del principio e del progresso della gravidanza. Ma morto il Papa, non sapendo il Duca che pensieri potesse avere il successore, accelerò la resoluzione, e l'esegui prima che i cardinali entrassero in conclave: tanto più che Silvio Giozzi, famigliare del Cardinale, gli scrisse ch'egli stava seco molto turbato per questa dilazione: e che se non si risolveva di levarsi prestamente quest'infamia d'attorno, protestava non voler più ingerirsi ne' suoi interessi, nè aiutarlo in conclave, nè col nuovo Papa. Aggiunse nuovo stimolo, l'essersi scoperto che la Duchessa, non ostante le continue guardie che le stavano attorno, fece sapere a Marc'Antonio Colonna, che se trovava modo di liberarla, ella gli avrebbe dato il marito nelle mani, o vivo o morto.

Risoluto dunque di non interporvi più indugio, mandò due giorni prima, cioè a' 28 d'agosto, il capitano Vico de' Nobili a Gallese, per assistere al fatto, acciò non seguisse novità alcuna: e ai 30 sopraggiunse don Leonardo di Cardine, parente del Duca, e don Ferrante Garlonio conte d'Aliffe, fratello della Duchessa, perchè l'uccidessero, come fecero il medesimo giorno. Annunciata alla Duchessa la mattina la morte, volle confessarsi e udir messa: poi accostandosele questi due, e conoscendo esser giunta l'ora, domandò: Evvi ordine del Duca perch'io mora? Gli rispose don Leonardo: Sì, signora. E la Duchessa soggiunse: Mostratemelo. Ed essendole mostrato, don Leonardo, senza dar luogo ad altre repliche, le strinse le mani, tra le quali teneva un Crocifisso, e il fratello la strangolò.Storia della Guerra di Paolo IVdiPietro Nores, p. 27.

13.Bardamentaresignifica mettere la barda, armatura di cuoio cotto, o di lamine di ferro o di rame con la quale coprivansi le groppe, il collo e il petto degli uomini di armi: però ai dì nostri non denota più cosa che costumi. Insellare, e imbrigliare dichiarano atti distinti, e manca un vocabolo che li comprenda collettivamente. Io mi valgo della parolaarnesare, ma non la cavo dall'harnacherfrancese derivato a sua posta dallohaernesstedesco, bensì dal vivo parlare del popolo; e dalloarnese, che il Grassi con gli esempi delDavilae delCinuzzidimostra essere termine collettivo per significare tutto ciò che serve ad imbrigliare, insellare, bardamentare e guernire un cavallo così da tiro come da sella. Il medesimo Autore alla parolaarnesato, con l'autorità diPace di Certaldo, c'insegna com'ella denotiguarnito di arnese: quindi mi parve spediente accogliere il verboarnesare. A mettere questa nota mi muove il pensiero, che non potendo io giovare alla mia Patria in nulla, almeno per me non si faccia strazio del suo bello idioma come senza verecondia costumano adesso alti e bassi furfanti, massime Giornalisti:

degni, che Circe li tenga in pastura.

degni, che Circe li tenga in pastura.

14.Trabanti, atrabea: soldati dalle larghe brache, un di guardia degl'imperatori di Allemagna soltanto, poi introdotti nelle altre Corti, in ispecie nella pontificia.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (d'Alife/d'Aliffe, bugia/bugía e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (d'Alife/d'Aliffe, bugia/bugía e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.


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