PREFAZIONE
C'est là une erreur de beaucoup d'écrivains italiens. Ils croient émouvoir et frapper par un fait exceptionnel, par la nouveauté illogique d'une combinaison dramatique, sortant de la vie normale.Ils ne comprennent pas que toute la force au théâtre consiste à donner l'illusion du vrai; et que le comédiographe de génie, par une fine observation psycologique, par l'étude profonde des caractères, sait faire un chef-d'oeuvre avec le fait de chronique le plus simple et le plus banal.Les deux frères Antona-Traversi ont compris cette grande vérité dans leurs dernières pièces.L'aîné, M. Camillo Antona-Traversi, dansParassiti, nous a donné un type, un caractère pris sur le vif.Renonçant dans cette pièce aux scènes émouvantes deDanza Macabra, desFanciulli, deStabat Mater, il nous a produit une comédie du genre classique qui restera aurépertoire.G. P. Zuliani.(Dall'Italiedi Roma, 7 settembre 1900).... IParassitisono veramente il suo capolavoro, e uno dei capolavori della nostra letteratura drammatica.Ottorino Modugno.(DallaRagionedi Roma, 25 aprile del 1910).
C'est là une erreur de beaucoup d'écrivains italiens. Ils croient émouvoir et frapper par un fait exceptionnel, par la nouveauté illogique d'une combinaison dramatique, sortant de la vie normale.
Ils ne comprennent pas que toute la force au théâtre consiste à donner l'illusion du vrai; et que le comédiographe de génie, par une fine observation psycologique, par l'étude profonde des caractères, sait faire un chef-d'oeuvre avec le fait de chronique le plus simple et le plus banal.
Les deux frères Antona-Traversi ont compris cette grande vérité dans leurs dernières pièces.
L'aîné, M. Camillo Antona-Traversi, dansParassiti, nous a donné un type, un caractère pris sur le vif.
Renonçant dans cette pièce aux scènes émouvantes deDanza Macabra, desFanciulli, deStabat Mater, il nous a produit une comédie du genre classique qui restera aurépertoire.
G. P. Zuliani.
(Dall'Italiedi Roma, 7 settembre 1900).
... IParassitisono veramente il suo capolavoro, e uno dei capolavori della nostra letteratura drammatica.
Ottorino Modugno.
(DallaRagionedi Roma, 25 aprile del 1910).
Questi mieiParassiti— lungamente pensati e amorosamente scritti durante un mio non breve soggiorno a Bruxelles [anno di grazia 1898] — videro, più per intercessione di amici buoni e gentili, che non per volontàdi attori, la luce della ribalta, alTeatro Costanzidi Roma,la sera del 24 luglio 1899.
I telegrammi, che mi davano l'annunzio di un «successo pieno e intiero»[1], mi commossero profondamente e trasfusero in me un ardore nuovo.
In quell'ora sì dolce, mi son sentito molto migliore di quello che i casi di mia vita mi vollero e mi fecero.
***
Pochi giorni dopo, mi giunsero tutti i giornali di Roma. Non senza viva commozione lessi con quanta simpatia e con quanto fraterno affetto alcuni buoni e cari amici, che non mi avevano certo dimenticato, vollero preparare e annunziare l'andata in iscena della mia commedia.
Fra essi, Lucio d'Ambra e Stanislao Manca.
Il primo — vera anima d'artista, e amico di fede sicura — nel «Signor Pubblico», che dirigeva in allora Gallieno Sinimberghi, mi dedicava questo affettuoso «pastello alla penna»:
«IL BUON CAMILLO»
«Io mi ricordo un pranzo allo scoglio di Frisio, innanzi al mare argenteo sotto la luna. Ero a Napoli per una mia piccola commedia alSannazaro; e la sera, all'impallidir dei fuochi del tramonto, ci riunivamo a pranzo sul mare, in cinque o sei innamorati della letteratura. Una sera il discorso cadde su Camillo Antona-Traversi come letterato: chi lo levava alto verso le stelle, e chi lo rigettava giù giù violentemente, in fondo all'oscuro Taigeto. Ma per l'uomo fu un inno concorde alla sua bontà, alla sua grazia, alla sua soavità. Ognuno svelava qualche nuovo bel profilo di bontà del tempestoso scrittore, ognuno aveva il suo aneddoto pronto, ognuno trovava la parola affettuosa per quella tenera anima di uomo. Egli si è conservato così dolce, così delicato, a traverso una giovinezza più pesta dell'uva delle vendemmie e una virilità dolorosissima, irrequieta. Camillo è stato veramente un grande infelice; e pure, a ogni nuovo colpo dell'avversaria fortuna, egli scuoteva le spalle con una rassegnazione sincera, e vi faceva luccicare al sole i fili d'argento della sua barba continuamente torturata dalle sue fini mani nervose. E sorrideva, e s'incurvava ancora più nelle spalle, accendeva la quarantesima sigaretta della giornata, e ajutava gli altri, attendendo pacatamente per sè l'urto di un altro dolore.
Ajutava gli altri!
Io so innumerevoli fatti che lo dimostrano, innumerevoli prove della squisitezza di sentimento di Camillo Antona-Traversi. Egli ha fatto da anni una vita randagia: oggi, lo trovate a Venezia a guardare i colombi a San Marco, o seduto a un tavolino delcaffè Floriana discutere d'arte e di dedizione al bene degli altri con quell'altro infelicissimo e soavissimo che fu il poveroGiacinto Gallina: poche ore dopo, lo sapevate a Genova, con quartier generale in qualche caffè dell'Acquasola; e di lì a poco eccolo a Torino, a passeggiare al Valentino, o ad arringare alcaffè Parigi: eccolo a Roma, rincantucciato alValledalla mattina alla sera, ed eccolo per le vie a guardar le stelle e per le piazze a contemplar la luna, dalla sera alla mattina, con qualche amico, vittima ignorata di quella sua letteratura peripatetica: eccolo, poi, a Firenze, daDoney, su un palcoscenico, o a percorrere lentamente qualche chilometro su ilungarni: eccolo a Napoli, al Gambrinus, in mezzo a una tumultuosa turba di comici, o alloScoglio di Frisioa pranzare poeticamente e a guardar da lungi sospirosamente la sua bella villa chiusa, dove «lavorerebbe tanto bene», dove «dormirebbe così quetamente», cullato dal canto rôco del golfo divino: eccolo a Pisa a trascinarsi col suo passo stanco lungo quella spiaggia del gombo così sterile e sabbiosa fra i pini, o lungo l'Arno giallastro, lento lento, come fosse stanco del suo ininterrotto fluire, a ideare di scrivere dieci commedie con dieci probabili futuri scrittori pisani: eccolo infine a Bologna, aSan Petronio, a goder il fresco nel bel dômo solenne, o al caffè delPavaglionea dir bene di tanta gente di cui avrebbe dovuto dir male, a scrivere mille cartoline ai suoi mille amici europei, e a correggere qualche scena di un suo dramma nuovo. E ieri vi era arrivata una sua lettera da Parigi? Ebbene, dopo una settimana ne ricevevate un'altra da Vienna: dopo quindici giorni, una cartolina da Lugano; dopo un mese, un telegramma — inutilissimo, com'è naturale! — da Trieste.
E in questo nomadismo che faceva? S'incaricava degli altri, si addolorava per i loro dolori, si rallegravaper le loro gioje, si faceva in pezzi per ajutarli nei loro bisogni: se aveva una lira, la divideva a dar colazione a un altro che forse e spesso non se la meritava. Io non ho mai inteso Camillo pensare al male. Un fanciullo di quindici anni uscito ieri dal collegio potrebbe dar la misura dell'ingenuità dell'uomo che divenne l'autore acclamato delleRozeno. Così, facendo del bene, ebbe in cambio del male. Egli fu la più carnosa preda degli strozzini, ed egli ne ha riso e li ha messi in una commedia che chi sa quando ascolteremo.
Egli, per sè, sarebbe stato capace di qualunque privazione; e quante volte invece ha bussato alla porta di uno di quelli strozzini e ha preso danari per darli a chi l'aveva commosso con il pietoso racconto di una infelicità quasi sempre imaginaria, cantata in rima e in prosa perexploiterla sua buona fede fanciullesca! Nessuno di quei fogli da cento è mai tornato nel suo portafoglio. E mai nessuno, nel suo bisogno, ha fatto per lui la decima parte di ciò che egli faceva per gli altri!
Professore di lingua italiana, studioso di Leopardi e storico di Paolina, critico, autore di quindici drammi e commedie di vario valore, traduttore valoroso di commedie francesi, gran produttore d'articoli a vapore, ecco lo stato di servizio di Camillo Antona-Traversi Anch'egli, del resto, come suo fratello Giannino, è occupatissimo. Solamente le sue lettere ascendono a cinquecento e le sue cartoline a mille. Le sue r sono anche innumerevoli. La velocità del suo discorso passa, forse, i 45 Km. all'ora.
È veramente difficile tenergli dietro. V'occorre uno sforzo intenso. Lo si fa volentieri, perchè anch'egli è un affascinantecauseur, un delizioso narratore d'aneddoti.
Ora, egli è nell'esilio e non potrà assistere lunedì sera alla rappresentazione dei suoiParassitialCostanzi. Le sue forti e originali commedie eran sempre seguite da Camillo Antona-Traversi con tenerezza paterna, tra gli applausi del pubblico.
Questa commedia non avrà questa sua tenerezza: essa non è stata scritta a Venezia, come le altre, in quella Venezia ispiratrice. Essa fu scritta nello scoramento squallido dell'esilio. Ma a iParassitigli amici — e non della ventura — saranno cuori fraterni. E non dubitare, Camillo dilettissimo: nel tuo esilio, ti giungerà, raggio di sole, il successo che ai tuoiParassitidecreteranno pubblico e critica lunedì sera, alCostanzi, per dimostrarti l'affetto verso l'uomo buono e infelice, e l'ammirazione per lo scrittore vigoroso e ardito.
Sarà per Camillo Antona-Traversi la prima gioja di questi ultimi anni. Ma tutto sta a cominciare. Molte altre e intense terranno dietro a questa prima.
La bontà ha dei diritti, e l'ingegno dei privilegi.
Lucio d'Ambra»[2].
E Stanislao Manca — l'autorevole critico drammatico dellaTribuna, che onora con la dottrina e con l'ingegno l'arte nostra — così dava ai lettori del grande giornale romano l'annunzio dei mieiParassiti:
«È domani sera che si rappresenterà per la prima volta in Italia questa nuova commedia di Camillo Antona-Traversi. L'autore delleRozeno, deiFanciulli, dellaDanza Macabrae di tanti altri applauditi lavori — rimasto troppi anni lontano dal teatro — vi ritornaora; e, ci auguriamo tutti, per ritrovarvi quei successi che il suo ingegno e il suo cuore meritano in modo particolare.
Parassitiè una commedia in quattro atti, d'ambiente schiettamente romano. Ne sarà protagonista, nei panni delcommendatore Don Gennaro Gaudenzi, Oreste Calabresi. Ed è facile attendere da questo geniale artista una nuova felice creazione.
Claudio Leigheb, con quell'ardentissimo amore per l'arte che lo distingue, senza bizantineggiare sulla maggiore o minore importanza di ruolo, per meglio assicurare l'esito della nuova commedia, ha accettato una piccola parte di favore — quella del segretario diGaudenzi, Naldini— ma che in sue mani si tramuterà subito in un capolavoro di comicità.
Le altre parti sono affidate alla Zucchini-Maione, alla Cristina, alla Leigheb, al Carini, al Beltramo, al Rizzotto, alla Carini; e tutti vi recheranno il contributo della loro fede e della loro valentia.
La serata di domani alCostanziè ben a ragione vivamente attesa».[3].
Nel «Ma chi è!», poi, unignoto amicomi dedicava questo affettuoso saluto... poetico:
Sulla fronte e sul cuore,tieni scolpito amore:studio ed intelligenzamostra la tua presenza:rassegnazione, gloria,pene, son la tua storia!Vivi amato e felice,chi ti conobbe, dice![4]
Sulla fronte e sul cuore,
tieni scolpito amore:
studio ed intelligenza
mostra la tua presenza:
rassegnazione, gloria,
pene, son la tua storia!
Vivi amato e felice,
chi ti conobbe, dice![4]
***
La «Società degli autori drammatici e lirici», che, poche sere prima, in una affettuosa agape fraterna, aveva festeggiato — sulla stessa scena delCostanzi— la vittoria conseguita dalla «Scuola del marito» del mio diletto fratello Giannino, volle — dietro proposta di Carlo Lotti — celebrare, in altra agape non meno fraterna, quella che era stata la «mia vittoria».
La simpatica festa riuscì oltre ogni dire cordiale e commovente; così come ne fa fede ilresocontoche tolgo dal «Gazzettino dell'arte drammatica e lirica»[5]:
In onore dei due fratelli Antona-Traversi.
«A poche sere di distanza, i due fratelli Giannino e Camillo Antona-Traversi trionfarono sulle scene delCostanzicon due lavori, d'indole diversa, ma egualmente pregevolissimi. L'avvenimento così lieto per l'arte italiana, venne commemorato dallaSocietà degli Autori ed Artisti drammatici e liricicon due agapi fraterne; la prima, in onore di Giannino, nella sera di giovedì 13 luglio, e l'altra in onore di Camillo la sera di martedì 25 luglio.
Presero parte all'appuntamento geniale gli amici qui segnati in ordine alfabetico:
G. Saffico — E. Boutet — F. Bartocci-Fontana — L. Capuana — G. A. Costanzo — G. Costetti — O. Calabresi — F. Cisotti — C. Core — T. Daretti — S. Danesi — G. Dei — G. Fabiani — G. Ferri — G. Franzinetti — R. Giovagnoli — C. Gambua — A. Gabrielli — L. Grande — C. Lotti — P.Mengarini — V. Molaioli — A. Mauri — G. Monaldi — L. R. Montecchi — Gr. Nani — Gr. Patriarca — T. Pasetti — I. Palmarini — C. Ruberti — G. Traversi — C. Tartufari — S. Sparapani — G. Savarese — E. Zama.
Molti altri amici e ammiratori dei due simpatici autori vollero essere ricordati, dolenti che l'estate li avesse già fatti allontanare da Roma.
Alla fine della cena bandita in onore di Giannino, presero la parola G. Costetti, R. Giovagnoli, T. Pasetti, in una forma veramente nuova, intrecciante cioè gli elogi per i meriti da tutti riconosciuti dell'ottimo lavoro del brillantissimo autore, con le osservazioni quali il pubblico aveva fatte intorno all'arditezza del tema; e Giannino rispose con simpatica efficacia, dando ragione dell'opera sua; così che ne venne una dilettosa conferenza intorno alla commediaLa Scuola del maritoe all'arte in genere.
C. Ruberti rammentò ai convenuti che, fra pochi giorni, si sarebbe data la commedia di Camillo, proponendo un brindisi di augurio all'amico lontano, che venne accolto da un urrà; e C. Lotti propose che, la sera dopo la rappresentazione deiParassiti, tutti i presenti si trovassero a una riunione per festeggiare l'autore, il cui seggio di onore sarebbe stato occupato dal fratello Giannino. E così tra gli applausi si chiuse la simpatica festa.
***
E, in fatti, la sera dopo la rappresentazione dei Parassiti, gli amici convennero puntuali alla cena in onore di Camillo, e il posto suo d'onore veniva occupato da Giannino.
Qualche cosa di intimo, di gentile. Oltre al presidente lontano, il vice presidente T. Pasetti, che aveva assistito alla cena precedente, mandò da Bologna un affettuoso saluto e augurio perchè l'acclamato autore sia presto ridonato all'arte e al paese; e anche il Baffico e il Palermi, egualmente lontani, vollero essere ricordati. E da Torino, Adolfo Riccardi-Re mandò un telegramma, per esser considerato come presente, plaudendo agli iniziatori della festa gentile.
All'amico lontano, cui un destino che assurge alla tragicità del fato greco agita senza requie l'anima travagliata, volava il pio saluto di coloro che desideravano essere a lui ricordati.
Giorni prima brindavamo all'amabile autore dell'allegra commedia laScuola del marito: quella sera, un sentimento più alto e profondo ci univa; e, nell'era volgente e nella non dolce stagione, faceva bene all'anima il mirare una così eletta schiera di amici convenuta per rendere onore al valoroso collega, e per mandare una risposta di conforto a lui che da lontano c'inviava una gentile opera d'arte come fiore del ricordo, come il simbolicoNon ti scordar di me!
E noi di te non ci scordiamo. Piacque agli Dei la causa del vincitore, a Catone quella del vinto. Ed è proprio di persone che hanno l'animo temprato a tutto ciò che è nobile e artistico, l'essere sensibili verso coloro che la sventura colpisce. E perciò noi gridiamo: «coraggio, Camillo!» Una eletta schiera di amici è qui convenuta per renderti onore e per augurarti che tu possa ogni tanto arricchire di altre opere d'arte il nostro teatro italiano, vendicandoti così nobilmente del destino che spinge l'anima tua appassionata.
Un fosforescente ingegno meridionale ebbe a dire chel'artista compie la sua missione quando crea un'opera d'arte, non importa se, per ottenerla, semini intorno a sè la desolazione e le vittime.
Camillo dà una versione ben diversa di quella egoistica sentenza. Anch'egli sacrificò al suo ideale di scrittore; ma egli stesso si offerse per vittima: egli non corre trionfante sul corpo dei caduti, colpito egli stesso dalle sue mani.
Se grato ti carezzerà la coscienza di scrittore l'applauso che una folla di pubblico ha tributato al tuo nuovo lavoroI Parassiti, dove, come in ogni tua opera d'arte, rifulge un pensiero altamente civile, più grata forse ti sarà giunta la notizia del simpatico convegno di amici radunati intorno al tuo Giannino per renderti onore.
Questo, interpretando il pensiero di tutti, disse C. Lotti a nome della Presidenza della Società; e il prof. R. Giovagnoli, rievocando i ricordi del passato, quando Camillo Antona-Traversi era suo scolaro, fece un quadro dell'attività sua maravigliosa, della prontezza e genialità di mente, dell'opera, come scrittore erudito di studj storico letterarj, come autore applaudito, originale, da cui il paese molto si può ripromettere.
Ai brindisi calorosi di tutti gl'invitati rispose con commosse parole Giannino, che, dai presenti e in nome di tutti, veniva incaricato di spedire un saluto, un applauso, un augurio al fratello lontano.
E così ebbe termine la festa gentile, che lasciò in tutti noi una dolcezza di conforto, come di un'opera buona compiuta; e un profumo di sentimento, che ci aveva sollevati per qualche ora dalle bieche cure di ogni giorno.
Ricevuto il telegramma, Camillo Antona-Traversi rispose con una lunga affettuosissima lettera, dalla quale stralciamo questo brano:
«Dirai a tutti quale sia il conforto che da essi mi viene, quale la infinita mia gratitudine, tenerezza e devozione.
«Mercè vostra, ho riveduto oggi un raggio di sole, dopo tanta notte! Mercè vostra, o cuori nobilissimi, rinasco ora al lavoro, alla vita!»
***
E, come se tante indimenticabili dimostrazioni d'affetto non bastassero, mi giungevano, oltre ogni dire gradito, numerose lettere da amici e da letterati illustri, per i quali viva è, e sarà sempre, la riconoscenza mia.
Non so resistere al desiderio di riprodurne qui qualcuna. E chiedo venia, ai cortesi che mi scrissero, della libertà che mi prendo.
Luigi Capuana — uno dei più forti scrittori d'Italia nostra, che mi onorò sempre di sua fraterna amicizia — mi mandò questa cara lettera preziosa:
Roma, 25 luglio 1899.
«Carissimo amico,
Il successo deiParassitiè stato schietto e solido: gli applausi sono scoppiati non solamente a ogni fine di atto, ma durante parecchie scene, con spontanea unanimità; e io ne sono stato lietissimo, più che se si fosse trattato di cosa mia.
E avrei dovuto esserne afflitto, perchè avete annullato un mio lavoro indue atti, che aveva un tipo identico al vostrocommendatore Gaudenzi[6]. Dovrò rifare tutto da capo: mutare, cancellare ogni traccia di somiglianza.
Il vostroGaudenziè un tipo così vero, così vivo, che non si può rifare due volte in teatro!
V'invidio il successo; ma non ne sono geloso: me ne rallegro sincerissimamente con voi, che meritate questo conforto.
Sono sicuro che iParassitifaranno trionfalmente il giro dei nostri teatri.
Calabresi è stato stupendo: ho voluto stringergli la mano dopo la rappresentazione; e, siccome io non lo conoscevo personalmente, mi son fatto presentare da vostro fratello, ch'era raggiante di contentezza per voi.
Io vi stringo affettuosamente le mani, e vi abbraccio con sincera fraternità d'arte.
Potete essere orgoglioso di avere scritto un lavoro di schietto carattere italiano, divertente, interessante, pieno di vera e intensa comicità.
Cordiali saluti dal
vostro aff.mo
Luigi Capuana».
Antonio Della Porta, poeta e prosatore chiarissimo, a me legato da vincoli d'indistruttibile amicizia, così mi scriveva:
Roma, 26 luglio 1899.
«Mio carissimo,
Io, naturalmente, ero alCostanzi. E seguii, con tenerezza affettuosa, tutto il lavoro. Debbo dirti che queiquattro attisono «una forte cosa»? Mi par inutile.
Essi sono molto vicini ai fratelli delleRozenoe diDanza Macabra. Come unità, li superano. Mi spiego: il centro etico del lavoro attrae costantemente a sè persone, cose e casi. QuelCommendatoreè lineato con bravura e audacia della miglior commedia greca.
Di questi giorni, ho letto e riletto Aristofane: ebbene, l'altra sera ho pensato a lui!
Lode non piccola, è vero?... Ma tu sai che io non te la darei se non ne sentissi la sincerità.
Forse gli episodj, da cui balza vivo e grande il protagonista, non sono tutti di egual rilievo e di eguale verità scenica. Questa impressione, che se ne ha alla fine del lavoro, nuoce alla ragionevolezza della favola di costume, che tu hai — ripeto — ideata con arguzia e furore greci.
Anche gliaccennia contemporanei viventi furono saporiti e contenuti in un decoroso freno artistico.
Uscendo di teatro, io pensai la gioja dell'esule all'annuncio dellavittoria; e mi ridussi a casa meno triste, e ne parlai a mia madre, destandola per la lieta notizia.
Quanti voti ti vennero, allora, da cuori memori!
Tuo aff.mo
Antonio della Porta».
***
Roberto Bracco — onde il cuore è pari all'ingegno grandissimo — non poteva mancare, e non mancò in fatti, alla bella corona dei miei più provati amici.
Ed ecco qui la commovente e generosa lettera sua:
Sorrento(Sant'Agata),29 luglio.
«Mio caro Camillo,
Qui, in campagna, dove trovo nella noja profonda un po' di riposo dopo le solite lotte meschine, mi giunge la notizia lieta del successo riportato a Roma dal tuo lavoroParassiti.
Tu sai che non sono abbondante nè di parole, nè di sentimentalismo, in fatto d'arte.
Potrai, dunque, ben valutare il bisogno che sento di scriverti e di mandarti un bacio. Non soche cosasia il tuo lavoro, e non commetto la banalità di lodarlo senza conoscerlo; ma so che sei tornato dal tuo esilio, sei tornato in ispirito col tuo ingegno, con le tue forze, col tuo coraggio; e so che questo ritorno è nobile e sarà salutare per te e dolcissimo per tutti coloro che come me ti vogliono veramente bene. Avanti, dunque, ancora: avanti tra i primi e tra i migliori, avanti Camillone mio! Dimentica il passato, e preparati a ogni specie di trionfi: artistici, morali... finanziarii!
Fraternamente tuo
Roberto».
Chiudo questa breve raccolta con la amorosa letteradel mio Giannino, la quale rispecchia tutto il nobile animo suo:
Roma, 25.
«Carissimo,
Ti ho telegrafato or ora. Prima di coricarmi, voglio mandarti il resocontoesattodella serata.
Bel teatro, quale non avrei creduto, data la stagione.
Quasi tutte le poltrone occupate; e occupate anche le prime file di sedie: una cinquantina di persone, in piedi, in platea. Qualche vuoto nei palchi di 1ª e 2ª fila: in loggione, come sempre, non più di venti persone.
Il Calabresi impostò così bene il personaggio delGaudenzida renderlo, sin dalle primebattute, evidente e simpatico al pubblico, che sottolineò con risate e con approvazioni quasi tutte lebattutedi lui, durante tutta la commedia. Alla sua prima uscita, grandi e unanimi applausi lo chiamarono fuori. Alla fine dell'atto, tre chiamate, unanimi, calorose.
Al2.º atto, il successo si raffredda. Alla fine, una chiamata, con applausi non unanimi, nè calorosi.
Al3.º atto, il successo ritorna ottimo. All'uscita del Calabresi, grandi applausi e una chiamata. Alla fine dell'atto, due chiamate, bellissime.
Idem, in tutto, al 4.º atto. Le chiamate sarebbero state maggiori, se la maggior parte del pubblico, mentre calava la tela, non si fosse alzata per uscire dal teatro. Così fa sempre, quando non si dà, dopo, lafarsa!
Le impressioni del pubblico, in generale, eccellenti.Tutti hanno trovato riprodotto perfettamente il tipo delGaudenzi, e benissimo riprodotto anche l'ambiente. Taluni facevano il nome dicasaO..!
La critica ti sarà favorevolissima.
In complesso, un successo schietto, serio, completo! E pensa che, alCostanzi, la maggior parte del pubblico non sente che la metà di quello che gli attori dicono!
L'esecuzione, maravigliosa per affiatamento, per insieme, quale da un pezzo non ha dato alcuna Compagnia italiana. Del Calabresi non riuscirei a dirti tutto il bene che penso. Nessun attore in Italia ti potrà fare quel tipo meglio di lui! Una cosa maravigliosa, in tutti i più minuti particolari: una vera creazione! Eccellente il Leigheb. Ottimi anche gli altri. La Cristina sostenne la difficilepartein modo superiore a ogni aspettativa.
Io ho baciato per te Calabresi e Leigheb, e ho ringraziato tutti gli altri. E tu scrivi loro quello che ti ho detto.
L'ambiente ti era favorevolissimo. Nessun amico mancava. Della Porta, Bianchi, Gigi Volpi, Ruggero Musmeci, Lucio d'Ambra, Capuana, Montecchi, Liberati, Sinimberghi, Aurelio Costanzo, Mengarini, e via dicendo; e tutti vogliono esserti ricordati con vero affetto. Hai qui molti e fidati e sicuri amici!
Domani, telegraferò a mammina e a papà l'esito felicissimo.
Godi pure del tuo trionfo, e vivi pur certo che nessuno ne gode più di me. Esso ti sia almeno un compenso alle tante tue amarezze!
Domani sera, la «Società degli Autori» darà una cena in tuo onore.
Le mie impressioni sono assai favorevoli alla commedia,alla quale basta ilGaudenziper farne un'opera d'arte.
Ti abbraccio, felice.
Tuo aff.mo
Giannino».
***
Certo fu — per me — somma ventura d'aver trovato, nella eccellenteCompagnia Leigheb-Reiter— un attore della coscienza, dello studio, del valore, della comicità e potenzialità drammatica diOreste Calabresi, che — a giudicio unanime di pubblico e di critica — fu unGaudenzimaraviglioso.
ALuidico qui tutta la gratitudine dell'animo mio; e ripeto l'ammirazione che, non da oggi, nutro verso l'arte sua così semplice e così efficace.
Non avendo Virginia Reiter creduto d'accettare lapartediRina, la mia commedia non si sarebbe data certamente oveClaudio Leighebnon avesse creduto di entrarci.
Ridir lerisateche il «principe deibrillanti italiani», sotto le umili spoglie del segretario delcommreGaudenzi, seppe strappare al pubblico delCostanzi, non è da me, ch'ero assente... ma l'eco di quellerisate, per lettere di amici e per lettura di giornali, mi giunse oltremodo giojosa.
La morte — sempre spietata — avendolo tolto immaturamente all'arte drammatica italiana, ond'era uno dei più fulgidi ornamenti, non m'è dato, pur troppo!, dirgli oggi, in queste povere pagine, tutta la mia profonda riconoscenza.
Ringrazio anche di cuore Gilda Zucchini-Maione; Ines Cristina; Teresina Leigheb; Ernestina Bardazzi; Maria B. Carini; Luigi Carini; A. Beltramo; S. Rizzotto e Amerigo Guasti.
***
Alcuni mesi dopo, iParassitiaffrontarono il severo giudizio del pubblico milanese. Furono, in fatti, rappresentati — sempre dalla stessaCompagnia— alTeatro Manzoni, la sera del tredici novembre 1899.
L'eco delle festose accoglienze fatte alla commedia dal pubblico romano, era giunta all'orecchio dei miei concittadini; e, però, l'aspettativa era molta.
Anche a Milano alcuni amici della stampa vollero — bontà loro! — ricordarmi con affetto al pubblico milanese, che — alcuni anni prima — aveva decretato il «successo lieto» alle mieRozeno, alla miaDanza macabrae ai mieiFanciulli.
Ausonio, nellaSera, così mi ripresentava ai lettori:
Camillo Antona-Traversi.
«Lo conobbi nell'autunno del 1890, qui a Milano, dov'era venuto per vedere di mettere in iscena alManzonile sueRozeno. Era avvilito e impaziente. L'avvilimento derivava in lui dal rifiuto oppostogli da molti capocomici — e da molte attrici, sopra tutto — per la rappresentazione di quella sua commedia prediletta: l'impazienza, dalla speranza ch'egli aveva che laCompagniadi Tito Favi appagherebbe finalmente il lungo desiderio di lui e dalle promesse che ne aveva avute. La commedia pareva nata sotto cattiva stella. Le promesse fallirono, e l'autore se ne tornò a Roma. Ma riapparve poco dopo, raggiante e speranzoso. Aveva avuto unanuova promessa dalla stessaCompagnia, capitanata non più dal Favi, ma dal Bertini e dal Talli. LeRozenofurono messein prova; ma un giorno furono ritirate e l'autore scomparve colcopione, al quale voleva apportare delle correzioni. Il proponimento era stato suggerito a lui dalle «prove», e ribadito da amici che a quelle erano stati presenti.
Le Rozenonon furono rappresentate che dopo un pajo di anni circa, al «Valle» di Roma, da Cesare Rossi, protagonista Teresina Mariani. Il successo, che ne seguì, la maggior parte dei miei lettori non ignora. Fu quasi la rivelazione di un autore, perchè i precedenti successi, negativi e magari positivi, avevano fatto dubitare che in Camillo Antona-Traversi fosse stoffa di autore drammatico.
E dopo il primo successo lieto ne vennero degli altri — ultimo arrivato, a Roma, quello deiParassiti, la commedia che il pubblico milanese giudicherà stasera.
Non vo' enumerare la produzione, non larga ma notevole, di Camillo Antona-Traversi; nè spetta a me darne un giudizio critico, anche perchè molti di voi quella produzione conoscono. Forse, non tutti di voi conoscono l'uomo»[7].
Senza invocare ilnemo propheta in patria, che non è proprio il caso, dirò subito che iParassitinon ebbero alManzonile stesse festose accoglienze delCostanzi. Se l'atto primo— giudicato concordemente magnifico — e l'atto terzoequartoriscossero applausi, il secondo passò «senza infamia e senza lode».
La critica — pur mettendo in rilievo i pregi del lavoro — fece non poche restrizioni sul suo reale valored'arte. La maggior accusa fattami fu quella d'avere concentrato tutto l'interesse del lavoro nelProtagonista, e di essermi — plasmandolo per la scena — ricordato troppo da vicino delMatteo CantasirenadeiBarbaròdi Gerolamo Rovetta.
A difendermi da una simile accusa non meritata, sorse una gentile e valorosa signorina, il cui nome è caro alle buone lettere: Irma Melany-Scodnich.
«Si rimprovera all'autore» — riproduco testualmente l'amabile difesa — «l'affinità del suo Don Gennaro Gaudenzi con il Matteo Cantasirena del Rovetta.
Mi permetto di trovare ingiusto il rimprovero. L'autore non è un novellino del teatro: deve aver sentito quest'aria di famiglia fra i due tipi, e preveduto il facile rimprovero.
Se Camillo Antona-Traversi ha ultimato e presentato alle sceneI Parassiticosì come sono, significa ch'egli aveva la convinzione della diversità sostanziale fra i due tipi. E questa diversità, che esclude ogni puerile sospetto d'imitazione, esiste: è reale, come reale è lavarietàinfinita di tipi consimili nel mondo imbroglione della politica, della plutocrazia e della classe parassitaria in genere.
Se tutto ciò è sfruttato, io domando qual è l'ambiente, quale lo strato sociale, quali sono i tipi che non siano stati già sfruttati sulla scena, o nel romanzo? Se gli autori dovessero lasciarsi trattenere dal timore di una rassomiglianza nelle situazioni, o nei personaggi, con questa o quella commedia, evidentemente non scriverebbero più»[8].
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Anche a Milano, del resto, trovai numerosi difensori, sopra tutto nel «pubblico, che accorse numeroso a udire e applaudire la commedia, così alla seconda replica[9], come alle altre»[10].
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Le accuse, però, che — così a Roma, come a Milano — molti critici mossero all'atto secondo; e il giudizio che di esso diede sopra tutto il pubblico delCostanzie quello delManzoni, m'indussero, dopo matura riflessione, a fondere l'atto secondonell'atto terzo, sì da dare maggior interesse all'azione e rendere più organica tutta la commedia.
E che ebbi non una, ma mille ragioni di così fare, non tardarono a provarmelo i lietissimi successi, venuti dopo, diTorino, diFirenze, diGenova, diPalermo, diTrieste, diPadovae diParma.
I primi a darmi lode incondizionata della eseguita fusione, furono gli stessi critici romani, che pur avevano sì benignamente giudicata laprima edizionedei mieiParassiti.
Ho qui, sott'occhio, quanto ebbero a scrivere, allorquando — non più laCompagnia Leigheb-Reiter, ma laCompagnia V. Talli-Irma Grammatica-Oreste Calabresi— sempre sulla scena delCostanzi, ridiede il lavoro un anno dopo [luglio del 1900].
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«LaréprisedeiParassitialCostanzi.
Per la bella commedia di Camillo Antona-Traversi si è rinnovato iersera il successo che già l'accompagnò l'anno passato, quando venne eseguita dalla Compagnia Leigheb-Reiter. Il lavoro è stato opportunamente ridotto intre atti; e vi guadagna molto nella delineazione dei caratteri e nella orditura scenica. Calabresi fu anche questa volta unDon Gennaro Gaudenziassai caratteristico, e meritò frequenti applausi. Piacquero pure la Galli, la Piperno-Marini, il Ruggeri, il De Antonio, il Rodolfi, la Vestri, la Garetti e il Giovannini per la felice macchietta del violinistaOswaigiaski»[11].
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«La commedia di Camillo Antona-Traversi,Parassiti, ebbe ottimo successo quando fu rappresentata la prima volta, e anche alCostanzi. Iersera, quel successo è stato non solo riconfermato, ma notevolmente aumentato. La commedia daquattroridotta intre attiha acquistato in nettezza e in efficacia; e più fortemente si rileva il personaggio delcommendator don Gennaro Gaudenzi, che nasce da una osservazione sottile e precisa,originalmente rispecchiata. Vi furono applausi a ogniatto, e chiamate al proscenio, alsecondo atto, applausi e chiamate particolarmente clamorosi. Degli attori, da ricordare il Calabresi,don Gennaro, e la Galli»[12].
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«AlCostanzisi rappresentò iersera la commediaParassitidi C. Antona Traversi, che l'anno scorso sulle stesse scene ebbe lietissimo successo.
Il lavoro però fu oggetto di qualche critica dal solo lato della lunghezza, che nuoceva a tutto l'insieme dell'azione, e rendeva quasi scolorite le figure principali, e specialmente quella del protagonista.
L'autore, accogliendo le giuste osservazioni, ha rifatto qua e là la sua commedia di 4 atti, ed è riuscito, con la fusione di unattonei tre ultimi, a dare una impronta più vigorosa, più viva, al carattere dei personaggi e all'ambiente.
Il giudizio del pubblico ha confermato splendidamente il successo, già riportato l'anno scorso: e tutti i pregi della produzione — pregi di fattura scenica, di pittura mirabile del protagonista dell'azione e delle altre figure apparvero nella migliore luce, anche per merito degli artisti della Compagnia Gramatica-Calabresi, che l'interpretarono egregiamente»[13].
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«Un notevole successo ha avuto, da ultimo, la ripresa deiParassitidi Camillo Antona-Traversi, opportunamente ridotti in tre atti.
Il lavoro è stato applaudito a tutti gliatti; ma più specialmente alsecondo, nel quale la figura del protagonista scroccone e arruffone si delinea magistralmente[14].
L. R. Montecchi».
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«Costanzi. — La forte commedia di Camillo Antona-Traversi,Parassiti, ebbe ieri sera, dal pubblico accorso alCostanzi, le feste più lusinghiere. La commedia fu data ridotta intre atti; e l'azione così concentrata ha perduto qualche bella scena, ma ha guadagnato in efficacia. Il personaggio delcommendatore Gaudenzi, magistralmente interpretato dal Calabresi, ha ritrovato il più entusiastico successo. Specie alsecondo atto, gli applausi e lechiamatefurono insistenti. Col Calabresi, meritarono le feste del pubblico la Galli, il Ruggeri e gli altri bravi compagni»[15].
Meglio tardi che mai!
A proposito dei «Parassiti» riveduti e corretti.
«La commedia di Camillo Antona-Traversi, che, rappresentata l'anno scorso alCostanzi, ebbe così solenne il battesimo del successo, riapparve a Roma sotto una nuova veste. La critica, rilevando tutti i grandi pregi del lavoro, trovò allora che l'azione rimaneva alquanto inceppata da unsecondo atto, nel quale l'autore aveva descritto, con molta arguzia, una festa, con relativo sontuosobuffete relativa audizione di un violinista celebre.
Il Traversi, anima di artista forte e coscienzioso, ascoltò i consigli benevoli dei giornali, erimpastòil lavoro, riducendolo intre atti. Tolse, per intiero, la festa, e presentò il violinista come una saporita macchietta di un russo, molto innamorato dell'arte sua... e della donna italiana.
La commedia, così ridotta, è davvero una delle più complete concezioni drammatiche, che siansi presentate sulle nostre scene in questi ultimi tempi.
Il tipo delparassita, che specula sui pubblici disastri; che trova in ogni disgrazia altrui una fortuna propria; che passa, attraverso la vita pubblica, strisciando dinanzi a tutti i potenti; componendo e scomponendo pseudo-comitati di beneficenza; giungendo, alla perfino, a speculare sul talento artistico della propria figlia, dopo essersi compiaciuto che il figlio avvocato sia divenuto un degnoparassitapure lui; questo tipo così vero e così vissuto è trattato dal Traversi con tale mirabile efficacia e maestria, che lo spettatore rimane soggiogato.
Quelparassitaè conosciuto: ognuno di noi l'ha visto qualche volta nella vita; l'ha incontrato in qualche pubblica riunione; l'ha visto agitarsi, muoversi sotto la larva della beneficenza.
E quelsegretario, anima dell'anima delparassita, che tiene in perfetta regola i registri di tutti i disastri, di tutte le pubbliche calamità; e s'attacca, come un'ostrica, allo scoglio, ovunque subodora un guadagno, lecito o illecito, poco importa; sfruttatore nato di tutto il genere umano, copia volgare dalparassitamaggiore, quel segretario è di una verità sorprendente.
E così il figlio del Gaudenzi, e così tutte le figure minori, che si agitano, in quel mondo speciale, intorno all'astro massimo: parassiti della carità, dell'arte, della bellezza, della bontà: di tutto!
Angelo delicato, fiore sbocciante nella vasta landa inseminata, appare la figlia del Gaudenzi, cui l'amore santo dell'arte dà la forza della ribellione.
E la scena nella quale la fanciulla sente l'anima sua in rivolta contro il miasmo che l'attornia; e, divincolandosi da esso, vuol aprire i polmoni per respirare aria pura, quella scena è veramente mirabile.
Il lavoro ha avuto successo grandissimo, incontrastato.
Il forte commediografo, l'instancabile lavoratore, può, vicino alleRozeno, scrivere a lettere d'oro:Parassiti; chè questa commedia vale l'altra acclamata e premiata, corsa su tutti i teatri d'Italia, come manifestazione di un ingegno drammatico superiore.
Oreste Calabresi ha fatto delGaudenzila riproduzione di un tipo gustosissimo. Benissimo la Galli, ilRuggeri, la Vestri, il Giovannini, d'Antonio, Ridolfi e tutti gli altri.
Liberati»[16].
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All'Alfieridi Torino [29 dicembre 1899], la commedia così ridotta ottenne tutti i suffragi del pubblico e della critica e fa replicata per varie sere[17].
E Claudio Leigheb così scriveva a mio fratello Giannino:
Torino, 4 gennajo 1900.
«Carissimo Giannino,
Mi viene assicurato che tuo fratello Camillo non trovasi più a Bruxelles; quindi, mi rivolgo a te per pregarti di annunziargli che i suoiParassiti, qui all'Alfieri, ebbero ottimo successo e questa sera si recitano per la terza volta.
Avvisai di ciò telegraficamente anche il Riccardi; ma, nella tema che non abbia potuto comunicare il buon esito a tuo fratello, lo annunzio anche a te, certo che non vorrai ritardargli questa consolazione. La stampa è stata unanime nel constatare il successo e ha avuto parola lusinghiera e di conforto per lui.
Salutalo tanto da parte mia e dei miei compagni, e digli che lo ricordiamo sempre con infinito piacere.
Inviandoti un affettuoso saluto, e facendo voti per il tuo prossimo trionfo alManzoni, credimi sempre
tuo aff.moC. Leigheb».
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All'Arena Nazionaledi Firenze [28 giugno 1900], gli applausi furono molti[18], e grande la soddisfazione di quei critici[19].
Luigi Süner, fraterna anima, mi scriveva:
4 luglio, 1900.
«Caro Camillo,
Con la tua commedia iParassitinon hai diminuito la giusta fama di commediografo valente e studioso della società dei nostri tempi. L'agilità del dialogo e il movimento scenico, i quali mantengono incatenato il pubblico, lo attestano. L'organismoe l'originalità, non dico assoluta,perchè sarebbe impossibile, ma relativa, nulla lasciano a desiderare. Il tuoCommendatore, comecarattereinformato a satira, è tratteggiato con efficacia; e sono di parere che, come il Calabresi, gli attori di valore lo manterranno sulla scena. Non ti sembri poco. Nei particolari, mi riferisco agli articoli del «Corriere Italiano» e della «Settimana». In questo momento, lo scrivere mi costa molta fatica, perchè lo stato dell'animo mio tetro, a momenti a momenti irrequieto, non mi dàpace. Sarebbe sforzo inutile: tu mi haicapitoe mi perdonerai la concisione. Lavora con tranquillità: tutti ti vogliono bene, e non è poco in un periodo d'indifferenza grande.
Ti abbraccia il sempre tuo
Luigi».
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Anche alPaganinidi Genova [30 gennajo 1901]; alTeatro Garibaldidi Padova [23 maggio 1900] e all'«Olympia» di Palermo [26 novembre 1900],[20]i successi lietissimi si rinnovarono e confermarono.
A Palermo, iParassitifurono dati dallaDrammatica Compagnia della signora Italia Vitaliani, diretta daCarlo Duse, che fu unGaudenzidi molta efficacia e di non comune valore.
Un'altra grande fortuna aspettava la mia commedia: quella d'aver a interprete Ferruccio Benini, il collaboratore maraviglioso diCarlo Goldoni, diGiacinto Gallina, diRiccardo Selvatico; uno dei maggiori attori del teatro contemporaneo.
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IlNobil Omo Vidalvolle tradurre egli stesso la commedia nel suo bel vernacolo. Questa sua cara letterina me ne dava la lieta notizia daFiesole:
«Carissimo Camillo,
Ho già cominciato la traduzione dame stesso: vale a dire, dettandola a un mio scritturato, che sta con me.
Il dialogo e l'indole dei personaggi sono facilmente traducibili in veneziano; e non fa d'uopo alcuna modificazione radicale.
Iltitolosolo dà un po' da pensare, non essendo affatto veneziano; ma credo che, lasciandolo così, sarà la miglior cosa.
Una di queste sere Talli la rappresenta all'Arena Nazionale, e andrò a udirla: così mi sarà più facile porla in scena.
Resta inteso che — ove la commedia vada — non l'accordiate all'altraCompagnia veneziana!
Se faccio a tempo, la porrò in scena a Milano nel prossimo luglio: se no, sarà per lapiazzasuccessiva.
Grazie degli augurj, che ricambio di cuore, anche da parte di mia moglie.
Tutto vostroF. Benini».
Fiesole, 26-6-900.
Un dubbio, però, tormentava il Benini, che — come tutti i veri artisti — è sempre incontentabile: questo: — dovevasi, oppur no, nella riduzione veneta, conservare l'azionea Roma, anzichè porla a Venezia?
« — Ne parlai — ebbe egli a scrivermi, daFiume, dove si trovava nell'agosto del 1900 — al comune amico professor Enrico Klinger. E gli esposi il dubbio che l'udire parlare delloSgambati, dellaScuola di Santa Ceciliae via discorrendo, potesse sembrar inopportuno in unambiente veneziano; e che il tradurretestualmenteil lavoro potesse dar luogo a un dialogo aspro, un po' slegato, mancante affatto di quella armonia arguta e naturale che è propria del dialetto. Ma il Klinger mi convinse col dirmi che non si poteva capovolgerei tipi, nè l'argomento, richiedendosi, a ciò fare, tempo maggior e fatica non lieve. Amo, non per tanto, rilevar anticipatamente tutto questo, per convincervi che, in tale stato di cose, la responsabilità del cimento, nel confronto, è maggiore; e, prima di azzardarla, voglio esser certo di non andarcon la testa rotta».
***
Ma la prova scenica — che ebbe luogo, allaFenicedi Trieste,la sera del 21 gennajo 1901, anzichè far andare Ferruccio Beninicon la testa rotta, lo fece andarecon la testa gloriosa.
«Fui molto soddisfatto» — mi scrisse — dell'esito morale ottenutorealmente: e vi ripeto sono contentissimo dellaperfettaesecuzione della miaCompagnia.Parassitisi replicano questa sera, e domani domenica.Spero, inoltre, di dare una recita straordinaria a Gorizia; e mi lusingo debbano ottenere anche là buon successo. Ora, aspetto l'esito di Milano.... Colà lascerò il titolo:I cavalieri del dente; e, fra parentesi,Parassiti. Va bene? Però, non oso sperare egual sorte, inquantochèl'ambientenon è sostanzialmente veneziano, e la critica può rilevare facilmente lo sforzo.
Del resto, il lavoro è noto favorevolmente e io dovrò curare l'esecuzione e i confronti. Speriamo bene! E così pure a Torino e a Genova. — Attendo, ora, con vivo interesse, il vostronuovolavoro per me. Avete l'idea? Si può calcolare sull'ambiente? Pensateci bene, e fate presto presto presto! Ho sete dinovità: sono un po' mummificato. Saluti affettuosi.
VostroF. Benini».
Trieste, 26-1-901.
Teodoro Lovato, amministratore dellaCompagnia Benini, mi confermava il grande successo di Trieste con questa gentile letterina:
Trieste, 22 gennajo 1901
«Egregio amico,
Ieri sera, furono da noi rappresentatii Parassiti. Successo pieno: —dieci chiamate. Benini insuperabile. Tutti gli altri ottimamente. Esecuzione splendida.
Vi mando i quattro giornali italiani che stampano bellissimi articoli.
Sono ben felice di darvi la lieta notizia, e vedrete che, anche a Milano, nella ventura quaresima, a quelTeatro Filodrammatico, il successo sarà grandioso.
Dunque, abbiatevi le felicitazioni di tutta laCompagnia, e segnatamente quelle di Benini e le mie, alle quali aggiungiamo i più cordiali saluti e voti di felicità.
vostro aff.moTeodoro Lovato».
La stampa triestina fu, in fatti, concorde nel dir molto bene della commedia, giudicata operadivertente, umana, vitale.
***
Anche alReinachdi Parma, e in altre città dove il Benini la diede, il successo lieto non si smentì mai.
***
La profezia di Luigi Capuana e di Francesco Pasta: — «Parassiti, siatene certo, faranno trionfalmente il giro di tutti i teatri d'Italia», non si avverò, disgraziatamente per me. Invano, io tempestai di lettere Oreste Calabresi, perchè, nelle nuoveCompagnieda lui dirette e condotte, o in quelle nelle quali si era a mano a manoscritturato, volesse ridar vita e onore aiParassiti, che gli avevano procacciato uno dei piùgrandi successidella sua gloriosa carriera d'artista[21], e che eranonuoviancora per molte città.
Dall'amico caro e valoroso non m'ebbi che questa lettera,piuttosto sibillina, in data deldiciassette aprile 1903:
«Mio carissimo Camillo,
Non ho risposto alla tua lettera, che accompagnava quella del dott. Buzzi, per la ragione che non avevo il tuo indirizzo. Ora che me lo dài, ti rispondo per assicurartidel mio immutato affetto, e per dirti che puoi mandarmi tutto quello che vuoi, ben felice se potrò renderti un servizio.
In quanto ai tuoiParassiti... Ma chi più di me sarebbe felice di rappresentarli? Ma è la fatalità che vuole che sia così, e non altrimenti[22].
Talli ti saluta affettuosissimamente; ma il tuo lavoro, per ora, non può metterlo in iscena per mancanza assoluta di tempo. Siamo pieni dinovità: ne abbiamo fin troppe!
E ora, amico mio carissimo, un abbraccio dal sempre
tuo aff.moO. Calabresi».
Se si mette questa lettera a riscontro con quella che il mio grandeGaudenzimi scriveva, da Roma, il30 luglio del 1899, è proprio il caso di esclamare: «mutano i saggi, secondo i tempi, i lor pensieri!»
«Affettuosissimo e caro amico,
Pel tramite del nostro Liberati, vi mando questa per ringraziarvi delle vostre espressioni così gentili a mio riguardo. Voi, carissimo, con quella amabilità che vi distingue, avete voluto ingrandire di troppo l'opera mia modestissima. Non feci che quello che avrebbe fatto qualunque altro attore che si fosse trovato al mio posto. Lasciate, invece, che io vi ringrazi profondamente per l'occasione che mi avete data di poter fare qualche cosa per Voi, così meritevole di conforto e di gioja.Siano benedetti i vostriParassiti, se hanno potuto alleviare le vostre pene: dal canto mio, vi prometto, credetelo, che farò di tutto perchè queste gioje vi siano date di frequente; e chi ne pioverà maggior soddisfazione sarà il vostro, sinceramente
O. Calabresi».
E con ciò, e dopo ciò, salute a te, amico lettore.
C. A. T.