LA NOVELLA DI FIORDILIGI[pg!203]Iroldo amava Tisbina come già Tristano amò la regina Isotta, e quanto bene Isotta volle a Tristano, Tisbina voleva ad Iroldo: per questo vivevano lieti e contenti. Ma in digrazia d'entrambi la bella dama, trovandosi un giorno con molte persone a un suo giardino in Babilonia, ebbe vaghezza di certo gioco pe'l quale alcuno, nascostole il capo in grembo e levata una mano dietro il dorso, dovea indovinare chiunque veniva a batterlo su la palma; e secondo la sorte e la vicenda del gioco anche Prasildo s'inginocchiò dinanzi a Tisbina e le posò il capo nel grembo. Prasildo era un gentile e valoroso barone. [pg!204] Nella soave positura egli si sentí dunque accendere improvviso in cuore un fuoco di cui mai aveva sentito l'uguale; una sí viva fiamma che per timore avrebbe voluto non dovere piú rialzarsi, e cercava di non indovinare; e questa fu la prima radice della sua passione senza conforto. In breve a tal partito lo condussero Amore e l'altera resistenza di Tisbina che un dí, piena l'anima di tristezza, si ridusse in un boschetto a piangere e a meditar di morire.— Udite voi, fiori, — diceva con lamentevole voce — e voi, piante, e tu, sole, le mie parole estreme, e vedete la mia cruda fine; ma che nessuno la sappia, perché colei che mi vi forza potrebbe ricevere incolpazione di crudeltà, ed io pur sí crudele l'amo e l'amerò ancora nell'altro mondo. —Cosí trasse la spada dal fianco, e pallido per la morte imminente chiamò piú volte Tisbina, quasi nel nome di lei il paradiso si dovesse aprire al suo spirito. Ma Tisbina si trovava per caso proprio là presso a lui; giacché venuta a caccia in quel luogo con Iroldo, l'uno e l'altro avevano ascoltate [pg!205] le querele dell'infelice giovane e con tanta pietà, che quando egli ripeté il suo nome, ella si fece innanzi di tra le fronde e, come ivi fosse giunta allora allora, tutt'ansiosa e tremante gli disse queste parole:— Prasildo, se tu m'ami non mi abbandonare, ché sono in pericolo dell'onore e della vita; e io ti faccio sicuro del mio bene se tu compirai ciò che mi vuole e ti domando. —Bisogna sapere che oltre la selva di Barberia era l'orto dove Medusa custodiva il tronco del tesoro dai rami d'oro e dai pomi di smeraldo, e che Medusa era una rea femmina la quale a vederla ammaliava in guisa da togliere ogni piú salda ricordanza del tempo trascorso; onde Tisbina, per consiglio di Iroldo, disse a Prasildo ch'avea gran necessità d'un ramo del prezioso tronco.Ma un assai cattivo consiglio aveva dato Iroldo alla sua donna, sapendosi bene che l'amore vince tutte le cose. [pg!206]————Ricorderete come anche madonna Dianora sdegnosa dell'amore di messer Ansaldo Gradense, pensasse liberarsi di lui con domandargli, se voleva gli compiacesse, un giardino di gennaio bello come di maggio, e come messer Ansaldo, pur comprendendo che nella richiesta era una cosa quasi impossibile, tanto s'adoprò e ricercò che un negromante, a condizione di grandissima mercede, la mattina del primo dí di gennaio fece apparire un giardino quale era desiderato. Quanto patí allora madonna Dianora!; e a lungo avrebbe pianto la sua onestà perduta, se messer Ansaldo, in udire la generosità del marito di lei, che la mandò a lui affinché, non trovando via di sciogliersene, osservasse la data parola, generosamente non l'avesse sciolta dell'obbligo contratto per sua poca considerazione.————Prasildo, dunque, speranzoso d'amore, senza por tempo in mezzo e avanzando sé [pg!207] stesso d'ardire e di desiderio si pose in viaggio; traversò in nave il mar Rosso e giunse ai monti di Barca. Ivi, a sua gran fortuna s'imbatté in un vecchio pellegrino, il quale udita la cagione del suo viaggio gli insegnò la maniera di compier l'impresa: entrasse nel giardino di Medusa dalla porta della Povertà recando uno specchio in cui Medusa si scorgesse riflessa non già co 'l viso candido e vermiglio, che dimostrava per malia, ma con la faccia, che aveva per natura, di serpe orribile e feroce, e cosí la facesse fuggire atterrita di sé medesima dalla custodia dell'albero d'oro; spiccato il ramo, uscisse per la porta della Ricchezza lasciando un po' del ramo all'Avarizia, la quale alla Ricchezza sta sempre d'accanto. Ciò fece il barone, e poté tornare in patria tutto giulivo; poté far sapere alla dama amata ch'egli era pronto a mostrarle il ramo d'oro di cui l'aveva richiesto. All'annunzio Tisbina fu ferita da acuto cordoglio e stesasi su 'l letto ruppe in lamenti della sua sorte e dell'amante, e pur questi, come l'udí lamentare e n'apprese la ragione, [pg!208] pianse e si dolse senza misura. Stringeva al seno Tisbina sua e confondendo le sue lagrime con quelle di lei diceva invano che meritava pena egli solo, perché egli stolto l'aveva fatta fallire, e che morire toccava a lui solo: la dama voleva la morte con lui a pena che avesse attesa la promessa a Prasildo. Pertanto i due amorosi infelici ordinarono di bere il veleno che un medico saggio ed antico preparò loro in sí fatta tempera, che avrebbe dovuto privarli dell'anima con singolare dolcezza. Prima Iroldo sorbí metà della tazza, poi la porse alla dama senza guardarla, ed ella la vuotò fino al fondo. E dire che fu per lei un martirio piú grande il dovere andare a Prasildo!; e nondimeno v'andò.— Per mantenere ciò che ti giurai perdo l'onore ma anche la vita — gli disse quand'egli scorgendola patita e lagrimosa volle allietarla con belle parole; e alla fine il barone apprese quel che non avrebbe mai voluto apprendere. Di che afflitto oltremodo, rimproverò Tisbina d'aver dubitato della sua cortesia e l'assolse del giuramento; e poiché [pg!209] ella tra breve sarebbe morta, seco stesso deliberò di seguitare il suo esempio.Non era cosa nuova che due amanti si dessero la morte, ma sarebbe stata nuova che tre morissero per un solo amore: se non che il medico antico e saggio essendo venuto in sospetti si recò dal barone allorché questi, partita la dama, stava per compiere il suo divisamento, e a tempo poté accertarlo che non già un veleno, bensí un mite narcotico aveva preparato a Tisbina.Avvenne pertanto che Prasildo corresse a casa d'Iroldo, il quale di già risvegliatosi gemeva accanto la sua donna in sembianza di morta, e gli spiegasse come il succo bevuto non era neppure nocivo e come la dama era libera per suo volere dell'obbligo verso di lui. Allora Iroldo sentí rifluirsi la vita al cuore; e, tanto fu cortese, volle vincere la generosità di Prasildo; volle che la bella donna restasse di lui, ed egli incontanente partí da Babilonia. Per vero Tisbina, quando riebbe i sensi e seppe l'accaduto, tramortí una volta e due; ma via!, si rassegnò poi presto. [pg!210]Ciascuna donna è molle e tenerinaCosí del corpo come de la mente;E simigliante de la fresca brinaChe non aspetta il caldo al sol lucente:Tutte siam fatte come fu Tisbina,Che non volse altra battaglia per nïente,Ma al primo assalto subito si rese,E per marito il bel Prasildo prese.————Cosí Fiordiligi finí la novella raccontata a Rinaldo per distrarlo dalla noia del viaggio, che entrambi avevano da percorrere in groppa allo stesso cavallo, e dalla cupidigia che gli potea venire della sua bellezza. E Fiordiligi fu abile raccontatrice: la patetica istoria scese canora dalle sue labbra, disinvolta e atteggiata in leggiadria d'ottave, e non già aspra per forma di stecchiti periodi e non interrotta.Ma s'io m'interruppi fu per un salto di pensiero, per un lampo di memoria che mi richiamò al Boccaccio; e, del resto, credo che nel caso mio uno qualunque de' giovinetti eruditi i quali si atteggiano a Rajna e a Landau e spasimano alla ricerca delle fonti non già di belli e regali fiumi, ma di arsi [pg!211] ruscelletti e di gore morte, e vagano in oriente ed occidente e traversano secoli per scoprire un riscontro casuale, pur che paia necessario, a una frase o a una imagine; uno qualunque di quei tanti che sanno tante nuove cose di storia letteraria, affermerebbe e insegnerebbe:— Nel canto duodecimo, parte prima dell'Orlando, il Boiardo imitò, parafrasò, copiò la quinta novella della decima giornata delDecamerone. E, come vuole la critica positiva, si prova.Messer Ansaldo Gradense fu “uomo d'alto affare e per arme e per cortesia conosciuto per tutto„, e Prasildo è “un barone„.Di Babilonia stimato il maggiore;E certamente ciò ben meritava,Ch'è di cortesia pieno e di valore.Molta ricchezza, di ch'egli abbondava,Dispendea tutta quanta in farsi onore;Piacevol ne le feste, in arme fiero,Leggiadro amante e franco cavaliero.Madonna Dianora andò a casa di messer Ansaldo “in su l'aurora, con due suoi famigliari [pg!212] innanzi e con una cameriera appresso„; e quando Tisbina andò a casa di PrasildoEra di giorno e lei accompagnata.Nota Gilberto che “quasi ogni cosa diviene agli amanti possibile„, e Tisbina:Deh quanto è pazza quell'alma che credeChe amor non possa ogni cosa compire!;e cosí via.Prove di nessun valore; ma senza tener conto di esse si può anche ammettere che il Boiardo rammentasse il Boccaccio, e non si può negare certa somiglianza nella concezione generale del racconto e la quasi identità nelle condizioni in cui son posti i personaggi. Se non che quanta differenza ne' tratti, nel colore, nell'atteggiamento tra le figure del poeta e del novelliere, e quanto diversa l'arte di questo dall'arte di quello!Vedete: Tisbina è una creatura graziosa nella sua dolcezza e debolezza. Per amore non vuol concedere ad altri le gioie che concede al suo amante e vuol [pg!213] morire con lui; non ama il barone, ma lo compiange e l'ammira, e glielo dichiara fin prima d'essere assoluta dalla sua promessa. Dopo, gli dà un bacio e lo consola; ultimamente gli si acconcia tosto e volentieri. — Dianora è nobile donna, forte, sdegnosa. Amava suo marito? Non è detto: per onestà rifiuta i meravigliosi doni e disprezza la fama dell'innamorato Gradense; per onestà, e non per pietà, con domanda di cosa creduta impossibile tenta indurlo a cedere dinanzi la sua resistenza. Curiosa come ogni donna, si reca a vedere il giardino a pena comparso e lo loda, ma ritorna a casa afflitta “a quel pensando a che per quello era obbligata„; non pensando al cavaliere il cui fervente amore ha potuto tanto; e se il marito non la costringesse, sarebbe disposta a perdere piú tosto la stima di donna leale che di moglie onorata. Accompagnata e in su l'aurora, per non esser vista, va a casa del barone, e senza troppo ornarsi, perché il marito le ha fatta raccomandazione di cercar via a disciogliersi dalla promessa serbando puro il suo onore, e primo mezzo a riuscire nell'intento ella [pg!214] pensa trovare nel mostrarsi poco piacevole: miracolo della virtú che in questa donna può piú della vanità!Ogni altro mezzo adopera poi, senza pregare né piangere, nelle sue poche parole al barone. Gli dice: — “Né amor ch'io vi porti, né promessa fede mi menan qui.... — Non l'ama né pur ora, né l'amerà mai; e piuttosto che acconsentire ai suoi desideri mancherebbe alla parola data —... ma il comandamento del mio marito, il quale, avuto piú rispetto alle fatiche del vostro disordinato amore che al suo e mio onore, mi ci ha fatto venire.„ — Rileva la liberalità del marito e incolpa l'amante; rileva che suo marito è debole, ch'ella è forte; che suo marito ha compassione di lui e che essa no. Né altro concede ad Ansaldo se non una dignitosa espressione di gratitudine: — “Niuna cosa mi poté mai far credere, avendo riguardo a' vostri costumi, che altro mi dovesse seguir della mia venuta, che quello ch'io veggio che voi ne fate; di che io vi sarò sempre obbligata.„ —E chi affermerebbe che Iroldo e Prasildo [pg!215] furono foggiati sui tipi stessi del marito e dell'innamorato di Dianora?Gilberto è ritratto d'uomo che è inflessibile nell'adempimento del dovere; che riflette e non può essere perturbato a lungo dalle commozioni: si adira alla confessione della moglie, ma tosto si frena e la rimprovera mite; non inveisce contro il barone, ma anzi affermando che quasi ogni cosa è agli amanti possibile, sembra scusarlo, e certo lo stima, se ha speranza che Dianora possa ottenere da lui di non macchiare la propria onestà. Leale cavaliere e sicuro della fedeltà della moglie, nella scelta tra il disonore che ella si ceda per una volta all'amante e il disonore ch'ella manchi alla data parola, non può restare a lungo dubbioso; e gode e confessa di sentirsi capace di un sacrificio che nessuno forse saprebbe compire. Lo piega ad esso anche il timore del negromante, è vero, ma senza questo tanta vigoria d'animo non sarebbe un po' inverosimile? Ansaldo arde d'amore e splende di magnificenza e d'ogni lode, tuttavia Gilberto non teme, perché sa che sua moglie potrà [pg!216] concedergli il corpo, l'animo no, e perché sente, con sentimento il quale noi vantiamo di moderna perfezione spirituale, che la donna contaminata dall'amore di chi ella non ama è ugualmente degna d'affetto e di stima.Ansaldo Gradense è il signore di grand'animo, sicuro di sé in ogni parola e in ogni atto, ripugnante da ogni voglia disordinata e volgare. Per la donna che ama cerca e procura ciò che egli stesso credeva impossibile; ma quando Dianora viene alla sua casa, le muove incontro composto e rispettoso e la prega, “se pure il lungo amore il quale le ha portato merita alcun guiderdone„, di dirgli la ragione della sua venuta, giacché tal donna non deve esser là per soddisfarlo del suo desiderio. E udita la risposta di lei e sentita improvvisa la invidiabile liberalità di Gilberto, subito scioglie madonna Dianora del doloroso legame e le raccomanda di rendere grazie al marito che stima e amerà sempre come un fratello.Iroldo e Prasildo sono invece due cavalieri [pg!217] molto simili nella grazia dell'aspetto e ugualmente appassionati e appassionabili e poeticamente piú docili agli affetti che alla ragione. Per compassione Iroldo suggerisce a Tisbina il mezzo di salvare Prasildo; e venendo da lui il consiglio, è meno mirabile la sua generosità quando prega la donna (egli prega e non comanda come Gilberto) di andare all'amante; per disperazione beve il veleno; per riconoscenza scongiura il Cielo a rimeritare Prasildo della sua cortesia; per emulazione di generosità lascia Tisbina a Prasildo.Prasildo è timido come l'amico: va incontro a Tisbina onorandola, ma non sa che si fare per la vergogna, e l'assolve del giuramento per provarle ch'egli non ha mai voluto dispiacerle, piú tosto che per riconoscenza della lealtà di lei e delle generosità d'Iroldo.In sostanza, nella novella di Fiordiligi non è il meraviglioso rilievo dei caratteri, la scultoria interezza delle figure ottenuta dal Boccaccio, come seppe egli solo, con brevità e semplicità di mezzi: essa è una gentile [pg!218] e pietosa narrazione e rappresentazione di fatti per finzione poetica diffusi ed elevati a tragica intensità: i personaggi del novelliere predominano ai casi in cui vengono per forza d'amore, per necessità di doveri, per disposizione d'animo; dove i personaggi del poeta soggiacciono alla forza dei casi loro e nella gravità di essi e nell'urto violento delle passioni smarriscono colorito e fisonomia.In sostanza non mi pare che il Boiardo abbia imitato troppo il Boccaccio. Ma che poesia è la sua! E quanta dolcezza e freschezza per tutto l'episodio, e che ingenua espressione di passione umana, pur finamente osservata, nell'invenzione romanzesca! Iroldo in disperazione beve il veleno:E poi che per metade ebbe sorbitoSicuramente il succo venenoso,A Tisbina lo porse sbigottito.Non essendo di morte pauroso,Ma non ardisce a lei far quell'invito,Però, volgendo il viso lagrimoso,Mirando a terra la coppa le porse,E di morire allora stette in forse.Non del tossico già, ma per dolore,Che 'l venen terminato esser dovria.[pg!219]Ora Tisbina con frigido core,Con man tremante la coppa prendia,E biastemmando la fortuna e amore,Che a fin tanto crudel la conducia,Bevette il succo ch'ivi era rimaso,In sino al fondo del lucente vaso.Iroldo si coperse il capo e 'l volto,Perché con gli occhi non volea vedereChe 'l suo caro desío gli fosse tolto....E che elegante mollezza di versi nelle similitudini semplici e delicate! Prasildo si strugge d'amore:Ma quale in prato le fresche vïoleNel tempo freddo pallide si fanoCom'il splendido ghiaccio al vivo sole.Cotal si disfacea 'l baron soprano,E condotto era a sí malvagia sorteCh'altro ristor non spera che la morte.E quando riceve consolazione, ché né egli né Tisbina morirà di veleno:Come dopo la pioggia le vïoleS'abbattono e la rosa e 'l bianco fiore:Poi quando al ciel sereno appare il sole,Apron le foglie e torna il bel colore;Cosí Prasildo a la lieta novellaDentro si allegra e nel viso si abbella.[pg!220]————A dire la verità, strana e inaspettata riesce la deliberazione e la ripetizione dell'atto generoso per cui Iroldo lascia Tisbina, che tanto ama e da cui è amato tanto, a Prasildo, e fugge di Babilonia; ma al Boiardo non bastava concludere, come il Boccaccio, senza prove dell'amicizia seguita ne' due cavalieri: al Boiardo bisognavano gli epici tipi di amici perfetti, e Iroldo e Prasildo, personaggi della novella di Tisbina, diverranno personaggi vivi e attivi del poema; e incorrendo a gravi pericoli, per vicendevole salvezza a vicenda s'esporranno alla morte.————Erano già due lunghi anni che Iroldo, rimeritato il liberale Prasildo con lasciargli la parte dell'anima sua, andava pellegrinando e dolorando pe'l mondo, quando un dí pervenne al paese d'Orgagna. Vi regnava Falerina la trista, che era maestra di tutte [pg!221] le frodi e di tutti gli incanti e all'ingresso d'un vago giardino manteneva un serpente voglioso di carne umana: per questo nessun forestiero sfuggiva dalle lusinghe di lei e poi dai denti del mostro. E anche il misero Iroldo fu preso d'inganno, e da quattro mesi attendeva in carcere insieme con molti miseri cavalieri e dame il dí della morte nefanda. Due vittime erano destinate ogni giorno pe'l drago: un cavaliere e una dama. Ma Prasildo fu in tempo ad apprendere, Dio sa come, la sorte che aspettava il suo Iroldo, e camminando giorno e notte venne in Orgagna e propose gran somma d'oro al guardiano di Falerina se gli liberava l'amico. Invano. Con l'oro offerse sé stesso in cambio di vittima, e il guardiano accettò, e Iroldo fu libero.Tuttavia Iroldo voleva morire egli pure, perché il giorno che l'amico dovea essere condotto alla belva, si mise in un boschetto presso a una fonte ad aspettare ch'ei passasse di là fra i custodi, e contro di essi egli voleva combattere solo. Aspettando piangeva, non già di sé, che sarebbe perito [pg!222] da valoroso per amore fraterno, ma della sorte la quale per sua cagione toccava a Prasildo; e Rinaldo, a caso in quel bosco, l'udí lamentare e gliene chiese la causa.Saperla e disporre il suo valore in premio e salute d'una cosí ferma e santa amicizia fu un punto; fu un punto per lui scorgere la turba che con a guida il gigante Rubicane traeva al supplizio un cavaliere e una dama e piombare su quella e sbaragliarla. Ma di bei colpi fu capace anche Iroldo, e la battaglia presto finita. La donna era Fiordiligi, che aveva raccontata a Rinaldo la storia d'Iroldo e di Prasildo, e il cavaliere era Prasildo; e i due amici si gettarono l'uno tra le braccia dell'altro.————Damone e Pizia. Meglio, per riguardo all'origine della loro amicizia e fratellanza, Iroldo e Prasildo rievocano a mente Gisippo ateniese e Tito Quinzio Fulvo romano. Gisippo — ve ne rammentate? — come sa che Tito, l'amico suo di giovinezza e di [pg!223] studi, è preso della bellezza di Sofronia sua fidanzata, fa ch'egli l'ottenga per inganno in isposa. Ma poi, quando, trascorsi molti anni, Gisippo arriva a Roma in povero stato e crede che Tito non voglia riconoscerlo e a fin di morire s'incolpa d'avere ucciso un uomo, Tito “per scamparlo dice sé averlo morto. Il che colui, che fatto l'avea, vedendo, sé stesso manifesta, per la qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati....„To'! — esclamerebbe adesso un piccolino Livingstone della storia letteraria —: anche la novella ottava della giornata decima delDecameroneè una fonte dell'Orlando Innamorato! —, e con gli occhi stanchi, che san le ricerche, ravvivati di nuova luce e di nuovo gaudio suderebbe alla scoperta di prove.Ma che prove! Potrà anche credersi che il Boiardo si ricordasse pur di quest'altra novella; non per ciò l'analogia dell'invenzione, ch'è il meno, ha alcuna importanza, se tra i due scrittori è tanto diversa la potenza, l'attitudine, la fattura artistica, ch'è il piú. Vedete in confronto di Iroldo e Prasildo, [pg!224] Gisippo e Tito. Questi sono d'animo romano e di sennoateniesee son dotti, come scolari di Aristippo, a sottomettere il sentimento alla ragione. Filosofi, tengono l'amicizia per il piú gran bene; onde l'uno può cedere la sposa all'altro e l'altro accettarla: l'uno viene a tanta liberalità perché le mogli non si trovano con la difficoltà con cui si trovano gli amici; e l'altro acconsente alla dedizione perché comprende di acquistare dall'amico suo con l'amata donna la vita stessa, essendo egli per mal d'amore ridotto quasi a termine di morire.Vedete in confronto di Tisbina, Sofronia giovinetta.....— E a che cosa giova tale studio?Tardi giunge l'ironica domanda; alla quale per altro io so rispondere a tempo che il Boccaccio non è Masuccio e né pure MatteoBoiardoè Gianfrancesco Loredano, e che, almeno a mio parere, i classici non si sono studiati e ammirati mai abbastanza. [pg!227]NOTE[1]Masuccio Salernitano, novella XXI.[2]Novelle degli Accademici Incogniti: par. II, nov. prima.[3]Ant Fr. Ghiselli,Memorie di Bologna antica, manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all'anno 1579 (23 giugno).[4]Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564 (Cicogna,Iscrizioni veneziane, T. II, p. 211): andò dunque sposa un mese piú che dodicenne.[5]Rinieri,Diario(alla Bibl. Comunale di Bologna).[6]Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); '84 (14 aprile), e T. XVIII, pagina 507.[7]Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).[8]Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e [pg!228] cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli una suaLezione dove si ragiona delle idee et delle bellezze.[9]Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati, Venezia, Ziletti, 1681.[10]Pref. alleRime, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.[11]Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.[12]Cito il mio libroRomanzieri e romanzi del cinquecento e del seicento, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc. XXIV dellaNuova Antologia(1891), pag. 781-783. — Delle persone mascherate nellaFuggitivadiedero i nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma non furono concordi a determinare quello dell'amante piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (Spoglio delle famiglie bolognesi, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam.Bentivoglio. — L'anno della morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all'eredità de' beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva:“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„(Scritture della fam. Bentivoglio: Archivio di Stato di Bologna).[13]Ghiselli, op. cit., T. XXVI.[14]Montefani,Fam. Malvezzi.[15]Galeati,Diario(Bibl. Com. di Bologna), all'11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.[16]Galeati, op. cit.[17]Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (Scrittori bolognesi), il Mazzucchelli, l'Aprosio (Biblioteca, 1673, pag. 324-329); io, per il breve mio studio, credo d'aver detto abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza fu anche autore d'un dramma —Il Ratto di Proserpina— recitato a Bologna nel 1640. Dimenticanza grave![18]Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.[19]Vedi il Mazzucchelli e l'Aprosio (Biblioteca, pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini,Vita e opere di G. B. Marini(Roma, 1888).[20]Spira, appresso Henrico Starckio, MDCXXIX, in-12. Ma nonRoberto, RobustoPogommega. Errore gravissimo![21]Galeati,Diar.(AppendiceI, pag. 8); Ant. Maria Carati,Li matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da' loro originali parrocchiali, T. I (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.[22]Fra gliEpitalamidel Marini.[23]Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.[24]Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.[25]Malvasia,Felsina Pittrice, p. IV, pag. 42.[26]Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa:Breve descrizione della festa nella gran sala del Sig. Podestà l'anno 1615, il dí 2 di marzo: Bologna, Stamperia Camerale.[27]Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio [pg!230] e Fr. Maria Tagliaferri,Diario(alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52; Galeati,Diario, pagina 21.[28]G. B. Guidicini:I Riformatori dello stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797, T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la relazione dell'assassinio del Pepoli; errò ponendo il primo ferimento dell'Aldrovandi al 1620 anzi che al 1621. L'Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.[29]Galeati,Diario, pag. 21.[30]Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.[31]Galeati,Diariopag. 112.[32]Ghiselli, T. XXVI.[33]Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629: ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.[34]Guidicini, op. cit., pag. 52.[35]Gregorio Leti:Lettere sopra differenti materie(Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri,Dizionario; Niceron,MémoiresT. II, pag. 359-379.[36]G. L.Lettere, T. I, 32.[37]Letterecit., T. I, 21.[38]Lett.cit., T. I, 24.[39]Lett.cit., I, 13.[40]Gr. Leti,Lettere, I, 195; Larousse,Grand Dictionnaire Universel.[41]Larousse, op. cit.; —Les Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706) pag. 41; pag. 48.[42]Gr. Leti,Lettere, I, 197.[43]Lett.cit., I, 199.[44]Lett., cit., I, 206.[45]Larousse, op. cit.[46]Leti,Lett., I, 203.[47]Lett.cit., I, 221.[48]Lett.cit.; luogo cit.[49]Lett.cit., I, pag. 226-229.[50]Lett.Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. allaMonarchia di Luigi XIV, di G. L.[51]Lett.cit., T. II, pag. 45 e seg.[52]Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l'aggiunta d'un dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di Baltassaro Sultanini Bresciano— Londar (sic) per Tomaso Buet, 1669.[53]Leti,Lett., II, pag. 318-323.[54]....e Pasquino morto risuscitato, senza luogo e nome di stamp., 1668: in-12.[55]Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.[56]Leti,Lett., II, 3. —Critica, storica, politica, morale, economica e comica su le Lotterie antiche e moderne, Amsterdam, 1697.[57]Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l'Augusto Intento, ne' quali con piacevole stile a pieno s'insegna di fare eccellente riuscita ne' piú gravi studi, et la maniera di procedere honoratamente.Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.[58]Della Carrozza di ritorno, o vero dell'esame del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina[pg!232] (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche laCarrozza da Nolodello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. VediLettere del M.(ediz. 1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli laContessa Laranel periodicoLa Tavola Rotonda(1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida,Mesdames nos aieules, Paris, Librairie Illustrée, 1890.[59]Cosí Carlo Celano negliAvanzi delle Poste.[60]Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.[61]Vedi laStoria del Giorno di G. Pariniscritta da G. Carducci.[62]Cicogna,Iscrizioni Veneziane, I, 135.[63]Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.[64]Ang. Aprosio,La Biblioteca Aprosiana(Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti,Lettere, p. 207.[65]Arc. Tarabotti,Lettere famigliari e di complimento: Venezia, Guerigli. 1650: in-12.[66]Fu stampata con laControsatiradel Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con laCensuradel Sesti e l'Antisatiradella Tarabotti.[67]Aprosio, op. cit., pag. 168.[68]Antisatira, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.[69]Aprosio, op. cit., pag. 168.[70]Tarabotti,Lett., pag. 168.[71]Aprosio, op. cit., pag. 169.[72]Tarabotti,Lettere, pag. 313 e pag. 30.[73]Tarabotti,Lettere, pag. 315 [pg!233] e pag. 157.[74]Tarabotti,Lettere, pag. 273 e pag. 298.[75]G. F. Loredano;Lettere(Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.[76]Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié anche il Cantú:Della letteratura italiana esempi e giudizi, pag. 353.[77]La rigogliosa— “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea chiameremo„. (Introd. al Decam.)[78]Πᾶν φίλος = tutto amoroso.[79]νέη φίλη = giovinetta amorosa.[80]Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.[81]Διώνεος = venereo.[82]Αἱμυλία = lusinghiera.[83]Proemio alFilostrato.[84]Camillo Antona Traversi nelle note al Landau —Giovanni Boccacci, sua vita e sue opere— pag. 548.[85]Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da Apollo (v. pag. 193).[86]Didone, la tradita.[87]Lo stesso nell'opera cit., pag. 316.[pg!229][pg!231]————ERRORI DI STAMPA.Seppelita, pag. 50;invitare, pag. 73. In alcune copie a pag. 129 si legge, nella seconda riga,1634in vece di1654.————Finito di stampareil dì 2 maggio MDCCCXCIInella tipografia di Nicola Zanichelliin Bologna.Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 223 ("Errori di stampa") sono state riportate nel testo. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):66 — fossero condotti allaConciergerie[Congerie]84 — immuni“da[mancante nell'originale]85 — vedrebbe distabilire[stabibilire]95 —gentiluomini[gentitiluomini]101 — loSpagnuolo[Spagnnolo]189 — perme[m'è] s'è conosciuto224 — e di sennoateniese[atienese]224 — MatteoBoiardo[Boiardi]*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PARVENZE E SEMBIANZE ***
LA NOVELLA DI FIORDILIGI[pg!203]Iroldo amava Tisbina come già Tristano amò la regina Isotta, e quanto bene Isotta volle a Tristano, Tisbina voleva ad Iroldo: per questo vivevano lieti e contenti. Ma in digrazia d'entrambi la bella dama, trovandosi un giorno con molte persone a un suo giardino in Babilonia, ebbe vaghezza di certo gioco pe'l quale alcuno, nascostole il capo in grembo e levata una mano dietro il dorso, dovea indovinare chiunque veniva a batterlo su la palma; e secondo la sorte e la vicenda del gioco anche Prasildo s'inginocchiò dinanzi a Tisbina e le posò il capo nel grembo. Prasildo era un gentile e valoroso barone. [pg!204] Nella soave positura egli si sentí dunque accendere improvviso in cuore un fuoco di cui mai aveva sentito l'uguale; una sí viva fiamma che per timore avrebbe voluto non dovere piú rialzarsi, e cercava di non indovinare; e questa fu la prima radice della sua passione senza conforto. In breve a tal partito lo condussero Amore e l'altera resistenza di Tisbina che un dí, piena l'anima di tristezza, si ridusse in un boschetto a piangere e a meditar di morire.— Udite voi, fiori, — diceva con lamentevole voce — e voi, piante, e tu, sole, le mie parole estreme, e vedete la mia cruda fine; ma che nessuno la sappia, perché colei che mi vi forza potrebbe ricevere incolpazione di crudeltà, ed io pur sí crudele l'amo e l'amerò ancora nell'altro mondo. —Cosí trasse la spada dal fianco, e pallido per la morte imminente chiamò piú volte Tisbina, quasi nel nome di lei il paradiso si dovesse aprire al suo spirito. Ma Tisbina si trovava per caso proprio là presso a lui; giacché venuta a caccia in quel luogo con Iroldo, l'uno e l'altro avevano ascoltate [pg!205] le querele dell'infelice giovane e con tanta pietà, che quando egli ripeté il suo nome, ella si fece innanzi di tra le fronde e, come ivi fosse giunta allora allora, tutt'ansiosa e tremante gli disse queste parole:— Prasildo, se tu m'ami non mi abbandonare, ché sono in pericolo dell'onore e della vita; e io ti faccio sicuro del mio bene se tu compirai ciò che mi vuole e ti domando. —Bisogna sapere che oltre la selva di Barberia era l'orto dove Medusa custodiva il tronco del tesoro dai rami d'oro e dai pomi di smeraldo, e che Medusa era una rea femmina la quale a vederla ammaliava in guisa da togliere ogni piú salda ricordanza del tempo trascorso; onde Tisbina, per consiglio di Iroldo, disse a Prasildo ch'avea gran necessità d'un ramo del prezioso tronco.Ma un assai cattivo consiglio aveva dato Iroldo alla sua donna, sapendosi bene che l'amore vince tutte le cose. [pg!206]————Ricorderete come anche madonna Dianora sdegnosa dell'amore di messer Ansaldo Gradense, pensasse liberarsi di lui con domandargli, se voleva gli compiacesse, un giardino di gennaio bello come di maggio, e come messer Ansaldo, pur comprendendo che nella richiesta era una cosa quasi impossibile, tanto s'adoprò e ricercò che un negromante, a condizione di grandissima mercede, la mattina del primo dí di gennaio fece apparire un giardino quale era desiderato. Quanto patí allora madonna Dianora!; e a lungo avrebbe pianto la sua onestà perduta, se messer Ansaldo, in udire la generosità del marito di lei, che la mandò a lui affinché, non trovando via di sciogliersene, osservasse la data parola, generosamente non l'avesse sciolta dell'obbligo contratto per sua poca considerazione.————Prasildo, dunque, speranzoso d'amore, senza por tempo in mezzo e avanzando sé [pg!207] stesso d'ardire e di desiderio si pose in viaggio; traversò in nave il mar Rosso e giunse ai monti di Barca. Ivi, a sua gran fortuna s'imbatté in un vecchio pellegrino, il quale udita la cagione del suo viaggio gli insegnò la maniera di compier l'impresa: entrasse nel giardino di Medusa dalla porta della Povertà recando uno specchio in cui Medusa si scorgesse riflessa non già co 'l viso candido e vermiglio, che dimostrava per malia, ma con la faccia, che aveva per natura, di serpe orribile e feroce, e cosí la facesse fuggire atterrita di sé medesima dalla custodia dell'albero d'oro; spiccato il ramo, uscisse per la porta della Ricchezza lasciando un po' del ramo all'Avarizia, la quale alla Ricchezza sta sempre d'accanto. Ciò fece il barone, e poté tornare in patria tutto giulivo; poté far sapere alla dama amata ch'egli era pronto a mostrarle il ramo d'oro di cui l'aveva richiesto. All'annunzio Tisbina fu ferita da acuto cordoglio e stesasi su 'l letto ruppe in lamenti della sua sorte e dell'amante, e pur questi, come l'udí lamentare e n'apprese la ragione, [pg!208] pianse e si dolse senza misura. Stringeva al seno Tisbina sua e confondendo le sue lagrime con quelle di lei diceva invano che meritava pena egli solo, perché egli stolto l'aveva fatta fallire, e che morire toccava a lui solo: la dama voleva la morte con lui a pena che avesse attesa la promessa a Prasildo. Pertanto i due amorosi infelici ordinarono di bere il veleno che un medico saggio ed antico preparò loro in sí fatta tempera, che avrebbe dovuto privarli dell'anima con singolare dolcezza. Prima Iroldo sorbí metà della tazza, poi la porse alla dama senza guardarla, ed ella la vuotò fino al fondo. E dire che fu per lei un martirio piú grande il dovere andare a Prasildo!; e nondimeno v'andò.— Per mantenere ciò che ti giurai perdo l'onore ma anche la vita — gli disse quand'egli scorgendola patita e lagrimosa volle allietarla con belle parole; e alla fine il barone apprese quel che non avrebbe mai voluto apprendere. Di che afflitto oltremodo, rimproverò Tisbina d'aver dubitato della sua cortesia e l'assolse del giuramento; e poiché [pg!209] ella tra breve sarebbe morta, seco stesso deliberò di seguitare il suo esempio.Non era cosa nuova che due amanti si dessero la morte, ma sarebbe stata nuova che tre morissero per un solo amore: se non che il medico antico e saggio essendo venuto in sospetti si recò dal barone allorché questi, partita la dama, stava per compiere il suo divisamento, e a tempo poté accertarlo che non già un veleno, bensí un mite narcotico aveva preparato a Tisbina.Avvenne pertanto che Prasildo corresse a casa d'Iroldo, il quale di già risvegliatosi gemeva accanto la sua donna in sembianza di morta, e gli spiegasse come il succo bevuto non era neppure nocivo e come la dama era libera per suo volere dell'obbligo verso di lui. Allora Iroldo sentí rifluirsi la vita al cuore; e, tanto fu cortese, volle vincere la generosità di Prasildo; volle che la bella donna restasse di lui, ed egli incontanente partí da Babilonia. Per vero Tisbina, quando riebbe i sensi e seppe l'accaduto, tramortí una volta e due; ma via!, si rassegnò poi presto. [pg!210]Ciascuna donna è molle e tenerinaCosí del corpo come de la mente;E simigliante de la fresca brinaChe non aspetta il caldo al sol lucente:Tutte siam fatte come fu Tisbina,Che non volse altra battaglia per nïente,Ma al primo assalto subito si rese,E per marito il bel Prasildo prese.————Cosí Fiordiligi finí la novella raccontata a Rinaldo per distrarlo dalla noia del viaggio, che entrambi avevano da percorrere in groppa allo stesso cavallo, e dalla cupidigia che gli potea venire della sua bellezza. E Fiordiligi fu abile raccontatrice: la patetica istoria scese canora dalle sue labbra, disinvolta e atteggiata in leggiadria d'ottave, e non già aspra per forma di stecchiti periodi e non interrotta.Ma s'io m'interruppi fu per un salto di pensiero, per un lampo di memoria che mi richiamò al Boccaccio; e, del resto, credo che nel caso mio uno qualunque de' giovinetti eruditi i quali si atteggiano a Rajna e a Landau e spasimano alla ricerca delle fonti non già di belli e regali fiumi, ma di arsi [pg!211] ruscelletti e di gore morte, e vagano in oriente ed occidente e traversano secoli per scoprire un riscontro casuale, pur che paia necessario, a una frase o a una imagine; uno qualunque di quei tanti che sanno tante nuove cose di storia letteraria, affermerebbe e insegnerebbe:— Nel canto duodecimo, parte prima dell'Orlando, il Boiardo imitò, parafrasò, copiò la quinta novella della decima giornata delDecamerone. E, come vuole la critica positiva, si prova.Messer Ansaldo Gradense fu “uomo d'alto affare e per arme e per cortesia conosciuto per tutto„, e Prasildo è “un barone„.Di Babilonia stimato il maggiore;E certamente ciò ben meritava,Ch'è di cortesia pieno e di valore.Molta ricchezza, di ch'egli abbondava,Dispendea tutta quanta in farsi onore;Piacevol ne le feste, in arme fiero,Leggiadro amante e franco cavaliero.Madonna Dianora andò a casa di messer Ansaldo “in su l'aurora, con due suoi famigliari [pg!212] innanzi e con una cameriera appresso„; e quando Tisbina andò a casa di PrasildoEra di giorno e lei accompagnata.Nota Gilberto che “quasi ogni cosa diviene agli amanti possibile„, e Tisbina:Deh quanto è pazza quell'alma che credeChe amor non possa ogni cosa compire!;e cosí via.Prove di nessun valore; ma senza tener conto di esse si può anche ammettere che il Boiardo rammentasse il Boccaccio, e non si può negare certa somiglianza nella concezione generale del racconto e la quasi identità nelle condizioni in cui son posti i personaggi. Se non che quanta differenza ne' tratti, nel colore, nell'atteggiamento tra le figure del poeta e del novelliere, e quanto diversa l'arte di questo dall'arte di quello!Vedete: Tisbina è una creatura graziosa nella sua dolcezza e debolezza. Per amore non vuol concedere ad altri le gioie che concede al suo amante e vuol [pg!213] morire con lui; non ama il barone, ma lo compiange e l'ammira, e glielo dichiara fin prima d'essere assoluta dalla sua promessa. Dopo, gli dà un bacio e lo consola; ultimamente gli si acconcia tosto e volentieri. — Dianora è nobile donna, forte, sdegnosa. Amava suo marito? Non è detto: per onestà rifiuta i meravigliosi doni e disprezza la fama dell'innamorato Gradense; per onestà, e non per pietà, con domanda di cosa creduta impossibile tenta indurlo a cedere dinanzi la sua resistenza. Curiosa come ogni donna, si reca a vedere il giardino a pena comparso e lo loda, ma ritorna a casa afflitta “a quel pensando a che per quello era obbligata„; non pensando al cavaliere il cui fervente amore ha potuto tanto; e se il marito non la costringesse, sarebbe disposta a perdere piú tosto la stima di donna leale che di moglie onorata. Accompagnata e in su l'aurora, per non esser vista, va a casa del barone, e senza troppo ornarsi, perché il marito le ha fatta raccomandazione di cercar via a disciogliersi dalla promessa serbando puro il suo onore, e primo mezzo a riuscire nell'intento ella [pg!214] pensa trovare nel mostrarsi poco piacevole: miracolo della virtú che in questa donna può piú della vanità!Ogni altro mezzo adopera poi, senza pregare né piangere, nelle sue poche parole al barone. Gli dice: — “Né amor ch'io vi porti, né promessa fede mi menan qui.... — Non l'ama né pur ora, né l'amerà mai; e piuttosto che acconsentire ai suoi desideri mancherebbe alla parola data —... ma il comandamento del mio marito, il quale, avuto piú rispetto alle fatiche del vostro disordinato amore che al suo e mio onore, mi ci ha fatto venire.„ — Rileva la liberalità del marito e incolpa l'amante; rileva che suo marito è debole, ch'ella è forte; che suo marito ha compassione di lui e che essa no. Né altro concede ad Ansaldo se non una dignitosa espressione di gratitudine: — “Niuna cosa mi poté mai far credere, avendo riguardo a' vostri costumi, che altro mi dovesse seguir della mia venuta, che quello ch'io veggio che voi ne fate; di che io vi sarò sempre obbligata.„ —E chi affermerebbe che Iroldo e Prasildo [pg!215] furono foggiati sui tipi stessi del marito e dell'innamorato di Dianora?Gilberto è ritratto d'uomo che è inflessibile nell'adempimento del dovere; che riflette e non può essere perturbato a lungo dalle commozioni: si adira alla confessione della moglie, ma tosto si frena e la rimprovera mite; non inveisce contro il barone, ma anzi affermando che quasi ogni cosa è agli amanti possibile, sembra scusarlo, e certo lo stima, se ha speranza che Dianora possa ottenere da lui di non macchiare la propria onestà. Leale cavaliere e sicuro della fedeltà della moglie, nella scelta tra il disonore che ella si ceda per una volta all'amante e il disonore ch'ella manchi alla data parola, non può restare a lungo dubbioso; e gode e confessa di sentirsi capace di un sacrificio che nessuno forse saprebbe compire. Lo piega ad esso anche il timore del negromante, è vero, ma senza questo tanta vigoria d'animo non sarebbe un po' inverosimile? Ansaldo arde d'amore e splende di magnificenza e d'ogni lode, tuttavia Gilberto non teme, perché sa che sua moglie potrà [pg!216] concedergli il corpo, l'animo no, e perché sente, con sentimento il quale noi vantiamo di moderna perfezione spirituale, che la donna contaminata dall'amore di chi ella non ama è ugualmente degna d'affetto e di stima.Ansaldo Gradense è il signore di grand'animo, sicuro di sé in ogni parola e in ogni atto, ripugnante da ogni voglia disordinata e volgare. Per la donna che ama cerca e procura ciò che egli stesso credeva impossibile; ma quando Dianora viene alla sua casa, le muove incontro composto e rispettoso e la prega, “se pure il lungo amore il quale le ha portato merita alcun guiderdone„, di dirgli la ragione della sua venuta, giacché tal donna non deve esser là per soddisfarlo del suo desiderio. E udita la risposta di lei e sentita improvvisa la invidiabile liberalità di Gilberto, subito scioglie madonna Dianora del doloroso legame e le raccomanda di rendere grazie al marito che stima e amerà sempre come un fratello.Iroldo e Prasildo sono invece due cavalieri [pg!217] molto simili nella grazia dell'aspetto e ugualmente appassionati e appassionabili e poeticamente piú docili agli affetti che alla ragione. Per compassione Iroldo suggerisce a Tisbina il mezzo di salvare Prasildo; e venendo da lui il consiglio, è meno mirabile la sua generosità quando prega la donna (egli prega e non comanda come Gilberto) di andare all'amante; per disperazione beve il veleno; per riconoscenza scongiura il Cielo a rimeritare Prasildo della sua cortesia; per emulazione di generosità lascia Tisbina a Prasildo.Prasildo è timido come l'amico: va incontro a Tisbina onorandola, ma non sa che si fare per la vergogna, e l'assolve del giuramento per provarle ch'egli non ha mai voluto dispiacerle, piú tosto che per riconoscenza della lealtà di lei e delle generosità d'Iroldo.In sostanza, nella novella di Fiordiligi non è il meraviglioso rilievo dei caratteri, la scultoria interezza delle figure ottenuta dal Boccaccio, come seppe egli solo, con brevità e semplicità di mezzi: essa è una gentile [pg!218] e pietosa narrazione e rappresentazione di fatti per finzione poetica diffusi ed elevati a tragica intensità: i personaggi del novelliere predominano ai casi in cui vengono per forza d'amore, per necessità di doveri, per disposizione d'animo; dove i personaggi del poeta soggiacciono alla forza dei casi loro e nella gravità di essi e nell'urto violento delle passioni smarriscono colorito e fisonomia.In sostanza non mi pare che il Boiardo abbia imitato troppo il Boccaccio. Ma che poesia è la sua! E quanta dolcezza e freschezza per tutto l'episodio, e che ingenua espressione di passione umana, pur finamente osservata, nell'invenzione romanzesca! Iroldo in disperazione beve il veleno:E poi che per metade ebbe sorbitoSicuramente il succo venenoso,A Tisbina lo porse sbigottito.Non essendo di morte pauroso,Ma non ardisce a lei far quell'invito,Però, volgendo il viso lagrimoso,Mirando a terra la coppa le porse,E di morire allora stette in forse.Non del tossico già, ma per dolore,Che 'l venen terminato esser dovria.[pg!219]Ora Tisbina con frigido core,Con man tremante la coppa prendia,E biastemmando la fortuna e amore,Che a fin tanto crudel la conducia,Bevette il succo ch'ivi era rimaso,In sino al fondo del lucente vaso.Iroldo si coperse il capo e 'l volto,Perché con gli occhi non volea vedereChe 'l suo caro desío gli fosse tolto....E che elegante mollezza di versi nelle similitudini semplici e delicate! Prasildo si strugge d'amore:Ma quale in prato le fresche vïoleNel tempo freddo pallide si fanoCom'il splendido ghiaccio al vivo sole.Cotal si disfacea 'l baron soprano,E condotto era a sí malvagia sorteCh'altro ristor non spera che la morte.E quando riceve consolazione, ché né egli né Tisbina morirà di veleno:Come dopo la pioggia le vïoleS'abbattono e la rosa e 'l bianco fiore:Poi quando al ciel sereno appare il sole,Apron le foglie e torna il bel colore;Cosí Prasildo a la lieta novellaDentro si allegra e nel viso si abbella.[pg!220]————A dire la verità, strana e inaspettata riesce la deliberazione e la ripetizione dell'atto generoso per cui Iroldo lascia Tisbina, che tanto ama e da cui è amato tanto, a Prasildo, e fugge di Babilonia; ma al Boiardo non bastava concludere, come il Boccaccio, senza prove dell'amicizia seguita ne' due cavalieri: al Boiardo bisognavano gli epici tipi di amici perfetti, e Iroldo e Prasildo, personaggi della novella di Tisbina, diverranno personaggi vivi e attivi del poema; e incorrendo a gravi pericoli, per vicendevole salvezza a vicenda s'esporranno alla morte.————Erano già due lunghi anni che Iroldo, rimeritato il liberale Prasildo con lasciargli la parte dell'anima sua, andava pellegrinando e dolorando pe'l mondo, quando un dí pervenne al paese d'Orgagna. Vi regnava Falerina la trista, che era maestra di tutte [pg!221] le frodi e di tutti gli incanti e all'ingresso d'un vago giardino manteneva un serpente voglioso di carne umana: per questo nessun forestiero sfuggiva dalle lusinghe di lei e poi dai denti del mostro. E anche il misero Iroldo fu preso d'inganno, e da quattro mesi attendeva in carcere insieme con molti miseri cavalieri e dame il dí della morte nefanda. Due vittime erano destinate ogni giorno pe'l drago: un cavaliere e una dama. Ma Prasildo fu in tempo ad apprendere, Dio sa come, la sorte che aspettava il suo Iroldo, e camminando giorno e notte venne in Orgagna e propose gran somma d'oro al guardiano di Falerina se gli liberava l'amico. Invano. Con l'oro offerse sé stesso in cambio di vittima, e il guardiano accettò, e Iroldo fu libero.Tuttavia Iroldo voleva morire egli pure, perché il giorno che l'amico dovea essere condotto alla belva, si mise in un boschetto presso a una fonte ad aspettare ch'ei passasse di là fra i custodi, e contro di essi egli voleva combattere solo. Aspettando piangeva, non già di sé, che sarebbe perito [pg!222] da valoroso per amore fraterno, ma della sorte la quale per sua cagione toccava a Prasildo; e Rinaldo, a caso in quel bosco, l'udí lamentare e gliene chiese la causa.Saperla e disporre il suo valore in premio e salute d'una cosí ferma e santa amicizia fu un punto; fu un punto per lui scorgere la turba che con a guida il gigante Rubicane traeva al supplizio un cavaliere e una dama e piombare su quella e sbaragliarla. Ma di bei colpi fu capace anche Iroldo, e la battaglia presto finita. La donna era Fiordiligi, che aveva raccontata a Rinaldo la storia d'Iroldo e di Prasildo, e il cavaliere era Prasildo; e i due amici si gettarono l'uno tra le braccia dell'altro.————Damone e Pizia. Meglio, per riguardo all'origine della loro amicizia e fratellanza, Iroldo e Prasildo rievocano a mente Gisippo ateniese e Tito Quinzio Fulvo romano. Gisippo — ve ne rammentate? — come sa che Tito, l'amico suo di giovinezza e di [pg!223] studi, è preso della bellezza di Sofronia sua fidanzata, fa ch'egli l'ottenga per inganno in isposa. Ma poi, quando, trascorsi molti anni, Gisippo arriva a Roma in povero stato e crede che Tito non voglia riconoscerlo e a fin di morire s'incolpa d'avere ucciso un uomo, Tito “per scamparlo dice sé averlo morto. Il che colui, che fatto l'avea, vedendo, sé stesso manifesta, per la qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati....„To'! — esclamerebbe adesso un piccolino Livingstone della storia letteraria —: anche la novella ottava della giornata decima delDecameroneè una fonte dell'Orlando Innamorato! —, e con gli occhi stanchi, che san le ricerche, ravvivati di nuova luce e di nuovo gaudio suderebbe alla scoperta di prove.Ma che prove! Potrà anche credersi che il Boiardo si ricordasse pur di quest'altra novella; non per ciò l'analogia dell'invenzione, ch'è il meno, ha alcuna importanza, se tra i due scrittori è tanto diversa la potenza, l'attitudine, la fattura artistica, ch'è il piú. Vedete in confronto di Iroldo e Prasildo, [pg!224] Gisippo e Tito. Questi sono d'animo romano e di sennoateniesee son dotti, come scolari di Aristippo, a sottomettere il sentimento alla ragione. Filosofi, tengono l'amicizia per il piú gran bene; onde l'uno può cedere la sposa all'altro e l'altro accettarla: l'uno viene a tanta liberalità perché le mogli non si trovano con la difficoltà con cui si trovano gli amici; e l'altro acconsente alla dedizione perché comprende di acquistare dall'amico suo con l'amata donna la vita stessa, essendo egli per mal d'amore ridotto quasi a termine di morire.Vedete in confronto di Tisbina, Sofronia giovinetta.....— E a che cosa giova tale studio?Tardi giunge l'ironica domanda; alla quale per altro io so rispondere a tempo che il Boccaccio non è Masuccio e né pure MatteoBoiardoè Gianfrancesco Loredano, e che, almeno a mio parere, i classici non si sono studiati e ammirati mai abbastanza. [pg!227]NOTE[1]Masuccio Salernitano, novella XXI.[2]Novelle degli Accademici Incogniti: par. II, nov. prima.[3]Ant Fr. Ghiselli,Memorie di Bologna antica, manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all'anno 1579 (23 giugno).[4]Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564 (Cicogna,Iscrizioni veneziane, T. II, p. 211): andò dunque sposa un mese piú che dodicenne.[5]Rinieri,Diario(alla Bibl. Comunale di Bologna).[6]Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); '84 (14 aprile), e T. XVIII, pagina 507.[7]Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).[8]Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e [pg!228] cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli una suaLezione dove si ragiona delle idee et delle bellezze.[9]Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati, Venezia, Ziletti, 1681.[10]Pref. alleRime, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.[11]Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.[12]Cito il mio libroRomanzieri e romanzi del cinquecento e del seicento, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc. XXIV dellaNuova Antologia(1891), pag. 781-783. — Delle persone mascherate nellaFuggitivadiedero i nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma non furono concordi a determinare quello dell'amante piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (Spoglio delle famiglie bolognesi, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam.Bentivoglio. — L'anno della morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all'eredità de' beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva:“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„(Scritture della fam. Bentivoglio: Archivio di Stato di Bologna).[13]Ghiselli, op. cit., T. XXVI.[14]Montefani,Fam. Malvezzi.[15]Galeati,Diario(Bibl. Com. di Bologna), all'11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.[16]Galeati, op. cit.[17]Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (Scrittori bolognesi), il Mazzucchelli, l'Aprosio (Biblioteca, 1673, pag. 324-329); io, per il breve mio studio, credo d'aver detto abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza fu anche autore d'un dramma —Il Ratto di Proserpina— recitato a Bologna nel 1640. Dimenticanza grave![18]Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.[19]Vedi il Mazzucchelli e l'Aprosio (Biblioteca, pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini,Vita e opere di G. B. Marini(Roma, 1888).[20]Spira, appresso Henrico Starckio, MDCXXIX, in-12. Ma nonRoberto, RobustoPogommega. Errore gravissimo![21]Galeati,Diar.(AppendiceI, pag. 8); Ant. Maria Carati,Li matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da' loro originali parrocchiali, T. I (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.[22]Fra gliEpitalamidel Marini.[23]Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.[24]Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.[25]Malvasia,Felsina Pittrice, p. IV, pag. 42.[26]Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa:Breve descrizione della festa nella gran sala del Sig. Podestà l'anno 1615, il dí 2 di marzo: Bologna, Stamperia Camerale.[27]Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio [pg!230] e Fr. Maria Tagliaferri,Diario(alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52; Galeati,Diario, pagina 21.[28]G. B. Guidicini:I Riformatori dello stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797, T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la relazione dell'assassinio del Pepoli; errò ponendo il primo ferimento dell'Aldrovandi al 1620 anzi che al 1621. L'Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.[29]Galeati,Diario, pag. 21.[30]Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.[31]Galeati,Diariopag. 112.[32]Ghiselli, T. XXVI.[33]Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629: ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.[34]Guidicini, op. cit., pag. 52.[35]Gregorio Leti:Lettere sopra differenti materie(Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri,Dizionario; Niceron,MémoiresT. II, pag. 359-379.[36]G. L.Lettere, T. I, 32.[37]Letterecit., T. I, 21.[38]Lett.cit., T. I, 24.[39]Lett.cit., I, 13.[40]Gr. Leti,Lettere, I, 195; Larousse,Grand Dictionnaire Universel.[41]Larousse, op. cit.; —Les Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706) pag. 41; pag. 48.[42]Gr. Leti,Lettere, I, 197.[43]Lett.cit., I, 199.[44]Lett., cit., I, 206.[45]Larousse, op. cit.[46]Leti,Lett., I, 203.[47]Lett.cit., I, 221.[48]Lett.cit.; luogo cit.[49]Lett.cit., I, pag. 226-229.[50]Lett.Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. allaMonarchia di Luigi XIV, di G. L.[51]Lett.cit., T. II, pag. 45 e seg.[52]Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l'aggiunta d'un dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di Baltassaro Sultanini Bresciano— Londar (sic) per Tomaso Buet, 1669.[53]Leti,Lett., II, pag. 318-323.[54]....e Pasquino morto risuscitato, senza luogo e nome di stamp., 1668: in-12.[55]Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.[56]Leti,Lett., II, 3. —Critica, storica, politica, morale, economica e comica su le Lotterie antiche e moderne, Amsterdam, 1697.[57]Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l'Augusto Intento, ne' quali con piacevole stile a pieno s'insegna di fare eccellente riuscita ne' piú gravi studi, et la maniera di procedere honoratamente.Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.[58]Della Carrozza di ritorno, o vero dell'esame del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina[pg!232] (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche laCarrozza da Nolodello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. VediLettere del M.(ediz. 1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli laContessa Laranel periodicoLa Tavola Rotonda(1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida,Mesdames nos aieules, Paris, Librairie Illustrée, 1890.[59]Cosí Carlo Celano negliAvanzi delle Poste.[60]Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.[61]Vedi laStoria del Giorno di G. Pariniscritta da G. Carducci.[62]Cicogna,Iscrizioni Veneziane, I, 135.[63]Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.[64]Ang. Aprosio,La Biblioteca Aprosiana(Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti,Lettere, p. 207.[65]Arc. Tarabotti,Lettere famigliari e di complimento: Venezia, Guerigli. 1650: in-12.[66]Fu stampata con laControsatiradel Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con laCensuradel Sesti e l'Antisatiradella Tarabotti.[67]Aprosio, op. cit., pag. 168.[68]Antisatira, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.[69]Aprosio, op. cit., pag. 168.[70]Tarabotti,Lett., pag. 168.[71]Aprosio, op. cit., pag. 169.[72]Tarabotti,Lettere, pag. 313 e pag. 30.[73]Tarabotti,Lettere, pag. 315 [pg!233] e pag. 157.[74]Tarabotti,Lettere, pag. 273 e pag. 298.[75]G. F. Loredano;Lettere(Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.[76]Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié anche il Cantú:Della letteratura italiana esempi e giudizi, pag. 353.[77]La rigogliosa— “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea chiameremo„. (Introd. al Decam.)[78]Πᾶν φίλος = tutto amoroso.[79]νέη φίλη = giovinetta amorosa.[80]Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.[81]Διώνεος = venereo.[82]Αἱμυλία = lusinghiera.[83]Proemio alFilostrato.[84]Camillo Antona Traversi nelle note al Landau —Giovanni Boccacci, sua vita e sue opere— pag. 548.[85]Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da Apollo (v. pag. 193).[86]Didone, la tradita.[87]Lo stesso nell'opera cit., pag. 316.[pg!229][pg!231]————ERRORI DI STAMPA.Seppelita, pag. 50;invitare, pag. 73. In alcune copie a pag. 129 si legge, nella seconda riga,1634in vece di1654.————Finito di stampareil dì 2 maggio MDCCCXCIInella tipografia di Nicola Zanichelliin Bologna.Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 223 ("Errori di stampa") sono state riportate nel testo. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):66 — fossero condotti allaConciergerie[Congerie]84 — immuni“da[mancante nell'originale]85 — vedrebbe distabilire[stabibilire]95 —gentiluomini[gentitiluomini]101 — loSpagnuolo[Spagnnolo]189 — perme[m'è] s'è conosciuto224 — e di sennoateniese[atienese]224 — MatteoBoiardo[Boiardi]*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PARVENZE E SEMBIANZE ***
[pg!203]
Iroldo amava Tisbina come già Tristano amò la regina Isotta, e quanto bene Isotta volle a Tristano, Tisbina voleva ad Iroldo: per questo vivevano lieti e contenti. Ma in digrazia d'entrambi la bella dama, trovandosi un giorno con molte persone a un suo giardino in Babilonia, ebbe vaghezza di certo gioco pe'l quale alcuno, nascostole il capo in grembo e levata una mano dietro il dorso, dovea indovinare chiunque veniva a batterlo su la palma; e secondo la sorte e la vicenda del gioco anche Prasildo s'inginocchiò dinanzi a Tisbina e le posò il capo nel grembo. Prasildo era un gentile e valoroso barone. [pg!204] Nella soave positura egli si sentí dunque accendere improvviso in cuore un fuoco di cui mai aveva sentito l'uguale; una sí viva fiamma che per timore avrebbe voluto non dovere piú rialzarsi, e cercava di non indovinare; e questa fu la prima radice della sua passione senza conforto. In breve a tal partito lo condussero Amore e l'altera resistenza di Tisbina che un dí, piena l'anima di tristezza, si ridusse in un boschetto a piangere e a meditar di morire.
— Udite voi, fiori, — diceva con lamentevole voce — e voi, piante, e tu, sole, le mie parole estreme, e vedete la mia cruda fine; ma che nessuno la sappia, perché colei che mi vi forza potrebbe ricevere incolpazione di crudeltà, ed io pur sí crudele l'amo e l'amerò ancora nell'altro mondo. —
Cosí trasse la spada dal fianco, e pallido per la morte imminente chiamò piú volte Tisbina, quasi nel nome di lei il paradiso si dovesse aprire al suo spirito. Ma Tisbina si trovava per caso proprio là presso a lui; giacché venuta a caccia in quel luogo con Iroldo, l'uno e l'altro avevano ascoltate [pg!205] le querele dell'infelice giovane e con tanta pietà, che quando egli ripeté il suo nome, ella si fece innanzi di tra le fronde e, come ivi fosse giunta allora allora, tutt'ansiosa e tremante gli disse queste parole:
— Prasildo, se tu m'ami non mi abbandonare, ché sono in pericolo dell'onore e della vita; e io ti faccio sicuro del mio bene se tu compirai ciò che mi vuole e ti domando. —
Bisogna sapere che oltre la selva di Barberia era l'orto dove Medusa custodiva il tronco del tesoro dai rami d'oro e dai pomi di smeraldo, e che Medusa era una rea femmina la quale a vederla ammaliava in guisa da togliere ogni piú salda ricordanza del tempo trascorso; onde Tisbina, per consiglio di Iroldo, disse a Prasildo ch'avea gran necessità d'un ramo del prezioso tronco.
Ma un assai cattivo consiglio aveva dato Iroldo alla sua donna, sapendosi bene che l'amore vince tutte le cose. [pg!206]
————
————
Ricorderete come anche madonna Dianora sdegnosa dell'amore di messer Ansaldo Gradense, pensasse liberarsi di lui con domandargli, se voleva gli compiacesse, un giardino di gennaio bello come di maggio, e come messer Ansaldo, pur comprendendo che nella richiesta era una cosa quasi impossibile, tanto s'adoprò e ricercò che un negromante, a condizione di grandissima mercede, la mattina del primo dí di gennaio fece apparire un giardino quale era desiderato. Quanto patí allora madonna Dianora!; e a lungo avrebbe pianto la sua onestà perduta, se messer Ansaldo, in udire la generosità del marito di lei, che la mandò a lui affinché, non trovando via di sciogliersene, osservasse la data parola, generosamente non l'avesse sciolta dell'obbligo contratto per sua poca considerazione.
————
————
Prasildo, dunque, speranzoso d'amore, senza por tempo in mezzo e avanzando sé [pg!207] stesso d'ardire e di desiderio si pose in viaggio; traversò in nave il mar Rosso e giunse ai monti di Barca. Ivi, a sua gran fortuna s'imbatté in un vecchio pellegrino, il quale udita la cagione del suo viaggio gli insegnò la maniera di compier l'impresa: entrasse nel giardino di Medusa dalla porta della Povertà recando uno specchio in cui Medusa si scorgesse riflessa non già co 'l viso candido e vermiglio, che dimostrava per malia, ma con la faccia, che aveva per natura, di serpe orribile e feroce, e cosí la facesse fuggire atterrita di sé medesima dalla custodia dell'albero d'oro; spiccato il ramo, uscisse per la porta della Ricchezza lasciando un po' del ramo all'Avarizia, la quale alla Ricchezza sta sempre d'accanto. Ciò fece il barone, e poté tornare in patria tutto giulivo; poté far sapere alla dama amata ch'egli era pronto a mostrarle il ramo d'oro di cui l'aveva richiesto. All'annunzio Tisbina fu ferita da acuto cordoglio e stesasi su 'l letto ruppe in lamenti della sua sorte e dell'amante, e pur questi, come l'udí lamentare e n'apprese la ragione, [pg!208] pianse e si dolse senza misura. Stringeva al seno Tisbina sua e confondendo le sue lagrime con quelle di lei diceva invano che meritava pena egli solo, perché egli stolto l'aveva fatta fallire, e che morire toccava a lui solo: la dama voleva la morte con lui a pena che avesse attesa la promessa a Prasildo. Pertanto i due amorosi infelici ordinarono di bere il veleno che un medico saggio ed antico preparò loro in sí fatta tempera, che avrebbe dovuto privarli dell'anima con singolare dolcezza. Prima Iroldo sorbí metà della tazza, poi la porse alla dama senza guardarla, ed ella la vuotò fino al fondo. E dire che fu per lei un martirio piú grande il dovere andare a Prasildo!; e nondimeno v'andò.
— Per mantenere ciò che ti giurai perdo l'onore ma anche la vita — gli disse quand'egli scorgendola patita e lagrimosa volle allietarla con belle parole; e alla fine il barone apprese quel che non avrebbe mai voluto apprendere. Di che afflitto oltremodo, rimproverò Tisbina d'aver dubitato della sua cortesia e l'assolse del giuramento; e poiché [pg!209] ella tra breve sarebbe morta, seco stesso deliberò di seguitare il suo esempio.
Non era cosa nuova che due amanti si dessero la morte, ma sarebbe stata nuova che tre morissero per un solo amore: se non che il medico antico e saggio essendo venuto in sospetti si recò dal barone allorché questi, partita la dama, stava per compiere il suo divisamento, e a tempo poté accertarlo che non già un veleno, bensí un mite narcotico aveva preparato a Tisbina.
Avvenne pertanto che Prasildo corresse a casa d'Iroldo, il quale di già risvegliatosi gemeva accanto la sua donna in sembianza di morta, e gli spiegasse come il succo bevuto non era neppure nocivo e come la dama era libera per suo volere dell'obbligo verso di lui. Allora Iroldo sentí rifluirsi la vita al cuore; e, tanto fu cortese, volle vincere la generosità di Prasildo; volle che la bella donna restasse di lui, ed egli incontanente partí da Babilonia. Per vero Tisbina, quando riebbe i sensi e seppe l'accaduto, tramortí una volta e due; ma via!, si rassegnò poi presto. [pg!210]
Ciascuna donna è molle e tenerinaCosí del corpo come de la mente;E simigliante de la fresca brinaChe non aspetta il caldo al sol lucente:Tutte siam fatte come fu Tisbina,Che non volse altra battaglia per nïente,Ma al primo assalto subito si rese,E per marito il bel Prasildo prese.
Ciascuna donna è molle e tenerinaCosí del corpo come de la mente;E simigliante de la fresca brinaChe non aspetta il caldo al sol lucente:Tutte siam fatte come fu Tisbina,Che non volse altra battaglia per nïente,Ma al primo assalto subito si rese,E per marito il bel Prasildo prese.
Ciascuna donna è molle e tenerina
Cosí del corpo come de la mente;
E simigliante de la fresca brina
Che non aspetta il caldo al sol lucente:
Tutte siam fatte come fu Tisbina,
Che non volse altra battaglia per nïente,
Ma al primo assalto subito si rese,
E per marito il bel Prasildo prese.
————
————
Cosí Fiordiligi finí la novella raccontata a Rinaldo per distrarlo dalla noia del viaggio, che entrambi avevano da percorrere in groppa allo stesso cavallo, e dalla cupidigia che gli potea venire della sua bellezza. E Fiordiligi fu abile raccontatrice: la patetica istoria scese canora dalle sue labbra, disinvolta e atteggiata in leggiadria d'ottave, e non già aspra per forma di stecchiti periodi e non interrotta.
Ma s'io m'interruppi fu per un salto di pensiero, per un lampo di memoria che mi richiamò al Boccaccio; e, del resto, credo che nel caso mio uno qualunque de' giovinetti eruditi i quali si atteggiano a Rajna e a Landau e spasimano alla ricerca delle fonti non già di belli e regali fiumi, ma di arsi [pg!211] ruscelletti e di gore morte, e vagano in oriente ed occidente e traversano secoli per scoprire un riscontro casuale, pur che paia necessario, a una frase o a una imagine; uno qualunque di quei tanti che sanno tante nuove cose di storia letteraria, affermerebbe e insegnerebbe:
— Nel canto duodecimo, parte prima dell'Orlando, il Boiardo imitò, parafrasò, copiò la quinta novella della decima giornata delDecamerone. E, come vuole la critica positiva, si prova.
Messer Ansaldo Gradense fu “uomo d'alto affare e per arme e per cortesia conosciuto per tutto„, e Prasildo è “un barone„.
Di Babilonia stimato il maggiore;E certamente ciò ben meritava,Ch'è di cortesia pieno e di valore.Molta ricchezza, di ch'egli abbondava,Dispendea tutta quanta in farsi onore;Piacevol ne le feste, in arme fiero,Leggiadro amante e franco cavaliero.
Di Babilonia stimato il maggiore;E certamente ciò ben meritava,Ch'è di cortesia pieno e di valore.Molta ricchezza, di ch'egli abbondava,Dispendea tutta quanta in farsi onore;Piacevol ne le feste, in arme fiero,Leggiadro amante e franco cavaliero.
Di Babilonia stimato il maggiore;
E certamente ciò ben meritava,
Ch'è di cortesia pieno e di valore.
Molta ricchezza, di ch'egli abbondava,
Dispendea tutta quanta in farsi onore;
Piacevol ne le feste, in arme fiero,
Leggiadro amante e franco cavaliero.
Madonna Dianora andò a casa di messer Ansaldo “in su l'aurora, con due suoi famigliari [pg!212] innanzi e con una cameriera appresso„; e quando Tisbina andò a casa di Prasildo
Era di giorno e lei accompagnata.
Era di giorno e lei accompagnata.
Era di giorno e lei accompagnata.
Nota Gilberto che “quasi ogni cosa diviene agli amanti possibile„, e Tisbina:
Deh quanto è pazza quell'alma che credeChe amor non possa ogni cosa compire!;
Deh quanto è pazza quell'alma che credeChe amor non possa ogni cosa compire!;
Deh quanto è pazza quell'alma che crede
Che amor non possa ogni cosa compire!;
e cosí via.
Prove di nessun valore; ma senza tener conto di esse si può anche ammettere che il Boiardo rammentasse il Boccaccio, e non si può negare certa somiglianza nella concezione generale del racconto e la quasi identità nelle condizioni in cui son posti i personaggi. Se non che quanta differenza ne' tratti, nel colore, nell'atteggiamento tra le figure del poeta e del novelliere, e quanto diversa l'arte di questo dall'arte di quello!
Vedete: Tisbina è una creatura graziosa nella sua dolcezza e debolezza. Per amore non vuol concedere ad altri le gioie che concede al suo amante e vuol [pg!213] morire con lui; non ama il barone, ma lo compiange e l'ammira, e glielo dichiara fin prima d'essere assoluta dalla sua promessa. Dopo, gli dà un bacio e lo consola; ultimamente gli si acconcia tosto e volentieri. — Dianora è nobile donna, forte, sdegnosa. Amava suo marito? Non è detto: per onestà rifiuta i meravigliosi doni e disprezza la fama dell'innamorato Gradense; per onestà, e non per pietà, con domanda di cosa creduta impossibile tenta indurlo a cedere dinanzi la sua resistenza. Curiosa come ogni donna, si reca a vedere il giardino a pena comparso e lo loda, ma ritorna a casa afflitta “a quel pensando a che per quello era obbligata„; non pensando al cavaliere il cui fervente amore ha potuto tanto; e se il marito non la costringesse, sarebbe disposta a perdere piú tosto la stima di donna leale che di moglie onorata. Accompagnata e in su l'aurora, per non esser vista, va a casa del barone, e senza troppo ornarsi, perché il marito le ha fatta raccomandazione di cercar via a disciogliersi dalla promessa serbando puro il suo onore, e primo mezzo a riuscire nell'intento ella [pg!214] pensa trovare nel mostrarsi poco piacevole: miracolo della virtú che in questa donna può piú della vanità!
Ogni altro mezzo adopera poi, senza pregare né piangere, nelle sue poche parole al barone. Gli dice: — “Né amor ch'io vi porti, né promessa fede mi menan qui.... — Non l'ama né pur ora, né l'amerà mai; e piuttosto che acconsentire ai suoi desideri mancherebbe alla parola data —... ma il comandamento del mio marito, il quale, avuto piú rispetto alle fatiche del vostro disordinato amore che al suo e mio onore, mi ci ha fatto venire.„ — Rileva la liberalità del marito e incolpa l'amante; rileva che suo marito è debole, ch'ella è forte; che suo marito ha compassione di lui e che essa no. Né altro concede ad Ansaldo se non una dignitosa espressione di gratitudine: — “Niuna cosa mi poté mai far credere, avendo riguardo a' vostri costumi, che altro mi dovesse seguir della mia venuta, che quello ch'io veggio che voi ne fate; di che io vi sarò sempre obbligata.„ —
E chi affermerebbe che Iroldo e Prasildo [pg!215] furono foggiati sui tipi stessi del marito e dell'innamorato di Dianora?
Gilberto è ritratto d'uomo che è inflessibile nell'adempimento del dovere; che riflette e non può essere perturbato a lungo dalle commozioni: si adira alla confessione della moglie, ma tosto si frena e la rimprovera mite; non inveisce contro il barone, ma anzi affermando che quasi ogni cosa è agli amanti possibile, sembra scusarlo, e certo lo stima, se ha speranza che Dianora possa ottenere da lui di non macchiare la propria onestà. Leale cavaliere e sicuro della fedeltà della moglie, nella scelta tra il disonore che ella si ceda per una volta all'amante e il disonore ch'ella manchi alla data parola, non può restare a lungo dubbioso; e gode e confessa di sentirsi capace di un sacrificio che nessuno forse saprebbe compire. Lo piega ad esso anche il timore del negromante, è vero, ma senza questo tanta vigoria d'animo non sarebbe un po' inverosimile? Ansaldo arde d'amore e splende di magnificenza e d'ogni lode, tuttavia Gilberto non teme, perché sa che sua moglie potrà [pg!216] concedergli il corpo, l'animo no, e perché sente, con sentimento il quale noi vantiamo di moderna perfezione spirituale, che la donna contaminata dall'amore di chi ella non ama è ugualmente degna d'affetto e di stima.
Ansaldo Gradense è il signore di grand'animo, sicuro di sé in ogni parola e in ogni atto, ripugnante da ogni voglia disordinata e volgare. Per la donna che ama cerca e procura ciò che egli stesso credeva impossibile; ma quando Dianora viene alla sua casa, le muove incontro composto e rispettoso e la prega, “se pure il lungo amore il quale le ha portato merita alcun guiderdone„, di dirgli la ragione della sua venuta, giacché tal donna non deve esser là per soddisfarlo del suo desiderio. E udita la risposta di lei e sentita improvvisa la invidiabile liberalità di Gilberto, subito scioglie madonna Dianora del doloroso legame e le raccomanda di rendere grazie al marito che stima e amerà sempre come un fratello.
Iroldo e Prasildo sono invece due cavalieri [pg!217] molto simili nella grazia dell'aspetto e ugualmente appassionati e appassionabili e poeticamente piú docili agli affetti che alla ragione. Per compassione Iroldo suggerisce a Tisbina il mezzo di salvare Prasildo; e venendo da lui il consiglio, è meno mirabile la sua generosità quando prega la donna (egli prega e non comanda come Gilberto) di andare all'amante; per disperazione beve il veleno; per riconoscenza scongiura il Cielo a rimeritare Prasildo della sua cortesia; per emulazione di generosità lascia Tisbina a Prasildo.
Prasildo è timido come l'amico: va incontro a Tisbina onorandola, ma non sa che si fare per la vergogna, e l'assolve del giuramento per provarle ch'egli non ha mai voluto dispiacerle, piú tosto che per riconoscenza della lealtà di lei e delle generosità d'Iroldo.
In sostanza, nella novella di Fiordiligi non è il meraviglioso rilievo dei caratteri, la scultoria interezza delle figure ottenuta dal Boccaccio, come seppe egli solo, con brevità e semplicità di mezzi: essa è una gentile [pg!218] e pietosa narrazione e rappresentazione di fatti per finzione poetica diffusi ed elevati a tragica intensità: i personaggi del novelliere predominano ai casi in cui vengono per forza d'amore, per necessità di doveri, per disposizione d'animo; dove i personaggi del poeta soggiacciono alla forza dei casi loro e nella gravità di essi e nell'urto violento delle passioni smarriscono colorito e fisonomia.
In sostanza non mi pare che il Boiardo abbia imitato troppo il Boccaccio. Ma che poesia è la sua! E quanta dolcezza e freschezza per tutto l'episodio, e che ingenua espressione di passione umana, pur finamente osservata, nell'invenzione romanzesca! Iroldo in disperazione beve il veleno:
E poi che per metade ebbe sorbitoSicuramente il succo venenoso,A Tisbina lo porse sbigottito.Non essendo di morte pauroso,Ma non ardisce a lei far quell'invito,Però, volgendo il viso lagrimoso,Mirando a terra la coppa le porse,E di morire allora stette in forse.Non del tossico già, ma per dolore,Che 'l venen terminato esser dovria.[pg!219]Ora Tisbina con frigido core,Con man tremante la coppa prendia,E biastemmando la fortuna e amore,Che a fin tanto crudel la conducia,Bevette il succo ch'ivi era rimaso,In sino al fondo del lucente vaso.Iroldo si coperse il capo e 'l volto,Perché con gli occhi non volea vedereChe 'l suo caro desío gli fosse tolto....
E poi che per metade ebbe sorbitoSicuramente il succo venenoso,A Tisbina lo porse sbigottito.Non essendo di morte pauroso,Ma non ardisce a lei far quell'invito,Però, volgendo il viso lagrimoso,Mirando a terra la coppa le porse,E di morire allora stette in forse.Non del tossico già, ma per dolore,Che 'l venen terminato esser dovria.[pg!219]Ora Tisbina con frigido core,Con man tremante la coppa prendia,E biastemmando la fortuna e amore,Che a fin tanto crudel la conducia,Bevette il succo ch'ivi era rimaso,In sino al fondo del lucente vaso.Iroldo si coperse il capo e 'l volto,Perché con gli occhi non volea vedereChe 'l suo caro desío gli fosse tolto....
E poi che per metade ebbe sorbito
Sicuramente il succo venenoso,
A Tisbina lo porse sbigottito.
Non essendo di morte pauroso,
Ma non ardisce a lei far quell'invito,
Però, volgendo il viso lagrimoso,
Mirando a terra la coppa le porse,
E di morire allora stette in forse.
Non del tossico già, ma per dolore,
Che 'l venen terminato esser dovria.
[pg!219]
Ora Tisbina con frigido core,
Con man tremante la coppa prendia,
E biastemmando la fortuna e amore,
Che a fin tanto crudel la conducia,
Bevette il succo ch'ivi era rimaso,
In sino al fondo del lucente vaso.
Iroldo si coperse il capo e 'l volto,
Perché con gli occhi non volea vedere
Che 'l suo caro desío gli fosse tolto....
E che elegante mollezza di versi nelle similitudini semplici e delicate! Prasildo si strugge d'amore:
Ma quale in prato le fresche vïoleNel tempo freddo pallide si fanoCom'il splendido ghiaccio al vivo sole.Cotal si disfacea 'l baron soprano,E condotto era a sí malvagia sorteCh'altro ristor non spera che la morte.
Ma quale in prato le fresche vïoleNel tempo freddo pallide si fanoCom'il splendido ghiaccio al vivo sole.Cotal si disfacea 'l baron soprano,E condotto era a sí malvagia sorteCh'altro ristor non spera che la morte.
Ma quale in prato le fresche vïole
Nel tempo freddo pallide si fano
Com'il splendido ghiaccio al vivo sole.
Cotal si disfacea 'l baron soprano,
E condotto era a sí malvagia sorte
Ch'altro ristor non spera che la morte.
E quando riceve consolazione, ché né egli né Tisbina morirà di veleno:
Come dopo la pioggia le vïoleS'abbattono e la rosa e 'l bianco fiore:Poi quando al ciel sereno appare il sole,Apron le foglie e torna il bel colore;Cosí Prasildo a la lieta novellaDentro si allegra e nel viso si abbella.
Come dopo la pioggia le vïoleS'abbattono e la rosa e 'l bianco fiore:Poi quando al ciel sereno appare il sole,Apron le foglie e torna il bel colore;Cosí Prasildo a la lieta novellaDentro si allegra e nel viso si abbella.
Come dopo la pioggia le vïole
S'abbattono e la rosa e 'l bianco fiore:
Poi quando al ciel sereno appare il sole,
Apron le foglie e torna il bel colore;
Cosí Prasildo a la lieta novella
Dentro si allegra e nel viso si abbella.
[pg!220]
————
————
A dire la verità, strana e inaspettata riesce la deliberazione e la ripetizione dell'atto generoso per cui Iroldo lascia Tisbina, che tanto ama e da cui è amato tanto, a Prasildo, e fugge di Babilonia; ma al Boiardo non bastava concludere, come il Boccaccio, senza prove dell'amicizia seguita ne' due cavalieri: al Boiardo bisognavano gli epici tipi di amici perfetti, e Iroldo e Prasildo, personaggi della novella di Tisbina, diverranno personaggi vivi e attivi del poema; e incorrendo a gravi pericoli, per vicendevole salvezza a vicenda s'esporranno alla morte.
————
————
Erano già due lunghi anni che Iroldo, rimeritato il liberale Prasildo con lasciargli la parte dell'anima sua, andava pellegrinando e dolorando pe'l mondo, quando un dí pervenne al paese d'Orgagna. Vi regnava Falerina la trista, che era maestra di tutte [pg!221] le frodi e di tutti gli incanti e all'ingresso d'un vago giardino manteneva un serpente voglioso di carne umana: per questo nessun forestiero sfuggiva dalle lusinghe di lei e poi dai denti del mostro. E anche il misero Iroldo fu preso d'inganno, e da quattro mesi attendeva in carcere insieme con molti miseri cavalieri e dame il dí della morte nefanda. Due vittime erano destinate ogni giorno pe'l drago: un cavaliere e una dama. Ma Prasildo fu in tempo ad apprendere, Dio sa come, la sorte che aspettava il suo Iroldo, e camminando giorno e notte venne in Orgagna e propose gran somma d'oro al guardiano di Falerina se gli liberava l'amico. Invano. Con l'oro offerse sé stesso in cambio di vittima, e il guardiano accettò, e Iroldo fu libero.
Tuttavia Iroldo voleva morire egli pure, perché il giorno che l'amico dovea essere condotto alla belva, si mise in un boschetto presso a una fonte ad aspettare ch'ei passasse di là fra i custodi, e contro di essi egli voleva combattere solo. Aspettando piangeva, non già di sé, che sarebbe perito [pg!222] da valoroso per amore fraterno, ma della sorte la quale per sua cagione toccava a Prasildo; e Rinaldo, a caso in quel bosco, l'udí lamentare e gliene chiese la causa.
Saperla e disporre il suo valore in premio e salute d'una cosí ferma e santa amicizia fu un punto; fu un punto per lui scorgere la turba che con a guida il gigante Rubicane traeva al supplizio un cavaliere e una dama e piombare su quella e sbaragliarla. Ma di bei colpi fu capace anche Iroldo, e la battaglia presto finita. La donna era Fiordiligi, che aveva raccontata a Rinaldo la storia d'Iroldo e di Prasildo, e il cavaliere era Prasildo; e i due amici si gettarono l'uno tra le braccia dell'altro.
————
————
Damone e Pizia. Meglio, per riguardo all'origine della loro amicizia e fratellanza, Iroldo e Prasildo rievocano a mente Gisippo ateniese e Tito Quinzio Fulvo romano. Gisippo — ve ne rammentate? — come sa che Tito, l'amico suo di giovinezza e di [pg!223] studi, è preso della bellezza di Sofronia sua fidanzata, fa ch'egli l'ottenga per inganno in isposa. Ma poi, quando, trascorsi molti anni, Gisippo arriva a Roma in povero stato e crede che Tito non voglia riconoscerlo e a fin di morire s'incolpa d'avere ucciso un uomo, Tito “per scamparlo dice sé averlo morto. Il che colui, che fatto l'avea, vedendo, sé stesso manifesta, per la qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati....„
To'! — esclamerebbe adesso un piccolino Livingstone della storia letteraria —: anche la novella ottava della giornata decima delDecameroneè una fonte dell'Orlando Innamorato! —, e con gli occhi stanchi, che san le ricerche, ravvivati di nuova luce e di nuovo gaudio suderebbe alla scoperta di prove.
Ma che prove! Potrà anche credersi che il Boiardo si ricordasse pur di quest'altra novella; non per ciò l'analogia dell'invenzione, ch'è il meno, ha alcuna importanza, se tra i due scrittori è tanto diversa la potenza, l'attitudine, la fattura artistica, ch'è il piú. Vedete in confronto di Iroldo e Prasildo, [pg!224] Gisippo e Tito. Questi sono d'animo romano e di sennoateniesee son dotti, come scolari di Aristippo, a sottomettere il sentimento alla ragione. Filosofi, tengono l'amicizia per il piú gran bene; onde l'uno può cedere la sposa all'altro e l'altro accettarla: l'uno viene a tanta liberalità perché le mogli non si trovano con la difficoltà con cui si trovano gli amici; e l'altro acconsente alla dedizione perché comprende di acquistare dall'amico suo con l'amata donna la vita stessa, essendo egli per mal d'amore ridotto quasi a termine di morire.
Vedete in confronto di Tisbina, Sofronia giovinetta.....
— E a che cosa giova tale studio?
Tardi giunge l'ironica domanda; alla quale per altro io so rispondere a tempo che il Boccaccio non è Masuccio e né pure MatteoBoiardoè Gianfrancesco Loredano, e che, almeno a mio parere, i classici non si sono studiati e ammirati mai abbastanza. [pg!227]
NOTE[1]Masuccio Salernitano, novella XXI.[2]Novelle degli Accademici Incogniti: par. II, nov. prima.[3]Ant Fr. Ghiselli,Memorie di Bologna antica, manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all'anno 1579 (23 giugno).[4]Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564 (Cicogna,Iscrizioni veneziane, T. II, p. 211): andò dunque sposa un mese piú che dodicenne.[5]Rinieri,Diario(alla Bibl. Comunale di Bologna).[6]Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); '84 (14 aprile), e T. XVIII, pagina 507.[7]Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).[8]Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e [pg!228] cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli una suaLezione dove si ragiona delle idee et delle bellezze.[9]Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati, Venezia, Ziletti, 1681.[10]Pref. alleRime, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.[11]Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.[12]Cito il mio libroRomanzieri e romanzi del cinquecento e del seicento, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc. XXIV dellaNuova Antologia(1891), pag. 781-783. — Delle persone mascherate nellaFuggitivadiedero i nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma non furono concordi a determinare quello dell'amante piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (Spoglio delle famiglie bolognesi, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam.Bentivoglio. — L'anno della morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all'eredità de' beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva:“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„(Scritture della fam. Bentivoglio: Archivio di Stato di Bologna).[13]Ghiselli, op. cit., T. XXVI.[14]Montefani,Fam. Malvezzi.[15]Galeati,Diario(Bibl. Com. di Bologna), all'11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.[16]Galeati, op. cit.[17]Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (Scrittori bolognesi), il Mazzucchelli, l'Aprosio (Biblioteca, 1673, pag. 324-329); io, per il breve mio studio, credo d'aver detto abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza fu anche autore d'un dramma —Il Ratto di Proserpina— recitato a Bologna nel 1640. Dimenticanza grave![18]Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.[19]Vedi il Mazzucchelli e l'Aprosio (Biblioteca, pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini,Vita e opere di G. B. Marini(Roma, 1888).[20]Spira, appresso Henrico Starckio, MDCXXIX, in-12. Ma nonRoberto, RobustoPogommega. Errore gravissimo![21]Galeati,Diar.(AppendiceI, pag. 8); Ant. Maria Carati,Li matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da' loro originali parrocchiali, T. I (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.[22]Fra gliEpitalamidel Marini.[23]Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.[24]Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.[25]Malvasia,Felsina Pittrice, p. IV, pag. 42.[26]Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa:Breve descrizione della festa nella gran sala del Sig. Podestà l'anno 1615, il dí 2 di marzo: Bologna, Stamperia Camerale.[27]Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio [pg!230] e Fr. Maria Tagliaferri,Diario(alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52; Galeati,Diario, pagina 21.[28]G. B. Guidicini:I Riformatori dello stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797, T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la relazione dell'assassinio del Pepoli; errò ponendo il primo ferimento dell'Aldrovandi al 1620 anzi che al 1621. L'Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.[29]Galeati,Diario, pag. 21.[30]Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.[31]Galeati,Diariopag. 112.[32]Ghiselli, T. XXVI.[33]Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629: ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.[34]Guidicini, op. cit., pag. 52.[35]Gregorio Leti:Lettere sopra differenti materie(Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri,Dizionario; Niceron,MémoiresT. II, pag. 359-379.[36]G. L.Lettere, T. I, 32.[37]Letterecit., T. I, 21.[38]Lett.cit., T. I, 24.[39]Lett.cit., I, 13.[40]Gr. Leti,Lettere, I, 195; Larousse,Grand Dictionnaire Universel.[41]Larousse, op. cit.; —Les Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706) pag. 41; pag. 48.[42]Gr. Leti,Lettere, I, 197.[43]Lett.cit., I, 199.[44]Lett., cit., I, 206.[45]Larousse, op. cit.[46]Leti,Lett., I, 203.[47]Lett.cit., I, 221.[48]Lett.cit.; luogo cit.[49]Lett.cit., I, pag. 226-229.[50]Lett.Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. allaMonarchia di Luigi XIV, di G. L.[51]Lett.cit., T. II, pag. 45 e seg.[52]Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l'aggiunta d'un dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di Baltassaro Sultanini Bresciano— Londar (sic) per Tomaso Buet, 1669.[53]Leti,Lett., II, pag. 318-323.[54]....e Pasquino morto risuscitato, senza luogo e nome di stamp., 1668: in-12.[55]Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.[56]Leti,Lett., II, 3. —Critica, storica, politica, morale, economica e comica su le Lotterie antiche e moderne, Amsterdam, 1697.[57]Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l'Augusto Intento, ne' quali con piacevole stile a pieno s'insegna di fare eccellente riuscita ne' piú gravi studi, et la maniera di procedere honoratamente.Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.[58]Della Carrozza di ritorno, o vero dell'esame del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina[pg!232] (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche laCarrozza da Nolodello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. VediLettere del M.(ediz. 1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli laContessa Laranel periodicoLa Tavola Rotonda(1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida,Mesdames nos aieules, Paris, Librairie Illustrée, 1890.[59]Cosí Carlo Celano negliAvanzi delle Poste.[60]Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.[61]Vedi laStoria del Giorno di G. Pariniscritta da G. Carducci.[62]Cicogna,Iscrizioni Veneziane, I, 135.[63]Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.[64]Ang. Aprosio,La Biblioteca Aprosiana(Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti,Lettere, p. 207.[65]Arc. Tarabotti,Lettere famigliari e di complimento: Venezia, Guerigli. 1650: in-12.[66]Fu stampata con laControsatiradel Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con laCensuradel Sesti e l'Antisatiradella Tarabotti.[67]Aprosio, op. cit., pag. 168.[68]Antisatira, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.[69]Aprosio, op. cit., pag. 168.[70]Tarabotti,Lett., pag. 168.[71]Aprosio, op. cit., pag. 169.[72]Tarabotti,Lettere, pag. 313 e pag. 30.[73]Tarabotti,Lettere, pag. 315 [pg!233] e pag. 157.[74]Tarabotti,Lettere, pag. 273 e pag. 298.[75]G. F. Loredano;Lettere(Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.[76]Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié anche il Cantú:Della letteratura italiana esempi e giudizi, pag. 353.[77]La rigogliosa— “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea chiameremo„. (Introd. al Decam.)[78]Πᾶν φίλος = tutto amoroso.[79]νέη φίλη = giovinetta amorosa.[80]Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.[81]Διώνεος = venereo.[82]Αἱμυλία = lusinghiera.[83]Proemio alFilostrato.[84]Camillo Antona Traversi nelle note al Landau —Giovanni Boccacci, sua vita e sue opere— pag. 548.[85]Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da Apollo (v. pag. 193).[86]Didone, la tradita.[87]Lo stesso nell'opera cit., pag. 316.
[1]Masuccio Salernitano, novella XXI.[2]Novelle degli Accademici Incogniti: par. II, nov. prima.[3]Ant Fr. Ghiselli,Memorie di Bologna antica, manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all'anno 1579 (23 giugno).[4]Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564 (Cicogna,Iscrizioni veneziane, T. II, p. 211): andò dunque sposa un mese piú che dodicenne.[5]Rinieri,Diario(alla Bibl. Comunale di Bologna).[6]Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); '84 (14 aprile), e T. XVIII, pagina 507.[7]Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).[8]Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e [pg!228] cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli una suaLezione dove si ragiona delle idee et delle bellezze.[9]Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati, Venezia, Ziletti, 1681.[10]Pref. alleRime, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.[11]Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.[12]Cito il mio libroRomanzieri e romanzi del cinquecento e del seicento, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc. XXIV dellaNuova Antologia(1891), pag. 781-783. — Delle persone mascherate nellaFuggitivadiedero i nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma non furono concordi a determinare quello dell'amante piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (Spoglio delle famiglie bolognesi, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam.Bentivoglio. — L'anno della morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all'eredità de' beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva:“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„(Scritture della fam. Bentivoglio: Archivio di Stato di Bologna).[13]Ghiselli, op. cit., T. XXVI.[14]Montefani,Fam. Malvezzi.[15]Galeati,Diario(Bibl. Com. di Bologna), all'11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.[16]Galeati, op. cit.[17]Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (Scrittori bolognesi), il Mazzucchelli, l'Aprosio (Biblioteca, 1673, pag. 324-329); io, per il breve mio studio, credo d'aver detto abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza fu anche autore d'un dramma —Il Ratto di Proserpina— recitato a Bologna nel 1640. Dimenticanza grave![18]Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.[19]Vedi il Mazzucchelli e l'Aprosio (Biblioteca, pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini,Vita e opere di G. B. Marini(Roma, 1888).[20]Spira, appresso Henrico Starckio, MDCXXIX, in-12. Ma nonRoberto, RobustoPogommega. Errore gravissimo![21]Galeati,Diar.(AppendiceI, pag. 8); Ant. Maria Carati,Li matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da' loro originali parrocchiali, T. I (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.[22]Fra gliEpitalamidel Marini.[23]Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.[24]Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.[25]Malvasia,Felsina Pittrice, p. IV, pag. 42.[26]Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa:Breve descrizione della festa nella gran sala del Sig. Podestà l'anno 1615, il dí 2 di marzo: Bologna, Stamperia Camerale.[27]Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio [pg!230] e Fr. Maria Tagliaferri,Diario(alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52; Galeati,Diario, pagina 21.[28]G. B. Guidicini:I Riformatori dello stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797, T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la relazione dell'assassinio del Pepoli; errò ponendo il primo ferimento dell'Aldrovandi al 1620 anzi che al 1621. L'Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.[29]Galeati,Diario, pag. 21.[30]Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.[31]Galeati,Diariopag. 112.[32]Ghiselli, T. XXVI.[33]Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629: ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.[34]Guidicini, op. cit., pag. 52.[35]Gregorio Leti:Lettere sopra differenti materie(Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri,Dizionario; Niceron,MémoiresT. II, pag. 359-379.[36]G. L.Lettere, T. I, 32.[37]Letterecit., T. I, 21.[38]Lett.cit., T. I, 24.[39]Lett.cit., I, 13.[40]Gr. Leti,Lettere, I, 195; Larousse,Grand Dictionnaire Universel.[41]Larousse, op. cit.; —Les Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706) pag. 41; pag. 48.[42]Gr. Leti,Lettere, I, 197.[43]Lett.cit., I, 199.[44]Lett., cit., I, 206.[45]Larousse, op. cit.[46]Leti,Lett., I, 203.[47]Lett.cit., I, 221.[48]Lett.cit.; luogo cit.[49]Lett.cit., I, pag. 226-229.[50]Lett.Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. allaMonarchia di Luigi XIV, di G. L.[51]Lett.cit., T. II, pag. 45 e seg.[52]Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l'aggiunta d'un dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di Baltassaro Sultanini Bresciano— Londar (sic) per Tomaso Buet, 1669.[53]Leti,Lett., II, pag. 318-323.[54]....e Pasquino morto risuscitato, senza luogo e nome di stamp., 1668: in-12.[55]Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.[56]Leti,Lett., II, 3. —Critica, storica, politica, morale, economica e comica su le Lotterie antiche e moderne, Amsterdam, 1697.[57]Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l'Augusto Intento, ne' quali con piacevole stile a pieno s'insegna di fare eccellente riuscita ne' piú gravi studi, et la maniera di procedere honoratamente.Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.[58]Della Carrozza di ritorno, o vero dell'esame del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina[pg!232] (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche laCarrozza da Nolodello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. VediLettere del M.(ediz. 1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli laContessa Laranel periodicoLa Tavola Rotonda(1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida,Mesdames nos aieules, Paris, Librairie Illustrée, 1890.[59]Cosí Carlo Celano negliAvanzi delle Poste.[60]Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.[61]Vedi laStoria del Giorno di G. Pariniscritta da G. Carducci.[62]Cicogna,Iscrizioni Veneziane, I, 135.[63]Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.[64]Ang. Aprosio,La Biblioteca Aprosiana(Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti,Lettere, p. 207.[65]Arc. Tarabotti,Lettere famigliari e di complimento: Venezia, Guerigli. 1650: in-12.[66]Fu stampata con laControsatiradel Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con laCensuradel Sesti e l'Antisatiradella Tarabotti.[67]Aprosio, op. cit., pag. 168.[68]Antisatira, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.[69]Aprosio, op. cit., pag. 168.[70]Tarabotti,Lett., pag. 168.[71]Aprosio, op. cit., pag. 169.[72]Tarabotti,Lettere, pag. 313 e pag. 30.[73]Tarabotti,Lettere, pag. 315 [pg!233] e pag. 157.[74]Tarabotti,Lettere, pag. 273 e pag. 298.[75]G. F. Loredano;Lettere(Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.[76]Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié anche il Cantú:Della letteratura italiana esempi e giudizi, pag. 353.[77]La rigogliosa— “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea chiameremo„. (Introd. al Decam.)[78]Πᾶν φίλος = tutto amoroso.[79]νέη φίλη = giovinetta amorosa.[80]Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.[81]Διώνεος = venereo.[82]Αἱμυλία = lusinghiera.[83]Proemio alFilostrato.[84]Camillo Antona Traversi nelle note al Landau —Giovanni Boccacci, sua vita e sue opere— pag. 548.[85]Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da Apollo (v. pag. 193).[86]Didone, la tradita.[87]Lo stesso nell'opera cit., pag. 316.
[1]Masuccio Salernitano, novella XXI.[2]Novelle degli Accademici Incogniti: par. II, nov. prima.[3]Ant Fr. Ghiselli,Memorie di Bologna antica, manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all'anno 1579 (23 giugno).[4]Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564 (Cicogna,Iscrizioni veneziane, T. II, p. 211): andò dunque sposa un mese piú che dodicenne.[5]Rinieri,Diario(alla Bibl. Comunale di Bologna).[6]Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); '84 (14 aprile), e T. XVIII, pagina 507.[7]Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).[8]Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e [pg!228] cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli una suaLezione dove si ragiona delle idee et delle bellezze.[9]Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati, Venezia, Ziletti, 1681.[10]Pref. alleRime, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.[11]Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.[12]Cito il mio libroRomanzieri e romanzi del cinquecento e del seicento, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc. XXIV dellaNuova Antologia(1891), pag. 781-783. — Delle persone mascherate nellaFuggitivadiedero i nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma non furono concordi a determinare quello dell'amante piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (Spoglio delle famiglie bolognesi, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam.Bentivoglio. — L'anno della morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all'eredità de' beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva:“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„(Scritture della fam. Bentivoglio: Archivio di Stato di Bologna).[13]Ghiselli, op. cit., T. XXVI.[14]Montefani,Fam. Malvezzi.[15]Galeati,Diario(Bibl. Com. di Bologna), all'11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.[16]Galeati, op. cit.[17]Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (Scrittori bolognesi), il Mazzucchelli, l'Aprosio (Biblioteca, 1673, pag. 324-329); io, per il breve mio studio, credo d'aver detto abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza fu anche autore d'un dramma —Il Ratto di Proserpina— recitato a Bologna nel 1640. Dimenticanza grave![18]Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.[19]Vedi il Mazzucchelli e l'Aprosio (Biblioteca, pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini,Vita e opere di G. B. Marini(Roma, 1888).[20]Spira, appresso Henrico Starckio, MDCXXIX, in-12. Ma nonRoberto, RobustoPogommega. Errore gravissimo![21]Galeati,Diar.(AppendiceI, pag. 8); Ant. Maria Carati,Li matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da' loro originali parrocchiali, T. I (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.[22]Fra gliEpitalamidel Marini.[23]Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.[24]Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.[25]Malvasia,Felsina Pittrice, p. IV, pag. 42.[26]Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa:Breve descrizione della festa nella gran sala del Sig. Podestà l'anno 1615, il dí 2 di marzo: Bologna, Stamperia Camerale.[27]Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio [pg!230] e Fr. Maria Tagliaferri,Diario(alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52; Galeati,Diario, pagina 21.[28]G. B. Guidicini:I Riformatori dello stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797, T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la relazione dell'assassinio del Pepoli; errò ponendo il primo ferimento dell'Aldrovandi al 1620 anzi che al 1621. L'Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.[29]Galeati,Diario, pag. 21.[30]Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.[31]Galeati,Diariopag. 112.[32]Ghiselli, T. XXVI.[33]Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629: ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.[34]Guidicini, op. cit., pag. 52.[35]Gregorio Leti:Lettere sopra differenti materie(Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri,Dizionario; Niceron,MémoiresT. II, pag. 359-379.[36]G. L.Lettere, T. I, 32.[37]Letterecit., T. I, 21.[38]Lett.cit., T. I, 24.[39]Lett.cit., I, 13.[40]Gr. Leti,Lettere, I, 195; Larousse,Grand Dictionnaire Universel.[41]Larousse, op. cit.; —Les Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706) pag. 41; pag. 48.[42]Gr. Leti,Lettere, I, 197.[43]Lett.cit., I, 199.[44]Lett., cit., I, 206.[45]Larousse, op. cit.[46]Leti,Lett., I, 203.[47]Lett.cit., I, 221.[48]Lett.cit.; luogo cit.[49]Lett.cit., I, pag. 226-229.[50]Lett.Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. allaMonarchia di Luigi XIV, di G. L.[51]Lett.cit., T. II, pag. 45 e seg.[52]Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l'aggiunta d'un dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di Baltassaro Sultanini Bresciano— Londar (sic) per Tomaso Buet, 1669.[53]Leti,Lett., II, pag. 318-323.[54]....e Pasquino morto risuscitato, senza luogo e nome di stamp., 1668: in-12.[55]Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.[56]Leti,Lett., II, 3. —Critica, storica, politica, morale, economica e comica su le Lotterie antiche e moderne, Amsterdam, 1697.[57]Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l'Augusto Intento, ne' quali con piacevole stile a pieno s'insegna di fare eccellente riuscita ne' piú gravi studi, et la maniera di procedere honoratamente.Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.[58]Della Carrozza di ritorno, o vero dell'esame del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina[pg!232] (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche laCarrozza da Nolodello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. VediLettere del M.(ediz. 1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli laContessa Laranel periodicoLa Tavola Rotonda(1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida,Mesdames nos aieules, Paris, Librairie Illustrée, 1890.[59]Cosí Carlo Celano negliAvanzi delle Poste.[60]Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.[61]Vedi laStoria del Giorno di G. Pariniscritta da G. Carducci.[62]Cicogna,Iscrizioni Veneziane, I, 135.[63]Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.[64]Ang. Aprosio,La Biblioteca Aprosiana(Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti,Lettere, p. 207.[65]Arc. Tarabotti,Lettere famigliari e di complimento: Venezia, Guerigli. 1650: in-12.[66]Fu stampata con laControsatiradel Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con laCensuradel Sesti e l'Antisatiradella Tarabotti.[67]Aprosio, op. cit., pag. 168.[68]Antisatira, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.[69]Aprosio, op. cit., pag. 168.[70]Tarabotti,Lett., pag. 168.[71]Aprosio, op. cit., pag. 169.[72]Tarabotti,Lettere, pag. 313 e pag. 30.[73]Tarabotti,Lettere, pag. 315 [pg!233] e pag. 157.[74]Tarabotti,Lettere, pag. 273 e pag. 298.[75]G. F. Loredano;Lettere(Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.[76]Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié anche il Cantú:Della letteratura italiana esempi e giudizi, pag. 353.[77]La rigogliosa— “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea chiameremo„. (Introd. al Decam.)[78]Πᾶν φίλος = tutto amoroso.[79]νέη φίλη = giovinetta amorosa.[80]Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.[81]Διώνεος = venereo.[82]Αἱμυλία = lusinghiera.[83]Proemio alFilostrato.[84]Camillo Antona Traversi nelle note al Landau —Giovanni Boccacci, sua vita e sue opere— pag. 548.[85]Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da Apollo (v. pag. 193).[86]Didone, la tradita.[87]Lo stesso nell'opera cit., pag. 316.
Masuccio Salernitano, novella XXI.
Novelle degli Accademici Incogniti: par. II, nov. prima.
Ant Fr. Ghiselli,Memorie di Bologna antica, manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all'anno 1579 (23 giugno).
Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564 (Cicogna,Iscrizioni veneziane, T. II, p. 211): andò dunque sposa un mese piú che dodicenne.
Rinieri,Diario(alla Bibl. Comunale di Bologna).
Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); '84 (14 aprile), e T. XVIII, pagina 507.
Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).
Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e [pg!228] cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli una suaLezione dove si ragiona delle idee et delle bellezze.
Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati, Venezia, Ziletti, 1681.
Pref. alleRime, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.
Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.
Cito il mio libroRomanzieri e romanzi del cinquecento e del seicento, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc. XXIV dellaNuova Antologia(1891), pag. 781-783. — Delle persone mascherate nellaFuggitivadiedero i nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma non furono concordi a determinare quello dell'amante piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (Spoglio delle famiglie bolognesi, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam.Bentivoglio. — L'anno della morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all'eredità de' beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva:“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„(Scritture della fam. Bentivoglio: Archivio di Stato di Bologna).
Ghiselli, op. cit., T. XXVI.
Montefani,Fam. Malvezzi.
Galeati,Diario(Bibl. Com. di Bologna), all'11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.
Galeati, op. cit.
Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (Scrittori bolognesi), il Mazzucchelli, l'Aprosio (Biblioteca, 1673, pag. 324-329); io, per il breve mio studio, credo d'aver detto abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza fu anche autore d'un dramma —Il Ratto di Proserpina— recitato a Bologna nel 1640. Dimenticanza grave!
Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.
Vedi il Mazzucchelli e l'Aprosio (Biblioteca, pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini,Vita e opere di G. B. Marini(Roma, 1888).
Spira, appresso Henrico Starckio, MDCXXIX, in-12. Ma nonRoberto, RobustoPogommega. Errore gravissimo!
Galeati,Diar.(AppendiceI, pag. 8); Ant. Maria Carati,Li matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da' loro originali parrocchiali, T. I (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.
Fra gliEpitalamidel Marini.
Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.
Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.
Malvasia,Felsina Pittrice, p. IV, pag. 42.
Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa:Breve descrizione della festa nella gran sala del Sig. Podestà l'anno 1615, il dí 2 di marzo: Bologna, Stamperia Camerale.
Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio [pg!230] e Fr. Maria Tagliaferri,Diario(alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52; Galeati,Diario, pagina 21.
G. B. Guidicini:I Riformatori dello stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797, T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la relazione dell'assassinio del Pepoli; errò ponendo il primo ferimento dell'Aldrovandi al 1620 anzi che al 1621. L'Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.
Galeati,Diario, pag. 21.
Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.
Galeati,Diariopag. 112.
Ghiselli, T. XXVI.
Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629: ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.
Guidicini, op. cit., pag. 52.
Gregorio Leti:Lettere sopra differenti materie(Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri,Dizionario; Niceron,MémoiresT. II, pag. 359-379.
G. L.Lettere, T. I, 32.
Letterecit., T. I, 21.
Lett.cit., T. I, 24.
Lett.cit., I, 13.
Gr. Leti,Lettere, I, 195; Larousse,Grand Dictionnaire Universel.
Larousse, op. cit.; —Les Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706) pag. 41; pag. 48.
Gr. Leti,Lettere, I, 197.
Lett.cit., I, 199.
Lett., cit., I, 206.
Larousse, op. cit.
Leti,Lett., I, 203.
Lett.cit., I, 221.
Lett.cit.; luogo cit.
Lett.cit., I, pag. 226-229.
Lett.Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. allaMonarchia di Luigi XIV, di G. L.
Lett.cit., T. II, pag. 45 e seg.
Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l'aggiunta d'un dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di Baltassaro Sultanini Bresciano— Londar (sic) per Tomaso Buet, 1669.
Leti,Lett., II, pag. 318-323.
....e Pasquino morto risuscitato, senza luogo e nome di stamp., 1668: in-12.
Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.
Leti,Lett., II, 3. —Critica, storica, politica, morale, economica e comica su le Lotterie antiche e moderne, Amsterdam, 1697.
Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l'Augusto Intento, ne' quali con piacevole stile a pieno s'insegna di fare eccellente riuscita ne' piú gravi studi, et la maniera di procedere honoratamente.Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.
Della Carrozza di ritorno, o vero dell'esame del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina[pg!232] (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche laCarrozza da Nolodello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. VediLettere del M.(ediz. 1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli laContessa Laranel periodicoLa Tavola Rotonda(1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida,Mesdames nos aieules, Paris, Librairie Illustrée, 1890.
Cosí Carlo Celano negliAvanzi delle Poste.
Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.
Vedi laStoria del Giorno di G. Pariniscritta da G. Carducci.
Cicogna,Iscrizioni Veneziane, I, 135.
Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.
Ang. Aprosio,La Biblioteca Aprosiana(Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti,Lettere, p. 207.
Arc. Tarabotti,Lettere famigliari e di complimento: Venezia, Guerigli. 1650: in-12.
Fu stampata con laControsatiradel Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con laCensuradel Sesti e l'Antisatiradella Tarabotti.
Aprosio, op. cit., pag. 168.
Antisatira, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.
Aprosio, op. cit., pag. 168.
Tarabotti,Lett., pag. 168.
Aprosio, op. cit., pag. 169.
Tarabotti,Lettere, pag. 313 e pag. 30.
Tarabotti,Lettere, pag. 315 [pg!233] e pag. 157.
Tarabotti,Lettere, pag. 273 e pag. 298.
G. F. Loredano;Lettere(Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.
Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié anche il Cantú:Della letteratura italiana esempi e giudizi, pag. 353.
La rigogliosa— “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea chiameremo„. (Introd. al Decam.)
Πᾶν φίλος = tutto amoroso.
νέη φίλη = giovinetta amorosa.
Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.
Διώνεος = venereo.
Αἱμυλία = lusinghiera.
Proemio alFilostrato.
Camillo Antona Traversi nelle note al Landau —Giovanni Boccacci, sua vita e sue opere— pag. 548.
Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da Apollo (v. pag. 193).
Didone, la tradita.
Lo stesso nell'opera cit., pag. 316.
[pg!229]
[pg!231]
————
————
ERRORI DI STAMPA.
ERRORI DI STAMPA.
Seppelita, pag. 50;invitare, pag. 73. In alcune copie a pag. 129 si legge, nella seconda riga,1634in vece di1654.
————
————
Finito di stampareil dì 2 maggio MDCCCXCIInella tipografia di Nicola Zanichelliin Bologna.
Finito di stampare
il dì 2 maggio MDCCCXCII
nella tipografia di Nicola Zanichelli
in Bologna.
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 223 ("Errori di stampa") sono state riportate nel testo. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):66 — fossero condotti allaConciergerie[Congerie]84 — immuni“da[mancante nell'originale]85 — vedrebbe distabilire[stabibilire]95 —gentiluomini[gentitiluomini]101 — loSpagnuolo[Spagnnolo]189 — perme[m'è] s'è conosciuto224 — e di sennoateniese[atienese]224 — MatteoBoiardo[Boiardi]
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 223 ("Errori di stampa") sono state riportate nel testo. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
66 — fossero condotti allaConciergerie[Congerie]84 — immuni“da[mancante nell'originale]85 — vedrebbe distabilire[stabibilire]95 —gentiluomini[gentitiluomini]101 — loSpagnuolo[Spagnnolo]189 — perme[m'è] s'è conosciuto224 — e di sennoateniese[atienese]224 — MatteoBoiardo[Boiardi]
66 — fossero condotti allaConciergerie[Congerie]84 — immuni“da[mancante nell'originale]85 — vedrebbe distabilire[stabibilire]95 —gentiluomini[gentitiluomini]101 — loSpagnuolo[Spagnnolo]189 — perme[m'è] s'è conosciuto224 — e di sennoateniese[atienese]224 — MatteoBoiardo[Boiardi]
66 — fossero condotti allaConciergerie[Congerie]
84 — immuni“da[mancante nell'originale]
85 — vedrebbe distabilire[stabibilire]
95 —gentiluomini[gentitiluomini]
101 — loSpagnuolo[Spagnnolo]
189 — perme[m'è] s'è conosciuto
224 — e di sennoateniese[atienese]
224 — MatteoBoiardo[Boiardi]
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PARVENZE E SEMBIANZE ***