Chapter 17

Egli venne menato in gran fretta nella cittadella di Bastia, e quindi chiuso dentro il carcere della fortezza di S. Carlo... (Cap. VIII.)

Egli venne menato in gran fretta nella cittadella di Bastia, e quindi chiuso dentro il carcere della fortezza di S. Carlo... (Cap. VIII.)

Pasquale Paoli, secondando il vento, che gli spirava favorevole, decise ferire un gran colpo, il quale, se non bastasse a dargli vinta la impresa, gli porgesse almeno l'adito agli accordi, o alla più triste respiro fino al nuovo anno, ricordevole di quello antico dettato, che cosa fa cosa e tempo la governa: convocati pertanto i capitani dell'arme su le alture della Stretta a consiglio, non discrepando nessuno, di comune accordo venne statuita la impresa del Borgo. Clemente chiudendo il parlamento aveva detto: qui i padri nostri cantarono ai Francesi i vespricôrsi(che così ebbe nome la disfatta del Boisseux), adesso tocca a noi a direcompieta.

Per quanto le memorie dei tempi ci tramandarono, questo fu l'ordine; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli e Agostini dovevano investire il Borgo da ponente con cinquecento uomini; Gaffori e Gavini da levante con altri cinquecento; Clemente Paoli con Altobello, Canale e trecento, fiore di bersaglieri, su la strada del Nebbio: Antongiulio Serpentini doveva starsi con duecento alla Stretta; Pasqualini con altri duecento sul pendio di Luciana; se nonchè il Serpentini, che assai avventato uomo era, e la sua moglie Rosanna la quale non iscompagnandosi mai da lui metteva senza posa legna sul foco, visto arrivare il generale su le alture di Luciana accompagnato da Decio Cattoni e Giantommaso Arrighi, tanto seppe dire, che fu lasciato andare con gli altri a combattere il Borgo: corse giù di furia con la sua gente, e trovandocome nulla anco fosse incominciato, Rosanna prese a tempestare urlando che si dovesse assalire subito subito, e che a lei, quantunque donna, bastava l'animo di mettere sottosopra le trincere francesi in meno che non si recitava un credo. — Perinotto Agostini, soldato vecchio d'inestimabile prodezza fece spallucce e replicò:

— Se le donne non furono create per dannarci, io proprio non so vedere a che altro sieno buone. State in costà, signora Rosanna; che dei denti francesi quelli che compariscono fuori non sono i più mordaci; o non sapete che dietro alle trincere hanno messo in batteria tre cannoni?

— Lo so benissimo, soggiunse la donna petulante, ed appunto per questo giudico che bisogna assalire senza indugio; se ci gingilliamo con le mani in mano usciranno i soccorsi di Bastia e ci troveremo in mezzo a due fuochi.

— Per non mettere tutta la posta sur un tratto di dadi fa mestieri che noi pure attendiamo a munirci di terrapieni, e fossati; se di assedianti diventeremo assediati, vedrete che scoppierà quella nuvola rimasta là sull'altura della Stretta, la quale se non m'ingannano gli occhi, di ora in ora s'ingrossa.

— Qui non si tratta di occhi, ma di cuore; mirate un po' come si fa.

E l'arrabbiata donna, presa una scala in ispalla, moveva ad appoggiarla ai parapetti francesi.

— Per Dio santo, gridò Perinotto, non sia mai detto che le donne prime salissero su le trincere del Borgo, e respinta Rosanna le tolse la scala, correndo poi con quella in braccio ad appoggiarla ai muri; ma non era anco giunto a mezzo cammino, che il cannone balenò, fumò, ed indi a breve una grandine di mitraglia flagellando la terra, e spingendo all'aria polvere e sassi, ricoperse il povero Perinotto.

Rosanna cacciò uno strido, e accorse per sovvenire il Perinotto immemore del pericolo a cui si esponeva. Perinotto non dava segno di vita, non gli mancarono cure chè la Rosanna gliele prodigava con ismanioso affetto, lacerata dal rimorso che ciò fosse accaduto a cagione della sua protervia; e se questa dolesse anco al marito non è da dire, perchè gli pareva meritarsi il biasimo che più di una volta aveva sentito apporsi, di lasciare troppo lenta la briglia sul collo della moglie; però vista allestita la lettiera per trasportare fuori di battaglia Perinotto, con mal piglio disse:

— Donna, seguiterete il ferito alla Stretta continuando a curarlo come ve ne corre il debito. — E siccome Rosanna disusata dall'obbedire faceva bocca da rispondere, Antongiulio infuriato riprese: — Per la Vergine! ed anche ricusi rammendare gli strappi che hai fatti; esci di qua in tua malora, o ti rimando legata a casa con le mani e co' piedi.

E non si può negare che siffatti modi sentissero poco della prelibata urbanità che sogliamo adoperare noi verso il sesso gentile; ma che farci? I Côrsi costumavano così, e non per questo amavano meno le donne loro, o n'erano riamati; anzi solenni professori di proverbii essi solevano dire: che donne, cavalli e noci vogliono le mani atroci; ma di ciò lascio giudicare a cui se ne intende.

La vasta tela che ho per mano non mi consente che io possa, come pure vorrei, esporre minutamente la storia di Perinotto. Giuseppe Mattei lo ha fatto, e se all'ottimo volere rispondeva l'ingegno, a veruno sarebbe lecito toccare questo pietoso argomento; altri se ne invoglierà perchè davvero lo merita; intanto giovi sapere come Perinotto ferito nelle tempie e per la fronte salvasse la vita, non gli occhi. Visitato dal generale al convento di Luciana, dov'egli lo aveva fatto trasportare, lo consolò con amorose parole, lo baciò più volte, e quantunque di sostanze non copioso, il Paoli gli assegnò sopra il suo patrimonio la pensione annua di trecento lire, che finchè visse e in ogni sua fortuna procurò fosse religiosamente pagata. Questo è bello, ma questo altro più tenero; egli erasi fidanzato con una zitella di Ortiporio, di nome Elisabetta, la quale, appena si fu messo in piedi, andò a visitare: arrivato davanti la casa senza mettere il piede sopra la soglia chiamò con gran voce: Elisabetta! — e quando dal rumore dei passi la riconobbe, con voce tremante aggiunse: Elisabetta, voi vi sposaste ad un illuminato ed ora sono fatto cieco, — Elisabetta, sono venuto a rendervi la vostra promessa. Ma questa santa fanciulla, rispose ingenuamente: — Perinotto mio, guardateci due volte, che ora di moglie avete bisogno troppo più di prima; tenetevi la mia promessa e sposiamoci nel nome di Dio. — E così fecero. Perinotto finchè visse, e visse molto, fu il cantore e lo storico del paese; dicono che i suoi canti avessero virtù maravigliosa di accendere gli animi, e ci credo, perchè le muse noi tutti abbiamo dentro di noi e le sortimmo da madre natura, solo che la fiamma del cuore arrivi a riverberare sulcervello, la luce del canto sgorga a rivi dalle labbra umane. I nuovi signori lo presero in sospetto e gl'imposero tacesse; ma egli si oppose allegando che dei vivi costumava non dire bene nè male, unicamente celebrare i morti; ora parergli invidia peggio che barbara impedire la lode ai defunti, ed eglino, lo ricordassero vantarsi promotori di civiltà in Corsica: si vergognarono, e lo lasciarono cantare; il giorno nel quale egli non cantò degli altri, altri cantò per lui, ma questa volta fu ilMiserere.

Il signor Ludre, vista la mala parata, mandò messi sopra messi a Bastia, affinchè si affrettassero a soccorrerlo, avvisando il marchese di Chauvelin trovarsi minacciato dai mali del blocco e da quelli dello assedio, i primi però più terribili degli altri essendo stremo di viveri e mancando di modo per provvederne, quantunque anche i secondi dessero a pensare, considerando come i Côrsi attendessero a munirsi di opere quali avrebbono potuto condurre i più esperti ingegneri.

Il marchese de Chauvelin dopo gli ultimi fatti considerava la guerra e il paese diversi da quelli che a prima giunta gli era parso vedere; e come nelle nature eccessive lo sgomento corrisponde alla esaltazione e la supera, così ora scriveva in Francia lettere su lettere non bastargli i sette reggimenti, le legioni Soubise e reale, gli artiglieri e i micheletti, che prima lo avevano accompagnato in Corsica; volerci bene altre forze per resistere al clima pestilenziale e allo strazio della continua persecuzione per greppi e per bricche di un nemico che non si incontrava mai, comecchè vi molestasse sempre da ogni lato. Questo non era, dacchè il nemico egli avesse incontrato più sovente che non desiderasse, ma gli parve più bello confessarsi vinto dalle gambe che dalle braccia del nemico. Luigi XV, che teneva in delizia questo marchese, provvide gli spedissero da Tolone otto nuovi battaglioni i quali arrivarono a Calvi e a S. Fiorenzo sopra 38 navi scortate da 3 fregate e da due sciabecchi; in questa bisogna si affaticò con tutti i nervi anche il ministro Choiseul, dacchè avendo fatto strombettare sopra laGazzetta di Franciale prime vittorie francesi, ebbe a patire la umiliazione di leggere nella più parte dei diarii europei le allegrie che si menavano per le sconfitte in ultimo rilevate. Però il querulo generale non si rimase per questo e continuò a ragguagliare la corte, come quello che Seneca aveva scritto intorno alla Corsica non raggiungesse il quarto del vero: terra sterile, aria maligna, popolisalvatichi e posseduti dal diavolo della cupidità; non basterebbero 200 milioni a ridurla in termini comportabili; non avere commesso peccati tali da meritarsi lo inferno; ad ogni modo non essere anco morto per andarci. Queste ed altre cose egli mandava scrivendo a tutti, massimo al suo fratello abate, gobbo irrequieto e procacciante, il quale metteva a screditare la impresa côrsa e far sì che il fratello si richiamasse quel medesimo ardore col quale perseguitò in Francia la compagnia dei gesuiti: nondimanco il marchese di Chauvelin avrebbe dato, sto per dire, un occhio, per provare che se consigliava a smettere la conquista della Corsica non era per mancanza di virtù, bensì proprio perchè la carne non valeva il giunco: però accolse con inestimabile contento il destro di combattere i côrsi col peso di tutte le sue forze vicino a Bastia, donde potevano ricavarsi sicuramente a mano a mano rinforzi, caso mai pigliasse mala piega la faccenda: onde ristrettosi col conte di Marbeuf in breve rimasero d'accordo sul da farsi; tra le altre provvidenze spedirono ad avvisare il marchese di Grandmaison, il quale stanziava grosso ad Oletta, che per tragetti, senza che persona lo subodorasse, dal Nebbio si trasferisse in Marana, percotendo improvviso i Côrsi ai fianchi e nelle spalle. Messi in ordine i soldati e le munizioni partirono da Bastia sicuri di vincere; e menavano seimila soldati, tra i quali tutti i granatieri; quei di Ludre, come fu detto non sommavano a meno di 1500; altri 1500 tenevano per certo gli avrebbe condotti il Narbona, e così in tutto 9000, più che bastevoli, considerato il numero, la perizia e la qualità delle armi, a sgarare la puntaglia.

Arrivati su i luoghi a mente tranquilla reputarono prudente, ed era, levare su alcuni ripari di terra e quindi bersagliare i Côrsi tanto, che questi difettando di cartocci cessassero i tiri, dando campo ai granatieri avanzarsi a man salva, ma i Côrsi si accorsero presto dalla malizia e si rimasero dallo sparare. Allora i granatieri francesi trascinati dall'èmpito ed anco dalla necessità proruppero fuori alla scoperta, e s'ingaggiò battaglia; la vera scarmigliata battaglia piena di urli, di minacce, di gemiti e di morti. Le case côrse avevano preso tutte sembianze della chimera favolosa, la quale vomitava fuoco da ogni spiraglio della sua faccia: piovevano le palle come grandine, nè i Francesi potevano andare capaci per qual ingegno i Côrsi mantenessero cotesto fuoco non interrotto mai, quasi gli schioppi contenesseroventi o trenta cariche. Ma quello che ai Francesi appariva miracoloso era naturale pei Côrsi; imperciocchè le donne di casa così giovincelle come vecchie quasi decrepite, e i ragazzi di sette ed otto anni (quei di dieci sparavano) dietro ai parenti caricavano gli schioppi e li porgevano a chi aveva tratto. Tra la moltitudine dei gesti degni di storia non fia grave udire quello di Orso Lusi vecchio ormai giunto alla tarda età che chiamiamo decrepitezza; costui fu del pari valente agricoltore e soldato; fra gli altri pregi ricordarsi essere stato il primo che nella sua pieve di Biguglia coltivasse la saggina. Da parecchi mesi egli stava seduto sopra un seggiolone a braccioli, donde non si moveva che a stento ed aiutato; appena udì lo strepito della moschetteria quasi per miracolo si levò in piedi, e disse: lo schioppo! — Il quale avuto egli si fece a canto di una finestra per trarre; dallo altro si mise il suo minore nipote e per un pezzo attesero alle loro faccende, però il nipote considerando che il vecchio per debolezza della vista impiegava troppo tempo a pigliare la mira, e con molto pericolo rimaneva scoperto oltre il dovere gli disse: — Caccaro, per la Immacolata Vergine vi supplico ritiratevi di qua; aveva appena finite le parole, che il vecchio cacciò fuori un singhiozzo e il nipote lo vide barcollare e subito dopo spumargli la bocca di un licore sanguigno; represse l'angoscia il forte giovane, e gittategli pronto le braccia a mezza vita perchè non cascasse gridò ad alta voce: — no, Caccaro, no: bisogna assolutamente, che vi togliate di qua: e sollevatolo lo trasportava; a coloro che li dimandarono che cosa facesse rispose: qui il Caccaro è troppo esposto, vado metterlo nello abbaino dove meno osservato aggiusterà i tiri a comodo. La confusione orribile in cui si versavano tutti non permise che badassero troppo a quello ch'ei facesse o dicesse, e il giovane portato il nonno nella sua stanza lo depose sul letto, gli chiuse gli occhi, lo baciò e poi asciugandosi col rovescio delle mani il pianto susurrò: — Caccaro! dormi in pace, io vado a vendicarti. Gli altri parenti seppero cotesto loro antico congiunto morto a un tempo e vendicato e questo ne rattemprò alquanto l'angoscia.

I Francesi chiusi col Ludre adesso conoscono che se si vogliono liberare, importa mettersi allo sbaraglio per congiungersi a quei di fuori; la quale cosa se venisse loro fatto di conseguire poteva senza dubbio dirsi vinta la prova; parte comandati e parte volontari, un cento irruppe fuori dei ripari per fare impeto da unlato in quelle case, le quali dall'altro in quel momento stesso assaltavano i granatieri; i Côrsi che videro cotesto tentativo lo giudicarono, se fosse riuscito, tale da saldare ogni conto; onde passandosi voce da una casa all'altra per via delle finestre o dei pertugi praticati nei muri laterali, stabilirono adoperare gli sforzi supremi per mandarlo a vuoto: in effetto quando se lo aspettavano meno, dopo una scarica universale, si apersero violentemente gli usci di parecchie case e ne rovinò fuori una torma di gente che con le pistole incarcate in ambedue le mani e lo stiletto ignudo fra i denti, si avventò balenando, e trasse così di concerto che fu inteso un colpo solo; i nemici stramazzarono in un mucchio alla rinfusa chi morto, chi ferito, chi sano, ma strascinato dagli altri; i Côrsi, gittate vie le pistole, impugnarono il coltello e giù di botto su cotesta massa di carne menando colpi disperati. I Francesi rimasti dentro i ripari presi da terrore e paurosi di sfolgorare i compagni in quella zuffa mescolata stettero inerti e i Côrsi approfittandosi dello sbigottimento saltano indietro e si rinchiudono in casa; di loro pochi ne rimase feriti: nessuno morto; dei Francesi (incredibile a dirsi se i ricordi de' tempi non lo accertassero senza screzio fra loro), soli sedici sopravvissero ed anco malconci, gli altri ottantaquattro giacquero spenti; miseranda strage, operata in un attimo, come dal fulmine di Dio.

I granatieri i quali dall'altra parte del caseggiato avevano bensì inteso il grido di baldoria dei compagni, ma non vista la fine, instavano più fermi che mai per aprirsi il varco; gittarono da prima le granate a mano, le quali cagionarono strepito molto non danno; poi o muniti di scale o armati di scuri si affrettarono a salire per le muraglie e a spezzare le porte; spingendosi innanzi con la veemenza che fa quasi sempre invincibile l'assalto francese, erano giunti sotto le feritorie dei Côrsi, ai quali ormai di poca utilità riusciva lo schioppo; ma allora posero mano a nuova maniera di difese, che giù dai pertugi incominciarono a piovere acqua ed olio bollenti. Se riuscissero atroci coteste scottature, pensatelo voi, e nondimeno quei bizzarri cervelli ne celiavano: — e largo, dicevano ai compagni, largo che i Côrsi pigliano i gatti a pelare. — Subito dopo il sole rimase oscurato da un nugolo di masserizie domestiche; talune, a vero dire, incapaci a recare grave danno, altre poi lo portavano gravissimo, come conche, catini, mortai di pietra ed altri siffatti; ed anco qui la giocondità francese trovò ad incastrarci la sua, che l'uno all'altrodiceva: — tè questa mestola, camerata, e' sanno che tu ti sei fatto sposo e vogliono aiutarti a drizzare su casa. — Un uffiziale ebbe il capo malamente rotto da una culla, e nel sovvenirlo il suo compagno tra serio e faceto gli diceva: — in fè di Dio, non si è mai visto peggio; anche Golia rimase vinto da un bambino e pazienza! ma da una culla senza nè manco bambino riesce dura a trangugiarla. — In questa rovinando una madia fracassa la spalla al motteggiatore e l'altro comecchè con la faccia piena di sangue ridendo rispondeva: chi avrebbe creduto che la morte stesse a pigione nel luogo dove si fa il pane? — Ma piangendo e ridendo si muore del pari, e intanto per le mirabili difese non si poteva spuntare. Il Marbeuf sputava fuoco, allo Chauvelin pareva di sognare; però ambedue ordinate nuove colonne di attacco le sguinzagliavano contro le combattute mura; già si sa, agli assalti la faccenda cammina diversa che a mensa dove si salutano beati i primi: a quell'ora dovevano avere votata la casa di arnesi e logori l'acqua e l'olio, sicchè era a sperarsi avventuroso il nuovo sforzo; pertanto si spinsero cantando e schernendo; tacevano i moschetti con augurio felice; le scale appoggiano, salgono, le braccia stendono, già le mani toccano i davanzali delle finestre, quando giù dai tetti rovinano camini, lavagne e pietre con le quali le difendono dagl'impeti del vento; nè questo solo, che seguitarono travi, travicelli e brani di muro. Sarebbe sazievole del pari che tetro narrare il vario e nondimanco sempre terribile spettacolo delle morti infinite: fuori delle macerie qua sbucava una mano sola, là un capo; di ossa e viscere schizzate, infame il terreno, la strada fatta lago di sangue; indietreggiavano i Francesi, e tuttavolta non ismentivano l'indole festosa, chè ci fu tale che disse: — eh! chi l'avrebbe creduto? mentre io vedendo i casamenti levarsi il cappello m'ingannava volessero salutarci per signori e padroni.

Il conte di Narbona Fritzlar arrovellava come un mastino vinto, e non ci volle manco del comando espresso del marchese di Chauvelin perchè ristasse dallo avventurare un nuovo assalto; sicuramente i granatieri avrebbero obbedito, ma stanchi ed anco sgomenti egli era come cimentarli a morte certa; quasi per tacito consenso delle parti combattenti furono sospese le ostilità verso il mezzogiorno.

Il Grandmaison ricevuto il comando ad Oletta, conobbe come senza molto accorgimento non lo avrebbe potuto mandare ad esecuzione,imperciocchè gli Olettesi meno che offenderlo con la forza (che questo per essere tenuti in rispetto dai suoi soldati non potevano), con ogni altra maniera cercavano farlo capitare male; nascosti pertanto messaggio e messaggiero, dette lingua volere andare a mantenere in devozione il Capocorso; per ultimo quando trasse i soldati dai quartieri bandì ad alta voce che voleva menarli ad esercitarsi nei dintorni; maggiore astuzia non gli avrebbe giovato, ma le troppe precauzioni gli nocquero. Ora dopo avere menato i soldati per buon tratto di via verso Barbaggio, il Grandmaison comandando si voltassero dalla parte di Rutali li pose dentro certe macchie che rasentavano il torrente, che sbocca allo stagno di Chiurlino; da principio le cose camminarono d'incanto; però via via che s'inoltravano la macchia si faceva più spessa, i sentieri più rotti: onde a fatica potevano andare innanzi: il Grandmaison sicuramente non si aspettava incontrare destri cammini; pure trovandoli adesso così scellerati non si poteva rimanere da borbottare: s'intende acqua ma non tempesta! Potevano avere trascorso una diecina di miglia, ed omai procedevano con lena affannata, tutti molli di sudore e co' piedi indolenziti, allorchè il capitano giudicò necessario si riposassero alquanto: non è a domandarsi se se lo facessero dire due volte; ridotte le armi in fasci chi qua chi là giacque sul terreno quale per riposarsi e quale per ripigliare conforto di cibo e di bevanda.

Davvero non fu carità sturbare cotesto riposo, e nondimanco i Côrsi lo disturbarono, e di che tinta! Da prima s'intese uno scoppio lontano e un sibilo vicino; poi dieci, poi cento; assursero i soldati ed imbracciate le armi attesero gli ordini dei capi: non era facile darli nè eseguirli; le angustie dei luoghi; e i colli dirotti non presentavano campo a verun provvedimento di milizia; penetrare nelle macchie peggio, tirare contro le frasche inutile; il nemico sentivano da per tutto e non lo trovavano in verun luogo: in breve l'uragano imperversò nella sua furia; ogni foglia di sul capo sgocciolava una palla, disotto ogni sasso avventava una palla, palle vomitavano i cespugli da ogni lato, insomma non un cerchio bensì una sfera di fuoco e di piombo li circondava; e questo accadeva perchè i Côrsi si appollaiavano su gli arbori come scoiattoli, dietro le macchie o dietro i sassi si rannicchiavano come vipere.

Clemente Paoli capitanava questa imboscata, e davvero in male branche erano capitati i Francesi: costui appiattato dietrouna sughera in compagnia di Altobello non mandava colpo se prima non si accertava del fatto suo; ora accennando al compagno con la canna del moschetto un giovine uffiziale: — peccato! disse, cotesto sembra un prestante giovane; oh! quanto orgoglio ne deve avere cavato sua madre; oh! quanto dolore sta per recarle; me chi gli ha detto di cacciarsi qua dentro?Requiem æternam dona eis Domine— scattò il grilletto, e il giovane stramazzò giù a capitomboli sul terreno; Clemente col medesimo suono di voce continua: —et lux perpetua luceat ei.

Contemplando cascare il giovane, certo ufficiale più provetto proruppe in orribili bestemmie e gli si gittò addosso a speculare di che sorte fosse la ferita, ma accortosi che la povera creatura era spacciata s'inviperì più che mai urlando che cento, mille Côrsi non reputava bastanti a vindicarlo. Intanto Clemente aveva ricaricato lo schioppo — e' mi dispiace proprio, disse, che cotesta anima deve comparire davanti al suo Creatore fuori dello stato di grazia; ma ci ho colpa io, se con la morte in bocca si comportano così poco cristianamente?Ora pro eo.— Al fine delle parole il vecchio andò a far compagnia al giovane; di loro la storia non ricorda il nome, e non importa investigarlo, conciossiachè la maggiore carità che possiamo adoprare per coloro che sono morti a sostenere la causa degli oppressori consiste appunto a lasciarli nell'oblio nel quale s'immersero interi. Ad un tratto venne al pensiero di Clemente il salmo 143 del santo re David, il quale, a quanto sembra, in parecchie cose buone arieggiava con lui e incominciò a cantare:Benedictus Dominus meus qui docet manus meas ad prœlia et digitos meos ad bellum— e al fine del versetto il suo schioppo ficcava una palla di oncia o nel capo o nel petto di un Francese. — Veramente pochi canti di guerra possiedono virtù di eccitare l'odio dello straniero fino al delirio come quel salmo meraviglioso; però appena può immaginarsi non che dirsi la veemenza con la quale Clemente urlava:

«Signore abbassa i tuoi cieli e scendi: tocca i monti e fa che fumino.

«Vibra il folgore e dissipa quella gente; avventa le tue saette e mettile in rotta.

«Stendi le tue mani dall'alto e riscotimi, e trammi fuori, dalle grandi acque, di mano degli stranieri, la cui bocca parla menzogna e la cui destra è destra di frode.

Acciocchè i nostri figliuoli sieno come piante novelle bene allevate nella loro giovanezza, e le nostre figliuole sieno come cantoni intagliati dell'edificio di un palazzo.

E le nostre celle sieno piene e porgano ogni spezie di beni, e le nostre greggie moltiplichino a migliaia e a diecine di migliaia nelle nostre campagne.

Ed i nostri buoi sieno grossi e possenti e non vi abbia nelle nostre piazze nè assalto, nè sortita, nè grido alcuno.»

Ventura fu pei Francesi che Clemente non ricordasse il salmo 120 o non lo credesse adattato all'uopo, perchè chiudendo ogni versetto con la morte di un uomo, cotesto salmo contando versetti 176, avrebbe menato uno scempio di loro, mentre il 143 annoverandone sol 15, la sua recitazione non costò troppo caro ai Francesi.

Il Grandmaison si accorse presto, che o per previdenza, o per avviso ricevuto in tempo il nemico gli aveva tese insidie; ignorava il numero degli assalitori; ma o pochi o molti era chiaro che dei Francesi non ne sarebbe scampato un solo; e fu mestieri dar volta. Mesti per tante morti e avviliti per non averle potute vendicare, forse non si riduceva persona nei quartieri di Oletta, se il vento che soffiava da levante non avesse portato agli orecchi di Clemente un suono di rombo e voci che domandavano aiuto.

Lasciamoli andare, disse allora questo Aiace côrso, che hanno avuto il loro compito; io penso che quelli che arrivano al quartiere appiccheranno i voti alla Madonna, dacchè da questa parte non ci è da temere più nulla, su da bravi, figliuoli, un sorso di vino, e via difilati al borgo.

Alle ventidue il marchese Chauvelin avendo riposato la sua gente ed ingrossatosi co' rinforzi che di ora in ora gli arrivavano con celeri passi da Bastia statuì tentare un altro assalto. Pasquale Paoli dalle alture di Luciana avendo avvertito il nuovo turbine che si andava formando, comandò a Decio Cottoni e a Giantommaso Arrighi pigliassero tutta la gente che gli stava dintorno e scendessero a investire di fianco i Francesi; avendogli Decio avvertito ch'egli rimaneva solo, e in caso di bisogno su che pensasse appoggiarsi, Pasquale rispose: — non fa caso; vi dirò come Abramo: Dio provvederà, qui non ci ha tempo da perdere, partite.

Vi rammentate di frate Bernardino da Casacconi? Voi ve ne ricordatedi sicuro; ora non vi potrete dare pace com'egli che sapeva così bene movere la lingua, non menasse meno valorosamente le mani. Sentite; non è colpa sua, bensì mia, che nè tutto nè di tutti io posso dire; però egli si era chiuso con i più valorosi de' suoi compagni nel convento dei cappuccini del Borgo e quinci dispensava in copia moschettate come in tempo di pace benedizioni: il nostro padre Bernardino durante la tregua era salito in campanile condotto dalla medesima causa, che teneva il generale ritto sopra le alture di Luciana a specolare il paese; ed egli pure aveva notato uno dopo l'altro arrivare i rinforzi da Bastia, ordinarsi e certamente allestirsi a rinfocolare la battaglia; onde messo da parte il moschetto aveva preso un martello e con quello picchiava con garbo sopra la campana più grossa procurando cavarne lo squillo maggiore; avrebbe pure desiderato imprimere a quel suono un accento di dolore, di agonia, di scongiuro, d'istanza smaniosa, di rabbia furibonda, in breve di tutte le passioni, che in quel punto scompigliavano l'anima del frate; e ci si arrovellava dintorno per ottenere al meno l'equivalente. Indi a poco gli risposero da una valle un'altra campana e un corno marino: allora il cuore del frate esultò, perchè era riuscito a far sentire ai Côrsi la voce della madre che li chiamava; e questi furono i suoni che percossero anche Clemente Paoli, troppo discosto dal Borgo per sentire il martellare del padre Bernardo. Questo fu nuovo trovato per trasmettersi le chiamate nei pericoli; in antico però, secondo che testimonia Pietro Cirneo, si partecipavano notizie di ogni maniera, in guisa che il moderno telegrafo elettrico più poco seppe aggiungere di velocità, e senza la spesa di un quattrino. In effetto taluno per ordine del Comune saliva sul più alto colle della pieve dove, dopo avere sonato il corno, gridava con quanto gliene poteva la gola: «gente del tale e tale luogo, sappiate ch'è accaduto la tale cosa nel tale e tal altro paese; fatela sapere intorno a voi.» E il popolo accompagnava il banditore coll'immenso urlo: «viva il popolo! viva la libertà!»

L'agonia del frate Bernardino si calmò alquanto allorchè su le pendici dei monti di faccia e a mano destra aguzzando gli occhi vide comparire e subito sparire alcuni punti neri a mo' di muffli, che dopo aver saltato da una roccia all'altra si rinselvano. Allora lasciato il martello riprese lo schioppo ed abbassò gli occhi giù nel paese fuori delle trincere dei Côrsi; colà vide il brulichìodei granatieri in procinto di avventarsi da capo; dai gesti argomentò i proponimenti feroci; tanto pareva ai Francesi delitto che le vittime non cantasseroalleluiaa sentirsi sgozzare dalle armi del Cristianissimo, e non levassero le mani ai suoi gloriosi carnefici? Gli ufficiali parlavano ai soldati accese parole, massime il conte di Marbeuf, che ritto su di un rialzo di terra gli arringava tutti e col dito accennava i deboli ripari dei Côrsi; pareva gli rimproverasse, e certo gli rimproverava, di non avere saputo espugnare cotesti deboli ripari di terra, abborracciati da gente ignorante di ogni arte guerresca. — Sul più bello del suo discorso sentì chiamarsi a nome:

— Ohè! signor conte Marboffe, ohè! — Il conte si guardò, meravigliando, dintorno, e non vedendo persona ripigliava la orazione, ma la voce continuò:

— Signor conte, non miri di quà e di là; si volti in su al campanile; veda, son io che le parlo, frate Bernardino da Casacconi indegno servo di Dio: le pare carità questa di aizzare carne battezzata contro carne battezzata come se fossero altrettanti mastini? O che gliel'hanno rubata la Corsica perch'ella si arrovelli tanto a conquistarla? Eh! si vergogni; queste non sono opere da cristiani nè da gentiluomini...

— Che gracchia quel corbaccio lassù? proruppe il conte; Luigi fagli per la sua predica l'elemosina di una palla di oncia nel capo.

Luigi ch'era fante del Marbeuf non intese a sordo, e di un colpo portò via una ciocca della barba al cappuccino.

— Per Cristo! esclamò il frate, e subito dopo si morse le labbra, ma ormai era ita e di un salto agguantato lo schioppo con gran voce aggiunse:

— Signor conte, io le baratto il suo scudo in moneta côrsa; badi s'ella è di buona lega.

— Ah! frate — disse il Marbeuf cascando — mi ha morto.

I Francesi, per le vecchie e per le nuove ingiurie infelloniti tornarono ad avventarsi con furore impossibile a descriversi; i Côrsi non avevano perduto tempo ad allestire altre difese; da capo scalate, da capo olii ed acque bollenti, ma per questa volta pareva si facesse di tutto, imperciocchè dietro ai liquidi buttavano i vasi; da capo gambe infrante, uomini capitombolati e rotti su le selci, ferite di ferro e di fuoco, membra lacere sotto il continuo rovescio dei sassi e di muri; sempre più terribile l'aspetto delle moltiplici morti.

Decio Cottoni arrivato su i luoghi si appostò in uno dei rialzi di terra abbandonati dai Francesi e si diede subito a trarre; Clemente pure giunse dall'altra parte e omai di ripari non voleva sapere niente, bensì fare impeto alla scoperta: più cauto Altobello ne lo dissuase confortandolo ad imitare il Cottoni; dai ripari ammazzarono a man salva, e comecchè i Côrsi non isbagliassero il colpo a volo vi avete a figurare se a fermo, onde pareva la morte vendemmiasse; chè gli uomini cascavano giù stretti insieme da parere propriamente grappoli. Nè i bersaglieri si contentavano di volgari ferite; al contrario volevano scegliere; così colpirono i colonnelli del reggimento Rovergue e del Sassone, e dopo questi la più parte degli ufficiali. Il marchese di Chauvelin non anco disperato di vincere chiamava a sè il marchese di Tilles e il visconte di Beauve, ed ordinò, che preso un distaccamento dai reggimenti Medoc e Brettagna, si recassero a sloggiare i Côrsi dai fortini: i valorosi colonnelli partirono ad eseguire il comando; non li trattennero la pioggia delle palle, non i morti che seminavano per la via; per essere i parapetti bassi saltarono i ripari e quivi incominciarono a trucidare, con le baionette in canna, i Côrsi si provarono resistere co' pugnali, ma conosciuto subito impari il gioco fuggirono e si sbandarono; i Francesi stando raccolti in manipoli, appena usciti perderono il loro vantaggio: sarebbe stato sano consiglio anco per loro tornare indietro alla guardia dei fortini; ma non seppero o non vollero; fatto sta che continuarono il Tilles a perseguitare il Paoli verso Biguglia; il Beauve, il Cottoni verso Luciana.

— E adesso, che come generale non mi resta a fare più nulla, andiamo a sostenere le parti di soldato — disse Pasquale Paoli — rispetto a voi, signor Boswell, restate qui, chè non è giusta, che ne abbiate a toccare per fatti non vostri; addio; — Nasone andiamo.

— Con vostra buona licenza, signor Paoli dacchè abbiamo passato tanta parte di giorno assieme, permettete ch'io lo finisca.

— Ma voi non siete armato...

— Di fatti io non mi presento alle palle francesi in qualità di soldato, bensì d'invaghito.

— Non praticate da savio, signor Giacomo; arrosto che non tocca lascialo andare che bruci, dice il nostro proverbio — e mentre il Paoli così favellava correva, e il signor Giacomo dietro sbuffando.

— Mariano, Mariano, oh! non lo vedi che ti sto accanto: la colpa è del buio: vuoi che accenda un altro lume? (pag. 384)

— Mariano, Mariano, oh! non lo vedi che ti sto accanto: la colpa è del buio: vuoi che accenda un altro lume? (pag. 384)

— Bene, il proverbio non manca di senno, ma ora che sono diventato mezzo Côrso mi tocca più che non credete.

Intanto che andavano Nasone percorreva fiutando la terra; di repente lo videro fermarsi, poi raspare, dimenare forte la coda, poi squittì dando segni di sorpresa e di allegrezza.

— Fermi: qui dietro ci ha qualche cosa di nuovo, notò il Paoli; in effetto di lì a pochi secondi ecco dai cespugli uscire a diecine, a ventine, cani meno grossi, ma della razza di Nasone, quale grigio quale rossigno, i quali si ricambiarono quei convenevoli, che il Galateo dei cani diverso da quello di monsignor della Casa predica onesti; dietro i cani naturalmente vennero i padroni, i quali mirando, ed essendo mirati dal generale, corsero ad abbracciarsi di cuore, erano montanari delle Costiere e li guidava Vinciguerra da Canavaggia. In breve spiegarono, che, quantunque non comandati, sapendo come la battaglia andasse per le lunghe erano venuti a dare una mano ai fratelli, e menavano seco certi compagnoni, dai denti dei quali si ripromettevano quanto dalle proprie mani se non di più. — Raccolti insieme sommavano a cento uomini ed a sessanta cani. Il generale ripigliando subito il cammino disse a Boswell:

— Lo aveva presagito che Dio provvederebbe.

Già erano venuti in parte dove le palle passando via zuffolavano, od abbattevano i ramoscelli degli alberi, allorchè un pedone tutto affannato venne loro incontro agitando da lontano un foglio; si fermarono, e quegli fattosegli più presso correndo disse:

— Ah! signor generale, siete voi? Manco male che vi ho trovato subito; non ho potuto esentarmene; eccovi la lettera consegnata in proprie mani secondo il desiderio del moribondo, e adesso addio.

E ratto com'era venuto andava via; al generale che gli urlava dietro: dove vai? dove vai? — Rispose: — torno a battermi.

Il generale spiegò e lesse lo scritto, vergato con mano tremante, il quale diceva così: «Signor generale, raccomando mio padre a voi, la mia anima a Dio. Fra un'ora sarò con gli altri valorosi morti per la patria. Vito Savelli.» Ah! quel caro giovane pareva se la sentisse piovere addosso.

— Bene, prese a dire il Boswell; benissimo; che manca a questa lettera per essere bandita sublime in tutte le scuole del mondo, se non essere scritta alle Termopili da uno dei trecento di Leonida?

— Chiedo perdono, rispondeva il generale tuttavia correndo; Leonida e i suoi si consacravano morendo agli Dei infernali. Vito rende la sua anima a Dio di cui si sente parte. La differenza mi sembra enorme.

— Bene; voi parlate sempre bene.

Erano sul punto omai di sboccare dall'estremo lembo del bosco, allorchè videro venire incontro a loro un uomo fuggendo, il quale ne teneva un altro in collo quasi intendesse rapirlo. Il generale che se lo trovò addosso, lo abbrancò pel petto gridando:

— Ah! dall'altra parte è il nemico e tu fuggi?

— Non fuggo, no, rispose trangosciato il Côrso; lasciatemi andare; Cristo! o non vedete che questo che io porto è morto; mi fu ucciso accanto; no in verità, signor generale, finchè il mio povero fratello mi sta davanti, non mi riesce levargli gli occhi di dosso; e non mi posso battere... vado a seppellirlo e torno subito.

Allora il generale mettendo una mano su la spalla dell'uomo:

— Tu sei di Alesani parmi, e dei Tommasi: non piangere....

— Io non piango.

— Va, torna indietro; chi ti comanda?

— Il capitano Decio...

— Bè; aspetta (e scrisse sopra un foglio col lapis: fa quello che ti dirà il Tommasi. P. P.) porta questo al capitano, ed ordinagli da parte mia, che ceda a poco a poco il terreno dilungandosi dal Borgo verso il lago Benedetto, e procuri tirarsi dietro i Francesi: in quanto a questo valoroso non darti pensiero a seppellirlo; lo riporrò io stesso con queste mie mani sotto terra; sei contento?

Il Côrso non potendo parlare gli baciò le mani; gli pose fra le sue braccia il fratello, e preso il foglio in un momento disparve.

In questo modo, sicuro il generale che il distaccamento francese non lo avrebbe molestato, con urli che andavano a cielo, suoni di cento corni e latrati di una torma di cani cascò improvviso alle spalle dei granatieri che operavano sforzi più che umani per rovesciare i parapetti côrsi e penetrati nel Borgo sovvenire la gente del Ludre; in parte si vedevano mucchi di cadaveri a piè della trincea senza che l'avessero potuto manomettere; in parte però compariva aperta, e lì dentro la rottura si battevano a baionetta, a coltello, nè le sassate mancavano, nè i pugni, nèi morsi; però il sudore si mescolava col sangue; per mancanza di forza le ferite sdrucivano piuttostochè trapassassero le carni; gli sosteneva la rabbia, la paura e la vergogna del perdere: ormai dall'una parte e dall'altra toccavano il punto in cui anco un grano poteva dare il tracollo alla bilancia; e veramente sessanta cani e cento montanari erano qualche cosa di più di un grano e lo provarono avventandosi con furore non più visto al mondo: terribili gli uomini, ma due cotanti più i cani; le gambe addentate e le cosce non le lasciavano più per ferite nè per colpi anzi nè anco morti, e fu mestieri con taluno aprire co' ferri i denti e liberarlo della testa mozza del cane.

I Côrsi visto il generale a loro tanto diletto, raccolsero quel po' di lena che si sentivano nelle braccia per non apparirgli minori dell'aspettativa ed anco delle promesse che gli avevano fatte: ed egli in mezzo alla tempesta e senza nè pure cavare la spada sereno e tranquillo diceva: — su da bravi, anche uno sforzo e abbiamo vinto!

Mentre voltatosi al signor Boswell, il quale colla scatola in mano lo aveva seguitato, intendeva domandargli: — si può egli fare di meglio? — vide sparirgli il cappello di capo, onde temendolo ferito proruppe in dolorosa esclamazione, senonchè il signor Giacomo sorridendo rispose:

— Poca perdita, un cappello frusto, — e continuò a tirare su la presa di tabacco che aveva incominciato ad annasare — però indi a breve avendo scorto Nasone il quale corso dietro al cappello glielo riportava, soggiunse: — anzi guadagno, e grosso perchè il cappello intero prima costava due scudi o meno, ora forato in questa congiuntura acquisterà un valore venale di dieci sterline o più — forse anco venti.

Il generale non potè astenersi di tentennare il capo pensando come in Inghilterra anco i più generosi, in grazia del costume, ogni cosa ragguaglino a lira, soldo e denaro: ond'ei teneva, per certo, che quando con microscopii perfezionati si potesse speculare la materia del sangue della stirpe anglo-normanna, si sarebbe rinvenuto di certo come nella composizione del medesimo capissero moltitudine di cifre d'abbaco invisibili ad occhio nudo; e questo teneva per articolo di fede da mettersi addirittura in fondo al simbolo degli Apostoli, volgarmente detto ilCredo.

I Francesi balenarono, e il supremo capitano non aspettando la disfatta, sonata la raccolta dava opera a provvedere che laritirata si eseguisse col minore scompiglio possibile. Senonchè l'uomo propone e Dio dispone; dopo qualche cento passi i perseguitati perdendo animo e i persecutori acquistandolo, gli ordini scompigliaronsi, e nonostante le minacce e le preghiere degli ufficiali, i Francesi ruppero in fuga.

— Sarebbe bene, diceva un ufficiale francese ad un altro ufficiale mentre levavano a più non posso le gambe verso Bastia, sarebbe bene che la Francia provasse il capitanato di qualche plebeo, perchè da un pezzo in qua voi altri signori ci conducete come montoni.

— Non è così, rispose l'altro; gli uomini che combattono per la libertà valgono tre volte tanto i soldati del re, la più parte dei quali non sa quello che si fa; taluni come me lo sanno e lo detestano.

Il primo di questi ufficiali si chiamava Dumouriez, il vincitore futuro di Jemmappes e di Valmy; il secondo Mirabeau di cui la lingua scalzava il trono di Francia peggio che non avrebbero fatto cento leve di ferro.

Come si confusero gli ordini dei fuggenti, così e più si scompaginarono quelli dei persecutori pigliando ognuno di essi a spacciare il suo; anche i cani aizzati dalla fuga crebbero di rabbia sparpagliandosi per la campagna, e ne successero duelli che sarebbe sazievole riferire.

Non tutti i Côrsi uccisero, nè tutti i cani sbranarono; qualcheduno all'opposto salvò: basti di questi rammentare Nasone, a cui mentre scorazzava per le macchie, occorse un Francese giacente, si fermò in quattro, poi innanzi di accostarsegli fiutò e rifiutò il terreno quasi per ricordarsi: quando parve essersi rammentato, andò oltre spedito, venutogli dappresso si dette ad esplorare se fosse morto o svenuto; bisogna dire lo riscontrasse soltanto svenuto, imperciocchè allora s'industriò a scoprirgli la piaga, e trovatogliela nella gamba sopra il ginocchio, dopo avere strappato il panno, si pose a lambirgliela. Non rimase senza aiuto a lungo nella opera pietosa, che un giovanetto côrso sopraggiungendo, alle sembianza e alle vesti parve ravvisare il Francese; egli pure si affrettò a soccorrerlo; piegato il ginocchio a terra esaminò la ferita; la palla non ci era rimasta dentro ma aveva lacerato le carni e forte ammaccato l'osso; il dolore e la perdita del sangue avevano ridotto a tale cotesto infelice; il giovane trasse fuori della carniera un pugno di fila le quali intinte in certo suo unguentole appose a modo di faldella su la piaga, indi la fasciò: su quel subito non ci era da fare altro nè meglio. Tutto intento alla sua carità il giovane non si accorse che gli era caduto il berretto e molto meno che un altro arrivato lo stava contemplando in tacita adorazione: ad un tratto levando la faccia si vide davanti Altobello, onde subito l'abbassò rossa come la fiamma; Altobello già da parecchio tempo aveva riconosciuto Serena.

— Da quando in qua voi qui?

E Serena sorridendo: — Da quando ci siete voi; voi avete sparato le armi che vi caricava io, e porgeva per di dietro. Allora nel vostro cuore pieno di odio non ci sarebbe entrato di amore nè manco quanto è grosso un granello di panico; però non avete sentito, che io vi stava vicino.

Altobello le prese la mano con le sue, e premendogliela forte disse: — non mi rimproverate, Serena; se vi sapeva di faccia il nemico non avrei potuto fare altro che coprirvi col mio corpo.

In questa il Francese sciolto un fievole sospiro risensava, ed acquistata a pena conoscenza di sè, vedendosi accanto quella immane testa di cane, prese a supplicare così:

— Deh! ammazzatemi di una buona moschettata nel capo, non consentite che mi sbrani il cane.

— Fatevi animo, signor Rinaldo, voi siete fra amici.

— Ah! signor Bertovello...

— Altobello, corresse sorridendo l'Alando.

— Altobello sì, torna lo stesso; con voi può darsi, ma come mi trovi fra amici, con questo signore ch'io non conosco, e con questa bestiaccia che sembra voglia fare di me la sua colazione, non comprendo.

— Voi siete ingrato, capitano. Nasone ch'è il cane del generale vi ha riconosciuto amico tra i nemici, e questo giovane, nel quale non ravvisate la mia sposa Serena, tenendogli dietro vi ha tolto da morte sicura.

— Domando perdono, madama, e anche voi, signor Nasone; ma sapete, signor Altobello, che questo farsi accompagnare in guerra dalle donne e dai cani si rassomiglia assaissimo al costume barbaro altra volta praticato dai Cimbri e dai Teutoni!

— Mio signore, i Cimbri ed i Teutoni si reputano barbari, e furono, non mica pei modi di fare la guerra, bensì pel fine della medesima: in vero disprezzando la terra nella quale gli avevacollocati la natura uscirono per chiedere ai Romani terra italiana e l'ebbero: voi sapete come.

— Sta bene; ho capito; il paragone dei Cimbri con voi si attaglia come la luna co' granchi; ma che volete? Da un uomo che ricupera appena i sensi dopo quattr'ore di svenimento non si può pretendere una dose maggiore di buon senso: dicono che quand'anche il mio intelletto tocca il suo meridiano non si mostri guari più splendido: e mi calunniano: io vi posso assicurare, che quando mi ci metto, ragiono anche meglio di così.

— Non istento a crederlo.

— Malizioso! Ma non sarebbe opportuno esaminare un po' se ho qualche cosa in corpo che non ci dovrebbe stare, come per esempio una palla, inquilino incomodo e che per giunta non paga pigione...

— State tranquillo; Serena che vi ha visitato e medicato accerta che la palla lacerò senza fermarsi, cagionando ferita dolorosa, non già mortale.

— Mille grazie! madama Serena: questo è bello in verità, magnifico: con vostra licenza procurerò che venga stampato nellaGazzetta di Francia: di barbari che vi proclamavano m'impegno a farvi bandire fra un mese pei popoli più civili della cristianità per le quattro parti del mondo. — Rispetto al vostro nome, madama, egli sta per empire le bocche dei parigini per una eternità, la quale, come sapete, in Francia si compone di tutta una settimana e talora anche di un po' del lunedì.

— Non vi pigliate questo disturbo, capitano; in quanto a me desidero che il mio nome non esca dalle pareti domestiche: mi piacerebbe però che i vostri compatrioti assumessero della mia patria migliore opinione, e sopratutto consigliassero ad operare più giustamente.

— Come vi accomoda, madama, e adesso, signor Altobello, se non vi sembra troppa pretensione per un prigioniero, mi vorreste un po' ragguagliare per mio governo come intendete cucinarmi.

— A me non ispetta dirvelo; voi siete prigioniero di Serena.

— Oh! ma questo sta per diventare magnifico; il valore prigione della bellezza come nei tempi della cavalleria che in Francia piangono perduta, ed io ritrovo florida in Corsica: or dunque, madama nemica mia amica, fatemi trasportare nel vostro castello e tenetemi schiavo della vostra beltà.

— Se veramente a me tocca decidere su di voi, io consideroche in casa mia manchereste dei comodi ai quali il vivere delicato vi ha forse assuefatto: inoltre non mi sembra offendere la patria restituendovi alla libertà, dacchè i suoi destini non penso che dipenderanno da un uomo di più o da un uomo di meno; in ogni caso la vostra ferita vi toglie la facoltà per parecchio tempo di trattare le armi. Signor capitano, voi siete libero; aspettate tanto che la notte infittisca, e procureremo mandarvi un uomo e un mulo per trasportarvi sino a Bastia.

— Mille milioni di grazie, mia generosa nemica; ma dite un po' quanto vi piace, voi non m'impedirete di pubblicare con laGazzetta di Franciaquesto atto prodigioso, unico al mondo, e scriverne a mia madre.

— Voi ci disservireste, signor Rinaldo, disse Altobello, imperciocchè ci fareste cadere in sospetto dei gelosi patriotti per aver reso la libertà ad un prigioniero come voi; e co' sospetti ai tempi che corrono non si canzona.

— Che poi lo scriviate alla vostra signora madre io non dissento, anzi ve ne prego, soggiunse Serena; e le direte che ho pensato alla sua angoscia, e ne rimasi impietosita, dacchè tutte le donne che soffrono sono sorelle; ditele ancora, che presentandosele occasione di sollevare qualche mio povero compatriota ella lo avrebbe fatto in virtù del suo buon cuore senz'altro eccitamento, ma se la memoria dello aiuto prestato al suo figliuolo renderà più consolante la sua voce, più benevola la sua carità, io penserò che mi abbia rimunerato oltre il merito.

Il capitano Rinaldo a notte inoltrata, posto come si potè meglio su di un mulo, era condotto in Bastia: certo sofferse molto, e due volte svenne; tuttavolta la strada che mena alla libertà non sembra mai tanto dolorosa da dissuadere veruno dallo scorrerla sino in fondo.

Mentre il generale Paoli stava per mandare intimazione al comandante Ludre di arrendersi senza indugio, gli fu annunziato un parlamentario per parte dei Francesi; fattolo subito mettere dentro la stanza lo accolse secondo il suo costume in piedi e passeggiando. Il cane Nasone tornato a casa aveva ripigliato il suo ufficio standosene a giacere in mezzo alla sala. L'ufficiale dopo i consueti saluti espose con parole succinte, il comandante Ludre avrebbe reso il borgo se in capo a 24 ore non fosse stato soccorso: intanto gli mandassero i Côrsi provvisioni di bocca, che verrebbero pagate a prezzo corrente; passate le ore 24, senzache alcuno uscisse ad aiutarlo, gli fosse lecito abbandonare il Borgo con gli onori di guerra, le bandiere spiegate, tamburi battenti, e tornarsene con tutta la sua gente a Bastia, portando seco cannoni, bagagli e munizioni di guerra.

— Avete da aggiungere altro?

— Non ci è altro.

— Tornate al signor comandante, salutatelo in mio nome e ditegli: circa agli onori di guerra egli gli avrà tutti; le sue bandiere porti seco; millanterie nè iattanza garbano ai Côrsi, e chi abusa della buona fortuna dimostra non meritarla; le umiliazioni inaspriscono gli animi e piacciono ai barbari o ai vili. Rispetto alle armi e alle munizioni noi ne siamo privi; bisogna che ce le diate; non vi sarebbe nè manco onore vincere gente disarmata; gli arsenali di Francia poi ne possiedono a macca per rifornirvene fra giorni; potrei esigere il giuramento, che fino a guerra finita non ripiglierete più le armi, ma ci rinunzio perchè avendo veduto come per ordinario siffatte promesse non si osservino, voglio risparmiare a voi la vergogna di mancarci, a me il disgusto di punirvi, caso mai mi ricapitaste fra mano; tutti i Francesi con queste condizioni escano dal Borgo fra un'ora; gli altri rimangano. Andate.

— Signor Generale, rispose il parlamentario con voce alterata facendo sforzi infiniti per contenersi, signor Generale, voi ci trattate come se ci aveste messo i piedi sul collo; un'ora! ma ci vuole più tempo a sellare i cavalli. Questa condizione non palesa punto la cortesia che presumete mostrarci.

— Per Dio santo! urlò il Generale picchiando col pugno chiuso su la tavola, intanto che i suoi occhi balenarono — e chi siete voi per vituperare in altrui quello che voi stessi stimate potere fare con lode? Vi rammentate? Qui.... sono pochi mesi, quando contro la fede della tregua voi scorrazzavate per Capo côrso, il Nebbio e la Biguglia, mandai da Lento un messaggio al marchese Chauvelin perchè mi concedesse sei giorni di armistizio al fine di radunare i rappresentanti del popolo perchè sopra le proprie sorti deliberassero. Avete obliato quello, che mi mandò a rispondere? Noi lo ricordiamo: se vi piace sottomettervi sottomettetevi: tregua non vi si concede nè manco un'ora. E a ridurre un popolo fiero, che da quaranta anni combatte per la libertà, al giogo amarissimo del servaggio straniero, mi sembra, signore ufficiale, che ci volesse un po' più di tempo, che a poche centinaia di vintiper uscire da un ricinto di case. — Quando voi mi pagaste cotesta moneta la dicevate fatta di oro di coppella, perchè coniata da zecca francese; ed ora che io ve la restituisco tale e quale, non la riconoscerete più? Osereste sostenere ch'io ve l'abbia falsata? A cui sputa contro vento la saliva ritorna in faccia. Non una parola di più, partite.

E levandosi l'orologio di tasca lo pose sopra la tavola. L'ufficiale si partì pensando forse poteva darsi, tutto il torto non fosse del Generale côrso, e per la presunzione francese non era poco.

Il comandante Ludre radunò da capo il consiglio di guerra; veramente non s'intendeva a che fare: ma e nelle malattie non si manda pei medici ed anco più famosi quando l'infermo boccheggiain articulo mortis? L'uomo è schiavo legato alla catena dei costumi. La milizia francese indi a breve conobbe i patti della resa, e le parvero ostici: perchè la cosa che abbia virtù di percotere più forte le menti dei Francesi sia la umiliazione, e volentieri lo confesso, quella che sopportino meno, e vendichino più presto; ma la necessità gli stringeva con tanaglie di ferro.

Si trovava allora per caso tra i Francesi al Borgo un Mattei di Lota traditore e spia, il quale si era condotto al Borgo per rivendere l'anima sua a minuto indicando strade, scoprendo imboscate, e commettendo anco di peggio se di peggio avessero avuto i Francesi bisogno, ed egli protestò di farlo. Avvertito dei patti della resa se gli sentì appuntare al cuore come la cima d'una spada; però non mise tempo fra mezzo di condursi ai quartieri del Ludre per dimostrargli il debito, anzi la necessità di salvarlo ad ogni costo: respinto dal piantone schiamazzò, pregò e per ultimo minacciò: e furono parole perdute; convinto finalmente ch'ei diceva le sue ragioni agli sbirri, si apprese a nuovo partito il quale fu questo: salì sul tetto della prossima casa, e quindi arrampicandosi giunse a quello del quartiere del Ludre: qui rovesciò la lavagna murata ad angolo su la cappa del camino, e bravamente si cacciò giù per la gola fuligginosa. Mentre il comandante approfittandosi del tempo brevissimo stava per mettere fuoco ad un fascio di carte portate sul camino, ecco con molta paura rotolare giù una figura mostruosa, che non avrebbe così di leggieri riconosciuta, se non si fosse dato pensiero di gridare subito:

— Non dubitate di nulla, signor comandante, sono il vostroconfederato Mattei: ho sentito cosa alla quale mi riesce impossibile credere, voglio dire che quel traditore del Paoli non vuole ricevere a patti che i Francesi soltanto, in quanto a lui, cotesto ribelle di S. M. cristianissima, lo conosco capace di questo e di altro, ma voi spero, signor comandante, che siete quanta lealtà e quanto onore vivono nel mondo, rigetterete di certo il vituperio di simili condizioni.

— Non istà in mio potere farlo: dopo la ritirata del marchese di Chauvelin non mi avanza scelta.

— Voi vi disonorate...

— Io? gridò il comandante, e gli si spinse contro con mano aperta per dargli uno schiaffo; poi si ritenne aggiungendo con ineffabile disprezzo; voi non meritate nè anco uno schiaffo; che debito ha con voi S. M.? Voi vi siete venduto, egli vi ha comprato, e a parere mio più caro di quello che meritavate; la è partita saldata. Uscite.

Il Mattei voleva ripetere, e dalle labbra frementi e dagli occhi che schizzavano veleno si poteva argomentare di che razza parole, ma due granatieri lo acciuffarono, e lui repugnante e sbuffante di un solenne spintone cacciarono a capitombolare giù delle scale fino a mezza strada. — Cotesto modo di palesare la propria intenzione parve anco al Mattei tale da dissuaderlo a tentare da capo col Ludre; si provò a procacciarsi miglior ventura co' soldati; aveva dimessa ogni petulanza, dalla procacia trapassando alla più abietta umiltà, supplicava lo ricevessero nelle loro fila, sopportassero fingerlo camerata; la carità non fa macchia, o fatta, ella stingerla con le proprie mani subito; deh! non impedissero che vestita l'assisa soldatesca, si mescolasse fra i granatieri.

La più parte di cotesti militi repugnava non comprendendo, o ricusando capire, che se il tradimento frutta infamia, metà appartiene a cui lo commette e metà a cui se ne approfitta; ma un sergente che già fu usciere di Parlamento, e risegnò lo ufficio affermando, che gli pativa meno l'anima di vedere ammazzare la gente colla spada che con la penna, chiesta ed ottenuta a parlare licenza osservò come il punto adesso stava nel ricattarsi; però più che mai abbisognare essi di gente devota che per un po' di danaro mettesse a repentaglio per loro anima e corpo: considerassero che incominciava allora la guerra: anco le spie comporre fra loro un'arciconfraternita, e di che tinta!questo rispettabile corpo si terrebbe offeso dello abbandono di uno dei suoi membri: non per lui certo, ma per proprio interesse persuaderlo a tenerlo bene edificato, non rifiutandogli l'ultimo rifugio nel quale confidava la sua salute. Cicerone non poteva orare di meglio nè persuadere più arguto: lasciarongli pertanto vestire la militare assisa e confondersi fra loro.

Dalla rottura di una trincera incominciarono a defilare i vinti; volevano passare a due e a tre, ma venne loro impedito; e fu mestieri adattarsi a uscire ad uno per volta; mala parola era questa pel Mattei, il cuore gli s'impiccolì; pure nelle sembianze si mantenne sicuro; sperava sempre non badassero tanto pel sottile. A mano a mano che si accostava però gli venne fatto di notare con terrore, che Minuto Grosso con una schiappa di pino accesa stava agguardando tra ciglio e ciglio chiunque passasse; ora per maledetta disgrazia egli aveva pratica con costui; lo avrebbe riconosciuto di certo, denunziato, tradito; e il sudore freddo gli gocciolava lungo la schiena; ma forse sotto altre vesti poteva sfuggirgli, e poi Minuto Grosso aborriva restare lungamente a gola secca e l'acqua detestava quanto la sete; non era da credersi che giusto in quel giorno ei si fosse astenuto dal bevere; e gli tornava il cuore in corpo: intanto egli si avvicinava; ora la coscienza tormentandolo da capo gli faceva toccare con mano che Minuto Grosso non era stato preposto costà per nulla, e quello specolare uomo per uomo chiariva espresso che qualcheduno cercava; e il Mattei tornava a sdilinquire; ma su coraggio, che non vorrà riconoscermi, e farà la gatta di Masino: diavolo! avevano bevuto insieme; egli era come mettergli la corda al collo; non si tradiscono così i compari, gli amici, i patriotti....

— Eccolo là; pigliatelo, costui è il traditore.

Queste parole tagliavano a mezzo le consolanti speranze del Mattei; e così stavano ammaniti a mettergli le mani addosso, ch'ei si trovò preso e legato quasi prima di essersene accorto. Qualcheduno dei granatieri francesi, certo spinto da indole generosa, fece atto di proteggerlo, ma in quel punto essendosi fatte sentire queste altre parole che pronunciò il capitano Decio:

— Anche questa si doveva vedere! i granatieri di Francia coprire con la propria divisa un traditore.

I granatieri rimasero impietriti; e dopo breve ora si allontanarono con celeri passi e fronte abbassata.

Il Mattei tratto davanti al consiglio di guerra si voltò a destra, e con istupore ravvisando un suo parente esclamò:

— Queste cose si fanno a un parente, Lorenzo?

E quegli gli rispose:

— Non ti si fanno come a parente mio, ma come una carne con Anton Francesco Gafforio, che vendè il sangue del fratello ai Genovesi.

Allora colui piegò a sinistra e riconobbe in chi lo teneva il suo fratello:

— E tu mi meni alla mazza, Liborio? Non sono più tuo fratello?

— Sì, come Caino lo fu di Abele.

— Compatriotti, ammiccando col capo in giro gridava, rammentatevi che sono dei vostri.

— Anche Giuda fu degli apostoli.

Breve il giudizio; riconosciuto e condannato.

Oltre laRelazione, il signor Giacomo Boswell lasciò scritte parecchie memorie intorno ai fatti degni di ricordo, ch'ei vide; tra queste occorre uno scritto su la tragedia del Mattei, il quale merita di venire riportato con le sue medesime parole:

«Condannato ch'ei fu, narra il dabbene inglese, immaginando che lo avrebbero spedito a suono di moschettate, e forse come era piuttosto da credersi con la corda, io aveva pensato di andarmene a cena e poi mettermi al letto, chè le fatiche della giornata mi avevano reso indispensabili il cibo e il sonno; dalle otto della mattina in poi non era entrato altro nel mio corpo che una libbra di pane, forse due dozzine di albicocche, un poco di lonzo (molto celebrato dai Côrsi, ma da farci poco capitale su), un tocco di formaggio di capra (delizioso in verità!) ed un pezzo di castrato arrostito, sicchè si poteva dire ch'io m'era quasimente digiuno: ricordo che, avendo voluto vedere l'ora che faceva, cavai l'orologio di tasca e postomelo sotto gli occhi mi balenavano così che non potei distinguere i numeri: allora compressi la molla perchè sonasse, e avrà sonato perchè nè allora nè poi lo rinvenni mai guasto, ch'egli era dei buoni, avendolo comprato a Londra da Doddy figlio e compagni, dieci lire sterline: ma non sentii nulla; tanto mi aveva intronato lo strepito della lunga battaglia; nondimanco al lume dei pini accesi scorsi consegnare il traditore a sei uomini, tra i quali un prete: essi lo legarono su la groppa di un mulo a mo' di sacco e lo ricoperserodi una sargia nera; subito dopo montarono a posta loro a cavallo traendo sospiri e facendo atto di disperato dolore: — povera gente! gridava dietro il popolo, non meritavano questa angoscia. — La curiosità di sapere come andava a finire cotesta faccenda mi tolse per incanto il sonno e la fame: però considerando che se al sonno non poteva rimediare, lo stesso non era a dirsi della fame; andando sul cavallo mi empii le tasche di roba buona a mangiare; e comecchè perdessi qualche tempo, non mi fu difficile raggiungere la compagnia pel chiarore che mandavano da lontano le schiappe di pino; quando venni appresso di loro essi non mi salutarono: non m'invitarono a seguitarli, non mi respinsero; fecero le viste di non accorgersi di me: viaggiammo tutta la notte; l'alba ci colse in riva al mare dalla parte meridionale dello stagno di Chiurlino presso la punta di Arco. Scesero tutti e trassero il traditore da cavallo; già pareva fatto cadavere, ma la posizione diversa, la brezza mattutina o che altro si fosse gli ravvivò la faccia, onde ei rivolse attorno gli occhi consapevoli. — Nicolò, bisogna morire — disse uno della compagnia. — Come morire? rispose con fievole voce il traditore, io non mi vedo attorno che parenti; quei del mio sangue mi hanno menato qua per ammazzarmi? — I circostanti col capo accennarono di sì. — E voi pure, sacerdote di Dio, siete venuto qui per ammazzarmi? — Il prete lo guardò truce e non rispose nulla; però voltosi agli altri disse così: — Parenti miei pei meriti vostri e per quelli dei nostri illustri maggiori avete ottenuto che costui non morisse di corda, bensì fu commesso a voi farlo sparire dal mondo nel modo che paresse più onorato per noi, credete voi dopo ciò potergli lasciare la vita? — Agitarono tutti violentemente il capo da destra a sinistra. — Parenti, figli dei miei zii, fratelli miei, lasciatemi vivere; vi dono quanti denari tengo addosso, e quanti altri tengo sotterrati a Bastia. — Un potentissimo schiaffo gl'insanguinò le labbra mentre a coro urlavano d'intorno: — Taci.

Il prete riprese a parlare: — Parenti, io vi accompagnai disperato di salvargli la vita del corpo, ma con ferma fiducia di scamparlo alla morte dell'anima; fatevi un po' in là tanto che lo riconcilii con Dio.

— Questo non sarà, interruppe il più vecchio dei parenti; deve morire intero; anco Giuda rovinò disperato nell'inferno.

— Ah! Lucantonio che bestemmiate mai! La misericordia diDio ha sì gran braccia, che piglia tutto ciò che con pentimento vero si rivolge a lei.

— Prete Barnaba, insistè il vecchio, io non costumo troppe parole: questo è il mio pensiero; voi mi siete nipote di fratello, vi ho allevato come figliuolo e più vi voglio bene; ora bisogna che scegliate a vedere me o lui in paradiso; perchè caso mai si salvasse, ed io lo avessi ad incontrare lassù, prima gli sputerei in viso, e gli spaccherei il cuore anche sulle ginocchia del Padre Eterno, poi direi a San Pietro, aprimi l'uscio, il paradiso non fa per me; vado all'inferno per vedere se ci tira miglior vento.

Il povero prete levava ambedue le mani giunte al cielo per supplicarne Dio a turargli gli orecchi per non sentire coteste immanità, o almanco condonarle alla passione di quel fiero vecchio vissuto per sè e pei suoi fino a quel punto incontaminato; non durò molto cotesta preghiera, e pure bastò perchè nello intervallo tra la prima e l'ultima parola un'anima fosse cacciata per violenza fuori del suo corpo mortale; il vecchio di un colpo in mezzo al cuore lo freddò; poi vedendo che gli altri parenti si allestivano di sparargli addosso i propri schioppi, ne rialzò la canna dicendo: — Basta; ei non valeva una carica; voi serbate le vostre pei nemici della patria.

Il prete a sentire lo scoppio era caduto in ginocchioni esclamando: — Signore, perdonalo.

Intanto i parenti dopo aver frugato sottilmente il cadavere, e levatogli da dosso tutto quello che si trovava di contante, lo avvilupparono dentro la sargia nera, e al collo e ai piedi gli legarono due enormi sassi; quindi cercata e trovata una delle barche che colà solevano ordinariamente dar fondo per la pesca dello stagno, in quella deposero il corpo, e dato mano ai remi andarono in alto mare dove lo precipitarono. Il vecchio ch'era rimasto sulla riva, mostrando allora accorgersi della mia presenza, mi strinse il braccio dicendo:

— Signore inglese, voi racconterete ai vostri come si puniscono i traditori in Corsica.

— Tuttavolta, io risposi, salvo l'onore vostro, mi pareva che un po' di sepoltura cristiana non avesse guastato nulla.


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