Poichè ebbe percorso di galoppo un buon tratto di via, il colonnello Valcroissant disse a Rinaldo... (pag. 317)
Poichè ebbe percorso di galoppo un buon tratto di via, il colonnello Valcroissant disse a Rinaldo... (pag. 317)
Bene tornò ai viaggiatori la provvidenza di Lella, imperocchè ad ogni piè sospinto s'imbattessero in pattuglie che gl'interrogavano dell'essere loro, e del dove andassero, e perchè si movessero; alle quali tutte domande non avendo Lella punto voglia di rispondere, si toglieva d'impaccio cavando da tasca il passaporto. Anche Matteo ebbe a patire simile minuta inquisizione e a liberarsene gli valse l'esempio di Lella. Usciti alla fine fuori delle porte di San Giuseppe presero a trottare difilato verso il Golo per la Cansica. Arrivati che furono sotto Furiani, Lella pregò Matteo che andasse oltre pian piano intanto ch'essa si recava a salutare certa sua conoscenza, e gli teneva dietro. Tornando a Corte ella aveva fatto disegno di avvisarne Mariano, caso mai volesse commetterle qualche incumbenza; al volgere di una siepe ella pensava scorgere il tetto di casa sua: per questa volta non vide niente, onde ella incolpò la propria memoria che, distratta da tante faccende, le serviva così infedelmente da farle sbagliare la strada; affretta il passo, arriva in altra parte dove per sicuro si scopriva la casa, ma anche adesso non mira nulla: curiosa aun punto e commossa precipita il corso, e all'improvviso le percuote la vista un mucchio di sassi affumicati. Ristette come impietrita, poco dopo quasi volesse sgombrare la mente di pensieri molesti si fregò la faccia a più riprese: proponendosi di chiederne notizie al primo che le capitasse davanti, già voltava briglia quando di dietro le macerie vide sbucare un uomo che portava una croce tinta di nero dove appariva scritta in bianco qualche leggenda. Lella trattenne il fiato per non dare a sospettare la sua presenza e di dietro la siepe vide cotesto uomo, che scavò un buco fra i rottami, e piantatavi la croce la fissò dritta mercè di sassi collocati in torno a contrasto; allora potè leggere lo scritto che in caratteri più grossi diceva: —Casa di traditore: — e in più minuti aggiungeva: — sotto questa rovina giacciono i corpi di Mariano, indegna stirpe di Alando, e della sua moglie Lucia: le anime andarono dannate nell'Inferno.
Cotesto uomo era il pastore Bastiano, che aveva mantenuto la promessa, senonchè gli era parso bene d'introdurci qualche variante, invece d'impiccare aveva appiccato fuoco alla casa, e invece di mandare Mariano solo all'inferno ce lo aveva spinto in compagnia. Lella scappò a precipizio e allorquando ebbe raggiunto Matteo, quantunque usa dissimulare ogni più fiero turbamento, tanto non potè sopra sè medesima, che non comparisse stravolta: quegli lo notò e glielo disse, ma Lella pronta rispose: — era andata a salutare un cugino da parte di madre ed ho trovato, poverino! che gli amministravano l'estrema unzione. — Poi tacque e Matteo rispettando il nuovo dolore non si attentò moverle altre domande.
A molta distanza da Corte Lella si divise da Matteo, e scesa la notte, andando, per giravolte a lei conosciute si ridusse alla casa paterna, senza che persona avesse avvertito la sua partenza, o ne notasse il ritorno, costumando lasciarsi vedere di rado per Corte e facendo correre voce, che giacesse inferma nel letto.
Matteo smontò al palazzo del governo e intromesso subito nella camera del Generale, contro la sua aspettativa lo rinvenne ilare; anzi egli prima incominciò:
— Già me lo immagino, tu mi ritorni con le pive nel sacco: non sei riuscito neh? Già i Francesi sogliono dire, che ciò ch'è buono a pigliare, è anche meglio a tenere, e co' fatti lo dimostrano; sentiamo un po' che cosa dichiara cotesto foglio che ti ninnoli tra le mani: rompi il sigillo e leggi:
Matteo aperse il plico e lesse: — Signore. Voi siete astuto ma badate: anche delle volpi se ne piglia, e ride bene chi ride all'ultimo. Vostro servitore, Conte di Marbeuf.
— Ah! Ah! se l'è presa a male; ma in verità io non ci ho merito. Matteo va a riposarti, che devi sentirti stanco, domani parleremo del resto.
Matteo baciò la mano al Generale ed uscì, ma quale non fu la sua maraviglia quando nella prima persona, che gli si fece incontro, riconobbe Altobello di Alando, che lo salutò molto cordialmente, e motteggiando gli disse: — caro signor Massesi, sebbene io avessi buona opinione nella vostra abilità diplomatica, voi non mi porterete il broncio se ho preferito di fare un po' da me stesso i fatti miei.
Matteo rispose a strappi, e si allontanò strofinandosi gli occhi incerto se vegliasse o se dormisse.
E adesso racconterò per qual guisa Altobello si liberasse dalla prigione francese. Egli venne menato in gran fretta nella cittadella di Bastia, e quivi chiuso dentro il carcere della fortezza di San Carlo, il quale fabbricarono i Francesi sopra uno scoglio altissimo, che domina l'imboccatura del porto. Il prigioniero nuovamente spinto in carcere, per primo, anzi per unico pensiero bada subito come riuscirà ad affrancarsi: tanto l'ansia del vivere libero governa i petti mortali, che questo studio si fa sentire più forte allora appunto che sembrano costretti a doverne deporre perfino la speranza.
La cosa che prima agguarda il carcerato (ed io lo so per molta sperienza fattane) è la porta, parendo a lui che la via ordinaria per uscire abbia ad essere quella per la quale egli entrò, ma in breve con caratteri di chiavistelli e di bandelle viene chiarito, che all'opposto, senza la volontà di cui ti ci ha messo, la porta quasi sempre presenta la via meno facile per uscire di là; allora si volta ad esaminare le inferriate, poi le pareti, il pavimento, per ultimo il soffitto: e se l'uomo possiede forza, volere, coraggio e prudenza, sopra dieci volte nove scamperà: vero è però che queste tre ultime doti raccolte in un'anima, e la prima in un corpo, fanno l'uomo grande, e la più parte delle anime uscite di mano a Dio appaiono piccole e i corpi fiacchi, quindi quelli che rimangono a morire in carcere si contano a migliaia, gli altri che se ne affrancano, su le dita.
Bisogna confessare però che Altobello men che ad altro, quandoentrò in prigione, pensava a liberarsene; sentiva forte la necessità di trovarsi solo, e posare in qualche parte il capo che gli pesava indolenzito per la immanità fraterna: bocconi sul materasso, stretta con le mani la faccia, girava e rigirava questo pensiero dentro il cervello, lacerante peggio di un chiodo; non ira, non orrore lo agitavano, non ribrezzo, nè vergogna, nè paura, nè nulla insomma; queste o talune di queste cose verranno dopo; per ora soffre; e così lo travaglia il patimento che non ascolta lo stridere dei chiavistelli intorno agli anelli, nè il cigolare delle bandelle intorno agli arpioni: e fu proprio mestieri che più volte una mano lo scotesse per le spalle perchè tornasse ai sensi della vita: allora lo percosse una voce nota che in suono piacevole gli diceva:
— Caro signor Altobello, non vi lasciate disfare dalla malinconia: ricordatevi che la morte ci ha da trovare vivi.
L'Alando di un tratto voltandosi si mise a sedere e rispose:
— Capitano Rinaldo, ben venuto.
— Mi rincresce non potere dire lo stesso anche a voi.
— Non importa; la sventura è la pietra di paragone dell'amicizia: senza questo accidente non avrei indovinato la eccellenza del vostro cuore di accorrere spontaneo a consolare...
— Certo... non ci ha dubbio... però non affatto spontaneo, perchè... avete a sapere come io sia il comandante della fortezza.
— Voi?
— Io in persona; la maledetta palla, ve ne ricordate? che mi colpì sotto al ginocchio nella battaglia di Borgo mi ha rattrato un nervo, per la qual cosa zoppico, e i medici giudicano che arrancherò per qualche mese ancora: il signor conte di Marbeuf, a cui venni raccomandato dalla sorella del cocchiere del parrucchiere della marchesa du Barry, amica del re, mi ha preposto alla custodia della cittadella per non troncarmi i progressi della professione, e mantenermi nell'attualità del servizio.
— Tutte le quali cose insomma significano, che voi siete il mio carceriere?
— Fortuna di guerra, signor mio; certo voi potreste dirmi, che non foste preso con le armi alla mano; ma armato o no, quando capita, giova sempre pigliare il nemico; potreste anco osservarmi, che vi tesero un tranello e voi c'incappaste dentro, ma vincasi per virtù o per ingegno fu sempre lodato il vincitore: voi potreste dire...
— Signore, io non dico nulla.
— Manco male: ognuno a sua volta dunque, e allegramente. Non vi accomoda la stanza? ve ne darò un'altra; or ora vi manderò biancherie, legna e quanto occorre; già ebbi ordine di provvedere a tutto; pure sapete che io ho obbligo di esservi amico, mancasse l'obbligo, mi sentirei inclinato verso voi per simpatia... comandate dunque... non vi prendete della soggezione... figuratevi essere in casa vostra...
— Signore, io non vi domando nulla....
— Ho capito via... e vi compatisco... per ora vi dura la rabbia in corpo, vi rivedrò più tardi; se le faccende non lo impediscono desineremo insieme.
Tornato nelle sue stanze ormai tra la lettura dei giornali venuti di Francia e il motteggiare tra gli amici, aveva dimenticato Altobello, quando verso sera l'usciere gli annunziò una donna instare di essere presentata al signor comandante.
— M'immagino che non sarà vecchia nè brutta, in caso diverso le avresti detto e alla occasione giurato che non era in casa.
— Difatti è giovane ed anco bella.
— Presto dunque falla passare, che la noia m'ammazza.
Ma il giocondo capitano fece viso da funerale allorchè si vide comparire davanti la severa, malinconica sembianza di Serena: nondimeno le andò incontro con quella maggior grazia che seppe, e disse:
— Già ci era da aspettarcelo: preso il tortore non può mancare la tortora: ah! perchè non si vede in voi disposizione alcuna di praticare coll'esempio il detto italiano: morto un papa se ne fa un altro.
— Signor Rinaldo, dunque Altobello è veramente qui? rispose Serena senza badarlo, o fingendo di non badargli — non ha ferite addosso?
— Figurate! gli è sano come una triglia pescata adesso.
— Dio ve ne renda merito: permettete che io m'assetti un po'....
— Scusate, ma non mi avete nè manco dato tempo di offrirvelo: — Onorato! Onorato! presto, portate vino, aranci, zucchero.
— Non ho bisogno di nulla, mi batteva il cuore dall'ansia e dalla fatica....
— E venite?
— Dal Borgo, donde mi sono mossa ora fanno due ore....
— E volete vedere il vostro sposo?
— No, signore....
— Come, non lo volete vedere?
— No, lo voglio liberare; sono venuta per chiedervelo, persuasa che non vi parrà vero di saldare la partita dell'obbligo che avete con una vostra nemica.
— Oh! signora Serena, che cosa mai dite? voi non sapete che la vostra proposta mi mena diritto in piazza San Nicolaio a ricevervi otto palle nel petto, le quali naturalmente mi troncherebbero ogni aspettativa di promozione, mentre la mia famiglia ed io nudriamo speranza di vedermi elevato al grado di maggiore, colonnello, ed a suo tempo di generale, maresciallo di campo, e poi anche, chi sa, al grado di maresciallo di Francia. Questo è impossibile, madama, ve lo dico col cuore in pezzi; chiedetemi tutto, pigliatemi la vita, le mie sostanze, non ve lo contrasto; ma che io mi esponga ad essere tratto in piazza San Nicolaio.... voleva dire mi esponga a vedere troncare il corso della mia fortuna, questo è impossibile, assolutamente impossibile.
La vanità è feroce quanto il delitto e più, Serena lo guardò in viso, e conobbe che tornava lo stesso che picchiare alla porta d'una tomba: non si smarrì per questo che a molto animo accoppiava ingegno pronto; onde dissimulare il cruccio e il disprezzo, con aria ingenua riprese:
— Mira un po'! ed io la faceva facile. Potrò almeno vederlo?
— Circa a questo, cara madama, soggiunse il capitano, sollevato di un gran peso, chè aveva temuto rimbrotti, ingiurie e peggio per la sua ingratitudine, ed ora esultava nel vedere come ei si fosse con tanto bel garbo accomodato, — circa questo, certo ci trovo intoppi non meno gravi; ordini espressi lo vietano (e non era vero, ma lo affermava per dare ad intendere che un grave pericolo gli pendea sul capo, e che per amor di Serena sfidava); ma che non ardirei per voi? Ogni Francese per compiacere alle dame si sente addosso un po' del duca della Rochefocauld, il quale cantava in rima alla principessa di Longueville: per meritare il vostro cuore, per piacere ai vostri occhi ho fatto la guerra ai re, e l'avrei fatta anche ai numi. Voi lo vedrete, madama; quando anco dovessi attirarmi sul capo la indignazione di sua maestà cristianissima, lo giuro. — E qui stese la mano in atto poco diverso da quello di Annibale quando il padre Amilcaregli fe' giurare su le viscere palpitanti della vittima odio eterno ai Romani.
— Conducetemi dunque.
— Non io, madama; voi capite quanto sarebbe scortese indiscretezza cotesta; un cavaliere francese si rispetta abbastanza per astenersi da mettersi in terzo nelle conferenze — senza dubbio — tenere, fra sposo e sposa.
— Fate come volete, ordinate che mi conducano al suo quartiere. Spero che uscendo vi potrò salutare.
— Anzi vi dichiaro espresso che se partiste privandomi dell'onore di baciarvi la mano, ne porterei lagnanza alla cancelleria della urbanità; quella dello amore non mi ascolterebbe.
Serena non porse orecchio a coteste sguaiataggini; era proprio roba buttata via; l'accompagnò Onorato, il quale confidatala al carceriere disparve; questi giusta gli ordini le aperse la prigione.
Serena come le consiglia l'affetto stava per abbandonarsi nelle braccia del suo sposo, imperciocchè sia natura degli animi gagliardi frenarsi nel manifestamento delle mediocri passioni, traboccare nelle supreme; quando ad un cenno di Altobello si trattenne e girando intorno paurosa gli occhi vide il carceriere ritto sopra il limitare della porta: presa da vergogna e da dispetto gli disse acerbamente:
— Che fate costà? Andate via.
Il carceriere, che francese era, comprendendo più dai gesti che dalle parole le domande, rispose: che ci stava perchè ci doveva stare, essendo suo ufficio avvertire quello che dicessero i visitatori ai prigionieri, e sopratutto quello che gli portassero. Ognuno può immaginare che la presenza dell'importuno custode abbreviasse di molto il colloquio dei giovani; anzi a propriamente dire Altobello non fiatò; quella che fece le carte fu Serena, la quale presto presto nel dialetto più puro di oltremonti gli frullò non so che parole, cui egli acconsentì accennando col capo. Il carceriere, trovando contro le regole di non capire, uscì fuori ad osservare, che era cosa inaudita servirsi, per discorrere, di lingua diversa dalla francese: ciò dare indizio della ignoranza e sopratutto della barbarie dei Côrsi: parlassero in francese, ovvero tacessero, correndo loro il dovere di farsi intendere. Serena che aveva terminato di dire quanto le importava, strinse la mano allo sposo e quindi voltasi al soldato gli disse:
— Voi siete un insolente; andiamo....
E fingendo una grossa collera si fece a trovare il capitano Rinaldo querelandosi della grosseria del carceriere.
— Capisco, riprese il capitano ghignando, capisco la zotichezza di questo gaglioffo, e capisco quanto abbiate dovuto stridere a non potervi trovare sola col vostro marito; davvero ne soffro più di voi.... io non posso mica dare ordini contrarii ai regolamenti; certe cose bisogna che il carceriere comprenda da sè o piuttosto bisogna glielo facciano comprendere i prigionieri o quelli che vanno a visitarli....
— Insomma poichè non mi è riuscito parlargli, spero che non sarà caso di stato potere mandare al mio sposo la provvisione da casa....
— Circa a questo poi, madama, io mi sono detto: è possibile, capitano Cassagnac, che la legge ti stringa così duro da non lasciare in qualche modo che la tua profonda riconoscenza non si dimostri? No, deliberai meco stesso, il signor Alando pranzerà alla mia tavola.... cioè farò portare il mio pranzo in camera sua.
Serena impazientita percoteva col piede la terra, sicchè non si potendo più reggere proruppe:
— Per carità non vi dite più nulla... e rispondete a me: posso o no mandare provvisioni da casa al mio sposo? Voi comprenderete che noi gente semplice non siamo abituati alla cucina vostra; e poi, sia superbia, sia dignità, un Côrso non consentirà mai di mangiare alle vostre spalle.
— Vi chiedo umilmente perdono, madama, ma questo, mentre per me sarebbe grandissimo onore, non penso che apporterebbe scapito alla dignità del gentiluomo: ma poi fate quello che volete e mandate pure ciò che vi piace.
Fu portato un paniere per parte di Serena pieno di robe buone a mangiare e a bere; e parve che di stupendo appetito fosse provveduto Altobello, ovvero la rabbia glielo avesse cresciuto, perchè il giorno appresso lo rese vuoto. Serena sul mezzogiorno tornò a visitare Altobello; memore dello insegnamento del capitano lo mise in pratica, ed ebbe a lodarsene, imperciocchè il carceriere sebbene non arrivasse fino a lasciargli nella prigione inosservati, pure si mise colle spalle fermo alla soglia fischiando senza punto badare alle parole che si dicevano, e mostrando in certo modo che codesta prima concessione poteva considerarsi come unoscalino della lunga scala, che a un bisogno gli dava l'animo di scendere: però anco in quel giorno il colloquio fu breve; e Serena uscendo si recò dal capitano per questa volta assai pacata in volto; chi l'avesse avuta in pratica l'avrebbe giudicata gioconda.
— Capitano Rinaldo, ella disse, voi avreste a farmi un grosso piacere.
— Madama, voi sapete che il piacere lo fate a me quando mi mettete a prova di rendervi servizio... potendo.
— Ma sì che lo potete; anzi me lo avete profferto ed io sconsigliata lo ricusai; mi accorgo con amarezza che Altobello si lascia pigliare dalla malinconia; procurate di tenerlo un po' lieto con la vostra amabile conversazione...
— Diavolo? Oh! non mi era esibito a pranzare con lui....
— Giusto! fate così; mettete in comunella i vostri pranzi, e state allegri più che potete.
— Magari! Solo mi rincresce non potere incominciare oggi; domani senza fallo daremo principio.
— Bò; e siccome domani ricorre l'anniversario della mia nascita, io intendo regalarvi di una pietanza côrsa... di un bel fiadone.
— Fia?..
— Fiadone; eccellente roba in verità; dopo averlo gustato vo' che me ne diciate le novelle. Però ordinate a quel brutto zotico del carceriere che non me lo guasti, come fece ieri il broccio che lo spampanò tutto per frugarlo dentro. Misericordia! O che temeva il villano, che avessi rimpiattato un cannone in corpo ad una ricotta? Che bestia! pare impossibile che di siffatti tangheri nascano in Francia.
Il capitano, che aveva proprio con la sua bocca imposto cotesto ordine, diventò rosso fino alla radice dei capelli, ed impicciato più di un pulcino nella stoppa, rispose:
— Certo... sicuramente... da qui innanzi voi non frugherete la sporta di madama Serena...
— Se mi era fatto lecito di frugare la sporta di madama Serena ciò fu perchè...
— Zitto! mezzo giro a sinistra... marciate...
Il carceriere uscì bestemmiando sotto voce. La panierata all'ora solita venne, e l'onesto capitano fece in guisa di trovarsi sul pianerottolo della scala, dove preso il paniere e scopertolo come per vaghezza di vedere che cosa vi fosse di bello, ad alta voce disse: — E' non sembra che la sobrietà entri nel numero dellevirtù dei Côrsi; e sommesso: anco stamani l'ho visitata: in seguito non importa, io pranzerò con lui. — Come vedete, il capitano non mangiava il pane a tradimento a S. M. il re di Francia.
Il giorno appresso il paniere era più grosso; conteneva parecchie bocce di vino smagliante, triglie, che parevano ci fossero sguizzate dentro dal mare allora, una mezza dozzina di pernici e il famoso fiadone; a chi nol sapesse si fa noto come il fiadone sia una maniera di broccio manipolato con zucchero, uova ed altri ingredienti che messo a cuocere in forno rigonfia formando sopra una crosta spessa: però raffreddandosi la crosta casca: ma in questo non era andata così, che o per via di carta o di cerchio di staccio l'avevano tenuta su ritta in guisa che presentava per l'appunto la forma di un coperchio di forno di campagna.
Serena sopraggiunse dopo; intromessa subito nella prigione di Altobello, per prima cosa gli domandò dove avesse posto il paniere, e rispondendole quegli che non lo aveva per anche visto, caddero ambedue in grande perplessità; ricambiatesi appena alcune parole Serena scese nelle stanze del comandante dove trovò il paniere coperto, e il capitano Rinaldo giocondo al solito. Questi le disse che si dava premura di assestare tutti i negozî per non venire disturbato ingratamente quando pranzava col caro amico Altobello; avrebbe quanto prima portato egli stesso il paniere; volere con le sue proprie mani imbandire la mensa. Di questo suo proponimento forte lodò la donna, aggiungendo che la presenza dei servitori mette sempre in soggezione, nè allora possono gl'interni pensieri prorompere fuori liberi, ed anco un po' scapestrati a giocondare la brigata.
— Certo voi parlate di oro, soggiunse il comandante, però non ci terremo appresso altri che Onorato.
— Onorato! e non è egli il vostro servitore?
— Onorato non è un servitore, bensì un cameriere.
Serena non istette a perfidiare, diede volta, entrando su diversi particolari, e quando fu sull'andarsene, si accorse di essersi dimenticata del suomandillonella prigione; allora chiese licenza di andarselo a pigliare, la quale agevolmente ottenuta si fece ad avvertire Altobello dell'intoppo; questi levò le spalle, e disse:
— State di buon animo, Serena; il bisogno fa bravo, e tempo darà consiglio.
Verso le quattro dopo mezzogiorno Altobello udì la voce del comandante pel corridoio; subito dopo si spalancarono le porte efurono visti parecchi soldati portare lumi, fiori, il paniere di Serena e con esso un assortimento di vivande che il capitano ci aggiungeva di suo, bastevole ad ogni grande corredo. Dimessi i soldati, rimasero Altobello, Rinaldo e il cameriere, che proverbiandosi con urbane arguzie presero ad apprestare il convito come persone a cui torni benvenuto ogni accidente capace a far perdere il tempo. Sonavano le sei, quando si assettarono a mensa, non prima però che Rinaldo si fosse scinta la spada e spogliata la divisa militare, vestendo in vece sua la palandrana: secondo il solito da prima tacquero, ma saziato appena il più urgente desiderio di cibo, ricominciarono il giocondo favellio, a cui Onorato servendo sempre da scalco e da donzello pigliava parte; così mangiando e bevendo, ma molto più cicalando, arrivarono alle ore otto della sera, e quasi al termine del pranzo.
— Ed eccoci, disse il capitano, prossimi ad assalire il famoso fiadone...
— Sicuramente, ma prima di metterci le mani sopra mi parrebbe bene che Onorato se ne andasse ad ammanire il caffè...
— Non ci è mestieri che ei corra troppo lontano; corri, Onorato, nella mia stanza, prendi l'occorrente sul cammino e lo faremo bollire qui...
— Di grazia no; cotesto odore nella stanza mi offende i nervi...
— Mi pare che lo facciate bollire tutte le mattine...
— Già, per questo bisogna che non ce lo faccia bollire anco la sera, perchè, capite; la mattina si aprono le finestre e si dà aria, benefizio che non può godersi la notte, almeno senza danno; e poi giusto, voleva pregarvi ad ordinare che mi bollissero il caffè anche la mattina fuori di stanza.
— E così faremo di certo, che intendo e voglio che tornato in libertà voi abbiate a desiderare la prigione francese...
— Credo che già siate a mezza strada. Oh! soggiunse Altobello percotendosi della mano la fronte, lo scemo che sono; e i liquori?
— Non vi buttate via, che giù in camera ci devo avere una boccia di vecchio cognac da resuscitare un morto.
— Per amor di Dio non mi parlate di cognac, che al solo sentirlo rammentare casco in deliquio: poichè assolutamente bisogna terminare regalmente un convito così bene incominciato e con tanta solennità fino a questo punto condotto, io vi prego, amico carissimo, di mandare Onorato con un mio biglietto a Serena, perchèci mandi una boccia di liquore di ginepro stillato in Corsica: voi non sapreste immaginare di che bontà, di che eccellenza sia il ginepro di Corsica; bastivi tanto, che Plinio il vecchio lo rammenta con onore nella sua storia naturale!...
— E dove alberga madama Serena?...
— Qui sotto al Pontetto...
— E che ora fa?
— Le otto come sonano...
— Sono sonate, interruppe Onorato, ma se piace al signor capitano in due salti vado e torno.
Allora Altobello scrisse un motto, e indicò il numero della casa; poi lo porse al capitano, il quale senza leggerlo lo consegnò ad Onorato, ordinandogli magnificamente:
— Partite...
Ora è da sapersi che durante il pranzo molto si erano trattenuti favellando di carceri e di cose a quelle attinenti, come morti, torture, liberazioni; Rinaldo aveva narrato la fuga maravigliosa del Latude dalla Bastiglia, ed altre dei tempi suoi; per converso Altobello parecchie, che pareano impossibili, dai Piombi e dai Pozzi di Venezia: ma più curiosa di tutte fu reputata tra noi, continuò a dire Altobello, la fuga di un Gafforio dalla cittadella di Corte: egli aveva detto, poi era stato interrotto da vari accidenti testè esposti; adesso, che le faccende ripigliavano il corso ordinario, il capitano Rinaldo vago di novità instava:
— Dunque, come l'andò a finire quel caso del Gafforio?
— Sentirete, che so che ci avrete gusto. Il Gafforio prigioniero invitò a pranzo il Commissario genovese, al quale parve dovere accettare; essendo egli venuto di fresco, gli prese voglia del fiadone, ed ebbelo. Lo aveva ordinato grande perchè bastasse a cibare il presidio della cittadella e per qualche altra cosa: venuto il momento d'imbandire la vivanda sopra la tavola, il Gafforio si levò come faccio io, la pose in mezzo della mensa in questa medesima maniera....
— E poi? domandava il capitano ridendo.
— Poi, mutato il volto di piacevole in feroce, aggiunse Altobello, dato uno scappellotto alla crosta mise mano al ripieno, e appuntatolo al petto del castellano gli disse: — zitto! o sei morto.
E queste cose aveva l'Alando non solamente detto ma fatto, onde il capitano Cassagnac quando se lo aspettava meno si videappoggiato al cranio due bocche di pistola; egli per certo era animoso molto, e vuolsi credere che nonostante il pericolo avrebbe gridato; senonchè Altobello gli tolse il tempo di riscotersi dalla sorpresa e dal terrore, e di una spinta rovesciatolo a terra, gli mise le ginocchia sul petto, la destra su la bocca, mentre con la sinistra si cavava in fretta di tasca certi tovagliuoli ammaniti all'uopo; con questi gli cinse il capo per modo che non un gemito avriasi potuto sentire di lui; nè sicuro a tanto, lo voltò bocconi e con altre salviette gli strinse le mani.
— Se vi pare bello, signor francese, tormi la libertà a tradimento, spero che non troverete brutto ch'io la recuperi con ingegno e con valore.
E intanto che diceva queste parole vestì la divisa militare del capitano, si mise in capo il suo cappello, prese dal grembo del fiadone una matassa di corde di seta intrecciate a scala, ed un paro di guanti imbottiti di cotone, che ci aveva nascosto la provvida Serena; usci franco, e data volta alla chiave se la mise in tasca lasciando il carceriere incarcerato. La notte era fredda ma limpida, sicchè le sentinelle invece di starsene appiattate nei casotti correvano su e giù lungo i battuti per iscaldarsi le membra intirizzite: anche questo dava impaccio, e non poco; però non bisognava gingillarsi; infatti Altobello va difilato dalla parte orientale della fortezza, dove declinando si distende sopra l'estremità dello scoglio; colà stavano poste in batteria due colubrine in custodia di un soldato, e Altobello accostandovisi spera non gli domanderà ilsantoscambiandolo pel comandante della cittadella, e s'ingannava, imperciocchè la guardia prima gl'intimò si fermasse, poi le desse il nome; frattanto Altobello erasi avvicinato fino a tre passi, e la guardia abbassava lo schioppo per respingerlo. La necessità in cui versava l'Alando gli ferì il cervello, ma fu breve, quasi stretta di mano, e via: teneva la pistola inarcata, gliela sparò nel petto, adoperando quasi senza accorgersene la pratica imparata dal signor Clemente di recitare una prece giaculatoria in pro' dell'anima dello ammazzato. In meno che non si diceamenlegò la cima della scala alla corona del cannone, che sporgeva fuori delle mura, e lasciò andarsi giù talora trovando appoggio e talora no; ad un tratto col piè tocca lo scoglio, dacchè e' facesse un po' di cornice intorno alla base dei muri della fortezza: cercare al buio la scala rimasta lì su aggrovigliata, calarla di nuovo, commettercisi poi era lo stesso chedarsi al disperato; Altobello come giovane di subiti partiti spiccò un salto tuffandosi in mare quanto meglio potè lontano dallo scoglio; mentre fendeva l'aria pensò che i panni mezzi gli avrebbero arrecato non lieve impaccio al notare, quindi si provvedeva di prudenza per risparmiare le forze, di costanza per durare; con sorpresa pari al contento egli non ebbe a mettere a prova queste due virtù, dacchè tornato a galla si sentì acciuffare da una mano di rovere pei capelli, e subito dopo da un'altra nel collo, e scaraventare dentro la barca come un sacco. Ciò fatto s'intese sfrenellare due remi, che si misero in voga alla dirotta; in questo la fortezza di San Carlo sembrò aprire gli occhi, chè lungo le feritoie apparve una lista di fuoco, e insieme al fuoco piovve una grandine di palle; non avvertimento fu dato, non preghiera profferita, un gemito lieve, seppure era gemito, parve che movesse dalla parte di poppa. Bastarono poche palate per mettersi fuori del tiro del fucile, in quanto al cannone non faceva caso, chè pretendere colpire per la notte una barca con le artiglierie era lo stesso che cercare un cece in mare. Allora in un medesimo punto due voci chiamarono Altobello, e questi riconobbe la madre e Serena. Francesca Domenica animo e corpo di ciocco menava il remo meglio che mai facesse il bonavoglia, Serena teneva il timone, Bastiano era il terzo. Le donne, presaghe dei sinistri che potevano per avventura accadere, avevano portato seco vesti che servirono ad Altobello per mutarsi in fretta; poi mise la madre al timone, egli e Bastiano ripigliarono la voga, Serena mandarono a riposarsi delle fatiche sofferte e più delle agitazioni, ed ella si giacque a prua senza farsi pregare.
La fortuna ora da sè discorde volle favorire questa impresa, onde sani e salvi arrivarono alla punta di Arco; trovarono muli allestiti su i quali salendo, presero, senza mettere tempo fra mezzo, la via del Borgo. Furono ricevuti a braccia aperte: qui accadde che Altobello stringendo improvviso al suo petto Serena fu cagione che questa gettasse un strido, per la qual cosa cercando premurosamente se e come le avesse fatto male, conobbe lei essere stata ferita da una palla nel braccio manco; la poveretta quantunque se lo sentisse passato fuor fuora non n'aveva mosso parola, anzi perchè curando lei non perdessero tempo si era accocollata a prua mordendo il fazzoletto, e così in silenzio si era posta una fascia intorno alla ferita. Appena le sfuggiva il grido, vergognando di avere mostrato paura, diede della manodestra su la spalla ad Altobello e con un tal suo sorriso tutto amore, lo rimproverò:
— Se nei vostri garbi voi metteste un po' più di grazia, mamma Francesca non avrebbe saputo che io era stata ferita.
Francesca Domenica, quando si trattava vegliare infermi, medicare feriti, in breve, consolare qualunque afflizione, pareva chiamata a nozze; nudò il braccio di Serena prima che se ne accorgesse, staccò senza farla troppa penare il panno ingommato di sangue dalla piaga, la quale diligentemente esaminata trovò che non aveva offeso l'osso nè parte alcuna d'importanza; nondimanco dopo averla medicata le impose di andare a riposarsi.
Rimasti soli Bastiano e Altobello, il primo disse al secondo:
— Quando venni al servizio di vostro padre, Altobello, gli promisi che egli avrebbe spellato me od io lui: difatti io gli scavai la fossa: con voi non ho patti. Ora ditemi se per tutto il tempo che vi ho servito vi mancai in parole, in opere o altrimenti.
— O Bastiano; per te solo, finchè vivemmo piccoli orfanelli, quasi non ci accorgemmo ci mancasse il padre.
— Bò; dunque datemi un bacio e addio.
— Tieni Bastiano, pigliane anche tre; ma non capisco che cosa tu voglia significare.
— Ecco io voglio tornare alle mie montagne di Niolo, e da qui innanzi non obbedire altro padrone che Dio.
— Come può esser questo, Bastiano? Ti avrebbe qualcheduno offeso in casa mia?
— Sì, e molto, e l'offensore siete voi.
— Io?
— Si, voi avete dubitato di me; voi avete sospettato un momento Bastiano traditore; non lo negate; lo so.
— E tu sai male; io non ti ho mai creduto traditore.
— E con quel vostro sguardo in casa Mariano che mi chiedeste voi?
— Lo vedi; se ti avessi reputato traditore avrei potuto domandarti se mi avevi tradito?
— E se mi credevate fedele come avreste potuto interrogarmi se ero di balla con Mariano? No, tanto è, ho deciso, Altobello, il cuore rotto non si rincolla; l'odio mio è contro colui che adoprandomi per zimbello mi fece supporre complice del suo tradimento.Addio dunque! salutate per me Francesca Domenica, perchè non mi basta l'animo di dirle addio.
... convitati il 3 maggio a festivo pranzo gli ufficiali superiori, levate le mense commise che con le artiglierie si facesse gazzara. (pag. 445)
... convitati il 3 maggio a festivo pranzo gli ufficiali superiori, levate le mense commise che con le artiglierie si facesse gazzara. (pag. 445)
Altobello si avventò al collo di Sebastiano piangendo: parole non disse che ben sapeva più facile smovere Monte Rotondo che quel feroce petto, e Bastiano con lagrime punto meno dirotte baciò e abbracciò lui. Pareva che non si potesse staccare; si sarebbe detto che non sarebbe partito, ma di repente si asciugò gli occhi, aggrondò le ciglia, schiuse le labbra e recatosi lo schioppo in ispalla si avviò fuori della porta. Quando si trovò fuori, come se vacillasse per ebbrezza, si appoggiò ad un muro e si pose la mano sul cuore: il forte Côrso sentiva come sia affanno peggiore di ogni morte sopravvivere ai propri affetti.
Ma questo affanno, richiamandogli alla mente la causa che lo aveva partorito, sollevò nel cuore un'altra tempesta e più truce.
Taluno affermò che i Côrsi odiano molto perchè molto amano: sembra sofisma, e pure così estimando non si va lungi dal vero. Sebastiano, poichè si fu diviso da Altobello, corse difilato a incendiare la casa di Mariano; — Dicono che non fosse sua intenzione arderne gli abitatori, ma veramente sembra non se ne possa dubitare, se pogniamo pensiero alla iscrizione che piantò sopra le rovine, e più all'avere prima di appiccarci il fuoco remosse le scale, le quali erano due; la prima pubblica dove passavano tutti, l'altra secreta che metteva capo a certa apertura praticata sotto il letto di Mariano, donde lo vedemmo sparire alla fine del colloquio che tenne con Altobello. Tali a quei tempi erano i Côrsi.
Quando i Romani stavano in procinto di profferire le sentenze assettavansi, e lo starsi seduto dicono confacesse molto alla eccellenza del giudicato come alla dignità del giudice; e può darsi; l'uomo però ha bisogno di aprire la dura mano della necessità per pigliarvi i presagi del futuro, deve starsi a modo di lottatore. I pensieri talora scoppiano in mezzo ai rumori del giorno simili a baleni di raggio ripercosso sopra lo scudo; tal altra nella pace della notte scendono spessi e luminosi al pari delle stelle cadenti, ma e nell'un caso e nell'altro, dove la facoltà intellettiva non venga mossa dal sangue agitato, impadula come acqua morta. Per questo il generale Paoli, abbandonata per tempo la mensa era sceso nel giardino per meditare su le faccende della Patria;quantunque il vento dai monti soffiasse gelato, aveva scoperta la testa e di tratto in tratto ne scompigliava i capelli, affinchè l'aria fresca vi si rinnovasse per entro. Il suo sangue bolliva, e dalla bocca gli scoppiavano parole rotte appunto a modo di sonagli che saltino su da un liquore che bolle.
— Perchè tanto odio contro la libertà?... Egli diceva. Fin qui i governi della terra si modellano su quello di Polifemo, mungere e mangiare il gregge.... Però Ulisse comechè nano dirimpetto a lui gli cavò l'occhio; sta bene, ma gli Ulissi vennero sempre rari nel mondo, massime ora. Adesso la viltà del gregge supera la ferocia dei Ciclopi; se restassero gli uomini un giorno privi di padrone, urlerebbero alla fine del mondo... Dicono la forza tenere il popolo pei capelli, mentre gli introna gli orecchi col grido: io sono il diritto: non è vero, la forza non può tanto se non la aiutasse la paura... Il carro del diavolo tirano queste due bestie; forza e paura... Ah! uomo di poca fede, perchè dubitasti? Questo sconforto nasce dal desiderio ingeneroso di essere sortito tra quelli che raccoglieranno e non tra quelli che arano, tra i trionfatori e non tra i combattenti... Per mezzo alle tenebre, da schiavi ignudi, tra le feste che la prepotenza ubbriaca concedeva alla disperazione digiuna, una fiaccola sola trasmessa velocemente di mano in mano passava il Reno, passava il Danubio ad infiammare alla vendetta il sangue dei barbari, saliva per monti, scendeva per valli finchè non arrivasse; così la libertà passa di generazione in generazione nella corsa desolata che esse menano traverso i secoli, finchè non arrivi agli eletti che con questo fuoco acceso nell'ira e mantenuto dall'odio inceneriranno il rogo della tirannide: nè i tempi paiono lontani... e come? Non so, ma l'aria che respiro mi sembra pregna di tempo nuovo: certo poca cosa sono io.... e non uso a pescare nelle acque dove si cova il destino dei popoli, lontano dal mondo, in mezzo ad un'isola; che importa questo? Quando l'uomo del settentrione vuole accertarsi se il diaccio ha messo crosta sul Boristene da reggere il passo dei suoi carri e di lui, manda innanzi la volpe; il disprezzato animale origliando il minimo rumore di cretti invisibili dà all'uomo quella sicurezza che questi non può procurarsi con le sue facoltà. Tra cento anni saranno spariti dal mondo la casa di Borbone, la casa di Austria e il pontificato di Roma, i tre chiodi che tengono fitta in croce la umanità...
Intanto che il Paoli molinava simili concetti, in un luogo remotodel giardino lungo il muro, si vedeva strisciare pian piano su la terra un mostro immane; però la Corsica non contiene serpi grandi nè piccoli, almeno così credono, e il nuovo mostro presentava la mole del massimo dei boa per grossezza; ancora costui sembrava allungare e ritirare branche proporzionate al corpo, e spesso sostava quasi che impaurisse dallo scroscio delle foglie secche che si sgretolavano sotto i suoi passi; sovente levava il capo e lento lo volgeva dintorno come sospettoso di vedere oggetto di che non avesse paura. Scopo dei suoi passi sembrava veramente che fosse il Generale, ma si comprendeva chiaro che ei non ardisse cimentarsi troppo; però era da credersi che il Generale, vagando come lo menavano le gambe nelle frequenti giravolte, pigliasse il verso da codesta parte: quindi il meglio era aspettarlo a piè fermo: questo parve appunto deliberare la strana figura e rannicchiata dietro un tronco di albero attese.
Il cane Nasone non si scompagnava mai dal suo signore, in ispecie quando usciva fuori di casa; ma quella sera lo trattenne Matteo Massesi che pronto si mise tra il cane e la porta, e mentre ne chiudeva l'uscio, con un pezzo di zucchero tirò a sè Nasone. Nasone capiva trovarsi in buone mani, andava tranquillo che ciò non fosse punto preordinato a fin di male, ed anche lo zucchero lo tirava; egli non aveva il lusso dei sette peccati mortali come l'uomo (e taluno ne possiede anche otto), ma la gola era la sua pecca; tuttavia trangugiato ch'ebbe lo zucchero si voltò gagnolando alla porta e quivi raspava e col muso s'ingegnava ad aprirla. Matteo poneva ogni studio a quietarlo; ma era niente; gli pose altro zucchero, e' tornò invano: di un tratto il cane si ferma allungando le gambe davanti e le posteriori raggruppando, leva il capo come fa il bracco quando punta, e subito dopo tese le orecchie, aggrovigliata la coda, tutti i peli irti si avventa contro la porta con un furibondo latrato; al tempo stesso fu udito dal giardino un colpo di pistola; e' parve che ne restasse ferito Matteo, imperciocchè vacillasse, e dati indietro due o tre passi percotesse con le spalle nella opposta parete; ma si riebbe presto, e asciugandosi il sudore colla manica del vestito aperse l'uscio donde precipitò con Nasone in traccia del Generale. Lo trovarono fermo e sereno, senonchè entrambi, cane ed uomo, essendogli con furia saltati al collo, poco mancò che non cadessero giù tutti in un fascio: frattanto con lumi ed armi traeva gente da ogni luogo, per la quale cosa il Paoli si vide circondatoda una frotta dei suoi; richiesto, appagò l'ansietà loro dicendo come passando presso all'albero lì vicino un uomo posto in agguato gli sparasse contro una pistola; a parere suo molto avere a costui dovuto tremare la mano perchè il colpo era stato a bruciapelo e non si poteva sbagliare, ma la Provvidenza anche per questa volta essersi degnata salvarlo. Rientrò in casa dopo queste parole accompagnato da molti; e più prossimo di tutti gli procedeva accanto il Massesi, il quale sembrava non potersi saziare di baciargli la mano e domandargli se veramente non l'avessero colpito e se si sentisse male. Molti furono i ragionari intorno all'accaduto che non importa riferire; il Paoli giudicò che il colpo partisse senza dubbio dai Francesi, e su tale proposito disse queste parole dure:
— La vanità dei Francesi è più crudele della ferocia dei cannibali; se traverso la via che mena al Campidoglio incontreranno il cadavere del padre, ogni francese si sentirà il cuore di Tullia per passargli sopra e correre a coronarsi d'infamia e di alloro.
Maravigliando poi di non vedere il cane fidato e parecchi dei suoi che pure gli erano comparsi nel giardino, lo chiarirono come fossero corsi dietro le traccie dell'assassino; allora il Generale osservò:
— Gli è tempo perso; il male lo abbiamo in casa....
Aveva appena finito di parlare che il cane entrò tenendo un foglio in bocca, il quale si fece a depositare su le ginocchia del Paoli: — ed ora, che significa questo? interrogò; poi preso il foglio e gettatovi sopra gli occhi: curiosa! aggiunse, è una lettera indirizzata a te Matteo.
— A me? Ah! forse nella confusione mi sarà cascata di tasca.
— Senza dubbio, senza dubbio, e sarà, io gioco, di qualche tua dama: ecco dunque spiegata la causa per la quale ti vedo meno frequente intorno a me: quasi quasi mi piglierebbe vaghezza di conoscere la bella che mi fa concorrenza.
— Oh! voi non lo farete.
— Perchè no? Anzi dovrei; perchè se dritto amore, mi toccherebbe promuoverlo, se illecito reprimerlo.
— Per amore di Dio rendetemi la lettera.
— Io non sono geloso; spero che non sia affetto del quale tu abbia ad arrossire; ecco la lettera, e tu Nasone torna a cercare, per questa volta l'hai fatta corta; — e così dicendo porse la lettera a Matteo il quale stese la mano pronta come un baleno, macosì tremula che girava intorno al braccio del Generale senza poterlo toccare; quando fu per pigliarla, un altro braccio sporto fra mezzo, la portò via dalle dita del generale esclamando:
— Questa lettera ci manda la Provvidenza per iscoprire qualche nero tradimento.
— O padre Bernardino, eccovi qui sempre co' vostri eterni sospetti; rendete via la lettera allo zitello: non vedete che con quegli occhiacci da spiritato lo fate morire di paura.
— Questa è sfrontatezza fratesca; come ci entrate voi? Rispettate i miei segreti o che io... la lettera... per Dio!... la lettera — e Matteo si slanciava destro come un gatto sul frate, il quale steso un braccio col pugno chiuso, respinse il giovane intanto che diceva senza punto scomporsi:
Non vi confondete, figliuolo; io sono confessore, e la conoscenza di molti altri peccati sta sepolta quaggiù: dove si tratti di fragilità umane resteranno fra voi e me; nessuno ne saprà straccio, in fede di sacerdote; e senz'altro aspettare spiegò la carta: appena scorsa con rapido sguardo alzò gli occhi e vide Matteo che quatto quatto si accostava alla porta tentando nel suo folle pensiero di svignarsela inosservato.
— Altobello, gridò il frate allo Alando che in quel punto si trovava più vicino al Massese impeditegli di fuggire, perchè quanto è vero Dio, il traditore è costui.
— Traditore! gridò balzando in piedi il Generale, e poi ricadde a sedere facendosi in viso pavonazzo come se lo avesse colto la gocciola; con la mano accennava aprissero le finestre per lasciare libero l'ingresso alla corrente dell'aria. In quanto a Matteo non importava reggerlo! egli era cascato disfatto su le braccia all'Alando.
In mezzo ad un silenzio di sepolcro venne letta la lettera funesta, la quale diceva così:
Bastia, 7 febbraio 1769.
«Matteo!
«Il tempo stringe e tu mi giri nel manico: caso mai ti ripegliasse la solita vigliaccheria, ti avviso che ti perdi senza prò. Se lo scellerato si troverà vivo di qui a otto giorni egli leggerà la ricevuta che in doppio originale, uno per me, l'altro pel signorconte di Marbouef, scrivesti e firmasti di tua mano, la quale se per avventura avessi dimenticato, ti copio per tuo governo e dice così: — io sottoscritto ho ricevuto da S. E. il signor conte di Marbouef luigi sessanta da lire 28 l'uno che tanti mi paga a conto dei luigi cento costituiti in dote da S. M. cristianissima alla nobile donzella Caterina figliuola del nobile signor Orso Campana; la quale signora Caterina ha promesso pigliarmi per suo legittimo sposo a patto che nel corso del corrente mese di febbraio 1769 io abbia a consegnare vivo o morto, in mano dei Francesi Pasquale Paoli tiranno della Corsica, patto da me acconsentito e accettato; ed in fede io Matteo Massesi mano propria. — Tu vedi dunque che siamo in buona regola: però volendo, com'è dovere di sposa venire in aiuto del marito, ti mando questa lettera per uomo fidato che si è profferto di ammazzare il Generale, purchè gliene sia dato il comodo, e questo tu potrai molto agevolmente fare consegnandogli la chiave della porta del giardino dove il maledetto da Dio si reca a passeggiare talora dopo pranzo. Se ci capiterà solo od anche in poca compagnia il nostro uomo assicura ch'è affare finito; e ammazzato ch'ei l'abbia scapperà per la medesima porta alla campagna salvandosi sopra un buon cavallo per la via di Aleria o dalla parte che gli tornerà più destra. Tu partirai il dì dopo od anche la notte medesima. Sbrigati dunque, se è vero che il mio amore ti prema e se vuoi guadagnarti le grazie che ti sono state promesse. Tua affezionatissima sposa Caterina Campana.»
Giuseppe Maria gran cancelliere di stato, padre di Matteo, uomo di partiti rigidi ed inventore di nuove maniere di supplizio conobbe vano supplicare misericordia: in cotesta medesima notte risegnò la carica, e consegnati i sigilli si ridusse in sua lontana campagna a nudrirsi di dolore e di veleno. I Francesi, più tardi, divinando il tesoro di odio contro gli uomini che si doveva essere accumulato in cotest'anima, lo chiamarono a pigliare parte al festino di sangue, ed egli accorse come dicono che costumi l'iacal, a rodere le ossa della gente sbranata dal leone.
Matteo però fu giudicato con tutta la solennità dei riti forensi e comecchè nè egli nè altri sapessero addurre scusa la quale valesse se non a torre, almeno a scemare la colpa, non dimanco ebbe la difesa. Gli uomini a quei tempi chiamavano ed anco adesso chiamano coteste formalità osservanza ai sacri diritti dell'uomo, ma in effetto e' sono grullerie o ipocrisie, e benespesso l'una cosa e l'altra, quando la colpa è manifesta, e il reo non la nega: o quando il principe vuole la tua morte, e i giudici tirano salario per servirlo del loro mestiere, che montano tante storie? Fuori il carnefice addirittura; sarà tanto tempo risparmiato; e il tempo, pensateci bene, è moneta; così predicano quotidianamente gl'inglesi principali economisti del mondo. La storia infama come crudele Sisto V, che volendo s'impiccasse subito quel giovane fiorentino che ammazzò uno sbirro, e sentendosi opporre che bisognava innanzi giudicarlo rispose: giudichisi pure a patto che s'impicchi prima di desinare, e stamane rammentatevi che ho fame; e Cosimo de' Medici, che sotto i ragguagli del fiscale scriveva asciutto: s'impicchi: se gli Spartani avessero posseduto la forca non potevano adoperare concetto più laconico; e finalmente quel Ferdinando di Napoli, delizia del Romano Pontefice Pio IX, che mandò una compagnia di moschettieri al Presidente di una Corte di giustizia facendogli sapere che si sbrigasse a giudicare gli accusati perchè i moschettieri avevano ordine di fucilarli prima di rientrare nei quartieri, la quale cosa importava accadesse prima di vespro; crudeli certamente furono e molto, ma bisogna confessare che furono eziandio molto sinceri. Matteo Massesi fu condannato a morire strangolato con lo strumento paterno.
Tutto il giorno fu triste; rossi nuvoloni andavano in volta sul cielo rombando con un tuono continuo come se i demoni dell'aria se gli strascinassero dietro; verso sera si abbassarono; e squarciandosi con folgori terribili e spaventoso fracasso mandarono acquazzoni a diluvio e bufere di grandine: pareva che cascasse giù il cielo; il vento penetrò le case spazzando la polvere del pavimento, strappando i ragnateli dai palchi, sbatacchiando porte rompendo vetri e sfondando impannate, poi dagli usci socchiusi mandò fuori gemiti, urli, stridori, che suscitavano negl'inquilini giusta le più recenti avventure patite, o la ricordanza della moglie morta fra le angosce del parto, o quella del rantolo della lunga agonia del padre, o il rammarichio del pargolo che si dibattè tra gli spasimi, o il vagellamento del fratello che traboccò nell'altra vita delirando vendetta; ancora il vento indiavolato si avventa a spire su per la cappa del camino spingendo innanzi a sè faville sommovitrici di lontani incendii: allo sbocco rovina l'angolo dei tegoli murato su la cappa per riparare il fumo, schianta pietre e lavagne mulinandole attorno a mo' di fogliesecche. Guai a cui in quel punto passa per la via! che contro cotesta pioggia schermo di ombrello non vale. Inoltre si infilò nei campanili, si erpicò per le scale e prese ad agitare le campane a strappate, le quali di tratto in tratto cacciarono uno squillo che pareva un singhiozzo; quinci si spinse su la cuspide arrovellandosi intorno alla banderuola, scotendola a destra, a sinistra, poi ravvolgendola velocissimamente intorno all'arpione: adoperando insomma l'estremo di sua forza per iscassinarla di costà quasi in vendetta della testimonianza ch'ella di cotesta altezza faceva agli uomini della sua incostanza e della sua cattività; scendendo entrò in chiesa, e menando remolino per le colonne, per gli altari e su per le cupole ci destò diverse voci e tutte paurose, perchè sul pavimento fischiava come se dalle sepolture i peccati mortali dei sepolti ne prorompessero in forma di serpenti, dagli altari come se i santi corrucciati rimproverassero agli uomini le sempre cresciute offese al Signore, e pel vacuo delle cupole reboando gelava il cuore per paura, che gli angioli sonassero le trombe per la chiamata dei morti al giudizio universale. Tutte le cose avevano un gemito sotto il flagello della natura presa da furore; gli alberi rovesciavansi gli uni su gli altri stridendo come soldati di esercito sconfitto, e le acque stesse dei fiumi e dei fonti schizzando percotevano a mo' dei flagelli, delle furie.
Il Paoli chiuso nella sua stanza, seduto contro al suo solito stringendosi con la manca mano le tempie, la bufera infernale o non sentiva o non ci badava; così durò fino a notte avanzata; allora si levò e apparve scolorito; non si sarebbe potuto dire se avesse pianto; certo gli si vedevano gli occhi infiammati; prese un coltello, si coperse con un gabbano e uscì di casa.
Aveva mutato appena due passi nel corridore dove metteva la prigione di Matteo Massesi, che si vide venire incontro la burbera faccia del padre Bernardino, il quale disse:
— Il cuore me lo porgeva che sareste venuto quaggiù.
— Però mi aspettavate? rispose il Generale aggrottando le sopracciglia,
— No; io non aspettava voi; bensì aspetto che ei si svegli — e col dito accennava la carcere di Matteo — come per me la morte corporale lo colpisce, vorrei che anche per me la vita dell'anima gli si schiudesse. Ma e quando anco avessi aspettato voi, il merito non sarebbe stato minore.
— Frate! io non amo che si guardi così al sottile nella mia vita, ve ne avverto, e la vostra vigilanza mi pesa, abbiatelo per inteso.
— Pasquale, figliuolo mio, non lasciarti sopraffare dal demonio della superbia; io ti rammento che fui l'amico di tuo padre; epperò immagina che per la mia bocca ti parli cotesta anima benedetta. Soffri le mie parole; esse sono amare come la medicina, ma apportano la salute come quella. Tu sei venuto a salvare lo sciagurato.
— E che fa a voi cotesto?
— Che fa? quando, e Dio non voglia, a te non importasse più della tua fama, la tua fama appartiene alla Patria, ella è nostra e noi dobbiamo averne cura.
— Oh! ma allora io diventai il peggiore dei servi; io sarei lo schiavo di tutti.
— Non si va in alto senza portare seco molti doveri, e non ci si mantiene senza molti dolori. L'uomo rettore di popoli si rassomiglia in tutto a san Bastiano: egli è esposto a chiunque vuole scoccare la freccia contro di lui; ma come il santo in premio del martirio acquistò le glorie eterne del paradiso, tu per breve fastidio godrai rinomanza immortale, mentre noi perduti dentro il tuo raggio non lasceremo memoria della nostra comparsa nel mondo, nè manco nella famiglia da cui nascemmo. La tua gloria divorerà tutte le nostre glorie, a modo che il serpente uscito della verga di Mosè si mangiò quelli che nacquero dalle verghe dei maghi di Faraone.
— Tuttavolta non vedo come da salvare un condannato me ne abbia a venire scapito di reputazione; all'opposto sempre fra gli uomini fu benedetta la clemenza.
— Ci è tempo di clemenza e tempo di giustizia. La tua giustizia ha lavato la Corsica del sangue fraterno pel quale era infame; la tua giustizia ha ricondotto la osservanza delle leggi e la pace nel paese, la sicurezza nelle famiglie; perchè dunque di un tratto ciò che prima ti piacque ora t'incresce?
— Non m'incresce, ma mi percuote la mente la sentenza del Montesquieu, la quale dice: la grazia compone il fiore più bello della corona dei re.
— Può darsi dei re, perchè i fiori di queste corone sono spine nel capo dei popoli; fatto sta che la grazia è l'opera dell'uomo il quale si costituisce superiore alla legge; la grazia rompe l'ordinedella uguaglianza sovente in prò di cui se lo merita meno, per ultimo la grazia converte la giustizia in ingiustizia tanto di faccia a coloro a cui si concede, quanto agli altri a cui si nega. I nostri statuti ti conferivano per errore simile facoltà, e tu accorgendotene non te ne prevalesti mai. Più tardi potranno mitigarsi le pene; quella di morte abolirsi; la legge meno acerba esattrice dovrà contentarsi di essere pagata in ragione di 15 soldi per lira, ma ognuno ha da pagare.
— Signore! E' troppo duro che muoia cotesto sciagurato appena giunto al ventiquattresimo anno.
— E quanti anni contava di più Giovanni Brando? Tu non salvasti amici nè parenti; che mai diranno se salvi questo? — Diranno — ed abbassò la voce; che chiuso ad ogni affetto di sangue e di amicizia il tuo cuore sostenne offendere la giustizia per passione sconsigliata.
— Questo non diranno; amai cotesto giovane; forse lo amo ancora, non però oltre la giustizia e il debito. Nell'ora suprema, che per lui si avvicina, abbia, dacchè dargli alcun altro sollievo mi è tolto, le mie consolazioni; lasciatemi andare, io voglio vederlo per cinque minuti.
— Generale, vogliatemi favorire il vostro orologio.
— Che volete farvene?
— Ci guarderò sopra il trapasso dei cinque minuti e ve li rammenterò; voi non ce li guardereste di certo: adesso cotesto arnese non può giovare a voi che ponendolo nelle mie mani.
Il Paoli tenendo un candeliere acceso in mano si accostò al letto di Matteo: egli dormiva, e dal sembiante giocondo pareva che in quel punto lo allietassero sogni soavi: il capo egli inchinava appoggiato al destro braccio sporto penzoloni fuori del letto; i capelli copiosi inanellati gl'inquadravano la bella faccia; un madido rossore gl'imporporava le guancie; le labbra aveva socchiuse e frementi come se dessero un bacio o favellassero parole di amore. Il Paoli non ne sostenne la vista; riportò il candeliere su la tavola e prese a passeggiare incerto se dovesse svegliarlo o se partire senza avere ricambiato motto con lui: lo tolse di dubbio un sospiro, e dopo il sospiro un grido.
— Ah! disse Matteo levandosi, io n'era sicuro, e il sogno me lo accertava pur dianzi. Il signor Generale non ti lascerà morire, no: egli ti ama tanto! Certo io l'ho offeso, non lo nego; non mi state a dire che merito castigo; lo so: non mi rimproveratela mia ingratitudine; io la sento: non mi avvilite con obbrobrio; voi non potreste vituperarmi come mi vitupero io. Così, signor Pasquale, non ponete in me più fede, ritiratemi il vostro affetto, fate quello che volete; ma non mi lasciate morire, non è questa l'età in cui si muore; io vi parerò il sole col mio corpo; vi farò schermo contro le palle nemiche; servitevi di me come di piumaccio per riscaldarvi i piedi, o di poggiuolo quando salite a cavallo; ma non mi lasciate morire.
— I cinque minuti sono passati — si udì ammonire la voce del padre Bernardino traverso la porta.
— Ah! rimescolandosi tutto, gridò Matteo, e poi con accento più spedito soggiunse — che se non vi degnate tenermi più accosto a voi, ebbene me ne andrò lontano, mi bandirò dal paese, andrò in terra straniera ad espiare la mia colpa col rimorso.
— Sono passati sei minuti.
— O piuttosto, sentite, compenserò con altrettanto utile il danno che stava per recare al paese: vi pagherò il tradimento tramato in tanta vendetta compita; mi condurrò a Bastia, dove dimostrerò il colpo essere andato fallito per difetto del sicario: mi farò dare altri denari e ve gli manderò: m'ingrazierò presso di loro, ne spierò i segreti e i disegni, e ve ne ragguaglierò ora per ora; m'introdurrò nella cucina del conte di Marboeuf il giorno che metterà tavola agli ufficiali dell'esercito, e gli avvelenerò tutti....
— Sciagurato! proruppe il Paoli col pugno levato come se volesse schiacciargli il capo, e chi ti ha dato il diritto di giudicare così malignamente di me?
— Otto minuti sono passati.
— O Dio! O Dio! non mi lasciate morire...
Il Paoli si tenne a mezzo l'atto: intese a ricomporsi per alcuni momenti; alla fine con voce ferma aggiunse:
— Matteo, voi dovete morire...
— Grazia, per carità! E allora che cosa ci siete venuto a fare?
— Ecco, rispose il Paoli, cavandosi di tasca il coltello e buttandolo sopra la tavola — capisci — altro non posso darti: addio.
— Ah! è questo l'ultimo dono che Pasquale Paoli serbava per Matteo Massesi?
E intanto che il Generale allontanandosi da lui s'immergeva nel buio in che stava sepolta la parte estrema della prigione, con suono via via più languido disse:
— Madri tenerissime e magnanime a figliuoli illustri e amatissimi, quando non poterono sottrarli da morte, di pari doni presentarono, affinchè fuggissero la infamia del patibolo.
— No... così non ha da essere... voi con una parola potete salvarmi la vita... e voi avete a dirla questa parola... o non ne direte più altre: e, gittandosi sul coltello ne butta via il fodero correndo in furia colà dove era scomparso il Generale; dopo pochi passi gli riapparve l'ombra davanti, ne muove alcun altri e gli sembra... anzi di certo gli sta davanti una persona diversa.
— E voi chi siete? urla disperato.
— Io sono il Confessore — rispose il padre Bernardino.
Dopo un'ora padre Bernardino bussava alla porta della camera del Generale che trovò levato, col medesimo gabbano fradicio addosso col quale era stato alla prigione; lo salutò, e posto il suo coltello sopra la tavola:
— Vengo a riportarvi il coltello dalla parte di cotesto sciagurato — disse; e dopo alcuna esitanza, con suono che difficilmente poteva conoscersi se fosse sincero o beffardo, aggiunse: — egli piglia la infamia del patibolo in parte di espiazione del delitto commesso, e intende farsene merito presso a Dio.
— Ho capito; gli manca il cuore d'ammazzarsi. — Buttò via il gabbano e assestatosi al tavolino scrisse alcune righe che consegnò al frate.
— Anche questa carità, padre, e attendete che venga adempito questo mio desiderio; in quanto occorre comando.
— Ma avvertite, Pasquale...
Questi levando minaccioso il dito, soggiunse:
— Zitto! Importa che sia così: la vista del patibolo somministra argomento di curiosità agli stupidi, e scuola di ferocia agli scellerati.
Quando fu riaperta la porta del carcere, dopo le spalle del frate entrarono due altre persone che portavano qualche cosa di peso e rimasero lì presso la porta; la candela oramai consumata mandava più fumo che luce. Matteo giaceva bocconi sul letto traendo di ora in ora focosi sospiri: appena sentì stridere il chiavistello si mise a sedere sul letto, gridando:
— Padre, m'avete ottenuta la grazia?
E siccome quello metteva alcuna dimora alla risposta.
— Almeno una proroga?
— Senti figliuolo; dopo che ti ho lasciato, sarebbe un impossibile che tu in pensieri, opere od omissioni non ti sia tornato ad imbrattare l'anima che io ti aveva resa proprio bianca di bucato: ora prima di tutto riconciliamoci con Dio.
— Sì, qualche altro peccatuzzo avrò commesso, sì voglio riconciliarmi con Dio, ma la grazia me la fa? Me l'ha fatta?
— E batti lì: ti aveva lasciato coll'ali all'anima, e ora mi sei ricascato giù nel pantano. Vieni qua... dimmi, figliuolo, hai bestemmiato Dio?
— Sono da voi Padre; ma che vi ha detto il Generale; dove siete, chè non vi vedo?
— Sono qua... da questa... porgetemi la mano, non tremate, figliuolo... su coraggio...
— Coraggio! e perchè?
— Sedete... voi siete per mancare...
— Sì la terra mi scappa di sotto — e tastato all'intorno, trovò un seggiolone e vi si pose a sedere.
— Figliuolo riconciliatevi con Dio...
— Oh!
— Dite: Gesù, Giuseppe e Maria, vi raccomando l'anima mia....
— Perchè? Perchè?
— Perchè è arrivato l'ultimo momento della vostra vita.
La fune gli cinse il collo, che stretta subito sui buchi della spalliera venne dalle mani del carnefice aggrovigliata con un nottolino; invenzione, come avvertimmo, di Giuseppe Maria Massesi. Questo trovato parve buono, e nella Spagna gli fecero buon viso, e tutta via glielo fanno: in Francia no, perchè ai Francesi parve scapitare di reputazione, se non mostravano, che anco nei supplizi possedevano immaginativa da rivendere italiani e spagnuoli: difatti il medico Guillottin trovò laghigliottina, che dapprima non valse la seggiola del Massesi o lagarottaspagnuola, come quella che operava mediante un ferro tagliato a mezza luna; e' fu proprio Luigi XVI, il quale coll'occhio esperto, che i re sortono dalla natura per siffatte bisogne, esaminata la macchina disse, che il dottore, eccellente fisico se si voleva, era un asino calzato e vestito in fatto di meccanica; imperciochè l'arnese non sarebbe mai perfetto se prima al ferro non si mutasse forma riducendolo, invece di mezza luna, a ugnatura. I Francesi fecerosentirepiù tardi al re Luigi che egli aveva avuto ragione.