INDICE

Circa un'ora dopo la partenza del garzone, Altobello fece animo risoluto, strinse la mano agli amici, li baciò in volto, e si staccò col cuore chiuso da loro come presago di non averli a rivedere mai più. Scese lento, arrivato al ponte vi mise sopra il piede, lo ritrasse, si voltò addietro, credendo che una voce lo chiamasse, o sperando di vedere cosa, che a sè lo traesse.

Fantasticherie maluriose di cervello infermo! Altobello si fece il segno della croce e passò spedito dall'altra parte.

Appena il suo capo scomparve sotto le punte degli scogli, ecco uscire dalla crepa di una roccia lo zitello messaggero, e ratto ratto avviarsi al ponte. Troppo alto avevano parlato Altobello e i compagni, ond'ei, tuttochè dormisse, o fingesse dormire, aveva sentito il partito preso di andare senza dirglielo, anzi dandogli ad intendere il contrario; ed egli aveva avuto la pazienza di starsi nascosto là dentro per esplorare se dicessero da vero, oppure lo dileggiassero: allorchè poi si fu schiarito, che Altobello mandava a compimento la deliberazione vinta, proruppe in segni manifesti di allegrezza, taluni strani però, come sarebbe quello di cacciarsi le mani dentro i capelli e scombuiarseli tutti: amara gioia in vero quella che usurpa i gesti della disperazione!

Il passo del garzone è spedito e leggiero, come conviene alla sua età, ma perchè tiene egli la testa alta, e gli occhi tesi verso la parte donde disparve Altobello? Badi dove mette i piedi, o male gl'incoglierà.... e male veramente gl'incolse, imperciocchè mentre correva lesto su pei tronchi di arbore, il piede destro gli entrò sotto la legatura rilasciata della corda di spartea, e subito dette di uno stramazzone per terra: come gli persuadevano lo istinto di conservazione e il pericolo supremo nel quale ei si versava, si aiutò con le mani agguantandosi, ma non gli valse perchè la furia del tracollo non meno che il peso del corpo vinsero la forza della mano manca che sola scivolò intorno al tronco senza poterlo afferrare. Il piede rimase dentro la corda, che aggrovigliata a mo' di laccio lo tenne a contrasto coll'arbore, impedendo al fanciullo di ruinare giù in fondo al torrente. L'infelice si sentì sbalordito; indi a breve, contorcendosi tutto, si sforzò ripiegarsi sopra sè stesso per arrivare ai tronchi; moti faticosi edisperati erano quelli: quietò un momento per noi... una eternità per lui, perocchè in cotesto atomo di tempo egli vedesse lacci, forche e impiccati; e sentì i terrori della morte ed anche lo spaventarono i tormenti della vita futura; intanto la respirazione si attenuava penosa, il peso dei visceri gli gravitava sul cuore, e per le orecchie gli andava un ronzìo vie più sempre molesto, le tempie battevano tremendamente come se gli si volessero rompere; da prima gli oggetti reali, e le fantasme della sua immaginazione gli trescavano davanti sanguinosi di sangue di arteria, poco dopo tinte nell'altro sangue di vena, per ultimo diventarono azzurre; le goccie del sangue sentiva stillarsi nel cervello gravi e ardenti come se fossero di piombo strutto: dapprima dalla bocca colava spuma, ora però la lingua gli si fece arida e gli si attaccava al palato: innanzi che questo organo gli rifiutasse il suo ufficio volle gridare e' cacciò fuori un suono roco, come di uccello di rapina; e per tale lo appresero gli uccelli di rapina nella prossima pendice che risposero alla chiamata, allora si avventò lo stormo dei falchi stridendo in molte guise come se volessero congratularsi seco del largo pasto che la Provvidenza gli metteva d'avanti. Il garzone ne sentì l'arrivo con lo schiaffo delle ale nelle guancie, e collo incarnarsi degli artigli nella cute del cranio, sicchè agitate le mani per l'aere come costuma il naufrago in procinto di annegare, egli giunse a scacciarli un istante: pochi secondi dopo tornarono, ma questi pochi secondi erano bastati perchè la mancanza dell'aria, e lo stravaso del sangue nel cervello cagionassero la morte del fanciullo per apoplessia e per asfissia.

Almeno i periti dell'arte medica affermano morte la completa inconsapevolezza dei nostri sensi, ma se tuttavia nell'intimo l'anima continui a rispondere in virtù di qualche altro segreto legame col corpo, davvero io non saprei, nè credo che altri possa sapere: fatto sta, che anche quando i falchi si furono adagiati, a mensa intorno a codesto cadavere, di tratto in tratto egli dette in iscossoni, che gli fece allontanare un momento stizziti; così osserviamo gli uccelli strangolati, dopo assai tempo che gli hai appesi per le gambe al chiodo, battere di repente l'ala, e scontorcersi da cima a fondo.

Pur troppo era vero; fino dalla mattina di codesto mal giorno il dottore con le lagrime agli occhi aveva chiarito Francesca Domenica, che la Serena, se fosse arrivata alla sera, non avrebbe scorsa la notte, onde, sebbene delle cose dell'anima la povera figliuolastesse sempre acconcia, pure desiderò rinnovare la confessione e la comunione: sul far della notte, osservando i noti segni della morte imminente, le amministrarono anco l'olio santo, allora le deposero la stola sui piedi, a lato sul guanciale le misero il Crocifisso, che con la mostra dei suoi ineffabili dolori consola gli altrui, e Francesca Domenica genuflessa da un canto del letto, il pievano di santa Divota dall'altro, stavano a recitare preghiera. Serena dondolava lievemente il capo nella sonnoveglia della morte; quasi foglia che, sul punto di spiccarsi dal ramo, trema.

Di repente, con lena maggiore di quella, che le si fosse potuto supporre, ella disse:

— Eccolo!

— Chi ecco? domandò Francesca Domenica, ed ella:

— Il mio sposo.

Il Pievano, immaginando che intendesse parlare nel linguaggio simbolico della Chiesa, pel quale Gesù Cristo è lo sposo di tutte quelle che si rendono monache, o che muoiono in stato di verginità, esclamava infervorito:

— Accettatelo, figliuola mia, col cuore contrito ed umiliato.

— Col cuore esultante volete dire... ei viene...

Di fatti in quel punto, tirato il paletto, si aperse l'uscio della camera e comparve Altobello.

.... lo racconta il Boccaccio nelle sue Novelle... (pag. 79)

.... lo racconta il Boccaccio nelle sue Novelle... (pag. 79)

Se ad Altobello si fosse mostrato un capo mozzo come quando il carnefice lo acciuffa per i capelli grondante sangue e lo fa vedere al popolo crudelmente imbecille; o se la faccia dello strangolato con la chioma irta, gli occhi sconvolti, la pelle nera, la bocca violetta, e la lingua morsa fra i denti; egli avrebbe potuto sostenerne la vista senza ribrezzo, come senza paura avrebbe contemplato il volto mansueto dell'ucciso dal piombo, e il feroce del trafitto dal ferro: la sembianza pallida del disfatto dalla pestilenza, e la pagonazza del colto dalla gocciola, perchè in tutti questi, ed in altri ancora si palesa la morte nella sua potenza solenne; onde a ragione gli antichi l'adorarono Dea, l'eressero altari, e le sacrificarono vittime. Se nell'universo ella si fece sentire eterna come Dio, non può dirsi; certo è, che appena nata, a lei egli ebbe a concedere facoltà pari alle sue, quantunque egli se la serbasse per creare, ed ella la prendesse per distruggere; anzi queste facoltà diventarono subito così intricate tra loro, che l'occhio dell'intelletto non le sa più distinguere, ravvisando il principiodi nuove vite nell'atto che il comune dei uomini appella morte, e mille morti nel principio, che suole chiamare vita. Sotto la forza di cotesto ente, che non ha forma, e trasforma tutti gli enti, lo spirito più saldo può confessare senza viltà, che prova spavento, perchè si mescola col senso della religione che arcano e profondo vive eternamente. Ma la morte cessa comparire Dea quando adopra l'etisia a disfare la forma umana; allora ella si deturpa, diventa condennenda e schifa, perocchè anco il male non va assoluto dalla onestà; sozza come un immane ragnatelo, ella avviluppa dentro le sue branche sterminate la creatura e ne risucchia gli umori, ne macera le carni, nervi e muscoli cincischia, contamina le ossa... — Chi può descrivere quale Serena apparisse allo atterrito Altobello? Non io. Troppo spesso ho veduto la faccia del tisico, troppo ella mi sta fitta nella mente perchè io la descriva senza dolore: però me ne passo.

Altobello atterrito vide davanti a sè il volto della sua diletta Serena ridotto all'estremo della etisia; e con isforzo più che umano comprimendo l'orrore e il dolore disse:

— Mi avete chiamato... sono... venuto...

— O santa Vergine, chi ti ha chiamato?

Esclamò Francesca Domenica, levando al cielo in atto di desolazione le mani.

— Non voi? Non voi? Con la lettera che mi portò il nepote del Pievano?

— Io non ho nepoti, disse il Pievano.

In questa furono udite nella prossima stanza le pedate di parecchi uomini, che camminino con precauzione, e al tempo stesso lo scricchiolare dello scatto di acciarini quando si armano i moschetti. Tanto bastò per fare ad Altobello palese il tranello in cui era incappato. Non si commosse per questo, o se si commosse, non lo diede a divedere, ma con un gesto, accennò alla madre tacesse, e subito si fece verso la porta.

— O mamma, sospirò dolorosamente Serena; dove va egli? Appena venuto mi fugge? Ditegli che si trattenga tanto, ch'io muoia: io farò presto a morire.

— Sta quieta, figliuola, egli è andato a dare alcuni ordini alla sua scorta, adesso adesso ritorna.

Altobello aperto l'uscio, vide la stanza piena e stivata di soldati che non avrebbe dato, per così dire, luogo a un chicco di panico e comandante di quelli gli comparve dinanzi il capitano Rinaldo.

— Oh! capitano Rinaldo, siete voi?

Rinaldo stentava a ravvisare, nell'uomo che gli appariva dinanzi, quell'Altobello Alando tanto fiorente un dì, pure sovvenuto dal luogo e dalla voce: rispose un cotal po' tremante:

— Oh! signor Alando, siete voi?

— Sono io soggiunse Altobello, e so perchè venite.

— Vedete laggiù si muore — e aperto un po' l'uscio gli mostrò la giacente circondata dai segni dell'agonia — ella è Serena che muore, la sposa mia; pochi momenti le avanzano di vita, deh! non funestiamo questi ultimi suoi sospiri con la maggiore angoscia ch'ella abbia provata fin qui; non vedano gli occhi suoi, vicini a spegnersi, il suo sposo prigione.... e tratto a morte....

— Signore, voi che militaste, sapete il dovere del soldato.

— Ho saputo sempre che la veste del soldato non trasforma l'uomo in lupo. Signor capitano, io ho armi addosso, e non mi menerete come agnello al beccaio: certo mi ammazzerete, ma prima ammazzerò quanti più possa di voi: veniamo a patti: questo costumano eziandio i soldati valorosi, io vi consegnerò tutte le armi, e voi in compenso, mi concederete mezz'ora.

— Signore Alando, un'altra volta mi scappaste di mano, e per voi mancai di essere promosso maggiore; adesso mi fucilerebbero addirittura.... e ancora io.... voi lo sapete.... ho una madre....

— Ebbene vi giuro in onore, che non vi fuggirò, e poi...

— E poi? interrogò il capitano Rinaldo osservando che l'altro esitava.

— E poi, continuò l'Altobello placidamente, pure facendosi rosso in viso, potete circondare di un cordone di sentinelle la casa... se non vi fidate.

— Non fa caso, aspetterò mezz'ora.

Però le sentinelle erano già state messe.

Altobello rientrò nella stanza col sorriso sui labbri, e disse:

— Eccomi tutto a te, sposa mia; prima di lasciarci, sono venuto, perchè il nodo che ci congiunse in vita riceva la benedizione della chiesa: abbiamo mantenuto il giuramento di non procreare figliuoli in servitù, ma non per questo devono essere meno le nostre nozze sante al cospetto di Dio.

— Se vuoi darmi questa infinita consolazione, sposo mio, fa presto, che io mi sento morire.

— Ecco, signor Pievano, mi raccomando a voi.

Il Pievano singhiozzando pronunciò le parole sacramentali, congiunse le destre mentre sentiva mancargli sotto le dita, il polso di Serena, impose loro sul capo le mani, e supplicò il Signore, non già che ci versasse grazie, bensì misericordie; non compartisse gioie, che ormai non era tempo da questo, ma termine a tanti patimenti.

Altobello prese la mano di Serena quasi fredda, e la inanellò con l'anello che le porse la madre; poi, superato il ribrezzo, baciatala in fronte, disse:

— Vita mia!

E la morente con un filo di voce:

— Non dirmi vita, perchè allora temerò che il tuo amore sia caduco e affannoso, come la vita che mi manca; chiamami anima, e allora lo crederò immortale come lei — e lo continueremo lassù...

— Oh! sì, anima pura, anima degna di miglior sorte quaggiù — e si coperse con le mani il volto, perchè sentiva scoppiarsi il pianto; ma l'agonizzante, con suono appena distinto, lo supplicò:

— Deh! non celarmi la tua bella faccia, Altobello mio, stringimi la mano, sorridimi; il sorriso è fiore dell'anima, ed io me ne vo andare in paradiso in mezzo ai profumi dell'amore.

E, piegato il capo, diè in un gemito, che non fu di angoscia; versò una lacrima, che non espresse il suo dolore; bensì fu gocciola di rugiada celeste, che l'Angiolo custode scosse dall'ale in refrigerio di cotesta desolata creatura.

— Mamma, è spirata?

— È spirata... figliuolo...

In questa si vide pienamente schiuso l'uscio della stanza, e da quello sporgere con tutta gentilezza il capo del capitano Rinaldo, che chiamò:

— Signor Alando?

E Altobello gli mosse subito incontro, e gli domandava: — che ci è?

— Come si sente madama Serena?

— È morta...

— Tanto me... alloraho l'onoredi rammentarvi che io e la mia gente da tre notti non pigliamo sonno, e il Governatore ci aspetta levato.

— È giusto; anco cinque minuti, capitano Rinaldo, e sono da voi.

Il capitano ritirò il capo curvando le spalle come persona che portare altro sopraccarico nè vuole, nè può.

Altobello rientrato nella stanza, disse al Pievano: prendete il lume, e andate là in fondo alla stanza a pregare davanti la immagine di cotesto Crocifisso, perchè io ho da trattenermi in segreto con mia madre sopra alcune faccende di casa prima di andare.

Il prete, docile, prese il lume, e fece quanto gli veniva comandato.

Altobello tornò ad assettarsi al lato destro del letto, mentre la madre sua erasi rimasta con la faccia appoggiata sul materasso dal lato sinistro; e, dopo alcuni istanti, favellò sommesso.

— Mamma?

— Figliuolo.

— Avete inteso?

— Ho inteso.

— Sapete voi, che cosa mi aspetta?

— La forca.

— Forse anco la ruota.

— Forse.

E tacquero; quindi appresso Altobello chiamò:

— Mamma?

— Altobello.

— Di casa Alando morì mai alcuno giustiziato, che sappiate voi?

— Nessuno: tu saresti il primo.

Da capo silenzio, e Altobello con voce più tenue disse:

— Mamma?

— Figliuolo... figliuolo...

— Ho da chiedervi prova suprema di affetto.

— Chiedila.

— Avete il coltello, che vi lasciò babbo nel suo testamento?

— L'ho.

— Lo manteneste tagliente?

— Come un rasoio.

— Vorrei... mamma...

— Che vuoi?

— Che me lo imprestaste.

— Porgimi la mano qui, di sopra il capo della povera defunta.

— Ecco la mano.

— Ecco il coltello.

E ci fu nuova pausa: al fine della quale, non più con tremula, bensì con ferma, comecchè sempre bassa voce, Altobello invocò per la quarta volta il nome di sua madre.

— Mamma?

— Figlio mio.

— Datemi la vostra mano, qui, per di sotto al capo di Serena.

— Ecco la mano.

— Stringetemi la mia... stringetemela forte.

Ciò fatto, prese quanto potè del lenzuolo co' denti, perchè non sentissero nè manco un sospiro.

Dalla tremenda stretta della mano, dal gelido sudore, che stillarono le dita, da un gemito profondo sebbene soffocato, Francesca Domenica si accorse, misera! che il suo figliuolo si era ucciso: di fatto egli si aveva ficcato sino al manico lo stiletto nel cuore.

Successe un molto terribile silenzio, durante il quale si udiva il lievissimo rumore, che movevano le labbra del Pievano incontrandosi nel recitare le preghiere.

Stanco del lungo aspettare il capitano Rinaldo, dacchè non cinque minuti, bensì un quarto di ora avvantaggiato fosse già corso, aperse la porta, e con qualche risentimento disse:

— Signore Alando... voi vi fate aspettare...

E più non disse: che pallida come panno lavato, con sembianze per dolore impietrite, gli si fece incontro Francesca Domenica, tenendo con la destra la lucerna, e con la manca tirandosi dietro il capitano Rinaldo, che sgomento nel presagio, si lasciò condurre: giunta presso al figliuolo, gli mise il lume su la faccia, e, lì accennando col dito, disse:

— Mira, straniero; — quando torni al tuo paese racconta come muoiono i Côrsi, innanzi che patire servitù.

Il capitano non sostenne la vista della truce guardatura del morto Altobello; e, abbassando il volto, rimase sbigottito.

Il Pievano anch'egli si accostava; e, quasi macchinalmente, alzò la destra; poi, come pentito, stette a mezzo l'atto; lo notò la madre, lo guardò... ond'egli, vinta ogni esitazione, sollevata la faccia e le mani al cielo, in suono solenne pronunciò queste parole:

— Dio ti giudicherà nell'altro mondo, frattanto in questo io ti benedico nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

Il giorno successivo al fiero caso un dispaccio fu spedito dal Governatore al capitano Orso Campana, nel quale, dopo avergli rimproverata con parole agre la sua oscitanza, gli si ordinava scorrazzasse a qualunque costo le roccie, purgasse il paese dai pochi banditi, che lo tenevano in subbuglio: spento il capo, più poco erano a temersi gli altri senza reputazione, e con manco seguito: dove a lui non bastasse la vista, commetterebbe ad altri il carico di levargli cotesto pruno dagli occhi. Se la commissione e più il modo col quale veniva trasmessa, garbassero al Campana non importa dire; tuttavolta, celando il malcontento o solo manifestandolo col raddoppiare di durezza contro i suoi sottoposti, ordinò apparecchiassersi quanti erano, pigliassero viveri per due giorni, fra un'ora si partirebbe pei monti.

Cotesta era sentenza di morte per parecchi di loro; e lo credevano, però non ci avrebbero pensato, se, come una volta, si fossero mossi contro il nemico; ma adesso per comandamento altrui, incamminarsi ad ammazzare o essere ammazzati, e con gente di un medesimo sangue che non ti aveva mai offeso, pareva cosa acerba, e pure ella non è il meno tristo frutto, che si raccoglie dall'arbore della servitù.

Camminavano in silenzio, un dopo l'altro, pensosi qual sarebbe il primo cui, colpito dalla palla funesta, toccherebbe rotolare giù pei dirupi a servire di pasto agli uccelli di rapina; andarono un pezzo, e niente incontrarono di molesto; forse, essi dissero, ci aspettano in cima per farci una scarica a brucia pelo. Per certo era meglio se cominciava il fuoco: allora la vista del sangue infiamma il sangue, e le ferite eccitano alla vendetta; ma così sempre sotto la impressione della paura che fioccava loro addosso come neve senza vento, non poterono tutti di un fiato proseguire; cinque volte si riposarono rifiniti; e strano accidente! uomini che facevano professione di sgozzare, per parecchi baiocchi al dì, uomini che nulla nulla inveleniti si sarieno fatti mettere in brani prima di cedere, adesso avrebbero renunziato ad un mese di soldo, pure di potersene tornare addietro: ma e' si erano venduti, e bisognava andare avanti, e andarono come gente, che una volta stipulato il contratto lo sa osservare: — e nondimanco, se togli le asperità del cammino e la trepidazione, non ebbero ad incontrare altra molestia, onde sani e salvi attinsero il vertice delle costiere.

Colà maravigliando, rinvennero, vestigia di recente dimora, ma i banditi erano scomparsi: per ordinaria contradizione dello spiritonostro, mentre poco prima non sembrava lor vero di non averli incontrati e ne ringraziavano Dio, ora si arrovellano perchè fossero così fuggiti loro di mano; sopra tutti se ne doleva Orso Campana, al quale si cacciava addosso la paura, che i Francesi, reputandolo complice della fuga dei banditi, od anco fingendolo, (imperciocchè per natura propria voltabili gli sperimentava molto, e quanto facili ad accettare soccorsi qualunque e' si fossero nell'ora del pericolo; e larghi a promettere, altrettanto portavano molestamente il carico della riconoscenza, e comparivano scarsi nell'osservare), non gli togliessero il grado della milizia, e col grado la pensione. Gli andavano per la mente torbidi pensieri, che dopo avere mandata fuori la coscienza, tradito la Patria, perseguitato i suoi, e vendutone il sangue a oncia a oncia un po' per vendetta, e molto per quattrini, ora la viltà col rimorso gli tornassero a casa ignudi; mentre con le mani congiunte dietro il dorso, e la testa bassa passeggia agitato, gli occorrono davanti gli occhi più frequenti le orme verso una parte dell'orlo della rupe, osservando meglio i sassi colà più che altrove screpolati gli parve che accennassero potersi scendere da quel lato il monte vi calarono uno di loro più svelto della persona, al quale andando giù giù venne fatto di leggieri incontrare il sentiero che menava alle grotte: appena ei l'ebbe scoperte, tornò a darne avviso ai compagni, i quali l'un l'altro aiutando, a posta loro scesero, e con essi Orso Campana. Rinnovaronsi le apprensioni, ma questa volta erano superate dalla smania di combattere e di vincere. Irruppero dentro una grotta furiando, la rinvennero vuota; la seconda del pari; per ultimo... miserando spettacolo! entrando nella più spaziosa delle grotte si pararono dinanzi ai loro occhi quattro cadaveri dentro un lago di sangue.

Tutti tenevano la faccia rivolta al cielo in sembiante piuttosto di cui minaccia, che di cui prega; ognuno stringeva con mano rigida il manico del coltello, e questo coltello non appariva già fitto nel proprio seno, bensì in quello del compagno: breve; si erano uccisi l'un l'altro.

Sopra la pietra, che serviva loro di mensa, stavano come esposti in mostra di più maniera viveri, e zucche piene di vino e acquavite, mentre una tazza ricavata dalla corteccia di una zucca conteneva in fondo alcun poco di acqua pura.

Nella faccia anteriore della pietra; di color vermiglio scritta a stento, si leggeva questa iscrizione:

Dio.Ferrante Canale, Ugo della Croce, Romano Colle, e Rutilio Serpentini, non potendo sopravvivere alla libertà della Patria si sono dati la morte.Ora pro nobis.25 Gennaio 1770.

Dio.

Ferrante Canale, Ugo della Croce, Romano Colle, e Rutilio Serpentini, non potendo sopravvivere alla libertà della Patria si sono dati la morte.

Ora pro nobis.

25 Gennaio 1770.

Perchè poi mettessero in mostra il cibo e la bevanda non parmi arduo indovinare; senza fallo il fecero per chiarire, che studio di libertà e fastidio della tirannide gli aveva condotti a morte, non già la disperazione: più difficile è rinvenire la causa onde invece di ammazzarsi da per loro si trucidassero; forse li dissuase da portare le mani violente contro sè stessi il pensiero, che così facendo commettevano un peccato gravissimo, mentre ammazzandosi tra loro continuavano la sequela degli atti, che compiti per necessità della Patria difesa, secondo la loro opinione, non potevano imputarsegli a colpa; ad ogni modo spengersi da sè reputarono peccato nuovo, e furono dubbi di sperimentare anco per questo del pari indulgente la misericordia di Dio. Se non fosse così, io mi confesso povero di consiglio per ispiegarlo.

Orso, col capo basso, e le mani sempre conserte dopo le spalle guardò fisso quei miseri, e si accorse dal dito rimastogli insanguinato, come lo scrittore della leggenda fosse stato Ferrante: rimasti tutti lungamente in silenzio, per ultimo Orso favellò dicendo:

— Erano quattro bravi cuori in verità... poi subito pauroso, che cotesta lode riferita gli partorisse pregiudizio si affrettò di soggiungere — comecchè cotesta sorte se la siano meritata, ed anco peggio, perseverando da ribelli al leggittimo dominio di S. M. cristianissima nostro signore.

— E padrone, disse il sergente con tale un suono, che non lasciava distinguere se parlava da senno, o per istrazio; non ci attese Orso o non ci volle attendere, bensì continuò:

— Ora noi altri non ci abbiamo a vedere più nulla, e avvertiremo i preti che vengano a pigliarli per metterli in sepoltura cristiana; — e qui sempre pauroso di essersi sbilanciato, accorse a palliare con le parole: poichè dobbiamo credere, che ciò torni a grato di S. M. cristianissima il re nostro signore.

— Ma sicuro! continuò il dicace sergente — non si ha da chiamare cristianissima mica per nulla.

Allora vedendo come scavata nel masso una strada, della quale non avevano avuto conoscenza fino a quel punto, deliberarono fra loro di seguitarla per debito di ufficio, e per facilitare le future esplorazioni; così andarono finchè giunsero al ripiano dove metteva capo il fiero ponte. Quei che prima arrivarono stettero atterriti dal pericolo, non meno che dalla vista di quel corpo penzoloni.

— Tè! mira... chi sarà cotesto che ci pende attaccato per un piede come il rospo che i villani appiccano ai fichi.

— Tu, che sei avanti, va a vedere di levamelo.

— Passi, eccellenza, come disse la volpe al lupo: per me non ci anderei nè manco per un luigi.

— Va tu dunque, Pierantò...

— Io? mica: non vedi i falchi che gli hanno fatto grappolo intorno come le api...

In questa arriva Orso Campana, il quale visto il caso disse:

— Qui non ci è verso, bisogna che qualcheduno vada a staccare cotesto cadavere penzoloni: di certo sarà qualche bandito tracollato di sotto mentre passava, e rimasto preso col piede dentro la serratura.

Vedendo che la sua gente nicchiava, Orso riprese:

— Vieni qua Pierantò; tu se' svelto, e non hai paura: va tu e fa quanto ti dico, che non correrai un pericolo al mondo; mettiti giù a cavalcione su i tronchi degli alberi, poi, aiutandoti con le mani, tirati oltre bocconi; quando sarai proprio sopra al morto, con una mano agguantati sempre all'arbore, coll'altra passagli il nodo scorsoio di questa corda, che noi terremo dall'altra cima, al piè rimasto attaccato, poi taglia la spartea; e quegli verrà così a svincolarsi; certo prevedo, che darà una sconcia battitura nelle roccie della rupe, ma ormai il compare mi sembra ridotto a tale che per un picchio più o un picchio meno non vorrà dire: ohi!

E si tacque, parendogli avere discorso come Cicerone, e conchiuso la parlata con un'arguzia da rimettere un po' di allegria in corpo alla sua gente: e di vero i soldati risero, e ne rise anco il sergente, il quale per quello che appariva o si era preso o gli avevano dato in cotesta compagnia l'ufficio, che nelle tragedie greche vediamo esercitare al coro; se nonchè aggiunse:

— Con buona licenza, signor Capitano, io credo che Pierantò adopererebbe da savio non farne niente, ma se ad ogni mo' egli vuole andare, ditegli che porti seco un altra corda, e con essa stringa di una nuova legatura i tronchi prima di tagliare la sparteria, altrimenti e' corre rischio che gli arbori slegati si sfascino e rovinino portando giù un vivo per compenso di un morto, e questo non sarebbe buon baratto, almeno se consideriamo la faccenda con gli occhi di Pierantò.

Il consiglio fu trovato ottimo, e Pierantò, senza danno alcuno mandò a compimento quanto gli veniva commesso: il cadavere liberato dal laccio piombò giù; ma, trattenuto dal cadere in fondo dall'altra fune, dette uno strettone andando a percotere duramente nelle roccie come aveva avvertito Orso.

Non si sarieno potuto annoverare i falchi, che ci stavano aggroppati sopra, i quali, stridendo di rabbia, piegavano altrove le ale per tornare; ve ne fu uno, che, non volendosi a patto alcuno staccare, rimase schiacciato tra lo scoglio e il capo del cadavere.

Orso, che con ambedue le mani tenne fermo il capo della fune mentre il corpo cadde, ora chiamò per aiuto a tirarlo su, la qual cosa in breve fu fatta, ma chi poteva mai ravvisarlo? le carni, non che del viso, delle mani, erano tutte stracciate, pochi brindelli di vene e di muscoli pendevano dalle tempie, e poi la fiera battitura gli aveva spaccato il cranio; dagli occhi diventati due buchi scaturivano lembi della sostanza cerebrale; insomma e' metteva raccapriccio e spavento.

Nel frugargli addosso si accorsero come non fosse già uomo come mostravano le vesti, bensì femmina e giovane, a giudicarne dalla freschezza del petto; allora, pensando che ella fosse forse sorella, o moglie, o innamorata di qualche bandito, colta da cotesta mala morte, mentre la poverina si era messa al cimento per sovvenirli di vivere, anche quei petti venduti sentirono qualche cosa dentro, che si sarebbe potuto chiamare pietà. Intanto un soldato, avendo rinvenuto alcuni fogli nelle tasche del corpetto, esclamò:

— Fogli! fogli!

— A me quei fogli, ordinò Orso, e gli furono dati; il quale, gittativi sopra gli occhi, rimase colpito da un piego che sembrava recente, sigillato con le armi di Francia. Sopra rinvolto si leggeva scritto:

«Al signore Luciano Micheli — Corte.»

Lo aperse, e dentro diceva così:

«Madamigella. State tranquilla, che se ci capita il capo brigante, secondo lo avviso che mi porgete, i posti saranno rinforzati, la casa circuita da sentinelle, sicchè se non ha ale, tenetelo preso. Mentre io vi prometto di porre ai piedi di S. M. cristianissima nostro Signore e padrone questo nuovo tratto della vostra devozione alla legittima causa, concedetemi, che io vi significhi il mio gradimento per le continue premure vostre in servizio del Re, e pregando Dio che vi tenga nella santa guardia, mi confermo.

«Di voi madamigella«Corte, 22 Gennaio 1770.«Devotissimo Obbligatissimo servitoreIl Marchese Tuillier de LordureCommendatore dell'ordine di S. Luigi, e Governatore di Corte.«A MadamigellaCaterina Campana.»

«Di voi madamigella

«Di voi madamigella

«Corte, 22 Gennaio 1770.

«Devotissimo Obbligatissimo servitoreIl Marchese Tuillier de LordureCommendatore dell'ordine di S. Luigi, e Governatore di Corte.

«Devotissimo Obbligatissimo servitoreIl Marchese Tuillier de LordureCommendatore dell'ordine di S. Luigi, e Governatore di Corte.

«A MadamigellaCaterina Campana.»

Tutto questo Orso lesse in un battere di palpebre, gli cadde il foglio di mano; traballò, e se men pronti erano a sostenerlo sarebbe tracollato giù nel precipizio.

Il sergente non lo sostenne, ma tanto non potè dissimulare lo interno affetto, che non gli scappassero di bocca queste parole:

— Dio non paga il sabato, ma paga.

FINE.

INDICECapitoloIIl vetturino livornesePag.5CapitoloIIIl mercante côrso13CapitoloIIILa partenza31CapitoloIVIl frate40CapitoloVLo zio46CapitoloVIPerchè i côrsi non amino i forestieri57CapitoloVIIIl cattivo incontro96CapitoloVIIIGioco del lotto374CapitoloIXLa Battaglia di Pontenuovo432CapitoloXI proscritti556

NOTE:1.Da ciò codesto cavaliere Niccolino fu appellato sir del Gatto, che i suoi nipoti mutarono in Sirigatti, e di questo cognome si valgono tuttavia.2.Bando di Luigi XV da Compiègne 15 agosto 1768. Si nota che la cronologia dei fatti nel racconto, per amore dell'arte, è stata alquanto alterata.3.Addison's Remarks on several parts of Italy. Hague, 1718, p. 42.4.Camallosignifica facchino, e viene dall'arabo: l'adoperano i Côrsi e i Genovesi.5.Dall'opera di fortificazione, dettacorona, murata un giorno in codesto luogo.6.E sebben Ciccio di AndreaCon amabile fierezza,Con terribile dolcezza.Redi,Bacco in Toscana.7.Babbito tuttavia i Côrsi dicono per babbo tuo.8.Così chiamavasi dai Côrsi il generale Maillebois.9.La lettera, eccetto pochissime varianti per adattarla al racconto, ho levato di peso da certo manoscritto di storia côrsa conservato dal signor Antonfelice Santelli di Bastia.10.Lo racconta proprio il Boswell che un frate gli disse così.11.Pigliare con la bocca. Manca al Vocabolario, e lo ha il Sassetti.12.Tra gioie e contanti questo papa, modello della povertà evangelica, lasciò 25 milioni di fiorini d'oro; circa un miliardo e mezzo di lire fiorentine.13.Nel linguaggio côrso equivale oltremontano, e mi pare da adottarsi.14.Scarpatore chiamasi il ladro di campagna.15.Rammentiamo che il frate parla dei tempi di Luigi XV.16.Questo libro veramente non fu scritto da frate Bernardino Casacconi bensì da frate Lionardo da Campoloro, e porta il seguente titolo:Discorso sacro civile, col quale s'insegna che i morti per la patria sono martiri.17.Questa lettera, in parte che non rileva, alquanto varia, è stampata nella Raccolta delle Lettere del Paoli a p. 164.18.A intendere questo bisogna sapere che la Corsica è divisa da monti; e a torto o a ragione i Côrsi orientali tengono i Côrsi occidentali un po'guasconi.19.Boswell,Relazione della Corsica. Londra 1769.20.Io scrittore ho veduto questa casa rimasta intatta e per lo appunto così.21.Notiamo bene ve'; è pura storia.22.Colombo o conca marina; dicono la chiamassero così a cagione della sua bianchezza. Ai tempi del Paoli era considerato come il palladio della libertà.23.Giustificazione della Rivoluzione di Corsica, con la ferma risoluzione presa dai Côrsi di non sottomettersi mai più al dominio di Genova.Oletta, 1758. Nella stamperia della Unità. Con l'approvazione di tutti i savi. —Disinganno intorno alla guerra di Corsica, scoperto da Curzio Tulliano côrso ad un suo amico dimorante nell'Isola.Colonia, 20 novembre 1736.24.Grandissimo conto faceva il Paoli dell'Alfieri, e l'Alfieri del Paoli. Il Valery nel suo viaggio in Corsica afferma, che delle cose saccheggiate al Paoli talune poterono recuperarsi, e tra queste la copia delle opere di Alfieri stampate dal Diderot nel 1788 mancante di un tomo. Su la prima pagina del Timoleone scritta dalla mano dell'Alfieri leggevansi queste parole:All'egregio Côrso dei nuovi francesi fattosi compagno e maestro.— Tu invan col brando, ed io con penna invano,Paoli, destar la Italia un dì tentammo;Vedi or se accenna i sensi tuoi mia mano.V. A. Parigi, 11 aprile 1790.Se poi taluno volesse notare, che nel 1768 non ci erano tragedie dell'Alfieri stampate, dirò che ha ragione, essendosene fatta la prima stampa in Roma nel 1783, e non di tutte; mi si scriva a debito dianacronismo.25.Poliorcetesignificaespugnatore di città.26.Precise parole del Paoli.27.Sotto la lingua i Côrsi col miele e il latte ci hanno il pungiglione, epperò paiono nati per essere forensi.28.Nelle nozze un uomo a cavallo va a porgere un fiore alla sposa mentre sta per uscire di casa onde e' si chiama ilcavaliere del fiore.29.Poverina, ed ancotinto, significa misero, gramo, infelice e simili.30.Lo stesso che una volta a noi ilserraglio; ovvero catena di giovani tenentesi per le mani che non aprivano il varco alla sposa se non si riscattava con qualche moneta.31.Infioccata — ed è segno di padronanza della casa ove entra la sposa.32.Tuo padre.33.Le idee, e parecchie espressioni furono cavate da varii vocèri; massime da uno terribilissimo, che ebbe la empia virtù di costare la vita a trenta persone.34.Dionomachia.35.Il poemetto del Savelli ha il titolo diVir Nemoris, l'Uomo del Bosco, e si versa appunto su le vicende di Domenico Leca vicario di Guagno, e della sua nepote.36.Parole storiche.37.Padre di Napoleone, morto a Mompellier.38..... tua murmura flumenExagitat memori sacros in corde dolores:Tempus enim relego, quo fortia corpora volvensExuviasque virum, suffusa cruore, repressitUnda pedem refluens panditque cadavera coeloArma fusa vadis et adhuc removentia tabemVulnera — Tunc animas heroum rite vocamusMultaque cum gemitu memorantes, multa precantesDigredimur...Vir nemoris.Poema côrso.39.Caracalla a Papiniano dopo il fratricidio di Geta.40.Nonna.41.Fortuna.42.Un poco.43.Cucire.44.Povero.45.Gonnella.46.Sopraffino.47.Villaggio d'oltramonti.48.Procoi-poderi.49.Freno o rocca infioccata. Vedi il vocero di Lella Campana.50.Scorta di cavalieri che conduce la sposa a casa lo sposo.51.Con sussiego.52.A suono di cornamusa gonfiata.53.Villaggio su quel di Sartene.54.Travata: serraglio.55.Un secchio di latte rappreso.Questa canzone è ricavata dalla raccolta dell'egregio vecchio consigliere S. Vitale, testè morto, che qui rammento per onoranza e per affetto.56.Chine,line,quinesono rimaste parole vive nel dialetto Côrso per l'odio, che ha la nostra lingua contro le stroncature; echinamontesi usa in Toscana dai contadini: i cittadini parlano, e gli scrittori dei diari per ordinario parlano e scrivono una lingua senz'altro tersa, ma non però italiana.

1.Da ciò codesto cavaliere Niccolino fu appellato sir del Gatto, che i suoi nipoti mutarono in Sirigatti, e di questo cognome si valgono tuttavia.

1.Da ciò codesto cavaliere Niccolino fu appellato sir del Gatto, che i suoi nipoti mutarono in Sirigatti, e di questo cognome si valgono tuttavia.

2.Bando di Luigi XV da Compiègne 15 agosto 1768. Si nota che la cronologia dei fatti nel racconto, per amore dell'arte, è stata alquanto alterata.

2.Bando di Luigi XV da Compiègne 15 agosto 1768. Si nota che la cronologia dei fatti nel racconto, per amore dell'arte, è stata alquanto alterata.

3.Addison's Remarks on several parts of Italy. Hague, 1718, p. 42.

3.Addison's Remarks on several parts of Italy. Hague, 1718, p. 42.

4.Camallosignifica facchino, e viene dall'arabo: l'adoperano i Côrsi e i Genovesi.

4.Camallosignifica facchino, e viene dall'arabo: l'adoperano i Côrsi e i Genovesi.

5.Dall'opera di fortificazione, dettacorona, murata un giorno in codesto luogo.

5.Dall'opera di fortificazione, dettacorona, murata un giorno in codesto luogo.

6.E sebben Ciccio di AndreaCon amabile fierezza,Con terribile dolcezza.Redi,Bacco in Toscana.

6.

E sebben Ciccio di AndreaCon amabile fierezza,Con terribile dolcezza.Redi,Bacco in Toscana.

E sebben Ciccio di Andrea

Con amabile fierezza,

Con terribile dolcezza.

Redi,Bacco in Toscana.

7.Babbito tuttavia i Côrsi dicono per babbo tuo.

7.Babbito tuttavia i Côrsi dicono per babbo tuo.

8.Così chiamavasi dai Côrsi il generale Maillebois.

8.Così chiamavasi dai Côrsi il generale Maillebois.

9.La lettera, eccetto pochissime varianti per adattarla al racconto, ho levato di peso da certo manoscritto di storia côrsa conservato dal signor Antonfelice Santelli di Bastia.

9.La lettera, eccetto pochissime varianti per adattarla al racconto, ho levato di peso da certo manoscritto di storia côrsa conservato dal signor Antonfelice Santelli di Bastia.

10.Lo racconta proprio il Boswell che un frate gli disse così.

10.Lo racconta proprio il Boswell che un frate gli disse così.

11.Pigliare con la bocca. Manca al Vocabolario, e lo ha il Sassetti.

11.Pigliare con la bocca. Manca al Vocabolario, e lo ha il Sassetti.

12.Tra gioie e contanti questo papa, modello della povertà evangelica, lasciò 25 milioni di fiorini d'oro; circa un miliardo e mezzo di lire fiorentine.

12.Tra gioie e contanti questo papa, modello della povertà evangelica, lasciò 25 milioni di fiorini d'oro; circa un miliardo e mezzo di lire fiorentine.

13.Nel linguaggio côrso equivale oltremontano, e mi pare da adottarsi.

13.Nel linguaggio côrso equivale oltremontano, e mi pare da adottarsi.

14.Scarpatore chiamasi il ladro di campagna.

14.Scarpatore chiamasi il ladro di campagna.

15.Rammentiamo che il frate parla dei tempi di Luigi XV.

15.Rammentiamo che il frate parla dei tempi di Luigi XV.

16.Questo libro veramente non fu scritto da frate Bernardino Casacconi bensì da frate Lionardo da Campoloro, e porta il seguente titolo:Discorso sacro civile, col quale s'insegna che i morti per la patria sono martiri.

16.Questo libro veramente non fu scritto da frate Bernardino Casacconi bensì da frate Lionardo da Campoloro, e porta il seguente titolo:Discorso sacro civile, col quale s'insegna che i morti per la patria sono martiri.

17.Questa lettera, in parte che non rileva, alquanto varia, è stampata nella Raccolta delle Lettere del Paoli a p. 164.

17.Questa lettera, in parte che non rileva, alquanto varia, è stampata nella Raccolta delle Lettere del Paoli a p. 164.

18.A intendere questo bisogna sapere che la Corsica è divisa da monti; e a torto o a ragione i Côrsi orientali tengono i Côrsi occidentali un po'guasconi.

18.A intendere questo bisogna sapere che la Corsica è divisa da monti; e a torto o a ragione i Côrsi orientali tengono i Côrsi occidentali un po'guasconi.

19.Boswell,Relazione della Corsica. Londra 1769.

19.Boswell,Relazione della Corsica. Londra 1769.

20.Io scrittore ho veduto questa casa rimasta intatta e per lo appunto così.

20.Io scrittore ho veduto questa casa rimasta intatta e per lo appunto così.

21.Notiamo bene ve'; è pura storia.

21.Notiamo bene ve'; è pura storia.

22.Colombo o conca marina; dicono la chiamassero così a cagione della sua bianchezza. Ai tempi del Paoli era considerato come il palladio della libertà.

22.Colombo o conca marina; dicono la chiamassero così a cagione della sua bianchezza. Ai tempi del Paoli era considerato come il palladio della libertà.

23.Giustificazione della Rivoluzione di Corsica, con la ferma risoluzione presa dai Côrsi di non sottomettersi mai più al dominio di Genova.Oletta, 1758. Nella stamperia della Unità. Con l'approvazione di tutti i savi. —Disinganno intorno alla guerra di Corsica, scoperto da Curzio Tulliano côrso ad un suo amico dimorante nell'Isola.Colonia, 20 novembre 1736.

23.Giustificazione della Rivoluzione di Corsica, con la ferma risoluzione presa dai Côrsi di non sottomettersi mai più al dominio di Genova.Oletta, 1758. Nella stamperia della Unità. Con l'approvazione di tutti i savi. —Disinganno intorno alla guerra di Corsica, scoperto da Curzio Tulliano côrso ad un suo amico dimorante nell'Isola.Colonia, 20 novembre 1736.

24.Grandissimo conto faceva il Paoli dell'Alfieri, e l'Alfieri del Paoli. Il Valery nel suo viaggio in Corsica afferma, che delle cose saccheggiate al Paoli talune poterono recuperarsi, e tra queste la copia delle opere di Alfieri stampate dal Diderot nel 1788 mancante di un tomo. Su la prima pagina del Timoleone scritta dalla mano dell'Alfieri leggevansi queste parole:All'egregio Côrso dei nuovi francesi fattosi compagno e maestro.— Tu invan col brando, ed io con penna invano,Paoli, destar la Italia un dì tentammo;Vedi or se accenna i sensi tuoi mia mano.V. A. Parigi, 11 aprile 1790.Se poi taluno volesse notare, che nel 1768 non ci erano tragedie dell'Alfieri stampate, dirò che ha ragione, essendosene fatta la prima stampa in Roma nel 1783, e non di tutte; mi si scriva a debito dianacronismo.

24.Grandissimo conto faceva il Paoli dell'Alfieri, e l'Alfieri del Paoli. Il Valery nel suo viaggio in Corsica afferma, che delle cose saccheggiate al Paoli talune poterono recuperarsi, e tra queste la copia delle opere di Alfieri stampate dal Diderot nel 1788 mancante di un tomo. Su la prima pagina del Timoleone scritta dalla mano dell'Alfieri leggevansi queste parole:

All'egregio Côrso dei nuovi francesi fattosi compagno e maestro.— Tu invan col brando, ed io con penna invano,Paoli, destar la Italia un dì tentammo;Vedi or se accenna i sensi tuoi mia mano.V. A. Parigi, 11 aprile 1790.

All'egregio Côrso dei nuovi francesi fattosi compagno e maestro.

— Tu invan col brando, ed io con penna invano,Paoli, destar la Italia un dì tentammo;Vedi or se accenna i sensi tuoi mia mano.

— Tu invan col brando, ed io con penna invano,

Paoli, destar la Italia un dì tentammo;

Vedi or se accenna i sensi tuoi mia mano.

V. A. Parigi, 11 aprile 1790.

Se poi taluno volesse notare, che nel 1768 non ci erano tragedie dell'Alfieri stampate, dirò che ha ragione, essendosene fatta la prima stampa in Roma nel 1783, e non di tutte; mi si scriva a debito dianacronismo.

25.Poliorcetesignificaespugnatore di città.

25.Poliorcetesignificaespugnatore di città.

26.Precise parole del Paoli.

26.Precise parole del Paoli.

27.Sotto la lingua i Côrsi col miele e il latte ci hanno il pungiglione, epperò paiono nati per essere forensi.

27.Sotto la lingua i Côrsi col miele e il latte ci hanno il pungiglione, epperò paiono nati per essere forensi.

28.Nelle nozze un uomo a cavallo va a porgere un fiore alla sposa mentre sta per uscire di casa onde e' si chiama ilcavaliere del fiore.

28.Nelle nozze un uomo a cavallo va a porgere un fiore alla sposa mentre sta per uscire di casa onde e' si chiama ilcavaliere del fiore.

29.Poverina, ed ancotinto, significa misero, gramo, infelice e simili.

29.Poverina, ed ancotinto, significa misero, gramo, infelice e simili.

30.Lo stesso che una volta a noi ilserraglio; ovvero catena di giovani tenentesi per le mani che non aprivano il varco alla sposa se non si riscattava con qualche moneta.

30.Lo stesso che una volta a noi ilserraglio; ovvero catena di giovani tenentesi per le mani che non aprivano il varco alla sposa se non si riscattava con qualche moneta.

31.Infioccata — ed è segno di padronanza della casa ove entra la sposa.

31.Infioccata — ed è segno di padronanza della casa ove entra la sposa.

32.Tuo padre.

32.Tuo padre.

33.Le idee, e parecchie espressioni furono cavate da varii vocèri; massime da uno terribilissimo, che ebbe la empia virtù di costare la vita a trenta persone.

33.Le idee, e parecchie espressioni furono cavate da varii vocèri; massime da uno terribilissimo, che ebbe la empia virtù di costare la vita a trenta persone.

34.Dionomachia.

34.Dionomachia.

35.Il poemetto del Savelli ha il titolo diVir Nemoris, l'Uomo del Bosco, e si versa appunto su le vicende di Domenico Leca vicario di Guagno, e della sua nepote.

35.Il poemetto del Savelli ha il titolo diVir Nemoris, l'Uomo del Bosco, e si versa appunto su le vicende di Domenico Leca vicario di Guagno, e della sua nepote.

36.Parole storiche.

36.Parole storiche.

37.Padre di Napoleone, morto a Mompellier.

37.Padre di Napoleone, morto a Mompellier.

38..... tua murmura flumenExagitat memori sacros in corde dolores:Tempus enim relego, quo fortia corpora volvensExuviasque virum, suffusa cruore, repressitUnda pedem refluens panditque cadavera coeloArma fusa vadis et adhuc removentia tabemVulnera — Tunc animas heroum rite vocamusMultaque cum gemitu memorantes, multa precantesDigredimur...Vir nemoris.Poema côrso.

38.

.... tua murmura flumenExagitat memori sacros in corde dolores:Tempus enim relego, quo fortia corpora volvensExuviasque virum, suffusa cruore, repressitUnda pedem refluens panditque cadavera coeloArma fusa vadis et adhuc removentia tabemVulnera — Tunc animas heroum rite vocamusMultaque cum gemitu memorantes, multa precantesDigredimur...Vir nemoris.Poema côrso.

.... tua murmura flumen

Exagitat memori sacros in corde dolores:

Tempus enim relego, quo fortia corpora volvens

Exuviasque virum, suffusa cruore, repressit

Unda pedem refluens panditque cadavera coelo

Arma fusa vadis et adhuc removentia tabem

Vulnera — Tunc animas heroum rite vocamus

Multaque cum gemitu memorantes, multa precantes

Digredimur...

Vir nemoris.

Poema côrso.

39.Caracalla a Papiniano dopo il fratricidio di Geta.

39.Caracalla a Papiniano dopo il fratricidio di Geta.

40.Nonna.

40.Nonna.

41.Fortuna.

41.Fortuna.

42.Un poco.

42.Un poco.

43.Cucire.

43.Cucire.

44.Povero.

44.Povero.

45.Gonnella.

45.Gonnella.

46.Sopraffino.

46.Sopraffino.

47.Villaggio d'oltramonti.

47.Villaggio d'oltramonti.

48.Procoi-poderi.

48.Procoi-poderi.

49.Freno o rocca infioccata. Vedi il vocero di Lella Campana.

49.Freno o rocca infioccata. Vedi il vocero di Lella Campana.

50.Scorta di cavalieri che conduce la sposa a casa lo sposo.

50.Scorta di cavalieri che conduce la sposa a casa lo sposo.

51.Con sussiego.

51.Con sussiego.

52.A suono di cornamusa gonfiata.

52.A suono di cornamusa gonfiata.

53.Villaggio su quel di Sartene.

53.Villaggio su quel di Sartene.

54.Travata: serraglio.

54.Travata: serraglio.

55.Un secchio di latte rappreso.Questa canzone è ricavata dalla raccolta dell'egregio vecchio consigliere S. Vitale, testè morto, che qui rammento per onoranza e per affetto.

55.Un secchio di latte rappreso.

Questa canzone è ricavata dalla raccolta dell'egregio vecchio consigliere S. Vitale, testè morto, che qui rammento per onoranza e per affetto.

56.Chine,line,quinesono rimaste parole vive nel dialetto Côrso per l'odio, che ha la nostra lingua contro le stroncature; echinamontesi usa in Toscana dai contadini: i cittadini parlano, e gli scrittori dei diari per ordinario parlano e scrivono una lingua senz'altro tersa, ma non però italiana.

56.Chine,line,quinesono rimaste parole vive nel dialetto Côrso per l'odio, che ha la nostra lingua contro le stroncature; echinamontesi usa in Toscana dai contadini: i cittadini parlano, e gli scrittori dei diari per ordinario parlano e scrivono una lingua senz'altro tersa, ma non però italiana.


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