Chapter 6

Nell'ultima scena si vede l'inferno stesso, colle fiamme rappresentate da fuochi di bengala,e in mezzo ad esse Don Giovanni quasi nudo, incatenato, coi capelli irti, sdraiato per terra e tormentato da alcuni diavoli, ministri della inquisizione infernale. Il dannato urla: «Sono già mille anni che soffro! Non c'è proprio più salvezza?» E i diavoli tra le quinte rispondono: «Nessuna! Nessuna!» Scende la tela. Questa è la riduzione del Don Giovanni ad uso del popolo. Essa non tende che all'effetto morale; tutta l'allegria e lo spirito sono scomparsi, e Ravanello è diventato una figura insignificantissima, poichè i lazzi, con cui comincia, cessano alla metà del dramma.

Sapevamo che in questo teatro Emiliani si rappresentavano anche di tanto in tanto tragedie, e non ci siamo voluti privare del piacere di assistere alla recita della più commovente, forse, fra le tragedie italiane, laFrancesca da Rimini. Il famoso episodio dantesco non ha ispirato soltanto pittori, ma anche poeti, molti dei quali tentarono portarlo sulle scene, quantunque poco si presti all'effetto drammatico. Byron stesso dice nei suoi diarii di aver pensato a prendere laFrancesca da Riminiad argomento di una tragedia. E' un peccato che non lo abbia fatto, perchè, quando anche non avesse prodotto opera adatta ad essere rappresentata, era tal poeta da scrivere cosa stupenda. La grande semplicitàdell'azione rende disagevole lo sviluppo drammatico, e richiede un sommo poeta che senta e sappia parlare il linguaggio delle passioni. Silvio Pellico fu l'unico che fino ad un certo punto vi sia riuscito. Nella suaFrancesca da Riminil'azione si svolge bene; i caratteri sono nobili e ben disegnati, quantunque non sia grande l'effetto drammatico. Essa è ritenuta opera classica in Italia, e viene rappresentata tanto nei grandi che nei piccoli teatri. In questi giorni era rappresentata contemporaneamente qui in Roma in due teatri: al Valle integralmente, ed in quello Emiliani ridotta a parodia.

Andiamo a quest'ultimo. Gli attori recitano in dialetto romanesco, cioè nel più puro linguaggio dei Trasteverini. Francesca da Rimini è travestita, o per dire più esattamente, è ridotta trasteverina. Sarebbe come se si recitasse l'Ifigeniadel Goethe in basso tedesco, o ilFaustnella traduzione in lingua volgare fiamminga del Bleeschauer. Da noi non sarebbe possibile fare una caricatura di una tragedia classica; non sarebbe possibile trovare un teatro, per quanto piccolo e meschino, che si arrischiasse a presentare al pubblico, ad esempio, laMaria Stuarda, ridotta a parodia. Le tragedie da noi non diventano ridicole che qualche volta, quando sono male rappresentate;ma non vengono mai ridotte tali a bella posta.

Nel teatro di piazza Navona tutto contribuiva a rendere lo spettacolo ridicolo: il dialetto adoperato dagli attori, ed il loro modo già per sè stesso deficiente di recitare, particolarmente della Francesca. Recitando seriamente le parti loro in quel dialetto ridicolo, convertivano, per così dire, il coturno in pantofola e rassomigliavano ai personaggi di Piramo e Tisbe.[50]Il vecchio Guido da Polenta si era fatto una gobba, e recitava come un folletto con brache di velluto e in maniche di camicia. L'infelice Francesca aveva un aspetto esuberante di salute, da fare invidia a qualunque serva o campagnola. Lanciotto e Paolo sembravano due volgari attaccabrighe. Tutti però declamavano con grande serietà, seguendo l'originale passo passo, i pensieri elevati della tragedia non erano soltanto voltati in dialetto, ma trasformati nel senso non meno che nella forma. Era sempre la stessa tragedia, ma ridotta, in forza del diritto del carnevale, a una farsa. Anche Melpomenesi era in certo modo mascherata, facendosi i baffi col carbone.

Lo straniero che non capisce la differenza fra la lingua italiana ed il dialetto trasteverino, non ride che per la parodia dei modi tragici; ma il romano ride pure pel dialetto. E' un divertimento di carattere tutto locale. Quando il vecchio sire di Ravenna disse, per esempio a Francesca: «Statte mosca» l'ilarità fu generale e rumorosa. Domandai ad un giovanetto seduto presso di me, che era convulso dal gran ridere, la ragione di tutta quella ilarità: «Mosca» mi rispose, vuol dire «zitto» in trasteverino.[51]Invece di niente i trasteverini dicononientaccio, ed anzi le terminazioni inaccioed inucciosono caratteristiche del loro dialetto, e non mancano mai di eccitare le risa. Questo dialetto, come buona parte dei dialetti italiani, aggiunge volentieri in fine la particellaneed ama raddolcire le finali inareedire, dicendoandane,partine, in vece diandare,partire. Sostituisce parimenti volentieri larallal, dicendo, ad esempio,der teatroinvece didel teatro.[52]Del resto, anchel'espressioni erano ridotte a forma volgare. Lanciotto, per esempio, dice una volta a Paolo: «Bada; ti voglio triturare come un salame». La tragedia di Silvio Pellico termina coi versi:

«basta, onde tra pocoInorridisca al suo ritorno il sole».

«basta, onde tra pocoInorridisca al suo ritorno il sole».

che in dialetto diventano: «venga al suo ritorno la tremarella al sole». Il passo di Dante, in cui Paolo e Francesca narrano che leggevano la storia di Lancillotto e di Ginevra, fu tradotto «noi leggevamo un giorno la bella storia di Chiarina e di Tamante» che è una canzone côrsa, diffusa per tutta Italia, e che si vende, stampata su foglio volante, su tutti i muriccioli. «Che cosa direbbero mai Dante e Silvio Pellico, domandai a un mio vicino, se potessero vedere la loro favola ridotta a questo modo, su queste scene?». Il vicino mi fissò meravigliato e quando parve avesse capito il mio pensiero: «Eh, rispose, si vuol ridere!» E invero, ho vedute poche cose più ridicole della scena, in cui Lanciotto uccide Paolo e Francesca; nella quale mentre sono entrambi già stesi a terra, Paolo dice all'amante «Checca! Perdono!.. Ohimè, essa è crepata,ora devo crepare anch'io!» e il sire di Ravenna gobbo, in maniche di camicia e brache di velluto, avvicinandosi ai cadaveri esclama: «Non più sangue, perchè non venga la tremarella al sole!». Cala la tela.

Si può assistere al teatro Emiliani anche allaMedeain dialetto romanesco, od aDidone abbandonata, in cui Enea, come fondatore favoloso di Roma, lusinga il popolo coi ricordi eroici. Di ciò basti, ma perchè il lettore possa farsi un'idea del dialetto trasteverino, do qui il principio del cartellone del teatro:

TEATRO EMILIANI

in Piazza Navona

INVITO STRASORDINARIO

Per la sera der giorno de Giuvedine 27 Gennaro der mille ottocento cinquantatrene. A Benefiziamento della prima donna Pantomimica assoluta Marietta Descarsi. Si rappresenterà come dice il cartellone, Purcinella Impicciato in tra' una Mucchia de sorci dopo na nova pantomimica tutta de spettacolo, fadica d'un regazzino granne de 5 anni e questa se chiama Er Naufragiamento de Tom-Pusse.Nella Camerata lunga si darà la stessa sera di nuovo il primo dramma, poi un «Balletto in punta e tacco» quindi il Capo d'Opera der Sor Pietro Metastasio «Didone abbandonata», infine la Pantomimica e balletto. Perciò, conchiude il cartellone, venite e ridete e fate ridere anche l'attrice, di cui è oggi la beneficiata, ed essa vi darà per rincompensa «tutto quello che tié chiuso nder petto».

Per la sera der giorno de Giuvedine 27 Gennaro der mille ottocento cinquantatrene. A Benefiziamento della prima donna Pantomimica assoluta Marietta Descarsi. Si rappresenterà come dice il cartellone, Purcinella Impicciato in tra' una Mucchia de sorci dopo na nova pantomimica tutta de spettacolo, fadica d'un regazzino granne de 5 anni e questa se chiama Er Naufragiamento de Tom-Pusse.

Nella Camerata lunga si darà la stessa sera di nuovo il primo dramma, poi un «Balletto in punta e tacco» quindi il Capo d'Opera der Sor Pietro Metastasio «Didone abbandonata», infine la Pantomimica e balletto. Perciò, conchiude il cartellone, venite e ridete e fate ridere anche l'attrice, di cui è oggi la beneficiata, ed essa vi darà per rincompensa «tutto quello che tié chiuso nder petto».

Dante nel suo libro «De vulgari eloquentia» chiama il dialetto romano il più brutto dei dialetti d'Italia.[53]

I due teatri di burattini di piazza Montanara e di S. Apollinare sono col teatro Emiliani le scene veramente popolari di Roma, che hanno carattere locale. Conviene aggiungervi nell'inverno il grande teatro Alibert[54]per l'opera, ed in principio della bella stagione il teatro popolare che occupa gli avanzi del mausoleo di Augusto.[55]Gli altri teatri non hanno carattere locale; soltanto quello Capranica, che sta nella piazza di fianco al collegio dello stesso nome, può essere considerato come teatro di transizione fra quelli popolari ed i teatri seri. Vi si recitano tragedie, commedie, drammi, azioni spettacolose, opere, pantomimee balli di ogni genere. Le parti giocose vi sono sostenute dallo Stenterello, specie di buffone toscano senza maschera caratteristica, che quantunque giocoso sostiene qualche volta pure parti di una tal quale serietà. Egli può dirsi il Pulcinella di tutta l'Italia superiore e centrale, e lo si vede anche ogni tanto al teatro Emiliani a fianco di Pulcinella stesso. Per un teatro popolare toscano un buon Stenterello è indispensabile, quanto un buon tenore od una buona prima donna per un teatro d'opera. I cartelloni teatrali non mancano mai di aggiungere, ai titoli delle produzioni rappresentate, le parolecon Stenterellocome si aggiungono a quelli dei teatri di burattini le parolecon Pulcinella.

Oltre il teatro Capranica, vi sono in Roma i teatri Torre Argentina, Valle, e Tordinona detto anche Apollo; quest'ultimo è dedicato particolarmente all'opera in musica; nell'ultimo inverno vi si dava ilTrovatore, opera nuova del Verdi. Il teatro Valle è il più grande fra quelli in cui si recitano tragedie e commedie; da Pasqua vi recita ed entusiasma il pubblico che preferisce la tragedia, una buona compagnia torinese, di cui è principale ornamento la distinta signora Ristori. Vi si recitano spesso, come in Germania, traduzioni dal francese, qualchevolta anche drammi di Kotzbue e raramente produzioni di Goldoni, di Silvio Pellico, e più raramente ancora dell'Alfieri, troppo inviso alla censura papalina. Tutti questi teatri non rientrano nella sfera di questi cenni sui costumi e sulle cose di Roma.[56]

Ma è ormai tempo di calare il sipario e di riporre tutti questi fantocci entro le loro scatole. «Nella commedia, come in questo mondo, dice Don Chisciotte, recitano imperatori, papi e cento altri personaggi; ma quando si arriva alla fine, quando scompare la vita, giunge la morte che spoglia tutti degli abiti e dei costumi dai quali si riconoscevano e si differenziavano; nella fossa tutti sono uguali».

Ed ora, lettori miei, voglio presentarvi un personaggio romano, che sta esposto rigido e morto sul suo letto di parata fra le torce che ardono, contemplato avidamente a bocca aperta da numerosa folla, particolarmente di popolani, che non osavano innalzare i loro sguardi verso di lui, mentre era vivo e che si levavano timidi e rispettosi il cappello quando passava nella sua carrozza di gala. Era un cardinale, ora giace in una sala del palazzodella Consulta, steso sul letto funebre rivestito delle sue principesche vesti rosse. Che meschino apparato per un uomo che governò lo Stato romano, ed il cui nome fu congiunto agli avvenimenti più grandi della storia contemporanea! La sala è piccola e non è delle più pulite. Le stoffe di seta nera del letto funebre sono vecchie, logore, macchiate, rappezzate in più punti, e di certo hanno già servito a più di un cardinale. Ardono due ceri, un sacerdote ritto contro un leggìo recita le preghiere per i morti. La folla entra ed esce; nella maggior parte sono operai, donne e ragazzi, che contemplano con indifferenza il viso livido del cadavere, che rammenta una colonna rotta, di porfido rosso, di un qualche tempio antico. La testa è voluminosa, marmorea, con pochi capelli bianchi; i suoi tratti denotano una volontà ferrea e una rassegnazione tranquilla. Poco mancò che si posasse nel 1846 su questo capo la tiara pontificia, oggetto delle sue lunghe speranze; quando morì Gregorio XVI, nessuno dubitò della elezione a Sommo Pontefice di questo rinomato uomo di Stato, ministro di Gregorio, arcivescovo di Genova, gran priore di Malta, abate di Farfa, antico nunzio pontificio a Parigi, molti dei cardinali erano sue creature, il suo partito a Roma era esteso e potente;radunatosi il conclave, alla prima votazione raccolse la maggiore quantità di voti. Egli non dubitava affatto della sua elezione e, tranquillo sul suo esito, già pensava al nome che avrebbe assunto. Ma l'elezione al papato è come una lotteria; a questo cardinale toccò un biglietto bianco. Un sacerdote che aveva bussato un giorno alla sua porta a Genova, chiedendogli protezione e appoggio, il povero conte Mastai Ferretti ottenne la tiara pontificia, ed il vecchio Lambruschini si dovette inginocchiare innanzi a lui, e baciare i piedi di Sua Santità. Ora è qui esposto Lambruschini, il genovese altero, inflessibile, che non aveva mai ceduto a nessuno, che aveva regnato per Gregorio: uomo di grande energia, di natura dispotica, di un rigorismo monacale, inaccessibile a tutte le passioni umane, preoccupato unicamente della signoria della Chiesa, uno dei pochi superstiti del tempo antico, della vecchia scuola. Vide cinque papi sulla cattedra di S. Pietro, il sesto gli tolse la tiara. A quali solenni avvenimenti non aveva egli assistito dalla rivoluzione francese a quella di Roma del 1848! Quante persone, imperatori, re, principi regnanti e spodestati, non aveva conosciuto! Invecchiato nel culto della teocrazia, promotore indefesso dello assolutismo della Chiesa, gli era toccatoassistere all'ultima rivoluzione che Pio IX stesso aveva provocato colle riforme; decrepito, sull'orlo della tomba, aveva dovuto fuggire da Roma come un malfattore. Lo avevo visto molte volte nelle solennità della Chiesa, accasciato per gli anni, incurvato, tremante, dignitoso come un patriarca, seguire vacillante la processione, o entrare nella cappella Sistina. Tutti gli occhi erano rivolti su di lui, e la folla mormorava «Quello è Lambruschini!» Ed ora il mendicante cencioso, il povero operaio, lo contemplano sul suo catafalco, e ripetono franchi e liberi da ogni timore: «Ecco Lambruschini!» Ora giace là, oggetto indifferente, estraneo al mondo, alla storia, fantoccio ormai dimenticato che ha sostenuto la sua parte, e che deve cedere il posto ad altri. Tutta questa pubblicità, questa esposizione di un cadavere, ha qualche cosa che incute terrore, e mi spingeva quasi a rivolgere un ultimo discorso al defunto cardinale, mentre stavo pensando al suo grado eminente, alla sua grande attività, alla sua vecchiaia, e contemplavo con rispetto la sua salma.

Ma chi si dà pensiero della vita o della morte d'imperatori, re, papi, cardinali, o di qualsiasi altra persona, qui in Roma? In mezzo a tutte queste grandi rovine della storia universale, tutto quanto in altri luoghisarebbe grande, solenne, qui diventa piccolo, meschino, come una rappresentazione di marionette; poichè qui impera quasi un tanfo di porpora e l'aria è come impregnata di nomi d'imperatori e papi defunti.

Proseguendo a passare in rivista questo mondo di fantocci dove dovrò condurre i miei lettori? Sul Corso, dove pendono da ogni finestra tappeti rossi gallonati d'oro; dove mille belle donne sorridono dai balconi, gettando un nuvolo di fiori, che cadono a terra come quelli della pianta di pesco, quando il venticello di primavera agita i suoi rami. Rechiamoci alla chiesa di S. Antonio presso le terme di Diocleziano, dove si dirigono in lunga fila cavalli bardati in varie fogge, dove potremo ammirare le carrozze del papa e la sua bella mula bianca, e lo stupendo equipaggio del duca Boncompagni-Ludovisi tirato da sedici cavalli, che l'abilissimo cocchiere guida da solo stando in serpa.[57]Ma tutto questo attrae meno folla che la comparsa meravigliosa delgrasso lucido.

La nostra attenzione però si concentra su quella lunga fila di persone che camminano solennemente a due a due, e chesembrano tuttora appartenere al medio evo come altrettante figure dipinte da Giotto, dal Ghirlandajo, o da Sandro Botticelli. Tutti questi uomini, vestiti di una lunga tonaca rossa, hanno la testa coperta da un cappuccio a punta, che scende fino a ricoprire anche la loro faccia, con due aperture per gli occhi; camminano tutti a piedi scalzi. Hanno i lombi cinti da un cilicio, alcuni portano croci, ma i due spettri rossi che aprono la marcia portano in mano teschi umani e ossa di morto.[58]Mormorano preci camminando. E' la compagnia dei Sacconi rossi; la loro figura è proprio bizzarra, e riconduce ai tempi antichi. Ma vi sono anche confraternite di altri colori, e passeggiando la sera per Roma è facile imbattersi in cortei funebri, nei quali i fratelli portano cappuccio nero, o celeste, e sono vestiti di bianco o di giallo. Queste figure si possono vedere ogni giorno per Roma, e quando s'incontrano nei quartieri più deserti e più antichi della città, come le regioni Monti, Campitelli, o in Trastevere, o soltanto quando i cappuccini precedono il feretro colle loro tonache color tabacco, colle loro barbe inargentate, portando un cero acceso, preceduti alla lor voltadalla croce, le piazze e le strade deserte della città assumono un aspetto indicibile di morte e di malinconia.

Il culto di Roma, anzi tutta la vita interna della città, ha il carattere di una processione; e questa è davvero la città delle processioni. E quando non si fanno processioni, che cominciano principalmente nei mesi di maggio e di giugno, vi sono altre comitive che vanno a due a due per le piazze della città, e danno loro un aspetto solenne. Osservate: sono ragazzine che camminano processionalmente, guidate e dirette da monache. Sono vestite di nero con un fazzoletto bianco al collo, portano una cuffia bianca con nastri neri; precedono le più piccine, quindi in linea crescente arrivano giovani dai diciotto ai venti anni. Sono allieve di un istituto, che vanno alla passeggiata. S'incontrano con una camerata di giovanetti, pur essi condotti a passeggio guidati da preti. Anche questi camminano a due a due, disposti del pari in linea crescente. Vestono abito nero, portano il cappello a cilindro anche i più piccoli, e questa schiera di trenta a cinquanta ragazzi, vestiti in questo modo severo, che li fa sembrare nani invecchiati, produce un'impressione che eccita l'ilarità. Quando s'incontrano questi ragazzi neri con quelle ragazze nere, si lancianoa vicenda sguardi pieni di desiderio; ma si passano a fianco senza dir parola. Poverini! Non parlano, non odono, sono sordomuti gli uni e le altre, e soltanto a segni possono comunicarsi i loro pensieri.

Sarebbe impossibile enumerare tutte le corporazioni e le comunità che s'incontrano per Roma, procedenti così due a due, nella loro uniforme. Sono centinaia, in questa città, le provincie del socialismo clericale, centinaia i falansteri ecclesiastici, da superare la fantasia di Goethe o di Fourier.

Ecco, compare un'altra comitiva di giovani vestiti di una specie dicaftanalla turca, col colletto diritto, filettato di rosso, fra loro vi sono due mori, e molte faccie olivastre, abbronzate, parlano tutte le lingue dell'Europa, dell'Africa, dell'Asia; parlano il cinese, l'indostano, il persiano, l'abissino, il copto, le lingue del Malabar e dell'Orange: sono allievi del collegio di Propaganda, futuri missionari. Questi altri invece che s'avanzano, dalla capigliatura bionda e dall'abito tutto rosso, parlano tutti tedesco; sono allievi del Collegio germanico.[59]Ed ecco ancora altri collegi dalle vesti turchine, nere, bianche, sono inglesi, scozzesi, allievi del Collegio Nazareno,o dell'altro dei nobili. Chi li potrebbe nominar tutti?

Intanto questograsso lucidoche ci ha sempre seguito e accompagnato, vuole oramai che si parli di lui; deve però avere ancora un tantino di pazienza, perchè abbiamo da vedere ancora un altro spettacolo curioso. Venite meco, o lettori, sulla piazza di S. Giovanni in Laterano, e ricordate che siamo nello splendido mese di giugno; qui deve svolgersi una gran processione: vi saranno tutti gli ordini religiosi, innumerevoli confraternite, parecchie belle ragazze con coroncine d'argento in capo, e abiti che non sono cuciti, ma tenuti insieme unicamente a forza di spilli come un mosaico;[60]vedrete croci gigantesche oscillare nell'aria, non sostenute dagli uomini che le portano, ma che si appoggiano soltanto su di una borsa di cuoio che i portatori recano sul petto, e ciò malgrado son maneggiate con tale destrezza che ogni giocoliere invidierebbe.[61]Questa processione sterminatapasserà in mezzo all'ospedale di S. Giovanni tra una fila di letti, sui quali sono donne e ragazze malate, che riceveranno la benedizione. Avete visto o sentito mai, lettori miei, nulla di simile? Ragazze ammalate che ricevono visite non solo dai loro cari, ma dal popolo romano, da tutti i Quiriti? Le porte dell'ospedale sono aperte, dovunque sono fiori e fronde, alabardieri svizzeri stanno impalati sulla soglia imponenti e rossicci come garofani o gigli rossi, ma a nessuno è vietato l'ingresso: entrano le persone a centinaia; entriamo noi pure. Qual vista! Dove siamo mai? Passiamo pian piano, non ci è permesso fermarci presso i letti. Osservate, quanto è bella e ariosa la corsia, con quanto gusto è decorata! Oggi la malattia celebra la sua festa e prende in prestito dalla salute belletto e ornamenti, poichè in questa Roma tutti vogliono fare la loro comparsa almeno una volta, tutti avere la loro festa, la gente ricca e felice, i mendicanti, gli storpi ed anche i morti. Guardate la doppia fila di letti, come sono puliti e bianchi, come sono ornati di tappeti rossi, gallonati d'oro e di fiori artisticamente disposti. Ogni letto pare una poesia di Matthisson, o di Geibel. In ognuno sta seduta o coricata languidamente una ragazza o una donna, vestita di lini candidi come la neve. Moltehanno l'aspetto aggravato, ma molte appariscono più belle per la malattia. Osservate quella ragazza, come la sua fisonomia è trasformata dalla convalescenza, e come splende pel fascino incontrastabile della debolezza; i suoi occhi nerissimi scintillano come illuminati dalle reminiscenze. Non tarderanno a riacquistare tutto il loro splendore. Vorreste arrestarvi, o miei lettori? Ma non è permesso; ai piedi di quel letto, custode dell'onore, sta un giovane soldato armato di fucile, tal quale come se fosse di sentinella ad una polveriera. E là, dove sta seduta quella ragazza, cui l'ardore della febbre imporpora le gote e i cui sguardi si perdono quasi vaganti nello spazio, là siedono le vecchie infermiere, vestite di giallo, simili alle Parche. Usciamo, usciamo, che questa stanza è più pericolosa della stessa malaria, al lume di luna. Potrete ora dire di avere visto una scena di spedale, di questa singolarissima città di Roma.

Come potremmo intanto sfuggire algrasso lucido! Ecco un circolo di persone, in una strada qualunque, dal cui centro sorge una voce che declama. Andiamo a quella volta, che cosa troviamo?Il legittimo grasso lucido.Scorgiamo sull'angolo di una casa un cartellone rosso, attaccato or ora: ci affrettiamo a leggerlo; che cosasarà mai?Il legittimo grasso lucido.Siamo seduti al caffè Ruspoli, un ragazzetto s'aggira per le sale, offrendo un foglietto agli avventori. Che cosa vi sta scritto?Il legittimo grasso lucido.Questolegittimo grasso lucidoha dunque esso pure un diritto incontestabile di attirare a sè l'attenzione generale, e certo non è poco merito l'aver inventato, nell'anno 1850 dalla nascita di Cristo, una vernice lucida; che non contiene nè vetriolo, nè alcun'altra sostanza corrosiva, e che non solo ammorbidisce in sommo grado qualunque cuoio, ma possiede per di più la virtù di aumentarne la durata in modo incredibile e meraviglioso. Una tale invenzione è degna di esser esposta al pubblico, ai piedi dell'obelisco, in faccia al Panteon. Stanno là, presso un tavolo coperto di scatolette di latta, contenenti la preziosa vernice, due oratori popolari che parlano per ore intere, con un fiume di eloquenza che mai non si arresta nel suo corso, della eccellenza delgrasso lucido. Se si desse al più grande fra tutti i filosofi l'incarico di dire qualcosa in lode di un lucido da scarpe, in due minuti avrebbe finito; ma quest'uomo con un abito unto e con un panciotto di velluto, che sembrano anch'essi coperti di grasso lucido, parla ore intere senza mai fermarsi, sulle materie che compongono ilgrassolucido, sui suoi pregi, e non divaga mai dal suo tema; trova sempre nuovi argomenti, nuove idee, nuove immagini, riferentesi algrasso lucido, e al rapporto che ha con l'economia domestica, con la civiltà umana, con le varie specie di corami, col tempo, con la temperatura, col sole, con le stelle, con la sua influenza sull'anima umana.

Fin dalla prima mezz'ora cadono le bende dagli occhi degli uditori, cominciano quasi a persuadersi delle specialità, dell'eccellenza delgrasso lucido; a poco a poco giungono a capirne l'immensa importanza, e, quasi quasi, non riescono a spiegarsi come abbiano potuto vivere fino a quell'istante privi di quel ritrovato sublime. Intanto l'oratore continua a spolmonarsi. Gorgia, Protagora e Carneade non hanno mai vantato tanto la giustizia, quanto egli ilgrasso lucido. Meriterebbe che si istituisse nella Università di Padova una cattedra, dalla quale potesse parlarneex professo; egli si dà già per professore e membro di parecchie accademie scientifiche, come pure il suo collega; e additando questo, avverte che il signor professore ha scritto non meno di undici volumi intorno algrasso lucido. «Non è vero, professore, che hai dimostrato nel tuo decimo volume, che questo insuperabilegrasso lucido, unicoin Europa, possiede la proprietà di ammorbidire il più duro cuoio di bue, e di renderlo soffice come un velluto?». Il professore risponde di sì e siccome l'altro è rauco, e non può ormai più continuare, comincia a sua volta a vantare i pregi dell'incomparabile specialità.

Dimostra in primo luogo in che consista ilgrasso lucido. «Si vorrà sostenere, egli dice, che questograsso lucido, contiene sali alcalini, sostanze corrosive. Ora domando io, credete voi che un uomo vivente possa trangugiare impunemente del vetriolo? Credete voi davvero che un uomo possa mangiare acido solforico? Ebbene, voglio darvi una prova convincente; mangerò alla vostra presenza questograsso lucido, esso non mi ucciderà, non mi darà alcun disturbo, ma al contrario mi procurerà la stessa soddisfazione che potrebbe darmi la polenta più squisita». Detto fatto, il professore trangugia una discreta quantità digrasso lucido, dopo di che l'uditorio rimane profondamente scosso e persuaso che ilgrasso lucidocerto non contiene vetriolo. «Compratelo dunque, urla il grande filosofo, approfittate di questo solo e unicograsso lucidoeminentemente economico, indispensabile e innocuo. La scatoletta non costa che tredici baiocchi. Ma che ho detto? Tredici baiocchi?Sono dodici! Guardate! Anzi ve la do per dieci!».

E per dimostrare che il grasso rende lucida qualsiasi sostanza, agguanta un pezzo di carta e lo vernicia con singolare destrezza, e con un sorriso di compiacenza; afferra quindi un giovinotto, e sempre declamando e gesticolando gli lustra una scarpa. Il giovane è raggiante di soddisfazione, quasi non è ancor persuaso della fortuna toccatagli, poichè non gli è accaduto mai, dacchè è al mondo, di avere una scarpa lucida. «Vedete, dice il professore, questa scarpa pareva poco fa la scarpa di un porco, ora riluce come l'argento; un bambino appena nato potrebbe ridurla così, senza la menoma fatica». Il giovinetto se ne va con una scarpa lucidata e l'altra no, e non alza l'occhio per tutta la strada dalla sua scarpa lustra, come se volesse specchiarsi nella sua felicità.

Questa rappresentazione delgrasso lucidoci mette in grado di frequentare la buona società, e di andare anzi ad una festa da ballo.

Questa non si darà nè presso il duca Torlonia, nè in casa del duca Braschi; ma sarà più interessante e più degna di osservazione che non un ballo in appartamenti principeschi e nei costumi dell'epoca di Luigi XIV. Sarà il così detto ballo deimodelli, in una vasta e deserta sala di via Claudiana.[62]

Vi è in Roma una classe di persone, la cui vita è tanto strana e singolare, che potrebbe fornire ai novellieri migliori argomenti, che non la vita di quella Maria dei Fiori, e di quellegrisettesche la moderna letteratura francese innalzò a ideali della bellezza muliebre e al grado di muse della poesia. Le persone che troveremo a questo ballo sono modelli degli artisti, tanto uomini quanto donne, che hanno la triste sorte di dover stare parecchie ore della giornata nella immobilità più perfetta. Campano la loro esistenza in grazia delle belle e caratteristiche forme del corpo. Si presentano in tutti gli atteggiamenti possibili. Una ragazza rappresenterà oggi la Venere dei Medici, domani Diana, Arianna, la Madonna, una Baccante, la Maddalena, Psiche, una dea, una schiava, Miriam, una vestale; oggi sarà nuda, domani tutta velata; vestita dei costumi più ricchi e più svariati: ora da turca, ora da greca, ora da donna di Albano, o della campagna romana, o da antica romana. La povera creatura deve ridursi ad una specie di statua, il cui incarico è di rimanere quantopiù sia possibile immobile, nella posizione assegnatale dall'artista che la tratta quasi come un manichino, facendole muovere gambe e braccia, e tutto il corpo fino a che l'abbia ridotta a quella attitudine che desidera.

Oltre le grandi accademie, dove si tiene in giorni ed ore determinate la scuola di disegno, vi sono anche accademie private che provvedono modelli, e nelle quali si può avere accesso pagando una modica retribuzione. La più famosa è quella di Nicola di via Claudiana che ha una particolare abilità nel fare il modello, e nell'arte della rappresentazione plastica può gareggiare col migliore commediante.[63]

Una sala di disegno del modello offre uno spettacolo veramente nuovo e singolare; non l'avevo veduta mai nemmeno dipinta, e il vederla in natura, mi persuase che potrebbe dare argomento ad un bel quadro di genere. In una squallida sala il modello, sia uomo che donna, sta immobile come una statua, su di una specie di piedistallo. Intorno a lui seggono i disegnatori disposti ad anfiteatro, e talvolta salgono ad un centinaio, appartenentia tutte le nazionalità, francesi, inglesi, tedeschi, americani, polacchi, russi, danesi, belgi, italiani. Ognuno ha davanti a sè un tavolinetto e un piccolo lume, e copia il modello ora seduto, ora in piedi, di fronte, a tergo, di fianco; chi lo disegna a matita, chi col gesso, altri ancora all'acquerello, taluni addirittura da principianti, altri mediocremente, alcuni in modo eccellente. Gli uni lo disegnano tal quale è, gli altri lo abbelliscono, e quella specie di statua assume diversi caratteri, come uno scritto affidato a diversi copisti. Questa sala fa pensare ad una tipografia, dove ogni compositore, seduto, colla sua lampada innanzi, getta a capo chino il suo sguardo alternativamente sul manoscritto e sulla composizione. Nel vedere i movimenti simultanei di tutti quei disegnatori silenziosi, collo sguardo di continuo rivolto verso il modello che sorge immobile dal suo piedistallo come un idolo, mentre da una parte non è possibile trattenere il sorriso, dall'altra si prova compassione per quella povera creatura, bersagliata da continui ed incessanti sguardi, condannata a un supplizio di genere nuovo, quello di farsi vedere e lasciarsi disegnare.

Già da due ore la vittima si trova nella stessa posizione; la sua faccia è accesa; l'occhio infuocato, tutti i suoi lineamenti ela respirazione affannosa accennano a stanchezza. Che penserà mai quella statua vivente? Probabilmente a nulla. Di quando in quando spunta sulle sue labbra un sorriso, e si capisce che le chiude convulsamente per non prorompere in uno scroscio, che d'un colpo guasterebbe la sua posizione. Forse si sente ridicola; forse le sembrano stupidi e ridicoli tutti quei disegnatori; forse la fisonomia di uno scarabocchiatore biondo sembrò buffa alla giovane romana, ed eccitò la sua ilarità.

Il proprietario di quella sala dà in carnevale, in onore dei modelli, una festa da ballo, alla quale essi prendono parte in costume, e vi sono invitati gli artisti e i loro amici; anche gli stranieri possono procurarsi un biglietto d'invito.

Per avere un'idea delle danze nazionali dei romani, per vederle eseguite in tutta la loro varietà, in tutta la loro grazia, bisogna assistere ad uno di questi balli, offerti ai modelli. Lo spettacolo è reso ancor più attraente dalla varietà dei costumi, tra i quali primeggiano quelli della campagna romana, e i migliori sono quello di Albano, e l'altro così ricco di Nettuno. Anche l'orchestra, composta di mandolini e di tamburelli, ha carattere completamente nazionale. Anche d'ottobre si può vedere la gioventù romana eseguire nelle osterie enei campi le sue danze nazionali, perchè nel tempo delle vendemmie accorrono fuori delle porte, specialmente della porta Angelica, numerose brigate di ragazze e di giovanotti; e si possono vedere suonare il tamburello, e ballare alle falde di Monte Mario, sulle strade, o nelle osterie. Talora alla sera queste ragazze rientrano in città, cantando, e quando si vedono passare per le vie, talune con un tirso adorno di fiori, altre con fiaccole, cantando vivaci ed allegre canzoni si crederebbe di veder passare un corteo di Menadi o di Baccanti.

Entriamo ora nella vasta sala di via Claudiana che il proprietario ha decorato con particolar cura. Dalla volta pendono ghirlande di fiori, altre corrono lungo i muri, altre sostengono il lampadario. Non mancano strisce di carta d'oro e d'argento, nè numerose lanterne colorate. La decorazione ha qualcosa di campestre, il pavimento è nero come la terra, e per di più ineguale; i suonatori sono già al loro posto, coi loro strumenti, tamburelli e mandolini, le modelle stanno sedute presso le pareti, prosciolte questa volta dalla loro immobilità, anzi piene di vivacità e di brio. Molte vengono dal Corso, dove sono state, sedute sopra sedie date a nolo lungo i palazzi, a ricevere od a distribuire fiori. Le madri accompagnano le figlie, perchè tutte le modelleche hanno cura della loro reputazione, sono sempre accompagnate dalla mamma, anche quando vanno nelle accademie a posare.

La società è molto mista, perchè arrivano anche dal Corso numerose maschere di second'ordine, e la sala non tarda ad essere invasa da forestieri di ogni paese, che desiderano veder ballare le modelle. La decenza naturale, i modi piacevoli e disinvolti di queste povere ragazze sono davvero sorprendenti; la finezza naturale del popolo italiano si trova sempre e dovunque in tutte le classi della società; se questo ballo, in cui i modelli danzano con trasporto, durasse anche fino a giorno chiaro, lo spettatore non potrebbe mai sorprendere un atto meno che conveniente, o che, soprattutto, varcasse i confini della decenza.

Sono giovani allegre e piene di brio, che godono nel ballare; ed è un vero godimento ammirare la vivacità e la grazia dei loro movimenti, e vedere sui loro volti dipinta la gioia e la soddisfazione. Chi non avesse mai assistito ad un ballo nazionale nei paesi meridionali, o vi avesse visto solamente le feste del gran mondo, e le assurdità dei balli da teatro, non potrebbe fare a meno di prender viva parte alla mimica animata e vivace di uno di questi balli veramente popolari. La musica adatta dei mandolinie dei tamburelli, coi loro suoni alquanto striduli, la varietà dei costumi e dei colori, l'oro, il rosso, il verde, le belle e giovanili forme dei ballerini e delle ballerine, la distinzione e la nobiltà di quei profili romani, producono un effetto stupendo, e spesso l'intrecciarsi di tutte quelle figure, il loro volteggiare, cambiar posizione, apparire, scomparire, ricomparire, sempre con grazia, vivacità, e disinvoltura, danno l'idea di una scoltura fantastica in rilievo.

Si ballano varie specie di danze, tanto nazionali che straniere. Il ballo nazionale, prettamente romano, è il saltarello che vien ballato da una coppia sola di ballerini. Esso non si svolge in grandi linee; consiste piuttosto in piccoli movimenti molto rapidi, particolarmente della parte superiore del corpo. Possiede una somma vivacità mimica, ha qualcosa delle baccanti, è però meno aggraziato di un ballo saltato che si svolga in linee circolari.[64]Le ragazze ballano anche la polka che oramai ha conquistato tutto il mondo, e si provano pure nel waltzer strisciato, senza raggiungere però l'eccellenza dei tedeschi che si muovono in linee orizzontali, mentre in Italia, secondol'indole della danza nazionale, lo si salta. Il ballo tedesco è una danza comune a due persone, mentre il ballo italiano consiste piuttosto nell'esporre la bellezza delle forme del corpo, in una danza di due persone, l'una di fronte all'altra, ed è quindi più drammatico.

Intanto che le belle e giovani romane stanno ballando e facendo pompa delle loro grazie, andremo in fretta a vedere incendiare la girandola, affinchè tutte le svariate figure che abbiamo visto, e che ebbero principio colla danza dei morti, abbiano termine, come si conviene, con un fuoco d'artificio.

Una volta la girandola si incendiava al Mausoleo di Adriano, lo stesso giorno in cui s'illuminava la cupola di S. Pietro; ora invece la si incendia al Pincio, verso piazza del Popolo, sulla quale prospetta quella stupenda passeggiata. Dicono che da Castel S. Angelo l'effetto fosse migliore ed è molto probabile, perchè si poteva vedere da tutta la città; ad ogni modo, anche dal monte Pincio, è sempre uno spettacolo magico.

Appena da Castel S. Angelo vien dato il segnale con un colpo di cannone, tuonano le artiglierie sul Pincio, e la girandola come un'eruzione vulcanica, o un fiume di fuoco, si slancia fumando e sibilandodalla spianata che sovrasta la facciata del Pincio. Sorge da terra simile a un manipolo gigantesco di grano, o ad una pianta di palma, e fischiando, scoppiettando, sale verso il cielo che pare voglia ricoprire per metà. L'occhio, affascinato da tutto quel lampo di luce, non ha tempo di discernere i particolari; prima che si possa fissare, tutta quella mole di fuoco si trova di già al di sopra del capo di chi la sta osservando ai piedi dell'obelisco di piazza del Popolo; e mentre va dileguando, pare piovano miriadi di stelle dal cielo. Non è propriamente uno spettacolo, ma una vista subitanea e repentina di un'immensa fiammata, che in un batter d'occhio abbaglia e scompare, lasciando quasi l'impressione di una visione fantastica.

La girandola è scomparsa, una nuvola di fumo si dilegua lentamente sulla piazza del Popolo; le stelle splendono nuovamente nel cielo limpido e sereno e comincia dietro le piante del Pincio lo scoppio dei mortaretti, e dei petardi senza luce, quasi forieri di nuove apparizioni. Uno di questi ultimi scoppia dietro le sfingi di marmo, che stanno all'ingresso del Pincio, e mentre seguono ai colpi alcune scintille che salgono verso la nuvola di fumo, le sfingi cupe e misteriose sembrano esseri diabolici evocati dall'abisso. Ora un fuoco artificialeillumina la facciata di una chiesa gotica, o di un tempio, che sullo sfondo scuro dei pini assume l'aspetto di una creazione magica. Il tempio va scomparendo a poco a poco, ed allora scoppiano le bombe e si sprigionano razzi tinti in rosso, in violetto, in bianco, che si riversano in innumerevoli scintille, come pioggia di stelle. La piazza è continuamente illuminata da tutti questi serpenti di fuoco che salgono nell'aria, e in mezzo a questa luce, l'obelisco di Sesostri, dedicato un giorno al Sole nella lontana Eliopoli, sorge solitario offrendo alla vista i geroglifici della sua meravigliosa scrittura figurata. Le sfingi, l'obelisco orientale, i pini, i cipressi, le varie e molteplici statue del Pincio, le colonne rostrate, le fisonomie malinconiche degli schiavi daci col berretto frigio, Roma armata di lancia, e le tante altre immagini di marmo che ora compaiono, ora scompaiono in quella luce dubbia, sono un apparato eccellente, per produrre un effetto veramente magico. Tutto ad un tratto l'intera città è rintronata dallo scoppio di una bomba e dal fragore delle artiglierie, e appare immersa in un mare di fuoco ardente, la bella immagine di Roma eterna, che attraverso tutte le vicende della storia, mantenne sempre la sua maestà, a cominciare dalla prima invasione dei Galli ancorabarbari, fino all'ultima dei discendenti di questi.

Ecco ora un nuovo spettacolo sorprendente! Scaturiscono dai due lati del Pincio cascate di fuoco, onde fumanti, fosforescenti, che producono precisamente il rumore di una caduta d'acqua, e sono una riproduzione stupenda e naturalissima delle cascatelle di Tivoli. Anche queste scompaiono; ma continuano i razzi a stella, i fuochi d'artificio di ogni specie, di ogni forma, che riempiono l'atmosfera di luce, di fumo, dilettevoli a vedere; seguono ruote di fuoco, scintille, covoni fiammeggianti; tutto ciò strepita, sibila, rimbomba, tutta l'atmosfera è avvolta in un fumo infuocato e gli spiriti degli elementi sembrano migliaia di folletti di fuoco, draghi di luce, lucertole, mosche, lucciole, serpenti di fuoco che festeggino il più pazzo carnevale di streghe nell'aria, o che traversino il cielo.

E ora di nuovo silenzio e oscurità. Sono spenti gli ultimi avanzi della chiesa gotica sul Pincio, e comincia un altro spettacolo. Sorgono fra le piante del monte, fra i pini, i cipressi, gli allori, figure di animali, di pesci, che illuminate si innalzano lentamente, e si librano nell'aria sopra la porta del Popolo. Sono palloni volanti illuminati all'interno, che salgono ora isolati, ora a tre o quattro insieme; s'innalzano, scendono,vanno a destra e a sinistra; alcuni molto in alto, presso le stelle, altri si tengono pigramente in basso; così essi traversano l'aria smeraldina. Qua e là uno spirito dell'aria prende uno di questi pesci e lo porta lontano; qui un altro prende fuoco ed avvampa. Anche quest'apparizione scompare, tuonano ancora una volta tutte le artiglierie, ancora una piccola girandola di razzi; un ultimo colpo di cannone e tutto è finito.

Ma come è mai possibile ritornare a casa, rinchiudersi in una stanza oscura e malinconica, mentre la luna piena splende in quel cielo trasparente, e illumina della sua magica luce queste moli gigantesche della città eterna?

Bisogna girare per Roma, al lume di luna, evocando i morti che non tardano a sorgere tutti dalle loro tombe, imperatori e re, guerrieri e poeti, papi e tribuni, cardinali e nobili del medio evo, per rianimare tutte queste rovine.

Saliamo al palazzo dei Cesari, i cui ruderi giganteschi, colonne, archi, mura, sorgono dai cespugli. Abbiamo sotto i nostri piedi illuminato magicamente dalla luna, il Colosseo, simbolo della storia grandiosa di Roma imperiale, quasi gigantesca conca granitica, in cui sembra questa Roma abbia radunato tutto il sangue della storia universale;di fianco sorge l'arco di Costantino, limite di separazione fra il mondo pagano ed il Cristianesimo; più in là l'arco trionfale di Tito, limite di separazione fra il Giudaismo ed il Cristianesimo; dovunque lo sguardo si spinga, s'imbatte in rovine della storia, e tutto è silenzioso, tutto tace. Nelle rovine del palazzo dei Cesari non si ode che il grido della civetta. Quanti avvenimenti si avvicendarono in questi luoghi! Quante persone si aggirarono in queste sale imperiali! Augusto, Tiberio, Caligola, Nerone, Tito, Domiziano, gli Antonini, Eliogabalo, gli dei della terra ed i suoi demoni. Qui regnarono tutte le passioni; virtù e vizio, generosità, follia, saggezza, malizia infernale; qui si provarono tutti i sentimenti che cuore umano può albergare. Qui il mondo fu governato, torturato, sciupato, giocato in una notte. Qui regnarono persone di ogni età e di ogni sesso; vecchi e donne; uomini e ragazzi; schiavi ed eunuchi; qui tutti dettarono leggi. Ora tutto è morto e silenzioso, quando non si sente il grido della civetta che svolazza sotto le volte cadenti. Volgiamo lo sguardo alla parte opposta verso la città eterna; splendono migliaia di lumi, ma essa tace. Centinaia di cupole, di torri, di colonne, di obelischi s'innalzano verso il cielo azzurro, rischiarate dalla luna; di quando in quandosi sente il suono di una campana. Tranquillità magica, profonda, quasi il tempo stendesse su questa Roma un velo impenetrabile di silenzio e di pace.

Due colonne emergono nella notte da quel labirinto di case, sormontate da due statue di bronzo, che rappresentano i patroni della città, dopochè ne discesero gli imperatori. Sono gli apostoli S. Pietro e S. Paolo, che hanno preso posto sulle colonne di Antonino e di Traiano; il primo colle chiavi in mano come conquistatore del cielo, di cui può aprire e chiudere le porte; il secondo con la spada in pugno, come conquistatore della terra. Stanno questi due guardiani di Roma nel silenzio della notte, nella aerea loro dimora, dominando tutte le rovine e tutti i palazzi.

Forse stanno preparando una solenne allocuzione o una lode a Maria, perchè fra poco non saranno più soli a dominare Roma; a giorni sorgerà sopra una terza colonna un'altra figura, una bella vergine coronata di stelle sopra una mezza luna. Già si vede sulla piazza di Spagna l'antica colonna pagana sormontata da un casotto di tavole. Furono già poste le fondamenta e benedette solennemente; gli operai stanno di già lavorando a lustrarne il fusto, e gli artisti nei loro studi stan preparando la statuadella Vergine Immacolata che Pio IX vuole innalzare su quella colonna.

Roma l'8 dicembre 1854 assunse tutto ad un tratto l'aspetto di Nicea. Due cento cinquantacinque vescovi e prelati, convocati da tutte le parti del mondo, un popolo di vecchi, un'assemblea di patriarchi dell'orbe cattolico, uomini simili a Matusalem e Noè, vi si erano radunati. Ovunque si andasse, ci si aggirava come tra apostoli, padri della Chiesa e papi risorti. In quelle stesse strade che pochi anni prima brulicavano delle bandiere tricolori della libertà moderna, non si scorgevano più che le teste di Medusa antiche e canute dei vescovi della Spagna, del Portogallo, del Brasile, dell'Irlanda, dell'Austria, delle Indie, della Scozia, della Francia; si sarebbe potuto credere che per una magia il tempo fosse tornato indietro di alcuni secoli e fosse risorta la Roma del medio evo con un concilio lateranense.

Fu l'8 dicembre 1854 che Pio IX proclamò solennemente il dogma dell'Immacolata Concezione. Fu questa la conclusione gesuitica delle riforme del papa, una volta intellettuale e liberale. Su queste riforme del 1847 e sulla rivoluzione, cui diedero origine, sorgeranno quella colonna e quella Madonna, per insegnare ai postericome ogni cosa al mondo rapidamente si trasformi.

Fra non molto la Madonna di piazza di Spagna, di fronte al palazzo di Propaganda, terrà compagnia ai due apostoli, e molte cose avrà da raccontar loro e da lamentare con loro; poichè in ogni modo sarà anche essa la Madonna più recente, e in certo modo figliastra della rivoluzione. Ma dimenticavo la sorella maggiore di lei, che già sorge sulla più bella colonna di Roma, e che da due secoli e mezzo tiene compagnia ai due apostoli. E' questa la Madonna di S. Maria Maggiore, collocata sulla grandiosa colonna corinzia dell'antico tempio della Pace. Essa è figlia della restaurazione della religione cattolica, eretta nel 1614; una maestosa Madonna di bronzo, che fu spettatrice della guerra de' trent'anni. Quanto dovrà meravigliarsi, quando vedrà sorgere la giovane sua sorella in atto di implorar protezione!

Ho adempito ora al mio compito: avevo promesso ai miei amici di presentare loro una varietà di figure romane, le une più degne di attenzione delle altre; e ora non mi è possibile salire più alto, a meno che non voglia salire al cielo sulle ali degli angioli, e sulle nuvole, con quegli uomini e quelle donne che Pio IX ha santificati in questo stesso anno. Ma un tal volo d'Icaroè pericoloso; ci contenteremo di rimanere presso S. Pietro e S. Paolo, perchè anche la loro dimora aerea, in cima ad una colonna, è pur sempre più ferma e più sicura delle nuvole.

«Ma», mi domandava un amico, «che cosa ne pensate? verrà un giorno, in cui S. Pietro e S. Paolo scenderanno dalle loro colonne, e fuggendo per le porte di Roma, s'incontreranno nel Salvatore, che dirà loro: «Domine, quo vadis?» Quale pazzia fare una simile domanda! ma maggior pazzia sarebbe il rispondere. Poichè, diceva il savio Apollonio di Tiana, convien prestar fede a Sofocle, che ha detto stupendamente:


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