SIRACUSA(1855)

Il meraviglioso paesaggio siracusano mi apparve, la prima volta, mentre il sole volgeva al tramonto, illuminando il mar Ionio e la ricurva costiera fino ai monti d'Ibla, di quelle tinte calde che sono quasi un segreto e un prodigio del cielo siciliano.

Nessuna parola varrebbe ad esprimere le sensazioni che quella vista mi produsse io dirò soltanto che l'emozione che ne ebbi fu di molto superiore a quella che avevo provata sulla cima dell'Etna, di dove si scorgono tutta quanta l'isola, i tre mari che la recingono e, più lontano, le coste del continente italiano. La storia parla all'anima più che gli spettacoli della natura e l'uomo non vive che dimemorie. Giunsi a Lentini (Leonzio), patria del sofista Gorgia, seguendo la via di Catania e passando dinanzi alla deserta penisola di Magnisi—l'antica Tapso—e per il porto Trogilo.

Tra queste località s'innalza, per sessantacinque metri circa sul livello del mare, un vasto altipiano, dalla forma triangolare, e col vertice segnato dalla vetta del monte Eurialo. Su questo altipiano sorgeva l'antica Siracusa che si prolungava fino all'isola di Ortigia, congiungendo questa alla terra ferma per mezzo di una diga.

Oggi dal sommo dell'altipiano si vede l'isola con la povera Siracusa moderna, ai lati di essa i due stupendi porti e a tergo il capo Plemmirio: paesaggio classicamente severo, paragonabile soltanto alla campagna romana. Verso terra si aggruppano neri ed imponenti i monti d'Ibla ed ai loro piedi il mar Ionio, solcato una volta da vittoriose moltitudini di galee, s'inargenta di spume. Da tutti questi luoghi deserti e sassosi, dalle pianure ove crescono magri oliveti, dai ruderi da cui sbucano a frotte gli uccelli di rapina, dovunque si volga lo sguardo, sorgono in folla le memorie di tempi trascorsi, di generazioni distrutte, di una civiltà che originò tanti grandi avvenimenti storici. Dalla parte opposta appare il capo Plemmirio, anch'esso arido e pietroso e l'isola di Ortigia che formano i due bracci di quel porto che i Siracusani avevano sbarrato a Nicia con navi e con catene; in fondo l'Anapo scorre fra i suoi papiri; qualche capanna di pescatorebiancheggia su quella solitudine e niente più della maravigliosa corona di giardini e di ville che anticamente facevano superba la contrada.

Proseguii la strada deserta verso l'isola, osservando i numerosi sepolcri scavati nelle rocce ed i bizzarri accidenti di cave abbandonate. Vicino al piccolo porto si cominciano a vedere alcuni giardini e parecchie vigne, le quali forniscono il rinomato vino di Siracusa che una volta procurava molta ebbrezza a Gelone, a Yerone ed a Pindaro. Dinanzi all'isola s'innalza una colonna bellissima, unico avanzo di quella città ricca di industrie e popolata di un milione di abitanti.

Cercherò di dare un'idea approssimativa dell'antica città della Magna Grecia, descrivendola sul luogo. Essa era composta di cinque città; Cicerone non ne annoverò che quattro, poichè non tenne conto di quella parte superiore di Epipola, la quale non constava che di castella e di fortificazioni. Le cinque città erano pertanto: Ortigia (isola), Achradina, Neapoli, Tycha ed Epipola. Le ricerche di Fazello, di Cluverio e di Mirabella e quelle più recenti di Serra di Falco, permettono di assegnare a ciascuna città la propria località di un tempo e di precisare a quali edifici debbano riferirsi le rovine che ancora esistono.

L'isola di Ortigia ha, anch'essa, la forma di un triangolo, col vertice in direzione del capo Plemmirio. Presentemente vi è costruita tutta la moderna Siracusa e le fortificazioni la cingono di alte muraglie. Essa era la parte più vecchia della città ed anche la più importante per le sue tradizioni favolose. Artemio vi dimorò molto tempo e fu denominata Artigia, nome appartenente pure all'isola di Delo. Fu da prima abitata dai Sicani; quindi i Corinzi, sotto la guida di Archia, la conquistarono e edificarono Siracusa.

In Ortigia si trovano i monumenti sacri più antichi di Siracusa, fra i quali notevolissimi i templi di Giunone, di Diana e di Minerva. L'isola era validamente fortificata già sotto il primo Dionigi, che costruì sull'istmo un muro con torri e con un castello, nel punto ove prima sorgeva lo stupendo palazzo di Yerone. Da Dionigi furono pure innalzate le fortificazioni dell'isola e la darsena del piccolo porto, che dopo di lui ebbe nome di Porto Marmoreo. Ortigia in seguito subì parecchie e notevoli vicende: Timoleone atterrò la roccaedificata da Dionigi e vi costruì i tribunali; ivi egli stesso fu sepolto e presso la sua tomba fu edificato il Timoleonzio, ch'era un ginnasio per la gioventù. Quando però i Romani assediarono Siracusa, sull'istmo sorgeva di nuovo una fortezza.

Dell'antica Ortigia poche rovine oggi rimangono. La città moderna occupa tutta quanta l'isola. Essa fu, per le sue opere di difesa, compiute nei tempi bizantini e sotto i regni di Carlo V e di Carlo III di Borbone, una delle fortezze più possenti del regno delle Due Sicilie. Al vertice del triangolo s'innalza la torre del greco Giorgio Maniace, generale dell'imperatore Costantino Paflagonio, il quale, avendo tolto sul principio del secolo XI ai Saraceni Siracusa, edificò la fortezza. Sulla porta di questa collocò i due famosi arieti di bronzo, fusi al tempo di Diocleziano e più tardi trasportati a Palermo, nel palazzo reale, dove ancor oggi uno si trova, essendo stato l'altro consumato in un incendio.

Vicino a questa fortezza sgorga la famosa fonte d'Aretusa, che ha origine in due antiche grotte a vòlta. Visitando queste sacre fonti, si rimane fortemente impressionati nel vedere la quantità di mendicanti che ivi domandano l'elemosina, e la turba di donne seminude che vi guazzano dentro, in modo schifoso, offrendo l'acqua ai forestieri,vera parodia delle ninfe che un dì si tuffavano in quelle onde. Nel punto dove la fonte sbocca dalla grotta, tempo addietro fu costruito un semicircolo in muratura, nel centro del quale sorge un piedistallo che aspetta ancora la statua della ninfa. Mi fu mostrato non molto distante da terra l'Occhio della Zilica, una polla d'acqua dolce che sorge nel mare nel punto dove, secondo la leggenda, Alfeo raggiunse la ninfa fuggiasca.

La più bella rovina, non solo di Ortigia, ma di tutta l'antica Siracusa, è il tempio di Minerva, salvatosi da completa distruzione pel fatto che fu ridotto a tempio cristiano. Se ne ammirano ancora le ventidue colonne del peristilio; tredici a settentrione, e nove a mezzogiorno, quantunque miseramente rinchiuse nelle pareti della chiesa. Sono stupende colonne doriche, con magnifici capitelli di otto palmi di diametro e trentadue di altezza. La forma del tempio era quella di unhexastylos peripteros, con trentasei colonne, lungo duecento diciotto palmi e largo ottantasei e mezzo. Dalla leggenda narrata da Diodoro, che i Geomori di Siracusa confiscarono i beni dell'appaltatore della costruzione, Agatocle, per essersi costruita una casa con materiali destinati al pubblico edificio, si può dedurre che il tempio di Minerva risalga all'epoca in cuii Geomori non erano stati scacciati dai plebei. Cicerone nelle sueVerrinaefa una bella descrizione del tempio, affermando che era il più bello che avesse mai visto. Bella e sontuosa era la sua decorazione, in cui abbondavano preziose sculture d'oro e d'avorio; nell'interno, sulle pareti, erano scolpite le guerre di re Agatocle contro i Cartaginesi ed i ritratti di ventisette re di Sicilia disposti come i ritratti dei Papi in S. Paolo fuori delle mura, a Roma. In cima al frontone del tempio, secondo quanto narra Ateneo, sorgeva una statua d'oro di Minerva, la quale, pel suo grande splendore, si scorgeva dal mare a grande distanza. I naviganti che salpavano dal porto di Siracusa toglievano dall'altare di Giove Olimpico un vaso di carbone acceso e lo tenevano in mano finchè potevano vedere la statua di Minerva. Marcello risparmiò il tempio, le sue statue e i suoi tesori; Verre, invece, rubò tutto quanto vi era di valore, e non ebbe nessun rispetto per l'opera d'arte.

Del tempio di Diana, in Ortigia, si sono scoperti alcuni avanzi, due colonne doriche con sedici scannellature, oggi visibili nella corte di una casa Santoro.

Questi sono gli unici avanzi dell'antica città insulare; di tutti i suoi splendidi edifici nulla più rimane; la città presenta oggiun aspetto melanconico e triste ancor più di Girgenti. Le sue strade, strette, sudicie rivelano ad ogni passo la miseria; nessun altro paese mi ha fatto tanta e così triste impressione. I due bei porti, una volta così attivi, sono morti come la città e i campi sassosi di Achradina, e le onde si frangono mestamente sulla spiaggia deserta e silenziosa. Per avere un'idea precisa della tristezza del passato, bisogna contemplare quel panorama da dove sgorga la fonte d'Aretusa, in una notte serena. Ivi la notte mi parve più mesta e più fantastica che fra le ruine del palazzo dei Cesari dell'antica Roma. Io provai una vera nostalgia per l'antica Grecia, patria di ogni eletto ingegno.

Nella notte, presso il porto più grande, splendono alcuni fanali fra gli alberi dell'unica passeggiata dei moderni Siracusani, ove s'inalzano due meschine statue di Yerone, e di Archimede. Per questa passeggiata passano lentamente i Siracusani, poveri, melanconici, senza cultura, senz'arti, senza industria, ridotti alla misera vita di abitatori di una povera terra sotto l'esecrato dispotismo di Napoli. Non ricordo di aver veduto una bella fisonomia in tutta la città; solo lo sguardo di una signora che mi passò davanti, tutta vestita di nero, mirichiamò ai tempi di Aristippo e della siciliana Laide.

Contemplando il bel porto deserto, in cui erano ancorati soltanto due piccoli legni mercantili turchi, mi tornarono alla memoria le parole di Cicerone:Nihil pulchrius quam Syracusanorum portus, et moenia videre potuisse. Infatti, l'attività commerciale dell'antica Siracusa non fu inferiore a quella di Costantinopoli, nei suoi tempi più belli.

Quanta mestizia si prova anche visitando il museo! Ivi sono radunati tutti gli avanzi dei capolavori dell'arte antica di Siracusa, ammonticchiati in una povera stanza, quasi fossero rottami di nessun valore. Tra questi scorsi la famosa Venere Siracusana, priva della testa e mutilata del braccio destro, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, mentre con la mano sinistra raduna il drappo attorno al corpo e tiene la destra ripiegata sul seno. Fra le varie statue più famose della Dea dell'amore, quella di Milo, di Capua, del Campidoglio, di Firenze, la Venere di Siracusa si distingue più che per la grazia, per il pieno sviluppo della bellezza femminile. La sua posa non ha quella grazia che mostrano la Venere di Firenze e quella di Roma; essa riposa quieta nella coscienza della sua sensualità divina. Non si comprende come la statua stupenda abbia potuto sfuggire allo sguardorapace di Verre. Essa fu scoperta dal cavaliere Landolina in un giardino della famiglia Bonavia, a Siracusa, nel 1804, e diede occasione alla fondazione di questo museo, pel quale molto lavorarono fin dal 1809 lo stesso cavaliere Landolina, degno emulo del Mirabello, ed il vescovo Filippo Maria Trigona. La Sicilia non possiede un museo nazionale, e se si riunissero le collezioni di Noto, di Girgenti, di Siracusa, del museo Biscari di Catania e di quello di Palermo, si potrebbe formare una collezione nazionale che, specialmente per le monete, difficilmente potrebbe avere l'eguale.

La seconda e la più bella parte di Siracusa era Achradina, sita presso Ortigia; vi si accedeva dall'isola, passando sulla diga che portava pure allo stupendo faro. Achradina si estendeva lungo la costa di levante, poichè a settentrione il suo territorio confinava col mare, a ponente con Tycha e con Neapoli e a mezzogiorno con l'isola e con i due porti. Da ogni parte era cinta da mura che dovevano, in verità, essere molto resistenti perchè Marcello, dopo essersi reso padrone di Tycha,di Epipola, e di Neapoli, trovò in Achradina una grande resistenza, e forse senza il tradimento dello spagnuolo Merico, che cedette per denaro l'isola ai Romani, rendendo inutile la difesa di Achradina, mai sarebbe riuscito ad impadronirsene. Verso il mare era protetta da quelle mura nelle quali Archimede aveva fatto delle feritoie per poter far funzionare le sue meravigliose macchine.

Cicerone, in una delle sue opere, così scrive: «La seconda città di Siracusa ha nome Achradina; in essa si trovano il faro principale, bellissimi portici, una vasta curva, ed un tempio magnifico dedicato a Giove Olimpico; gli altri quartieri della città sono occupati da un'ampia via maestra, in senso longitudinale, da varie strade trasversali e da private abitazioni».

In Achradina oggi si trovano le più vaste rovine di Siracusa; è un altipiano di roccia calcarea, di tinta nera, in cui si scorgono traccie di numerose strade, vestigia di passaggio di carri, sepolcri, ponti di pietra, fondamenta di case e piazze.

Per andare dall'isola ad Achradina vi sono due vie: si può passare per i tre ponti levatoi delle fortificazioni che tagliano l'istmo, ovvero per mare, imbarcandosi nel piccolo porto e scendendo a terra al disotto del convento dei Cappuccini.

Al di là dell'argine si trova la fonte degli Ingegneri, presso la quale sorge quella colonna isolata, unico segno dell'antica città, di cui già parlai. La colonna ha una base attica, è senza scannellature; non si può quindi dire dorica; Serra di Falco sostiene che abbia appartenuto al tempio di Giove, che Yerone II fece costruire nel fòro; ma questa ipotesi è assai dubbia per le dimensioni piuttosto piccole che essa presenta. Si sa invece con certezza che il fòro si trovava in quella località, poichè nessun'altra ve ne era adatta a servire alle due città di Ortigia e di Achradina. Nel fòro si entrava per una porta a cinque archi, ed esso era tutto contornato da portici; e vi si trovavano il pritaneo, la curia, della quale non rimane nessuna traccia, e anche la così dettaCasa dei sessanta letti, avanzo di un antico edificio, che viene senza fondamento ritenuto come rudero del palazzo di Agatocle.

In mezzo ad Achradina, sul punto culminante dell'altipiano, si trovano le famose latomie o cave di pietra, che oggi portano il nome dei Cappuccini, avendole quei monaci ridotte a giardini per adornare il loro solitario convento che sorge all'ingresso di quelle. All'intorno si estende la pianura deserta e morta di Achradina, e sembra quasi che la natura colpita dallo sguardodi Gorgona, sia stata convertita ad un tratto in pietra.

La campagna di Roma è bella, con la sua lussureggiante vegetazione, con le sue graziose colline, con i suoi sepolcri e con le sue torri solitarie circondate da edera e non si potrebbe trovare teatro più adatto per i grandi fatti della storia antica. Qui invece tutto ha l'aspetto di decadenza, di abbandono, e per quella pianura sassosa non si vedono aggirarsi che i solitarii cappuccini. Avendo molto sentito parlare di queste latomie, credevo che mi avessero fatto molta impressione, non mai che mi commovessero come mi hanno commosso. Un monaco mi aprì la porta, e mi trovai in un ampio recinto, scavato nella viva roccia.

Vi erano stanze della grandezza di una piccola piazza, con pareti tagliate a picco, dell'altezza di 26 metri, alcune di una tinta giallognola propria delle rovine greche, altre rossicce. L'edera le copriva in gran parte, arrampicata in cerca del sole e della luce, e ricadente in graziosi festoni. Il piano era tutto smaltato di fiori, e qua e là, nelle fessure della roccia, crescevano allori, oleandri e pini. Queste latomie un tempo erano coperte; poi le intemperie ne ruinarono il tetto, ed i massi giacciono oggi ammonticchiati, formando gole, valli, così da darel'imagine di una catena di monti in miniatura. Gli spazi di terreno esposti alla luce furono dai cappuccini ridotti ad orti e a giardini, che sono tutto l'opposto degli orti pensili di Semiramide, perchè si trovano alla profondità di venti ed anche venticinque metri sotto il livello del suolo; in queste cavità vegetano stupende piante di aranci, di melagrani, viti, cipressi, mirti e vi si vedono anche erbaggi e legumi, che i monaci coltivano per la loro parca mensa. Nell'osservare queste latomie si dimentica che esse furono orribili prigioni e che dopo la sconfitta toccata a Nicia e a Demostene, vi furono rinchiusi gli Ateniesi. Molti di questi morirono di febbre, per lo scarso nutrimento, altri invece si salvarono in grazia dei versi di Euripide. Potevano contenere ben seimila uomini; nessuna prigione presentava certo peggiori difficoltà di evasione. Trovandosi proprio nel mezzo di Achradina, si comprende che furono anteriori alla fondazione della città. Si crede che ivi abbiano lavorato i prigionieri cartaginesi dopo la battaglia d'Imera, per estrarre il materiale occorrente alla fabbricazione delle case e dei templi di Siracusa. Le rovine e la terra cadutavi hanno rialzato il suolo di circa dieci metri, diminuendone di molto la primitiva profondità. Ancora si osservano molte gallerie, anditi coperti, portici,stanze quadrate e a volta, che non sono però di origine greca, poichè presentano lo stesso carattere delle catacombe cristiane.

Sul suolo dell'antica Achradina, oltre le latomie, si vedono ovunque tracce di antiche strade e impronte di ruote di carri, come a Pompei, in grandissimo numero e visibilissime, essendo il suolo di Siracusa di calcare e non di tufo come quello di Roma. Vicino alle latomie trovai queste tracce più abbondanti, dal che argomentai che fossero state impresse dai carri che trasportavano i materiali di costruzione estratti da quelle. Certamente anche nei tempi più belli di Achradina, queste cave aperte nel centro della città dovevano deturparla, dandole l'aspetto di un vasto cantiere occupato da una folla di lavoratori. Le latomie erano le galere di Siracusa. La roccia si trova scavata e lavorata per parecchie miglia, e molte sono le fosse sepolcrali, della stessa forma delle nostre cripte. Certamente il lavoro dell'uomo in questa parte della Sicilia fu immenso, poichè, oltre le tombe, che sono innumerevoli, sotto il suolo di Siracusa si estendono vaste catacombe tutte scavate nella viva roccia.

Vidi molti spazi quadrati che segnavano certo l'area di antiche case, poichè queste in Achradina sorgevano sulla nuda roccia,senza fondamenta. Si cammina per ore intere per questo campo pietroso, lungo il mare, cercando la località e la direzione delle antiche mura, a ponente verso Tycha, dove la città si congiungeva anche a Neapoli, e dovunque si trovano traccie del passaggio dei carri e del lavoro dell'uomo.

È strano come tutta questa immensa città piena di mura e di templi, di portici e di fori, di edifizi colossali, abbia potuto sparire, quasi fosse un monticello di sabbia. Si sa, è vero, che per molto tempo non si costruì in Siracusa che con questo materiale, e che le città moderne di levante asportarono per mare grandi quantità di rovine dell'antica Siracusa; purtuttavia la completa scomparsa dei ruderi rimane sempre un enigma.

A mezzodì l'altipiano di Achradina si abbassa e anche colà si trovano degli scavi, delle tombe, quasi tutte a forma di colombari, e dei loculi di tipo romano. Ivi si trovano pure le maravigliose catacombe estendentisi sotto Neapoli, il cui accesso è sito presso la più antica chiesa cristiana della Sicilia, quella di S. Giovanni. Questa chiesa è un edificio piccolo bizzarro, preceduto da un portico con archi bizantini, ergentisi sopra colonne addossate a pilastri con capitelli del medio evo. Disgraziatamente la chiesa è ormai quasi unarovina. Si accede alle catacombe da una porta presso la chiesa; queste catacombe sono meno vaste e meno imponenti di quelle di Napoli, ma assai più regolari e formano una vera città di morti, con strade, gallerie, corridoi, stanze, nicchie, piazze. Ivi i morti dormono da secoli, mentre al disopra di essi si agita e si evolve un mondo pieno di passioni. Quanti siano ogni giorno i morti di una grande città ce lo dicono le catacombe di Napoli; da ciò si arguisce quale immenso numero ne abbiano accolto i sotterranei di Siracusa, un tempo così popolosa.

Le catacombe, come le altre, erano in origine cave di pietre; in seguito vennero ridotte ad uso di necropoli, e per molti secoli vi si seppellirono i morti secondo un sistema regolare, poichè tutte le gallerie sono di tanto in tanto interrotte da una stanza centrale, a forma di circolo, ampia e piena di nicchie, con una o tre porte a vòlta, posteriori all'epoca greca. Fino ad oggi se ne sono aperte quattro, ma la tradizione vuole che siano trecentosessanta e che arrivino sino al Sebeto e si estendano sotto il suolo fino a Catania. Per la maggior parte appaiono ingombre, specialmente nel piano inferiore; nonostante questo, furono esplorate per l'estensione di parecchie miglia. Venti anni orsono in esse si perdette un maestro con sei scolari, che da soli vollero visitare la necropoli. Si smarrirono in quel laberinto, e invano cercarono un'uscita, finchè, spossati dalla fatica, vi perirono di fame e di paura. I loro corpi furono poi rinvenuti alla distanza di quattro miglia dall'ingresso: si può facilmente immaginare di quale terribile morte gl'infelici perirono. Da allora si sono praticate di quando in quando alcune aperture, per le quali un po' di luce penetra in quei tenebrosi corridoi. La larghezza di questi è, in genere, dai dodici ai sedici palmi, e la loro altezza dagli otto ai dodici; per la lunghezza sembrano non aver fine; si continua a camminare per ore ed ore fra le tenebre in questi canali sterminati ed uniformi quanto l'eternità. Solo di quando in quando la monotonia è interrotta da sepolcri ornati di orribili pitture e rivestiti di stucco rossiccio come quelli di Pompei. In molti punti i sepolcri si succedono gli uni agli altri, quasi celle di un alveare. Si direbbe fossero tante che un verme sepolto nella terra abbia scavato tutte queste gallerie, tutti questi corridoi; e che le generazioni si siano succedute le une alle altre, e milioni di uomini vi abbiano trovato la pace eterna. Oggi non vi si vedono più nè ceneri nè ossa; il tempo, che ha distruttoogni vestigia dell'antica Achradina, ha fatto scomparire anche le reliquie dei morti. I Greci, i Romani, i Cristiani vi trovarono, gli uni dopo gli altri, il gran riposo: vi sono stati scoperti difatti idoli pagani, piccoli bronzi, lacrimari, simboli cristiani ed un bassorilievo rappresentante i dodici apostoli, trasportato poi nella cattedrale di Siracusa. L'uso di seppellire i morti nelle catacombe è anteriore ai tempi cristiani; lo provano i sepolcri scavati nella pietra e ritrovati nella città troglodita di Ispeca, e le tombe rinvenute in Egitto, nelle Indie e nella stessa America, risalenti a tempi preistorici. Nel punto in cui Achradina confinava con Neapoli e dove sorgevano tanti stupendi monumenti, si vede oggi l'antica strada dei sepolcri, con tombe di stile greco, scavate nella pietra. La stessa strada, della larghezza di circa sette metri, si trova scavata nella roccia, ed a poco minore altezza s'innalzano le pareti che la fiancheggiano. Le tombe aperte nelle pareti sono di varia grandezza e dimensione; in molte si scorgono traccia d'iscrizioni. In genere sono di stile greco, ma in completa rovina; in parecchi si vede ancora un frontone sostenuto da due colonne scannellate. Ricostruendo la strada nella sua forma primitiva, con tutti i suoi monumenti, si avrebbe da ambedue le partiuna serie di tempietti, interrotta da tombe più meschine e di povero aspetto; poichè in questa via, sita fuor delle mura di Achradina, si seppellivano persone di varia condizione.

La strada però non doveva produrre la stessa grande impressione della via dei sepolcri a Pompei. Anche il campo che si estende fra Achradina, Tycha e Neapoli, un tempo comune alle tre città e non fabbricato, appare oggi pieno di fosse e di tombe, il cui straordinario numero dice quanto grande e popolosa dovesse essere Siracusa.

Alcuni di questi sepolcri attirano sopratutto l'attenzione per la loro architettura, ch'è più ricca, o per le loro pitture ancora visibili: senza dubbio erano destinate a personaggi illustri. In questi paraggi sorgevano pure le meravigliose tombe che il popolo siracusano innalzò a Gelone e a Demarata, sua moglie; s'ignora però il luogo preciso ove si trovavano. Di tutti i sepolcri che rimangono, due meritano di essere segnalati: si trovano a poca distanza fra loro, in una bella e piccola cava di pietra gialla, fra numerose altre tombe, presso l'antico acquedotto di Tycha, e sono formati da massi sferici, ammonticchiati gli uni sopra gli altri a forma di piramide. Molto, certo, ebbero a soffrire dal tempo, agiudicare dalla presente disposizione delle pietre, non più regolare. Fra mezzo vi si scorge ancora però un frontone dorico, sostenuto da due colonne doriche, di cui una è ancora in piedi. Per quanto lo stile greco e l'altezza delle colonne e del frontone, superiori alle proporzioni dell'ordine dorico, dicano che questo sepolcro è posteriore ai tempi greci, i Siracusani, con pietoso pensiero, gli diedero il nome diTomba di Archimede, forse per la stessa ragione che indusse gli Agrigentini a battezzare un antico monumento col nome diSepolcro di Yerone.

Il grande matematico aveva ordinato che sulla sua tomba fosse innalzata una colonna, su cui dovevano essere incise le proporzioni del cilindro con la sfera, a ricordo de' suoi studi prediletti. Cicerone, quando era questore a Siracusa, fece ricerca della tomba di Archimede, e sotto la scorta di questa tradizione riuscì a scoprirla, quasi perduta in mezzo a folti cespugli. Il grande oratore fu orgoglioso della scoperta ed esclamò vanitosamente: «Il Destino ha voluto che la tomba del più grande dei Siracusani fosse scoperta da un uomo di Arpino». A quel tempo non erano trascorsi che cento cinquanta anni dalla conquista di Marcello, eppure la città era già decaduta, tanto che latomba del più illustre fra' suoi cittadini stava sepolta fra cardi selvatici e spine. Cicerone, che sotto la guida dei Siracusani e della tradizione municipale, va cercando fra i ruderi la tomba di Archimede, dà la imagine di un erudito archeologo romano dei nostri giorni.

Forse dovremo anche noi rinunciare a scoprire la tomba di Archimede e verrà un giorno in cui si cercherà invano quella di Humboldt;[6]ma il ricordo degli uomini illustri è eterno, e giustamente Pericle esclamava, nella commemorazione degli Ateniesi caduti in guerra: «A gli uomini grandi è tomba il mondo!»

Enorme è l'impressione che producono le tombe siracusane, in quella regione deserta, inondata di luce e popolata solo di grandi memorie. Seduto colà, nel silenzio del mezzogiorno, o nella tranquillità dell'infuocato tramonto, ovvero vagante fra quelle tombe, che a centinaia si aprono nel suolo, sembra che debbano sorgerci dinanzi, come ad Ulisse nell'inferno, le ombre di una stirpe di uomini più grande della presente, le ombre dei magni della Grecia. Allorchè io visitai i venerandi sepolcri, stavano seduti sui loro gradini uomini e ragazzidi povero aspetto, logori dalla febbre, con gli occhi infiammati, i capelli ispidi, coperti a mala pena da pochi luridi cenci. Nelle loro fisionomie si leggeva tutta la storia della moderna Sicilia, le sevizie della polizia borbonica, il predominio corruttore del clero, e l'animo mio, amareggiato, non potè fare a meno d'imprecare contro la sorte degli sventurati discendenti di Archimede. Non verrà mai il giorno della redenzione per questa stupenda contrada? Che Dio la renda piuttosto ai Saraceni!...

Ci vorrebbe un novello Archimede per scacciare con le sue macchine e ridurre in cenere tutto il pretismo ed il monachismo che infestano la sventurata isola!

Ancora di una tomba mi resta a parlare. Non lontano dalla via dei Sepolcri, in un giardino di viti e di olivi, si trova sepolto il nostro concittadino Platen.[7]Mentre stavo sui gradini della sua tomba, dopo avervi depositato una corona di tralci di vite, mi ricordai, in quella pura atmosfera ellenica, le relazioni di Platen con Heine, e questi pensieri mi portarono nella malsana atmosfera della letteratura patria, nei tempi falsi, tendenti all'ebraismo, che fecero tanto male alla nostra poesia, generando una razza diuomini snervati, incuranti di Dio e dei loro simili. Come fu diversa la sorte di Heine e di Platen! Se Dio avesse concesso al primo di poter esprimere quanto soffriva nel suo animo, invece di farsi beffe di tutto, sarebbe stato un uomo veramente grande, chè per ingegno Heine fu infinitamente superiore al povero Platen. Eppure l'accanito nemico di Platen si dovè rassegnare a vedere che a questi fosse innalzata una statua.

Fu ventura per Platen il morire a Siracusa. Poco tempo prima della mia venuta, il re di Baviera, come mi narrò il giardiniere, aveva visitato la tomba del poeta e deciso di farla restaurare, poichè già cominciava a cadere in rovina.

Augusto Comiti Platen Hallermunde AuspachiensiGermaniae Horatio.

Questa è l'iscrizione che il cavaliere Landolina fece incidere sulla tomba. Meritò quel freddo versificatore di Platen di riposare solitario fra i monti di Siracusa, in mezzo a Yerone, ad Archimede, a Timoleone, quale unico rappresentante del popolo che più di ogni altro era versato negli studi ellenici? Questo dubbio mi rimpiccioliva quella tomba poetica quanto i cipressi che presso la piramide di Caio Cestioombreggiano la tomba di Schelley, uno dei pochi veri poeti dei tempi moderni.

Mi resta ora da descrivere Neapoli, la parte di Siracusa che fu, come lo dice il suo nome, l'ultima ad essere costruita. Negli inizi Neapoli fu, come Tycha, un sobborgo di Achradina; si estendeva fra il porto maggiore e l'altipiano su cui sorgeva Siracusa; dalla parte di Tycha era protetta da mura e da rupi naturali. La porta Menetide, o Temenetide, conduceva dalla città alla campagna; questa parte di Siracusa era chiamata Temenide da una statua di Apollo che portava questo nome. Cicerone ne descrive un teatro e due templi, uno dedicato a Cerere e uno a Proserpina, innalzati da Gelone col bottino fatto sui Cartaginesi. In questo luogo sorgevano anche i sepolcri di lui e della sua consorte, che più tardi vennero distrutti da Imileone cartaginese.

Non vi è in Neapoli luogo dove si raccolgano tante memorie e tanti monumenti quanto nell'angolo che confinava con Achradina, poichè in quel breve spazio vi erano le latomie di Dionigi, il teatro, la strada, l'anfiteatro e l'acquedotto.

Le famose latomie, che portano il nome di Orecchio di Dionigi, non sono vaste come quelle di Achradina, ma sono più pittoresche e, in certi punti, più belle e più singolari. Esse formano un vasto quadrato, nella cui profondità si trova un giardino sempre verde. Nel centro s'innalza un pilastro di roccia naturale, dell'altezza di circa ventisette metri, sulla cui cima, tra una lussureggiante vegetazione di piante rampicanti, si elevano gli avanzi di una torre.

Può sembrare sulle prime che questo fosse il luogo ove stava il guardiano del carcere, ma osservando meglio si vede che era invece una colonna del tetto, ora crollato. A destra, entrando, si trovano le stanze di appartamenti scavati nella roccia, una delle quali porta il nome di Orecchio di Dionigi. Questo nome le fu dato da Michelangiolo da Caravaggio che, visitando le latomie in compagnia dell'erudito siracusano Mirabella, fu indotto a darle questo nome dalla forma della cavità, dando così in seguito origine a innumerevoli leggende.

Tutte le pareti verticali di questa grotta sono rivestite di edera e di capelvenere; in cima, sul margine della cava, sorge un pino solitario. La forma strana e singolare della latomia dà luogo a quei fenomeni acustici, per i quali si formò la leggendache ivi Dionigi stesse in agguato a spiare i discorsi de' suoi prigionieri. Serra di Falco scoprì nel 1340 un'apertura in alto, dalla quale, come da una specie di loggia, si poteva vedere tutta la latomia e udire le parole che ivi si pronunciano. Una parola sussurrata a voce bassissima, la lacerazione di un pezzo di carta si sentono distintamente di lassù, e le guide non tralasciano di darsi il piacere innocente di far ripetere all'eco: «Dionigi era un tiranno!» Un colpo di pistola viene ripetuto cento volte, col fragore di un tuono.

Un'altra parte delle latomie, vicino all'Orecchio di Dionigi, si chiama il Paradiso ed è di una bellezza straordinaria. Ha la forma di un ampio quadrato, col suolo piano; e le pareti di color roseo, o nero cupo, o giallo carico sono in certi punti angolose, in altri di aspetto bizzarro per i massi rovinati nella caduta del tetto. In un angolo si apre una specie di grotta sostenuta da pilastri naturali e a traverso a questi si vedono il verde cupo degli aranci, i fiori infuocati del melagrano ed il limpido cielo di Siracusa.

Nel tratto della latomia ancora coperta, da lungo tempo è stata costruita una fabbrica di cordami: uomini, donne, ragazze, poveri, cenciosi, pallidi, di aspetto malaticcio,guadagnano stentatamente la vita filando in quell'antica prigione.

Spesse volte mi sono trattenuto ad osservare il lavoro stando seduto all'ingresso dell'oscura galleria, e nel vederli girare di continuo le ruote e andare su e giù, filando i loro cordami, mi è parso di trovarmi nell'Averno ed ho creduto che quelle donne pallide e smunte fossero le Parche intente a filare lo stame della mia solitaria vita. Donai alcune monete a quella povera gente, che le accettò con l'espressione di gratitudine di chi non si aspetta di essere soccorsa, ed uscito di là, tornato alla luce del giorno, mi trovai ancora sotto l'impressione di quelle misere esistenze.

In Sicilia tutto ha l'aspetto di favola e di mito: Girgenti al pari di Siracusa, l'Etna e l'Enne, ogni spiaggia della sua marina. La fantasia ci riporta a tempi più antichi, ancor più della campagna romana; quivi regna severa la storia, in Sicilia la leggenda. Non è difatti la terra di Tifone, dei Ciclopi, di Dedalo?

Per quanto le latomie di Achradina e di Neapoli siano imponenti per la loro vastità, ve ne sono altre a Siracusa, più piccole, ma che pure hanno un carattere più romantico: quella del conte Casale, simile ad un piccolo Paradiso, per esempio. Io non ho mai visto un giardino così bello;è diviso in due parti, riunite da una galleria coperta, dell'altezza di circa due metri. Nel fondo si trova una sala, alta cento otto palmi e larga sessantadue, le cui pareti sono tinte di rosso e paiono rischiarate dai raggi del sole nascente. Nelle pareti vi sono molti fori i quali salgono in alto, in linea curva: forse colà si trovavano uncini di ferro per servire di scala agli schiavi che scavavano le pietre. La pianta della sala è abbastanza regolare e certo anche in origine ebbe la stessa forma. I terremoti rovinarono molte sale di questa latomia, e ultimamente, nel 1853, crollarono dall'alto varî massi, che ora ingombrano gran parte del giardino. Lo spazio libero è ammirabile per la splendida vegetazione; le foglie di fico, per esempio, hanno una larghezza tale che potrebbero servire da piatti; vi si trovano pure piante e fiori delle Indie.

Le palme, contornate di pianticelle rampicanti, vi crescono rigogliosissime; l'aria è tutta impregnata del profumo degli aranci, del mirto, e gli aloe, le agave vi crescono giganteschi. Il giardino, con le sue mura rivestite d'edera e di muschio, con tutti i suoi corridoi, con le sue rovine, presenta un aspetto così fantastico da farlo credere il giardino di Titania e di Oberone. Nonun soffio di vento, non un atomo di polvere turba la tranquillità del luogo.

Presso l'Orecchio di Dionigi si trovano i notevoli avanzi del teatro di Siracusa, uno dei più vasti dell'antichità, che Cicerone chiamavamaximum. Serra di Falco crede che fosse contemporaneo al teatro di Bacco in Atene, edificato da Temistocle, ed il primo che sia stato costruito con pietre in Grecia. Il bell'edificio è di un aspetto mirabile per la sua semplicità ed eleganza, nonostante che sia in gran parte rovinato e che della scena rimanga soltanto un mucchio di rovine coperte di cespugli. Il semicircolo oblungo degli ordini dei gradini è scavato nella roccia della collina di Neapoli; si contano quarantasei gradini interrotti da una larga fascia, e tagliati da otto scale diagonali.

Con quarantasei file di sedili non si ottiene che un diametro di quattrocento palmi, ma Serra di Falco ritiene che il teatro avesse un maggior numero di ordini e che perciò si allargasse a misura che saliva.

Egli crede pure che il suo diametro fosse di cinquecento palmi, cosicchè sarebbe stato il teatro più vasto di tutta la Grecia, ad eccezione di quello di Mileto. Non comprendo del resto perchè nel passo di Cicerone:quam ad summum theatrum est maximum, la parolamaximumsi traduca per«maggiore di tutti» e non soltanto per molto ampio.

Nell'orchestra sboccano due corridoi: la scena, che è fiancheggiata da due edifici quadrati, è attraversata da un piccolo canale d'acqua, proveniente dal vicino acquedotto. Molto si è discusso intorno alle due iscrizioni grecheBasillissas NereidoseBasillissas Philisdos, che si leggono sulla cornice che circonda il teatro, non conoscendosi nella storia di Siracusa questi nomi di regine. Secondo alcuni, Nereide era la figlia di Pirro re dell'Epiro, che aveva sposato il figlio di Gelone II, e Philiste era la figlia di Leptine e moglie di Gelone. Del teatro non rimangono altri avanzi degni di attenzione: pochi sono i frammenti di sculture, ed uno solo pregevole per quello che esso rappresenta: è un cippo di marmo bianco, sul quale è scolpita la favola omerica del serpe e del nido di passero in Aulide, che presagì a Calcante la durata della guerra di Troia.

Quello che più fa impressione è l'importanza avuta da questo teatro, che fu uno dei centri più belli della civiltà umana, poichè su quei gradini, quasi sepolti oggi nell'erba, sedettero un tempo Platone, Eschilo, Aristippo, Pindaro; nella sua orchestra furono messi i prigionieri Ateniesi, e ivi parlò Timoleone, vecchio e cieco,quando prese parte alla discussione degli affari pubblici. Tutta quanta la storia di Siracusa s'intrecciò con l'azione drammatica di questo teatro, poichè in esso si trattavano gli affari di Stato e si declamavano i versi dei sommi poeti. L'importanza nazionale del teatro era accresciuta anche dal luogo in cui sorgeva, fra Neapoli, Tycha e Achradina, e non molto distante da Ortigia.

Il panorama visibile da quell'altura è meraviglioso, il più bello certo che si gode da Siracusa: di là si vedono i due porti, il mare, la spiaggia fino ai monti d'Ibla e in lontananza la mole imponente dell'Etna ed i contorni del mar Ionio fino alla rocca di Taormina. Come doveva essere più bella la vista quando davanti si estendeva l'immensa città, co' suoi templi, i suoi portici, i suoi meravigliosi edifici e il porto pieno di una selva di antenne!

Su quelle scene l'orgoglio patrio era legittimo; e qual effetto dovessero suscitareI Persianidi Eschilo, con i quali i Siracusani festeggiavano la vittoria d'Imera, si può facilmente immaginarlo.

Non meno bello e pittoresco appare il teatro veduto dai gradini più elevati, con tutti i giardini smaltati di fiori che lo circondano. Anche di là la semplicità dell'architetturarivela la purezza del gusto ellenico.

In alto, là dove i gradini del teatro confinano con la collina, vi è un Ninfeo rivestito di muschio e di licheni, dal quale sgorga una fonte: esso mi ha fatto ricordare la grotta della ninfa Egeria a Roma.

Vicino a questa si trovano altre due piccole grotte, nelle quali le donne lavano i loro panni, aumentando col loro canto melanconico la tristezza del paesaggio. A destra vi è la strada dei sepolcri, a sinistra un braccio dell'antico acquedotto di Tycha, che oggi mette in movimento un mulino; perciò il luogo vien chiamatoMulino di Galerone. Il paesaggio è reso ancora più bello dalla parte dell'acquedotto moderno che, sostenuto da archi, corre per un certo tratto all'aperto. Nelle altre parti l'acqua scorre in canali sotterranei, che furono scavati probabilmente dai Cartaginesi. In alcuni punti il canale si trova scoperto, e si vede l'acqua discendere alla distanza di sei miglia dai monti, e correre rapida e gorgogliante.

A levante del teatro, in un bosco di melagrane, sorge l'anfiteatro di Siracusa, assai ben conservato e più vasto di quelli di Verona, di Pola e di Pompei, giacchè misura duecentosessantatre palmi nel suo asse maggiore, e centocinquantaquattronel minore. Per la maggior parte è costruito di pietra; alle quattro estremità dei due assi si trovano quattro porte, corrispondenti alle quattro parti della città. Serra di Falco lo fece sgombrare nel 1840 dalle macerie. Nonostante che in alcuni punti le mura siano in completa ruina, nel suo complesso l'edificio può dirsi assai ben conservato. L'anfiteatro è certo di origine romana, perchè i Greci non si dilettarono mai al barbaro spettacolo delle lotte fra gladiatori e fiere. Cicerone non ne parla; ne fa menzione invece Tacito. La sua costruzione prova che Siracusa, sede di un pretore romano ai tempi di Augusto e di Tiberio, aveva riacquistato una certa prosperità.

L'ultima rovina antica che esista vicino al teatro, sono le fondamenta di un edificio lungo e stretto, del quale non rimangono che alcuni frammenti di cornici con teste di leoni. Serra di Falco scoprì queste rovine nel 1839: egli dice che dovessero appartenere all'altare di Yerone, per grandezza superiore a quello di Olimpia.

Gli edifici più imponenti dell'antica Siracusa si trovano radunati in uno spazio relativamente ristretto. Verso settentrione,vicino all'acquedotto, c'è una pianura deserta e sassosa, attraversata dalla strada che conduce a Catania; qui sorgeva Tycha, ricca un tempo di notevoli monumenti, fra i quali primeggiava il Ticheio, o tempio alla dèa Fortuna.

Tycha, a settentrione, presso il porto Trogilo, confinava col mare, cinta da forti mura, a ponente con la fortezza di Epipola. Cicerone ricorda di questa un ginnasioamplissimume molti templi; oggi non rimangono che i sepolcri scavati orizzontalmente nella roccia, nei quali si scorgono ancora le scanalature per adattarvi le lapidi e le impronte di carri, prova questa della loro antichità.

La gita da Neapoli o da Tycha per la strada di Floridia ad Epipola è malagevole e bisogna farla a piedi o a cavallo, poichè appena si arriva sull'antico territorio di Epipola, è necessario arrampicarsi per un'orribile strada sassosa ingombra di rovine e di massi di roccia calcarea. Epipola occupava il punto più elevato dell'altipiano e confinava col colle Eurialo, mentre più in basso s'innalzava un'altro colle, il Labdalo. Anche oggi, queste due caratteristiche alture dell'antica Siracusa sono riconoscibili e portano il nome di Belvedere e di Mongibellesi.

Il Labdalo era stato fortificato dagli Ateniesisotto Nicia per dominare la città; essi avevano fortificato anche Epipola, ma ne furono presto cacciati dai Siracusani comandati da Gelippo, i quali, come narra Diodoro, atterrarono tutte le mura. Rimase così soltanto il Labdalo fortificato. Ma Dionigi fece atterrare anche queste fortificazioni quando costruì le sue famose mura a settentrione di Epipola. In queste mura vi erano di tanto in tanto delle torri costruite con massi così grandi che sarebbe stato assai arduo abbattere. S'ignora se Dionigi abbia costruito fortezze sull'Eurialo e sul Labdalo; certo è che l'Esapilo, per il quale i Romani entrarono nella città, si trovava a settentrione di Epipola; e senza dubbio, nelle stesse mura s'innalzava la torre Gallagra, che i Romani assalirono durante le feste di Diana. Gli avanzi che oggi rimangono del Labdalo, i massi enormi della lunghezza di quattordici a sedici palmi, le fondamenta delle torri, i fossi, le gallerie sotterranee, provano che ivi sorse un giorno una fortezza e non già opere provvisorie fatte dagli Ateniesi in vista dell'assedio. Tutti gli enormi massi, secondo il sistema antico dei Greci, erano sovrapposti gli uni agli altri, ma senza cemento; ancor oggi formano una mole gigantesca. Nella roccia si vedono scavate catacombe e gallerie dell'altezza dinove e dieci palmi, e della larghezza di otto piedi, formanti quasi coi loro corridoi e coi loro antri sotterranei una seconda fortezza. Probabilmente questa era in comunicazione con la porta di soccorso che dalla città metteva nella campagna. La mancanza di volte e l'uso della linea retta ne attestano l'origine greca.

Dalle rovine di Labdalo si scorgono i dintorni di Epipola, cosparsi di massi delle mura di Dionigi, di rovine della fortezza, di pietre. Vi si vedono pure latomie di bizzarra struttura, dove si dice che Dionigi tenesse prigioniero Filesseno. Di qui furono tolti i materiali di costruzione per molte città, e tutte le fortificazioni moderne di Siracusa vennero costruite coi ruderi delle mura di Dionigi. Nel visitare queste caverne e queste rovine si rimane stupiti della grande quantità di materiale eccellente da costruzione estratto dal suolo.

Per un ripido sentiero si sale in cima all'Eurialo, che domina tutta la pianura siracusana. Lassù non si trovano altre rovine, se non una cisterna e alcune mura antiche d'origine incerta. Esaminando però il luogo, da cui si domina tutta quanta l'area occupata dall'antica città, non si può fare a meno di persuadersi che ivi dovesse sorgere una fortezza. Non essendo ricordataall'epoca dell'assedio degli Ateniesi, non sappiamo se la costruisse Dionigi; certo però, quando Marcello prese Siracusa, essa doveva avere un'importanza grandissima. Impadronitosi di Tycha e di Neapoli, Marcello dovette trovarsi l'Eurialo, cui Tito Livio dette il nome di colle e di fortezza, alle spalle, e minacciantegli la sua posizione. Egli era dunque come rinchiuso fra queste mura, e siccome dovevano arrivare Ippocrate e Imilcone, correva un grande pericolo, quando il comandante della fortezza Filodemo, perduta ogni speranza di soccorso, si arrese.

Oggi a buon diritto l'Eurialo porta il nome di Belvedere, giacche di lassù si gode una vista magnifica. Di fronte ha il mare Ionio, di dietro l'Etna «colonna del cielo»; lo sguardo spazia poi sulla costa orientale dell'isola, ricca di magnifici golfi e di promontorî, fin oltre Augusta, fino a Catania, che si perde fra le nebbie. Sul davanti appare tutta quanta la pianura siracusana.

Imaginando tutto questo ampio spazio ricoperto di abitazioni, ed il golfo seminato di villaggi, di ville, si ha una pallida idea dell'aspetto che doveva avere questa grande città. Ora la pianura è deserta e arida, e solo al confine del territoriodi Neapoli, verso mezzogiorno, una linea di vegetazione segna il corso dei fiumi Ciane e Anapo.

Da Neapoli si diramava la via Elorica, che attraversava le paludi Lisimelia e Siraca e varcava, sopra un ponte, l'Anapo. Sulla riva opposta di questo sorge il colle Poliene ed in cima a questo si trova il tempio di Giove Olimpico, ed un luogo chiamato Olimpio. Tutta questa contrada è assai nota nelle guerre di Siracusa, poichè tanto gli Ateniesi quanto i Cartaginesi si accamparono spesso ai piedi dell'Olimpio, e sempre furono decimati dalle esalazioni di quei terreni paludosi. Le poche colonne, unici avanzi dell'Olimpio, che ancora esistano su quell'altura, si scorgono dalla distanza di molte miglia; e queste, con le colonne che vi sono presso la fonte degl'Ingegneri, sono le sole che rimangano in piedi dell'antica Siracusa.

Per giungere fin lassù e seguire il corso dell'Anapo, il mezzo migliore è quello d'imbarcarsi nel porto più grande e di risalire il fiume attraverso le paludi. Questo sbocca in mare passando sotto un ponte, e a misurache lo si risale, il suo letto si va sempre più restringendo, fino a che la barca a stento può aprirsi un passaggio.

Allora si abbandonano i remi, e i barcaiuoli spingono la navicella con l'aiuto di una pertica, o la rimorchiano con una fune. La navigazione dell'Anapo è una gita assai romantica. Sulle due sponde crescono folti giunchi, dell'altezza di sei metri, e canne palustri di una straordinaria grossezza, tutte rivestite di piante rampicanti, che ricadono in graziosi festoni. La profonda solitudine, la tranquillità dell'atmosfera e il silenzio quasi misterioso del luogo, producono una magica impressione. Oltrepassata la via Elorica, l'Anapo si divide in due rami, o per dir meglio in esso s'immette un torrente azzurro, il classico Ciane, che sgorga da un limpido stagno circolare, chiamato la Pisma. In questo fiume, secondo la leggenda, si gettò la ninfa Ciane che fuggiva Plutone, allorchè questi portò Proserpina all'inferno, e venne trasformata in fonte azzurra. I Siracusani venivano ogni anno in questo luogo a festeggiare la memoria di Proserpina, sacrificandole un toro ed una vacca, che precipitavano nello stagno. Questo luogo è meraviglioso; riporta con la fantasia ai tempi mitologici e fa comprendere pienamente il significato delle sculture degli antichi sarcofaghi,là dove è rappresentato il ratto di Proserpina.

Cerere ricompensò la sua ninfa delle lacrime versate per Proserpina, facendo crescere sulle sponde di questo torrente la pianta rara che produce il papiro.

È l'unico luogo in cui questa pianta cresce ancora in Europa, dopo la sua scomparsa dalle sponde dell'Oreto presso Palermo.

Questo giunco sorge dalle acque all'altezza di circa cinque metri, graziosamente incurvato, triangolare, liscio e di un bellissimo verde cupo; ha in cima una ricca chioma di filamenti verdi, fini, sottili, che ricadono quasi come una folta capigliatura, a cui il popolo ha dato l'appropriato nome di «parrucca». La vista di questa pianta, vera ninfa dell'erudizione, produce una grata sorpresa in tutti coloro che vengono dalle regioni nordiche; sembra quasi un'apparizione favolosa. Ogni ricordo greco scompare, e la fantasia vola sulle sponde di quel Nilo solenne, enigmatico, alle piramidi, alle sfingi, ai rotoli dei meravigliosi papiri. La rara pianta, sulle rive del Ciane siracusano, in questa terra ellenica, mi sembrò un mito rappresentante la tradizione, secondo la quale ogni civiltà, ogni scienza ha avuto origine dall'Egitto. Guardando alternativamente le piantedel papiro e le colonne spezzate del tempio di Giove Olimpico, mi sembrò di avere davanti agli occhi i simboli della civiltà orientale ed occidentale.

Landolina e Politi provarono ad estrarre da queste piante il papiro, e la loro prova riuscì perfettamente; essi ne fecero delle striscie che non differenziavano da quelle egiziane che per maggior freschezza di tinta.

Lasciai la barca nel Ciane per salire sulla vicina collina di Poliene. Le colonne scannellate dell'Olimpio hanno piedistallo, ma mancano di capitelli. Il tempio è molto antico, fu costruito prima della battaglia d'Imera; era piccolo.

Gelone rivestì la statua di Giove di un mantello d'oro, ma Dionigi lo tolse dalle spalle del Dio, dicendo, da libero pensatore, che un mantello d'oro era troppo pesante per l'estate e troppo leggero per l'inverno. Verre s'impadronì poi di questa statua di Giove e la portò a Roma. Nell'Olimpio si conservavano i registri coi nomi di tutti i cittadini di Siracusa, che caddero nelle mani degli Ateniesi, quando questi occuparono l'Olimpio. La veduta di Siracusa da questa altura è molto bella; al disotto si estende tutta la pianura verde, irrigata dalle acque del Ciane. Dopo avere attraversato la pianura arida e sassosa, che siestende da Achradine ad Epipola, l'occhio si riposa sulle verdi sponde dell'Anapo, sui meandri del Ciane, e i nomi di Teocrito e di Pindaro ritornano alla mente. Dove sono andati i bei tempi dell'antica Grecia?

La pioggia mi cacciò da quell'altura e mi costrinse, appena fui sulle rive dell'Anapo, a ricoverarmi sotto un ponte, ove dovetti rimanere a lungo, come un'anima sullo Stige. Ma poichè, come dice Cicerone, non v'è giorno in cui il sole non splenda a Siracusa, dopo una mezz'ora il cielo si rischiarò ed io vidi Iride, nunzia di pace, stendere il suo arco sul mare, mentre un raggio di sole rischiarava Ortigia.

Così, nelle stesse condizioni di luce, per l'ultima volta, potei contemplare il Vesuvio, allorchè nel ritornare a Napoli fui colto dalla pioggia. Auguro a tutti coloro che visiteranno Napoli e Siracusa di poter godere lo stesso spettacolo, veramente superbo.

Gettai un ultimo addio a Siracusa, perchè dovevo partire l'indomani, e volli ancora una volta salire sino al teatro per contemplare la città.

Ed ora, addio, Aretusa! Addio, rive del Timbro, volgenti le vostre acque poetiche senza posa!


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