Canto IV.TANATO ED EIRENE.

Canto IV.TANATO ED EIRENE.Com'è placido, o morte, e come è bello il tuo regno colorito qui fra le rovine di Pompei, nel recinto della cenere che si inarca![9]Ben altra tu mi apparisti nelle macerie di Roma, come un Cesare maestoso che dalla via Appia infili i larghi archi, tacito e tetro, trionfatore del mondo e calpestatore dei popoli; ben altra nei campi di Siraco, dove ancora Aretusa versa giù nel mare le melodiche lagrime per il perduto dio e la rocciosa plaga giallognola mostra i solchi del tempo con tracce ditombe all'intorno, per quanto il falco la domina con lo sguardo.[10]Colà come Memnone tu mi apparisti, che manda dei gemiti, quando la madre Aurora lo sveglia e lo bacia sul capo. Ma qui come un ricciuto fanciullo, simile al sorridente Amore, tu mi appari, o Tanato, nelle scintillanti macerie di Pompei, scherzando con la polvere di oro e coi rottami dei vasi infranti. E coi lapislazzuli e i perduti ornamenti delle fanciulle tu ricami il tuo sepolcrale mosaico di figure fantastiche e favolose. Informami soavemente il canto e venga qui benigna Eirene, la celestiale sorella, e mi aleggi intorno al capo, eternamente. Ed ecco che aprì gli occhi Euforione;dove mai si trovava egli? Una nube gli avvolgeva lo sguardo e il capo accasciato dal dolore, e dello spruzzo delle onde grondava ancora la chioma e la testa. Era in un'arcuata caverna di rocce dentate, rischiarata in rosso dal vaporoso lume d'un tizzo acceso a mo' di fiaccola, che un uomo teneva in mano, ricurvo, nel vello peloso del pescatore, mentre gli sguardi inorridivano del raccapriccio di morte. Allora terribile mugghiò il mare con urlo, e le onde, freneticamente agitate, risuonarono intorno per le rupi sulla caverna scossa. Ivi pendevano in gran copia alle caviglie reti brunastre, canne da pesca, gomitoli di nasse e corde di paretelle. Ma al suolo sulla nera terra giacevano figure, vinte dal dolore, in un rigido deliquio. Fra la ciurma ivi sedea anche lo stesso Serapione, col grigio capo appoggiato alle mani, senza forza per l'indicibile pena. Inoltre, nell'abbigliamento di festa, coi lineamenti del tutto sformati, sconvolta e arruffata la chioma, inzuppata di acqua salsa, giacevano distesi sull'alga gl'infelici figli di Arrio, simili alla conchiglia di porpora che il flusso spinge alla riva sull'alga scintillante del mare.Euforione li guardava fiso, come fantasmi, e piegandosi sulle ginocchia cercò di pronunziare queste interrotte parole: «Ohimè! dove siamo noi infelici precipitati? ci hanno, ohimè! trascinato giù nel profondodel mare gli urlanti gorghi? dove sono io mai? cadde Pompei, rovinò dalle fondamenta il globo terrestre? È questa la fossa? Ci ha tutti ingoiati la voragine del Tartaro?» E dagli occhi cercò di scuotere con forza il deliquio; ma la ragione gli girava intorno smarrita. Come quando di mezzo al fumo spuntano qua e là delle figure poco riconoscibili e di nuovo si offuscano, così a lui errava confuso lo spirito sulle immagini scomparse. Vide tutti gli orrori della notte, il Vesuvio e Pompei ravvolta nel fuoco, la casa della festa e Ione presso il magnifico candelabro, gli ospiti giulivi e l'improvvisa catastrofe. Vide Arrio fra le rovine presso la volta della casa, piegato accanto ad Ismeno, col capo morente tutto ricoperto di cenere. Vide uomini e donne, distesi nell'arena che si ammucchiava all'intorno, il popolo fuggente correre giù per la china delle strade a precipizio nelle nuvole di fuoco e sferzato da una gragnuola di lapillo, strillando come uccelli notturni, quando ne li caccia via lo scoppiettare dell'incendio. Ed ora ei vide sè stesso, nel vortice di cenere, con Ione sulle spalle e Ion appeso alla veste correre verso il mare di mezzo alla città in fiamme e alla turba confusa degli uomini; ed echeggiava l'aria dei lamenti del popolo che si precipitava nel mare, acceffando le barchette con grida angosciose, finchè il flutto li allontanava edi nuovo il riflusso li gettava sulla riva. E a lui pareva come se sprofondasse nel mare, come se tutte le acque furibonde lo inghiottissero nel gorgo; ma ad un tratto egli intese il rumore del bordaggio, un vociare confuso ed orribile e nel mezzo il grido risuonante di Serapione. E subito vide il vecchio, non più come l'illusione di un sogno febbricitante, sollevarsi sul suolo della caverna, nell'aspetto simile al nero Caronte, e cercò di chiamare per nome l'ospite amico, stendendogli con forza il braccio, mentre prima barcollava pieno di angoscia; ma la notte fosca gli avvolse ben presto il capo ricurvo.Alto tuttavia urlava il mare percosso dal turbine impetuoso, fuori presso il roccioso lido, e già avevano i balzanti flutti trascinato quei fuggiaschi di Pompei nel naviglio del vecchio egiziano, che ora coll'albero infranto giaceva gettato sulla spiaggia salvatrice di Capri. Non lungi da Napoli si eleva la bella roccia dedalica dell'isola aprica. Ivi Amore si compiace di sognare nelle grotte di zaffiro origliando alla camera nuziale delle sirene del mare, dove, con delicato sorriso, le onde tremolano nel fosforo e l'aria narcotica intesse tranquillamente di azzurro il grazioso crepuscolo. Ma fremeva ora il mare intorno al lido tutto inarcandosi di onde cristalline, e la schiuma schizzava fin sulla cresta dell'isola.E come una nebbia, la cenere compatta e crocchiante copriva gli scogli, e lontano sulle onde l'uragano agitava un vortice di nubi. Rosse splendevano le rocce e rosso il golfo ribollente, ma fosco si agitava il mare nello splendore solfureo, impetuosamente illuminato dai lampi e poi di nuovo coperto subito dalla notte. E con luccicanti creste s'avvolgeano i sibilanti cavalloni, sbuffavano in alto inalberandosi e risuonando poi sulla scogliera, sì che intorno ne rintronava la spiaggia ed echeggiava con rimbombo l'isola.Così passava rapido il tempo, non più partito dal mutare delle stelle nel cielo. Poichè non era nè giorno nè notte, e solo rossi bagliori raccapriccianti solcavano la terra che fumava. Se le ore scorressero, se i giorni si spegnessero nella notte senza misura di tempo, nessuno dei mortali avrebbe saputo.Finalmente venne la calma; presso agli scogli di Capri cessava di fremere, stanco, il mare, e la tempesta delle nuvole ammainava le vele. E le nebbie squarciate, già tutte infrante a brandelli, affollandosi a mo' di schiera correvano e si spingevano al mare come corrono le flotte di ritorno alla loro patria dopo la terribile battaglia navale, serrate a schiere anch'esse ed affollandosi al suono delle tube, mentre le vele sventolano rotte intorno all'antenna e foschisporgono i tronchi degli alberi spezzati; e le navi, stanche dalla lotta, tirano giù le vele stridendo come gru e sempre più lontano nereggia la fitta squadra sul mare.E già dai crepacci della grigia nuvolaglia appariva l'azzurro del cielo, quando spuntò timido l'astro del mattino e dall'azzurra notte di ambrosia emerse con tutte le stelle la lampada degli Dei, Orione. E subito splendette l'aria, il chiarore divenne sempre più limpido, un vapore colorato si levò dalla sponda gialliccia del levante, morbido come il chiarore dell'Iride, quando affrettandosi al mare si trascina dietro il lembo della sua veste variamente ricamato a fiori e la traccia luminosa delle ali. Come un brivido corse un alito di vento e dalla scogliera si precipitò con alte strida il gabbiano, a tuffare nei flutti le sue ali strepitanti. Un grazioso sorriso mattinale rischiarava adesso il cielo, e spuntò rosea la magnifica Eos vivificatrice della città, mentre in largo s'accendeva il mare e risplendeva la cresta di Sorrento, come s'accende l'ebbro e sanguigno capo del fiammante papavero. Timide ricomparvero le rive, avvolte come in un velo d'incerto vapore: colà la riva di Pesto e qui gli scogli delle Sirenusse, di là la riva di Napoli e il giallo monte Miseno. Ma il dominante Vesuvio se ne stava lì maestoso nella suapompa di porpora, tranquillo come un eroe che silenzioso contempli il campo di battaglia e i morti, niente affatto rannuvolato dal rimorso e appoggiato alla lancia luccicante della zuffa.Appena spuntò Elio per sanare della sua luce la terra, il vecchio veleggiò subito con la sua nave verso la riva di Pompei, per osservare con i propri occhi e cercare tra i superstiti e i morti.Ma chi può dire quale orribile e violento dolore assalisse ora i figli di Arrio, che si abbandonarono alla piena dell'affanno, quando, simili a naufraghi, si svegliarono sull'estraneo lido, privi di speranze, poichè il compagno svelò loro la sorte del padre e non cercò d'illuderli in nessuna maniera? Strappandosi i ricciuti capelli e percotendosi il petto, il fanciullo emise un profondo grido di dolore che si ripercosse lontano negli scogli di Capri.Arrio! risuonavano le rupi, ed Arrio! ripeteva l'Eco. E con i sensi smarriti Ione vagava lungo la riva: ora, silenziosa contemplando le coste di Pompei, sollevava il braccio in alto verso il cielo con le labbra aperte senza profferir parola e pazza di dolore, ora lanciava nell'aria un grido improvviso. Non così nello spasimo del cordoglio uscì un giorno un canto di dolore dalla bocca di Cassandra, che contemplava i ruderi di Ilio, seduta sul lido nemico, eversava nel mare il suo affanno triste come la morte, impennando le aure del suo sacro grido di malinconia, come ora si lamentava Ione cercando il padre, gli amici, la patria, che senza tomba erano profondamente sepolti sotto la lava vomitata dal Vesuvio. Ed ella supplicava la morte, e spesso saltava avida di sprofondarsi nel mare; però la stringeva gemendo il fratello Ion e forte talvolta la cingeva con le braccia Euforione, versando lacrime di raccapriccio e unendo gemiti a gemiti. Essi passavano nel pianto il giorno come passavano anche nel pianto la notte, storcendo le mani con sospiro ed errando intorno alle rupi dell'isola, così come i figli del cigno, che seggono raccolti sul rossastro promontorio presso il mare e battono le ali e gridano senza fine con un gemito rassomigliante al suono dell'arpa nell'azzurra solitudine dei flutti, poichè il cacciatore uccise loro i genitori distruggendoli insieme col nido.Di nuovo si fe' giorno. Quand'ecco ritornò anche Serapione, mentre quelli ansiosi, immoti nel sordo dolore, vuoto il petto di sorgenti di lacrime, tristi pensieri volgendo, sedevano sul giallo scoglio, sui gradini di marmo del palazzo, che Tiberio, il demone di Capri, un giorno si fabbricò cingendolo di magnifiche colonne, da' cui piedistalli scintillanti intorno alla scala si specchiavano giù nel mare immagini dinumi tacite e severe.[11]Colà li trovò il vecchio, ei venne inerpicandosi per l'erta della riva e subito, come un uomo del quale lo sguardo precursore della parola accenni a qualcosa di triste, Serapione cominciò perplesso in tali accenti: «Infelici, oh che cosa debbo io ora riferirvi? come potrò riuscire ad esprimervi tutto ciò con parole? Un ammasso di polvere è diventata Pompei, inghiottita la città e sotterrata anche la sua gente! Nè il padre, nè la casa, nè gli amici, nè la patria sperate di vedere; l'inarcantesi terra tutti insieme li ricopre. Ahimè! nessun occhio li vide, e chi è sfuggito alla rovina dice che è morto Arrio, e morto anche Pansa ed è morto anche Ismeno! Chi discerne fra i molti che perirono? Da ogni parte imperversa la distruzione ed il caos, sembra che tutto sia una fossa sola. Le macerie coprono colà il paese sfigurato come con le onde fangose del Nilo. Plumbei si elevano gli ammassi della lava rappresa;monti vomitati dal monte seppellirono i campi e le città, e la terra fusa indurisce selvaggia, orribilmente compressa nelle sue zolle. E d'intorno deserto; un pantano di zolfo, un indicibile ammasso a strati di cenere e sabbia e frane e frantumi infiniti! La città precipitò nel profondo del Tartaro senza lasciare alcuna traccia; così del Vesuvio si distese su di essa un lenzuolo di polvere e una nera coltre di cenere, che non un tempio si scerneva, non il teatro, non la piazza, neanche una casa. Ma qua e là dal flutto di cenere un dorico capitello sporgeva il suo capo tentennante come un ebbro, e si vedeva l'orlo merlato d'una torre infranta. Ahimè! e di morti un esercito! gli uni fissi nella lava e gli altri nella sabbia, ovvero accomunati nelle onde fangose con le bestie marine, che il mare ora rivolge con raccapriccio negli orribili flutti insieme coi percossi alberi e le caviglie delle infrante navi. E il vento solleva un turbine di polvere; come nel deserto di Libia, su Pompei la cenere danza le furiose danze della morte. Napoli e Nola mandarono in fretta delle schiere di fossatori, se mai riuscisse loro di liberare qualcuno dai frantumi; ma questi uomini rimangon lì fermi, con le zappe inerti ai loro piedi, pieni di orrore e guardano la nera campagna flegrea. E come i corvi d'autunno riempiono di strida il terreno dissodato,accoccolandosi a stuolo, così seggono colà le donne gemendo fra i rottami, con monotone grida, e versano sul loro capo la polvere solfurea. Il dolore, segugio della morte, manda alti gemiti colà e cerca la via nella cenere ammonticchiata; la fame con lucente sguardo gironza intorno e fruga tra i rottami con urlante delirio. Oh come basterà la parola ad esprimere tutto ciò? Intorno al grazioso golfo ora la morte intreccia nere ghirlande; anche altre città caddero; caddero Ercolano ed Oplonti,[12]Stabia è coperta dalla notte. Da che la terra popolata uscì fuori del caos, giammai occhio mortale vide così violenta ed orrida distruzione! Cessate, deh, cessate dal lamentarvi! nessun dolore può misurare questi abissi vertiginosi e senza fondo. Muto sta l'uomo innanzi all'opera dei celesti, compreso di stupore e d'irresolutezza, e lascia compiere ciò che non può arrivare mai a capire. Lasciate che i morti riposino tranquilli e che il padre dorma nella sepoltura della casa, beati loro che non videro la caduta e lo squallore di Pompei, perchè un demone del cielo li rapì di mezzo alla festa».Così il vecchio. Ancora alto gridava ilgiovanetto Ion con voce risuonante e con volto nascosto amaramente sospirava. Ma Ione, con le mani tese verso la sponda azzurro-velata di Pompei, d'un volto simile alla morte, rabbrividito e pallido, sparsa sul petto la chioma fluente, stava ferma a guardare nel mare, finchè le braccia non le si piegarono per istanchezza ed il capo non s'appoggiò alla spalla dell'amico Euforione, il quale sollevò per mano dal suolo anche il fanciullo.E intenerito vide il vecchio come le giovani figure legasse insieme la catena del dolore e la catena dell'amore. E a lungo esse rimasero così silenziose nell'ansimante dolore e contemplarono malinconicamente la vita, quando a un tratto il vecchio proruppe: «Ben vede oggi il sole della trasformazione tante cose che i popoli istituirono, le età consolidarono, la repentina morte disciolse. Il povero ora si unisce al ricco e il signore chiama fratello lo schiavo. Che sono i desiderî degli uomini e che è mai l'affaticarsi per il futuro? Che cosa è il tuo dolore, o Euforione, che poco fa scagliasti selvaggiamente contro il cielo per una meschina figura di argilla? Ecco, Pompei giace nella polvere frantumata, rotta come un vaso che un fanciullo scherzando getta giù dal piedistallo. Ora vi abitano le larve e striscia pei muti palagi il verme schifoso, sedendo sull'oro e sulla seta di Tiro.E la notte eterna copre le preziose meraviglie della bellezza. Così come i ciottoli della roccia, il tempo rotola costantemente le opere degli uomini, schernendo i figli di Prometeo che, poveri creatori, formano polvere dalla polvere. I nipoti ereditano le macerie e la posterità dolente raccoglie anche la più sublime azione come un rottame di mezzo ai frantumi».A ciò subito levò il capo il Greco e disse con commozione: «Ben dicesti tu il vero! Un sol minuto basta a dileggiare i nostri titanici dolori e i più eccelsi sensi divini, giacchè anche dietro la mano e l'opera di Fidia stava un giorno motteggiando la morte e placidamente si prendeva gioco dei rottami in cui quella si sarebbe ridotta. Pure tutto ciò che nel petto aspira con forte desiderio alla luce, ciò che tende all'immortale con la lieta brama del creare, o vecchio, non è un soffio della dileguantesi ora mortale! Cadono le città e i popoli, muoiono le opere degli uomini, ma rimane il potere dell'arte ed il lavoro che redime; i quali, sacerdoti celesti della luce e della libertà, peregrinano come messi andando dai padri alla vegnente generazione dei nepoti. E l'uomo si rinnova eternamente, ammassa opere su opere, attendendo pacifico alla perfezione del fiore della terra, con santa umiltà. Così io la penso, e quantunque ancora l'anima mi stilli di morte, pure mi èrimasta la forza e la brama infinita dell'operare. Anche a me han distrutta i celesti l'officina e le opere, e nel medesimo tempo il dubbio ed i miei piccoli dolori puerili. Eternamente adunque le macerie coprirono le opere dell'apprendista, per sempre quelle figure del sogno e della brama che lottava con energia giovanile. Ma come quando nella vampa del Vesuvio io tuffai l'anima, sì che essa, liberata dalla scoria della pesante materia e purificata dalla torbida miscela, tende ora alle vette apriche, così io son divenuto, così mi sento rinnovato, così ringagliardito dentro di me».E l'Egiziano guardava lieto l'insigne giovane così entusiasta, ammirando com'egli, con ancora la veste di schiavo sulle vigorose forme, se ne stesse colà virilmente col capo sollevato e coperto da riccioli neri, simile al figlio di Dedalo che aveva modellato nella creta, ma più tranquillo e più grave; e l'ospite amico si compiaceva a guardare come per mano ei si tenesse la più bella fanciulla di Pompei.«Strano, diss'egli; i celesti confondono sempre le sorti degli uomini, il flagello della Furia colpisce le teste dei potenti, mentre intorno al capo dello schiavo essa si trasforma per incantesimo in una ghirlanda. La morte diventa vita, la porta della tomba si cambia in un'eccelsa porta di trionfo! Oh te beato! Io ti esalto: come una fenicerisorgesti dalla cenere di Pompei, e Iddio die' compimento a quel che tu presago modellasti. Tu sei libero e sfuggisti anche tu al labirinto della morte; io ti chiamo Dedalo ed Icaro ad un tempo, perchè i Geni ti prestarono le ali di entrambi. Oh! sollevate al cielo le mani, sollevatele in segno di ringraziamento, voi, che i celesti stessi guidarono sulle ali nella mia nave. E tu, o nobile e rassegnata fanciulla, che cosa scegli tu adesso? Non più vi sono vie per ritornare in patria; a novella vita e più grande risorgerai. Perchè colui che ha superato tali cose, ha ricevuto dalle eterne potenze una elevata destinazione, sempre più in alto nella vita. Vuoi tu andare a Roma col fratello? Colà abitano molti amici di tuo padre, o vuoi piuttosto scegliere la città di Napoli? Parla, io ti guido volentieri nella mia nave, dove desideri. Oppure comprendo esattamente quel che già presentivo, e che voi stessi ora mi date a intendere con lo sguardo e con l'unione fraterna delle mani?»Non rispose a ciò la figlia dell'infelice Arrio, ma, immersa in profondi pensieri, abbassò lo sguardo, silenziosamente. Ed allora Euforione: «Ben hai tu presentito il vero, tu che ci fosti mandato per pilota dagli Dei, o santo ospite amico. Sì, noi veniamo teco, tu stesso l'hai predetto. Ma non come uno schiavo fuggiasco io montoa bordo della nave salvatrice, giacchè mi segue Ione, come compagna di viaggio all'uomo che essa stessa ha liberato dall'infamia della trista schiavitù. Colei che mi prometteva la vita, mi è stata ora legata dalla morte, ed il Vesuvio ci ha fuso, ohimè! le indissolubili catene. È forse un sogno? O Dei, come intendo io il subitaneo mutamento! Voi, sì, mentre io me ne sto pieno di meraviglia, mi vuotate sul capo ambedue i corni dell'abbondanza, mischiando il dolore al piacere e la morte alla vivificante salute. Oh come rimango confuso di vergogna dinanzi a voi, io che solo fra tutti soffrii meno! Io debbo sembrare ora come un misero mortale, che dai luccicanti rottami estrasse i più preziosi tesori, rubandoli ai caduti, e fu arricchito dalla prodiga morte. Perciò non so pronunziare alcuna adatta parola; mi batte il cuore nella speranza, eppure il dolore lo seppelisce in un raccapricciante silenzio. Questo solo io sento: Ione, tu vivi, e tu vivi per me, o fanciullo! E se ancora la preghiera dei vivi scende giù nell'Orco, ben udrà il padre gli ardenti voti, e si volgerà a me accennando dai campi elisi l'ombra placabile di Arrio. Lungi ora navigando sul mare noi andiamo in esilio, c'è di guida il dolore, e nel tempo stesso anche la speranza e l'amore, che di mezzo alle rovine ci costruisce di bel nuovo la patria. Poichèanche oltre il mare fiorisce incantevole la terra ospitale, anche colà risplende Eos e sorge per gli uomini d'azione anche Elio e Selene nell'amica sera».Disse e indicò il mare e i monti luccicanti di Calabria, che dal vapore ondeggiante sollevavano la cima violacea. Lungi ridevano le onde e bello brillava il promontorio merlato della Licosa; qualche nave a vele spiegate correva giù verso il sud in una corsa beatamente alata. Ma ad Euforione sembrò come se il cielo di smeraldo risuonasse di festosi inni e come se echeggiassero di canti i rapidi flutti, che con ansante mormorio si rincorrevano sull'estesa assolata. Così stava egli commosso sulla riva crestosa di Capri, agitando la mano verso il mare porporino, mentre gli splendeva nell'occhio la celeste fiamma del desiderio.E l'afflitta Ione sollevò il suo pallido volto e disse: «Ahimè! lungi, o amico, tu guardi, e le ali della speranza sollevano il tuo spirito coraggioso; ma nel mio petto il cuore sepolto come sotto le macerie, si è cangiato in un'urna, ripieno della cenere di morte. Io cerco vincere l'angoscia, e apprendo l'umiltà dal dolore, piegando religiosamente il mio povero capo innanzi alla triste necessità. Ma il grido del cuore, oh questo grido disperato mi ridesta sempre dal muto silenzio, ed allora mi rivolgo aicelesti domandando: ma sarà Pompei sempre coperta dalla cenere? E ritornerà mai a noi il nobile padre? Ed è per sempre sprofondato nei frantumi? E copriranno questi frantumi eternamente gli amici e le case ed anche la fiorente città? Io vivo sempre nel sogno ed orfana stendo le sospirose braccia verso la patria, verso i vani fantasmi della tomba. Perchè come sulla sabbiosa pianura il vento distrugge con la polvere per ischerno la traccia del piede frettoloso al viandante, così copre la sabbia tutta la mia vita ed i miei sensi. Tutto divenne intorno a me caos, e mi vacilla nel petto il cuore senza patria, strappato quasi alla sua ancora e spinto nell'onda del cordoglio verso il velato avvenire. Ahimè! della casa di Arrio sono questi gli unici avanzi, io e tu, Euforione, ed il piccolo Ion, a me carissimo sopra ogni altro!Ed a ciò Ion: «O Ione ed Euforione, io ora vi amo doppiamente, perchè voi mi sembrate i genitori, essendo il padre disceso nell'Orco. Ma tosto che noi fabbricheremo la casa sulle rive del purpureo Nilo, sia essa com'era la nostra, chè non mai io dimentico la nostra abitazione, la quale s'ergeva sì bella con le colonne splendenti dell'azzurro del mare. Sabbia e frana la ricoprono, e ricoprono anche il podere e i tesori che il padre accumulò e la diligente madre raccolse. Di tutto posso consolarmi,solo non posso dimenticare i tuoi preziosi regali, o sorella, che poco fa mi portasti da Roma. Ed anche il candelabro di bronzo io piangerò, o amico; mi appare sempre agli occhi la bella figura e ripenso alle lampade scintillanti nella sala, al padre che stupito ivi sedeva ed agli amici che guardavano ammirati. Ma ora esso sen giace coperto di cenere, e nessuno attizza le incantevoli lampade, allietandosi del loro scintillio. Si affrettò subito un demone a trarlo giù nel profondo dell'Orco, fra le lare, per la regina Persefone, dove ora sta accanto al trono e illumina le orride tenebre».«Lo ricopra pure la polvere, rispose sorridendo Euforione, e sia ora lampada sepolcrale per Arrio e per tutti gli amici: ormai mi ha già bell'è compiuto il destino. Esso era per me l'araldo della luce, un amico salvatore dell'amore; e un tempo, quando saranno trascorse le età e molte generazioni di uomini, quando noi tutti saremo dispersi coperti dalla polvere, i posteri lo ritroveranno; allora dinanzi ai tardi nepoti esso starà come uno straniero e un divino mistero. Ma forse un uomo, un osservatore, lo contemplerà, e con malinconia dirà allora: di chi erano le mani, le preziose mani che ne intesserono le forme e quali sensi commovevano il maestro, quando nell'officina modellava il lampadarodedalico? Per chi esso infiammò e illuminò l'anima innamorata? Ed allora il mio bronzo racconterà a questo nipote stupefatto anche il destino di Pompei e la nostra storia passionale.«Ma io stesso, soggiunse il fanciullo, apprenderò subito da te a modellare il bronzo, perchè anch'io diventi maestro di plastica, che ognuno onori ed ammiri con lode e celebrazione. Bello mi sembra pure che l'uomo si eserciti in tutto ciò che nessun destino, nessuna improvvisa distruzione può strappargli. Noi, ahimè, i figli del benestante Arrio siamo adesso come i più poveri del popolo, che sulla via polverosa chiedono l'elemosina. Ma tu unico e solo rimani ricco, tu porti teco tutti i beni, l'arte che rende felice il mortale ed il lavoro che crea e che ora nutrirà anche noi, orfani smarriti». Così disse il grazioso fanciullo ed Euforione se lo sollevò al cuore, lo strinse dolcemente al petto e guardò nel cielo commosso.«Bene, gridò subito Ione, bene ci siamo noi scambiata la propria forma della felicità. Prima io stava altera e piena di splendore, e mi pareva che nessun desiderio soddisfatto mi bastasse, per quanto fossi circondata di ogni cura. E riuscii ad ottenere che la mia bocca potesse liberarti, o caro. Ma dei doni, o amico, che per l'innanzi offriva la figlia di Arrio per rendere gliuomini felici, questo, ahimè, era l'ultimo ed il più bello. Io son povera adesso, il mio tesoro d'un tempo è ora soltanto affanno e cordoglio. Mai tacerà questo immortale dolore, per quanti anni possano scorrere, perchè, dovunque io sia, la mia anima sarà rivolta alla tomba dei perduti amici, e dovrò piangere il padre e sempre piangere Pompei. Ma tu quale un celeste donatore mi porgi la salvezza. E come saprò io esprimerti i sensi del mio cuore che palpita? Poichè, come finalmente appare al nocchiero, sbattuto dalla tempesta, la più propizia pace nel porto, così tu sei per me il rifugio del dolore. Noi siamo tuoi, noi veniamo con te; ciò che oltre il mare lontano Iddio ci prepara, noi ce lo prenderemo con un amore operoso. Ed ora vieni, il mio cuore si strugge dal desiderio della partenza. E già satura di dolore io voglio piangere me stessa nella polvere di Pompei, poi prendici tutti, o vecchio, e facci viaggiare sulla tua nave amica ed ospitale».Odi! e risuonò dalla spiaggia un canto, l'allegro e giulivo saluto del mare. Dalla nave rabberciata gridarono su verso la roccia i figli del Nilo, sollecitando il vecchio; dall'albero di abete sventolavano le banderuole, nel nord-ovest le bandiere fluttuavano e a bordo pendevano le corone d'ulivo e i rami dei sacri pini.«Orsù! disse l'Egiziano, perchè lì bassola solerte ciurma mi chiama con strepito e si apparecchia a partire. L'animo di tutti aspira con ardente desiderio alla patria sicura. Affrettatevi dunque e calmate l'ansia affannosa del petto, o partenti, che è sempre dolce il piangere, dolce il dolore di ogni partenza; ma di là al capo di Pallade io mi fermo, finchè voi torniate a casa dai ruderi di Pompei. Alcuni giorni io vi permetto di restare colà per informarvi degli amici, ovvero per prendere delle disposizioni, nel caso che vi siano rimasti migratori, che il medesimo destino discaccia dal patrio lido. Io mi reco a dedicare qualche pia offerta nel tempio, com'è costume dei naviganti, perchè favorevole gli Dei ci mandino il vento da far vela e ci spingano la nave verso il divino Nilo, dove in un'agiata casa i miei vi tratteranno con ogni sorta di premure, finchè Pallade in seguito non vi erigerà la propria abitazione. Ma tosto che sarò a casa, mi farò dipingere da un pittore, che ben ne esegua il lavoro con arte, due preziosi quadri, indove si ammirino la città sprofondantesi col monte che vomita fiamme e la mia nave, così come i celesti me l'hanno tratta fuori dal gorgo vorticoso. Io voglio ch'ei ben mi riproduca questi quadri, e l'uno consacrerò colà nel tempio di Minerva, l'altro nel tempio d'Iside, dov'esso si eleva alto presso Canopo sulla gialliccia pianura di sabbia».E qui discesero la sassosa scala del palazzo, che s'incurvava a mo' di porto intorno ai rossi scogli dell'isola. Lento seguiva il vecchio; tenendosi per mano, i due scendevano, e innanzi a loro saltellava rapido il roseo fanciullo, simile nell'elegante figura al ricciuto Amore, che guida gl'innamorati nell'azzurra lontananza della vita.Subito saliron sulla barca, che rapida corse verso la riva di Pompei fendendo coi remi i tersi flutti. Ma la nave di Serapione passò fremendo lo stretto di Capri, e ben presto approdò presso il bel tempio di Minerva che s'innalzava accanto al lido del mare coi luccicanti merli, segnale al nocchiero e sacro e da tutti onorato fin da tempo immemorabile. Lo fondarono i coloni di Tafo, quando dalla terra ellenica veleggiarono per edificare sulla spiaggia di Napoli e nei campi di Cuma. E molti doni che per riconoscenza i nocchieri piamente consacrarono colà come offerte, vasi di bronzo, ornamenti di bionda ambra e tavole votive dipinte per l'improvviso scampo, si vedevano intorno nel tempio accumulati presso ogni altare. Molti ve ne consacrò il vecchio, distribuendo ai sacerdoti ricchi doni di oro e preziosi drappi di festa.Erano già passati otto giorni; quando però giunse il nono e trascorse e già Elio tramontava in sulla sera, ecco, la barca si allontanò dal lido di Pompei. Con unagagliarda corsa passò daccanto agli scogli dell'alta Sorrento e Serapione la vide con piacere accostarsi. Euforione sorreggeva tra le mani la curva urna di bella forma campana, che lungi risplendeva rossa, di luccicante argilla ed ornata di leggiadre figure. Perchè della sacra cenere di Pompei Ione vi aveva dentro raccolto la polvere, qual funebre ricordo della patria. E adesso invece dei lari, invece del fuoco del focolare, presero seco la polvere nell'orciuolo, per metterlo un giorno nella nuova patria, religiosamente, come segnacolo della propria abitazione.Serapione con gioia guidò subito sulla sua nave gl'innamorati, perchè più gagliardo spirava il vento di ponente col fresco della sera. I bruni figli dell'Egitto sollevarono ora le ancore pieni di desiderio, mentre il vento riempiva e gonfiava le vele. E la nera nave prese la corsa come il migrante Ibi.Era già sera: il sole già tramontava di là alla roccia lungisplendente di Ponza, svanendo in un vapore di porpora con magnificenza e grandezza, come si spegne la vita dei popoli e delle età, spargendo sulla tarda generazione ancora un chiarore crepuscolare. Sempre più calma diveniva la terra, e già si spegnevano i monti di Sorrento e di là già si offuscava dolcemente e impallidiva l'alto Vesuvio. Ed essi sedevanoa bordo tenendosi per mano e guardavano indietro placidamente, finchè disparve ai loro occhi la patria sepolta.«Addio, Pompei! Addio o sacre tombe!» Così gridavano da bordo Ione, Euforione, Ion. «Addio, Pompei!» e correva fremendo il naviglio lontano e sempre più lontano nella vita. E scese la notte, magnifico scintillava a ponente Espero, e le Ore celesti accesero subito nell'azzurro la lampada degli Dei Orione, mentre le stelle dal cielo con dolce scintillio mandavano giù sulla nave i loro raggi benigni.

Com'è placido, o morte, e come è bello il tuo regno colorito qui fra le rovine di Pompei, nel recinto della cenere che si inarca![9]Ben altra tu mi apparisti nelle macerie di Roma, come un Cesare maestoso che dalla via Appia infili i larghi archi, tacito e tetro, trionfatore del mondo e calpestatore dei popoli; ben altra nei campi di Siraco, dove ancora Aretusa versa giù nel mare le melodiche lagrime per il perduto dio e la rocciosa plaga giallognola mostra i solchi del tempo con tracce ditombe all'intorno, per quanto il falco la domina con lo sguardo.[10]Colà come Memnone tu mi apparisti, che manda dei gemiti, quando la madre Aurora lo sveglia e lo bacia sul capo. Ma qui come un ricciuto fanciullo, simile al sorridente Amore, tu mi appari, o Tanato, nelle scintillanti macerie di Pompei, scherzando con la polvere di oro e coi rottami dei vasi infranti. E coi lapislazzuli e i perduti ornamenti delle fanciulle tu ricami il tuo sepolcrale mosaico di figure fantastiche e favolose. Informami soavemente il canto e venga qui benigna Eirene, la celestiale sorella, e mi aleggi intorno al capo, eternamente. Ed ecco che aprì gli occhi Euforione;dove mai si trovava egli? Una nube gli avvolgeva lo sguardo e il capo accasciato dal dolore, e dello spruzzo delle onde grondava ancora la chioma e la testa. Era in un'arcuata caverna di rocce dentate, rischiarata in rosso dal vaporoso lume d'un tizzo acceso a mo' di fiaccola, che un uomo teneva in mano, ricurvo, nel vello peloso del pescatore, mentre gli sguardi inorridivano del raccapriccio di morte. Allora terribile mugghiò il mare con urlo, e le onde, freneticamente agitate, risuonarono intorno per le rupi sulla caverna scossa. Ivi pendevano in gran copia alle caviglie reti brunastre, canne da pesca, gomitoli di nasse e corde di paretelle. Ma al suolo sulla nera terra giacevano figure, vinte dal dolore, in un rigido deliquio. Fra la ciurma ivi sedea anche lo stesso Serapione, col grigio capo appoggiato alle mani, senza forza per l'indicibile pena. Inoltre, nell'abbigliamento di festa, coi lineamenti del tutto sformati, sconvolta e arruffata la chioma, inzuppata di acqua salsa, giacevano distesi sull'alga gl'infelici figli di Arrio, simili alla conchiglia di porpora che il flusso spinge alla riva sull'alga scintillante del mare.

Euforione li guardava fiso, come fantasmi, e piegandosi sulle ginocchia cercò di pronunziare queste interrotte parole: «Ohimè! dove siamo noi infelici precipitati? ci hanno, ohimè! trascinato giù nel profondodel mare gli urlanti gorghi? dove sono io mai? cadde Pompei, rovinò dalle fondamenta il globo terrestre? È questa la fossa? Ci ha tutti ingoiati la voragine del Tartaro?» E dagli occhi cercò di scuotere con forza il deliquio; ma la ragione gli girava intorno smarrita. Come quando di mezzo al fumo spuntano qua e là delle figure poco riconoscibili e di nuovo si offuscano, così a lui errava confuso lo spirito sulle immagini scomparse. Vide tutti gli orrori della notte, il Vesuvio e Pompei ravvolta nel fuoco, la casa della festa e Ione presso il magnifico candelabro, gli ospiti giulivi e l'improvvisa catastrofe. Vide Arrio fra le rovine presso la volta della casa, piegato accanto ad Ismeno, col capo morente tutto ricoperto di cenere. Vide uomini e donne, distesi nell'arena che si ammucchiava all'intorno, il popolo fuggente correre giù per la china delle strade a precipizio nelle nuvole di fuoco e sferzato da una gragnuola di lapillo, strillando come uccelli notturni, quando ne li caccia via lo scoppiettare dell'incendio. Ed ora ei vide sè stesso, nel vortice di cenere, con Ione sulle spalle e Ion appeso alla veste correre verso il mare di mezzo alla città in fiamme e alla turba confusa degli uomini; ed echeggiava l'aria dei lamenti del popolo che si precipitava nel mare, acceffando le barchette con grida angosciose, finchè il flutto li allontanava edi nuovo il riflusso li gettava sulla riva. E a lui pareva come se sprofondasse nel mare, come se tutte le acque furibonde lo inghiottissero nel gorgo; ma ad un tratto egli intese il rumore del bordaggio, un vociare confuso ed orribile e nel mezzo il grido risuonante di Serapione. E subito vide il vecchio, non più come l'illusione di un sogno febbricitante, sollevarsi sul suolo della caverna, nell'aspetto simile al nero Caronte, e cercò di chiamare per nome l'ospite amico, stendendogli con forza il braccio, mentre prima barcollava pieno di angoscia; ma la notte fosca gli avvolse ben presto il capo ricurvo.

Alto tuttavia urlava il mare percosso dal turbine impetuoso, fuori presso il roccioso lido, e già avevano i balzanti flutti trascinato quei fuggiaschi di Pompei nel naviglio del vecchio egiziano, che ora coll'albero infranto giaceva gettato sulla spiaggia salvatrice di Capri. Non lungi da Napoli si eleva la bella roccia dedalica dell'isola aprica. Ivi Amore si compiace di sognare nelle grotte di zaffiro origliando alla camera nuziale delle sirene del mare, dove, con delicato sorriso, le onde tremolano nel fosforo e l'aria narcotica intesse tranquillamente di azzurro il grazioso crepuscolo. Ma fremeva ora il mare intorno al lido tutto inarcandosi di onde cristalline, e la schiuma schizzava fin sulla cresta dell'isola.E come una nebbia, la cenere compatta e crocchiante copriva gli scogli, e lontano sulle onde l'uragano agitava un vortice di nubi. Rosse splendevano le rocce e rosso il golfo ribollente, ma fosco si agitava il mare nello splendore solfureo, impetuosamente illuminato dai lampi e poi di nuovo coperto subito dalla notte. E con luccicanti creste s'avvolgeano i sibilanti cavalloni, sbuffavano in alto inalberandosi e risuonando poi sulla scogliera, sì che intorno ne rintronava la spiaggia ed echeggiava con rimbombo l'isola.

Così passava rapido il tempo, non più partito dal mutare delle stelle nel cielo. Poichè non era nè giorno nè notte, e solo rossi bagliori raccapriccianti solcavano la terra che fumava. Se le ore scorressero, se i giorni si spegnessero nella notte senza misura di tempo, nessuno dei mortali avrebbe saputo.

Finalmente venne la calma; presso agli scogli di Capri cessava di fremere, stanco, il mare, e la tempesta delle nuvole ammainava le vele. E le nebbie squarciate, già tutte infrante a brandelli, affollandosi a mo' di schiera correvano e si spingevano al mare come corrono le flotte di ritorno alla loro patria dopo la terribile battaglia navale, serrate a schiere anch'esse ed affollandosi al suono delle tube, mentre le vele sventolano rotte intorno all'antenna e foschisporgono i tronchi degli alberi spezzati; e le navi, stanche dalla lotta, tirano giù le vele stridendo come gru e sempre più lontano nereggia la fitta squadra sul mare.

E già dai crepacci della grigia nuvolaglia appariva l'azzurro del cielo, quando spuntò timido l'astro del mattino e dall'azzurra notte di ambrosia emerse con tutte le stelle la lampada degli Dei, Orione. E subito splendette l'aria, il chiarore divenne sempre più limpido, un vapore colorato si levò dalla sponda gialliccia del levante, morbido come il chiarore dell'Iride, quando affrettandosi al mare si trascina dietro il lembo della sua veste variamente ricamato a fiori e la traccia luminosa delle ali. Come un brivido corse un alito di vento e dalla scogliera si precipitò con alte strida il gabbiano, a tuffare nei flutti le sue ali strepitanti. Un grazioso sorriso mattinale rischiarava adesso il cielo, e spuntò rosea la magnifica Eos vivificatrice della città, mentre in largo s'accendeva il mare e risplendeva la cresta di Sorrento, come s'accende l'ebbro e sanguigno capo del fiammante papavero. Timide ricomparvero le rive, avvolte come in un velo d'incerto vapore: colà la riva di Pesto e qui gli scogli delle Sirenusse, di là la riva di Napoli e il giallo monte Miseno. Ma il dominante Vesuvio se ne stava lì maestoso nella suapompa di porpora, tranquillo come un eroe che silenzioso contempli il campo di battaglia e i morti, niente affatto rannuvolato dal rimorso e appoggiato alla lancia luccicante della zuffa.

Appena spuntò Elio per sanare della sua luce la terra, il vecchio veleggiò subito con la sua nave verso la riva di Pompei, per osservare con i propri occhi e cercare tra i superstiti e i morti.

Ma chi può dire quale orribile e violento dolore assalisse ora i figli di Arrio, che si abbandonarono alla piena dell'affanno, quando, simili a naufraghi, si svegliarono sull'estraneo lido, privi di speranze, poichè il compagno svelò loro la sorte del padre e non cercò d'illuderli in nessuna maniera? Strappandosi i ricciuti capelli e percotendosi il petto, il fanciullo emise un profondo grido di dolore che si ripercosse lontano negli scogli di Capri.

Arrio! risuonavano le rupi, ed Arrio! ripeteva l'Eco. E con i sensi smarriti Ione vagava lungo la riva: ora, silenziosa contemplando le coste di Pompei, sollevava il braccio in alto verso il cielo con le labbra aperte senza profferir parola e pazza di dolore, ora lanciava nell'aria un grido improvviso. Non così nello spasimo del cordoglio uscì un giorno un canto di dolore dalla bocca di Cassandra, che contemplava i ruderi di Ilio, seduta sul lido nemico, eversava nel mare il suo affanno triste come la morte, impennando le aure del suo sacro grido di malinconia, come ora si lamentava Ione cercando il padre, gli amici, la patria, che senza tomba erano profondamente sepolti sotto la lava vomitata dal Vesuvio. Ed ella supplicava la morte, e spesso saltava avida di sprofondarsi nel mare; però la stringeva gemendo il fratello Ion e forte talvolta la cingeva con le braccia Euforione, versando lacrime di raccapriccio e unendo gemiti a gemiti. Essi passavano nel pianto il giorno come passavano anche nel pianto la notte, storcendo le mani con sospiro ed errando intorno alle rupi dell'isola, così come i figli del cigno, che seggono raccolti sul rossastro promontorio presso il mare e battono le ali e gridano senza fine con un gemito rassomigliante al suono dell'arpa nell'azzurra solitudine dei flutti, poichè il cacciatore uccise loro i genitori distruggendoli insieme col nido.

Di nuovo si fe' giorno. Quand'ecco ritornò anche Serapione, mentre quelli ansiosi, immoti nel sordo dolore, vuoto il petto di sorgenti di lacrime, tristi pensieri volgendo, sedevano sul giallo scoglio, sui gradini di marmo del palazzo, che Tiberio, il demone di Capri, un giorno si fabbricò cingendolo di magnifiche colonne, da' cui piedistalli scintillanti intorno alla scala si specchiavano giù nel mare immagini dinumi tacite e severe.[11]Colà li trovò il vecchio, ei venne inerpicandosi per l'erta della riva e subito, come un uomo del quale lo sguardo precursore della parola accenni a qualcosa di triste, Serapione cominciò perplesso in tali accenti: «Infelici, oh che cosa debbo io ora riferirvi? come potrò riuscire ad esprimervi tutto ciò con parole? Un ammasso di polvere è diventata Pompei, inghiottita la città e sotterrata anche la sua gente! Nè il padre, nè la casa, nè gli amici, nè la patria sperate di vedere; l'inarcantesi terra tutti insieme li ricopre. Ahimè! nessun occhio li vide, e chi è sfuggito alla rovina dice che è morto Arrio, e morto anche Pansa ed è morto anche Ismeno! Chi discerne fra i molti che perirono? Da ogni parte imperversa la distruzione ed il caos, sembra che tutto sia una fossa sola. Le macerie coprono colà il paese sfigurato come con le onde fangose del Nilo. Plumbei si elevano gli ammassi della lava rappresa;monti vomitati dal monte seppellirono i campi e le città, e la terra fusa indurisce selvaggia, orribilmente compressa nelle sue zolle. E d'intorno deserto; un pantano di zolfo, un indicibile ammasso a strati di cenere e sabbia e frane e frantumi infiniti! La città precipitò nel profondo del Tartaro senza lasciare alcuna traccia; così del Vesuvio si distese su di essa un lenzuolo di polvere e una nera coltre di cenere, che non un tempio si scerneva, non il teatro, non la piazza, neanche una casa. Ma qua e là dal flutto di cenere un dorico capitello sporgeva il suo capo tentennante come un ebbro, e si vedeva l'orlo merlato d'una torre infranta. Ahimè! e di morti un esercito! gli uni fissi nella lava e gli altri nella sabbia, ovvero accomunati nelle onde fangose con le bestie marine, che il mare ora rivolge con raccapriccio negli orribili flutti insieme coi percossi alberi e le caviglie delle infrante navi. E il vento solleva un turbine di polvere; come nel deserto di Libia, su Pompei la cenere danza le furiose danze della morte. Napoli e Nola mandarono in fretta delle schiere di fossatori, se mai riuscisse loro di liberare qualcuno dai frantumi; ma questi uomini rimangon lì fermi, con le zappe inerti ai loro piedi, pieni di orrore e guardano la nera campagna flegrea. E come i corvi d'autunno riempiono di strida il terreno dissodato,accoccolandosi a stuolo, così seggono colà le donne gemendo fra i rottami, con monotone grida, e versano sul loro capo la polvere solfurea. Il dolore, segugio della morte, manda alti gemiti colà e cerca la via nella cenere ammonticchiata; la fame con lucente sguardo gironza intorno e fruga tra i rottami con urlante delirio. Oh come basterà la parola ad esprimere tutto ciò? Intorno al grazioso golfo ora la morte intreccia nere ghirlande; anche altre città caddero; caddero Ercolano ed Oplonti,[12]Stabia è coperta dalla notte. Da che la terra popolata uscì fuori del caos, giammai occhio mortale vide così violenta ed orrida distruzione! Cessate, deh, cessate dal lamentarvi! nessun dolore può misurare questi abissi vertiginosi e senza fondo. Muto sta l'uomo innanzi all'opera dei celesti, compreso di stupore e d'irresolutezza, e lascia compiere ciò che non può arrivare mai a capire. Lasciate che i morti riposino tranquilli e che il padre dorma nella sepoltura della casa, beati loro che non videro la caduta e lo squallore di Pompei, perchè un demone del cielo li rapì di mezzo alla festa».

Così il vecchio. Ancora alto gridava ilgiovanetto Ion con voce risuonante e con volto nascosto amaramente sospirava. Ma Ione, con le mani tese verso la sponda azzurro-velata di Pompei, d'un volto simile alla morte, rabbrividito e pallido, sparsa sul petto la chioma fluente, stava ferma a guardare nel mare, finchè le braccia non le si piegarono per istanchezza ed il capo non s'appoggiò alla spalla dell'amico Euforione, il quale sollevò per mano dal suolo anche il fanciullo.

E intenerito vide il vecchio come le giovani figure legasse insieme la catena del dolore e la catena dell'amore. E a lungo esse rimasero così silenziose nell'ansimante dolore e contemplarono malinconicamente la vita, quando a un tratto il vecchio proruppe: «Ben vede oggi il sole della trasformazione tante cose che i popoli istituirono, le età consolidarono, la repentina morte disciolse. Il povero ora si unisce al ricco e il signore chiama fratello lo schiavo. Che sono i desiderî degli uomini e che è mai l'affaticarsi per il futuro? Che cosa è il tuo dolore, o Euforione, che poco fa scagliasti selvaggiamente contro il cielo per una meschina figura di argilla? Ecco, Pompei giace nella polvere frantumata, rotta come un vaso che un fanciullo scherzando getta giù dal piedistallo. Ora vi abitano le larve e striscia pei muti palagi il verme schifoso, sedendo sull'oro e sulla seta di Tiro.E la notte eterna copre le preziose meraviglie della bellezza. Così come i ciottoli della roccia, il tempo rotola costantemente le opere degli uomini, schernendo i figli di Prometeo che, poveri creatori, formano polvere dalla polvere. I nipoti ereditano le macerie e la posterità dolente raccoglie anche la più sublime azione come un rottame di mezzo ai frantumi».

A ciò subito levò il capo il Greco e disse con commozione: «Ben dicesti tu il vero! Un sol minuto basta a dileggiare i nostri titanici dolori e i più eccelsi sensi divini, giacchè anche dietro la mano e l'opera di Fidia stava un giorno motteggiando la morte e placidamente si prendeva gioco dei rottami in cui quella si sarebbe ridotta. Pure tutto ciò che nel petto aspira con forte desiderio alla luce, ciò che tende all'immortale con la lieta brama del creare, o vecchio, non è un soffio della dileguantesi ora mortale! Cadono le città e i popoli, muoiono le opere degli uomini, ma rimane il potere dell'arte ed il lavoro che redime; i quali, sacerdoti celesti della luce e della libertà, peregrinano come messi andando dai padri alla vegnente generazione dei nepoti. E l'uomo si rinnova eternamente, ammassa opere su opere, attendendo pacifico alla perfezione del fiore della terra, con santa umiltà. Così io la penso, e quantunque ancora l'anima mi stilli di morte, pure mi èrimasta la forza e la brama infinita dell'operare. Anche a me han distrutta i celesti l'officina e le opere, e nel medesimo tempo il dubbio ed i miei piccoli dolori puerili. Eternamente adunque le macerie coprirono le opere dell'apprendista, per sempre quelle figure del sogno e della brama che lottava con energia giovanile. Ma come quando nella vampa del Vesuvio io tuffai l'anima, sì che essa, liberata dalla scoria della pesante materia e purificata dalla torbida miscela, tende ora alle vette apriche, così io son divenuto, così mi sento rinnovato, così ringagliardito dentro di me».

E l'Egiziano guardava lieto l'insigne giovane così entusiasta, ammirando com'egli, con ancora la veste di schiavo sulle vigorose forme, se ne stesse colà virilmente col capo sollevato e coperto da riccioli neri, simile al figlio di Dedalo che aveva modellato nella creta, ma più tranquillo e più grave; e l'ospite amico si compiaceva a guardare come per mano ei si tenesse la più bella fanciulla di Pompei.

«Strano, diss'egli; i celesti confondono sempre le sorti degli uomini, il flagello della Furia colpisce le teste dei potenti, mentre intorno al capo dello schiavo essa si trasforma per incantesimo in una ghirlanda. La morte diventa vita, la porta della tomba si cambia in un'eccelsa porta di trionfo! Oh te beato! Io ti esalto: come una fenicerisorgesti dalla cenere di Pompei, e Iddio die' compimento a quel che tu presago modellasti. Tu sei libero e sfuggisti anche tu al labirinto della morte; io ti chiamo Dedalo ed Icaro ad un tempo, perchè i Geni ti prestarono le ali di entrambi. Oh! sollevate al cielo le mani, sollevatele in segno di ringraziamento, voi, che i celesti stessi guidarono sulle ali nella mia nave. E tu, o nobile e rassegnata fanciulla, che cosa scegli tu adesso? Non più vi sono vie per ritornare in patria; a novella vita e più grande risorgerai. Perchè colui che ha superato tali cose, ha ricevuto dalle eterne potenze una elevata destinazione, sempre più in alto nella vita. Vuoi tu andare a Roma col fratello? Colà abitano molti amici di tuo padre, o vuoi piuttosto scegliere la città di Napoli? Parla, io ti guido volentieri nella mia nave, dove desideri. Oppure comprendo esattamente quel che già presentivo, e che voi stessi ora mi date a intendere con lo sguardo e con l'unione fraterna delle mani?»

Non rispose a ciò la figlia dell'infelice Arrio, ma, immersa in profondi pensieri, abbassò lo sguardo, silenziosamente. Ed allora Euforione: «Ben hai tu presentito il vero, tu che ci fosti mandato per pilota dagli Dei, o santo ospite amico. Sì, noi veniamo teco, tu stesso l'hai predetto. Ma non come uno schiavo fuggiasco io montoa bordo della nave salvatrice, giacchè mi segue Ione, come compagna di viaggio all'uomo che essa stessa ha liberato dall'infamia della trista schiavitù. Colei che mi prometteva la vita, mi è stata ora legata dalla morte, ed il Vesuvio ci ha fuso, ohimè! le indissolubili catene. È forse un sogno? O Dei, come intendo io il subitaneo mutamento! Voi, sì, mentre io me ne sto pieno di meraviglia, mi vuotate sul capo ambedue i corni dell'abbondanza, mischiando il dolore al piacere e la morte alla vivificante salute. Oh come rimango confuso di vergogna dinanzi a voi, io che solo fra tutti soffrii meno! Io debbo sembrare ora come un misero mortale, che dai luccicanti rottami estrasse i più preziosi tesori, rubandoli ai caduti, e fu arricchito dalla prodiga morte. Perciò non so pronunziare alcuna adatta parola; mi batte il cuore nella speranza, eppure il dolore lo seppelisce in un raccapricciante silenzio. Questo solo io sento: Ione, tu vivi, e tu vivi per me, o fanciullo! E se ancora la preghiera dei vivi scende giù nell'Orco, ben udrà il padre gli ardenti voti, e si volgerà a me accennando dai campi elisi l'ombra placabile di Arrio. Lungi ora navigando sul mare noi andiamo in esilio, c'è di guida il dolore, e nel tempo stesso anche la speranza e l'amore, che di mezzo alle rovine ci costruisce di bel nuovo la patria. Poichèanche oltre il mare fiorisce incantevole la terra ospitale, anche colà risplende Eos e sorge per gli uomini d'azione anche Elio e Selene nell'amica sera».

Disse e indicò il mare e i monti luccicanti di Calabria, che dal vapore ondeggiante sollevavano la cima violacea. Lungi ridevano le onde e bello brillava il promontorio merlato della Licosa; qualche nave a vele spiegate correva giù verso il sud in una corsa beatamente alata. Ma ad Euforione sembrò come se il cielo di smeraldo risuonasse di festosi inni e come se echeggiassero di canti i rapidi flutti, che con ansante mormorio si rincorrevano sull'estesa assolata. Così stava egli commosso sulla riva crestosa di Capri, agitando la mano verso il mare porporino, mentre gli splendeva nell'occhio la celeste fiamma del desiderio.

E l'afflitta Ione sollevò il suo pallido volto e disse: «Ahimè! lungi, o amico, tu guardi, e le ali della speranza sollevano il tuo spirito coraggioso; ma nel mio petto il cuore sepolto come sotto le macerie, si è cangiato in un'urna, ripieno della cenere di morte. Io cerco vincere l'angoscia, e apprendo l'umiltà dal dolore, piegando religiosamente il mio povero capo innanzi alla triste necessità. Ma il grido del cuore, oh questo grido disperato mi ridesta sempre dal muto silenzio, ed allora mi rivolgo aicelesti domandando: ma sarà Pompei sempre coperta dalla cenere? E ritornerà mai a noi il nobile padre? Ed è per sempre sprofondato nei frantumi? E copriranno questi frantumi eternamente gli amici e le case ed anche la fiorente città? Io vivo sempre nel sogno ed orfana stendo le sospirose braccia verso la patria, verso i vani fantasmi della tomba. Perchè come sulla sabbiosa pianura il vento distrugge con la polvere per ischerno la traccia del piede frettoloso al viandante, così copre la sabbia tutta la mia vita ed i miei sensi. Tutto divenne intorno a me caos, e mi vacilla nel petto il cuore senza patria, strappato quasi alla sua ancora e spinto nell'onda del cordoglio verso il velato avvenire. Ahimè! della casa di Arrio sono questi gli unici avanzi, io e tu, Euforione, ed il piccolo Ion, a me carissimo sopra ogni altro!

Ed a ciò Ion: «O Ione ed Euforione, io ora vi amo doppiamente, perchè voi mi sembrate i genitori, essendo il padre disceso nell'Orco. Ma tosto che noi fabbricheremo la casa sulle rive del purpureo Nilo, sia essa com'era la nostra, chè non mai io dimentico la nostra abitazione, la quale s'ergeva sì bella con le colonne splendenti dell'azzurro del mare. Sabbia e frana la ricoprono, e ricoprono anche il podere e i tesori che il padre accumulò e la diligente madre raccolse. Di tutto posso consolarmi,solo non posso dimenticare i tuoi preziosi regali, o sorella, che poco fa mi portasti da Roma. Ed anche il candelabro di bronzo io piangerò, o amico; mi appare sempre agli occhi la bella figura e ripenso alle lampade scintillanti nella sala, al padre che stupito ivi sedeva ed agli amici che guardavano ammirati. Ma ora esso sen giace coperto di cenere, e nessuno attizza le incantevoli lampade, allietandosi del loro scintillio. Si affrettò subito un demone a trarlo giù nel profondo dell'Orco, fra le lare, per la regina Persefone, dove ora sta accanto al trono e illumina le orride tenebre».

«Lo ricopra pure la polvere, rispose sorridendo Euforione, e sia ora lampada sepolcrale per Arrio e per tutti gli amici: ormai mi ha già bell'è compiuto il destino. Esso era per me l'araldo della luce, un amico salvatore dell'amore; e un tempo, quando saranno trascorse le età e molte generazioni di uomini, quando noi tutti saremo dispersi coperti dalla polvere, i posteri lo ritroveranno; allora dinanzi ai tardi nepoti esso starà come uno straniero e un divino mistero. Ma forse un uomo, un osservatore, lo contemplerà, e con malinconia dirà allora: di chi erano le mani, le preziose mani che ne intesserono le forme e quali sensi commovevano il maestro, quando nell'officina modellava il lampadarodedalico? Per chi esso infiammò e illuminò l'anima innamorata? Ed allora il mio bronzo racconterà a questo nipote stupefatto anche il destino di Pompei e la nostra storia passionale.

«Ma io stesso, soggiunse il fanciullo, apprenderò subito da te a modellare il bronzo, perchè anch'io diventi maestro di plastica, che ognuno onori ed ammiri con lode e celebrazione. Bello mi sembra pure che l'uomo si eserciti in tutto ciò che nessun destino, nessuna improvvisa distruzione può strappargli. Noi, ahimè, i figli del benestante Arrio siamo adesso come i più poveri del popolo, che sulla via polverosa chiedono l'elemosina. Ma tu unico e solo rimani ricco, tu porti teco tutti i beni, l'arte che rende felice il mortale ed il lavoro che crea e che ora nutrirà anche noi, orfani smarriti». Così disse il grazioso fanciullo ed Euforione se lo sollevò al cuore, lo strinse dolcemente al petto e guardò nel cielo commosso.

«Bene, gridò subito Ione, bene ci siamo noi scambiata la propria forma della felicità. Prima io stava altera e piena di splendore, e mi pareva che nessun desiderio soddisfatto mi bastasse, per quanto fossi circondata di ogni cura. E riuscii ad ottenere che la mia bocca potesse liberarti, o caro. Ma dei doni, o amico, che per l'innanzi offriva la figlia di Arrio per rendere gliuomini felici, questo, ahimè, era l'ultimo ed il più bello. Io son povera adesso, il mio tesoro d'un tempo è ora soltanto affanno e cordoglio. Mai tacerà questo immortale dolore, per quanti anni possano scorrere, perchè, dovunque io sia, la mia anima sarà rivolta alla tomba dei perduti amici, e dovrò piangere il padre e sempre piangere Pompei. Ma tu quale un celeste donatore mi porgi la salvezza. E come saprò io esprimerti i sensi del mio cuore che palpita? Poichè, come finalmente appare al nocchiero, sbattuto dalla tempesta, la più propizia pace nel porto, così tu sei per me il rifugio del dolore. Noi siamo tuoi, noi veniamo con te; ciò che oltre il mare lontano Iddio ci prepara, noi ce lo prenderemo con un amore operoso. Ed ora vieni, il mio cuore si strugge dal desiderio della partenza. E già satura di dolore io voglio piangere me stessa nella polvere di Pompei, poi prendici tutti, o vecchio, e facci viaggiare sulla tua nave amica ed ospitale».

Odi! e risuonò dalla spiaggia un canto, l'allegro e giulivo saluto del mare. Dalla nave rabberciata gridarono su verso la roccia i figli del Nilo, sollecitando il vecchio; dall'albero di abete sventolavano le banderuole, nel nord-ovest le bandiere fluttuavano e a bordo pendevano le corone d'ulivo e i rami dei sacri pini.

«Orsù! disse l'Egiziano, perchè lì bassola solerte ciurma mi chiama con strepito e si apparecchia a partire. L'animo di tutti aspira con ardente desiderio alla patria sicura. Affrettatevi dunque e calmate l'ansia affannosa del petto, o partenti, che è sempre dolce il piangere, dolce il dolore di ogni partenza; ma di là al capo di Pallade io mi fermo, finchè voi torniate a casa dai ruderi di Pompei. Alcuni giorni io vi permetto di restare colà per informarvi degli amici, ovvero per prendere delle disposizioni, nel caso che vi siano rimasti migratori, che il medesimo destino discaccia dal patrio lido. Io mi reco a dedicare qualche pia offerta nel tempio, com'è costume dei naviganti, perchè favorevole gli Dei ci mandino il vento da far vela e ci spingano la nave verso il divino Nilo, dove in un'agiata casa i miei vi tratteranno con ogni sorta di premure, finchè Pallade in seguito non vi erigerà la propria abitazione. Ma tosto che sarò a casa, mi farò dipingere da un pittore, che ben ne esegua il lavoro con arte, due preziosi quadri, indove si ammirino la città sprofondantesi col monte che vomita fiamme e la mia nave, così come i celesti me l'hanno tratta fuori dal gorgo vorticoso. Io voglio ch'ei ben mi riproduca questi quadri, e l'uno consacrerò colà nel tempio di Minerva, l'altro nel tempio d'Iside, dov'esso si eleva alto presso Canopo sulla gialliccia pianura di sabbia».

E qui discesero la sassosa scala del palazzo, che s'incurvava a mo' di porto intorno ai rossi scogli dell'isola. Lento seguiva il vecchio; tenendosi per mano, i due scendevano, e innanzi a loro saltellava rapido il roseo fanciullo, simile nell'elegante figura al ricciuto Amore, che guida gl'innamorati nell'azzurra lontananza della vita.

Subito saliron sulla barca, che rapida corse verso la riva di Pompei fendendo coi remi i tersi flutti. Ma la nave di Serapione passò fremendo lo stretto di Capri, e ben presto approdò presso il bel tempio di Minerva che s'innalzava accanto al lido del mare coi luccicanti merli, segnale al nocchiero e sacro e da tutti onorato fin da tempo immemorabile. Lo fondarono i coloni di Tafo, quando dalla terra ellenica veleggiarono per edificare sulla spiaggia di Napoli e nei campi di Cuma. E molti doni che per riconoscenza i nocchieri piamente consacrarono colà come offerte, vasi di bronzo, ornamenti di bionda ambra e tavole votive dipinte per l'improvviso scampo, si vedevano intorno nel tempio accumulati presso ogni altare. Molti ve ne consacrò il vecchio, distribuendo ai sacerdoti ricchi doni di oro e preziosi drappi di festa.

Erano già passati otto giorni; quando però giunse il nono e trascorse e già Elio tramontava in sulla sera, ecco, la barca si allontanò dal lido di Pompei. Con unagagliarda corsa passò daccanto agli scogli dell'alta Sorrento e Serapione la vide con piacere accostarsi. Euforione sorreggeva tra le mani la curva urna di bella forma campana, che lungi risplendeva rossa, di luccicante argilla ed ornata di leggiadre figure. Perchè della sacra cenere di Pompei Ione vi aveva dentro raccolto la polvere, qual funebre ricordo della patria. E adesso invece dei lari, invece del fuoco del focolare, presero seco la polvere nell'orciuolo, per metterlo un giorno nella nuova patria, religiosamente, come segnacolo della propria abitazione.

Serapione con gioia guidò subito sulla sua nave gl'innamorati, perchè più gagliardo spirava il vento di ponente col fresco della sera. I bruni figli dell'Egitto sollevarono ora le ancore pieni di desiderio, mentre il vento riempiva e gonfiava le vele. E la nera nave prese la corsa come il migrante Ibi.

Era già sera: il sole già tramontava di là alla roccia lungisplendente di Ponza, svanendo in un vapore di porpora con magnificenza e grandezza, come si spegne la vita dei popoli e delle età, spargendo sulla tarda generazione ancora un chiarore crepuscolare. Sempre più calma diveniva la terra, e già si spegnevano i monti di Sorrento e di là già si offuscava dolcemente e impallidiva l'alto Vesuvio. Ed essi sedevanoa bordo tenendosi per mano e guardavano indietro placidamente, finchè disparve ai loro occhi la patria sepolta.

«Addio, Pompei! Addio o sacre tombe!» Così gridavano da bordo Ione, Euforione, Ion. «Addio, Pompei!» e correva fremendo il naviglio lontano e sempre più lontano nella vita. E scese la notte, magnifico scintillava a ponente Espero, e le Ore celesti accesero subito nell'azzurro la lampada degli Dei Orione, mentre le stelle dal cielo con dolce scintillio mandavano giù sulla nave i loro raggi benigni.


Back to IndexNext