I canti popolari siciliani.
I canti popolari siciliani.
I canti popolari siciliani.I canti popolari della bella Sicilia, nel dialetto dell'isola, dall'antica Siracusa, da Agrigento, dalla spiaggia ricca di palme di Selino, da Palermo, dal fabuloso Etna, sono rarità preziose e misteriose che noi salutiamo di gran cuore. E li abbiamo ricevuti raccolti da Leonardo Vigo,[1]insieme con quelli toscani raccolti dal Tigri, perchè tutti e due i libri sono apparsi in questi ultimi anni. Ciò che le campagne d'Italia producono di prezioso appare raccolto in queste foreste vergini della canzone e trasmutato in fiorite immagini di poesia. È necessario leggere tutte e due le raccolte per apprezzare i grandi doni di cui è fornita questa Nazione, che appunto ora èagitata di nuovo da un così profondo movimento politico; bisogna scendere nelle genuine regioni del popolo che, non ostante la demoralizzazione dello stato politico ed amministrativo, ha saputo dettare le bellezze di questi canti, per amare gli Italiani come meritano. Si devono abbandonare le città e rifugiarsi nelle campagne, si deve cercare il popolo, non nelle grandi strade, ma nelle montagne senza strade, dove esso lavora e canta, per farsi un concetto esatto delle sue belle qualità. La musa popolare di questo paese, con simili rami fioriti nelle mani, è capace di disarmare l'odio più feroce di anime nemiche. Ed è principalmente bene che il suo canto innocente abbia visto la luce appunto oggi che essa, mite come la cicala d'Anacreonte, canta le sue belle canzoni in mezzo al tuonar del cannone ed agli schiamazzi dei partiti.Poichè i Siciliani hanno pubblicato le loro canzoni contemporaneamente con i Toscani, ci viene offerto il destro di fare degli interessantissimi paralleli; e questo simultaneo apparire delle gemme più preziose tra le canzoni d'Italia può essere considerato come un felice avvenimento per la storia della poesia. Ciò che è cresciuto nella dolce e leggiadra Toscana, come potrebbe essere diverso dalla graziosa e ben formata lingua e dal bene sviluppato sensod'arte dei Toscani? Noi troviamo nella raccolta del Tigri solamente ciò che vi abbiamo cercato, e la nostra fondata aspettativa non viene sorpassata. Ma il concetto che noi abbiamo della poesia popolare siciliana si fonda più su quello che non sappiamo che su quello che sappiamo. Il dialetto toscano è il più puro d'Italia; il siciliano è oscuro spesso agli Italiani stessi. La letteratura, le condizioni e le città della Toscana ci sono ben note, ma la remota Sicilia è rimasta ancora molto misteriosa per noi. Il solo nome di Sicilia eccita la fantasia anche di chi non ha veduto con gli occhi questo paradiso divenuto selvaggio. L'immagine delle sue bellezze ha per noi qualche cosa di mistico, nè la parola dei poeti, nè il pennello dei pittori possono rappresentarci un paesaggio siciliano. Che carattere avranno quindi i canti che, non modellati da mani colte, sono sorti spontaneamente dagli elementi di quella natura meridionale ed incantevole?L'Italia del Nord e la Toscana si sentono fiere di tutta la fioritura medioevale. Sul Lazio brilla ancora l'inestinguibile splendore della grande Roma e del canto di Virgilio. A Napoli comincia quel soffio ellenico che dà a tutta l'Italia meridionale quella sua atmosfera incantevole. La Sicilia è tutta pervasa da quel soffio. Lamusa latina vi entra solo come ospite straniera; ma la musa dell'Ellade ci saluta con gli antichissimi canti mistici e con i nomi di Stesicoro, Teocrito ed anche con quelli di Pindaro e di Eschilo. Ai ricordi ellenici si uniscono i punici, e si respira l'aria della vicina Cartagine. Uno spirito bizantino viene dall'Oriente, e poco dopo l'orientale poesia degli Arabi, che così a lungo regnarono nell'isola. Un'altra corrente di cultura si precipita dal Nord e trasporta in terra di Sicilia il romanticismo della cavalleria normanna e del grande periodo svevo della nostra patria tedesca. Poi segue il dominio degli Aragona e di Spagna: e così si incontrano e si fondono in quest'isola unica i più diversi caratteri della cultura mondiale: Grecia, Roma, Cartagine, Bisanzio, Bagdad, Germania, Francia, Spagna e Napoli. E tutti questi paesi hanno lasciato qui la loro orma, ed hanno creato questa straordinaria natura siciliana.Appunto per questo diventa di grande importanza l'osservazione seguente. La Sicilia è stata tanto a lungo sotto il dominio di così numerosi elementi stranieri, e pure nessuno di questi elementi è riuscito a disperdere il linguaggio popolare ed a distruggere quei fondamentali caratteri nazionali sui quali riposa, come in Toscana, la poesia popolare. Il dialetto siciliano èun antichissimo ramo del grande ceppo latino. Io, per amore del signor Vigo, lo chiamerò siculo, e lo farò derivare da quei Siculi che in tempi remotissimi abitarono sulle rive del Tevere e nel Lazio, prima di essere costretti ad emigrare in Sicilia ed a stabilirsi quivi presso i Sicani. L'antico idioma di Sicilia era anche un ramo di quell'idioma che in terra ferma si distingueva in sabino, osco e latino, e la lingua dei Siculi (Siculo non è che un sinonimo di Italico, come ha dimostrato il Niebuhr) può sempre considerarsi come la lingua madre dell'odierno dialetto siciliano. Il lungo e splendido dominio degli Elleni nell'isola vi diffuse la lingua greca come lingua letteraria, senza distruggere però l'idioma siculo-italico, e vicino ai canti di Stesicoro e di Teocrito continuano a risuonare i canti popolari dei pastori siculi sui monti come sulle rive del mare. I Romani posero fine all'influenza greca, e trovarono nell'isola un dialetto assai affine alla loro lingua, e che dovettero considerare arcaico, e che durante la loro secolare dominazione dovettero latinizzare, come già avevano fatto con la lingua etrusca. La stessa discendenza da una stessa razza e da una stessa lingua materna avvinse strettamente la Sicilia all'italia, come ad una grande patria comune, e tutte le conquisteposteriori non riuscirono che a staccare solo politicamente la Sicilia dall'Italia. Dopo che l'Impero Romano passò nelle mani di Bisanzio, il popolo siciliano si mantenne fedele al suo idioma italico, e la cultura e la lingua greca che, dopo una lunga interruzione, rientrava di nuovo nell'isola, potè impadronirsi solo del culto.Ancora più notevole è la resistenza vittoriosa che l'idioma dell'isola oppose alla lingua araba; difatti, durante una dominazione di duecento anni, i Maomettani non riuscirono nè ad estirpare il linguaggio, nè a soffocare il cristianesimo. Gli Arabi rimasero stranieri nell'isola, e il dialetto siciliano si perpetuò anche senza l'aiuto di monumenti scritti. Gli Arabi accettarono anzi i nomi più usitati di luoghi, fiumi e montagne, mentre i Siciliani, come gli Italiani in generale, presero da loro solamente alcune espressioni. Così sono parole arabe:dugana,maremma,giarra,bagaredda,sciarra,zzammara,zibibbu,arcova, ecc... Appena i Normanni conquistarono la Sicilia, la lingua araba disparve dall'isola. E gli stessi Normanni trovarono un linguaggio popolare così vivente e così armonioso, che non si provarono nemmeno di far prevalere il loro proprio normanno-francese; perfino nella Corte ben presto dominò il siciliano; e fu sotto la loro protezione chei poeti siciliani poterono per la prima volta lasciare scritti i loro versi.Con questi fatti e storicamente con il poeta Ciullo d'Alcamo comincia la storia del dialetto siciliano, ed il suo sviluppo si può seguire fino ai nostri giorni su documenti scritti. L'ardente patriottismo dei Siciliani, così ben fondato sulla loro grande ed antica cultura, e così spiegabile per la posizione insulare della loro bella terra, ancor oggi si rifiuta di considerare l'idioma siciliano come un dialetto dell'italiano. Esso è una lingua propria e originale, se non proprio la lingua madre dell'italiano. I Siciliani non hanno dimenticato ciò che Dante ha detto nel suo trattato sulla lingua volgare, cioè, che tutto quanto gli Italiani composero in volgare deve essere detto siciliano e dovrà esserlo anche pel futuro. Quest'opinione di Dante non si è avverata, perchè la lingua toscana ha dato il suo nome all'idioma letterario italiano, ed il siciliano non ha conservato che la gloria di aver forniti i primi saggi poetici scritti.Io sono pronto ad ammettere col Vigo che una tradizione assai vivace si sia mantenuta dall'antico siculo all'odierno siciliano, appunto come le radici dell'odierno italiano possono ricercarsi nella lingua che si parlava nella Sabina e nel Lazio, ancora prima che Roma dominasse l'Umbria; maciò non toglie che il siciliano, anche ai tempi di Ciullo e di Federigo, non sia in rapporto al latino che unalingua volgare, perchè il latino ha un tempo modificato l'antico siculo, così come ha modificato tutti gli altri idiomi regionali d'Italia. Nel secolo xii, mentre non vi era ancora una universale lingua italiana consacrata dalla cultura e dagli autori, all'infuori del latino, la lingua si spezzava in tante forme diverse quante erano le provincie; ogni forma conservando naturalmente le antiche radici italiche, ma tutte anche assumendo i caratteri che dava loro l'antica e nuova corruzione del latino. Il siciliano non era che una di queste forme, e da quel tempo più vicina alle altre forme che non sia ora, perchè dopo molti secoli di poca cultura il siciliano si è guastato, ed oggi è molto diverso da quello adoperato dai poeti dei secoliXIIeXIII. E pure anche oggi il dialetto siciliano ha molte somiglianze con quello dei Napoletani, dei Còrsi e dei Sardi, ed anche qui, nel centro dell'antico Lazio, a Genazzano presso Palestrina, dove scrivo queste pagine, ascolto ogni giorno voci da me trovate nei canti popolari siciliani. Anche qui, in molte parole la letterarviene posposta, così che anche qui si dicecrapae non capra, e Capranica, il vicino nidodi roccie, viene chiamatoCrapanica.[2]Invece di Clorinda qui si diceCrolindaeCraudiainvece di Claudia, e così si diceandareaballe(valle), e invece dipadre mio,patremo, come a Napoli ed in Sicilia, invece diquestoeesso,quistoedisso; invece diso,sacciu. E, come in Sicilia, anche qui l'nddei gerundi e dei sostantivi si muta nel doppion(vivenno,campanno,granne,bannoemunno). Perfino le stesse forme barbariche inoraedaradel latino corrotto, che io ho trovato così spesso nei documenti romani del IX, X e XI secolo, ritrovo ora qui in questo dialetto, come in Sicilia. In quel tempo i notai scrivevano ed il popolo dicevafundoracome plurale difundus,censora(dacensus),arcora(daarcus),bandora(dabandus); in una scrittura del secolo X ho trovato perfino l'accusativodomorasdadomus. Questi barbarismi, che si leggono ancora nella cronaca di Giovanni Villani, erano in uso nel popolo da tempi antichissimi, perchè il popolo prende volentieri quelle desinenze che piacciono all'orecchio.Erra quindi il Vigo quando fa derivare il sicilianoficora(plurale dificus) dalfiguier;i Siciliani formano oggi il plurale in modo analogo a quell'antico linguaggio volgare:ramira(daramus),ficara(daficus), e cosìnomira,loghira,ronura,ortura. Anche qui a Genazzano, 37 miglia lontano da Roma, sento tutti i giorni dire come a Messinale ficaraele ramora; e pochi giorni fa mentre andavo verso l'antica Norma nei monti Volsci, mi divertii a far parlare un ragazzo che mi accompagnava, ed oltre le parole già citate gli intesi dire, proprio come un siciliano,marmorainvece dimarmi.In generale si può dire che tutti i dialetti d'Italia hanno una stessa base fondamentale. Se il poeta sardo don Gavino Pes canta:Li dì, l'ori, e l'istantiChi viè possu; cun sinzeru amoriOfferu a chist'Amanti,Chi da l'omu nò vò sinnò lu cori.il suo canto è assai simile a quello dei Siciliani, e se la canzone popolare còrsa dice:Un ghiornu mill'anniMi sarà pensandu a te;anche essa somiglierà molto a quella siciliana. Tuttavia il dialetto siciliano ha alcune particolarità molto notevoli, specialmentenella coniugazione dei verbi che terminano inariediri. La seconda persona del plurale ha poi l'aggiunta prenominalevu(voi),dicisti-vu,vidisti-vu. Il Vigo mette in evidenza la grande dipendenza della coniugazione siciliana da quella latina; per esempio, in latino:vidi, vidisti, vidit, vidimus, vidistis, viderunt; in siciliano:vitti, vidisti, vitti, vittimu, vidisti-vu, vitturi. La terza persona del perfetto finisce inaooau, invece diò,duraoinvece didurò, ed anche questa forma si trova in altri dialetti come anche il futuroaggio,partiraggioperpartirò, che deriva dapartir-aggio, vale a dire,ho a partire, perchèaggioè la forma dialettale ed antica dihoe quindipartiròè uguale apartir-ho. Ancora oggi nella provincia romana si diceaggioinvece diho. Molte parole che terminano inunel dialetto siciliano, non sono che parole latine a cui il popolo ha tolto la desinenzasom:tempus-tempu,bonus-bonu,matrimoniu,muru,periculu,maritu. In questo il siciliano, come il sardo è più vicino al latino del toscano che ha mutato la desinenzausino. La terminazione inuè del resto comune a tutti i dialetti d'Italia e certamente deriva dall'antichissimo latino popolare. Il dialetto siciliano ha ancheiper lettera finale al posto diecomenottiinvece dinotte.Il cambiamento delbe delvè antichissimo e si trova già nelle innumerevoli iscrizioni cristiane dell'Impero al Vaticano. Il siciliano trasformabibereinviviri,bosinvo,brachiuminvrazzu,bucainvucca, evotuminbotu.Caratteristico del dialetto siciliano è il cambiamento del doppiolin doppiod, per esempiobedduinvece dibello,iddueiddainvece diilloeilla. Ma poichè questa forma si trova presso i Sardi, è dubbio per me che essa derivi, come sostiene il Vigo, dai Cartaginesi. Del resto è il Vigo stesso che nella sua notevolissima introduzione dice: «Questo idioma che io ho chiamato insulare e che ha una sola ed identica impronta, vive non solo in Sicilia, ma anche in Calabria, certamente con speciali modificazioni, ma con uguali caratteri, e le sue traccie sono numerose in Sardegna ed in Corsica. Dopo tanti secoli e tante vicissitudini politiche, in alcune città delle Calabrie si parla quasi come in Sicilia. Ciò dipende dalla origine comune e perciò il de Ritis dice: “Dalla cinta degli Appennini fino al mare, l'idioma popolare ècampano, o se si vuoleoscoe per conseguenza simile al siciliano”».L'espressionecampanoè felice, perchè abbraccia anche la lingua popolare dei Romani, del Lazio e di una parte della Tuscia.Se si confronta ilromanesco, quello per es. della Vita di Cola di Rienzo, con le cronache pugliesi, con quella per es. di Spinello, ed anche con le siciliane, si osserverà subito quanta comunanza vi sia tra loro. Ma dall'altra parte degli Appennini, la Romagna, le Marche, la Lombardia, Venezia e il Piemonte parlano un altro gruppo di dialetti in cui l'influenza straniera delle lingue gallo-francese e longobardo-tedesca è facilmente riconoscibile. I confini quindi dell'idioma volgare italiano coincidono con quelli dell'Italia propriamente detta e storica, che va dagli Appennini alla Sicilia e che ha il Lazio per centro.Questo volgare può essere più antico del tramonto della potenza romana, e le sue traccie più antiche possono trovarsi nelle commedie di Plauto e presso Ennio; ma la sua completa formazione data solamente dal perdersi del latino, come ho potuto osservare in centinaia di documenti latini dei secoliVII-XI. Allorchè la cultura scientifica e politica di Roma annegò nella barbarie, il latino sparve dall'uso del popolo, e le forme dialettali più basse divennero le dominanti, accogliendo in sè le sformate rovine del latino. Il moderno linguaggio d'Italia è sorto, come la seconda Roma, dai bei marmi dell'antico linguaggio di Roma, si è poi formato lentamente, magnifico fenomenodi trasformazione della cultura, e ha dato poi i suoi fiori in Toscana. Alla Sicilia toccò il duraturo onore di aver coltivato per la prima questo volgare campano, perchè sotto i re normanni ed ancor più sotto Federigo esso fu innalzato a linguaggio della poesia, designata comeaulicae arricchita delle forme della canzone e del sonetto, così che i primi poeti italiani conosciuti sono siciliani e principi tedeschi di Sicilia. Con ragione può dunque il Vigo dire: «Allora noi fummo Italiani». Questo merito dà al siciliano un bel carattere venerando, e se si legge la raccolta del Vigo insieme con quella toscana del Tigri, sembra di udire la voce della madre vicino a quella della figlia più colta. E difatti l'odierno siciliano suona assai arcaico. Un ampio abisso di cultura lo separa dal toscano, mentre l'originario idioma di Ciullo d'Alcamo, di Iacopo Lentini, di Pier delle Vigne e di Federigo II, reso puro dai poeti, ma pur sempre idioma popolare siciliano del secoloXII, somiglia di più al toscano odierno che non il siciliano che si parla oggi.Il fissarsi dell'italiano come lingua letteraria data appunto da quel secolo XII in cui vissero quei cantori siciliani. Prima di Ciullo non ci rimangono documenti scritti nè in siciliano nè in italiano, se si eccettua il frammento di una canzone apparentementedel secolo XI, che si trova nell'archivio di Monte Cassino e che è stato pubblicato nellaStoria dei duchi e dei consoli di Gaetadel Federici. Tuttavia i diplomi latini anche anteriori a quell'epoca formicolano di espressioni in volgare, che lasciano bene intravedere l'esistenza di un linguaggio popolare. Nei documenti romani da me osservati non c'è tanta abbondanza di frasi volgari, come ce n'è in quelli còrsi del X secolo, messi in luce dal Muratori e dal Mittarelli; e le frasi interamente italiane che io ho trovate in un documento latino del X secolo esistente a Monte Cassino (Sao che chelle terre per chelle fini che contene trenta anni le possete parte sancti Benedicti), provano che il popolo parlava già italiano, la cui esistenza risale a molti secoli indietro.L'odierno siciliano poi si differenzia da città a città, da pianura a pianura. Oltre di ciò l'isola presenta il fenomeno stranissimo di un altro linguaggio che, quantunque italiano, è perfettamente estraneo ai Siciliani che non lo capiscono neppure. È questo l'idioma delle colonie longobarde in Sicilia. Ed è veramente sorprendente che ancor oggi possano trovarsi in Sicilia dei discendenti di quei Longobardi, di Alboino, di Rotari, di Liutprando e di Desiderio, un tempo così feroci, poi così devotamente inciviliti,mentre in Lombardia ed a Benevento almeno da sette secoli si sono sperduti nel grande elemento italiano. Il dominio dei Longobardi venne distrutto da Carlomagno; ma il fiorente ducato di Benevento, aveva sopravvissuto alla rovina, e si era mantenuto, quantunque diviso nelle tre città di Benevento, Salerno e Capua, fino all'undecimo secolo. I Normanni poi distrussero anche questi ultimi belli avanzi della signoria longobarda. Quando Roberto e Ruggiero ebbero conquistata la Sicilia, molti Longobardi di Benevento e di Salerno, che avevano combattuto nell'isola sotto le loro bandiere, vi fissarono la loro dimora stabilmente, ed a loro se ne unirono altri venuti dalla Lombardia, quando Ruggiero prese in moglie Adelaide di Monferrato. Questi Longobardi si fissarono a Piazza, Nicosia, Aidone, San Fratello, Randazzo, Sperlinga, Capizzi e Maniace e Ruggiero dette loro un conte longobardo, Enrico fratello di sua moglie e figlio di Manfredi, marchese longobardo. L'antico idioma germanico dei Longobardi aveva certamente da lungo tempo ceduto il passo all'italiano, ed i lontani pronepoti non parlavano più il linguaggio eroico di Alboino; pure il loro dialetto diventato italiano conservava accenti, voci e terminazioni germaniche. In alcuni paesi della Sicilia i Longobardi si mescolaronocon i Normanni e quando questi ultimi furono in numero preponderante, la lingua longobarda prese un'intonazione francese che ancor oggi è riconoscibile. I Normanni, come i Greci e gli Arabi, sono scomparsi dalla Sicilia senza lasciar traccia: queste colonie longobarde invece hanno resistito per otto secoli agli attacchi dell'elemento siciliano, prova questa non solo della straordinaria tenacità di questa razza, ma anche del basso livello della cultura siciliana. Alcune di queste colonie oggi naturalmente non esistono più, e il Vigo che fa ascendere a 30.000 anime la popolazione longobarda di quei tempi, osserva che il loro linguaggio oggi si parla solamente a Piazza, San Fratello, Nicosia e Aidone; ed anche in questo, a Nicosia gli elementi franco-normanni sono in proporzioni non disprezzabili, e solo a San Fratello la lingua si è mantenuta prettamente longobarda.Il Vigo racconta un aneddoto che mette in evidenza la forma di dialetto parlato da queste colonie. Quando nel 1806 Ferdinando III passò per Piazza, domandò ad un contadino: «Che cosa mi avete fatto trovare qui a Piazza?» Ed il longobardo rispose: «Ppi V. M. a Cciazza gh'è 'nciangh cing dì fi riau». Parole, dice Vigo, più incomprensibili della lingua del diavolo e che fanno pensare al cinese. Tradottein italiano significano: «Per V. M. v'è un piano pieno di fichi reali». A San Fratello, osserva ancora il Vigo, si diceparduoma a dumbard(longobardo) quando gli abitanti vogliono parlare sanfratellese eparduoma a datinquando vogliono parlare latino, cioè a dire siciliano.Un'ottava di San Fratello suona così:Ajudam tucc a sgugghier st'strecc,Cunfess ù mie debu e 'un m'ámmucc.A miei figgh cuminzà a dumer ù mecc,Ognun si van abbuscher ù sa stucc.Volu camper li fommi, brutt'impecc',E roi divaintu cum i babalucc,E quand puoi fan i scaramecc'N spartuoma la fam 'n tucc 'n tucc.Eccone la traduzione italiana:.Aiutatemi a sciogliere questa matassaConfesso il mio debole e non mi occulto,A miei figli cominciò ad ardere il mecco,Ognuno si vuol buscare il suo astuccio:Voglion campar le femmine, brutto impiccio.Ed esse addiventano come le lumache,E quando poi faranno i picciolini.Ci spartiremo la fame in tutti in tutti.Oltre queste colonie longobarde, vi sono poi quelle albanesi anch'esse molto notevoli, che da oltre quattrocento anni conservano il loro idioma ed il loro culto greco. Dopo la caduta dell'Epiro nelle mani dei Turchi, molti compagni del celebre GiorgioCastriota Scanderberg si rifugiarono in Italia, alcuni stabilendosi in Calabria, altri accolti in Sicilia da Ferdinando il Cattolico. Quei di Sicilia vi giunsero nel 1482 sotto la guida del loro capitano Giorgio Mirsgi, e presero dimora a Palazzo Adriano. Poco dopo ne giunsero altri e si fermarono nelle vicinanze di Palermo, dove occuparono i feudi dell'arcivescovo di Monreale, Merco e Aidingli che da allora prese il nome di Piano de' Greci. Oggi gli Albanesi di Sicilia sono circa diecimila ed abitano Mezzojuso, Contessa, Piana e Palazzo Adriano. Qui, oltre la loro lingua nazionale albanese, parlano anche greco, e così la lingua di Eschilo, di Pindaro e di Platone un tempo nazionale dell'isola, poi per lungo tempo abbandonata per rifiorire brevemente sotto i Bizantini, torna per la terza volta a risuonare in Sicilia, e questa volta per opera di gente che aveva perduta la sua patria. Queste piccole colonie, vicine alle rovine degli antichi tempi, fanno ripensare al periodo glorioso in cui gli Elleni fondarono le splendide città di Siracusa, Agrigento, Selinunte e tante altre. Il loro rito è bizantino, e fa quindi ripensare a quel periodo certamente non glorioso in cui gli imperatori bizantini governarono, o meglio oppressero l'isola, fino a che se ne impadronirono i Saraceni e due secoli dopoi Normanni che latinizzarono il culto. Il vescovo greco degli Albanesi risiede in Palermo e nel vescovado v'è pure un collegio o seminario greco, da cui sono usciti degli ellenisti di valore tra i quali Crispi. A questo semplice istituto si riducono ora le antiche scuole di sofisti e di filosofi nella patria di Gorgia e di Empedocle. Il greco naturalmente è, per gli Albanesi, solo l'idioma del culto e della scienza. Il linguaggio di cui si servono tra loro e nel quale compongono le loro canzoni e le loro apostrofi alla patria è ben diverso. Il Vigo afferma che fino a poco tempo fa era loro costume ogni anno al 24 giugno (forse il giorno in cui lasciarono la patria) di riunirsi sul Monte delle Rose ed al sorgere del sole di cantare, rivolti verso l'oriente, un lamento, di cui ecco il ritornello:O' ebúcura MoréeCù cuur të glieë néngh të peë.Ati cám ù zootintát,Ati cám ù mëmën t'i me,Ati cám ú t'im vëlua.O ébúcura Morée,Cù cuur të glieë néngh të peë.Il lettore che non ha mai inteso parlare albanese, può, da questo saggio, vedere come questa lingua non abbia alcuna affinità con le altre lingue conosciute. Essainfatti rappresenta un problema tra le lingue vive, come l'etrusco lo è tra le lingue morte. Il dotto linguista monsignor Crispi nella sua introduzione alla piccola raccolta di canzoni popolari siculo-albanesi da lui inserita nel libro del Vigo, dice: «L'albanese è così antico che si può considerare come una lingua originaria cui somiglia per meccanismo e per suono. Difatti somiglia alla caldea ed alla ebraica ed è intimamente legata alla frigia, alla pelasgica, all'antica macedonica e alla primitiva eolica. La sua maggiore gloria è appunto quella di essere una delle lingue originarie da cui è sorta la divina lingua degli Elleni. Ma quantunque questa lingua sia così vetusta, e quantunque possa considerarsi come un fenomeno assai raro che essa si sia mantenuta sempre viva nella bocca del popolo, pure essa ha avuto pochissimi scrittori e quindi non ha mai acquistato un carattere letterario». Se la cosa è veramente così che la lingua degli Albanesi sia la lingua originaria dell'Ellade, e, se nel dialetto siciliano si possono trovare ancora le tracce dell'antica lingua originaria sicula ed italica, allora in Sicilia sarebbe avvenuto uno strano riavvicinamento tra le lingue affini che furono originarie del greco e del latino. L'alfabeto originario degli Albanesi era il fenicio; maora essi si servono, e già da lungo tempo, dei caratteri greci, e, nella propaganda che fanno a Roma ed in Sicilia, dei caratteri latini. E con questo monsignor Crispi ha aggiunto alla raccolta del Vigo 17 canzoni e due canti spirituali, dandone a lato la traduzione italiana. Non trovo in queste canzoni speciali caratteristiche di bellezza, sono molto lontane dalle celebri antiche canzoni popolari dell'Epiro e della Grecia, nel tono e per la forma somigliano più alle ballate serbe; pure qua e là hanno un'intonazione particolare, per qualche accenno di carattere siciliano o napolitano.Occupiamoci ora della poesia popolare siciliana genuina. Nella introduzione alla mia traduzione in tedesco di alcune poesie di Giovanni Meli, ho gettato uno sguardo sulla poesia siciliana dai tempi di Ciullo fino a quelli di Meli, ma senza occuparmi della poesia popolare. Difatti i noti poeti siciliani come don Antonio Viniziano, il marchese Rao, Vitale da Gangi, Giovanni Meli, Domenico Tempio e Ignazio Scimonelli sono poeti letterati, quantunque essi abbiano scritto in quello stesso idioma nel quale il popolo anonimo compone le sue belle canzoni. Solamente il celebre Pietro Fullone di Palermo, vissuto ne primi anni del secoloXVIIe le di cui innumerevoli poesie hanno avuto una diffusione enormein tutta l'isola, può considerarsi come un vero poeta popolare e il caposcuola dellapoesia rusticadi Sicilia. Egli stesso appartiene al popolo, perchè era un povero tagliatore di pietra che lavorava nelle reali galere. Nella sua facilità quasi senza esempio d'improvvisatore in ogni genere di componimenti, sacri, profani, erotici, epici e satirici, si ha un'espressione personale del carattere, naturalmente poetico del popolo siciliano; pure la sua vena era così ricca che dopo di lui (morì il 22 marzo 1670) nessuno lo potè mai uguagliare. Tuttavia vi sono sempre nel popolo dei poeti i nomi dei quali vengono tramandati e che fanno stampare in fogli volanti le loro poesie di occasione. Il Vigo, che a questa classe di poeti ha rivolto tutto il suo amore e tutta la sua attenzione cita come viventi e specialmente degni di lode, Alaimo, Adelfio e La Sala da Palermo. Il primo di questi tre fa lo zappatore, e si è reso celebre per una ricca vena satirica. Il Vigo lo chiama il Salvator Rosa dellapoesia rustica; Stefano la Sala poi ne è, sempre secondo il Vigo, l'Ariosto. Questo poeta vive poveramente in Palermo, fabbricando chiodi; il Vigo lo conobbe nel 1845, quando egli faceva stampare le sue poesie col suo ritratto e con una litografia rappresentante il suo mestiere. Ma il popolo gli ordina solo dellecanzoni e non del lavoro, così che la fabbrica del povero La Sala non vuol prosperare.Assai notevole è ciò che il Vigo dice sull'accademia poetica dei mendicanti ciechi di Palermo, e che da sola basta a provare lo straordinario senso poetico dei Siciliani. In tutta la Sicilia i ciechi esercitano l'arte della musica e del canto, l'innumerevole quantità di tabernacoli e di cappelle dove si venerano immagini sacre, le novene del santo protettore, il Natale, le feste di S. Giuseppe, di Maria e di S. Rosalia, la settimana santa, i venerdì di marzo, e poi le nozze conspicue, il carnevale, ecc. dànno moltissimo da fare ai ciechi. Si vedono andare da un capo all'altro di Palermo, guidati da un ragazzino e cantare sul violino e sulla ghitarra le laudi in onore dei santi, canzoni d'amore, di gelosia e d'odio, o storie di banditi come Testalonga, Fra Diavolo, Tabbuso, Zuzza. Essi sono così occupati che è possibile averli solo dopo averli chiamati in precedenza. A Palermo hanno formato una vera e propria accademia con relativi statuti.La interessante storia di questa scuola di ciechi trovatori è la seguente. Nel 1661 i ciechi di quella città si riunirono e ricevettero l'autorizzazione di organizzarsi in congregazione, alla quale alcuni cittadinipietosi donarono una rendita annua di 42 once. Nel 1690 il generale dei gesuiti Tirso Gonzales concesse loro come luogo di riunione l'atrio della casa dei professi; concessione di cui godono ancora oggi. Quando l'ordine dei gesuiti fu soppresso, i ciechi continuarono a godere l'uso di quel locale. I gesuiti tornarono poco dopo ed il re donò loro la terza parte delle entrate di tutte le congregazioni che si radunavano nella casa dei professi.I poveri ciechi cominciarono da allora e continuano ancora a lamentarsi che l'ordine di Gesù abbia tolto loro tutte le rendite, ed intentarono anche un processo che di tanto in tanto rinnovano con qualche atto per non far prescrivere il loro diritto. Finalmente nel 1815 Ferdinando III si piegò alle loro continue lamentele e concesse loro una rendita annua di 14 once da prelevarsi sulla sede vacante vescovile. Ma i ciechi continuano più ostinati degliIlluminatia lottare contro la Compagnia di Gesù. I gesuiti volevano cacciarli dalla casa dei professi, i ciechi non volevano cedere, fondandosi sui documenti che possedevano, ma che non potevano leggere nè vedere. Mentre il duca di Laurenzana governava la Sicilia, essi ottennero un ordine ministeriale che li manteneva nella casa dei professi. I ciechi chiusero questodecreto così importante per loro in un forziere munito di tre chiavi e il Vigo racconta che lo conservavano con tanta gelosa cura, da non permettere nemmeno a lui, che pure era un loro benefattore, di esaminarlo, per paura che egli potesse essere un emissario dei gesuiti. E così i ciechi hanno sconfitto l'ordine di Gesù, un trionfo assai importante e commovente di Orfeo diventato cieco e mendicante contro il potentissimo generale Ignazio Loyola.La Congregazione si compone di trenta membri, tutti suonatori e cantori. Alcuni sono compositori di nuove rime (trovatori) altri rapsodi che quelle rime cantano e diffondono. Essi si obbligano di non cantare nelle case di piacere, nè di portare in giro per le strade poesie profane; recitano inoltre ogni giorno il rosario, ed ogni anno al 2 novembre pagano 10graniper la commemorazione dei ciechi defunti, ed untarìper la festa dell'Immacolata l'8 dicembre. Hanno inoltre un cappellano che dice loro la messa ogni mattina, ed un gesuita presso il quale si confessano il primo giovedì di ogni mese, ed al quale devono far leggere le loro poesie per la censura. Hanno poi degli impiegati propri, un superiore, due aggiunti e sei consultori. Fieri della loro associazione, si vantano d'essere soci della Congregazione di S. Maria Maddalenain Roma, ed il loro misterioso forziere racchiude anche un breve del vescovo Mormile, nel quale è concessa un'indulgenza di 40 giorni a chiunque fa cantare una poesia ad un cieco. Ogni socio era tenuto un tempo di presentare ogni 8 dicembre, una nuova poesia in lode della Madonna; ma ora questa usanza è andata scomparendo. Se si assiste ad una loro riunione, commuove vedere questi infelici sedere in circolo come tanti Omeri, pieni di ardente zelo, cantare uno dopo l'altro le loro nuove composizioni, accolte sempre da un caldo applauso di tutti i camerati, mentre i ragazzi che fanno loro da guida si riposano del loro servizio, seduti per terra in un angolo e si divertono a qualche giuoco infantile.Questa è la pittura che il Vigo ci offre dell'accademia dei ciechi di Palermo, un interessantissimo quadro della vita del popolo, pel quale dobbiamo essere assai riconoscenti all'autore. Ogni lettore correrà con la mente a quelle noiose e pretenziose accademie, che ancora fioriscono in tutte le città d'Italia e dove signori e dame recitano i loro sonetti faticosi, proprio come al tempo del Marini. E pure sarebbe difficile trovare un solo poeta che senta così santamente la poesia come quelli di Palermo. Io non conosco nessun verso di questi povericantori, perchè il Vigo non ne ha riportato nessuno, ma comunque essi sieno, e per quanto aspro sia il loro archetto, pure io credo che le Muse ascoltino questi ciechi maestri con un tranquillo sorriso, e che talvolta si degnino anche di mandar loro una buona rima ed un buon concetto.Durante la mia permanenza in Sicilia ho avuto spesso l'occasione di ascoltare qualche improvvisatore o qualche rapsode che nella strada, circondato da un cerchio di persone attente, narra qualche storia cavalleresca o qualche novella. Sono anche questi uomini assai strani, ciechi o gobbi, e mi ricordo specialmente di uno in Catania, il quale gesticolava con una mazza nelle mani, ed appena narrava di un combattimento tra cavalieri, la mazza cominciava a fare dei terribili mulinelli per l'aria; ed in quei momenti rassomigliava assai al cosidetto Esopo della villa Albani a Roma. Quando si è notata la serietà e l'avidità con cui il popolo sta ad ascoltare questi improvvisatori, non fa più meraviglia che l'isola formicoli di canzoni e di ballate. In tutta la Sicilia è celebre lapietra della poesia. Si trova a Mineo e il Vigo dice: «È una credenza popolare che per diventare poeta, bisogna andare a Mineo e baciare la pietra della poesia». Se qualche mio compatriota, trovandosi inSicilia, vuole anch'egli farne la prova, vada a Mineo, contrada Camuti, e nella villa di Paolo Maura troverà la pietra della poesia. Tuttavia chi dà questo bacio, non col cuore puro, torna indietro da Mineo con così poco estro poetico come se tornasse da Abdera[3]. È strano che anche gli Irlandesi abbiano una tradizione simile; difatti essi dicono lo stesso della pietra di Blarney; chi la bacia diventa eloquente.Nessun popolo, compreso il napoletano, possiede una così spiccata attitudine per l'improvvisazione, come il siciliano. Quando siede dinanzi ad un bicchiere di vino, la sua gioia si manifesta in rima senza nessuno sforzo.Di questo talento ha dato una prova Giovanni Meli nel suoDitiramboche io ho tradotto. A nessuna delle loro feste, di qualunque genere siano, mancano i poeti popolari. «Ognuno canta per sè» dice il Vigo, «come gli antichi trovatori, ed è seguito da una folla di popolo che lo applaude e lo paga fino a che la gara dei cantori e degli ascoltatori infiamma la tenzone. I poeti si raccolgono sotto l'ombra di un albero, o in una taverna e prima di dar principio alla lotta, tentano di investigarsi a vicenda per conoscere le forze avversarie. La prosaè bandita, si salutano e si provocano in versi, poi si attribuiscono i temi per l'improvvisazione. Il vinto viene fischiato e cacciato via, mentre il vincitore continua a cantare allegramente ed a strimpellare la sua ghitarra. Ma la fine abituale di queste tenzoni è che il vinto si slancia come un dannato sul vincitore, e solo l'intervento di qualche prete che accorre al frastuono, riesce a separare i contendenti». Il Vigo racconta di aver assistito a Palermo ad una tenzone pacifica il giorno di S. Giovanni: «Erano radunati da cinque a seimila spettatori per aspettare il mezzogiorno, ora in cui l'immagine del santo viene portata fuori della Chiesa e collocata nel mezzo della piazza. Ecco che nella macchina preparata per accogliere il santo salgono cinque poeti, Antonio Russo, un ragazzo condotto da suo padre, un fabbro, Giovanni Pagano, il ciabattino Andrea Pappalardo e il contadino Salvatore da Misterbianco. Uno dopo l'altro cantano le virtù ed i miracoli di S. Giovanni e poi comincia la tenzone. Tutti si servivano dell'ottava siciliana; meno Pappalardo che componeva sestine con due rime piane in fondo. Tutti e cinque erano assai bravi ed ardenti, ma il fabbro superava tutti gli altri. Nessuno sa, continua il Vigo, da quanto tempo vige l'uso di queste tenzoni, quello che è certoè che sono antichissime, e che meritano tutto l'incoraggiamento possibile, perchè non solo sono di grande utilità, ma anche perchè fanno ripensare alle nobili tradizioni dell'epoca greca».La straordinaria facilità degli Italiani e dei Siciliani d'improvvisare, viene mantenuta desta per mezzo di forme tradizionali con le quali poetano. Presso i popoli che non hanno ritmi universalmente noti ed adoperati, l'improvvisare è molto più difficile, perchè c'è maggiore sforzo individuale. Il popolo italiano possiede fin dall'antichità le sue ben determinate forme ritmiche. Quasi da per tutto, in Toscana, nel Lazio, a Napoli e in Sicilia specialmente viene adoperata l'ottava; difatti tutta la voluminosa raccolta del Vigo non contiene, salvo poche eccezioni, che ottave, nelle quali vengono espressi gli stati d'animo più differenti. L'ottava, così come è stata adottata dai Siciliani, ha le rime che si incrociano quattro volte, mentre nell'ottava toscana, tanto in quella popolare, quanto in quella letteraria adoperata dall'Ariosto e dal Tasso, le rime s'incrociano solo tre volte di modo che gli ultimi due versi rimano tra loro. L'ottava siciliana ama l'assonanza, così che spesso anche le quattro rime contrastanti, modificate solo con qualche leggero cambiamento, si avvicinanoalle altre quattro, per esempiousi-asa,etu-atu,uppa-appa. Ciò dà una grande dolcezza musicale e il Vigo cita come modello la seguente ottava:Susiti, amanti mia, susiti susi.'Ntra ssu lettu d'amuri 'un arriposi;Vinni a spizzari ssi sonnura duci,Di ssi biddizzi 'nciammari mi vosi,Grapitimi ssi porti si su chiusi,Quantu sentu l'oduri di li rosi.Idda ccu li so' modi graziusiGrapiu, mi contintau, mi detti cosi.Si comprende come non sia difficile poetare con un idioma così incomparabile. L'ottava, e solamente una, è del resto più che sufficiente al cantore. Essa può contenere tutta la canzone o tutto il poema, essa è una canzone d'amore, una sentenza, un lamento, una serenata e tutto quello che si vuole. Il suo nome ècanzunacome in Toscana, e talvolta anchestrambottoostornello, come si dice nell'Etna. La parolastrambotto, che secondo il Tigri viene dastrano motto, è assai antica; rimonta per lo meno al secoloXV. Lo strambotto è a buon diritto considerato come un'invenzione dei Siciliani, ed i Toscani solo più tardi ne hanno modificato la disposizione delle rime. La patria di questa ottava si rileva facilmente leggendo la raccolta del Vigo. Si confrontino difatti le ottave delVigo con quelle della raccolta toscana dei Tigri e si vedrà che i Toscani si sono staccati dalle forme degli antichi trovatori siciliani. Mentre in Sicilia l'ottava è rimasta costantemente immutata, in Toscana non solo vi hanno apportata la modificazione cui ho già accennato, ma non hanno conservato neppure la disposizione delle rime dei primi sei versi. Spesso in Toscana anche gli ultimi due versi della sestina propriamente detta rimano tra loro, così che l'ottava finisce con due coppie di versi rimati.Come in Toscana, così anche in Sicilia vi sono gli stornellidei fiorie che i Toscani chiamano appunto stornelli. La raccolta del Tigri ne contiene una grande quantità ed alcuni così belli, così arguti e così poetici che non è possibile trovarne di simili in nessun altra lingua. Questa deliziosa forma di poesia popolare è diffusa, così come lo sono i fiori, per tutta l'Italia, ma la sua vera patria è in Toscana, nel giardino d'Italia. In Sicilia invece essa è meno prospera. Difatti nella raccolta del Vigo gli stornelli sono pochissimi e nessuno raggiunge il profumo e la grazia di quelli toscani.Quando il Vigo si accinse a questa patriottica raccolta distribuì per tutta la Sicilia una circolare, nella quale erano così suddivisigli argomenti che egli intendeva raccogliere.1. Canti d'amore, d'odio, di disprezzo, di gelosia, d'abbandono, di lontananza, di nozze, ecc. 2. Ninne-nanne. 3. Indovinelli. 4. Fiori. 5. Canti funebri. 6. Canti sacri. 7. Canzoni di banditi, di vendette, di streghe e di guerra. 8. Canti popolari longobardi ed albanesi.Il libro è riuscito discretamente completo, specialmente per il numero uno. Ma, come mi comunica lo stesso sig. Vigo, ne è in preparazione una nuova edizione con l'aggiunta di molti altrifiori, e molte altre canzoni di briganti e di vendette, di cui la Sicilia è molto ricca e che potranno servirci per un interessante confronto con le belle canzoni còrse sullo stesso soggetto. Mi aveva già colpito il fatto che in tutta la raccolta del Tigri non vi sia una sola canzone di soggetto storico; ora lo stesso fatto ho riscontrato nel Vigo. Il canto popolare italiano tratta quasi esclusivamente d'amore. L'eterno splendore del cielo e la svegliatezza di mente degli Italiani sono poco favorevoli allo sviluppo della leggenda e della ballata, e poi la quantità, la grandiosità e l'esattezza dei fatti storici in questa patria della storia non consentono il fiorire della leggenda storica. Ed il popolo canta un avvenimento storico solo quandola leggenda se ne è impadronita e lo ha trasformato.Nelle montagne d'Italia ho trovato innumerevoli rovine di antichi castelli, ma neppure una di queste rovine è popolata di leggende popolari propriamente dette, come accade in Germania ed in Inghilterra. Ma all'incontro non c'è luogo in Italia che non abbia negli annali storici una derivazione antichissima, e pochi che non abbiano la loro storia speciale stampata e assai diffusa, con dilucidazioni archeologiche che sono le peggiori nemiche delle Muse, come il fumo lo è per le api.Il Vigo ha molto saggiamente aggiunto ad ogni poesia il paese donde essa proviene, e solo alcune città sono rimaste, e non per sua colpa, prive di qualche saggio in questa raccolta. Solo una poesia ho trovato di Siracusa, nessuna di Agrigento, Taormina, Cefalù e Monreale. Le più numerose di tutte sono quelle della patria dello stesso Vigo, Aci Reale, una delle più incantevoli cittadine del mondo, posta in un piccolo paradiso ai piedi dell'Etna, non lontano dal mistico Aci, dalle sorgenti sacre e dirimpetto all'isola dove Polifemo languiva per Galatea. Se si è veduto quel paese dove le rose fioriscono perennemente, pieno di aranci e di viti, non fa più meraviglia che in mezzo a quel popolo leMuse abbiano un così dolce e melodioso canto. Dopo Aci i migliori saggi ci vengono da Messina, da Catania, dallo stesso Etna e poi da Palermo, Mineo, Raffadali, Lentini, Termini, Modica, Bronte, Itala, Piazza, Siculiana, Aderno e da molte altre città che un tempo ascoltarono la Musa dell'Ellade. Se i grandi poeti siciliani, Stesicoro e Teocrito, se gli stessi Pindaro e Simonide ascoltassero le canzoni che ancora oggi, dopo più che duemila anni, fioriscono sulle rovine delle città greche illustri, cantate da un'altra razza, non potrebbero rifiutare il loro applauso. Le antiche fogge dell'ode sono scomparse e solo la canzone bucolica si è rinnovata per virtù del Meli. La strofa artistica si è trasformata nell'ottava rimata; la Musa ha cambiato lineamenti, ma anche la nuova è bella, piena d'espressione, di spirito e di sentimento. Perchè la Musa è immortale, come la Natura, ed il cuore degli uomini che canta sotto la guida di lei, i suoi dolori e le sue gioie.Se si paragonano le canzoni amorose raccolte dal Vigo con irispettipubblicati dal Tigri, si rimane sorpresi dalla loro somiglianza. La concordanza di queste forme popolari è una prova evidentissima della unità della nazione italiana. L'unica confederazione che abbia salde radici è quelladella poesia. Una storia sanguinosa ha dilaniate le sue provincie, la politica delle altre nazioni, ed anche quella interna dei vari Stati, ha resa sempre più profonda la separazione; il regionalismo divide ancora una città dall'altra, la mancanza di industrie, di commerci e di strade allontana territori vicini, ed anche intellettualmente mancano all'Italia le grandi ed universali correnti intellettuali che mantengono stretti i rapporti. E ciò non ostante nella poesia popolare degli Italiani, c'è un'impronta nazionale indistruttibile, che afferma con energia davanti a tutto il mondo l'unità della Nazione. La canzone popolare è il tesoro dove la nazionalità conserva le sue inalienabili pietre preziose. Infatti leggi, diritto, libertà, istituzioni politiche e cittadine si cancellano e si distruggono lungo il corso degli avvenimenti storici, ma la lingua, con la quale il popolo parla e canta, è un elemento che dura fin che quel popolo dura. In questo senso della nazionalità le due raccolte di poesie toscane e siciliane sono un significantissimo documento storico dell'intima unità del popolo italiano e di tutto ciò che i Latini ed i loro discendenti indicano con la parolaindoles.Si leggano queste poesie e si vedrà di quanta nobile, fine e delicata cultura di cuore è capace questo popolo che pure ècostretto a vivere sotto così dolorose condizioni politiche e cittadine, e quasi senza istruzione di sorta. Si ripete fino alla nausea il fatto di viaggiatori di tutte le parti del mondo che hanno veduto l'Italia solo dalla diligenza, trattenendovisi un paio di mesi o solamente un paio di settimane e percorrendola solo sulle grandi strade maestre, e poi scrivono dei grossi volumi sulle condizioni di questo popolo, ripetendo continuamente le stesse frasi, forse per vendicarsi di qualche brutto tiro giuocato loro dagli albergatori di campagna. Ed essi conoscono l'Italia, come conosce Roma chi l'ha veduta una sola volta di notte alla luce di uno zolfanello. Per imparare a conoscere un popolo, si deve saper scrivere e saper parlare con esso, e si deve frequentarlo nelle sue feste e nel suo lavoro, nei monti e nelle valli. La poesia popolare è una landa che la civiltà falsificante non ha ancora profanata.Le stesse sensazioni, lo stesso concetto degli uomini e delle cose, la stessa poetica rappresentazione delle cose, lo stesso culto dei sentimenti, specialmente riguardo alla cavalleresca galanteria verso le donne, dominano in questi canti popolari e la stessa espressione del pensiero poetico si trova in Toscana, nel Lazio, nella Corsica, in Sardegna ed in Sicilia. Questo culto poeticoprocede con la stessa unità, come il culto religioso; e come l'anima popolare mostra ovunque in Italia le stesse tendenze, così anche le forme poetiche sono pressochè uguali anche a traverso qualche particolarità locale. Lestanzedella Toscana hanno per esempio, oltre le modificazioni già accennate, la caratteristica di ripetere il concetto principale, ciò che dà loro una bella impronta popolare. Ilritornaresembra che sia proprio caratteristico della Toscana. Ma nell'insieme la poesia popolare italiana ha un comune stile architettonico.La forma italiana è più ricca di quella esclusivamente trocaica degli Spagnuoli e di quella così monotona nell'insieme dei Serbi e dei Greci. La poesia popolare italiana ha la forma della stanza epica, e rappresenta la base immediata della poesia letteraria, che nei suoi momenti più gloriosi non è altro che la perfezione delle stanze popolari: un fatto questo che è della più alta importanza perchè dimostra che in Italia la poesia letteraria e quella popolare non sono divise da nessun abisso. Da noi in Germania le poesie di Schiller e di Goethe, come prodotti di una perfetta cultura letteraria, sono molto lontane da quegli strati in cui fiorisce la canzone popolare; in Italia invece i capolavori perfetti del Tasso e dell'Ariosto non sono affattoseparati dalle regioni che hanno dato origine alle poesie raccolte dal Tigri e dal Vigo. In molte ottave popolari io trovo frequentemente concetti che ho già veduti nella poesia letteraria. E quindi od essi sono proprietà originaria del popolo, od il poeta popolare li prende a prestito dall'alta poesia perchè non discordanti da tutto l'insieme della vena popolare. Per esempio in una canzone di Raffadali trovo:Vinissi chiddu patri chi ti fici,Fari non nni po' chiù, persi la stampa.ed Ariosto dice:Natura il fece, e poi ruppe lo stampo.Un'altra canzone comincia col noto verso di Dante:Donni ch'aviti 'ntellettu d'amuri.Inoltre vi è un'altra fonte d'intimi rapporti in questo paese tra la poesia popolare e quella letteraria, fonte che deriva dalla natura stessa del popolo. Infatti anche la poesia popolare degli Italiani ha in sè qualche cosa di letterario, perchè il popolo italiano è artista per natura.Il senso della bellezza delle forme diffusoin tutte le classi, il fine gusto per la misura, la grazia naturale dei movimenti, il modo di vestire, il contegno che rendono gli Italiani (e questo lo ammettono anche i loro più acri nemici) molto superiori a tutti gli altri popoli, si manifestano meglio che altrove nella canzone popolare. In essa si riscontra un'arte di poetare che è divenuta una seconda natura, oppure una natura che senza sforzo si trasforma in arte. La poesia elevata non è che il canto popolare meglio abbigliato, e le ottave popolari composte non senza arte, risplendenti di metafore belle e talvolta anche meravigliose, somigliano alle belle donne della campagna quando, nei giorni di festa, si adornano con orecchini rilucenti, con collane di coralli e con anelli d'oro.La poesia popolare italiana è ricchissima d'immagini, ed offre ai poeti elevati un tesoro inesauribile in cui essi possono attingere, tanto più che la metafora, questa polvere variopinta che riveste le ali della Musa, si è quasi dispersa nella loro poesia moderna. La metafora è qualche cosa di più di un semplice ornato nell'architettura di una poesia; essa è il mutevole spirito della fantasia che dà bella veste ai pensieri, che toglie alla rappresentazione delle cose la sua dura uniformità, che le rende poetiche e le mette in rapporto con la vitamorale e materiale. La metafora riposa nel senso della natura e dà significato agli innumerevoli collegamenti che sono in essa. Il poeta che lavora chiuso nel suo studio ha difficoltà a trovare le metafore, mentre per un poeta popolare è facilissimo, e sbaglierà solo se ne accumula troppe. Un poeta serbo paragona con bella immagine, le sopracciglia della donna amata alle nere ali aperte di una rondine; un poeta còrso dice che il cuore di un bandito è diventato per l'odio così piccolo, come una palla di fucile; un poeta siciliano chiede alla sua bella che sciolga i suoi capelli e li faccia fluttuare fuori della finestra, come una scala di seta. Queste immagini appaiono qua e là come fugaci meteore nella poesia letteraria, mentre il poeta popolare le semina a piene mani come fiori di una siepe vivente.Quest'arte di personificare e di dipingere poeticamente le cose, è in generale un dono della poesia naturale, specialmente nel Sud ed in Oriente, e gli Italiani a questa qualità aggiungono anche la sottile e trasparente chiarezza dell'ingegno, ed anche una natura arguta che si diletta delle antitesi; di modo che la loro poesia popolare si avvicina assai a quella letteraria. L'Italiano è per eccellenza un logico, un abile dialettico, un avvocato nato, un sofista; nonc'è niente di vago nella sua fantasia, non conosce il sentimentalismo, nè le mezze tinte, nè l'ansioso divenire e svilupparsi degli elementi della vita; così come il suo anno non conosce la lunga primavera, nè il suo giorno conosce il lungo crepuscolo. Le sue sensazioni sono estreme e pronte e guidate dal pratico impulso di una volontà cosciente e non dal desiderio doloroso. L'oscillare in una pena incerta che come un essenziale elemento della poesia nordica, le dà gli aspetti bellissimi di un tramonto, è interamente sconosciuto agli Italiani. Il Vigo per formare la sua raccolta ha chiesto, bene specificatamente, canti d'amore, di odio, di disprezzo, di gelosia, di abbandono, di lontananza e di nozze, e sono sicuro che un raccoglitore tedesco non avrebbe domandato tali motivi, mentre avrebbe trovato un numero incalcolabile di canzoni esprimenti sentimenti ed aspirazioni vaghe.Nella poesia popolare italiana il concetto chiaro e la coscienza dello scopo frenano e limitano le sensazioni. Essa quindi non è lirica e musicale secondo le nostre idee, ma ha sempre qualche cosa di epico e di rappresentativo. La poesia popolare nordica è ricca di sentimento e di pensiero. La meridionale è graziosa ed arguta. La quantità di trovate e di motivi originali èmeravigliosa e con tutto ciò rimane l'ingenua espressione dell'anima di un popolo che è bello, vivace ed arguto per natura. Io ho letto attentamente le due raccolte, la toscana e la siciliana, e le ho trovate tutte e due ugualmente forti nelle qualità sopra accennate. La ricchezza di motivi è ammirevole in tutte e due; gli eterni, e semplici stati del cuore vi sono continuamente ripetuti con nuove e incantevoli immagini. Tuttavia a me pare, e non ho paura di confessarlo al Vigo, che il canto popolare toscano sia più grazioso, più fiorito e più dolce di quello siciliano. Quantunque la raccolta siciliana contenga molte canzoni straordinariamente delicate, pure nell'insieme ne trovo di più nella raccolta toscana.La poesia toscana ha tinte così delicate come quelle dei pittori di Siena e di Fiesole ed un movimento così bello come lo hanno leGraziedi Lippi, Botticelli e Ghirlandaio. E ciò non è opera solamente del melodioso dialetto che si parla sulle rive dell'Arno e dell'Ombrone, ma anche del temperamento degli uomini che in Toscana è più dolce ed in Sicilia più energico. La canzone popolare toscana è molto più lirica di quella siciliana, e quindi si accosta di più alla nostra poesia tedesca; ma è anche più libera da regole; la siciliana invece ha forme più artistiche e letterarie. Molte canzonidelle due raccolte hanno uno stesso motivo ed uno sviluppo quasi uguale, ed è difficile riconoscere se è la Musa toscana che è penetrata in Sicilia, o viceversa.Mi limito a tradurre solo qualche ottava di questa bella raccolta siciliana, cercando di conservare per quanto è possibile l'originaria spontaneità e rinunciando così a crearmi la fama di un buon traduttore. Anche l'abilità di un Rückert si troverebbe imbarazzata nel riprodurre le quattro rime o le assonanze senza intaccare profondamente il senso e l'andamento della canzone. Non è possibile rendere l'incanto di simili poesie popolari; se ne può dare solo una pallida idea.Ecco un'ottava che viene da Itala:Acula, vai vulannu mari mariSpetta quantu ti dicu dui palori,Quantu ti scippu tri pinni d'ali,Mi cci fazzu 'na littra a lu me' beni;Tutta di sangu la vogghio lavari,E ppi sigillu ci mettu lo cori;Quannu la littra è spidduta di fari,Acula, porticcilla a lu me' beni.L'ottava seguente di Raffadali non è possibile tradurre con le rime, perchè perderebbe tutta la sua bellezza. I versi siciliani terminano di regola con la parola più significativa sulla quale cade l'accento del pensiero e su cui riposa tutta la bellezza del verso. Ma per noi Tedeschi è quasi impossibileterminare con quattro rime senza che le parole rimate non sieno le più secondarie.Bedda, ca tra li beddi si' fenici,Nni lu me cori addumasti 'na lampaTu di li cori si' l'imperatrici,E cu ti vidi pazziannu campa.Zoccu si leggi a lu munnu o si dici,E 'na faidda avanti a la to vampa;Vinissi chiddu patri chi ti fici,Fazi non nni pò chiù, persi la stampa.Termino qui, augurando al signor Vigo una meritata fortuna alla sua opera. Egli ha conservato uno dei più bei monumenti della letteratura siciliana ed ha collocato un magnifico gioiello nel forziere in cui si conservano i tesori della musa popolare che noi Tedeschi apprezziamo tanto, sin dai tempi di Herder. È molto tempo che la letteratura italiana non produce niente che possa anche lontanamente paragonarsi a quanto hanno raccolto il Tigri e il Vigo dell'opera di pescatori, di contadini e di altri operai. È un riposo il leggere quelle raccolte e dimenticare lo sforzo delle povere rime stentate dei poeti letterati. Gl'Italiani possono ascrivere a grande consolazione il fatto che queste raccolte sieno venute alla luce in questo momento; perchè esse sono la più splendida apologia dell'Italia, sono il parlamento popolare delle Muse che innalza la sua voce anche all'estero, dove viene ascoltata con simpatia.
I canti popolari della bella Sicilia, nel dialetto dell'isola, dall'antica Siracusa, da Agrigento, dalla spiaggia ricca di palme di Selino, da Palermo, dal fabuloso Etna, sono rarità preziose e misteriose che noi salutiamo di gran cuore. E li abbiamo ricevuti raccolti da Leonardo Vigo,[1]insieme con quelli toscani raccolti dal Tigri, perchè tutti e due i libri sono apparsi in questi ultimi anni. Ciò che le campagne d'Italia producono di prezioso appare raccolto in queste foreste vergini della canzone e trasmutato in fiorite immagini di poesia. È necessario leggere tutte e due le raccolte per apprezzare i grandi doni di cui è fornita questa Nazione, che appunto ora èagitata di nuovo da un così profondo movimento politico; bisogna scendere nelle genuine regioni del popolo che, non ostante la demoralizzazione dello stato politico ed amministrativo, ha saputo dettare le bellezze di questi canti, per amare gli Italiani come meritano. Si devono abbandonare le città e rifugiarsi nelle campagne, si deve cercare il popolo, non nelle grandi strade, ma nelle montagne senza strade, dove esso lavora e canta, per farsi un concetto esatto delle sue belle qualità. La musa popolare di questo paese, con simili rami fioriti nelle mani, è capace di disarmare l'odio più feroce di anime nemiche. Ed è principalmente bene che il suo canto innocente abbia visto la luce appunto oggi che essa, mite come la cicala d'Anacreonte, canta le sue belle canzoni in mezzo al tuonar del cannone ed agli schiamazzi dei partiti.
Poichè i Siciliani hanno pubblicato le loro canzoni contemporaneamente con i Toscani, ci viene offerto il destro di fare degli interessantissimi paralleli; e questo simultaneo apparire delle gemme più preziose tra le canzoni d'Italia può essere considerato come un felice avvenimento per la storia della poesia. Ciò che è cresciuto nella dolce e leggiadra Toscana, come potrebbe essere diverso dalla graziosa e ben formata lingua e dal bene sviluppato sensod'arte dei Toscani? Noi troviamo nella raccolta del Tigri solamente ciò che vi abbiamo cercato, e la nostra fondata aspettativa non viene sorpassata. Ma il concetto che noi abbiamo della poesia popolare siciliana si fonda più su quello che non sappiamo che su quello che sappiamo. Il dialetto toscano è il più puro d'Italia; il siciliano è oscuro spesso agli Italiani stessi. La letteratura, le condizioni e le città della Toscana ci sono ben note, ma la remota Sicilia è rimasta ancora molto misteriosa per noi. Il solo nome di Sicilia eccita la fantasia anche di chi non ha veduto con gli occhi questo paradiso divenuto selvaggio. L'immagine delle sue bellezze ha per noi qualche cosa di mistico, nè la parola dei poeti, nè il pennello dei pittori possono rappresentarci un paesaggio siciliano. Che carattere avranno quindi i canti che, non modellati da mani colte, sono sorti spontaneamente dagli elementi di quella natura meridionale ed incantevole?
L'Italia del Nord e la Toscana si sentono fiere di tutta la fioritura medioevale. Sul Lazio brilla ancora l'inestinguibile splendore della grande Roma e del canto di Virgilio. A Napoli comincia quel soffio ellenico che dà a tutta l'Italia meridionale quella sua atmosfera incantevole. La Sicilia è tutta pervasa da quel soffio. Lamusa latina vi entra solo come ospite straniera; ma la musa dell'Ellade ci saluta con gli antichissimi canti mistici e con i nomi di Stesicoro, Teocrito ed anche con quelli di Pindaro e di Eschilo. Ai ricordi ellenici si uniscono i punici, e si respira l'aria della vicina Cartagine. Uno spirito bizantino viene dall'Oriente, e poco dopo l'orientale poesia degli Arabi, che così a lungo regnarono nell'isola. Un'altra corrente di cultura si precipita dal Nord e trasporta in terra di Sicilia il romanticismo della cavalleria normanna e del grande periodo svevo della nostra patria tedesca. Poi segue il dominio degli Aragona e di Spagna: e così si incontrano e si fondono in quest'isola unica i più diversi caratteri della cultura mondiale: Grecia, Roma, Cartagine, Bisanzio, Bagdad, Germania, Francia, Spagna e Napoli. E tutti questi paesi hanno lasciato qui la loro orma, ed hanno creato questa straordinaria natura siciliana.
Appunto per questo diventa di grande importanza l'osservazione seguente. La Sicilia è stata tanto a lungo sotto il dominio di così numerosi elementi stranieri, e pure nessuno di questi elementi è riuscito a disperdere il linguaggio popolare ed a distruggere quei fondamentali caratteri nazionali sui quali riposa, come in Toscana, la poesia popolare. Il dialetto siciliano èun antichissimo ramo del grande ceppo latino. Io, per amore del signor Vigo, lo chiamerò siculo, e lo farò derivare da quei Siculi che in tempi remotissimi abitarono sulle rive del Tevere e nel Lazio, prima di essere costretti ad emigrare in Sicilia ed a stabilirsi quivi presso i Sicani. L'antico idioma di Sicilia era anche un ramo di quell'idioma che in terra ferma si distingueva in sabino, osco e latino, e la lingua dei Siculi (Siculo non è che un sinonimo di Italico, come ha dimostrato il Niebuhr) può sempre considerarsi come la lingua madre dell'odierno dialetto siciliano. Il lungo e splendido dominio degli Elleni nell'isola vi diffuse la lingua greca come lingua letteraria, senza distruggere però l'idioma siculo-italico, e vicino ai canti di Stesicoro e di Teocrito continuano a risuonare i canti popolari dei pastori siculi sui monti come sulle rive del mare. I Romani posero fine all'influenza greca, e trovarono nell'isola un dialetto assai affine alla loro lingua, e che dovettero considerare arcaico, e che durante la loro secolare dominazione dovettero latinizzare, come già avevano fatto con la lingua etrusca. La stessa discendenza da una stessa razza e da una stessa lingua materna avvinse strettamente la Sicilia all'italia, come ad una grande patria comune, e tutte le conquisteposteriori non riuscirono che a staccare solo politicamente la Sicilia dall'Italia. Dopo che l'Impero Romano passò nelle mani di Bisanzio, il popolo siciliano si mantenne fedele al suo idioma italico, e la cultura e la lingua greca che, dopo una lunga interruzione, rientrava di nuovo nell'isola, potè impadronirsi solo del culto.
Ancora più notevole è la resistenza vittoriosa che l'idioma dell'isola oppose alla lingua araba; difatti, durante una dominazione di duecento anni, i Maomettani non riuscirono nè ad estirpare il linguaggio, nè a soffocare il cristianesimo. Gli Arabi rimasero stranieri nell'isola, e il dialetto siciliano si perpetuò anche senza l'aiuto di monumenti scritti. Gli Arabi accettarono anzi i nomi più usitati di luoghi, fiumi e montagne, mentre i Siciliani, come gli Italiani in generale, presero da loro solamente alcune espressioni. Così sono parole arabe:dugana,maremma,giarra,bagaredda,sciarra,zzammara,zibibbu,arcova, ecc... Appena i Normanni conquistarono la Sicilia, la lingua araba disparve dall'isola. E gli stessi Normanni trovarono un linguaggio popolare così vivente e così armonioso, che non si provarono nemmeno di far prevalere il loro proprio normanno-francese; perfino nella Corte ben presto dominò il siciliano; e fu sotto la loro protezione chei poeti siciliani poterono per la prima volta lasciare scritti i loro versi.
Con questi fatti e storicamente con il poeta Ciullo d'Alcamo comincia la storia del dialetto siciliano, ed il suo sviluppo si può seguire fino ai nostri giorni su documenti scritti. L'ardente patriottismo dei Siciliani, così ben fondato sulla loro grande ed antica cultura, e così spiegabile per la posizione insulare della loro bella terra, ancor oggi si rifiuta di considerare l'idioma siciliano come un dialetto dell'italiano. Esso è una lingua propria e originale, se non proprio la lingua madre dell'italiano. I Siciliani non hanno dimenticato ciò che Dante ha detto nel suo trattato sulla lingua volgare, cioè, che tutto quanto gli Italiani composero in volgare deve essere detto siciliano e dovrà esserlo anche pel futuro. Quest'opinione di Dante non si è avverata, perchè la lingua toscana ha dato il suo nome all'idioma letterario italiano, ed il siciliano non ha conservato che la gloria di aver forniti i primi saggi poetici scritti.
Io sono pronto ad ammettere col Vigo che una tradizione assai vivace si sia mantenuta dall'antico siculo all'odierno siciliano, appunto come le radici dell'odierno italiano possono ricercarsi nella lingua che si parlava nella Sabina e nel Lazio, ancora prima che Roma dominasse l'Umbria; maciò non toglie che il siciliano, anche ai tempi di Ciullo e di Federigo, non sia in rapporto al latino che unalingua volgare, perchè il latino ha un tempo modificato l'antico siculo, così come ha modificato tutti gli altri idiomi regionali d'Italia. Nel secolo xii, mentre non vi era ancora una universale lingua italiana consacrata dalla cultura e dagli autori, all'infuori del latino, la lingua si spezzava in tante forme diverse quante erano le provincie; ogni forma conservando naturalmente le antiche radici italiche, ma tutte anche assumendo i caratteri che dava loro l'antica e nuova corruzione del latino. Il siciliano non era che una di queste forme, e da quel tempo più vicina alle altre forme che non sia ora, perchè dopo molti secoli di poca cultura il siciliano si è guastato, ed oggi è molto diverso da quello adoperato dai poeti dei secoliXIIeXIII. E pure anche oggi il dialetto siciliano ha molte somiglianze con quello dei Napoletani, dei Còrsi e dei Sardi, ed anche qui, nel centro dell'antico Lazio, a Genazzano presso Palestrina, dove scrivo queste pagine, ascolto ogni giorno voci da me trovate nei canti popolari siciliani. Anche qui, in molte parole la letterarviene posposta, così che anche qui si dicecrapae non capra, e Capranica, il vicino nidodi roccie, viene chiamatoCrapanica.[2]Invece di Clorinda qui si diceCrolindaeCraudiainvece di Claudia, e così si diceandareaballe(valle), e invece dipadre mio,patremo, come a Napoli ed in Sicilia, invece diquestoeesso,quistoedisso; invece diso,sacciu. E, come in Sicilia, anche qui l'nddei gerundi e dei sostantivi si muta nel doppion(vivenno,campanno,granne,bannoemunno). Perfino le stesse forme barbariche inoraedaradel latino corrotto, che io ho trovato così spesso nei documenti romani del IX, X e XI secolo, ritrovo ora qui in questo dialetto, come in Sicilia. In quel tempo i notai scrivevano ed il popolo dicevafundoracome plurale difundus,censora(dacensus),arcora(daarcus),bandora(dabandus); in una scrittura del secolo X ho trovato perfino l'accusativodomorasdadomus. Questi barbarismi, che si leggono ancora nella cronaca di Giovanni Villani, erano in uso nel popolo da tempi antichissimi, perchè il popolo prende volentieri quelle desinenze che piacciono all'orecchio.
Erra quindi il Vigo quando fa derivare il sicilianoficora(plurale dificus) dalfiguier;i Siciliani formano oggi il plurale in modo analogo a quell'antico linguaggio volgare:ramira(daramus),ficara(daficus), e cosìnomira,loghira,ronura,ortura. Anche qui a Genazzano, 37 miglia lontano da Roma, sento tutti i giorni dire come a Messinale ficaraele ramora; e pochi giorni fa mentre andavo verso l'antica Norma nei monti Volsci, mi divertii a far parlare un ragazzo che mi accompagnava, ed oltre le parole già citate gli intesi dire, proprio come un siciliano,marmorainvece dimarmi.
In generale si può dire che tutti i dialetti d'Italia hanno una stessa base fondamentale. Se il poeta sardo don Gavino Pes canta:
Li dì, l'ori, e l'istantiChi viè possu; cun sinzeru amoriOfferu a chist'Amanti,Chi da l'omu nò vò sinnò lu cori.
Li dì, l'ori, e l'istanti
Chi viè possu; cun sinzeru amori
Offeru a chist'Amanti,
Chi da l'omu nò vò sinnò lu cori.
il suo canto è assai simile a quello dei Siciliani, e se la canzone popolare còrsa dice:
Un ghiornu mill'anniMi sarà pensandu a te;
Un ghiornu mill'anni
Mi sarà pensandu a te;
anche essa somiglierà molto a quella siciliana. Tuttavia il dialetto siciliano ha alcune particolarità molto notevoli, specialmentenella coniugazione dei verbi che terminano inariediri. La seconda persona del plurale ha poi l'aggiunta prenominalevu(voi),dicisti-vu,vidisti-vu. Il Vigo mette in evidenza la grande dipendenza della coniugazione siciliana da quella latina; per esempio, in latino:vidi, vidisti, vidit, vidimus, vidistis, viderunt; in siciliano:vitti, vidisti, vitti, vittimu, vidisti-vu, vitturi. La terza persona del perfetto finisce inaooau, invece diò,duraoinvece didurò, ed anche questa forma si trova in altri dialetti come anche il futuroaggio,partiraggioperpartirò, che deriva dapartir-aggio, vale a dire,ho a partire, perchèaggioè la forma dialettale ed antica dihoe quindipartiròè uguale apartir-ho. Ancora oggi nella provincia romana si diceaggioinvece diho. Molte parole che terminano inunel dialetto siciliano, non sono che parole latine a cui il popolo ha tolto la desinenzasom:tempus-tempu,bonus-bonu,matrimoniu,muru,periculu,maritu. In questo il siciliano, come il sardo è più vicino al latino del toscano che ha mutato la desinenzausino. La terminazione inuè del resto comune a tutti i dialetti d'Italia e certamente deriva dall'antichissimo latino popolare. Il dialetto siciliano ha ancheiper lettera finale al posto diecomenottiinvece dinotte.
Il cambiamento delbe delvè antichissimo e si trova già nelle innumerevoli iscrizioni cristiane dell'Impero al Vaticano. Il siciliano trasformabibereinviviri,bosinvo,brachiuminvrazzu,bucainvucca, evotuminbotu.
Caratteristico del dialetto siciliano è il cambiamento del doppiolin doppiod, per esempiobedduinvece dibello,iddueiddainvece diilloeilla. Ma poichè questa forma si trova presso i Sardi, è dubbio per me che essa derivi, come sostiene il Vigo, dai Cartaginesi. Del resto è il Vigo stesso che nella sua notevolissima introduzione dice: «Questo idioma che io ho chiamato insulare e che ha una sola ed identica impronta, vive non solo in Sicilia, ma anche in Calabria, certamente con speciali modificazioni, ma con uguali caratteri, e le sue traccie sono numerose in Sardegna ed in Corsica. Dopo tanti secoli e tante vicissitudini politiche, in alcune città delle Calabrie si parla quasi come in Sicilia. Ciò dipende dalla origine comune e perciò il de Ritis dice: “Dalla cinta degli Appennini fino al mare, l'idioma popolare ècampano, o se si vuoleoscoe per conseguenza simile al siciliano”».
L'espressionecampanoè felice, perchè abbraccia anche la lingua popolare dei Romani, del Lazio e di una parte della Tuscia.Se si confronta ilromanesco, quello per es. della Vita di Cola di Rienzo, con le cronache pugliesi, con quella per es. di Spinello, ed anche con le siciliane, si osserverà subito quanta comunanza vi sia tra loro. Ma dall'altra parte degli Appennini, la Romagna, le Marche, la Lombardia, Venezia e il Piemonte parlano un altro gruppo di dialetti in cui l'influenza straniera delle lingue gallo-francese e longobardo-tedesca è facilmente riconoscibile. I confini quindi dell'idioma volgare italiano coincidono con quelli dell'Italia propriamente detta e storica, che va dagli Appennini alla Sicilia e che ha il Lazio per centro.
Questo volgare può essere più antico del tramonto della potenza romana, e le sue traccie più antiche possono trovarsi nelle commedie di Plauto e presso Ennio; ma la sua completa formazione data solamente dal perdersi del latino, come ho potuto osservare in centinaia di documenti latini dei secoliVII-XI. Allorchè la cultura scientifica e politica di Roma annegò nella barbarie, il latino sparve dall'uso del popolo, e le forme dialettali più basse divennero le dominanti, accogliendo in sè le sformate rovine del latino. Il moderno linguaggio d'Italia è sorto, come la seconda Roma, dai bei marmi dell'antico linguaggio di Roma, si è poi formato lentamente, magnifico fenomenodi trasformazione della cultura, e ha dato poi i suoi fiori in Toscana. Alla Sicilia toccò il duraturo onore di aver coltivato per la prima questo volgare campano, perchè sotto i re normanni ed ancor più sotto Federigo esso fu innalzato a linguaggio della poesia, designata comeaulicae arricchita delle forme della canzone e del sonetto, così che i primi poeti italiani conosciuti sono siciliani e principi tedeschi di Sicilia. Con ragione può dunque il Vigo dire: «Allora noi fummo Italiani». Questo merito dà al siciliano un bel carattere venerando, e se si legge la raccolta del Vigo insieme con quella toscana del Tigri, sembra di udire la voce della madre vicino a quella della figlia più colta. E difatti l'odierno siciliano suona assai arcaico. Un ampio abisso di cultura lo separa dal toscano, mentre l'originario idioma di Ciullo d'Alcamo, di Iacopo Lentini, di Pier delle Vigne e di Federigo II, reso puro dai poeti, ma pur sempre idioma popolare siciliano del secoloXII, somiglia di più al toscano odierno che non il siciliano che si parla oggi.
Il fissarsi dell'italiano come lingua letteraria data appunto da quel secolo XII in cui vissero quei cantori siciliani. Prima di Ciullo non ci rimangono documenti scritti nè in siciliano nè in italiano, se si eccettua il frammento di una canzone apparentementedel secolo XI, che si trova nell'archivio di Monte Cassino e che è stato pubblicato nellaStoria dei duchi e dei consoli di Gaetadel Federici. Tuttavia i diplomi latini anche anteriori a quell'epoca formicolano di espressioni in volgare, che lasciano bene intravedere l'esistenza di un linguaggio popolare. Nei documenti romani da me osservati non c'è tanta abbondanza di frasi volgari, come ce n'è in quelli còrsi del X secolo, messi in luce dal Muratori e dal Mittarelli; e le frasi interamente italiane che io ho trovate in un documento latino del X secolo esistente a Monte Cassino (Sao che chelle terre per chelle fini che contene trenta anni le possete parte sancti Benedicti), provano che il popolo parlava già italiano, la cui esistenza risale a molti secoli indietro.
L'odierno siciliano poi si differenzia da città a città, da pianura a pianura. Oltre di ciò l'isola presenta il fenomeno stranissimo di un altro linguaggio che, quantunque italiano, è perfettamente estraneo ai Siciliani che non lo capiscono neppure. È questo l'idioma delle colonie longobarde in Sicilia. Ed è veramente sorprendente che ancor oggi possano trovarsi in Sicilia dei discendenti di quei Longobardi, di Alboino, di Rotari, di Liutprando e di Desiderio, un tempo così feroci, poi così devotamente inciviliti,mentre in Lombardia ed a Benevento almeno da sette secoli si sono sperduti nel grande elemento italiano. Il dominio dei Longobardi venne distrutto da Carlomagno; ma il fiorente ducato di Benevento, aveva sopravvissuto alla rovina, e si era mantenuto, quantunque diviso nelle tre città di Benevento, Salerno e Capua, fino all'undecimo secolo. I Normanni poi distrussero anche questi ultimi belli avanzi della signoria longobarda. Quando Roberto e Ruggiero ebbero conquistata la Sicilia, molti Longobardi di Benevento e di Salerno, che avevano combattuto nell'isola sotto le loro bandiere, vi fissarono la loro dimora stabilmente, ed a loro se ne unirono altri venuti dalla Lombardia, quando Ruggiero prese in moglie Adelaide di Monferrato. Questi Longobardi si fissarono a Piazza, Nicosia, Aidone, San Fratello, Randazzo, Sperlinga, Capizzi e Maniace e Ruggiero dette loro un conte longobardo, Enrico fratello di sua moglie e figlio di Manfredi, marchese longobardo. L'antico idioma germanico dei Longobardi aveva certamente da lungo tempo ceduto il passo all'italiano, ed i lontani pronepoti non parlavano più il linguaggio eroico di Alboino; pure il loro dialetto diventato italiano conservava accenti, voci e terminazioni germaniche. In alcuni paesi della Sicilia i Longobardi si mescolaronocon i Normanni e quando questi ultimi furono in numero preponderante, la lingua longobarda prese un'intonazione francese che ancor oggi è riconoscibile. I Normanni, come i Greci e gli Arabi, sono scomparsi dalla Sicilia senza lasciar traccia: queste colonie longobarde invece hanno resistito per otto secoli agli attacchi dell'elemento siciliano, prova questa non solo della straordinaria tenacità di questa razza, ma anche del basso livello della cultura siciliana. Alcune di queste colonie oggi naturalmente non esistono più, e il Vigo che fa ascendere a 30.000 anime la popolazione longobarda di quei tempi, osserva che il loro linguaggio oggi si parla solamente a Piazza, San Fratello, Nicosia e Aidone; ed anche in questo, a Nicosia gli elementi franco-normanni sono in proporzioni non disprezzabili, e solo a San Fratello la lingua si è mantenuta prettamente longobarda.
Il Vigo racconta un aneddoto che mette in evidenza la forma di dialetto parlato da queste colonie. Quando nel 1806 Ferdinando III passò per Piazza, domandò ad un contadino: «Che cosa mi avete fatto trovare qui a Piazza?» Ed il longobardo rispose: «Ppi V. M. a Cciazza gh'è 'nciangh cing dì fi riau». Parole, dice Vigo, più incomprensibili della lingua del diavolo e che fanno pensare al cinese. Tradottein italiano significano: «Per V. M. v'è un piano pieno di fichi reali». A San Fratello, osserva ancora il Vigo, si diceparduoma a dumbard(longobardo) quando gli abitanti vogliono parlare sanfratellese eparduoma a datinquando vogliono parlare latino, cioè a dire siciliano.
Un'ottava di San Fratello suona così:
Ajudam tucc a sgugghier st'strecc,Cunfess ù mie debu e 'un m'ámmucc.A miei figgh cuminzà a dumer ù mecc,Ognun si van abbuscher ù sa stucc.Volu camper li fommi, brutt'impecc',E roi divaintu cum i babalucc,E quand puoi fan i scaramecc'N spartuoma la fam 'n tucc 'n tucc.
Ajudam tucc a sgugghier st'strecc,
Cunfess ù mie debu e 'un m'ámmucc.
A miei figgh cuminzà a dumer ù mecc,
Ognun si van abbuscher ù sa stucc.
Volu camper li fommi, brutt'impecc',
E roi divaintu cum i babalucc,
E quand puoi fan i scaramecc
'N spartuoma la fam 'n tucc 'n tucc.
Eccone la traduzione italiana:.
Aiutatemi a sciogliere questa matassaConfesso il mio debole e non mi occulto,A miei figli cominciò ad ardere il mecco,Ognuno si vuol buscare il suo astuccio:Voglion campar le femmine, brutto impiccio.Ed esse addiventano come le lumache,E quando poi faranno i picciolini.Ci spartiremo la fame in tutti in tutti.
Aiutatemi a sciogliere questa matassa
Confesso il mio debole e non mi occulto,
A miei figli cominciò ad ardere il mecco,
Ognuno si vuol buscare il suo astuccio:
Voglion campar le femmine, brutto impiccio.
Ed esse addiventano come le lumache,
E quando poi faranno i picciolini.
Ci spartiremo la fame in tutti in tutti.
Oltre queste colonie longobarde, vi sono poi quelle albanesi anch'esse molto notevoli, che da oltre quattrocento anni conservano il loro idioma ed il loro culto greco. Dopo la caduta dell'Epiro nelle mani dei Turchi, molti compagni del celebre GiorgioCastriota Scanderberg si rifugiarono in Italia, alcuni stabilendosi in Calabria, altri accolti in Sicilia da Ferdinando il Cattolico. Quei di Sicilia vi giunsero nel 1482 sotto la guida del loro capitano Giorgio Mirsgi, e presero dimora a Palazzo Adriano. Poco dopo ne giunsero altri e si fermarono nelle vicinanze di Palermo, dove occuparono i feudi dell'arcivescovo di Monreale, Merco e Aidingli che da allora prese il nome di Piano de' Greci. Oggi gli Albanesi di Sicilia sono circa diecimila ed abitano Mezzojuso, Contessa, Piana e Palazzo Adriano. Qui, oltre la loro lingua nazionale albanese, parlano anche greco, e così la lingua di Eschilo, di Pindaro e di Platone un tempo nazionale dell'isola, poi per lungo tempo abbandonata per rifiorire brevemente sotto i Bizantini, torna per la terza volta a risuonare in Sicilia, e questa volta per opera di gente che aveva perduta la sua patria. Queste piccole colonie, vicine alle rovine degli antichi tempi, fanno ripensare al periodo glorioso in cui gli Elleni fondarono le splendide città di Siracusa, Agrigento, Selinunte e tante altre. Il loro rito è bizantino, e fa quindi ripensare a quel periodo certamente non glorioso in cui gli imperatori bizantini governarono, o meglio oppressero l'isola, fino a che se ne impadronirono i Saraceni e due secoli dopoi Normanni che latinizzarono il culto. Il vescovo greco degli Albanesi risiede in Palermo e nel vescovado v'è pure un collegio o seminario greco, da cui sono usciti degli ellenisti di valore tra i quali Crispi. A questo semplice istituto si riducono ora le antiche scuole di sofisti e di filosofi nella patria di Gorgia e di Empedocle. Il greco naturalmente è, per gli Albanesi, solo l'idioma del culto e della scienza. Il linguaggio di cui si servono tra loro e nel quale compongono le loro canzoni e le loro apostrofi alla patria è ben diverso. Il Vigo afferma che fino a poco tempo fa era loro costume ogni anno al 24 giugno (forse il giorno in cui lasciarono la patria) di riunirsi sul Monte delle Rose ed al sorgere del sole di cantare, rivolti verso l'oriente, un lamento, di cui ecco il ritornello:
O' ebúcura MoréeCù cuur të glieë néngh të peë.Ati cám ù zootintát,Ati cám ù mëmën t'i me,Ati cám ú t'im vëlua.O ébúcura Morée,Cù cuur të glieë néngh të peë.
O' ebúcura Morée
Cù cuur të glieë néngh të peë.
Ati cám ù zootintát,
Ati cám ù mëmën t'i me,
Ati cám ú t'im vëlua.
O ébúcura Morée,
Cù cuur të glieë néngh të peë.
Il lettore che non ha mai inteso parlare albanese, può, da questo saggio, vedere come questa lingua non abbia alcuna affinità con le altre lingue conosciute. Essainfatti rappresenta un problema tra le lingue vive, come l'etrusco lo è tra le lingue morte. Il dotto linguista monsignor Crispi nella sua introduzione alla piccola raccolta di canzoni popolari siculo-albanesi da lui inserita nel libro del Vigo, dice: «L'albanese è così antico che si può considerare come una lingua originaria cui somiglia per meccanismo e per suono. Difatti somiglia alla caldea ed alla ebraica ed è intimamente legata alla frigia, alla pelasgica, all'antica macedonica e alla primitiva eolica. La sua maggiore gloria è appunto quella di essere una delle lingue originarie da cui è sorta la divina lingua degli Elleni. Ma quantunque questa lingua sia così vetusta, e quantunque possa considerarsi come un fenomeno assai raro che essa si sia mantenuta sempre viva nella bocca del popolo, pure essa ha avuto pochissimi scrittori e quindi non ha mai acquistato un carattere letterario». Se la cosa è veramente così che la lingua degli Albanesi sia la lingua originaria dell'Ellade, e, se nel dialetto siciliano si possono trovare ancora le tracce dell'antica lingua originaria sicula ed italica, allora in Sicilia sarebbe avvenuto uno strano riavvicinamento tra le lingue affini che furono originarie del greco e del latino. L'alfabeto originario degli Albanesi era il fenicio; maora essi si servono, e già da lungo tempo, dei caratteri greci, e, nella propaganda che fanno a Roma ed in Sicilia, dei caratteri latini. E con questo monsignor Crispi ha aggiunto alla raccolta del Vigo 17 canzoni e due canti spirituali, dandone a lato la traduzione italiana. Non trovo in queste canzoni speciali caratteristiche di bellezza, sono molto lontane dalle celebri antiche canzoni popolari dell'Epiro e della Grecia, nel tono e per la forma somigliano più alle ballate serbe; pure qua e là hanno un'intonazione particolare, per qualche accenno di carattere siciliano o napolitano.
Occupiamoci ora della poesia popolare siciliana genuina. Nella introduzione alla mia traduzione in tedesco di alcune poesie di Giovanni Meli, ho gettato uno sguardo sulla poesia siciliana dai tempi di Ciullo fino a quelli di Meli, ma senza occuparmi della poesia popolare. Difatti i noti poeti siciliani come don Antonio Viniziano, il marchese Rao, Vitale da Gangi, Giovanni Meli, Domenico Tempio e Ignazio Scimonelli sono poeti letterati, quantunque essi abbiano scritto in quello stesso idioma nel quale il popolo anonimo compone le sue belle canzoni. Solamente il celebre Pietro Fullone di Palermo, vissuto ne primi anni del secoloXVIIe le di cui innumerevoli poesie hanno avuto una diffusione enormein tutta l'isola, può considerarsi come un vero poeta popolare e il caposcuola dellapoesia rusticadi Sicilia. Egli stesso appartiene al popolo, perchè era un povero tagliatore di pietra che lavorava nelle reali galere. Nella sua facilità quasi senza esempio d'improvvisatore in ogni genere di componimenti, sacri, profani, erotici, epici e satirici, si ha un'espressione personale del carattere, naturalmente poetico del popolo siciliano; pure la sua vena era così ricca che dopo di lui (morì il 22 marzo 1670) nessuno lo potè mai uguagliare. Tuttavia vi sono sempre nel popolo dei poeti i nomi dei quali vengono tramandati e che fanno stampare in fogli volanti le loro poesie di occasione. Il Vigo, che a questa classe di poeti ha rivolto tutto il suo amore e tutta la sua attenzione cita come viventi e specialmente degni di lode, Alaimo, Adelfio e La Sala da Palermo. Il primo di questi tre fa lo zappatore, e si è reso celebre per una ricca vena satirica. Il Vigo lo chiama il Salvator Rosa dellapoesia rustica; Stefano la Sala poi ne è, sempre secondo il Vigo, l'Ariosto. Questo poeta vive poveramente in Palermo, fabbricando chiodi; il Vigo lo conobbe nel 1845, quando egli faceva stampare le sue poesie col suo ritratto e con una litografia rappresentante il suo mestiere. Ma il popolo gli ordina solo dellecanzoni e non del lavoro, così che la fabbrica del povero La Sala non vuol prosperare.
Assai notevole è ciò che il Vigo dice sull'accademia poetica dei mendicanti ciechi di Palermo, e che da sola basta a provare lo straordinario senso poetico dei Siciliani. In tutta la Sicilia i ciechi esercitano l'arte della musica e del canto, l'innumerevole quantità di tabernacoli e di cappelle dove si venerano immagini sacre, le novene del santo protettore, il Natale, le feste di S. Giuseppe, di Maria e di S. Rosalia, la settimana santa, i venerdì di marzo, e poi le nozze conspicue, il carnevale, ecc. dànno moltissimo da fare ai ciechi. Si vedono andare da un capo all'altro di Palermo, guidati da un ragazzino e cantare sul violino e sulla ghitarra le laudi in onore dei santi, canzoni d'amore, di gelosia e d'odio, o storie di banditi come Testalonga, Fra Diavolo, Tabbuso, Zuzza. Essi sono così occupati che è possibile averli solo dopo averli chiamati in precedenza. A Palermo hanno formato una vera e propria accademia con relativi statuti.
La interessante storia di questa scuola di ciechi trovatori è la seguente. Nel 1661 i ciechi di quella città si riunirono e ricevettero l'autorizzazione di organizzarsi in congregazione, alla quale alcuni cittadinipietosi donarono una rendita annua di 42 once. Nel 1690 il generale dei gesuiti Tirso Gonzales concesse loro come luogo di riunione l'atrio della casa dei professi; concessione di cui godono ancora oggi. Quando l'ordine dei gesuiti fu soppresso, i ciechi continuarono a godere l'uso di quel locale. I gesuiti tornarono poco dopo ed il re donò loro la terza parte delle entrate di tutte le congregazioni che si radunavano nella casa dei professi.
I poveri ciechi cominciarono da allora e continuano ancora a lamentarsi che l'ordine di Gesù abbia tolto loro tutte le rendite, ed intentarono anche un processo che di tanto in tanto rinnovano con qualche atto per non far prescrivere il loro diritto. Finalmente nel 1815 Ferdinando III si piegò alle loro continue lamentele e concesse loro una rendita annua di 14 once da prelevarsi sulla sede vacante vescovile. Ma i ciechi continuano più ostinati degliIlluminatia lottare contro la Compagnia di Gesù. I gesuiti volevano cacciarli dalla casa dei professi, i ciechi non volevano cedere, fondandosi sui documenti che possedevano, ma che non potevano leggere nè vedere. Mentre il duca di Laurenzana governava la Sicilia, essi ottennero un ordine ministeriale che li manteneva nella casa dei professi. I ciechi chiusero questodecreto così importante per loro in un forziere munito di tre chiavi e il Vigo racconta che lo conservavano con tanta gelosa cura, da non permettere nemmeno a lui, che pure era un loro benefattore, di esaminarlo, per paura che egli potesse essere un emissario dei gesuiti. E così i ciechi hanno sconfitto l'ordine di Gesù, un trionfo assai importante e commovente di Orfeo diventato cieco e mendicante contro il potentissimo generale Ignazio Loyola.
La Congregazione si compone di trenta membri, tutti suonatori e cantori. Alcuni sono compositori di nuove rime (trovatori) altri rapsodi che quelle rime cantano e diffondono. Essi si obbligano di non cantare nelle case di piacere, nè di portare in giro per le strade poesie profane; recitano inoltre ogni giorno il rosario, ed ogni anno al 2 novembre pagano 10graniper la commemorazione dei ciechi defunti, ed untarìper la festa dell'Immacolata l'8 dicembre. Hanno inoltre un cappellano che dice loro la messa ogni mattina, ed un gesuita presso il quale si confessano il primo giovedì di ogni mese, ed al quale devono far leggere le loro poesie per la censura. Hanno poi degli impiegati propri, un superiore, due aggiunti e sei consultori. Fieri della loro associazione, si vantano d'essere soci della Congregazione di S. Maria Maddalenain Roma, ed il loro misterioso forziere racchiude anche un breve del vescovo Mormile, nel quale è concessa un'indulgenza di 40 giorni a chiunque fa cantare una poesia ad un cieco. Ogni socio era tenuto un tempo di presentare ogni 8 dicembre, una nuova poesia in lode della Madonna; ma ora questa usanza è andata scomparendo. Se si assiste ad una loro riunione, commuove vedere questi infelici sedere in circolo come tanti Omeri, pieni di ardente zelo, cantare uno dopo l'altro le loro nuove composizioni, accolte sempre da un caldo applauso di tutti i camerati, mentre i ragazzi che fanno loro da guida si riposano del loro servizio, seduti per terra in un angolo e si divertono a qualche giuoco infantile.
Questa è la pittura che il Vigo ci offre dell'accademia dei ciechi di Palermo, un interessantissimo quadro della vita del popolo, pel quale dobbiamo essere assai riconoscenti all'autore. Ogni lettore correrà con la mente a quelle noiose e pretenziose accademie, che ancora fioriscono in tutte le città d'Italia e dove signori e dame recitano i loro sonetti faticosi, proprio come al tempo del Marini. E pure sarebbe difficile trovare un solo poeta che senta così santamente la poesia come quelli di Palermo. Io non conosco nessun verso di questi povericantori, perchè il Vigo non ne ha riportato nessuno, ma comunque essi sieno, e per quanto aspro sia il loro archetto, pure io credo che le Muse ascoltino questi ciechi maestri con un tranquillo sorriso, e che talvolta si degnino anche di mandar loro una buona rima ed un buon concetto.
Durante la mia permanenza in Sicilia ho avuto spesso l'occasione di ascoltare qualche improvvisatore o qualche rapsode che nella strada, circondato da un cerchio di persone attente, narra qualche storia cavalleresca o qualche novella. Sono anche questi uomini assai strani, ciechi o gobbi, e mi ricordo specialmente di uno in Catania, il quale gesticolava con una mazza nelle mani, ed appena narrava di un combattimento tra cavalieri, la mazza cominciava a fare dei terribili mulinelli per l'aria; ed in quei momenti rassomigliava assai al cosidetto Esopo della villa Albani a Roma. Quando si è notata la serietà e l'avidità con cui il popolo sta ad ascoltare questi improvvisatori, non fa più meraviglia che l'isola formicoli di canzoni e di ballate. In tutta la Sicilia è celebre lapietra della poesia. Si trova a Mineo e il Vigo dice: «È una credenza popolare che per diventare poeta, bisogna andare a Mineo e baciare la pietra della poesia». Se qualche mio compatriota, trovandosi inSicilia, vuole anch'egli farne la prova, vada a Mineo, contrada Camuti, e nella villa di Paolo Maura troverà la pietra della poesia. Tuttavia chi dà questo bacio, non col cuore puro, torna indietro da Mineo con così poco estro poetico come se tornasse da Abdera[3]. È strano che anche gli Irlandesi abbiano una tradizione simile; difatti essi dicono lo stesso della pietra di Blarney; chi la bacia diventa eloquente.
Nessun popolo, compreso il napoletano, possiede una così spiccata attitudine per l'improvvisazione, come il siciliano. Quando siede dinanzi ad un bicchiere di vino, la sua gioia si manifesta in rima senza nessuno sforzo.
Di questo talento ha dato una prova Giovanni Meli nel suoDitiramboche io ho tradotto. A nessuna delle loro feste, di qualunque genere siano, mancano i poeti popolari. «Ognuno canta per sè» dice il Vigo, «come gli antichi trovatori, ed è seguito da una folla di popolo che lo applaude e lo paga fino a che la gara dei cantori e degli ascoltatori infiamma la tenzone. I poeti si raccolgono sotto l'ombra di un albero, o in una taverna e prima di dar principio alla lotta, tentano di investigarsi a vicenda per conoscere le forze avversarie. La prosaè bandita, si salutano e si provocano in versi, poi si attribuiscono i temi per l'improvvisazione. Il vinto viene fischiato e cacciato via, mentre il vincitore continua a cantare allegramente ed a strimpellare la sua ghitarra. Ma la fine abituale di queste tenzoni è che il vinto si slancia come un dannato sul vincitore, e solo l'intervento di qualche prete che accorre al frastuono, riesce a separare i contendenti». Il Vigo racconta di aver assistito a Palermo ad una tenzone pacifica il giorno di S. Giovanni: «Erano radunati da cinque a seimila spettatori per aspettare il mezzogiorno, ora in cui l'immagine del santo viene portata fuori della Chiesa e collocata nel mezzo della piazza. Ecco che nella macchina preparata per accogliere il santo salgono cinque poeti, Antonio Russo, un ragazzo condotto da suo padre, un fabbro, Giovanni Pagano, il ciabattino Andrea Pappalardo e il contadino Salvatore da Misterbianco. Uno dopo l'altro cantano le virtù ed i miracoli di S. Giovanni e poi comincia la tenzone. Tutti si servivano dell'ottava siciliana; meno Pappalardo che componeva sestine con due rime piane in fondo. Tutti e cinque erano assai bravi ed ardenti, ma il fabbro superava tutti gli altri. Nessuno sa, continua il Vigo, da quanto tempo vige l'uso di queste tenzoni, quello che è certoè che sono antichissime, e che meritano tutto l'incoraggiamento possibile, perchè non solo sono di grande utilità, ma anche perchè fanno ripensare alle nobili tradizioni dell'epoca greca».
La straordinaria facilità degli Italiani e dei Siciliani d'improvvisare, viene mantenuta desta per mezzo di forme tradizionali con le quali poetano. Presso i popoli che non hanno ritmi universalmente noti ed adoperati, l'improvvisare è molto più difficile, perchè c'è maggiore sforzo individuale. Il popolo italiano possiede fin dall'antichità le sue ben determinate forme ritmiche. Quasi da per tutto, in Toscana, nel Lazio, a Napoli e in Sicilia specialmente viene adoperata l'ottava; difatti tutta la voluminosa raccolta del Vigo non contiene, salvo poche eccezioni, che ottave, nelle quali vengono espressi gli stati d'animo più differenti. L'ottava, così come è stata adottata dai Siciliani, ha le rime che si incrociano quattro volte, mentre nell'ottava toscana, tanto in quella popolare, quanto in quella letteraria adoperata dall'Ariosto e dal Tasso, le rime s'incrociano solo tre volte di modo che gli ultimi due versi rimano tra loro. L'ottava siciliana ama l'assonanza, così che spesso anche le quattro rime contrastanti, modificate solo con qualche leggero cambiamento, si avvicinanoalle altre quattro, per esempiousi-asa,etu-atu,uppa-appa. Ciò dà una grande dolcezza musicale e il Vigo cita come modello la seguente ottava:
Susiti, amanti mia, susiti susi.'Ntra ssu lettu d'amuri 'un arriposi;Vinni a spizzari ssi sonnura duci,Di ssi biddizzi 'nciammari mi vosi,Grapitimi ssi porti si su chiusi,Quantu sentu l'oduri di li rosi.Idda ccu li so' modi graziusiGrapiu, mi contintau, mi detti cosi.
Susiti, amanti mia, susiti susi.
'Ntra ssu lettu d'amuri 'un arriposi;
Vinni a spizzari ssi sonnura duci,
Di ssi biddizzi 'nciammari mi vosi,
Grapitimi ssi porti si su chiusi,
Quantu sentu l'oduri di li rosi.
Idda ccu li so' modi graziusi
Grapiu, mi contintau, mi detti cosi.
Si comprende come non sia difficile poetare con un idioma così incomparabile. L'ottava, e solamente una, è del resto più che sufficiente al cantore. Essa può contenere tutta la canzone o tutto il poema, essa è una canzone d'amore, una sentenza, un lamento, una serenata e tutto quello che si vuole. Il suo nome ècanzunacome in Toscana, e talvolta anchestrambottoostornello, come si dice nell'Etna. La parolastrambotto, che secondo il Tigri viene dastrano motto, è assai antica; rimonta per lo meno al secoloXV. Lo strambotto è a buon diritto considerato come un'invenzione dei Siciliani, ed i Toscani solo più tardi ne hanno modificato la disposizione delle rime. La patria di questa ottava si rileva facilmente leggendo la raccolta del Vigo. Si confrontino difatti le ottave delVigo con quelle della raccolta toscana dei Tigri e si vedrà che i Toscani si sono staccati dalle forme degli antichi trovatori siciliani. Mentre in Sicilia l'ottava è rimasta costantemente immutata, in Toscana non solo vi hanno apportata la modificazione cui ho già accennato, ma non hanno conservato neppure la disposizione delle rime dei primi sei versi. Spesso in Toscana anche gli ultimi due versi della sestina propriamente detta rimano tra loro, così che l'ottava finisce con due coppie di versi rimati.
Come in Toscana, così anche in Sicilia vi sono gli stornellidei fiorie che i Toscani chiamano appunto stornelli. La raccolta del Tigri ne contiene una grande quantità ed alcuni così belli, così arguti e così poetici che non è possibile trovarne di simili in nessun altra lingua. Questa deliziosa forma di poesia popolare è diffusa, così come lo sono i fiori, per tutta l'Italia, ma la sua vera patria è in Toscana, nel giardino d'Italia. In Sicilia invece essa è meno prospera. Difatti nella raccolta del Vigo gli stornelli sono pochissimi e nessuno raggiunge il profumo e la grazia di quelli toscani.
Quando il Vigo si accinse a questa patriottica raccolta distribuì per tutta la Sicilia una circolare, nella quale erano così suddivisigli argomenti che egli intendeva raccogliere.
1. Canti d'amore, d'odio, di disprezzo, di gelosia, d'abbandono, di lontananza, di nozze, ecc. 2. Ninne-nanne. 3. Indovinelli. 4. Fiori. 5. Canti funebri. 6. Canti sacri. 7. Canzoni di banditi, di vendette, di streghe e di guerra. 8. Canti popolari longobardi ed albanesi.
Il libro è riuscito discretamente completo, specialmente per il numero uno. Ma, come mi comunica lo stesso sig. Vigo, ne è in preparazione una nuova edizione con l'aggiunta di molti altrifiori, e molte altre canzoni di briganti e di vendette, di cui la Sicilia è molto ricca e che potranno servirci per un interessante confronto con le belle canzoni còrse sullo stesso soggetto. Mi aveva già colpito il fatto che in tutta la raccolta del Tigri non vi sia una sola canzone di soggetto storico; ora lo stesso fatto ho riscontrato nel Vigo. Il canto popolare italiano tratta quasi esclusivamente d'amore. L'eterno splendore del cielo e la svegliatezza di mente degli Italiani sono poco favorevoli allo sviluppo della leggenda e della ballata, e poi la quantità, la grandiosità e l'esattezza dei fatti storici in questa patria della storia non consentono il fiorire della leggenda storica. Ed il popolo canta un avvenimento storico solo quandola leggenda se ne è impadronita e lo ha trasformato.
Nelle montagne d'Italia ho trovato innumerevoli rovine di antichi castelli, ma neppure una di queste rovine è popolata di leggende popolari propriamente dette, come accade in Germania ed in Inghilterra. Ma all'incontro non c'è luogo in Italia che non abbia negli annali storici una derivazione antichissima, e pochi che non abbiano la loro storia speciale stampata e assai diffusa, con dilucidazioni archeologiche che sono le peggiori nemiche delle Muse, come il fumo lo è per le api.
Il Vigo ha molto saggiamente aggiunto ad ogni poesia il paese donde essa proviene, e solo alcune città sono rimaste, e non per sua colpa, prive di qualche saggio in questa raccolta. Solo una poesia ho trovato di Siracusa, nessuna di Agrigento, Taormina, Cefalù e Monreale. Le più numerose di tutte sono quelle della patria dello stesso Vigo, Aci Reale, una delle più incantevoli cittadine del mondo, posta in un piccolo paradiso ai piedi dell'Etna, non lontano dal mistico Aci, dalle sorgenti sacre e dirimpetto all'isola dove Polifemo languiva per Galatea. Se si è veduto quel paese dove le rose fioriscono perennemente, pieno di aranci e di viti, non fa più meraviglia che in mezzo a quel popolo leMuse abbiano un così dolce e melodioso canto. Dopo Aci i migliori saggi ci vengono da Messina, da Catania, dallo stesso Etna e poi da Palermo, Mineo, Raffadali, Lentini, Termini, Modica, Bronte, Itala, Piazza, Siculiana, Aderno e da molte altre città che un tempo ascoltarono la Musa dell'Ellade. Se i grandi poeti siciliani, Stesicoro e Teocrito, se gli stessi Pindaro e Simonide ascoltassero le canzoni che ancora oggi, dopo più che duemila anni, fioriscono sulle rovine delle città greche illustri, cantate da un'altra razza, non potrebbero rifiutare il loro applauso. Le antiche fogge dell'ode sono scomparse e solo la canzone bucolica si è rinnovata per virtù del Meli. La strofa artistica si è trasformata nell'ottava rimata; la Musa ha cambiato lineamenti, ma anche la nuova è bella, piena d'espressione, di spirito e di sentimento. Perchè la Musa è immortale, come la Natura, ed il cuore degli uomini che canta sotto la guida di lei, i suoi dolori e le sue gioie.
Se si paragonano le canzoni amorose raccolte dal Vigo con irispettipubblicati dal Tigri, si rimane sorpresi dalla loro somiglianza. La concordanza di queste forme popolari è una prova evidentissima della unità della nazione italiana. L'unica confederazione che abbia salde radici è quelladella poesia. Una storia sanguinosa ha dilaniate le sue provincie, la politica delle altre nazioni, ed anche quella interna dei vari Stati, ha resa sempre più profonda la separazione; il regionalismo divide ancora una città dall'altra, la mancanza di industrie, di commerci e di strade allontana territori vicini, ed anche intellettualmente mancano all'Italia le grandi ed universali correnti intellettuali che mantengono stretti i rapporti. E ciò non ostante nella poesia popolare degli Italiani, c'è un'impronta nazionale indistruttibile, che afferma con energia davanti a tutto il mondo l'unità della Nazione. La canzone popolare è il tesoro dove la nazionalità conserva le sue inalienabili pietre preziose. Infatti leggi, diritto, libertà, istituzioni politiche e cittadine si cancellano e si distruggono lungo il corso degli avvenimenti storici, ma la lingua, con la quale il popolo parla e canta, è un elemento che dura fin che quel popolo dura. In questo senso della nazionalità le due raccolte di poesie toscane e siciliane sono un significantissimo documento storico dell'intima unità del popolo italiano e di tutto ciò che i Latini ed i loro discendenti indicano con la parolaindoles.
Si leggano queste poesie e si vedrà di quanta nobile, fine e delicata cultura di cuore è capace questo popolo che pure ècostretto a vivere sotto così dolorose condizioni politiche e cittadine, e quasi senza istruzione di sorta. Si ripete fino alla nausea il fatto di viaggiatori di tutte le parti del mondo che hanno veduto l'Italia solo dalla diligenza, trattenendovisi un paio di mesi o solamente un paio di settimane e percorrendola solo sulle grandi strade maestre, e poi scrivono dei grossi volumi sulle condizioni di questo popolo, ripetendo continuamente le stesse frasi, forse per vendicarsi di qualche brutto tiro giuocato loro dagli albergatori di campagna. Ed essi conoscono l'Italia, come conosce Roma chi l'ha veduta una sola volta di notte alla luce di uno zolfanello. Per imparare a conoscere un popolo, si deve saper scrivere e saper parlare con esso, e si deve frequentarlo nelle sue feste e nel suo lavoro, nei monti e nelle valli. La poesia popolare è una landa che la civiltà falsificante non ha ancora profanata.
Le stesse sensazioni, lo stesso concetto degli uomini e delle cose, la stessa poetica rappresentazione delle cose, lo stesso culto dei sentimenti, specialmente riguardo alla cavalleresca galanteria verso le donne, dominano in questi canti popolari e la stessa espressione del pensiero poetico si trova in Toscana, nel Lazio, nella Corsica, in Sardegna ed in Sicilia. Questo culto poeticoprocede con la stessa unità, come il culto religioso; e come l'anima popolare mostra ovunque in Italia le stesse tendenze, così anche le forme poetiche sono pressochè uguali anche a traverso qualche particolarità locale. Lestanzedella Toscana hanno per esempio, oltre le modificazioni già accennate, la caratteristica di ripetere il concetto principale, ciò che dà loro una bella impronta popolare. Ilritornaresembra che sia proprio caratteristico della Toscana. Ma nell'insieme la poesia popolare italiana ha un comune stile architettonico.
La forma italiana è più ricca di quella esclusivamente trocaica degli Spagnuoli e di quella così monotona nell'insieme dei Serbi e dei Greci. La poesia popolare italiana ha la forma della stanza epica, e rappresenta la base immediata della poesia letteraria, che nei suoi momenti più gloriosi non è altro che la perfezione delle stanze popolari: un fatto questo che è della più alta importanza perchè dimostra che in Italia la poesia letteraria e quella popolare non sono divise da nessun abisso. Da noi in Germania le poesie di Schiller e di Goethe, come prodotti di una perfetta cultura letteraria, sono molto lontane da quegli strati in cui fiorisce la canzone popolare; in Italia invece i capolavori perfetti del Tasso e dell'Ariosto non sono affattoseparati dalle regioni che hanno dato origine alle poesie raccolte dal Tigri e dal Vigo. In molte ottave popolari io trovo frequentemente concetti che ho già veduti nella poesia letteraria. E quindi od essi sono proprietà originaria del popolo, od il poeta popolare li prende a prestito dall'alta poesia perchè non discordanti da tutto l'insieme della vena popolare. Per esempio in una canzone di Raffadali trovo:
Vinissi chiddu patri chi ti fici,Fari non nni po' chiù, persi la stampa.
Vinissi chiddu patri chi ti fici,
Fari non nni po' chiù, persi la stampa.
ed Ariosto dice:
Natura il fece, e poi ruppe lo stampo.
Natura il fece, e poi ruppe lo stampo.
Un'altra canzone comincia col noto verso di Dante:
Donni ch'aviti 'ntellettu d'amuri.
Donni ch'aviti 'ntellettu d'amuri.
Inoltre vi è un'altra fonte d'intimi rapporti in questo paese tra la poesia popolare e quella letteraria, fonte che deriva dalla natura stessa del popolo. Infatti anche la poesia popolare degli Italiani ha in sè qualche cosa di letterario, perchè il popolo italiano è artista per natura.
Il senso della bellezza delle forme diffusoin tutte le classi, il fine gusto per la misura, la grazia naturale dei movimenti, il modo di vestire, il contegno che rendono gli Italiani (e questo lo ammettono anche i loro più acri nemici) molto superiori a tutti gli altri popoli, si manifestano meglio che altrove nella canzone popolare. In essa si riscontra un'arte di poetare che è divenuta una seconda natura, oppure una natura che senza sforzo si trasforma in arte. La poesia elevata non è che il canto popolare meglio abbigliato, e le ottave popolari composte non senza arte, risplendenti di metafore belle e talvolta anche meravigliose, somigliano alle belle donne della campagna quando, nei giorni di festa, si adornano con orecchini rilucenti, con collane di coralli e con anelli d'oro.
La poesia popolare italiana è ricchissima d'immagini, ed offre ai poeti elevati un tesoro inesauribile in cui essi possono attingere, tanto più che la metafora, questa polvere variopinta che riveste le ali della Musa, si è quasi dispersa nella loro poesia moderna. La metafora è qualche cosa di più di un semplice ornato nell'architettura di una poesia; essa è il mutevole spirito della fantasia che dà bella veste ai pensieri, che toglie alla rappresentazione delle cose la sua dura uniformità, che le rende poetiche e le mette in rapporto con la vitamorale e materiale. La metafora riposa nel senso della natura e dà significato agli innumerevoli collegamenti che sono in essa. Il poeta che lavora chiuso nel suo studio ha difficoltà a trovare le metafore, mentre per un poeta popolare è facilissimo, e sbaglierà solo se ne accumula troppe. Un poeta serbo paragona con bella immagine, le sopracciglia della donna amata alle nere ali aperte di una rondine; un poeta còrso dice che il cuore di un bandito è diventato per l'odio così piccolo, come una palla di fucile; un poeta siciliano chiede alla sua bella che sciolga i suoi capelli e li faccia fluttuare fuori della finestra, come una scala di seta. Queste immagini appaiono qua e là come fugaci meteore nella poesia letteraria, mentre il poeta popolare le semina a piene mani come fiori di una siepe vivente.
Quest'arte di personificare e di dipingere poeticamente le cose, è in generale un dono della poesia naturale, specialmente nel Sud ed in Oriente, e gli Italiani a questa qualità aggiungono anche la sottile e trasparente chiarezza dell'ingegno, ed anche una natura arguta che si diletta delle antitesi; di modo che la loro poesia popolare si avvicina assai a quella letteraria. L'Italiano è per eccellenza un logico, un abile dialettico, un avvocato nato, un sofista; nonc'è niente di vago nella sua fantasia, non conosce il sentimentalismo, nè le mezze tinte, nè l'ansioso divenire e svilupparsi degli elementi della vita; così come il suo anno non conosce la lunga primavera, nè il suo giorno conosce il lungo crepuscolo. Le sue sensazioni sono estreme e pronte e guidate dal pratico impulso di una volontà cosciente e non dal desiderio doloroso. L'oscillare in una pena incerta che come un essenziale elemento della poesia nordica, le dà gli aspetti bellissimi di un tramonto, è interamente sconosciuto agli Italiani. Il Vigo per formare la sua raccolta ha chiesto, bene specificatamente, canti d'amore, di odio, di disprezzo, di gelosia, di abbandono, di lontananza e di nozze, e sono sicuro che un raccoglitore tedesco non avrebbe domandato tali motivi, mentre avrebbe trovato un numero incalcolabile di canzoni esprimenti sentimenti ed aspirazioni vaghe.
Nella poesia popolare italiana il concetto chiaro e la coscienza dello scopo frenano e limitano le sensazioni. Essa quindi non è lirica e musicale secondo le nostre idee, ma ha sempre qualche cosa di epico e di rappresentativo. La poesia popolare nordica è ricca di sentimento e di pensiero. La meridionale è graziosa ed arguta. La quantità di trovate e di motivi originali èmeravigliosa e con tutto ciò rimane l'ingenua espressione dell'anima di un popolo che è bello, vivace ed arguto per natura. Io ho letto attentamente le due raccolte, la toscana e la siciliana, e le ho trovate tutte e due ugualmente forti nelle qualità sopra accennate. La ricchezza di motivi è ammirevole in tutte e due; gli eterni, e semplici stati del cuore vi sono continuamente ripetuti con nuove e incantevoli immagini. Tuttavia a me pare, e non ho paura di confessarlo al Vigo, che il canto popolare toscano sia più grazioso, più fiorito e più dolce di quello siciliano. Quantunque la raccolta siciliana contenga molte canzoni straordinariamente delicate, pure nell'insieme ne trovo di più nella raccolta toscana.
La poesia toscana ha tinte così delicate come quelle dei pittori di Siena e di Fiesole ed un movimento così bello come lo hanno leGraziedi Lippi, Botticelli e Ghirlandaio. E ciò non è opera solamente del melodioso dialetto che si parla sulle rive dell'Arno e dell'Ombrone, ma anche del temperamento degli uomini che in Toscana è più dolce ed in Sicilia più energico. La canzone popolare toscana è molto più lirica di quella siciliana, e quindi si accosta di più alla nostra poesia tedesca; ma è anche più libera da regole; la siciliana invece ha forme più artistiche e letterarie. Molte canzonidelle due raccolte hanno uno stesso motivo ed uno sviluppo quasi uguale, ed è difficile riconoscere se è la Musa toscana che è penetrata in Sicilia, o viceversa.
Mi limito a tradurre solo qualche ottava di questa bella raccolta siciliana, cercando di conservare per quanto è possibile l'originaria spontaneità e rinunciando così a crearmi la fama di un buon traduttore. Anche l'abilità di un Rückert si troverebbe imbarazzata nel riprodurre le quattro rime o le assonanze senza intaccare profondamente il senso e l'andamento della canzone. Non è possibile rendere l'incanto di simili poesie popolari; se ne può dare solo una pallida idea.
Ecco un'ottava che viene da Itala:
Acula, vai vulannu mari mariSpetta quantu ti dicu dui palori,Quantu ti scippu tri pinni d'ali,Mi cci fazzu 'na littra a lu me' beni;Tutta di sangu la vogghio lavari,E ppi sigillu ci mettu lo cori;Quannu la littra è spidduta di fari,Acula, porticcilla a lu me' beni.
Acula, vai vulannu mari mari
Spetta quantu ti dicu dui palori,
Quantu ti scippu tri pinni d'ali,
Mi cci fazzu 'na littra a lu me' beni;
Tutta di sangu la vogghio lavari,
E ppi sigillu ci mettu lo cori;
Quannu la littra è spidduta di fari,
Acula, porticcilla a lu me' beni.
L'ottava seguente di Raffadali non è possibile tradurre con le rime, perchè perderebbe tutta la sua bellezza. I versi siciliani terminano di regola con la parola più significativa sulla quale cade l'accento del pensiero e su cui riposa tutta la bellezza del verso. Ma per noi Tedeschi è quasi impossibileterminare con quattro rime senza che le parole rimate non sieno le più secondarie.
Bedda, ca tra li beddi si' fenici,Nni lu me cori addumasti 'na lampaTu di li cori si' l'imperatrici,E cu ti vidi pazziannu campa.Zoccu si leggi a lu munnu o si dici,E 'na faidda avanti a la to vampa;Vinissi chiddu patri chi ti fici,Fazi non nni pò chiù, persi la stampa.
Bedda, ca tra li beddi si' fenici,
Nni lu me cori addumasti 'na lampa
Tu di li cori si' l'imperatrici,
E cu ti vidi pazziannu campa.
Zoccu si leggi a lu munnu o si dici,
E 'na faidda avanti a la to vampa;
Vinissi chiddu patri chi ti fici,
Fazi non nni pò chiù, persi la stampa.
Termino qui, augurando al signor Vigo una meritata fortuna alla sua opera. Egli ha conservato uno dei più bei monumenti della letteratura siciliana ed ha collocato un magnifico gioiello nel forziere in cui si conservano i tesori della musa popolare che noi Tedeschi apprezziamo tanto, sin dai tempi di Herder. È molto tempo che la letteratura italiana non produce niente che possa anche lontanamente paragonarsi a quanto hanno raccolto il Tigri e il Vigo dell'opera di pescatori, di contadini e di altri operai. È un riposo il leggere quelle raccolte e dimenticare lo sforzo delle povere rime stentate dei poeti letterati. Gl'Italiani possono ascrivere a grande consolazione il fatto che queste raccolte sieno venute alla luce in questo momento; perchè esse sono la più splendida apologia dell'Italia, sono il parlamento popolare delle Muse che innalza la sua voce anche all'estero, dove viene ascoltata con simpatia.