III.
La cecità era stata un colpo crudele della sorte per quel vecchio glorioso. Per due anni interi aveva consultato gli oculisti più famosi, non ricevendo mai nessuna lusinga, ed egli lusingandosi sempre; s’immaginava e diceva che un bellissimo giorno, fissando la parete nera che gli stava sempre davanti agli occhi, la vedrebbe accendersi e splendere, da costringerlo a chiudere le palpebre.
“Vedrai, aveva detto a suo figlio, il mio malanno è venuto a un tratto, e così se n’andrà.„
Ringraziava i critici, che quando lo avevano creduto spacciato si erano accorti che egli poteva essereillustreevenerando, ma era sicuro che un giorno dovrebbero rintascare quelle lodi prodigate come monete, che sonerebbero per l’ultima volta per non avere corso mai più.
“Voglio vederli ridiventare avari, quando avranno visto e toccato che io sono vivo ancora, e ancora artista.„
Tito diceva sempre di sì, e metteva anzi nella bugia un tantino di enfasi perchè dal tono di voce il vecchio la potesse credere la verità.
Ma due anni di aspettazione e di fede stancano anche le illusioni più robuste.
Nella notte che lo circondava, il tempo, come lo spazio, si era perduto a poco a poco, e se ora Mattia guardava ad un avvenire, altro non vedeva se non il proprio passato glorioso continuarsi nel presente. E perciò si era rassegnato.
Quell’inverno si era fatto portare nello studio un’ampia seggiola e aveva voluto che fosse collocata innanzi al finestrone per modo che il sole ad una certa ora gli battesse sulle gambe. Stava là per ore intere, in silenzio, poi a un tratto sorrideva ad un’immagine gioconda che si era affacciata nel buio.
— Che stai facendo ora? domandò un giorno a suo figlio.
— Metto un po’ di nero nel fondo per staccare meglio la figura; ma ho quasi finito; un momentino ancora e ti dirò se sono contento.
Quando seppe che la macchia nera del fondo faceva bene nel quadro, e che la figura aveva più aria di prima, il vecchio artista fece una domanda inutile, alla quale Tito rispose semplicemente, dopo di essersi curvato a guardare meglio l’espressione della faccia del cieco.
— Babbo, tu pensi ad altro.
— Non è vero, disse Mattia, ma col sorriso smentiva la negazione.
— Tu hai qualche cosa da dirmi, continuò Tito; dimmela subito. —
Prima Mattia rise forte all’invito amorevole, poi si fece serio e tacque lungamente, mentre suo figlio continuava a lavorare davanti al cavalletto. A un tratto, come se continuasse un dialogo avviato, il cieco entrò a dire:
— Io ho capito tutto; il babbo tuo ci vede ancora.
— Che cosa hai capito? balbettò Tito, curvandosiper istinto a guardare suo padre negli occhi; hai indovinato il tema del mio quadro nuovo? Volevo tacere perchè mi vergognavo della mia debolezza; sì, babbo, hai ragione; quella donna si è cacciata nella mia testa, e non avrò pace fin che non ne l’abbia fatta uscire. Tu sai che agonia è copiare un’immagine, che si affaccia nel cervello e si nasconde. Però posso dirti che come artista soltanto m’innamora, ma come uomo, è una cosa finita, propriamente finita.
Mattia non rispose, ma continuò a sorridere in un certo modo misterioso.
— E credi che arriverai in tempo? disse poco dopo.
— A che?
— La sai bene la massima mia; tutto il lavoro incominciato nell’anno dev’essere finito a San Silvestro.
— Spero, disse Tito; ma quelle parole e il lieve sorriso che durava ancora sulla faccia serena del cieco gli fecero venire un’idea. E subito staccò silenziosamente dalla parete un telaio preparato, e, lì per lì, con pochi tocchi di carbone segnò le prime linee d’una testa pensosa che s’incorniciavanella spalliera altissima d’un’antico seggiolone.
Il cieco stava in ascolto.
— Ora non capisco più; sento lo sfregamento del carbone sulla tela nuova; tu lavori sopra un altro telaio?
— Sì, rispose Tito ridendo; è una testa molto difficile; quando le teste sono difficili il miglior sistema è di cancellarle; ma io non cancello, perchè in quello che ho fatto ci è del buono.
E Mattia fu lusingato di sapere che egli aveva una testa difficile.
— Ma se tu ci vedi meglio di me, soggiunse il giovine artista dopo un lungo silenzio, è inutile che facciamo la commedia; dimmi la verità: non ti fai un’idea della tela che sto dipingendo?...
— Chi sa? Forse sì, disse il cieco. In un canto della tela, un seggiolone antico, come questo, nel seggiolone un vecchio con una testa difficile, molta barba bianca e molti capelli bianchi; gli occhi aperti che non guardano più le cose della terra perchè hanno visto molte cose del cielo... Va bene così?
— Va benone. A San Silvestro il tuo ritratto sarà finito.
— Mi posso muovere? domandò di lì a poco Mattia.
— Sì; smetto.
Tito si rammaricava in cuore che quell’idea naturale di dipingere la bella testa del padre cieco non fosse venuta a lui prima che al vecchio, il quale probabilmente da molti giorni posava coscienziosamente per il proprio ritratto. E per punire sè stesso, voltò contro la parete la solita Cesira, salvo a rivoltarla più tardi.
Mancavano dieci giorni a San Silvestro, e a quel tempo il ritratto doveva essere finito, non già perchè Tito avesse fatto sua la massima vantata dal padre, ma perchè Mattia avrebbe compiuto i settantaquattro. Avendo lavorato con lena due giorni interi, la vigilia di Natale il giovine artista potè dirsi contento dell’opera propria, e Mattia potè respirare liberamente.
— Perchè, vedi, figliuolo mio, sono quasi due mesi che in ci lavori.
— No, babbo.... non credo....
— Sì, proprio due mesi; fa il conto; hai cominciato il 20 ottobre, quel giorno dell’acquazzone, e hai detto così, mi par di sentirti ancora:“piove, la nostra passeggiata è perduta; mettiti davanti alla finestra ed ascolta come la pioggia picchia sulle vetrate; io intanto.... sporcherò una tela nuova...„ E quando volli sapere che cosa avevi fatto, mi dicesti che non ti era riuscito nulla di buono. Da quel giorno tu hai sempre lavorato all’improvvisata che mi volevi fare; di’ che non è vero, se puoi... lo vedi? La provvidenza, figliuolo, ci aiuta tutti quanti, dà agli sventurati la forza di sopportare la sventura, dà ai ciechi la doppia vista.
E siccome Tito, credendosi obbligato a rispondere qualche cosa, fece allusione alla guarigione in cui non sperava nemmanco lui, Mattia tentennò il capo a sorrise senza amarezza.
— Tu dici così, ma non credi tu stesso. Però senti: voi altri che ci vedete, che camminate diritti, che volate sulla vostra giovinezza, non potete pensare senza orrore alla disgrazia di chi non vedrà più nulla, di chi ha una gamba di legno, di chi si trascina appena tanto è debole. Ma è un inganno della vostra pietà. I ciechi, gli storpi, i monchi e gli ammalati godono anche la loro parte di cielo. Se sono riusciti a farsi l’abitudine, possonoessere felici come la gente che ha due gambe buone e due occhi che portano lontano. La rassegnazione sembra una virtù molto difficile; così è sembrata a me per un anno intero. Ma ora che ho perduto ogni speranza....
— Non dir così, babbo.
— E perchè non dovrei dirlo, se questa speranza, dopo avermi medicato per tutto un anno, se n’è andata lasciandomi una forza, che non mi abbandonerà più?
Avendo infilato quella via il cieco vide subito che poteva andare fino al proprio desiderio segreto, e vi andò di buon passo.
— Mettiti bene in capo che io non posso più patire di nulla; vivendo d’un passato che non può essermi tolto, trovo nella memoria tutte le sorgenti del mio godimento. Ma tu non crederai che si possa vivere senza un desiderio almeno... io ne ho uno....
— Dimmelo.
— Sì? Te l’ho a dire? Te l’ho a dire proprio?
Non lo disse. Il desiderio suo era che Tito scegliesse una compagna, non già per lui solo, maanche per quell’egoista di Mattia; una donnina che fosse bella, che aiutasse il figlio a sperare, che accarezzasse la cecità rassegnata del padre.
Il cieco aspettava un indizio che gli permettesse di proseguire; e quando Tito si lasciò sfuggire un sospiro, egli vi aggiunse una risata discreta, e non fiatò più.
Ma sembrava fatto a posta; quel giorno Barbara ebbe il coraggio ostrogoto di servire in tavola due braciuole, che dalla gratella erano andate a finire nella cenere; e Tomaso si lasciò pigliare ancora una volta dal suo vecchio amore per il vino vecchio del suo vecchio padrone.
E allora il cieco spiattellò il proprio desiderio segreto.
Tito ascoltò in silenzio la parola paterna, e non rispose, ma baciò il testone canuto.
Più tardi entrò a dire:
— Peccato che tu non sappia sonare il pianoforte; peccato che non lo sappia sonare nemmeno io; quanto volentieri a quest’ora si farebbe insieme un po’ di musica! Ma di’ un po’; se ogni sera venisse in casa un sonatore, che si mettesse al cembalo un’ora o due.... Non sarebbe bello?
Il cieco applaudi.
— Uno che sonasse tutta la vecchia musica di Cimarosa, di Rossini... Sicuramente, sarebbe bello. Se poi volesse leggere qualche novella, o qualche poesia, sarebbe anche meglio; ma un sonatore od un lettore si annoierebbe presto; avrei più fede in una lettrice....
Dovette convenire anche Tito che gli uomini sono meno pazienti delle donne, e che un’antica maestra, una vecchia zitellona, una vedova senza figli....
— Ma perchè vecchia, ma perchè antica? interruppe il cieco; se la lettrice fosse giovine e la parola sua fosse argentina; se la sonatrice fosse allegra e bella, che male ci vedresti? Tu t’immagini forse che uno, quando è vecchio e cieco, sia indifferente alla gioventù ed alla bellezza? Ma non per nulla siamo rimasti per cinquant’anni artisti.
Tito convenne di buon grado anche in questo.
— E allora trovami tu una ragazza intelligente, che voglia adattarsi a passare qualche ora con un vecchio cieco; ce ne devono essere tante, che non aspettano altro. Se non me la trovi tu, sai chefaccio io? mi metto alla finestra e grido: “Una bella ragazza che sappia sonare il pianoforte e che abbia voce chiara e amabile per fare la lettura, troverebbe un buon collocamento.„ Scommetto che si fermerebbe molta gente, e che non tarderei a trovare il fatto mio.
Tito vide in questa idea venuta a lui, migliorata da suo padre, lo scampo alla necessità che gli si era affacciata tante volte, e che lo avrebbe tormentato sempre più; diciamo la necessità di prender moglie. E andò un passo più avanti del cieco.
— Se poi fra queste concorrenti se ne trovasse una buona tanto da poter tener luogo della figliuola che ti manca....
— Ebbene.... allora....
— Allora potresti pregarla di rimanere sempre in casa, fin che non trovasse marito.
Il cieco sospirò di nascosto, e disse semplicemente:
— Dunque trovamela subito.
La stessa sera Tito andò a dire allaFamiglia artisticache lo aiutasse a salvarsi dal matrimonio, trovando una sonatrice per il padre cieco; e unvecchio artista, famoso, anche lui, per avere cominciato molte tele senza averne mai finito una, lo prese in disparte.
— Io ho due figliuole, gli disse con solennità: sono allieve del Conservatorio... Vedo che lei non sa che io sono il Salvi; tutti le diranno chi è il vecchio Salvi; suo padre forse mi conosce. Le mie figliuole verranno in casa sua perchè il vecchio Bondi possa scegliere. Ma le posso dire che sonano tutte e due benone, che Giuditta è bellissima, che Sofia è tanto buona....
— Mandi Sofia, si affrettò a dire Tito.
— Perchè Sofia e non Giuditta? domandò il vecchio Salvi.
— Perchè le bellissime ragazze sono sempre meno pazienti delle.... altre, rispose il giovine sorridendo.
— La sorte ha voluto renderle pazienti tutte e due, affermò il vecchio con sussiego. Lasci fare a me; gliele mando domani al mezzodì.
Vennero infatti all’ora indicata; Giuditta si presentò la prima sull’uscio del salotto, si tenne un momento ritta nel vano per fare la riverenza, poi si scostò lentamente per scoprire Sofia, che eratanto minutina e dimessa, quanto la sorella appariva alta, sicura di sè.... e bella.
Mattia, che le aspettava sul vecchio seggiolone, quando si accorse che le ragazze erano entrate, disse lentamente:
— Mi scusino se non posso riceverle come vorrei; or ora verrà mio figlio, che ci vede; ma se hanno la bontà di accomodarsi... lì, ci sono delle sedie.
Giuditta si accomodò subito, Sofia rimase in piedi, non ostante che la sorella le accennasse di imitare il suo esempio. Disserograzieentrambe.
In quel punto entrò Tito.
— Sono qua, babbo; buon giorno, signorine.
Ma ne salutò fuggitivamente una, fu dal primo momento incatenato dalla bellezza dell’altra; la quale si era rizzata un momentino, e si era rimessa a sedere spargendo intorno a sè una malia, unicamente col moto del capo e con lo splendore degli occhi neri.
— Lei, signorina, è Giuditta? balbettò il poveraccio divincolandosi da quella bellezza feroce.
— Sissignore; e questa è Sofia, mia sorella. Il babbo ci ha mandato da loro perchè ci vedano; soniamotutte e due, e ciascuna di noi può fare la lettura ad alta voce; mia sorella sa più di me, perchè è la maggiore; io sono più allegra. Ma di’ qualche cosa anche tu, Sofia.
— Che vuoi che dica? Abbiamo molta parte del giorno libera...
— E possiamo disporre di tutto il tempo necessario, interruppe Giuditta. Ma il pianoforte dov’è?
— Ci sarà domani, disse il cieco; ma prima mi dicano: quale di loro è la più paziente?
— Sofia!
— Lei che ha parlato è?...
— Giuditta.
Tito si lusingò che questa risposta potesse risolvere il quesito per Sofia, ma il cieco ci pensava ancora, e rispose:
— Brava Giuditta. E lei, Sofia, che cosa dice? È della stessa opinione?
— Mia sorella mi vanta sempre, non mi lascia mai tempo di dire bene di lei.
— Il bene che si può dire di me, lo posso dire io stessa, assicurò Giuditta: sono allegra... ecco.
Ma una lieve reticenza diceva a Tito: “io sonobellissima, e posso essere generosa con mia sorella, che, al confronto, è bruttina.„
Evitando di guardare quel fascino, Tito non sapeva come fare ad avvertire suo padre che Giuditta era troppo bella ed audace, e lui troppo giovine e troppo artista da resisterle a lungo. Ma per fortuna anche il cieco non si sentiva forte per risolvere addirittura, e non si potendo consultare con suo figlio fece una pensata.
— Sentano, signorine; il vecchio Salvi le ha mandate perchè io faccia la scelta; ma io, che sono un cieco astuto, le scelgo tutte e due. Vogliono? quando non potrà venire Sofia, verrà Giuditta; e quando mai una di loro avesse altre occupazioni o si annoiasse troppo leggendo e sonando per un artista invalido... potrà mandare sempre sua sorella. Vogliono?
— Altro che! disse Giuditta.
— Sono contento! e mi facciano il piacere di dire al babbo che il vecchio Bondi conosce e stima molto il Salvi.
— Grazie! rispose Sofia con un lieve tremito di contentezza, che non isfuggì al cieco.
Giuditta era attenta a spiare nello specchio dirimpettose quel giovinotto fosse proprio tanto indifferente, come voleva parere.
Quando le due sorelle se ne furono andate, rimase nel cervello di Tito l’impressione dell’atto freddo con cui Giuditta lo aveva salutato in anticamera, guardandolo appena appena sbadatamente. Sofia invece gli aveva sorriso un sorriso buono, mostrando denti uguali e candidi, lo aveva guardato con occhi non tanto accesi come quelli di Giuditta, ma grandi, intelligenti e pensosi.
Veramente egli non aveva badato molto a Sofia, ma pure si ricordò di quegli occhi e di quel sorriso, quando il cieco gli chiese:
— Ebbene? Che te ne sembra? Sono belle, non è vero?
E siccome la risposta non fu pronta, Mattia lasciò fiorire sulle labbra la soddisfazione maliziosa:
— Vuoi sentire quel che penso io di quelle ragazze?
— Sì; sentiamo che concetto te ne sei fatto; io, per dire la verità, non ho ancora avuto tempo di farmene uno. Comincia da Giuditta...
— Giuditta è bella, o almeno crede di essere...
— È vero. È bellina, ma si crede bellissima.
— È magra... piuttosto alta, sì?... deve avere due occhietti piccoli che caccia in faccia alla gente; e forse non è nemmanco allegra, come si vanta...
— È vero, è verissimo, approvò Tito; ma in quel ritratto di maniera gli occhi meravigliosi chiedevano giustizia, e il giovane artista credette di essere coscienzioso correggendo così: solamente gli occhi di Giuditta non sono piccoli.
— Non sono però tanto belli, come quelli di Sofia... È vero?
— Forse; ma sono pieni di luce.
— Sofia, continuò il cieco incoraggiato dal buon successo, Sofia è più piccola, più modesta, più melanconica, più attenta. Dev’essere una di quelle buone figliuole che, nascondendosi sempre, dicono ogni giorno qualche virtù. Non ti pare?
Tito ci pensava.
— Può essere; ma non l’ho osservata bene.
— Segno che è brutta, disse Mattia; e questo mi dispiace.
Allora Tito si pentì d’essere stato troppo sincero, ed assicurò che al contrario Sofia era bella quanto Giuditta, ma che la sua bellezza non era di quelle che fanno colpo...