X.

X.

Passarono ancora due mesi di quella vita serena.

Tonio era venuto tutte le sere, per accompagnar a casa Sofia, tacendo molto, ovvero parlando a scatti; sembrava non occuparsi nemmeno più di Giuditta, perchè teneva di continuo gli occhi a terra fino quasi al portone di casa Salvi, senza pensare a sollevarli. Una volta sola fissò lungamente il finestrino illuminato: ma quella luce non scese più alla sua fantasia per svegliare il desiderio, ma solo per provocare una curiosità che egli espresse tranquillamente così:

— Chi sa mai se ha trovato il suo sogno?

Sofia non rispose, Tonio non insistette. Se avesse insistito, la sincerità avrebbe obbligato la ragazza a dire di sì, che forse aveva trovato il suo sogno. Quel sogno era un agente di cambio, il quale, stanco degli esercizii di borsa, voleva riposare nella vita matrimoniale. La cosa non era ancora assicurata, ma il più era fatto, perchè l’agente era innamorato cotto.

In quei due mesi sereni, babbo Salvi aveva fatto molte visite al collega glorioso; e interrogato da lui, gli aveva esposto diffusamente la dottrina spiritica. “Proviamo,„ aveva detto il cieco.

E un giorno provarono. Erano soli in una stanza appartata, alle due estremità della tavola, faccia a faccia; babbo Salvi invitò in buona maniera il suo buon amico Nerone a manifestarsi; e Nerone si manifestò con un picchio discreto, ma non volle picchiare tre volte, sebbene pregato e ripregato. “Non abbiamo fluido bastante,„ assicurava babbo Salvi. Ma questa verità spiritica non poteva entrare in testa al cieco, il quale lasciava balenare un sorriso malizioso. Era da far indispettire uno spiritista convinto come babbo Salvi, il quale, per non perdereun neofita così ben preparato, fece violenza alla propria coscienza e diede lui stesso i tre colpi che Nerone non volle dare; poi tentò ancora d’indurre il suo buon amico, dicendogli tante cosine belle perchè si manifestasse, e quando vide che non se ne faceva nulla, tornò a dire che non avevano fluido bastante.

— Ma dica, insistè il cieco, i tre picchi gli ha dati proprio la tavola? cioè lo spirito?

— Altro!

— Non vi è nessuno in stanza, non è vero? Lei certamente non voleva corbellarmi; e non è stato lei a picchiare?

— Le pare?

Dopo queste assicurazioni rimase nell’opinione di Mattia che la religione spiritica era una cosa da lasciare in disparte.

— Proveremo un’altra volta.

— No, non stiamo più a provare; qualunque cosa sentissi, dubiterei sempre; è la sorte dei ciechi.

Quando questo pensiero melanconico si affacciava al suo cervello, Mattia si credeva il più infelice degli uomini; allora enumerava le proprie sventure, e dava un gran valore a tutte le rinunzie che negliultimi tempi aveva dovuto fare, per poter buttare in faccia a suo figlio queste parole significative: “che ci sto a fare al mondo?„

Ma non era vero che egli non sapesse stare nel posticino che gli era rimasto, accanto al suo figliuolo, nell’intimità di quella buona ragazza, che gli faceva la lettura e gli sonava la gran musica. Nell’ora di buon umore lo confessava egli stesso. Solamente aggiungeva che perchè la sua felicità fosse intera, gli mancava una cosa, sempre la stessa cosa.

Qualche volta la sera, quando era sicuro che Sofia e Tito fossero vicini, badava bene a non sviare il silenzio con una parola; aspettava il caffè, o lo aveva bevuto appena, e se ne stava zitto in aria meditabonda, per far credere a quei due ragazzi che egli si fosse appisolato; ma in verità tendeva l’orecchio aspettando una parola sommessa che non veniva mai.

— Che veste ha in dosso oggi? aveva chiesto tante volte alla ragazza.

Ah! se gli fosse stato lecito dare un consiglio a quella magnifica creatura sempre vestita di lana bigia e coi capelli pettinati male! “Signorina, leavrebbe detto se non avesse avuto paura d’intimorire la sua modestia; signorina, il bigio non sta bene alle belle ragazze come lei, lei è bruna, è pallida, dunque ci vuole l’arancio; oppure il nero; i capelli me li tenga rialzati in modo da lasciar vedere la fronte, accomodi le treccie dai lati e le lasci cadere sugli omeri, come una cornice. Se farà tutti i giorni così, qualcuno non resisterà lungamente.„

Però qualche speranza gli rimaneva ancora; notava che Tito da un poco non andava volontieri allaFamiglia Artistica, preferendo rimanere col vecchio babbo e colla nuova amica.

Così si era giunti ai bei giorni di maggio. Ma la serenità fu rotta da una lettera inaspettata, da un nome non dimenticato: Cesira!

Erano ancora a tavola quando il servitore portò quella lettera arrivata colla posta delle otto.

Tito, appena ebbe dato un’occhiata alla soprascritta, impallidì; guardò Sofia, che lo guardava.

Mattia, interrotto nella dimostrazione canzonatoria d’una teorica d’arte, sorrideva ancora pronto ad avviarsi ancora; ma siccome il silenzio si prolungava più del necessario, chiese sommessamente:

— Che cosa è stato? che ci è in quella lettera?

— Ancora non l’ho letta, rispose Tito nervosamente. Ma tu non puoi immaginare chi è che scrive?...

— Cesira! balbettò il cieco. Che cosa ti può scrivere?

— Ora lo sapremo, disse il giovine.

Ma guardava ancora la busta suggellata.

— Senta, disse la ragazza, non legga subito; aspetti almeno un poco, aspetti d’essere solo.

Allora Tito lacerò la busta e lesse con un tremito nella voce.

La commediante scriveva:

“Amico mio!“Tu mi dicesti una volta: “in ogni tempo, qualunque cosa accada, ricordati che tu e la tua figliuola sarete sempre le ben venute.„“Ebbene, io sono qui a pochi passi da te e sono infelice, quanto mai può essere una creatura umana. Ho perduto tutto ciò che un giorno mi ha fatto amare da te, e che ti ha fatto soffrire. Bianca anche essa non sta bene, ha la tosse; le hanno consigliato il mutamento di clima; ed hopensato che suo padre soltanto può guarirla. La mamma non potrebbe altro che morire con lei. Tito, amico mio buono, fatti cuore e cerca di vincere il tuo risentimento per pietà di questa innocente. Essa picchia alla tua porta chiedendo l’elemosina della carezza paterna. Essa sola. La madre sua non vuol nulla; e ti benedirà in eterno chiedendoti soltanto questo, che tu non cerchi nemmeno di vederla. Rispondi fermo in posta alla disgraziata“Cesira.„

“Amico mio!

“Tu mi dicesti una volta: “in ogni tempo, qualunque cosa accada, ricordati che tu e la tua figliuola sarete sempre le ben venute.„

“Ebbene, io sono qui a pochi passi da te e sono infelice, quanto mai può essere una creatura umana. Ho perduto tutto ciò che un giorno mi ha fatto amare da te, e che ti ha fatto soffrire. Bianca anche essa non sta bene, ha la tosse; le hanno consigliato il mutamento di clima; ed hopensato che suo padre soltanto può guarirla. La mamma non potrebbe altro che morire con lei. Tito, amico mio buono, fatti cuore e cerca di vincere il tuo risentimento per pietà di questa innocente. Essa picchia alla tua porta chiedendo l’elemosina della carezza paterna. Essa sola. La madre sua non vuol nulla; e ti benedirà in eterno chiedendoti soltanto questo, che tu non cerchi nemmeno di vederla. Rispondi fermo in posta alla disgraziata

“Cesira.„

Fu un lungo silenzio.

Tito aveva piegato il capo sul petto e Sofia guardava fissamente nel vuoto, trattenendo a forza la commozione. Soltanto il cieco aveva un sorriso amaro sulle labbra; e fu il primo a rompere quella pena.

— Rileggi ancora; spero che non ti farà male, anzi ti farà bene.

Tito si provò a rileggere, ma era commosso troppo, e Mattia insistè.

— Signorina, vuol leggere lei?

Sofia interrogò Tito collo sguardo, e il giovine consegnò la lettera.

E allora la giovinetta lesse con lentezza; lesse ingenuamente senza commenti d’accento e di pause, ma anche essa aveva la voce velata da un singhiozzo represso.

Nel restituire la strana missiva, le erano spuntate le lagrime che aveva trattenuto inutilmente.

Tito vide ogni cosa; fissando in volto la fanciulla, mormorò grazie.

— A me par chiara, disse il cieco, e a voi?

Non ebbe risposta e proseguì abbassando la voce.

— Dunque la prima attrice rientra in scena per recitare la gran parte lagrimosa. Ma noi non ci lasceremo cogliere!

Nessuna risposta ancora; il cieco proseguì quasi parlando fra sè e sè:

— Se fosse vero che essa non chiede nulla, che si contenta di vedere la sua piccina sotto la protezione d’un uomo onesto....

— D’un padre, interruppe Tito con amarezza.

— Ebbene sì, d’un padre... ma non sarai tu, sarò io; affermò tranquillamente il cieco. Per difenderti contro il tuo passato, contro te stesso, io ti dico che quella creatura non è tua, ti dico che è mia.

Tito continuava a tacere, e Sofia pure; si guardavanonegli occhi, ascoltavano entrambi quelle parole mormorate appena.

— Ah! se fosse così! speriamolo, perchè tutto è possibile ad una commediante... anche la verità. Ma se invece questa lettera è un tranello, bada bene Tito...

— Sta sicuro, babbo mio. Ma pensiamoci stanotte ancora, domattina ne riparleremo. Dico bene, signorina?

Sofia accennò di sì, ma si sentiva a disagio, non trovando parole per nascondere il turbamento insolito cagionatole dallo sguardo profondo di Tito, dalle parole sommesse del cieco, dall’accento lamentoso di quella missiva. Rimase per un po’ sgomenta, non sapendo nemmeno lei di che, se degli altri o di sè stessa, e infine chiese licenza d’andare a casa.

— L’accompagno fin sull’uscio, disse Tito.

E quando furono giù per le scale, aggiunse:

— Signorina, l’accompagno fino a casa... me lo permette?

La giovinetta non rispose.

— Dovrei dirle una cosa... insistè Tito.

— A me? balbettò Sofia; e cercando una difesa al sentimento da cui si sentiva afferrare, mormorò: Tonio!

Ma subito si pentì e trovò un po’ di disinvoltura per soggiungere:

— Tonio mi accompagna ogni sera; ma oggi ho anticipato, e forse non ci è ancora; guardiamo.

Fece gli ultimi scalini di corsa, e andò a tirare il catenaccio, perchè l’aria fredda della notte le battesse sulla faccia.

Tito si era affacciato egli pure nella strada deserta.

— Non ci è nessuno, disse il giovane; dunque l’accompagno.

Ma venne in mente alla ragazza che, quando venisse Tonio, starebbe Dio sa quanto ad aspettare.

— Lo aspettiamo, vuole?

Rimasero un poco nel vano dell’uscio; nel buio la mano di Tito trovò quella di Sofia; ma non diceva altrimenti la cosa che gli era sembrato di dover dire alla ragazza. Poi un passo celere sonò nel silenzio della strada.

— Tonio! ripetè Sofia, e si sciolse dalla mano che la tratteneva. Allora, sotto l’imminenza dell’addio, Tito finì la propria confessione, parlando all’orecchio della ragazza.

— Senta, Sofia, la cosa che io le doveva direè solamente questa, che le voglio bene, che le voglio bene tanto, che ora sono proprio sicuro di averle sempre voluto tanto bene.

Tonio era già lì a due passi.

— Buona notte, balbettò la ragazza e corse incontro a Tonio.

— Già qui! disse il giovine, vedendo Sofia che gli si buttava addosso.

— Sì, ho avuto bisogno di andare a letto più presto. Il signor Tito voleva accompagnarmi, quando ero sull’uscio ti ho visto.

— Che hai? Non ti senti bene?

— Benissimo.

Sofia s’incamminò frettolosa; il suo compagno stentando a tenerle dietro non sapeva che pensare.

— Sofia, disse dopo un po’ di silenzio, assicurami che non ti è accaduto nulla di male.

— Nulla; solamente sono eccitata; temo che stanotte avrò un po’ di febbre; senti...

Tonio si fermò sulla strada per tastare il polso di sua cugina lungamente; concluse che non se ne intendeva, ma che infatti gli sembrava...

La ragazza riprese l’andatura di prima, e Tonio dietro.

Quando furono sul portone di casa, Sofia disse al cugino:

— Senti, Tonio, non stare più ad aspettarmi la sera; non avevo mai pensato che dovevi stare in sentinella un pezzo...

— Che importa?...

— Importa molto. E poi, te l’ho già detto, io non ho bisogno che nissuno mi accompagni, anzi non so nemmeno se andrò regolarmente in casa Bondi; e quando non ci andassi, tu mi aspetteresti inutilmente. Ti ringrazio per quello che hai fatto e che faresti ancora per me; ma non voglio più.

— Non vuoi?... balbettò Tonio.

— Sì, non voglio proprio.

Il giovane guardò di qua e di là, come cercando le parole restie. Trovò finalmente queste e le pronunciò con voce affievolita.

— Verrò domattina per vedere se non hai avuto la febbre...

— Non avrò febbre; ora mi sembra che sia passato tutto. Senti.

Tonio toccò il polso come la prima volta. Nonera ben sicuro, secondo lui, che una febbricciatola non le venisse nella notte.

— Verrò domattina in ogni modo...

— Vieni; buona notte.


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