XV.
Tito non era stato impaziente; avendo promesso di aspettare che la fanciulla si decidesse a diventar lamadredella piccina, egli aveva cominciato subito ad essere ilpadre.
“Amiamola con coraggio„ aveva detto Sofia, e il giovine andò allaFamiglia artistica, a dare la buona novella che egli si era preso in casa una piccina di sei anni, bella come un amore, e che col tempo l’avrebbe adottata. La notizia non aveva meravigliato nessuno di quei capi ameni. Erano gente assorta nell’amore della forma, e poco badavano al resto; non era infrequente — tutt’altro — chela carità fiorisse in mezzo alle loro strettezze. Non meravigliò anche perchè la notizia della piccola zoppina piovuta in casa Bondi aveva fatto molta strada, ed era naturalmente arrivata alla Famiglia Artistica. Solamente Tito aveva taciuto il nome della madre dell’orfanella.
Padre e figlio erano già d’accordo che non bisognava mettere la ragazza troppo alle strette; che se anche era una pena aspettare, il sì della buona creatura doveva essere dato con coscienza e con libertà; e che intanto nessuno doveva fiatare.
Tito sentendosi sicuro di sè, non aveva molta fede nella pazienza del vecchio; e fin dal primo giorno, se il cieco si pigliava fra le ginocchia la bambinella, con l’aria di non volersi occupare se non di lei, notò che quando Sofia passava, o diceva una parola, la testa del cieco diventava immobile, la carezza si arrestava a mezzo. Quando poi la zia rimaneva un poco a discorrere sommessamente colnonno, Tito aveva una gran paura che suo padre si lasciasse uscire di bocca una parolina tentatrice. E appena erano soli, diceva: “che cosa le hai detto?„
Questo nel primo giorno; ma il secondo la sicurezzadell’animo aveva cominciato a vacillare, e dopo il terzo, notando che la ragazza diveniva sempre più malinconica e taciturna, furono tutti e due d’accordo che non se ne poteva proprio più.
— Io le parlo chiaro, a costo di commettere una corbelleria. Ah! se i miei occhi si aprissero ancora! Ma tu che ci vedi, non sei tu buono a guardarla bene in faccia, a dirmi se posso parlare?... chi sa che non aspetti altro, se non d’essere interrogata.
Tito guardò lungamente, e più volte, e sempre che lo potè fare di nascosto; ma nella faccia della ragazza non lesse altro se non che, parlando, v’era il rischio di affrettare la catastrofe.
Furono giorni tormentosi per tutti, perchè anche Sofia lasciava scorgere nella faccia un pensiero che le dava molta battaglia.
Se non fosse stata la piccina a porgere un filo di discorso a tavola, avrebbero desinato alla muta. La sera, che per lo più si spendeva in ciancie allegre, fu con tacito accordo consacrata interamente alla musica; e lasonata appassionatadisse molte volte a Mattia ed a Tito lo strazio d’un cuore in lotta col pensiero, finchè una sera Bianca, che stavasempre a guardare attentamente come facevano le mani della zia a trovare nella tastiera quella musica così bella, levò gli occhi a guardare la faccia pensosa, e corse dal nonno a dirgli sottovoce:piange.
Mattia fu subito in piedi, e venne a mettersi accanto alla sonatrice. Intanto la bimba aveva ripetuto la scoperta fatta al babbo, e Tito, istintivamente, si pigliò la piccina in collo per andarsene nella vicina stanza.
Nel salotto rimasero il vecchio e la fanciulla.
Sofia si era accorta che il cieco le stava alle spalle, che Tito era andato via colla bimba; continuò a sonare quella musica dolente sino all’ultima nota.
Quando ebbe finito, il cieco le mise le mani sugli omeri.
— Basta ora; venga qui, con me, e mi dica una cosa.
Sedette sul canapè, e tenendo allacciate le mani della giovinetta, e alzato il capo verso di lei come se potesse coll’occhio spento penetrare l’anima innocente, soggiunse a bassa voce, per meglio invitare alla confidenza:
— Me lo vuol dire dunque, perchè la sonata di Beethoven l’ha fatta piangere?
Sofia rimase un po’ perplessa, ma non seppe mentire.
— Sì, glielo voglio dire; credo anzi d’aver bisogno di dirlo a lei, che è tanto buono e mi compatisce. Mi sembra di essere un’ingrata verso di loro. Il signor Tito mi ha detto una parola che m’innalza fino a lui, ed io non ho potuto ancora risolvermi. Mi crederanno una ragazza superba e sciocca... non è vero?
— Non è vero. Solamente mio figlio, che le vuol tanto bene, si accora perchè lei non gliene vuole.
— Io glie ne voglio tanto; confessò umilmente la poveretta; ma non glielo dica... Ho bisogno di pensarci ancora... non mi stia a dir nulla; tutte le parole che lei potrebbe dirmi me le sono già ripetute io stessa; ma ne ho ascoltate molte altre che hanno parlato nella mia coscienza...
— E queste altre... non me le vuoi dire?
Sofia strinse la mano del cieco.
— Basto io, rispose; bisogna che la mia coscienza mi permetta di essere felice.
— È una strana fanciulla, disse Mattia a suo figlio, quando la piccina e la zia si furono ritirate nella loro camera; ha degli scrupoli che mi nasconde, ma intanto è certo che ti vuol bene.
Tito ne dubitava.
— Ti dico che ti vuol proprio bene; ti dico che è innamorata di te. Mi sembra che ti dovrebbe bastare. Aspetteremo ancora domani; poi...
— Poi?
— Poi faremo qualche cosa; immagino che potremo fare qualche cosa, per farla decidere.
Il domani passò senza portare nessun altro avvenimento fuor che una più profonda mestizia di Sofia, e una letterina che Bianca aveva voluto scrivere alla mamma.
La missiva fu letta forte dalla bimba prima di essere mandata. Diceva:
“Mammina bella.“Io sto bene in questa casa; tutti mi vogliono bene, ed io ne voglio tanto a tutti. Tu mi avevi insegnato a scrivere l’alfabeto; la zia Sofia mi ha insegnato anche le parole, e questa prima lettera è per te, mammina cara. Ora so anchecontare fino a cento, e tornare indietro, che è molto difficile. Io ti aspetto tutti i giorni, e tu non vieni mai. La tosse se n’era andata, ma l’altro ieri mi è tornata; poco poco. Ti mando molti baci e i saluti della zia Sofia, del babbo Tito e del nonno cieco. Sai? Non ci vede proprio. Scrivi presto.“La tua piccola Bianca.„
“Mammina bella.
“Io sto bene in questa casa; tutti mi vogliono bene, ed io ne voglio tanto a tutti. Tu mi avevi insegnato a scrivere l’alfabeto; la zia Sofia mi ha insegnato anche le parole, e questa prima lettera è per te, mammina cara. Ora so anchecontare fino a cento, e tornare indietro, che è molto difficile. Io ti aspetto tutti i giorni, e tu non vieni mai. La tosse se n’era andata, ma l’altro ieri mi è tornata; poco poco. Ti mando molti baci e i saluti della zia Sofia, del babbo Tito e del nonno cieco. Sai? Non ci vede proprio. Scrivi presto.
“La tua piccola Bianca.„
Quella letterina fu uno spiraglio di luce per Mattia.
— Sei stata proprio tu a scrivere così bene? domandò accarezzando il visino contento.
— Sì, proprio io; ma la zia mi ha aiutato un poco.
— Voleva sempre scrivere a mammina, ed io l’ho aiutata.
— Ed ora, soggiunse la bambina, ora bisogna portargliela subito.
Tito s’impossessò della lettera, e tranquillamente la mise in una busta. Bianca batteva le mani.
— La soprascritta, disse poi il giovine, la scriverà la zia; ma non possiamo portarla... perchè mammina non è in Milano; è andata via.
— Dov’è andata?
— In un paese lontano; ma la lettera l’andrà a trovare quand’io ci abbia messo il francobollo. Ecco fatto. Ora la zia farà la soprascritta.
Sofia scrisse il nome; e continuando a tenere il capo chino, domandò il paese.
— Metta Barcellona.
La giovinetta scrisse Barcellona.
Bianca volle ancora sapere se quello era un paese molto distante, e quanto tempo ci vorrebbe perchè la lettera arrivasse al suo recapito; dopo di che Tito si avviò dicendo che andava alla posta.
Sofia non sapeva ancora che pensare; solamente, quando il giovine tornò a dire che aveva fatto mettere in buca da Tomaso la lettera della piccina, comprese che nemmeno lui sapeva dove Cesira era andata.
Quella sera stessa Mattia parlò a suo figlio così:
— Tu hai inteso tutto, come ho inteso io; essa non si sente sicura che Cesira un giorno o l’altro non ritorni, e non s’impadronisca un’altra volta del tuo cuore. È stata una malizia infernale quella di non lasciarsi vedere in faccia!
Anche a Tito pareva che fosse così. Ma s’ingannavano tutti e due.