XVIII.

XVIII.

Una mattina Tito annunziò ai cieco ed a babbo Salvi che andava di buon passo a riconoscere sua figlia.

— Credo che ci vorranno dei testimoni; vuol esser lei uno?

Altro che! Babbo Salvi non chiedeva di meglio; ma aveva i suoi dubbi che la cosa si potesse fare così alla lesta; in ogni modo non sarebbe nulla di male tentare; egli conosceva parecchi impiegati all’ufficio dello stato civile, essendo già andato ad informarsi come dovesse fare per le pubblicazioni dell’altra sua figliuola. Era pronto a seguirlo. Andarono.

Il cieco, rimasto solo, si ricordò che nella libreria ci doveva essere un libriccino che gli aveva servito qualche volta, e subito si affacciò all’uscio della camera dellesueragazze. “Sofia! Bianca!„

— Non posso perchè faccio la calligrafia, rispose la piccina.

Sofia venne a mettere le proprie mani in quelle del vecchio.

— Che cosa vuole? mormorò la giovinetta con un filo di voce.

— Lei ha pianto, rispose il cieco sommessamente, me ne accorgo; venga subito qui, in camera mia, a dirmi che cosa l’ha fatta piangere.

Sofia si lasciò condurre per mano, e quando furono soli, confessò che aveva pianto molto, che era sicura di piangere ancora molto, e che tutte le sue lagrime non basterebbero a farla contenta.

— E perchè?

— Perchè forse sono un’ingrata; o almeno perchè loro avranno tutta la ragione di credermi così; perchè forse, credendo di far bene, tradisco me stessa, e... gli altri.

Mattia rimase un po’ in silenzio, prima di dire:

— Lei non tradisce nulla; lei ha tutte le ragioni;babbo Salvi anch’esso ne ha convenuto; e ne conviene perfino mio figlio... Ora sono andati tutti e due al Municipio; Tito vuole riconoscere la propria creatura... per togliere di mezzo anche questo ostacolo.

— Riconoscere sua figlia? E lo può fare, senza?...

— Non lo so, non me ne intendo... Ma se lei mi vuole aiutare, cercheremo insieme... Nella libreria ci dev’essere un libriccino legato in marocchino verde; ci è scritto sul dorso:Codice Civile del Regno d’Italia. Vuol cercarmelo lei?

Salita sullo scaleo, la giovinetta andò leggendo le scritte di tutti i libriccini che le cadevano sott’occhio, mentre Mattia rimaneva in piedi, aspettando. La ricerca non fu fortunata.

— E pure ci dev’essere, diceva il cieco; una volta mi ha servito per accomodare un litigio, me lo ricordo bene.... pazienza; Tito tornerà fra poco, e se non ci dirà che la cosa è fatta, mi pare che dovrà almeno dire che si può fare... Ora segga qui, accanto a me, mi lasci vedere se è proprio contenta.

— Di suo figlio, sì; ma non ancora di me stessa;vorrei che quella donna si presentasse... la mia coscienza allora non sarebbe più turbata... Lo vedo bene che sono una sciocchina... mi compatisca.

Il cieco compativa tutto, sapeva troppo bene come siano implacabili gli avversari d’ogni umana felicità, sapeva quante debolezze possono entrare in un cuore forte per dargli battaglia — sapeva questo e altro il vecchio Mattia, e lo disse con parole carezzevoli ed affettuose, tanto che in ultimo potè dire a sè stesso d’aver vinto la partita. Non lo disse però a Tito quando egli tornò dal Municipio, dove le sue generose impazienze erano state frenate da un vecchio impiegato dello Stato Civile. Questo impiegato vecchio aveva fatto intendere che la cosa che Tito voleva fare era nobile quanto mai, ma punto spiccia; che occorreva un decreto reale perchè l’ufficiale dello Stato Civile potesse stendere l’atto di riconoscimento, e che per ottenere il decreto, bisognava far domanda al Tribunale d’Appello, il quale, quando si fosse accertato che nessuna opposizione degli interessati era stata fatta al riconoscimento, ne avrebbe riferito al ministero, che ne avrebbe detto una parolina al Re. Insomma un’eternità. E pazienza se non sorgessero ostacoli degl’interessati...

— Che ostacoli possono insorgere?

— Gli ostacoli preveduti dall’articolo 188. Tu non hai letto mai l’articolo 188? ma io sì, e lo so a memoria: “Il riconoscimento può essere impugnato dal figlio o da chiunque vi abbia interesse.„ È scritto così, mi sembra di vederlo.

— Tu possiedi un Codice?

— L’ho preso nella tua libreria; ora è di là, sul mio tavolino da notte...

— E che altro dice?

— Dice tante cose; dice, in sostanza, che Cesira può opporsi al riconoscimento.

— Ma non si opporrà di sicuro...

— Lo credo anch’io; ma il Tribunale vorrà il consenso accertato... ora noi non sappiamo nemmeno dove sia andata... quella donna.

Lasciando che suo figlio sfogasse il proprio rammarico contro la sorte e contro il Codice, il cieco intese che era il momento di far l’ultima mossa; e perciò disse a Tito: “aspettami.„

Difilato, come se gli si fosse rischiarata la strada, andò a picchiare alla porta della cameretta di Sofia.

— Io sono ancora qui, figliuola cara... per assicurarlein coscienza che lei può dire a Tito la parola tanto aspettata; gliela dica subito, che se lo merita... Ma che ci è di nuovo? Che cosa ha Bianca?...

— Dopo aver fatto un po’ di calligrafia, si è sentita male; ho voluto che si buttasse sul letto, ed ora sembra che stia meglio.

— Sì, sto bene, nonno caro, balbettò Bianca col tremito della febbre.

Il cieco toccò le mani e la fronte della piccola ammalata, le accarezzò il visino infocato: “Non è nulla,„ disse. Scostandosi dal letticciuolo, e come parlando a sè stesso, aggiunse:

— Non ci mancava altro! Povero Tito! — Tito! chiamò forte.

— Dov’è?

— È di là, gli ho detto di aspettarmi.

— Vuole che vada io?

— Sì, vada lei.

La giovinetta attraversò il lungo corridoio come una smemorata. Ricercava le parole migliori con cui annunziare il febbrone di Bianca, e non ne trovò una che non fosse brutale.

— Dunque? disse Tito pigliando le mani dellafanciulla, e guardandola fissamente negli occhi pietosi.

— Sì, tutto quello che vuole, tutto quello che vogliono; io non ho più volontà.

— Invece ne devi avere una per imparare a volermi bene, chè non me ne vuoi ancora.

— Oh! non dica così...

— Non lo dirò più, ma l’ho pensato tante volte. Dunque, è inteso? Non ti pentirai?

— Spero di no; per pentirmi bisognerebbe battagliare ancora, ed io ho già combattuto tanto. Non combatterò più, glielo prometto. Ma lei pure mi prometta che se fra un mese si pentisse...

— Dunque è inteso?... interruppe Tito.

— È inteso che se lei fra un mese mi vorrà ancora, io sarò la sua sposa. Per tutto un mese saremo gli amici di una volta. Vuole?

Tito rispose avventando un bacio, che andò a cadere sui capelli della ragazza.

— Ora venga con me, a vedere Bianca che sta male...

— Che cosa ha?

— Ha un po’ di febbre; ma non sarà nulla...

— E il medico?

— L’ho fatto chiamare; verrà fra poco; non si sgomenti. Vedrà che la guariremo.

Disgraziato Mattia! Egli non aveva potuto leggere nel volto di suo figlio la gioia repressa da uno sgomento; tentava di indovinare il senso di quell’accento carezzoso con cui Tito veniva parlando alla piccola ammalata, ma il silenzio di Sofia non le pareva naturale; volendo sincerare il dubbio, se ne andò nella sala attigua, e di là chiamò forte: Sofia! La giovinetta corse a lui.

— Figliuola cara, poco fa le stavo dicendo che la parola aspettata da Tito lei la può dire con sicurezza, perchè da un pezzo mio figlio aveva già pensato a riconoscere Bianca. Dica un poco dove si era ficcato il Codice che abbiamo cercato inutilmente poco fa... Vediamo, se indovina.

— L’aveva preso il signor Tito...

— Sì, se l’era preso Tito; dunque gliela dirà la parola aspettata?

Sofia tacque ed accostò la testa al petto del vecchio.

— Tu glie l’hai già detta, non è vero? le mormorò Mattia all’orecchio. Sia ringraziato il cielo! Ora facciamo guarire la nostra creatura.


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