Apollo tonsuratoRecita il canto fermo!Altri fra le chiome della Musa, una volta stillanti ambrosia, intrecciano le serpi di Tisifone, il petto le agitano co' furori delle Eumenidi, le armano il braccio co' flagelli di Nemesi. La Musa fatta Pitonessa si contorce e spuma sotto la forza del Dio che la invade, ed ora piange disperatamente, ora mugghia di sdegno, le divine e le terrene cose maledice, tutte le ceneri rimescola, tutti i sepolcri scoperchia, e giura che in coteste ceneri ha pur da trovarsi una favilla, che in qualche sepoltura le verrà pur fatto d'imbattersi nella sepolta viva, e dove mai la rinvenga non si ricrede per nessun segno di corruzione che la guasti; ma ecco, vedetela, le si accosta smaniosa, e la chiama a nome, e l'accarezza con dolce favella, e la invita a svegliarsi perchè l'ora è tarda, e le sue sorelle, che da gran tempo si posero in cammino, di lungo tratto la precorsero nel fatale sentiero. Quando poi vede tornarle vano il tanto affaticarsi, allora le caccia le mani entro i capelli, e la squassa e la trascina per la polvere, d'infami note la vitupera, la calpesta, la lacera, e vuol che viva, e purchè le possa dire:Surge et ambula, la Musa con pronte voglie partecipa l'avvoltoio, e le viscere eternamente divorate di Prometeo.Uomini incliti per ingegno stanno da quella parte e da questa; ed io non so per quale influsso di stelle maligne, il numero abbondi piuttosto nella prima che nella seconda, e le tenere menti, incerte cui seguitare, si sgomentano. Vedeteli dubbi sopra la lingua, dubbi sopra mezzi dell'arte e sopra i fini dell'arte; nel crocicchio delle diverse vie si consumano a studiare qual sia la buona strada, e intanto perdono il vigore che li rende franchi a percorrerla. Per causa del timore d'incamminarsi male perdono le cause del cammino.Nel romanzo storico più che altrove s'incontranodiscordanti i pareri. Un uomo, dell'amicizia del quale, onoranda Signora, ambedue noi andiamo superbi, e che tenghiamo in parte di fratello maggiore, sia per senno, sia per esperienza e per fama, dissente da noi sopra molti particolari relativi a questa maniera di composizioni. E prima di tutto disapprova la lingua, dacchè la prosa poetica a lui sembra cosa nuova e non bella. Davvero anche a me suona cosiffatta prosa oltre ogni credere fastidiosissima, quando viene adoperata a modo di tumida veste, per cuoprire la povertà dei concetti; e molti mi occorsero di quelli che uguali a Clitarco, ad Ansicrate, ad Egesia, e agli altri presi a dileggio da Dionisio Longino o da Dionigio di Alicarnasso, cui parendo essere invasi da divino ispiramento non danno in furore, ma in baie. Quel tumideggiare è pure la increscevole cosa, e sovente accade che mentre pensano toccare la cima del sublime, altro non fanno che gonfiare le gote, e dovrebbero sapere che Minerva gittava lontano da sè il flauto, vedendo come nel suonarlo le si gonfiassero le gote. Ma qui, come altrove, non bisogna apporre all'arte il vizio dell'uomo. Nel secolo passato i critici avevano bandito la crociata addosso ai versi sciolti in odio del Trissino, il quale non li seppe comporre se non se acquosi e sciapiti, e del Frugoni che li volle fare gonfi e vuoti, e del Cesarotti che li dettò fragorosi e ridondanti; e adesso, poichè Parini e Alfieri e Foscolo impressero loro evidenza, forza, concisione e vaghezza, chi negherà ch'essi costituiscano forma nobilissima di poesia? Io per me volentieri mi unisco a quelli che pensano non essere troppe le pieghe che si danno al bel manto della nostra favella, molto più che parmi breve la distanza che separa il verso sciolto dalla prosa poetica, avendo anche questa il suo ritmo e la sua armonia. E come io non credo punto la prosa poetica forma biasimevole,così penso ancora non essere nuova. Molte prose dell'Alighieri ci compariscono dettate con metafore ardite e tropi e traslati che si addicono alla forma poetica, e le descrizioni che incominciano le giornate delDecameroneio non saprei ben distinguere qual forma si avessero, se con che la poetica per eccellenza. Nè qui cessano gli esempi: e se l'amore di brevità non mi dissuadesse, mi sarebbe agevole addurne altri dei vari secoli o tempi della nostra letteratura. Per le quali cose io pregherei che non si avesse a riprendere la prosa poetica, ma sì coloro che ne fanno tanto aspro governo.Intorno poi alla sostanza, temono il romanzo storico di trista compagnia alla storia; credono che ne alteri la fisonomia, e paventano che uso com'è a mescere il vero col falso, per amore di una favola vana, non ci faccia smarrire il cammino che conduce alla utile verità: cosicchè la storia, solenne generatrice di politica e di filosofia, si avvezzi a fondare i suoi ragionamenti sopra immaginazioni bugiarde, e quindi trarre conseguenze fallaci, là dove meglio si manifesta la necessità del vero. Questa accusa non mi sembra ragionevole: prima di tutto perchè gli uomini gravi dando opera alla filosofia e alla politica non eserciteranno per certo la intelligenza loro sopra racconti o romanzi; e poi, senza che per me si adoperi quel linguaggio sibillino o piuttosto dasciarade, che mettono in uso i nostri critici saccenti per parere profondi, e ragionando così alla casalinga, io domando se i poemi epici e le tragedie e i drammi partoriscano tutti questi malanni? Se sì, io mi taccio, e do vinta la causa; se no, allora neanche il romanzo storico merita tanta accusa. Nè mi si apponga tra il poema epico e il romanzo correre divario grandissimo; imperciocchè questo potrebbe per avventura darsi in quanto alla dignità, ma non in quanto ai mezzi co' quali queste duecomposizioni vengono condotte. Il romanzo storico come procede nella sua composizione? prende per argomento un fatto pubblico o privato; anima i personaggi che vi partecipano, dà loro moto, affetti, linguaggio, sembianza, e perfino vesti, quali essi ebbero veramente o poterono avere verosimilmente. Oreste, Agamennone, Clitennestra e Medea, io voglio che mi sappiate dire se favellassero, operassero e si trovassero ai casi per lo appunto come gli antichi o i moderni tragedi immaginarono. Chi è che lo sa? Chi lo può sapere? Noi crediamo che cotesti personaggi, di cui ci sono note soltanto le vicende supreme, in cotesto modo ragionassero; noi crediamo i casi esposti che condussero alla catastrofe finale, che noi conosciamo unicamente, in tale o in tale altro modo avvenissero; e quella favella e quei casi noi crediamo in Sofocle, in Eschilo, in Euripide, in Seneca, quantunque in Voltaire, in Alfieri, in Niccolini, in Ventignano noi li troviamo diversi.Che se il romanziero entra nel regno della storia, come l'asino nei giuochi olimpici, scompigliando ogni cosa, la colpa è dello asino e non dell'arte.Che se il romanziero si perde in troppo lunghe e fastidiose descrizioni di sembianze, di vesti e di luoghi, anche questo fastidio si attribuisca al poco ingegno dello scrittore e non dell'arte.Che se il romanziero invece d'immaginare episodii e personaggi, i quali giovino a dimostrare meglio il fatto principale o renderlo più vario, più curioso e più bello, si proponga lo sviluppo di due azioni ugualmente principali, di cui una vera, l'altra fantastica, e divida in due la sua favola e guasti l'arte; — l'arte non ha colpa, e il vizio è dell'uomo.E per di più vogliano considerare i discreti che al poeta drammatico soccorrono molti uomini e le arti loro,mentre al romanziero tocca a formare i suoi personaggi cavandoseli dal cervello: egli ha da architettare le fabbriche, egli ornare le sale, egli dipingere boschi e cielo e stagioni e fiumi e navi; egli deve dare a bere, mangiare, dormire e vestire a tutte le creature della sua fantasia. Nei poemi epici ad ogni piè sospinto non c'imbattiamo noi in ipotiposi, prosopografie, similitudini, descrizioni e simili? ora dunque perchè siffatte cose saranno colà lodate, e biasimate nel romanzo? Nel romanzo poi s'insinua un altro elemento a renderlo più completo, ed è il buono umore per chi sa esporlo. Questo elemento rigettano da sè sdegnosamente i poemi epici e la tragedia, come idalghi spagnuoli paurosi di contaminare la nobiltà del loro sangue; lo accolgono invece come anima i poemi eroicomici. Il romanzo e i drammi ricevono il buono umore non come forma esclusiva, nè lo rigettano come plebeo, imperciocchè queste due composizioni non aderiscano a forma prefinita, ma si modellino sopra la vita umana. Il romanziero, in certo modo, è panteista: tutto reputa buono e dicevole, purchè sia in natura; e se rincresce, colpa è di quelli che lo adoperano con mal garbo. Egli ritratta gli uomini quali vivono e sentono, e non quali li ha fatti l'arte con certe sue regole statuarie. E se alcuno dicesse: ma a che giova la descrizione del grottesco, del tristo, e dello scellerato? A che giova? giova a farvi conoscere la umanità; giova a farvi conoscere le malattie che la travagliano, onde si possano con opportuni rimedii curarle. E badate bene a quello che io dico: se le lettere devono tornare utili agli uomini, devono ancora coraggiosamente imprendere tutto quanto è capace a partorire un simile effetto, e non ispaventarsi a perdere un poco di lindezza, e trattare ulcere e piaghe; se poi vogliono durare o diventare cose da museo, impagliate e messein iscaffali, si ostinino a riprodurre una formula consumata. La formula deve sempre contenere le passioni e la sapienza dei tempi; quando i tempi superano i confini, allora conviene dilatarla; — ed oggi le passioni e le smanie del sapere mi paiono immense.Ma qui mi fermo, perchè mi sento sospingere verso quei nuvoli ragionatori che io tanto aborro, e non mi voglio avviluppare senza filo pei laberinti dei ragionamenti e non ragionamenti, considerazioni e limitazioni, restrizioni, ampliazioni di tutti coloro che io battezzerei per legislatori delle cose di questo mondo e di quell'altro con lo inchiostro in cui tuffano la penna. E poi mi fermo, perchè chi fa orologi deve badare che le lancette segnino l'ora giusta senza arrovellarsi a dire quali e quante ruote egli adopri. Le prefazioni all'opere d'immaginazione mi paiono paracadute, come troppo spesso le opere a cui vanno aggiunte sono palloni volanti. E così parodiando,servatis servandis, la risposta di Scipione accusato di peculato, mi fosse concesso esclamare: «Invece di perdere tempo a confutare le oziosità di coloro che si affibbiano la giornea di critici, perchè scrittori non possono nè sanno essere, andiamo a dettare una qualche bella storia o a immaginare un romanzo!»Ora venendo a ragionare un pocolino di me, ma prestamente, e con quella velocità con la quale toccando a caso un tizzo infuocato ritiriamo la mano, dirò che non reputo cosa giusta avermiclassato, siccome hanno fatto capo coda, fra i desolatori del genere umano. Prima di tutto il genere umano ha bene altro a pensare che tenere dietro alle mie povere fantasie, nè egli vorrebbe dare del capo nei muri per tanta piccola cosa come sono le mie parole; e finalmente perchè l'accusa mi sembra falsa del tutto.Quando vogliamo giudicare un libro, giustizia imponeche l'esame deva fondarsi sopra il suo insieme, non già sopra una qualche parte staccata; più ancora, nei componimenti drammatici non bisogna credere che le parole poste sopra i labbri di un personaggio contengano la espressione della fede dello scrittore. Questo sarebbe errore a un punto, e ingiustizia. L'anima umana precede più spesso che noi non supponiamo per via di contrasto; e dal vagheggiare che uomo faccia di tristi spettacoli, anzichè trarre la conseguenza di feroce talento, bene spesso si dilunga meno dal vero colui che pensa derivare simile disposizione dalla veemente impressione che gli atti di ferocia o di perfidia fecero sopra un'anima troppo sensibile, e viceversa: così la storia della letteratura ci narra come Bernardino di Saint-Pierre, tanto tenero scrittore, fosse uomo acerbo anzi che no, e Anna Radcliffe e Mathurin, immaginatori di orribili cose, ingegni miti e piacevoli.Crebillon, quel truce compositore di tragedie, fu tenerissimo alla moglie e la pianse vedovo sconsolato per ben cinquant'anni... Non vi pare ella cosa, più che mortal, quasi divina piangere cinquant'anni la consorte defunta! E tanto abbondò in Crebillon il tesoro di amore, che dopo averlo sparso a piene mani sopra la famiglia, i parenti e gli amici, gliene avanzando pur sempre, lo prodigava ai cani e ai gatti. I cani e gatti in casa del Tragedo furono più numerosi dei personaggi nelle sue tragedie, imperciocchè si narra ch'egli non ne ospitasse mai meno di una ventina; e il dabbene uomo andava a raccoglierli per le vie, nel proprio mantello li avviluppava per ischermirli dal freddo, e con tanta carità li custodiva, che poco più poteva adoperarne San Vincenzo di Paola ai pargoli ridotti a miseria uguale. — Un moderno scrittore di Francia, celebre pei suoi terribili drammi (capaci da fare sconciare le donne incinte), talefu visto usare amorosa cura verso la sua dama, che venuto espressamente in Italia per fare acquisto d'impressioni, giunto a Pisa, dichiarò non potere andare più avanti, i fati costringerlo a tornarsene in Francia, perchè la sua Signora più che non potesse sopportare si trovava molestata dalle zanzare! — E questo fatto io lo assicuro per vero, perchè lo so di certo; e lo so di certo, perchè me lo diceva quel molto terribile compositore di drammi; — e tanto basti.Io ho creduto e credo che la Provvidenza abbia stabilito che l'uomo non deva essere mai lieto per delitto, e che nè senno, nè prestanza, nè splendore di trono, nè santità di scopo varranno a rendere accetto il colpevole a Dio. La fatalità gli si avvinghia alla vita come i serpenti di Laocoonte: ogni cosa ch'ei tocchi si appassisce; ogni fortuna che a lui si aggiunge precipita; ogni esistenza rovina. L'offerta di Caino, si componga pure delle più pingui spighe del campo, sarà maledetta: — e questo mio concetto io manifestava scrivendo laBattaglia di Benevento.A me parve che i popoli, i quali fecero getto della propria virtù, meritino i flagelli di cui la Provvidenza li percuote; ma che non sia sotto simile pretesto concesso al cittadino fuggire travaglio in benefizio del suo paese; e che se adoperarsi per la patria quando sorge grande e avventurosa, frutta gloria, la carità dei suoi, condotti in fondo della miseria, sia degna di venerazione e tanto più luminosa; aspetta questi incliti spiriti una corona nei cieli quanto più loro mancava ogni premio terreno: — e questo mio concetto manifestava scrivendo l'Assedio di Firenze.E trapassando alle domestiche storie, i talami macchiati repugnante il coniuge, e con infamia maggiore lui consenziente, funestissimo seme di fatti sovversivi l'umanoconsorzio; e mi studiai con intento più efficace di quello che persuade Tantalo nell'Eneidead ammonire i dannati ad esclamare a mia posta:Discite justitiam moniti.... — E questo concetto io manifestava scrivendo laVeronica Cyboe laIsabella Orsini.Altre più cose credo non disperanti ma severe, e così Dio mi assentisse il senno come mi dava il cuore di manifestarle, strappando dalla piaga le bende che vi fasciarono attorno la ipocrisia e la viltà, senza curarmi delle strida del dolore o delle imprecazioni dei malvagi, affinchè gli uomini imparassero a medicare, non a dissimulare le piaghe.Ma ormai fia a me più bello cessare che proseguire. Il tema è lungo, nè i tempi corrono propizi ai Geremia. Ella, rispettabile Signora, di spirito mansueta e di ogni soave consiglio sostenitrice tenerissima, non partecipa interi i miei sentimenti: io lo so, nè me ne adonto. Sia dubbio od ossequio, io assai propendo a rispettare le convinzioni altrui. Tristano Shandy, racconta Lorenzo Sterne, non volle uccidere neppure la mosca che lo infastidiva, ma, chiusa la finestra, la cacciò via dicendo: «Va, creatura, il mondo è largo assai per bastare a noi due senza darci molestia.» — Pensi un po' V.S. con quanto maggiore obbligo noi dobbiamo comportarci egualmente per le opinioni degli uomini che non occupano spazio, e si spandono per un mondo senza confine.Ma se per avventura io non posso sperare la sua adesione intera ai miei sentimenti, io, mercè sua, confido che mi vorrà conservare intera la sua benevolenza.DISCORSO TERZO.FRAMMENTO AL CAPITOLO XdellaCONTINUAZIONE AI DISCORSI SULLE DECHE DI TITO LIVIO.Et olim meminisse iuvabit.Æneid...... Talleyrand, che morì principe di Benevento, uomo non punto volgare, ma levato certamente a cielo assai più che per avventura non comportavano li meriti suoi, soleva dire: in politica occorrere fatti molto peggiori dei tristi, ed essere gli stolti. — Io per me credo lo stolto in politica essere il tristo, e viceversa, e di questo ogni uomo si renderà di leggieri persuaso, quante volte cercando per le storie conosca, come la gagliarda politica non possa andare disgiunta mai nel governo dei popoli dalla sana morale.E dove la rettitudine avesse a fruttare danni ai Governi che la praticano, e la fraude vantaggi, questa sarebbe la maledizione più dura che mai si fosse aggravata sopra il genere umano. Potremmo allora smentire apertamente la parola sacra, che ci assicura del patto di alleanza eterno tra il cielo e la terra!Ma come piace a Dio, procede assai diversa la cosa: chi dicesse la morale e la politica starsene insiemeunite come due sorelle di amore, direbbe poco; imperciocchè le si abbiano a considerare a modo di due elementi necessari a comporre una medesima sostanza. E quel divino spirito di Focione annunziava una verità, che il Creatore stesso avrebbe potuto rivelare, allorquando persuadeva a Nicocle ateniese, morale e politica essere una medesima cosa nel mondo.[23]Non pertanto, meditando attorno l'epoche diverse della vita dei popoli, qualche volta non apparisce vera del tutto la proposizione esposta qui sopra.Poichè la vita dei popoli, come quella degli uomini, conosce la infanzia e la decrepitezza e la infermità, così avviene talora, che lo Stato abbisogni di partiti estremi, i quali non formano il suo modo naturale di esistenza; in quella guisa medesima che il medicamento non compone il cibo dell'uomo. Legge suprema degli Stati è vivere.Si fas est rumpere leges, in questo caso lice. Senza colpa si varca il Rubicone. Misericordia e giustizia assolvono il fatto, quale e' si sia, che preserva la patria dagli estremi destini.Dunque nella vita dei popoli occorrono giorni nei quali può stare velato il venerando simulacro della virtù; altri nei quali torna pericolosamente dubbioso o rammentarla troppo, o troppo dimenticarla, altri (e questi sono i gloriosi) in cui qualunque via che torca dal retto cammino conduce a sicurissimo esizio.La esordiente società romana abbisognava di nozze; non le concedendo i vicini, i Romani rapiscono le donne. In cotesti tempi i patti paiono insidie, e sono. La figlia di Tarpeio domanda in premio della rocca tradita quello che usano i Sabini intorno al braccio sinistro: essi invece di monili precipitano sopra la sciagurata gli scudi, e la uccidono.[24]Allora gli Ardeati e gli Aricinicompromettono nei Romani la lite di un campo, e i Romani giudici, per sentenza usurpano il campo. Gli uomini consolari vanno indarno esclamando: «troppo maggiore essere la ingiuria alla buona rinomanza e alla fede, che il beneficio del campo usurpato. Che cosa mai riferirebbero a casa i legati? Quali parole andranno essi spargendo? Questo gli alleati udiranno, questo i nemici, e con quanta inestimabile amarezza i primi, con quanto grande esultanza i secondi?»[25]Voci perdute! Il bisogno,persuasore orribile di mali, preme più urgente assai che il desiderio della bella fama, e Scaprio, uomo plebeo, promotore della rapina, prevale. Ai costumi rispondono le leggi. Il disposto delle dodici tavole, secondo quanto Cicerone referisce, piuttostochè reprimere, favoriva le fraudi.[26]Ed esempi di necessità a rompere le leggi della morale, sono in tempi più recenti le stragi degli Sterlizzi, quelle dei Mamelucchi, le altre dei Giannizzeri, e forse le giornate del Settembre dai Convenzionali di Francia consentite, o volute; — e sopra tutto (imperciocchè con maggior agio ragionisi dei casi alquanto dai moderni nostri discosti) i modi tenuti dal duca Valentino in Romagna.La fama di costui intristisce con i tempi. Morto povero, lontano dal trono, spenta la sua famiglia, esecrato per costume da tutti, perchè dovrebbero affaticarsi gli scrittori a rivendicarne il nome? E non pertanto ai tempi di lui le terre d'Italia erano tutte piene di tiranni senza cuore e senza intelletto, lupi contenti di un brano sanguinoso, non già lioni cupidi di magnanima preda; sicchè i popoli e la terra stessa andavano di giorno in giorno dileguandosi dentro ai sepolcri: nessuna cosa venerata, o santa; nessuna legge rispettata o temuta: ogni vincolo sciolto, e la repubblicadeclinante a Sterminio inevitabile. Il Borgia (e lasciamo dire la gente) accolse un concetto rigeneratore: forse egli adoperò mezzi alla propria sua indole consentanei, ma certamente quali le condizioni dei tempi volevano. L'esito non potè giustificare il principio: se fosse giunto a completare il suo sillogismo di sangue, gli uomini lo avrebbero salutato ottimo, massimo. Ahimè! pur troppo che la stirpe nostra infelicissima qualche volta giunge a tale, che a redimerla nulla giova, tranne il sacrifizio di sangue! Al Valentino essendo mancata la fortuna, il comodo che doveva uscire dall'edificio finito non potè fare sì che andassero in oblio le prime pietre destinate a starsi sepolte nei fondamenti per sempre. È una gran croce quella che grava le spalle dei riformatori dei popoli! Trono o patibolo, laude od infamia, inferno o paradiso. E se alcuno stupido o protervo negasse la fortuna, io vorrei dirgli: «Chinati a quella forza indomata, arcana e feroce, alla quale, non che altri, Silla e Mario sagrificarono.»[27]Rammentansi essi le immanità di Augusto, di Carlomagno, e di Pietro il Grande? Il manto imperiale di Napoleone ricuopre solamente splendidi gesti? Maometto Alì, uomo del quale sebbene la Europa stesse in aspettazione grandissima, e superiore alla forza e intelligenza sue, pure dimostrava intendere le ragioni degli stati e degli uomini assai argutamente, al principe Muskau, che confortavalo a dettare le Memorie della sua vita, quando con molto senno rispose: «Io nol farò, e desidero che altri nol faccia, perchè dovrebbero tacersi tutte quelle epoche della mia vita, che pure sono le più lunghe, nelle quali, debole e povero, mi era forza appigliarmi a non generosi partiti.»Quanti uomini che fama hanno di grandi, come il Gigante delle tempeste di Camoens, dalla cintola ingiù voglionsi lasciare immersi nell'abisso! Basta che tocchino il cielo col capo. Se male non mi sovviene, Esiodo immagina che i primitivi Dei derivassero dall'Erebo e dalla Notte. A Carlo, a Pietro, a Napoleone, e ad altrimagniconcessero i fati anni sufficienti e potenza a esporre nella massima parte, o intero, il concepito disegno. Nessuno poi è tra loro, che interrotto nei primordi della vita non avesse lasciato fama più trista di Cesare Borgia, a cui popoli benevolenti rimasero per lungo tempo fedeli, a cui fu traditore Consalvo chiamatoil grande, a cui similmente fu amica la bella morte incontrata mentre combatteva da prode uomo in battaglia.Tito Livio nel nono delleStorieci somministra esempio della seconda epoca, nella quale il destino dei popoli sembra pendere incerto tra la magnificenza e la ferocia. Veturio Calvino e Spurio Postumio, conducendo lo esercito contro a Luceria, lo avventurano entro le forche caudine. I Sanniti lo circondarono, ma non sapendo in qual modo dovessero usare della vittoria, spedirono per consiglio a Erennio Ponzio, uomo grave di anni e di sapienza preclaro. Udito il caso, egli risponde: «lascinsi andare.» — Non talentando il consiglio, si rimandano ambasciatori a consultarlo, ed egli per questa volta li accommiata dicendo: «uccidansi tutti.» I Sanniti, considerata la discrepanza dei pareri, rimasero su quel subito di avviso che, come il corpo, lo spirito fosse ad Erennio diventato per decrepitezza imbecille, ma poi non si potendo persuadere che tanto lume di senno fosse così ad un tratto venuto meno, lo fecero condurre sopra un carro al campo, ove gli domandarono ragione delle contrarie sentenze; la quale egli addusse con sapienza ammirabile: «Buono parmi che fosse il consiglio di spegnere i Romani, imperciocchèdistrutti due fioritissimi eserciti, essi torneranno nella pristina debolezza, donde voi v'ingegnerete a non lasciarli più uscire; e buono era anche l'altro, che liberi si rimandassero, dacchè il benefizio insigne vi farà eternamente amico un popolo potentissimo.» Ed insistendo i capi dell'esercito per sapere se tra questi due estremi gli sovvenisse qualche provvedimento mezzano, riprese: «Qualunque altro diverso da questi non toglie nemici, e non procura amici.»Ma il corso della vita dei popoli continua pei secoli: per correre acqua migliore si alzano le vele; la crisalide si fa farfalla; cessano i giorni che l'uomo o i popoli tengono comuni coi bruti; incomincia la epoca morale, o la necessità inclita della grandezza.Non de solo pane vivit homo, predicò Gesù Cristo; bene non vive la gente sodisfacendo ai soli materiali bisogni: esiste in lei un altro spirito vitale, che abbisogna del nudrimento di amore, di fede e di gloria. La carriera dei popoli sopra la terra procede in questo periodo maestosa come quella del sole in mezzo ai cieli. Tutto adesso è grande, uomini e cose: le leggi severe, la dottrina di Zenone presiede ai contratti, i giudici professano la filosofia stoica,[28]non la cinica, non la cirenaica,[29]non la scettica, o come spesso avviene, tutte e tre insieme praticamente, non già per teorica, che a loro è ignota perfino la scienza del vizio e dell'errore. I detti, i gesti, i monumenti e i volti spirano religiosa reverenza, e quando la lingua, nella quale furono favellati quei detti, non suonerà più sopra le labbra degli uomini, e di quei gesti perverrà un eco lontano alle tue orecchie, dalle rovine stesse sorgerà una voce, che li empirà di spavento, oh anima squallida dei giorni che corrono! Allora Cammillo respinge legato ai Falisciil pedagogo traditore; allora Cammillo bandito accorre in aiuto della patria prostrata, e giunge quando Brenno gitta la spada dentro la bilancia gridando: Guai ai vinti! e fa provargli intera l'acerbità della minaccia troppo presto volata dalle barbare labbra. Regolo viene a Roma per confermare la patria nella guerra contro Cartagine, e stretto dalla religione del giuramento, torna al supplizio. Carlo Zeno tratto dalla carcere perchè vinca i nemici, salva la patria, e si riconduce a prendere i ceppi in Venezia.[30]Allora, perchè più a lungo non mi diffonda nella narrazione di fatti, i quali pure si accostano soavemente al cuore dell'uomo, vivono i personaggi che fanno esaltare gli egregi nepoti, e lieti della letizia che animò Correggio all'aspetto dei dipinti di Raffaello, esclamare: «Anch'io sono uomo!»Ma il retaggio di sapienza e di gloria pesa sopra le spalle dei popoli. Guai a loro se per un solo momento diventano immemori dell'ardua dignità! O sia che scadano alquanto dalla consueta virtù, o sia che infastidendo il vero vi sostituiscano l'esagerato e il bugiardo, uguali danni li attendono. Quanto l'uomo impiega nella esagerazione, altrettanto toglie alla sostanza. Se desideri avere la misura del falso, fa conto di ragguagliarla sopra quanto vedi ostentare oltre al confine del vero; e questa sentenza ti giova, o lettore, a conoscere la virtù mentita di cui oggi ha copia quasi incredibile nel mondo.Ed io amo allargarmi alquanto sopra siffatta materia, imperciocchè davvero la cosa di per se stessa lo merita, e le nuove e le antiche ipocrisie si vogliono flagellare senza intermissione, come senza pietà. Quando Roma precipita in fatali rovine, ecco Seneca filosofo spingere oltre il possibile la dottrina di Zenone. Non date fede allo ipocrita. Seneca stoico lauda la maritaleillibatezza, e adultera poi con Agrippina, e con Giulia figlia di Germanico. Seneca dispregia le dovizie, e per le immani sue usure cagiona la ribellione della Brettagna, e la morte di ottantamila Romani. Seneca aborre gli agi, e possiede tre milioni di sesterzj, e cinquecento tripodi di legno cedro co' piedi di avorio. La umanità sembra poca pei tesori dell'amore di Seneca, e Seneca, roso dalla invidia, calunnia e perseguita i migliori di lui: egli odia la menzogna, e compone panegirici a Claudio imperatore, poi lo vitupera morto, e scrive al senato l'apologia del parricidio di Nerone! Che più? Seneca non cura la vita, e Seneca piagnoloso offre a Nerone tutte le sue ricchezze per riscattare pochi giorni, ed infami. Nerone prende il tesoro, e gl'impone la morte; e Seneca allora, dacchè gli è forza incontrare il fato supremo, muore non come un filosofo, ma come uno istrione, e desidera a conforto della scenica agonia il fragore del plauso.[31]E noi pure abbiamo i Senechi nostri, e moltissimi, e non meno pravi, ma degli antichi più nani, e miserabili assai.Considerate all'opposto Papiniano, avvocato!... sì in verità, io vi dico avvocato, ma di cotesti avvocati Natura fece e poi ruppe la stampa: non protervo petulante, ma semplice di modi e di parole, risponde a Caracalla che gl'impone escusare in Senato la strage fraterna: — non poterlo fare. — E quel feroce, a cui il sangue del tradito pesava forte su l'anima, instando veemente, egli senza punto turbarsi soggiunge: — molto più agevole cosa essere commettere, che scolpare il fratricidio. — Nè con semplicità e costanza punto minori il visconte di Orte scrisse a Carlo IX che gl'imponeva trucidasse gli Ugonotti di Baiona: — Sire, tra i cittadini e gli uomini di arme mi è venuto fatto incontrare cittadini dabbene, e soldati valorosissimi, ma non uncarnefice; per la qual cosa eglino ed io supplichiamo la Maestà vostra a impiegare le braccia e vite nostre in cose che le si possano fare. — Montesquieu, interprete degno di tanta grandezza, osserva: — questo grande e generoso coraggio considerava impossibile una viltà.[32]Per onore della stirpe umana vuolsi aggiungere come d'Orte non fosse solo a operare il fatto magnanimo, e la Storia memore ricorda ancora Montmorin. Uomini, a chi ben considera, non pure da uguagliarsi, ma da preporsi agli antichi, avvegnadio dovessero questa fortezza ricavare dall'animo proprio, mantenuto sano nel mezzo alla peste degli esempi pessimi, mentre gli antichi a cagione del costume, della educazione e di quanto insomma costituisce il vivere civile, fossero a bene operare quasi condotti per mano. Gli austeri intelletti si palesano naturalmente senza artifizio. Chi si fa banditore della propria virtù dimostra temere, e quindi non meritarsi che altri favellino con lode di lui. Gli uomini, generalmente, molto si sentono inclinati ad ostentare quello che non hanno, e più tenaci afferrano le cose che più sfuggono da loro. I falsi e gl'ipocriti urge il bisogno per simulare il contrario di quello che sono; la virtù vera scaturisce dal cuore, come polla di acqua viva: suo scopo è la grandezza, la semplicità la formula. — E poichè i falsi intellettuali corrispondono ai fisici, tu vedi le donne pallide dipingersi il volto di vermiglio. Montaigne ci racconta come un solenne magistrato essendosi condotto a visitare un capitano, gli favellasse sempre di saracinesche, mezze-lune, false brache, controscarpe ed altre opere della fortificazione, di cui egli non intendeva niente, e il capitano era peritissimo, invece di tenere proposito di costumanze e di leggi in cui meritamente godeva fama distinta.[33]La corruttela, decadendo l'impero romano, assunse lo stoicismocome maschera, la tirannide la prese in parola, ed irridendo lo sottopose ad esperienza di sangue.Adesso mi prende vaghezza di raccontare un fatto, il quale siccome conferma mirabilmente le proposizioni enunciate, così ancora è fecondo di applicazioni efficaci. Sagunto, città alleata di Roma, si era mostrata in certa occasione infestissima ai Cartaginesi, i quali avendola presa in odio, le mossero guerra, e di aspro assedio la strinsero. I Saguntini ricorrendo per soccorso ai Romani, i mali orribili ai quali si trovano condotti riferiscono, la religione dell'amicizia e la santità dei patti invocano, Roma difendersi in Sagunto dimostrano; e tutto invano. I Romani (secondo narra la fama che per tre giorni agli Abderitani avvenisse) erano ebbri: non gli ascoltarono; immemori della consueta maestà, i concetti generosi obbliando, o sprezzando, dentro un infelice cerchio d'interesse momentaneo si costringono, si chiudono la porta del futuro, e con una parola miserabile l'arbore glorioso e trionfale, educato dal senno e dalla virtù degl'incliti capitani, sterilendo esclamarono: —l'oro e il sangue romani sono per Roma!Otto mesi interi l'assedio di Sagunto durava, quindi nella lunga agonia abbandonata periva. La morte rese immobili le labbra dei Saguntini, e non pertanto con bene altra voce che questa nostra non suona, i sepolcri proclamarono al mondo la infamia di Roma.Però presso i Romani non si trovò nessuno il quale o tanto amasse la perfidia, o tanto procedesse nemico al pudore, che asceso sopra i rostri così annunziasse la rovina della infelice città: —Quiriti, la pace regna in Sagunto!E la pena in breve tenne dietro alla colpa. Prostrata Sagunto, ecco i Cartaginesi si apparecchiano a invadere la Italia. I Romani pensosi per tanto turbinedi guerra mandano ambasciatori in Cartagine, fra quali Q. Fabio, a provvedere alla salute della patria. Le blande proposte provocavano superbe risposte; dichiarata la guerra, gli ambasciatori si conducono nella Spagna allo scopo di tenere bene edificati quei popoli, le alleanze antiche confermare, procurarne delle nuove, dare ad intendere comune nemico essere i Cartaginesi, e come tale si unissero ai Romani per combatterlo. Furono da per tutto ributtati, e dai Seniori dei Volsci in ispecie alla presenza del senato così duramente ripresi: «Quale insania, quale impudenza sono elleno queste vostre, o Romani, che osiate richiederci, affinchè noi alla amicizia cartaginese preponiamo la vostra? Chi più si mostrò infesto ai Saguntini; i Cartaginesi, o voi altri? Costoro li sterminarono avversi, voi li tradiste benevoli. Andate, e fatevi a cercare alleati là dove non sia giunta notizia della saguntina strage.»[34]Quindi Annibale scese in Italia, e quindi Ticino, e Trebbia, e Trasimeno, e Canne: — spaventevole espiazione!I Romani espiarono la colpa, e fecero senno. D'ora in poi, non che gli amici e i confederati sovvenissero, gli stessi popoli vinti con ogni maniera di blandizie tennero bene affetti; anzi conoscendo come sovente la ingiuria nell'onore, nella vanità aspreggi più il sangue, che quella fatta nelle sostanze, avendo avuto bisogno nell'ultima guerra punica, in difetto di uomini liberi, di schiavi, a istigazione di Tiberio Gracco mossero una legge con la quale ordinarono pena del capo contro qualunque rimproverasse loro la Servitù.[35]Arti romane erano dettare leggi ai popoli.[36]Romani esercizi vincere i superbi, e perdonare ai vinti. Ufficio romano disciplinare a ordinato vivere civile i popoli volenti.[37]Non solo i popolidel mondo, ma gli Dei stessi si riparavano all'ombra del Campidoglio e del Panteon. Simbolo della maestà romana diventarono a ragione i fasti consolari: un cumulo di verghe costrette di lacci tenaci, e Roma nel mezzo, sotto forma di scure, pronta alla difesa, alla offesa terribile. — Così i Romani con sapienza e giustizia, meglio che con le armi, dominarono l'universo, e quando nel giorno della sventura ebbero mestiero del sangue e degli averi dei confederati, chiesero con fiducia soccorso, e con agevolezza l'ottennero, non più temerono le sdegnose parole dei Volsci, e non invano sperarono che le placate ombre dei Saguntini non irrompessero dagli aperti sepolcri gridando: «Guardatevi dai traditori!»Certo non forma argomento di questo breve discorso la esposizione delle cause per cui Roma, dalla più sublime magnificenza alla quale Dio concedesse mai ad una generazione di uomini pervenire, decadesse in fatali rovine. Gibbon e Montesquieu lo hanno già fatto. Ma in pochissimo stringendo il molto, basti allo scopo nostro affermare, che la ingiustizia, la ipocrisia, la rapina, le fedi rotte, i codardi abbandoni, il patteggiare co' barbari, la viltà, i vizi, e le infamie pubbliche e domestiche, condussero l'impero Romano a condizione sì estrema, che supera qualunque lutto.Corrotti i costumi, a nulla valsero le leggi, che senza quelli possono assomigliarsi a flauti senza sonatore; splendide di saviezza furono le costituzioni di Nerone, di Domiziano, di Comodo, di Eliogabalo, di Caracalla e degli altri bruti, piuttosto che imperatori, come scrive Giuliano neiCesari,[38]e la giustizia agonizzante periva. E in quella guisa, secondo la sentenza di un filosofo antico, che la copia delle medicine e la frequenza dei medici danno manifesto indizio di moltee gravi malattie, così la moltiplicità delle leggi indica gli ordini civili guasti profondamente.[39]— E mancata la prestanza militare, alla quale compartivano i Romani per antonomasia il titolo divirtù, a nulla valsero le fortezze. Le fortificazioni del Reno con tanto studio innalzate dall'imperatore Valentiniano non contennero gli Alamanni irrompenti, nè i Quadi quelle del Danubio. Disprezzate o prostrate le muraglie costruite nell'Armenia, Cosroe potò minacciare Costantinopoli. Il passo delle Termopili, difeso dal codardo Geronzio, non trattiene un momento Alarico e i suoi Goti: meglio era lasciarlo vuoto, chè la memoria dell'estinto Leonida sarebbe stata più temuta assai che la presenza del capitano di Arcadio. Le fortezze senza coraggio si assomigliano alle spade poste per decorazione sopra i catafalchi dei soldati nel giorno dell'esequie. Non fosse, non muro, non bastita mai gioveranno tanto alla salute del popolo, come il sentimento che pose in bocca degli Spartani (ai quali per istatuto di Licurgo era vietato circondarsi di mura) queste parole, allorchè Pirro assaltò l'aperta patria loro con 25,000 fanti, 2000 cavalli, e 24 elefanti: «Se tu sei un Dio, non angustierai quelli che non ti offesero: uomo, avanzati, troverai uomini pari a te stesso.»[40]E nessuno dei popoli che vissero, o vivranno nei secoli, sia tanto, non dirò superbo, ma stupido, che voglia paragonarsi ai Romani. La mano romana non irrigidiva nella Scizia per gelo, nè per calore si prostrava nell'Affrica. A noi una frazione dell'antica Numidia arde i guanti, e scotta le mani; poniamola giù via, lasciamo andare una provincia che Cesare avrebbe donato maggiore a qualche suo famigliare! Ma che dico io maggiore? Cesare si offriva pronto a donare a M. Ofrio raccomandato di Cicerone tutto quel paese cheoggi si nomina Francia, protestando, che se altri amici aveva a raccomandargli, a lui non sarebbero venuti meno i regni da elargire[41]I Romani, quasi in sollievo dei brevi ozi, gittano ponti sopra il Danubio, che tuttora rimangono; tra il Clyde e la Twede fabbricano muraglie in Brettagna, nelle sabbie infocate dell'Affrica costruiscono strade, per le quali noi pure oggi passiamo, intorno alle quali noi spenderemo dieci anni a rassettarle, per vederle tornate guaste tra cinque. I giuochi stessi di cui occupiamo l'efemeridi nostre, le splendidezze e le magnificenze sono trastulli da infanti a paragone delle romane. Un giullare americano ci empie di maraviglia scherzando co' lioni, e Marc'Antonio percorreva Roma sopra un carro tirato da questi medesimi animali, Eliogabalo da tigri. — Lucio Metello 142 elefanti, M. Scauro 150 tigri, Silla 100 lioni, Pompeo 410 tigri, 500 lioni, elefanti, ed altre assai belve, Augusto 36 coccodrilli, Tito nella dedicazione del Colosseo 500, o, come Dione Cassio assicura, 9000 fiere gittavano a straziarsi nei circhi per diletto del popolo. Cesare lastricò il gran circo di argento, Eliogabalo lo sparse di polvere di oro. I teatri erano capaci di 150,000, e perfino di 485,000 persone.[42]Eh via! lasciamo degli antichi Romani; noi altre squallide anime dei popoli moderni, loquaci, presuntuose, infingarde, buone insomma a nulla, assomigliamo a quei magnanimi trapassati come una lumaca a un cavallo di battaglia.Ma quando la virtù non fece perdonare altramente la potenza, e il diritto dei Quiriti, esteso da Giustiniano alle Provincie, non fu ampiezza di onore, ma comunione odiosa di viltà e di tributo; quando i popoli soggetti videro le mani romane spiegate sempre alle rapine, e non più strette al brando, e come gregge si trovarono venduti in prezzo di paci infami; quandofinalmente, dimenticati i magnifici concetti della repubblica, prevalse la turpitudine dell'impero, allora quel così tanto stimato nome romano, a caro prezzo perfino una volta comprato, non pure si repudiava e fuggiva, ma con orrore si abbominava.[43]Venite, e vedete se mai fu pena eguale a quella dell'impero romano. Dalle più remote regioni si mossero popoli, quasi ad un convegno di vendetta, per istraziare le membra d'Italia, ed erano di quei popoli che Mario atterriva con solo uno sguardo. Qui si riunirono genti nate fra i geli della Scizia e gli ardori dell'Arabia per depositarci sul capo un tributo di obbrobrio, nella guisa che costumavano di fare gli antichi Greci sopra la vittima espiatoria destinata ad essere lanciata negli abissi del mare.[44]Da ora in poi gli sfregi sopra la faccia compongono gli annali di Roma. Di lei non avanza neppure la rovina: naturali e stranieri congiunsero le mani per seppellirne perfino la tomba; imperciocchè la tomba medesima era argomento di troppa vergogna pei primi, di troppo terrore ai secondi.[45]Per grado estremo di decadenza, il nome romano stette a denotare pei barbari quanto di più abietto è mai dato d'immaginare: «Noi altri Longobardi, scrive Liutprando, vescovo di Cremona, legato dell'imperatore Ottone, allora quando presi da sdegno vogliamo offendere un nostro nemico con qualche grandissima ingiuria, non sappiamo immaginarne altra maggiore di quella, che chiamarloRomano.»[46]La caduta delle foglie d'autunno, l'arena travolta dal turbine, la nebbia dileguata dal sole, la spuma del mare dietro nave che passa, il fumo nell'aria, lo strascinare del serpe sopra il granito, formano materia malinconica ad altrettanti paragoni per denotare la traccia dei popoli nel seno del tempo, come lo potrebbero delpari per accennare la traccia del tempo nel seno della eternità. E nonostante, una rovina così profonda duole al nemico stesso; imperciocchè l'odio non vorrebbe togliere il sentimento della vergogna e del dolore. Queste sono le piagheChe Annibale, non che altri, farian pio.[47]E la misura della vendetta non sembra anche colma. Popoli civili non ci hanno calpestato meno duramente dei barbari. Filosofi e poeti di alto intelletto ci oltraggiarono di contumelie non meno acerbe di quelle che Longobardi o Goti profferissero. Se essi abbassarono lo sguardo nel calice che la Provvidenza ci destinava a trangugiare, già non lo fecero mossi dal pietoso pensiero di vedere se approssimavasi al fine, e dirci poi: «Fa cuore, fratello, egli è finito!» nemmeno per temperarne l'amaro con qualche dolcezza di affetto; all'opposto per riempircelo sempre di aceto e di fiele, per aggiungervi assenzio. — Se hanno steso la mano alla corona del dolore, è stato per conficcarci le spine più addentro nel cranio. Se posero il dito nelle nostre ferite, non fu per lenirle di olio e di vino, come il Samaritano, sibbene per invelenarle coll'arsenico. — Se ci tennero dietro in questa lunga giornata di secoli a vederci portare la croce, nol fecero per soccorrerci a modo del Cireneo, ma per respingerci dall'ombra se vi cercavamo un refrigerio al capo che ardeva, per contendere una stilla di acqua alle labbra febbrili, siccome corre fama che facesse a Cristo Aasvero il giudeo errante. Fra gli aneliti della nostra agonia mescolarono truci sarcasmi: i nostri occhi gravi di morte mal potendosi sollevare al cielo, il quale pure si mostrava crucciato, furono costretti a vedere l'ammiccare schernitore delle loro bocche: i nostri orecchi, percossi da tintinnii funesti, se mai tornarono ad acquistare la facoltà dell'udito,non ascoltarono altro che rampogne e scede e motteggi obbrobriosi. — Noi miseri, e voi non felici!Che se pensaste come per tutti venga ildies iræ, — e, come giunta l'ora, neanche al Figliuolo di Dio fosse dato rimuovere dalle sue labbra la bevanda, — assumereste spirito di carità, e deporreste la protervia insolente. — Insultava egli Mario a Cartagine? Vedetelo rovina di un uomo non inferiore alla rovina della emula di Roma: Mario sta seduto sopra un altare rovesciato, e pensa, con ispirito dimesso, come provincie e popoli e tempi e Numi si disfacciano sotto la forza prepotente del Fato.E nonostante io domando perchè l'impero romano caduto commuove tanto perenne tesoro di vendetta, ed ingiuria? Perchè non si perseguitano con odio pari gl'imperii dei Faraoni, de' Tolomei, dei Califfi, e degli altri potenti della terra?E mi sembra potermi rispondere con verità: Perchè l'Eterno non commetteva a verun popolo del mondo così magnifica opera come al romano, e a verun popolo mai egli affidava così gran parte d'intelligenza e di forza per bene eseguirla. Il popolo romano fu il mandatario più infedele della Provvidenza, quello che calpestò più ingrato maggiori doni di Dio. Il popolo romano aveva avuto missione di felicitare la terra, ed ei la fece una cloaca e un sepolcro.Discite juistitiam moniti, con quello che segue.Ora chi ha letto, veda se possa trarne argomento per giudicare il presente, e presagire il futuro. La immagine di Giano bifronte non è simbolo bastevole per la storia, imperciocchè ella abbia tre faccie. Serbarono i cieli a questi tempi nostri, che superano in durezza ogni più duro metallo, udire dalla tribuna di un popolocristiano scendere a modo di maladizione sopra i martiri le parole:l'ordine regna in Varsavia. — Coteste parole parvero e furono, pel mondo spaventato, somiglievoli al suono di un coperchio che cada a chiudere la bara di una nazione! Tutti i cuori commentarono col ribrezzo della paura la sentenza lugubre di Tacito:ubi solitudinem faciunt pacem appellant!Certo non io pretendo che un popolo lasci gli esercizi della sua vita, e patria e famiglia, ed ogni altra cosa più caramente diletta, e versandosi fuori dei confini della sua terra provveda alla fortuna di un altro popolo cimentando la sua. E poi, rompere una catena non significa ristaurare la libertà. La potenza non si acquista per via di procuratore: bisogna saperla prendere da sè, e da sè mantenerla; ma, e neanco consento che una nazione grande si ponga a guisa della meretrice della Scrittura su i canti a tendere lacci di morte con iniqua blandizie.[48]— E cotesta meretrice, ai derelitti scampati dallo eccidio, qual dava ristoro per la strage dei parenti, le sostanze perdute, la patria abbandonata? Un pane composto con farina di obbrobrio, con lievito di disprezzo, con acqua di lagrime, riarso dall'ardore di rinfacci continui, e pesato dalla mano dell'avarizia:pane dato con la balestra.Viene per tutti ildies iræe se Dio talvolta non solleva immediatamente la mano al castigo, non torce mai i suoi occhi altrove; e questo popolo dovrebbe sapere che non possono le nazioni mantenersi grandi senza essere generose, e per lei venne più volte il dì della ira, perchè più volte mancò di fede. E dovrebbe però pensare che se adesso non si trova ridotto a servaggio infelicissimo, era fortuna non senno. Fortuna, perchè la gente mossa da settentrione ormai possedeva terre coltivate e industrie e città, e aveva lasciato a casa beni e famiglia; — fortuna, perchè i conquistatori troppi non si trovarono d'accordosopra le parti della preda. I barbari che invasero lo impero romano, comunque formati di popoli diversi, componevano un corpo obbediente a un capo, e si traevano dietro in tende o in carri quanto governa con amore l'anima umana. Che cosa faceva in cotesta agonia il popolo ingannatore? Quello che fanno le vittime apparecchiate al sagrifizio.... lambiva il coltello che gli stava pendente sopra la gola. Se cotesto giorno tornasse, chi chiamerà costui? Dove troverà egli alleati? Quali adunerà nella ora del pericolo nemici? I tuoi amici per colpa tua giacciono nel sepolcro. Guai a lui se chiamasse! Gli spettri dei popoli scoperchierebbero le sepolture per dirgli come al malvagio Riccardo: — Disperati e muori! — Poichè hai fatto piangere tanto, o farfalla insanguinata, sarebbe anche giusto che nell'ora della tribolazione tu sentissi ilrideboe ilsubsannabodelle Sacre Carte. Il bel fiore della libertà, nudrito dei divini pensieri della sapienza, educato dall'amore dei principi e dei popoli, castamente cresceva, e tu due volte lo hai colto per inghirlandarne la fronte svergognata di una cortigiana e la coppa della ubbriachezza. La prima volta tu lo contaminasti di sangue, sicchè divenne spaventevole ai principi, sospetto ai popoli; la seconda tu lo contaminasti di vili pensieri, sicchè tutti volsero gli sguardi altrove, come da cosa piena di schifezza. Se questo spirito di vita potesse mai aborrirsi, tu non ti sei astenuto da fatto o da detto che lo rendesse odioso per sempre.Stattene all'ombra dei gran gigli d'oro; statti contento al fiordaliso: egli solo è degno di te.Tu vanti: che per non perdere tempo a imparare le lingue altrui, con la forza delle armi insegnasti al mondo la tua.[49]— Avresti dovuto dire con i tuoi cuochi, di cui popoli le cucine del mondo; avresti dovuto dire co' tuoi ballerini; e più ancora co' tuoi parrucchieri. Ilgran capitano, giovandosi delle braccia nostre, ti condusse tuo malgrado a correre l'universo; ma che potevi tu farti di tanta gloria? Tu vi gemevi sotto come se fosse stata una croce, e non rifinivi mai da chiamare il Cireneo che te la sollevasse; e un bel giorno tu la gittasti a terra, come peso troppo grave alle tue spalle. Minacciatrice superba con Buonaparte, egli scomparso tu diventasti a un tratto e serva e mima e danzatrice dei tuoi vincitori. Per Dio! Eglino stessi non avrebbero voluto vederti precipitata in tanta bassezza, imperciocchè i vincitori amino potere rispettare il vinto: non fosse altro per fare comparire più bella la propria vittoria. L'aquila gloriosa lo seguì nella sua rupe traverso l'Oceano, e si posò con lui dentro al sepolcro; e tu vi sostituivi il gallo, simbolo anche troppo magnanimo alla tua condizione. Veramente il tuo genio ti conduce come un vento a scorrere la terra, e mescerti importuna in ogni vicenda, e tutto involare per recartelo a casa, e guastarlo imitandolo, a guisa di scimmia che imiti l'uomo. Una splendida azione tu converti in miniatura da ventaglio, la effigie di un grande uomo in boccetta di acqua odorosa o in iscatola da sapone. Ma il maggiore tradimento che mai abbia sofferto la virtù, tu lo commettevi ai dì nostri. Ahimè! per te l'onore non ha più entusiasmo, la fede convinzione, la patria affetto, lo ingegno scopo di gloria. Per te il Dio milione regna e governa; per te si rese manifesto come anima umana a diuturna, pertinace e continua corruzione, non regga; tu hai pubblicato la tariffa del prezzo che si vuole per imporre silenzio a taluni, per indurre a favellare tali altri, per comprarli tutti. Il collegio dei tuoi rappresentanti è quasi una orchestra, ove ognuno ha scelto la sua parte: chi dà fiato ai tromboni, chi tempra le corde dei violini per suonare, a fine di conto insieme uniti, lasolenne sinfonia della pubblica imposta. Nè mi si dica: fatali essere gli sconvolgimenti politici, averci i popoli a guardare bene due volte; imperciocchè a me pure paia così, ma non vi sarebbe punto mestieri di partiti estremi, e le leggi pongono facoltà di rimediare al male, e se nol fai, segno è che non vuoi, epperò meriti il manto che ti se' gittata sopra le spalle. Dio ti avea posta come il cuore nella Europa, perchè tu palpitassi per tutti, ma tu hai impietrito il cuore, e ti sta morto in seno più che Napoleone dentro la cappella degl'Invalidi. — Ma forse non è senza consiglio supremo che ciò succeda, volendo la Provvidenza mostrare nuovamente in te come le nazioni quanto più furono beneficate da lei, tanto più saranno punite del tradito mandato. Se te avessero divisa, e ad ogni brano preposto un duca o marchese, e riempitolo di armi straniere, or che faresti?... Dunque non insultare alla miseria altrui:
Apollo tonsuratoRecita il canto fermo!
Apollo tonsurato
Recita il canto fermo!
Altri fra le chiome della Musa, una volta stillanti ambrosia, intrecciano le serpi di Tisifone, il petto le agitano co' furori delle Eumenidi, le armano il braccio co' flagelli di Nemesi. La Musa fatta Pitonessa si contorce e spuma sotto la forza del Dio che la invade, ed ora piange disperatamente, ora mugghia di sdegno, le divine e le terrene cose maledice, tutte le ceneri rimescola, tutti i sepolcri scoperchia, e giura che in coteste ceneri ha pur da trovarsi una favilla, che in qualche sepoltura le verrà pur fatto d'imbattersi nella sepolta viva, e dove mai la rinvenga non si ricrede per nessun segno di corruzione che la guasti; ma ecco, vedetela, le si accosta smaniosa, e la chiama a nome, e l'accarezza con dolce favella, e la invita a svegliarsi perchè l'ora è tarda, e le sue sorelle, che da gran tempo si posero in cammino, di lungo tratto la precorsero nel fatale sentiero. Quando poi vede tornarle vano il tanto affaticarsi, allora le caccia le mani entro i capelli, e la squassa e la trascina per la polvere, d'infami note la vitupera, la calpesta, la lacera, e vuol che viva, e purchè le possa dire:Surge et ambula, la Musa con pronte voglie partecipa l'avvoltoio, e le viscere eternamente divorate di Prometeo.
Uomini incliti per ingegno stanno da quella parte e da questa; ed io non so per quale influsso di stelle maligne, il numero abbondi piuttosto nella prima che nella seconda, e le tenere menti, incerte cui seguitare, si sgomentano. Vedeteli dubbi sopra la lingua, dubbi sopra mezzi dell'arte e sopra i fini dell'arte; nel crocicchio delle diverse vie si consumano a studiare qual sia la buona strada, e intanto perdono il vigore che li rende franchi a percorrerla. Per causa del timore d'incamminarsi male perdono le cause del cammino.
Nel romanzo storico più che altrove s'incontranodiscordanti i pareri. Un uomo, dell'amicizia del quale, onoranda Signora, ambedue noi andiamo superbi, e che tenghiamo in parte di fratello maggiore, sia per senno, sia per esperienza e per fama, dissente da noi sopra molti particolari relativi a questa maniera di composizioni. E prima di tutto disapprova la lingua, dacchè la prosa poetica a lui sembra cosa nuova e non bella. Davvero anche a me suona cosiffatta prosa oltre ogni credere fastidiosissima, quando viene adoperata a modo di tumida veste, per cuoprire la povertà dei concetti; e molti mi occorsero di quelli che uguali a Clitarco, ad Ansicrate, ad Egesia, e agli altri presi a dileggio da Dionisio Longino o da Dionigio di Alicarnasso, cui parendo essere invasi da divino ispiramento non danno in furore, ma in baie. Quel tumideggiare è pure la increscevole cosa, e sovente accade che mentre pensano toccare la cima del sublime, altro non fanno che gonfiare le gote, e dovrebbero sapere che Minerva gittava lontano da sè il flauto, vedendo come nel suonarlo le si gonfiassero le gote. Ma qui, come altrove, non bisogna apporre all'arte il vizio dell'uomo. Nel secolo passato i critici avevano bandito la crociata addosso ai versi sciolti in odio del Trissino, il quale non li seppe comporre se non se acquosi e sciapiti, e del Frugoni che li volle fare gonfi e vuoti, e del Cesarotti che li dettò fragorosi e ridondanti; e adesso, poichè Parini e Alfieri e Foscolo impressero loro evidenza, forza, concisione e vaghezza, chi negherà ch'essi costituiscano forma nobilissima di poesia? Io per me volentieri mi unisco a quelli che pensano non essere troppe le pieghe che si danno al bel manto della nostra favella, molto più che parmi breve la distanza che separa il verso sciolto dalla prosa poetica, avendo anche questa il suo ritmo e la sua armonia. E come io non credo punto la prosa poetica forma biasimevole,così penso ancora non essere nuova. Molte prose dell'Alighieri ci compariscono dettate con metafore ardite e tropi e traslati che si addicono alla forma poetica, e le descrizioni che incominciano le giornate delDecameroneio non saprei ben distinguere qual forma si avessero, se con che la poetica per eccellenza. Nè qui cessano gli esempi: e se l'amore di brevità non mi dissuadesse, mi sarebbe agevole addurne altri dei vari secoli o tempi della nostra letteratura. Per le quali cose io pregherei che non si avesse a riprendere la prosa poetica, ma sì coloro che ne fanno tanto aspro governo.
Intorno poi alla sostanza, temono il romanzo storico di trista compagnia alla storia; credono che ne alteri la fisonomia, e paventano che uso com'è a mescere il vero col falso, per amore di una favola vana, non ci faccia smarrire il cammino che conduce alla utile verità: cosicchè la storia, solenne generatrice di politica e di filosofia, si avvezzi a fondare i suoi ragionamenti sopra immaginazioni bugiarde, e quindi trarre conseguenze fallaci, là dove meglio si manifesta la necessità del vero. Questa accusa non mi sembra ragionevole: prima di tutto perchè gli uomini gravi dando opera alla filosofia e alla politica non eserciteranno per certo la intelligenza loro sopra racconti o romanzi; e poi, senza che per me si adoperi quel linguaggio sibillino o piuttosto dasciarade, che mettono in uso i nostri critici saccenti per parere profondi, e ragionando così alla casalinga, io domando se i poemi epici e le tragedie e i drammi partoriscano tutti questi malanni? Se sì, io mi taccio, e do vinta la causa; se no, allora neanche il romanzo storico merita tanta accusa. Nè mi si apponga tra il poema epico e il romanzo correre divario grandissimo; imperciocchè questo potrebbe per avventura darsi in quanto alla dignità, ma non in quanto ai mezzi co' quali queste duecomposizioni vengono condotte. Il romanzo storico come procede nella sua composizione? prende per argomento un fatto pubblico o privato; anima i personaggi che vi partecipano, dà loro moto, affetti, linguaggio, sembianza, e perfino vesti, quali essi ebbero veramente o poterono avere verosimilmente. Oreste, Agamennone, Clitennestra e Medea, io voglio che mi sappiate dire se favellassero, operassero e si trovassero ai casi per lo appunto come gli antichi o i moderni tragedi immaginarono. Chi è che lo sa? Chi lo può sapere? Noi crediamo che cotesti personaggi, di cui ci sono note soltanto le vicende supreme, in cotesto modo ragionassero; noi crediamo i casi esposti che condussero alla catastrofe finale, che noi conosciamo unicamente, in tale o in tale altro modo avvenissero; e quella favella e quei casi noi crediamo in Sofocle, in Eschilo, in Euripide, in Seneca, quantunque in Voltaire, in Alfieri, in Niccolini, in Ventignano noi li troviamo diversi.
Che se il romanziero entra nel regno della storia, come l'asino nei giuochi olimpici, scompigliando ogni cosa, la colpa è dello asino e non dell'arte.
Che se il romanziero si perde in troppo lunghe e fastidiose descrizioni di sembianze, di vesti e di luoghi, anche questo fastidio si attribuisca al poco ingegno dello scrittore e non dell'arte.
Che se il romanziero invece d'immaginare episodii e personaggi, i quali giovino a dimostrare meglio il fatto principale o renderlo più vario, più curioso e più bello, si proponga lo sviluppo di due azioni ugualmente principali, di cui una vera, l'altra fantastica, e divida in due la sua favola e guasti l'arte; — l'arte non ha colpa, e il vizio è dell'uomo.
E per di più vogliano considerare i discreti che al poeta drammatico soccorrono molti uomini e le arti loro,mentre al romanziero tocca a formare i suoi personaggi cavandoseli dal cervello: egli ha da architettare le fabbriche, egli ornare le sale, egli dipingere boschi e cielo e stagioni e fiumi e navi; egli deve dare a bere, mangiare, dormire e vestire a tutte le creature della sua fantasia. Nei poemi epici ad ogni piè sospinto non c'imbattiamo noi in ipotiposi, prosopografie, similitudini, descrizioni e simili? ora dunque perchè siffatte cose saranno colà lodate, e biasimate nel romanzo? Nel romanzo poi s'insinua un altro elemento a renderlo più completo, ed è il buono umore per chi sa esporlo. Questo elemento rigettano da sè sdegnosamente i poemi epici e la tragedia, come idalghi spagnuoli paurosi di contaminare la nobiltà del loro sangue; lo accolgono invece come anima i poemi eroicomici. Il romanzo e i drammi ricevono il buono umore non come forma esclusiva, nè lo rigettano come plebeo, imperciocchè queste due composizioni non aderiscano a forma prefinita, ma si modellino sopra la vita umana. Il romanziero, in certo modo, è panteista: tutto reputa buono e dicevole, purchè sia in natura; e se rincresce, colpa è di quelli che lo adoperano con mal garbo. Egli ritratta gli uomini quali vivono e sentono, e non quali li ha fatti l'arte con certe sue regole statuarie. E se alcuno dicesse: ma a che giova la descrizione del grottesco, del tristo, e dello scellerato? A che giova? giova a farvi conoscere la umanità; giova a farvi conoscere le malattie che la travagliano, onde si possano con opportuni rimedii curarle. E badate bene a quello che io dico: se le lettere devono tornare utili agli uomini, devono ancora coraggiosamente imprendere tutto quanto è capace a partorire un simile effetto, e non ispaventarsi a perdere un poco di lindezza, e trattare ulcere e piaghe; se poi vogliono durare o diventare cose da museo, impagliate e messein iscaffali, si ostinino a riprodurre una formula consumata. La formula deve sempre contenere le passioni e la sapienza dei tempi; quando i tempi superano i confini, allora conviene dilatarla; — ed oggi le passioni e le smanie del sapere mi paiono immense.
Ma qui mi fermo, perchè mi sento sospingere verso quei nuvoli ragionatori che io tanto aborro, e non mi voglio avviluppare senza filo pei laberinti dei ragionamenti e non ragionamenti, considerazioni e limitazioni, restrizioni, ampliazioni di tutti coloro che io battezzerei per legislatori delle cose di questo mondo e di quell'altro con lo inchiostro in cui tuffano la penna. E poi mi fermo, perchè chi fa orologi deve badare che le lancette segnino l'ora giusta senza arrovellarsi a dire quali e quante ruote egli adopri. Le prefazioni all'opere d'immaginazione mi paiono paracadute, come troppo spesso le opere a cui vanno aggiunte sono palloni volanti. E così parodiando,servatis servandis, la risposta di Scipione accusato di peculato, mi fosse concesso esclamare: «Invece di perdere tempo a confutare le oziosità di coloro che si affibbiano la giornea di critici, perchè scrittori non possono nè sanno essere, andiamo a dettare una qualche bella storia o a immaginare un romanzo!»
Ora venendo a ragionare un pocolino di me, ma prestamente, e con quella velocità con la quale toccando a caso un tizzo infuocato ritiriamo la mano, dirò che non reputo cosa giusta avermiclassato, siccome hanno fatto capo coda, fra i desolatori del genere umano. Prima di tutto il genere umano ha bene altro a pensare che tenere dietro alle mie povere fantasie, nè egli vorrebbe dare del capo nei muri per tanta piccola cosa come sono le mie parole; e finalmente perchè l'accusa mi sembra falsa del tutto.
Quando vogliamo giudicare un libro, giustizia imponeche l'esame deva fondarsi sopra il suo insieme, non già sopra una qualche parte staccata; più ancora, nei componimenti drammatici non bisogna credere che le parole poste sopra i labbri di un personaggio contengano la espressione della fede dello scrittore. Questo sarebbe errore a un punto, e ingiustizia. L'anima umana precede più spesso che noi non supponiamo per via di contrasto; e dal vagheggiare che uomo faccia di tristi spettacoli, anzichè trarre la conseguenza di feroce talento, bene spesso si dilunga meno dal vero colui che pensa derivare simile disposizione dalla veemente impressione che gli atti di ferocia o di perfidia fecero sopra un'anima troppo sensibile, e viceversa: così la storia della letteratura ci narra come Bernardino di Saint-Pierre, tanto tenero scrittore, fosse uomo acerbo anzi che no, e Anna Radcliffe e Mathurin, immaginatori di orribili cose, ingegni miti e piacevoli.
Crebillon, quel truce compositore di tragedie, fu tenerissimo alla moglie e la pianse vedovo sconsolato per ben cinquant'anni... Non vi pare ella cosa, più che mortal, quasi divina piangere cinquant'anni la consorte defunta! E tanto abbondò in Crebillon il tesoro di amore, che dopo averlo sparso a piene mani sopra la famiglia, i parenti e gli amici, gliene avanzando pur sempre, lo prodigava ai cani e ai gatti. I cani e gatti in casa del Tragedo furono più numerosi dei personaggi nelle sue tragedie, imperciocchè si narra ch'egli non ne ospitasse mai meno di una ventina; e il dabbene uomo andava a raccoglierli per le vie, nel proprio mantello li avviluppava per ischermirli dal freddo, e con tanta carità li custodiva, che poco più poteva adoperarne San Vincenzo di Paola ai pargoli ridotti a miseria uguale. — Un moderno scrittore di Francia, celebre pei suoi terribili drammi (capaci da fare sconciare le donne incinte), talefu visto usare amorosa cura verso la sua dama, che venuto espressamente in Italia per fare acquisto d'impressioni, giunto a Pisa, dichiarò non potere andare più avanti, i fati costringerlo a tornarsene in Francia, perchè la sua Signora più che non potesse sopportare si trovava molestata dalle zanzare! — E questo fatto io lo assicuro per vero, perchè lo so di certo; e lo so di certo, perchè me lo diceva quel molto terribile compositore di drammi; — e tanto basti.
Io ho creduto e credo che la Provvidenza abbia stabilito che l'uomo non deva essere mai lieto per delitto, e che nè senno, nè prestanza, nè splendore di trono, nè santità di scopo varranno a rendere accetto il colpevole a Dio. La fatalità gli si avvinghia alla vita come i serpenti di Laocoonte: ogni cosa ch'ei tocchi si appassisce; ogni fortuna che a lui si aggiunge precipita; ogni esistenza rovina. L'offerta di Caino, si componga pure delle più pingui spighe del campo, sarà maledetta: — e questo mio concetto io manifestava scrivendo laBattaglia di Benevento.
A me parve che i popoli, i quali fecero getto della propria virtù, meritino i flagelli di cui la Provvidenza li percuote; ma che non sia sotto simile pretesto concesso al cittadino fuggire travaglio in benefizio del suo paese; e che se adoperarsi per la patria quando sorge grande e avventurosa, frutta gloria, la carità dei suoi, condotti in fondo della miseria, sia degna di venerazione e tanto più luminosa; aspetta questi incliti spiriti una corona nei cieli quanto più loro mancava ogni premio terreno: — e questo mio concetto manifestava scrivendo l'Assedio di Firenze.
E trapassando alle domestiche storie, i talami macchiati repugnante il coniuge, e con infamia maggiore lui consenziente, funestissimo seme di fatti sovversivi l'umanoconsorzio; e mi studiai con intento più efficace di quello che persuade Tantalo nell'Eneidead ammonire i dannati ad esclamare a mia posta:Discite justitiam moniti.... — E questo concetto io manifestava scrivendo laVeronica Cyboe laIsabella Orsini.
Altre più cose credo non disperanti ma severe, e così Dio mi assentisse il senno come mi dava il cuore di manifestarle, strappando dalla piaga le bende che vi fasciarono attorno la ipocrisia e la viltà, senza curarmi delle strida del dolore o delle imprecazioni dei malvagi, affinchè gli uomini imparassero a medicare, non a dissimulare le piaghe.
Ma ormai fia a me più bello cessare che proseguire. Il tema è lungo, nè i tempi corrono propizi ai Geremia. Ella, rispettabile Signora, di spirito mansueta e di ogni soave consiglio sostenitrice tenerissima, non partecipa interi i miei sentimenti: io lo so, nè me ne adonto. Sia dubbio od ossequio, io assai propendo a rispettare le convinzioni altrui. Tristano Shandy, racconta Lorenzo Sterne, non volle uccidere neppure la mosca che lo infastidiva, ma, chiusa la finestra, la cacciò via dicendo: «Va, creatura, il mondo è largo assai per bastare a noi due senza darci molestia.» — Pensi un po' V.S. con quanto maggiore obbligo noi dobbiamo comportarci egualmente per le opinioni degli uomini che non occupano spazio, e si spandono per un mondo senza confine.
Ma se per avventura io non posso sperare la sua adesione intera ai miei sentimenti, io, mercè sua, confido che mi vorrà conservare intera la sua benevolenza.
Et olim meminisse iuvabit.Æneid.
Et olim meminisse iuvabit.Æneid.
Et olim meminisse iuvabit.
Æneid.
..... Talleyrand, che morì principe di Benevento, uomo non punto volgare, ma levato certamente a cielo assai più che per avventura non comportavano li meriti suoi, soleva dire: in politica occorrere fatti molto peggiori dei tristi, ed essere gli stolti. — Io per me credo lo stolto in politica essere il tristo, e viceversa, e di questo ogni uomo si renderà di leggieri persuaso, quante volte cercando per le storie conosca, come la gagliarda politica non possa andare disgiunta mai nel governo dei popoli dalla sana morale.
E dove la rettitudine avesse a fruttare danni ai Governi che la praticano, e la fraude vantaggi, questa sarebbe la maledizione più dura che mai si fosse aggravata sopra il genere umano. Potremmo allora smentire apertamente la parola sacra, che ci assicura del patto di alleanza eterno tra il cielo e la terra!
Ma come piace a Dio, procede assai diversa la cosa: chi dicesse la morale e la politica starsene insiemeunite come due sorelle di amore, direbbe poco; imperciocchè le si abbiano a considerare a modo di due elementi necessari a comporre una medesima sostanza. E quel divino spirito di Focione annunziava una verità, che il Creatore stesso avrebbe potuto rivelare, allorquando persuadeva a Nicocle ateniese, morale e politica essere una medesima cosa nel mondo.[23]
Non pertanto, meditando attorno l'epoche diverse della vita dei popoli, qualche volta non apparisce vera del tutto la proposizione esposta qui sopra.
Poichè la vita dei popoli, come quella degli uomini, conosce la infanzia e la decrepitezza e la infermità, così avviene talora, che lo Stato abbisogni di partiti estremi, i quali non formano il suo modo naturale di esistenza; in quella guisa medesima che il medicamento non compone il cibo dell'uomo. Legge suprema degli Stati è vivere.Si fas est rumpere leges, in questo caso lice. Senza colpa si varca il Rubicone. Misericordia e giustizia assolvono il fatto, quale e' si sia, che preserva la patria dagli estremi destini.
Dunque nella vita dei popoli occorrono giorni nei quali può stare velato il venerando simulacro della virtù; altri nei quali torna pericolosamente dubbioso o rammentarla troppo, o troppo dimenticarla, altri (e questi sono i gloriosi) in cui qualunque via che torca dal retto cammino conduce a sicurissimo esizio.
La esordiente società romana abbisognava di nozze; non le concedendo i vicini, i Romani rapiscono le donne. In cotesti tempi i patti paiono insidie, e sono. La figlia di Tarpeio domanda in premio della rocca tradita quello che usano i Sabini intorno al braccio sinistro: essi invece di monili precipitano sopra la sciagurata gli scudi, e la uccidono.[24]Allora gli Ardeati e gli Aricinicompromettono nei Romani la lite di un campo, e i Romani giudici, per sentenza usurpano il campo. Gli uomini consolari vanno indarno esclamando: «troppo maggiore essere la ingiuria alla buona rinomanza e alla fede, che il beneficio del campo usurpato. Che cosa mai riferirebbero a casa i legati? Quali parole andranno essi spargendo? Questo gli alleati udiranno, questo i nemici, e con quanta inestimabile amarezza i primi, con quanto grande esultanza i secondi?»[25]Voci perdute! Il bisogno,persuasore orribile di mali, preme più urgente assai che il desiderio della bella fama, e Scaprio, uomo plebeo, promotore della rapina, prevale. Ai costumi rispondono le leggi. Il disposto delle dodici tavole, secondo quanto Cicerone referisce, piuttostochè reprimere, favoriva le fraudi.[26]
Ed esempi di necessità a rompere le leggi della morale, sono in tempi più recenti le stragi degli Sterlizzi, quelle dei Mamelucchi, le altre dei Giannizzeri, e forse le giornate del Settembre dai Convenzionali di Francia consentite, o volute; — e sopra tutto (imperciocchè con maggior agio ragionisi dei casi alquanto dai moderni nostri discosti) i modi tenuti dal duca Valentino in Romagna.
La fama di costui intristisce con i tempi. Morto povero, lontano dal trono, spenta la sua famiglia, esecrato per costume da tutti, perchè dovrebbero affaticarsi gli scrittori a rivendicarne il nome? E non pertanto ai tempi di lui le terre d'Italia erano tutte piene di tiranni senza cuore e senza intelletto, lupi contenti di un brano sanguinoso, non già lioni cupidi di magnanima preda; sicchè i popoli e la terra stessa andavano di giorno in giorno dileguandosi dentro ai sepolcri: nessuna cosa venerata, o santa; nessuna legge rispettata o temuta: ogni vincolo sciolto, e la repubblicadeclinante a Sterminio inevitabile. Il Borgia (e lasciamo dire la gente) accolse un concetto rigeneratore: forse egli adoperò mezzi alla propria sua indole consentanei, ma certamente quali le condizioni dei tempi volevano. L'esito non potè giustificare il principio: se fosse giunto a completare il suo sillogismo di sangue, gli uomini lo avrebbero salutato ottimo, massimo. Ahimè! pur troppo che la stirpe nostra infelicissima qualche volta giunge a tale, che a redimerla nulla giova, tranne il sacrifizio di sangue! Al Valentino essendo mancata la fortuna, il comodo che doveva uscire dall'edificio finito non potè fare sì che andassero in oblio le prime pietre destinate a starsi sepolte nei fondamenti per sempre. È una gran croce quella che grava le spalle dei riformatori dei popoli! Trono o patibolo, laude od infamia, inferno o paradiso. E se alcuno stupido o protervo negasse la fortuna, io vorrei dirgli: «Chinati a quella forza indomata, arcana e feroce, alla quale, non che altri, Silla e Mario sagrificarono.»[27]
Rammentansi essi le immanità di Augusto, di Carlomagno, e di Pietro il Grande? Il manto imperiale di Napoleone ricuopre solamente splendidi gesti? Maometto Alì, uomo del quale sebbene la Europa stesse in aspettazione grandissima, e superiore alla forza e intelligenza sue, pure dimostrava intendere le ragioni degli stati e degli uomini assai argutamente, al principe Muskau, che confortavalo a dettare le Memorie della sua vita, quando con molto senno rispose: «Io nol farò, e desidero che altri nol faccia, perchè dovrebbero tacersi tutte quelle epoche della mia vita, che pure sono le più lunghe, nelle quali, debole e povero, mi era forza appigliarmi a non generosi partiti.»
Quanti uomini che fama hanno di grandi, come il Gigante delle tempeste di Camoens, dalla cintola ingiù voglionsi lasciare immersi nell'abisso! Basta che tocchino il cielo col capo. Se male non mi sovviene, Esiodo immagina che i primitivi Dei derivassero dall'Erebo e dalla Notte. A Carlo, a Pietro, a Napoleone, e ad altrimagniconcessero i fati anni sufficienti e potenza a esporre nella massima parte, o intero, il concepito disegno. Nessuno poi è tra loro, che interrotto nei primordi della vita non avesse lasciato fama più trista di Cesare Borgia, a cui popoli benevolenti rimasero per lungo tempo fedeli, a cui fu traditore Consalvo chiamatoil grande, a cui similmente fu amica la bella morte incontrata mentre combatteva da prode uomo in battaglia.
Tito Livio nel nono delleStorieci somministra esempio della seconda epoca, nella quale il destino dei popoli sembra pendere incerto tra la magnificenza e la ferocia. Veturio Calvino e Spurio Postumio, conducendo lo esercito contro a Luceria, lo avventurano entro le forche caudine. I Sanniti lo circondarono, ma non sapendo in qual modo dovessero usare della vittoria, spedirono per consiglio a Erennio Ponzio, uomo grave di anni e di sapienza preclaro. Udito il caso, egli risponde: «lascinsi andare.» — Non talentando il consiglio, si rimandano ambasciatori a consultarlo, ed egli per questa volta li accommiata dicendo: «uccidansi tutti.» I Sanniti, considerata la discrepanza dei pareri, rimasero su quel subito di avviso che, come il corpo, lo spirito fosse ad Erennio diventato per decrepitezza imbecille, ma poi non si potendo persuadere che tanto lume di senno fosse così ad un tratto venuto meno, lo fecero condurre sopra un carro al campo, ove gli domandarono ragione delle contrarie sentenze; la quale egli addusse con sapienza ammirabile: «Buono parmi che fosse il consiglio di spegnere i Romani, imperciocchèdistrutti due fioritissimi eserciti, essi torneranno nella pristina debolezza, donde voi v'ingegnerete a non lasciarli più uscire; e buono era anche l'altro, che liberi si rimandassero, dacchè il benefizio insigne vi farà eternamente amico un popolo potentissimo.» Ed insistendo i capi dell'esercito per sapere se tra questi due estremi gli sovvenisse qualche provvedimento mezzano, riprese: «Qualunque altro diverso da questi non toglie nemici, e non procura amici.»
Ma il corso della vita dei popoli continua pei secoli: per correre acqua migliore si alzano le vele; la crisalide si fa farfalla; cessano i giorni che l'uomo o i popoli tengono comuni coi bruti; incomincia la epoca morale, o la necessità inclita della grandezza.Non de solo pane vivit homo, predicò Gesù Cristo; bene non vive la gente sodisfacendo ai soli materiali bisogni: esiste in lei un altro spirito vitale, che abbisogna del nudrimento di amore, di fede e di gloria. La carriera dei popoli sopra la terra procede in questo periodo maestosa come quella del sole in mezzo ai cieli. Tutto adesso è grande, uomini e cose: le leggi severe, la dottrina di Zenone presiede ai contratti, i giudici professano la filosofia stoica,[28]non la cinica, non la cirenaica,[29]non la scettica, o come spesso avviene, tutte e tre insieme praticamente, non già per teorica, che a loro è ignota perfino la scienza del vizio e dell'errore. I detti, i gesti, i monumenti e i volti spirano religiosa reverenza, e quando la lingua, nella quale furono favellati quei detti, non suonerà più sopra le labbra degli uomini, e di quei gesti perverrà un eco lontano alle tue orecchie, dalle rovine stesse sorgerà una voce, che li empirà di spavento, oh anima squallida dei giorni che corrono! Allora Cammillo respinge legato ai Falisciil pedagogo traditore; allora Cammillo bandito accorre in aiuto della patria prostrata, e giunge quando Brenno gitta la spada dentro la bilancia gridando: Guai ai vinti! e fa provargli intera l'acerbità della minaccia troppo presto volata dalle barbare labbra. Regolo viene a Roma per confermare la patria nella guerra contro Cartagine, e stretto dalla religione del giuramento, torna al supplizio. Carlo Zeno tratto dalla carcere perchè vinca i nemici, salva la patria, e si riconduce a prendere i ceppi in Venezia.[30]Allora, perchè più a lungo non mi diffonda nella narrazione di fatti, i quali pure si accostano soavemente al cuore dell'uomo, vivono i personaggi che fanno esaltare gli egregi nepoti, e lieti della letizia che animò Correggio all'aspetto dei dipinti di Raffaello, esclamare: «Anch'io sono uomo!»
Ma il retaggio di sapienza e di gloria pesa sopra le spalle dei popoli. Guai a loro se per un solo momento diventano immemori dell'ardua dignità! O sia che scadano alquanto dalla consueta virtù, o sia che infastidendo il vero vi sostituiscano l'esagerato e il bugiardo, uguali danni li attendono. Quanto l'uomo impiega nella esagerazione, altrettanto toglie alla sostanza. Se desideri avere la misura del falso, fa conto di ragguagliarla sopra quanto vedi ostentare oltre al confine del vero; e questa sentenza ti giova, o lettore, a conoscere la virtù mentita di cui oggi ha copia quasi incredibile nel mondo.
Ed io amo allargarmi alquanto sopra siffatta materia, imperciocchè davvero la cosa di per se stessa lo merita, e le nuove e le antiche ipocrisie si vogliono flagellare senza intermissione, come senza pietà. Quando Roma precipita in fatali rovine, ecco Seneca filosofo spingere oltre il possibile la dottrina di Zenone. Non date fede allo ipocrita. Seneca stoico lauda la maritaleillibatezza, e adultera poi con Agrippina, e con Giulia figlia di Germanico. Seneca dispregia le dovizie, e per le immani sue usure cagiona la ribellione della Brettagna, e la morte di ottantamila Romani. Seneca aborre gli agi, e possiede tre milioni di sesterzj, e cinquecento tripodi di legno cedro co' piedi di avorio. La umanità sembra poca pei tesori dell'amore di Seneca, e Seneca, roso dalla invidia, calunnia e perseguita i migliori di lui: egli odia la menzogna, e compone panegirici a Claudio imperatore, poi lo vitupera morto, e scrive al senato l'apologia del parricidio di Nerone! Che più? Seneca non cura la vita, e Seneca piagnoloso offre a Nerone tutte le sue ricchezze per riscattare pochi giorni, ed infami. Nerone prende il tesoro, e gl'impone la morte; e Seneca allora, dacchè gli è forza incontrare il fato supremo, muore non come un filosofo, ma come uno istrione, e desidera a conforto della scenica agonia il fragore del plauso.[31]E noi pure abbiamo i Senechi nostri, e moltissimi, e non meno pravi, ma degli antichi più nani, e miserabili assai.
Considerate all'opposto Papiniano, avvocato!... sì in verità, io vi dico avvocato, ma di cotesti avvocati Natura fece e poi ruppe la stampa: non protervo petulante, ma semplice di modi e di parole, risponde a Caracalla che gl'impone escusare in Senato la strage fraterna: — non poterlo fare. — E quel feroce, a cui il sangue del tradito pesava forte su l'anima, instando veemente, egli senza punto turbarsi soggiunge: — molto più agevole cosa essere commettere, che scolpare il fratricidio. — Nè con semplicità e costanza punto minori il visconte di Orte scrisse a Carlo IX che gl'imponeva trucidasse gli Ugonotti di Baiona: — Sire, tra i cittadini e gli uomini di arme mi è venuto fatto incontrare cittadini dabbene, e soldati valorosissimi, ma non uncarnefice; per la qual cosa eglino ed io supplichiamo la Maestà vostra a impiegare le braccia e vite nostre in cose che le si possano fare. — Montesquieu, interprete degno di tanta grandezza, osserva: — questo grande e generoso coraggio considerava impossibile una viltà.[32]Per onore della stirpe umana vuolsi aggiungere come d'Orte non fosse solo a operare il fatto magnanimo, e la Storia memore ricorda ancora Montmorin. Uomini, a chi ben considera, non pure da uguagliarsi, ma da preporsi agli antichi, avvegnadio dovessero questa fortezza ricavare dall'animo proprio, mantenuto sano nel mezzo alla peste degli esempi pessimi, mentre gli antichi a cagione del costume, della educazione e di quanto insomma costituisce il vivere civile, fossero a bene operare quasi condotti per mano. Gli austeri intelletti si palesano naturalmente senza artifizio. Chi si fa banditore della propria virtù dimostra temere, e quindi non meritarsi che altri favellino con lode di lui. Gli uomini, generalmente, molto si sentono inclinati ad ostentare quello che non hanno, e più tenaci afferrano le cose che più sfuggono da loro. I falsi e gl'ipocriti urge il bisogno per simulare il contrario di quello che sono; la virtù vera scaturisce dal cuore, come polla di acqua viva: suo scopo è la grandezza, la semplicità la formula. — E poichè i falsi intellettuali corrispondono ai fisici, tu vedi le donne pallide dipingersi il volto di vermiglio. Montaigne ci racconta come un solenne magistrato essendosi condotto a visitare un capitano, gli favellasse sempre di saracinesche, mezze-lune, false brache, controscarpe ed altre opere della fortificazione, di cui egli non intendeva niente, e il capitano era peritissimo, invece di tenere proposito di costumanze e di leggi in cui meritamente godeva fama distinta.[33]La corruttela, decadendo l'impero romano, assunse lo stoicismocome maschera, la tirannide la prese in parola, ed irridendo lo sottopose ad esperienza di sangue.
Adesso mi prende vaghezza di raccontare un fatto, il quale siccome conferma mirabilmente le proposizioni enunciate, così ancora è fecondo di applicazioni efficaci. Sagunto, città alleata di Roma, si era mostrata in certa occasione infestissima ai Cartaginesi, i quali avendola presa in odio, le mossero guerra, e di aspro assedio la strinsero. I Saguntini ricorrendo per soccorso ai Romani, i mali orribili ai quali si trovano condotti riferiscono, la religione dell'amicizia e la santità dei patti invocano, Roma difendersi in Sagunto dimostrano; e tutto invano. I Romani (secondo narra la fama che per tre giorni agli Abderitani avvenisse) erano ebbri: non gli ascoltarono; immemori della consueta maestà, i concetti generosi obbliando, o sprezzando, dentro un infelice cerchio d'interesse momentaneo si costringono, si chiudono la porta del futuro, e con una parola miserabile l'arbore glorioso e trionfale, educato dal senno e dalla virtù degl'incliti capitani, sterilendo esclamarono: —l'oro e il sangue romani sono per Roma!
Otto mesi interi l'assedio di Sagunto durava, quindi nella lunga agonia abbandonata periva. La morte rese immobili le labbra dei Saguntini, e non pertanto con bene altra voce che questa nostra non suona, i sepolcri proclamarono al mondo la infamia di Roma.
Però presso i Romani non si trovò nessuno il quale o tanto amasse la perfidia, o tanto procedesse nemico al pudore, che asceso sopra i rostri così annunziasse la rovina della infelice città: —Quiriti, la pace regna in Sagunto!
E la pena in breve tenne dietro alla colpa. Prostrata Sagunto, ecco i Cartaginesi si apparecchiano a invadere la Italia. I Romani pensosi per tanto turbinedi guerra mandano ambasciatori in Cartagine, fra quali Q. Fabio, a provvedere alla salute della patria. Le blande proposte provocavano superbe risposte; dichiarata la guerra, gli ambasciatori si conducono nella Spagna allo scopo di tenere bene edificati quei popoli, le alleanze antiche confermare, procurarne delle nuove, dare ad intendere comune nemico essere i Cartaginesi, e come tale si unissero ai Romani per combatterlo. Furono da per tutto ributtati, e dai Seniori dei Volsci in ispecie alla presenza del senato così duramente ripresi: «Quale insania, quale impudenza sono elleno queste vostre, o Romani, che osiate richiederci, affinchè noi alla amicizia cartaginese preponiamo la vostra? Chi più si mostrò infesto ai Saguntini; i Cartaginesi, o voi altri? Costoro li sterminarono avversi, voi li tradiste benevoli. Andate, e fatevi a cercare alleati là dove non sia giunta notizia della saguntina strage.»[34]
Quindi Annibale scese in Italia, e quindi Ticino, e Trebbia, e Trasimeno, e Canne: — spaventevole espiazione!
I Romani espiarono la colpa, e fecero senno. D'ora in poi, non che gli amici e i confederati sovvenissero, gli stessi popoli vinti con ogni maniera di blandizie tennero bene affetti; anzi conoscendo come sovente la ingiuria nell'onore, nella vanità aspreggi più il sangue, che quella fatta nelle sostanze, avendo avuto bisogno nell'ultima guerra punica, in difetto di uomini liberi, di schiavi, a istigazione di Tiberio Gracco mossero una legge con la quale ordinarono pena del capo contro qualunque rimproverasse loro la Servitù.[35]Arti romane erano dettare leggi ai popoli.[36]Romani esercizi vincere i superbi, e perdonare ai vinti. Ufficio romano disciplinare a ordinato vivere civile i popoli volenti.[37]Non solo i popolidel mondo, ma gli Dei stessi si riparavano all'ombra del Campidoglio e del Panteon. Simbolo della maestà romana diventarono a ragione i fasti consolari: un cumulo di verghe costrette di lacci tenaci, e Roma nel mezzo, sotto forma di scure, pronta alla difesa, alla offesa terribile. — Così i Romani con sapienza e giustizia, meglio che con le armi, dominarono l'universo, e quando nel giorno della sventura ebbero mestiero del sangue e degli averi dei confederati, chiesero con fiducia soccorso, e con agevolezza l'ottennero, non più temerono le sdegnose parole dei Volsci, e non invano sperarono che le placate ombre dei Saguntini non irrompessero dagli aperti sepolcri gridando: «Guardatevi dai traditori!»
Certo non forma argomento di questo breve discorso la esposizione delle cause per cui Roma, dalla più sublime magnificenza alla quale Dio concedesse mai ad una generazione di uomini pervenire, decadesse in fatali rovine. Gibbon e Montesquieu lo hanno già fatto. Ma in pochissimo stringendo il molto, basti allo scopo nostro affermare, che la ingiustizia, la ipocrisia, la rapina, le fedi rotte, i codardi abbandoni, il patteggiare co' barbari, la viltà, i vizi, e le infamie pubbliche e domestiche, condussero l'impero Romano a condizione sì estrema, che supera qualunque lutto.
Corrotti i costumi, a nulla valsero le leggi, che senza quelli possono assomigliarsi a flauti senza sonatore; splendide di saviezza furono le costituzioni di Nerone, di Domiziano, di Comodo, di Eliogabalo, di Caracalla e degli altri bruti, piuttosto che imperatori, come scrive Giuliano neiCesari,[38]e la giustizia agonizzante periva. E in quella guisa, secondo la sentenza di un filosofo antico, che la copia delle medicine e la frequenza dei medici danno manifesto indizio di moltee gravi malattie, così la moltiplicità delle leggi indica gli ordini civili guasti profondamente.[39]— E mancata la prestanza militare, alla quale compartivano i Romani per antonomasia il titolo divirtù, a nulla valsero le fortezze. Le fortificazioni del Reno con tanto studio innalzate dall'imperatore Valentiniano non contennero gli Alamanni irrompenti, nè i Quadi quelle del Danubio. Disprezzate o prostrate le muraglie costruite nell'Armenia, Cosroe potò minacciare Costantinopoli. Il passo delle Termopili, difeso dal codardo Geronzio, non trattiene un momento Alarico e i suoi Goti: meglio era lasciarlo vuoto, chè la memoria dell'estinto Leonida sarebbe stata più temuta assai che la presenza del capitano di Arcadio. Le fortezze senza coraggio si assomigliano alle spade poste per decorazione sopra i catafalchi dei soldati nel giorno dell'esequie. Non fosse, non muro, non bastita mai gioveranno tanto alla salute del popolo, come il sentimento che pose in bocca degli Spartani (ai quali per istatuto di Licurgo era vietato circondarsi di mura) queste parole, allorchè Pirro assaltò l'aperta patria loro con 25,000 fanti, 2000 cavalli, e 24 elefanti: «Se tu sei un Dio, non angustierai quelli che non ti offesero: uomo, avanzati, troverai uomini pari a te stesso.»[40]
E nessuno dei popoli che vissero, o vivranno nei secoli, sia tanto, non dirò superbo, ma stupido, che voglia paragonarsi ai Romani. La mano romana non irrigidiva nella Scizia per gelo, nè per calore si prostrava nell'Affrica. A noi una frazione dell'antica Numidia arde i guanti, e scotta le mani; poniamola giù via, lasciamo andare una provincia che Cesare avrebbe donato maggiore a qualche suo famigliare! Ma che dico io maggiore? Cesare si offriva pronto a donare a M. Ofrio raccomandato di Cicerone tutto quel paese cheoggi si nomina Francia, protestando, che se altri amici aveva a raccomandargli, a lui non sarebbero venuti meno i regni da elargire[41]I Romani, quasi in sollievo dei brevi ozi, gittano ponti sopra il Danubio, che tuttora rimangono; tra il Clyde e la Twede fabbricano muraglie in Brettagna, nelle sabbie infocate dell'Affrica costruiscono strade, per le quali noi pure oggi passiamo, intorno alle quali noi spenderemo dieci anni a rassettarle, per vederle tornate guaste tra cinque. I giuochi stessi di cui occupiamo l'efemeridi nostre, le splendidezze e le magnificenze sono trastulli da infanti a paragone delle romane. Un giullare americano ci empie di maraviglia scherzando co' lioni, e Marc'Antonio percorreva Roma sopra un carro tirato da questi medesimi animali, Eliogabalo da tigri. — Lucio Metello 142 elefanti, M. Scauro 150 tigri, Silla 100 lioni, Pompeo 410 tigri, 500 lioni, elefanti, ed altre assai belve, Augusto 36 coccodrilli, Tito nella dedicazione del Colosseo 500, o, come Dione Cassio assicura, 9000 fiere gittavano a straziarsi nei circhi per diletto del popolo. Cesare lastricò il gran circo di argento, Eliogabalo lo sparse di polvere di oro. I teatri erano capaci di 150,000, e perfino di 485,000 persone.[42]Eh via! lasciamo degli antichi Romani; noi altre squallide anime dei popoli moderni, loquaci, presuntuose, infingarde, buone insomma a nulla, assomigliamo a quei magnanimi trapassati come una lumaca a un cavallo di battaglia.
Ma quando la virtù non fece perdonare altramente la potenza, e il diritto dei Quiriti, esteso da Giustiniano alle Provincie, non fu ampiezza di onore, ma comunione odiosa di viltà e di tributo; quando i popoli soggetti videro le mani romane spiegate sempre alle rapine, e non più strette al brando, e come gregge si trovarono venduti in prezzo di paci infami; quandofinalmente, dimenticati i magnifici concetti della repubblica, prevalse la turpitudine dell'impero, allora quel così tanto stimato nome romano, a caro prezzo perfino una volta comprato, non pure si repudiava e fuggiva, ma con orrore si abbominava.[43]
Venite, e vedete se mai fu pena eguale a quella dell'impero romano. Dalle più remote regioni si mossero popoli, quasi ad un convegno di vendetta, per istraziare le membra d'Italia, ed erano di quei popoli che Mario atterriva con solo uno sguardo. Qui si riunirono genti nate fra i geli della Scizia e gli ardori dell'Arabia per depositarci sul capo un tributo di obbrobrio, nella guisa che costumavano di fare gli antichi Greci sopra la vittima espiatoria destinata ad essere lanciata negli abissi del mare.[44]Da ora in poi gli sfregi sopra la faccia compongono gli annali di Roma. Di lei non avanza neppure la rovina: naturali e stranieri congiunsero le mani per seppellirne perfino la tomba; imperciocchè la tomba medesima era argomento di troppa vergogna pei primi, di troppo terrore ai secondi.[45]Per grado estremo di decadenza, il nome romano stette a denotare pei barbari quanto di più abietto è mai dato d'immaginare: «Noi altri Longobardi, scrive Liutprando, vescovo di Cremona, legato dell'imperatore Ottone, allora quando presi da sdegno vogliamo offendere un nostro nemico con qualche grandissima ingiuria, non sappiamo immaginarne altra maggiore di quella, che chiamarloRomano.»[46]
La caduta delle foglie d'autunno, l'arena travolta dal turbine, la nebbia dileguata dal sole, la spuma del mare dietro nave che passa, il fumo nell'aria, lo strascinare del serpe sopra il granito, formano materia malinconica ad altrettanti paragoni per denotare la traccia dei popoli nel seno del tempo, come lo potrebbero delpari per accennare la traccia del tempo nel seno della eternità. E nonostante, una rovina così profonda duole al nemico stesso; imperciocchè l'odio non vorrebbe togliere il sentimento della vergogna e del dolore. Queste sono le piagheChe Annibale, non che altri, farian pio.[47]
E la misura della vendetta non sembra anche colma. Popoli civili non ci hanno calpestato meno duramente dei barbari. Filosofi e poeti di alto intelletto ci oltraggiarono di contumelie non meno acerbe di quelle che Longobardi o Goti profferissero. Se essi abbassarono lo sguardo nel calice che la Provvidenza ci destinava a trangugiare, già non lo fecero mossi dal pietoso pensiero di vedere se approssimavasi al fine, e dirci poi: «Fa cuore, fratello, egli è finito!» nemmeno per temperarne l'amaro con qualche dolcezza di affetto; all'opposto per riempircelo sempre di aceto e di fiele, per aggiungervi assenzio. — Se hanno steso la mano alla corona del dolore, è stato per conficcarci le spine più addentro nel cranio. Se posero il dito nelle nostre ferite, non fu per lenirle di olio e di vino, come il Samaritano, sibbene per invelenarle coll'arsenico. — Se ci tennero dietro in questa lunga giornata di secoli a vederci portare la croce, nol fecero per soccorrerci a modo del Cireneo, ma per respingerci dall'ombra se vi cercavamo un refrigerio al capo che ardeva, per contendere una stilla di acqua alle labbra febbrili, siccome corre fama che facesse a Cristo Aasvero il giudeo errante. Fra gli aneliti della nostra agonia mescolarono truci sarcasmi: i nostri occhi gravi di morte mal potendosi sollevare al cielo, il quale pure si mostrava crucciato, furono costretti a vedere l'ammiccare schernitore delle loro bocche: i nostri orecchi, percossi da tintinnii funesti, se mai tornarono ad acquistare la facoltà dell'udito,non ascoltarono altro che rampogne e scede e motteggi obbrobriosi. — Noi miseri, e voi non felici!
Che se pensaste come per tutti venga ildies iræ, — e, come giunta l'ora, neanche al Figliuolo di Dio fosse dato rimuovere dalle sue labbra la bevanda, — assumereste spirito di carità, e deporreste la protervia insolente. — Insultava egli Mario a Cartagine? Vedetelo rovina di un uomo non inferiore alla rovina della emula di Roma: Mario sta seduto sopra un altare rovesciato, e pensa, con ispirito dimesso, come provincie e popoli e tempi e Numi si disfacciano sotto la forza prepotente del Fato.
E nonostante io domando perchè l'impero romano caduto commuove tanto perenne tesoro di vendetta, ed ingiuria? Perchè non si perseguitano con odio pari gl'imperii dei Faraoni, de' Tolomei, dei Califfi, e degli altri potenti della terra?
E mi sembra potermi rispondere con verità: Perchè l'Eterno non commetteva a verun popolo del mondo così magnifica opera come al romano, e a verun popolo mai egli affidava così gran parte d'intelligenza e di forza per bene eseguirla. Il popolo romano fu il mandatario più infedele della Provvidenza, quello che calpestò più ingrato maggiori doni di Dio. Il popolo romano aveva avuto missione di felicitare la terra, ed ei la fece una cloaca e un sepolcro.Discite juistitiam moniti, con quello che segue.
Ora chi ha letto, veda se possa trarne argomento per giudicare il presente, e presagire il futuro. La immagine di Giano bifronte non è simbolo bastevole per la storia, imperciocchè ella abbia tre faccie. Serbarono i cieli a questi tempi nostri, che superano in durezza ogni più duro metallo, udire dalla tribuna di un popolocristiano scendere a modo di maladizione sopra i martiri le parole:l'ordine regna in Varsavia. — Coteste parole parvero e furono, pel mondo spaventato, somiglievoli al suono di un coperchio che cada a chiudere la bara di una nazione! Tutti i cuori commentarono col ribrezzo della paura la sentenza lugubre di Tacito:ubi solitudinem faciunt pacem appellant!Certo non io pretendo che un popolo lasci gli esercizi della sua vita, e patria e famiglia, ed ogni altra cosa più caramente diletta, e versandosi fuori dei confini della sua terra provveda alla fortuna di un altro popolo cimentando la sua. E poi, rompere una catena non significa ristaurare la libertà. La potenza non si acquista per via di procuratore: bisogna saperla prendere da sè, e da sè mantenerla; ma, e neanco consento che una nazione grande si ponga a guisa della meretrice della Scrittura su i canti a tendere lacci di morte con iniqua blandizie.[48]— E cotesta meretrice, ai derelitti scampati dallo eccidio, qual dava ristoro per la strage dei parenti, le sostanze perdute, la patria abbandonata? Un pane composto con farina di obbrobrio, con lievito di disprezzo, con acqua di lagrime, riarso dall'ardore di rinfacci continui, e pesato dalla mano dell'avarizia:pane dato con la balestra.Viene per tutti ildies iræe se Dio talvolta non solleva immediatamente la mano al castigo, non torce mai i suoi occhi altrove; e questo popolo dovrebbe sapere che non possono le nazioni mantenersi grandi senza essere generose, e per lei venne più volte il dì della ira, perchè più volte mancò di fede. E dovrebbe però pensare che se adesso non si trova ridotto a servaggio infelicissimo, era fortuna non senno. Fortuna, perchè la gente mossa da settentrione ormai possedeva terre coltivate e industrie e città, e aveva lasciato a casa beni e famiglia; — fortuna, perchè i conquistatori troppi non si trovarono d'accordosopra le parti della preda. I barbari che invasero lo impero romano, comunque formati di popoli diversi, componevano un corpo obbediente a un capo, e si traevano dietro in tende o in carri quanto governa con amore l'anima umana. Che cosa faceva in cotesta agonia il popolo ingannatore? Quello che fanno le vittime apparecchiate al sagrifizio.... lambiva il coltello che gli stava pendente sopra la gola. Se cotesto giorno tornasse, chi chiamerà costui? Dove troverà egli alleati? Quali adunerà nella ora del pericolo nemici? I tuoi amici per colpa tua giacciono nel sepolcro. Guai a lui se chiamasse! Gli spettri dei popoli scoperchierebbero le sepolture per dirgli come al malvagio Riccardo: — Disperati e muori! — Poichè hai fatto piangere tanto, o farfalla insanguinata, sarebbe anche giusto che nell'ora della tribolazione tu sentissi ilrideboe ilsubsannabodelle Sacre Carte. Il bel fiore della libertà, nudrito dei divini pensieri della sapienza, educato dall'amore dei principi e dei popoli, castamente cresceva, e tu due volte lo hai colto per inghirlandarne la fronte svergognata di una cortigiana e la coppa della ubbriachezza. La prima volta tu lo contaminasti di sangue, sicchè divenne spaventevole ai principi, sospetto ai popoli; la seconda tu lo contaminasti di vili pensieri, sicchè tutti volsero gli sguardi altrove, come da cosa piena di schifezza. Se questo spirito di vita potesse mai aborrirsi, tu non ti sei astenuto da fatto o da detto che lo rendesse odioso per sempre.Stattene all'ombra dei gran gigli d'oro; statti contento al fiordaliso: egli solo è degno di te.
Tu vanti: che per non perdere tempo a imparare le lingue altrui, con la forza delle armi insegnasti al mondo la tua.[49]— Avresti dovuto dire con i tuoi cuochi, di cui popoli le cucine del mondo; avresti dovuto dire co' tuoi ballerini; e più ancora co' tuoi parrucchieri. Ilgran capitano, giovandosi delle braccia nostre, ti condusse tuo malgrado a correre l'universo; ma che potevi tu farti di tanta gloria? Tu vi gemevi sotto come se fosse stata una croce, e non rifinivi mai da chiamare il Cireneo che te la sollevasse; e un bel giorno tu la gittasti a terra, come peso troppo grave alle tue spalle. Minacciatrice superba con Buonaparte, egli scomparso tu diventasti a un tratto e serva e mima e danzatrice dei tuoi vincitori. Per Dio! Eglino stessi non avrebbero voluto vederti precipitata in tanta bassezza, imperciocchè i vincitori amino potere rispettare il vinto: non fosse altro per fare comparire più bella la propria vittoria. L'aquila gloriosa lo seguì nella sua rupe traverso l'Oceano, e si posò con lui dentro al sepolcro; e tu vi sostituivi il gallo, simbolo anche troppo magnanimo alla tua condizione. Veramente il tuo genio ti conduce come un vento a scorrere la terra, e mescerti importuna in ogni vicenda, e tutto involare per recartelo a casa, e guastarlo imitandolo, a guisa di scimmia che imiti l'uomo. Una splendida azione tu converti in miniatura da ventaglio, la effigie di un grande uomo in boccetta di acqua odorosa o in iscatola da sapone. Ma il maggiore tradimento che mai abbia sofferto la virtù, tu lo commettevi ai dì nostri. Ahimè! per te l'onore non ha più entusiasmo, la fede convinzione, la patria affetto, lo ingegno scopo di gloria. Per te il Dio milione regna e governa; per te si rese manifesto come anima umana a diuturna, pertinace e continua corruzione, non regga; tu hai pubblicato la tariffa del prezzo che si vuole per imporre silenzio a taluni, per indurre a favellare tali altri, per comprarli tutti. Il collegio dei tuoi rappresentanti è quasi una orchestra, ove ognuno ha scelto la sua parte: chi dà fiato ai tromboni, chi tempra le corde dei violini per suonare, a fine di conto insieme uniti, lasolenne sinfonia della pubblica imposta. Nè mi si dica: fatali essere gli sconvolgimenti politici, averci i popoli a guardare bene due volte; imperciocchè a me pure paia così, ma non vi sarebbe punto mestieri di partiti estremi, e le leggi pongono facoltà di rimediare al male, e se nol fai, segno è che non vuoi, epperò meriti il manto che ti se' gittata sopra le spalle. Dio ti avea posta come il cuore nella Europa, perchè tu palpitassi per tutti, ma tu hai impietrito il cuore, e ti sta morto in seno più che Napoleone dentro la cappella degl'Invalidi. — Ma forse non è senza consiglio supremo che ciò succeda, volendo la Provvidenza mostrare nuovamente in te come le nazioni quanto più furono beneficate da lei, tanto più saranno punite del tradito mandato. Se te avessero divisa, e ad ogni brano preposto un duca o marchese, e riempitolo di armi straniere, or che faresti?... Dunque non insultare alla miseria altrui: