PARTE PRIMAIl Lago Maggiore

PARTE PRIMAIl Lago MaggioreI.Che intitolo prefazione, onde il lettore lo salti a piè pari.

Tutto il mondo è paese.Prov. ital.

Tutto il mondo è paese.Prov. ital.

Tutto il mondo è paese.Prov. ital.

Tutto il mondo è paese.

Prov. ital.

Uno zingaro?Ma ce n'ha ancora degli zingari, fuorchè nella Russia e nelTrovatore? — Perchè, non ce ne dovrebbe più essere? Lo zingaro non è forse un pensiero errante di paese in paese, facendo suo con ardita frode quanto non gli verrebbe concesso dall'umana avarizia? Ammesso — il che veramente non so — il paragone, lo zingaro può avere subìto trasformazioni, non mai essersi perduto. Permettete, signor mio, che io cerchi di vincere, s'è possibile, la vostra ritrosìa nell'accettarmi a compagno, evocando i benigni influssi dell'eloquenza tradizionale de' miei avi novellatori e poeti: tolleratemidieci minuti... Non sono discreto? Ne spendete tanti a sopportare il trionfo della ciarla su pelle gazzette e nei parlamenti!

La storia dell'umanità nella nostra tribù dividiamo in tre ere: la scoperta della foglia di fico, quella dell'America e questa della fotografia. Dopo la fatale scoperta dei primi nostri nonni, ecco l'uomo-zingaro che migrando dall'Asia percorre poco alla volta le plaghe mondiali, lasciando qua e là un lambello del suo saio. Quell'età non avendo lasciato giornali, nè ritratti d'illustri contemporanei, per mancanza di sicuri documenti veniamo alla seconda. Scoperta l'America, gli zingari si precipitano su di essa: a sentirli sono venuti a seminare la libertà e le patate; tutto d'allora in poi deve spirare amore, felicità. Mentre gli umanitarii cianciano di quest'inezia di riformare quel mondo, pillottando colle solite spezie della cristiana uguaglianza e dei civili diritti la tiritera; mentre gl'indigeni buoni e semplici come un popolo che non sa un'acca di mutuo soccorso e di monte di pietà, aprono un tanto di bocca dalla meraviglia, i missionarii iniziano la riforma facendo scomparire nell'abisso delle loro tasche i tesori di quelle fortunate contrade: siccome però il mestiere di moralista è meno facile di quanto si crede, il tiro si scopre, proteste, recriminazioni, rivolta; il torto è necessariamente degli Americani poichè l'astuzia, la forza è agli zingari. I quali, smessi i lenocini della ciaccola, pagano a misura di carbone la cordiale ospitalità americana.

Un bel dì però, per solenne grazia del proverbio, il gruppo venne al pettine, e gli zingari,scardassati addovere, sono costretti ad alzare i tacchi da quella terranon ancora matura.....

— Ma — lasciando la storia in disparte — questi non mi paiono gli zingari della tradizione....

— Eh! pensate se li conosco! Lo zingaro è volgarmente un vagabondo che va dicendo la buona ventura nelle capanne del contadino, pei trivii, nelle osterie e nelle canove in tempo di mercati, di fiere e di feste; sa rattoppare qualche volta i caldani e le pentole; compone farmachi e filtri preziosissimi; vende ai più generosi il prezioso segreto — oh! datene un po' anc'a me per amore di Dio! — di farsi amare; commuta minuterie dorate senza valore con antichi smanigli d'oro, non perdendo il destro d'accalappiarvi con quella sua cera da nesci e di farvi sparire di mano l'anello che ricusaste di vendergli.

Ma ora tutta questa scienza a che può ancora servire? Vendono tuttora augurii di nozze e predizioni di fortuna? O, visto che nella capanna affumicata del contadino, comincia a penetrare la luce che guizza dai centri di civiltà e di corruzione, lo zingaro, nascosti nella foresta il tamburo, le nacchere, le carte divinatrici e la non più magica bacchetta, non è entrato di contrabbando nella città, e con mille vicende di fogge e di fortuna, non s'è fatto ora sollecitatore d'impieghi o tagliaborse, letterato di plagi e d'occasione, giornalista o mezzano? E la scienza per cui gli riusciva di imbarcare il lunario nei boschi deserti, fra i monti incresciosi, sarà poi sì feconda in espedienti dafar fronte alla desta oculatezza dei cittadini, da sapere con rapida mano ordire trame impercettibili che pure ad un baleno si stringano sì fortemente con mille nodi attorno al meglio esperto da torgli ogni scampo — e se fallisce, quando tutto sta per naufragare sotto i colpi d'un galantuomo che non vuole perire invendicato, da risospingerlo al largo dalle secche, risoffiargli in poppa vento e fortuna in barba agli onesti?

No, questa non è la nostra tribù — a cui non vorrete con dura parzialità negare l'istinto del progresso alla perfettibilità umana, che asserite innato in ogni creatura.

No, questa non è la nostra tribù. Il lezzo della società non fu mai la parte del mondo che ne sia piaciuto di notomizzare, anzitutto per un certo istinto d'avversione alle dissecazioni, d'orrore per la tabe; e poi perchè sappiamo per durata esperienza che gli è impossibile il compiacersi, come oggi si fa con tanto studio, nel diguazzare in quanto ha di più sucido il maremagno del vizio, sia brutalmente spudorato o sia inorpellato da larva di passione, senza inzaccherarsi un tantino i sandali, quand'anche vi aggiriate nelle eleganti sale ove non si balbetta motto a vanvera — ove, non come nel trivio, manca la scusa della malsuadente fame e dell'ineducazione: perciò se mai solleticava le papille della vostra curiosità brama di una storia terribile d'uno zingaro dalla bruna tinta e dallo sguardo felino, che d'avventura in avventura, sullerotajedell'adulterio e dell'omicidio, vi facesse correre per le vene il diaccio dello spavento od il fuoco della voluttà,serbandovi a morale della favola la bella soddisfazione di vederlo alfine fra le braccia dell'amata, riverginata — scusate la parola impossibile — dall'amorepuro, mentre l'esoso marito sta in fondo del quadro lungo, disteso, inchiodato da due righe di pugnale..... per verità vi siete ingannato!

La non sarà così perchè ne pare che tanta filza di delitti non possa essere figlia della serenamente gioconda fantasia italiana, e perchè lo zingaro che vi fa invito a peregrinare con lui non appartiene alla tribù antica, tradizionale, se non per la comunanza..... del peccato originale.

L'antica s'èriabilitata, direbbe un drammaturgo, e la nuova non è meno curiosa. Anche essa corre, senza meta, balenando qua e là senz'altra guida che la bellezza della natura; — anch'essa ama le sagre, le fiere, i mercati per cogliere sul fatto la scena animata dei mille popolani dalle diverse foggie, dai diversi tipi; — anch'essa se può giuocare un bel tiro, lo fa con tutta coscienza, e ruba a man salva ad un crocchio di ciarloni il racconto che dice più d'un in-foglio su quella gente, un idilio d'amore ad una bella ragazza, il secreto d'una lagrima come d'un sorriso. Alcuna volta, quando il demone ruggente dell'arte non l'agita, e così gli è obbligato a starsene a bocca asciutta innanzi alla festosa mostra di cento zane di saporite frutta.... allora stende la mano ad una vezzosa fanciulla per averne un grappolo d'uva ancora imperlato dalla rugiada, una pesca erubescente... e non dubitate della sua riconoscenza, veh!

Allo zingaro non mancano modi di trarsi diimpiccio: quante volte pagò lo scotto della cena frugale, narrando alla bella ostessa una fantastica leggenda, con sì strana eloquenza rappresentandole i casi amorosi di fate, ondine e silfidi, di genii e di spiriti, che davvero parve alla curiosa di vedere laggiù nell'ombre l'amante tradito fra paurosi fantasmi, e di sentire sotto la scranna il rantolo del lupo che venne ad ingollarsi la perfida!... Chi osa rimprocciare la bella albergatrice se per schermirsi dagli amanti morti e dai lupi vivi si allaccia strettamente allo zingaro?

Dirvi come la tribù nuova fiammante veneri come pura sorgente d'inspirazione la bellezza variata della natura, culto da cui sorge necessariamente il disprezzo per ogni affettazione; riassumere, anche per sommi capi, l'indole bizzarra del suo umore; dirvene, fuggendo, vita e miracoli, sarebbe ad un tempo noiosa cosa per voi e pericolosa per noi.

Ma se poi non isdegnate la compagnia di questi zingari di buona pasta che intessendo alle descrizioni leggende e fantasie vi guida — senza bagnarvi — negli antri muschiosi ove fra i canneti lacustri amoreggia l'avvenente Verbania; nei casolari montani fra le usanze patriarcali; sulle diacciaie alpine a conversare colle nubi; sui nembosi picchi supremi a cantare un inno al sole, alla libertà, ed a farvi considerare di lassù che bruco microscopico è il cosiddetto re del mondo — accettate la mano e proverete che lo zingaro fra le divagazioni della mente e le aspirazioni del cuore non dimentica il positivo della vita, quella catena che ne rammenta ad ogni slancio che dessa è troppo corta e cheil senso governa più della ragione il mondo, guidandovi in alberghi d'ogni fatta, quando il paese sia poco ospitale — e per giunta, se non pagherà lo scotto, condirà colle sue novelle la refezione.

E poi chi sta a cà niente sa.

Via, smetti l'abito incomodo che t'insacca; indossa la veste casalinga del viatore; allaccia calzari che sfidino le mordenti scheggie e le acute punte delle roccie; armati di lungo bastone ferrato ed uncinato che ti servirà d'appoggio e di spinta, di leva e di scala per l'erte e per le diacciaie — e quand'anche la tua borsa non sia sonante di molte monete d'oro, vieni, lo zingaro insegnerà a te ancora a raccontare lastoria del lupoalle belle ostesse.

Se mai l'aspetto di diverse genti, la disuguale misura del bene e del bello col brutto, la lotta continua del debole col forte, l'armonia sublime della natura non caccieranno la noia che ti prostra intelletto e corpo nell'afa neghittosa del fannullare, lo zingaro con fratellevole cura ti guiderà a quelle regioni — ove si slancia sì sovente e con tanto desiderio il pensiero — che miseria di mente e di cuore fanno chiamare dell'impossibile...

Non rigenereremo l'umanità, ma non ci annoieremo, forse.

Intanto l'aurora festosa già piove le sue tinte onnicolori, la frescura del mattino ne invita; partiamo... all'Alpi!

Un istante: anzitutto lo zingaro, secondo l'antica usanza de' suoi, tolta nelle mani la vostra destra, dovrebbe spiattellarvi l'avvenire come il passato, farvi i più lusinghieri augurii cheegli si sappia.... ma che volete? Egli, visti fallire i più cordiali vaticinii, da buona pezza tiene seco loro broncio, ed amico qual è degli antichi adagi, a chi lo richiede di predizioni, risponde:

Chi il tutto può sprezzare, possiede il mondo.

Così sia.

Uomo lento non ha mai tempo.Prov. ital.

Uomo lento non ha mai tempo.Prov. ital.

Uomo lento non ha mai tempo.Prov. ital.

Uomo lento non ha mai tempo.

Prov. ital.

.... e la vaporiera fugge rapidamente pei piani del Novarese, mentre l'occhio posandosi appena sulle borgate, sulle castella che si succedono una all'altra come le apparizioni d'un sogno febbrile, assiste ad una serie di scene più o meno curiose, varie sempre.

Così sparve Novara, Bellinzago ed Oleggio che dalla sua altura contempla il bel pian lombardo, e la vaporiera arrestata un minuto, rifugge verso il Lago Maggiore.

Presso lo scalo d'Oleggio vidi la storia della civiltà compendiata nell'area in cui i vetturali attendono l'arrivo delle merci destinate a quella cittadina. V'era il carro co' buoi, pesante, senza sponde, colle quattro ruote eguali e massiccie, il timone convergente all'insù e le cornute bestie che guardavano con occhio stupito la locomotivasbuffante, e parevano appuntarsi sui pie' dinnanzi per timore di appressarlesi. V'era il carrettone dalle due altissime ruote, disadorno, coi cavalli attelati uno a coda dell'altro; la carrettella corrente; il cocchio de' nostri padri incomodo, sicuro, e l'elegante carrozza a doppie molle, verniciata lucente come uno specchio, leggiera e per ogni modo d'ornati e di agi vaghissima.

Fra l'una e l'altra di queste vetture stavano secoli e stanno: dal carro de' buoi alla carrozza, il divario tra l'età dell'oro e l'età del ferro; ma fra essi e la vaporiera un mondo, una distanza quale fra l'antico copista e Bodoni, fra le torri a segnale ed i telegrafi elettrici, fra il volgare ed il genio....

Occupiamo i pochi minuti di fermata osservando quegli antichi veicoli. Se la vaporiera ha immensi meriti, non siamo tanto ingiusti da negare ad essi i pregi per cui furono tenuti in conto dai nostri babbi. Oh! quando mi ricordo il bel tempo in cui piccino sedeva a capo del carro, poggiando i piedi sul timone e con impazienza infantile andava punzecchiando gli inirritabili buoi ad accelerare il passo verso i campi, ove poi di corone di millefiori loro cingeva le corna ed accarezzava con mano fidente il muso velluto e divideva con essi la merenda con mille feste dei compagni, io non ho più il coraggio di ridere dei viaggi eterni per cui i nostri vecchi si facevano saltellare le budella in corpo con una velocità in ragione di due ore per miglio. Due ore! La vaporiera quando le talenti, unisce Torino a Milano nello stesso spazio di tempo..... ma ch'è questo vociare?

Una decina di ragazze, cogli spilloni d'argento che irradiano il capo, sta sopra uno di quei carri, ridendo e scherzando fra di loro: alcuna accenna al viaggiatore che dai carrozzoni della via ferrata ammicca con sguardo procace: questa riconosce fra i discesi allo scalo il suo bulo e lo vorrebbe, senza ch'altri se n'avvedesse, fare avvertito della sua presenza, mentre con una certa solfa tra il mesto d'una monotona cantilena e la languidezza d'una canzone che non è in voga, una voce sfibrata canterellava:

Novara, NovaraL'è bella città;Si mangia, si beve.Allegri si sta!

Novara, NovaraL'è bella città;Si mangia, si beve.Allegri si sta!

Novara, Novara

L'è bella città;

Si mangia, si beve.

Allegri si sta!

Se tutta l'allegria dei Novaresi consiste nel mangiare e nel bere, come dice senz'altro la strofa, l'ha da essere una gaiezza molto dubbia, pensai; ma già ai poeti debbonsi accordare molte licenze, ed io non trovando miglior modo di sciogliere la questione, dimenticai il vate del campanile di S. Gaudenzio per riguardare quel veramente allegro gruppo di belle e non belle e tutte allegre contadine, le quali — ora che ci penso — mi ricordano a meraviglia un viaggetto fatto con una bella ritrosa sopra una stradaccia di campagna, tutta sassi e gore, per cui ad ogni improvvisa scossa io mi inchinava verso la giovinetta, e non è a dire s'io secondassi o non l'impulso,e viceversa, come dicono appunto delle vetture; finchè il carro essendo ad un tratto entrato nei profondi solchi di un campo, la vicenda dell'inchinarsi si fecesì violenta e rapida, che io coll'unico scopo di preservare quella cara personcina da ogni urto, non trovai che il mezzo di avvinghiarla strettamente nelle mie braccia....

Un fischio — diretto forse alle mie reminiscenze — eccheggia fra le mura dello scalo, — un secondo acutissimoche passa gli orecchi, come dice un vicino, e tutto il convoglio si move, cammina, corre, rivola.... così il tempo da quei dì! Così pure io lascio nello scalo di Oleggio le riflessioni storiche sugli altri veicoli: il lettore non l'avrà a male; del resto sa dove andarle a prendere.

Campi, risaie, prati, boschi, giardini, case, uomini ed animali, tutto resta indietro: la vaporiera è la nemica per eccellenza del verbostare; essa corre da un popolo all'altro; cancella un pregiudicio a cui centomila volumi non bastarono; annulla i dialetti mettendoli a contatto, e insegna colla necessità la lingua nazionale, spegne l'ardente face delle antipatie, facendo conoscere con quanto equilibrio le eccedenze della forza di una regione compensino il manco di saggezza in un'altra, la virtù militare l'indifferenza artistica, la gentilezza dei costumi la sapienza civile, eccita e diffonde industrie — fa l'Italia.

Ben a ragione certi governi avversarono quest'invenzione che rivaleggia per la forza morale colla stampa!

Dell'inferno è dessa senza dubbio, dice con terrore il buon contadino nella notte quando dalla mal connessa impannata della finestra della capanna vede laggiù nella tenebria correre un fantasma dagli occhi sanguinosi, la bocca ardentee la fronte fumosa, mentre l'aria echeggia d'acuti sibili e la terra seminata di carboni ardenti trema sotto i piedi.... Ma direbbe egli che l'inferno inspirò ad un mortale questa terribile scoperta, s'egli sapesse che, mercè sua, si vince il tempo e la distanza, e suona con cristiano affetto la voce: Dammi la destra, anch'io sono tuo fratello?

La vaporiera è dunque la più bella figlia della civiltà, poichè dessa non serve soltanto a beneficio del commercio, sibbene ai più vitali interessi dell'esistenza morale. Qual è l'uomo che dalle marine guardi una nave ad elice sortire, malgrado i venti contrarii e l'agitazione delle onde, la prora dal porto, ammainate le vele, senz'apparente impulso, salpando per le più rimote spiaggie dell'Oceano, ove recherà il nome della sua nazione, — senza sentirsi sollevare dall'entusiasmo, senza sclamare: questa è la più mirabile opera dell'uomo!?

Vedete se col vapore si corre presto: in due minuti da Oleggio volai ai porti liguri e ne ritorno!

Il convoglio attraversava le alture di Borgoticino, quando poco lungi da quel villaggio mi apparve — eureka! — la prima conca del desideratissimo Verbano — fra il Vergante e la rupe della festosa Angera — il quale disserrandosi poi dai colli, cola pel Ticino, al Po, nell'Adriatico.

Una vaporosa nube si dislagava al cielo, ed i raggi vivissimi del sole di giugno penetrando qua e là fra gli squarci illuminavano con tale potenza di tocco la rôcca d'Arona, e laggiù in fondo la punta di Belgirate ove il lago si svolgea sinistra, che davvero il contrasto di quelle accese tinte colle ombre delle convalli armonizzava assai bene colla natura variatissima del quadro.

Un ultimo fischio e il correre si rallenta gradatamente, il convoglio penetra nei campi, ritorna a riva, entra sotto una tettoia, ove cento voci — Arona, Arona! — ti fanno accorto che sei finalmente giunto alla sospirata sponda di quel Lago Maggiore che nella fantasia t'apparve certamente come una regione incantata a cui sorrida eternamente cielo e primavera, abitata dalle più avvenenti ondine, dai più amorosi silfi.

Io vi confesso candidamente di non avere mai fatto questi sogni, e per la zinganesca mia esperienza che mi ha dimostrato i giudizi assoluti essere sempre in alcuna parte erronei, e il male dai mille aspetti mescersi con disuguale misura al bene, e perchè rifuggo dalle imaginose aspettazioni, le quali per lo più al contatto della realtà risolvonsi in dure delusioni. Mi pare quindi profittevole....

— Cosa fa il signore? Scenda, il convoglio non procede mica oltre....

— Benissimo; grazie. Parmi profittevole, diceva, di usare nel giudizio delle regioni che si percorrono, anche coll'intendimento di studiarle oltre l'epidermide, quella mite benevolenza che ogni onesto desidera praticata verso il campanile della sua parrocchia. Quanto al bello, al buono, quantunque spesso il miracolo non faccia il santo, il fidarvisi è la meglio; quanto al brutto ed all'incivile giova il credere che la virtù sta di casa dove meno si crede, e che tanti paesi, tante usanze... E poi gli uominila pensano così diversamente! Aprite un libro di proverbii — li dicono la più bella eredità che le generazioni si tramandino, la sapienza delle nazioni — sentite che armonìa di opinioni:

Chi sta bene non si move,eNon diventan porri che i trapiantati.Pietra mossa non fa musco,eChi vuol far roba, esca di casa.Chi disse donna, disse danno,eSenza donna a lato l'uom non è beato;

Chi sta bene non si move,eNon diventan porri che i trapiantati.

Chi sta bene non si move,

e

Non diventan porri che i trapiantati.

Pietra mossa non fa musco,eChi vuol far roba, esca di casa.

Pietra mossa non fa musco,

e

Chi vuol far roba, esca di casa.

Chi disse donna, disse danno,eSenza donna a lato l'uom non è beato;

Chi disse donna, disse danno,

e

Senza donna a lato l'uom non è beato;

e cent'altri grossolani e dilicati, che vanno d'accordo che gli è un gusto ad appaiarli!

— Signore — disse in quella unaguardiastazione, la stessa che m'interruppe già una volta — questa è l'uscita; e m'indicò la porta. Se questo dabbenuomo non mi cacciasse con tutta quella buona grazia di cui è suscettibile un guardiano di via ferrata, io vorrei, o compagno, dimostrarvi come la bellezza oggettiva abbia meno cultori di quanto è voce.... ma non c'è verso, egli m'insegue sino all'uscita.... Quest'insistenza mi desta un dubbio: ch'egli abbia inteso un motto delle nostre chiacchere più o meno estetiche, e voglia risparmiarne lo spettacolo poco architettonico della stazione? Chi lo sa? Dopo lademocratizzazionedel sapere, chi può giurare che sotto il saio dell'artiere non s'asconda la giornea del professore?

Chi tosto giudica, tosto si pente.Prov. ital.

Chi tosto giudica, tosto si pente.Prov. ital.

Chi tosto giudica, tosto si pente.Prov. ital.

Chi tosto giudica, tosto si pente.

Prov. ital.

Orta! — Angera! — Gozzano! — Varallo! — Domodossola! — Albergo della Posta! — Reale! — d'Italia! — A me il sacco! — Zolfanelli! — Sigari! — Ecco le strida che invariabilmente accolgono il viaggiatore all'uscire dallo scalo della ferrovia d'Arona: vociare che mette in non lieve imbarazzo il viaggiatore che non ha meta prefissa al suo vagare.

Per mia fortuna, fra tanti vetturali, facchini, camerieri e ciceronipro domo sua, una voce che partiva dal mezzo di una folta ispidissima barba, tuonò al mio orecchio, mentre mi sforzava di attraversare quella ressa di rompiscatole, il nome dell'ottava meraviglia del mondo e l'unica di Arona,il S. Carlone, e mi fece così risovvenire di un monumento intorno al quale aveva sentito nella prima adolescenza tante mirabilia. Si vada adunque al S. Carlone! Senza dare risposta ad alcuna delle insistenti domande — unico modo di liberarsene, a meno però vogliate farvi in dieci per non far torto a nessuno — mi avvio verso la cittadina, dando occhiatea destra ed a sinistra, come quegli che senza soffermarsi troppo vuole spendere poco e vedere molto.

Appena uscito dalla casona dello scalo, un bel giovinotto, dall'assisa di doganiere — ad Arona vi sono più doganieri che mercanti — con un garbo da farmi strabiliare, (poichè a me un doganiere era sempre parso il rappresentante della prepotenza legale, dei pregiudicii economici, la barriera che impedisce il bacio cosmopolitico dei popoli) mi fece ricredere pienamente, avvisandomi che se io desiderava imbarcarmi sopra un piroscafo, ilS. Gottardostava per salpare, aggiunto poi per soprassello che io avrei potuto girare e rigirare in lungo ed in largo il lago senza la noia del passaporto. Malgrado il desiderio di accettare l'invito della tintinnante campanella delS. Gottardo, io non volli partire senza visitare l'interno della città pittoresca — al di fuori — ed il famoso monumento al suo cittadino, benchè sapessi che vi sarei ritornato più d'una volta nelle corse ch'io aveva in animo di fare lungo le spiaggie verbanesi.

IlS. Gottardodiede l'ultimo tocco di squilla, si staccò con tutta facilità dallo scalo, e descritta una vaga curva, partì avvolgendosi, come d'un velo per difendersi dal sole cocentissimo, nei vapori della caldaia fumante.

Serbatomi per la vetta del colle di S. Carlo il giocondo spettacolo del lago, come un ghiottone serba ultimo il manicaretto più sapido, entrai in città.

***

Eccomi in Arona! Salve, città dei Borromei!

Seduta a riva del lago, pare tuttavia che tu ne sdegni la paternità, poichè ti volgi innamorata con occhi desiosi verso i clivi fiorenti di Oleggio Castello, lasciando al ceruleo nappo l'ammirazione della poco graziosa tua parte diretana. Almeno ne' calori della state le pendici superiori inviassero alle tue viuzzole il conforto delle aure profumate dei loro laureti!

Attraversando la città, contai trentacinque osterie, trenta preti e ventisette accattoni. Era il meriggio caldissimo, ed io passava correndo per involarmi all'afa soffocante che, uscita dai canali sotterranei delle vie inferiori, mi inseguiva minacciosa, quando una frotta di creature che facevano ressa attorno ad una casa di modesta apparenza m'impedì di proseguire oltre.

Erano ventisette accattoni.

Voi che avete da accarezzare — in tasca — unsovrano, se vi avviene d'incontrarvi in quella turba, è d'uopo lo consigliate d'addivenire ad una transazione costituzionale dividendo il potere, salvo a voi suo ministro di farvi forse rompere le invetriate dai malcontenti — o senza transigere coll'esigenze della situazione, corriate attraverso ai chiedenti senza ascoltare quelle voci supplichevoli che sono pure una rampogna....

Io mi arrestai. Qui più d'un ciarlone vi direbbe ch'egli, arrossendo quasi dell'eccellente salute, intenerito alle lagrime, divise la borsa coi mendici.... Io che non voglio farvi il tortodi credere che mi stimereste un cicino di più, quando vi dicessi che ho dato a quegli infelici un obolo — che il più delle volte è un soldo asciutto come il sistema decimale — non vi dirò nemmeno d'aver fatto alcune considerazioni economiche sulle trentacinque osterie ed i trenta preti, e tiro innanzi, cioè mi fermo, poichè la porticina di quella casa s'aperse e v'apparve....

Chi non l'avrebbe desiderata amante? Che bell'occasione di miniarvi un ritrattino sì sorridente da mandarvi in visibilio! Ma quest'oggi, dopo quella certa meditazione sulla fallacia dell'apparenza, temo che i colori della mia tavolozza diano troppo nel duro, nell'angolare; per non ripetere adunque su tutte le varianti le forme serene di tanta bellezza, lascio alla vostra fantasia di pennelleggiare co' rapidi suoi tocchi una di quelle soavi figure che le donne invidiano e gli uomini rispettano.

Intanto i re della miseria, coi loro nodosi scettri nella destra, avvolti nei pidocchiosi palli onnicolori, mi avevano circondato, levandosi dalle nuche capellute un frusto di berretto spelato, e succhiavano con avido sguardo la borsa che teneva la fanciulla nelle mani.

Io pure salutai riverente quell'apparizione che avrebbe potuto inspirare a Vela una vivissima idea della carità cristiana, ed ella.... ma che? Al vedermi estatico contemplarla, sorrise di guisa che tutto ne fui scosso. Era derisione? Chi lo sa? Malgrado mio, nella limpida innocenza di quel volto primaverile, quel sorriso — non ridete — m'apparve come una cipolla nel bel mezzo d'un mazzolino di rose, quale io vidifarne dono per celia ad un appassionato cultore di antitesi.

Ella porse agli accattoni le sue monete; una moneta ad ognuno che venisse ad invocarla un mattino di venerdì a quella porta: indi rinchiuse la porta senza strepito, senz'impazienza, quasi a tacita promessa di non negarne giammai l'accesso al mendico. Io, mentre si recitava attorno unpatered un'aveper conto della fanciulla — a cui auguro ottengano un buon marito — dimenticato quel certo sorriso e la cipolla relativa, intonava fra dolcissimo pianto un inno alla pietà che ove fosse stato inteso da lei, forse io avrei fatto più lunga dimora in Arona....

Ma ecco attraverso l'iride d'una lagrima la rosea fisionomia imberbe del doganiere. Gli racconto la commovente istoria; un'irresistibile curiosità mi sprona a ricercare chi sia quell'angelo che profonde le ricchezze di questo mondo per la beatitudine dell'altro, vero prestito ad usura — se ancor vi fosse usura. — Mi appaga ed aggiunge che i mendici convengono nella città dai dintorni una volta almeno per settimana.

— Dunque, diss'io, ella dà loro tanto da alleviare i dolori di chi non ha sulla terra che la speranza del cielo e la compassione dei generosi — per una settimana? Oh tremila volte benedetta! Oh santa! Oh terra fortunata!

— Signor sì, se per essere da tanto basta regalare un quattrino, antica moneta milanese!

E imperturbabile, colla logica orribile dell'aritmetica, mi dimostrò che Iddio avrebbe dovuto fare per quegli sgraziati il giorno dicento ore senz'accrescere i bisogni del ventricolo, onde procurarsi lo stretto necessario per campare in ragione d'un quattrino ogni due ore; o, supposto che nelle ventiquattro ragranellassero altrettanto, ch'essi potessero stare, come i ragni, sei giorni senz'alimento.

— (Mefistofele gabelliere!) Dunque muoiono di fame sei dì per settimana?

— Morrebbero se altri non li soccorresse senza l'ironica ostentazione di chi dà quello spettacolo poco costoso. Tutto è apparenza! La saluto.

— Tutto è apparenza, anch'esso lo sa! Ora comprendo quel certo sorriso, la cipolla fra le rose! E come sì giovane e sì presto senza le confidenti illusioni della verde età?

Ma se n'era andato pe' fatti suoi — o per quelli degli altri, più facilmente — il che ne torna perfettamente uguale; sicchè la mia domanda dovette cercare una risposta nelle considerazioni dell'influenza che il mestiere aveva potuto esercitare sopra di lui. Ed io non ebbi a meditare gran fatto per accorgermi come in esso s'avvezzino a guardare ogni cosa attraverso la lente prosaica, spassionata che conta i fili della stoffa e stabilisce un prezzo alle creazioni delle arti — tanto che sarei quasi tentato di supporre che il famoso dilemma di Amletoessere o non esseresia stato suggerito a Shakespeare da qualche doganiere pensatore.

Povere le illusioni coi doganieri! La donna, quest'angelo che ecc., ecc., non è per essi che un portamantello addobbato più o meno di raso; un ritratto, pegno di un soave affetto ricambiato ed infelice, su cui scoppiarono pianti sconsolati e baci frenetici, perde tutto il valoresotto gli occhiali del perito; una treccia di capegli, oh sacrilegio! può essere considerata concime; che più? il libro a cui pose mano cielo e terra, vale per essi secondo il peso, la legatura, i fermagli..... Se nelle lotte letterarie irealistipotevano contare sull'aiuto dei doganieri, le nebulose fantasticherie alzavano i tacchi come altrettanti contrabbandieri.

Scrivete la storia della dogana; narrerete quella dell'incivilimento. Narrate quante castronerie stampate ed illustrate giungono d'oltre Alpi, quante di queste, con veste nè forestiera nè italiana, cambiato il titolo con quello di originale italiano, si spargono a sollucherare la frega del forestierume, e non del buono certamente, ed a fare più sonnolenta ancora l'indifferenza italiana per il pane casalingo — narrerete le nostre, e anche un tantino le altrui miserie letterarie. Enumerate i gingilli, le festuche, i ciondoli, le minuterie e quella multispecie farragine di coserelle utili e disutili, strane e curiose che la moda ne manda da lontano, e che accettiamo senza desiderio di procurarcele da noi stessi — e narrerete che gli Italiani non solo non le sanno fornire, ma neppure battezzare colla loro lingua. Contate le armi che valicano le Alpi o varcano i nostri mari ad offesa o per aiuto — i quadri e le statue ed i manoscritti e gli oggetti che per arte o memoria i nostri antichi meno vanitosi di noi e più generosi raccolsero con religioso studio e con principesca magnificenza, e che ogni anno, senza ritorno o cambio, lasciano la terra che li aveva creati e venerati; — avrete irrepugnabili argomenti della floridezza e della decadenzadelle genti. Possa l'indipendenza e la libertà far salire nel futuro a bosco i tanti bruchi che formano la speranza della nazione artistica!

A proposito delle nazioni, la questione sanguinosa della loro indipendenza è sciolta dai doganieri — quando si ritrarranno ai confini naturali. Tuttavia, penso, se in quest'età meravigliosa in cui ogni dì annienta un secolo di tradizioni senza che si possano prevedere i prodigi della domane, la famiglia umana si confondesse in un fratellevole amplesso — concedetemi un istante l'ipotesi stranissima — dove, domando io, dove n'andrebbero le miriadi dei doganieri che incorniciano i mille regni?

Proporrò il quesito alle disquisizioni degli economisti, degli umanitari, e di quanti s'avvisano di riformare la commedia comico-seria del mondo — a meno che in questo frattempo si scopra mezzo di rilegarli (parlo dei doganieri, è chiaro) nel mondo dei miti in compagnia di tante altre anticaglie.

È tempo di fare ritorno alla nostra cittadina, da cui mi fece digredire il mal vezzo di camminare balenando corpo e mente, peccato di cui farò penitenza d'or innanzi col correre per qualche giorno la carreggiata della stradamaestra, senza neppure guardare colla coda dell'occhio quanto m'invitasse a varcare la siepe ed a visitare ciò che non è nel programma tracciato sul nostro portafoglio. Ritornando adunque alla cittadina, dirò che nelle successive visite appresi che non solamente poche città hanno relativamente tante caritatevoli instituzioni quant'Arona, ma che io avrei preso unsolenne granciporro se l'avessi giudicata dalla scena di cui io stesso era stato testimone.... tanto è vero che tutto è apparenza!

La più bella passeggiata nei dintorni d'Arona è la salita del poggio su cui s'erge il monumento a S. Carlo, che per la mole il popolo suole chiamare ilS. Carlone. Esso appare da quasi tutto il bacino da Taino a Belgirate, ed è bello vedere dal lago quel titano disegnare sull'azzurro del cielo la sua figura tranquilla.

Ammezzo la salita incontrai un cortesissimo Bavarese che si recava pure lassù, per giudicare co' proprii occhi se la colossale statua dellaBavarianel Valhalla presso Monaco la cedeva in fatto d'arte alla rivale italiana: ammirai la suscettibilità del Tedesco, il quale, poichè d'improvviso ne apparve sulla vetta ilS. Carlone, dopo attento esame, colpito dalle mirabili proporzioni di tanta effigie, e dalla dignitosa e ad una soave espressione dell'immortale che benedice alla sua patria, confessava candidamente che se il monumento italiano era condotto meno splendidamente del bavarese, di contro per valore artistico e per situazione gli era di gran lunga superiore. Gloria adunque al Crespi che lo disegnò!

Anch'io volli sedermi nell'interno di quel naso famoso; e quel dovermi arrampicare per un camino oscuro e pieno di schifosi ragnateli e di pipistrelli svolazzanti, spingendomi in su colle mani e coi piedi per certi piuoli di ferro — pericolosa ginnastica che meriterebbe all'ascensore almeno un'indulgenza — mi suscitò il dubbio che il Santo abbia suggerito all'artefice questa paurosa scala, onde ognuno pensando alla probabilità di rompersi se non altro il collo, sia richiamato ai giovevoli pensieri della morte dal tripudio fascinatore della natura che festeggia attorno lo sguardo. Chi lo sa!

È vero che il dabbenuomo che dal vicino collegio vi reca una lunga scala per salire sul piedistallo e di là ad un buco — non posso assolutamente dirla una porta, nè una finestra — ripete a tutti che per privilegio concesso dal Santo nessuno mai si ruppe il surriferito osso del collo. Chi sarà il primo? Non io senz'alcun dubbio, avendo dopo la fortunata mia discesa giurato di non cimentare mai più la buona fede del dabbenuomo sulla validità del suo privilegio. Del resto — senza danno del privilegiato — direi che di lassù la vista non corre più lungi gran cosa che dalla vetta del poggio.

Sotto e sopra il quadro che ti si para distoglie assai presto dall'osservare il monumento, se non dal pensare a chi raffigura, quantunque meritamente S. Carlo sia il personaggio storico-religioso più popolare nella Valle del Po, per non dire in tutta l'Italia.

La collina del Vergante che alla mia sinistra abbraccia il lago declinando a Belgirate, tutta verzura e fiori, è sì vaga nelle sue curve; alladestra i facili poggi di Dormeletto e di Borgoticino corsi dalle vaporiere fumanti mi traggono col pensiero ai giardini liguri; il cielo e le onde quete sorridono con tanta armonia, che — se uno zingaro potesse gonfiare vesciche — direi che la natura canta sì bene le glorie dell'immortale che la melodia v'assorbe interamente a scapito del soggetto!

Volete voi una scena pittoresca, una scena degna delle sponde del Reno? Guardate là — in prospetto d'Arona. Il castello d'Angera tutto fiero de' suoi sette od otto secoli, irto di merli che sfidano i denti adamantini del tempo, la fronte rugata dal fulmine, sta accoccolato senza barcollare, pensoso come un veterano, sopra una rupe sfiancata sotto cui si acquatta il villaggio, quale un pulcino sotto l'ali della chioccia. Lo direste un quadrodal vero— vi sfido io a contraddirmi! — del medio evo, in cui appare con vivissimo contrasto la schizzinosa protezione del feudatario e la mormorante docilità dei vassalli. Il palazzo conta cinquecento anni.... Quant'acqua corse giù pel Ticino!

— La torre però non novera che tre secoli circa, m'hanno detto.

— E' bastano per formare un abisso fra noi e quei dì. Quante antitesi! Asili infantili e giochi di borsa; manicomii e crinolini; vetture, congegni, libri e legislazione a vapore; corrispondenza elettrica d'idee e di passioni, e.... tutto quel resto che voi sapete e che taccio per non romperla in viso alla modestia: mentre allora! Il po' di buono che quella tempra d'omacci aveva noi l'abbiamo cresciuto, raffinato, sublimato coi lambicchi del progresso....

— Meno le lettere, le arti, e l'amore della famiglia....

— Eh! Eh! La non mi conta nulla per le lettere questo turbinio diriviste, di giornali e di romanzi? E per le arti l'è forse cosa da smorfie la fotografia? Quanto al culto della donna, la verginità sospettosa delle idee dei nostri babbi semplicioni ha fatto luogo con altre credenze all'analisi razionale, la quale — a dirvela in un orecchio — tende in ciò dritto al mormonismo...

— Messere, m'accorgo che non siete ammogliato...

— Quest'aria frizzante mi persuade di parlare liberamente — ad essa la colpa. Il tempo delle corti d'amore, dei tornei, dei trovatori non è più; e lo sanno le donne. L'uomo ha capito che cantare e farsi sbudellare per l'incerta virtù d'una bella — sovente brutta — sarebbe un vero sciupìo di tempo.... E chi giura adesso sulla virtù di una donna, se non quegli che giura ancora sull'amor patrio dei tanti sollecitatori d'impieghi? — Io però sacramenterei tuttavia per l'onestà d'una donna con quella buona fede che invoco invano in me per i mercanti di parole d'ogni colore: che ciò stia fra parentesi.

Quanto ai trovatori con qualche piccola variante, se non la chitarra, hanno cambiato metro; ma neppure quegli antichi cavalieri della bellezza giungerebbero al delirio platonico di accontentarsi, dopo la lizza, di portare i colori della signora. — Se io vi dicessi che uno dei meglio famosi poeti del giorno, che cantò tutti i santi del cielo e della terra, fu trovato pocotempo fa ginnocchioni innanzi all'arrendevole fantesca della sua bella rigorosa? — Oh?! — Sentite gli echi: Oh! oh! oh! —

Per fortuna questi due ciarloni, nostri compagni di viaggio nella testa di S. Carlo, di piuolo in piuolo scomparvero giù del camino.

Nel mirare dietro le torri del vecchio castello i monti di Varese, e più in là sfumanti nell'azzurro dell'aria quelli del lago di Como; attorno in semicerchio le vaghe colline di Lesa e di Arona dalle curve chiomate fra cui spicca nel verdoscuro della vegetazione qua e là una casa, un campanile, una chiesuola; dappertutto scoprendo varietà, sotto e sopra, nelle sponde e nei diversi toni dell'orizzonte e delle acque, compresi il perchè anche agli abitatori delle rive marine il lago inspira amore di sè.

L'oceano se placido t'infonde quella malinconiosa riflessione che compenetra l'uomo all'aspetto d'ogni cosa infinitamente grande — riflessione da cui sorgono meditazioni profonde di cui a tutti non è dato l'assaporare l'intima voluttà — se burrascoso t'atterisce; il mare imponente nel golfo di Napoli come sulle sparute scogliere di Gibilterra o contro le dighe d'Olanda parla sempre — come Giove fra gli Olimpici — troppo grandiosi verbi perchè tutti li comprendano.... ma il lago riverbera sempre colla varietà de' suoi aspetti la vivacità, la piacevolezza; se una tempesta si scatena la notte sulle sue onde, essa ti fa prevedere come l'indomani le piante ritemprate dall'acquazzone saranno sfavillanti ai primi raggi del sole colle foglie ancora gemmate, e le frutta ed i fiori — se la grandine li risparmiò — più coloriti. Dopola burrasca marina — tremo al solo rammentarne le orrende scene — scendi alla ghiaiosa spiaggia, e trovi fra gli scogli tuttora echeggianti dei sinistri ululi dell'aquilone il fusto d'una pianta divelta, sfrondata da un colpo di mare, una tavola — che servì forse ad una lavandaia — che t'evoca dagli abissi il naufrago disperato che un maroso divelse da essa, mentre la folaga pare s'aggiri turbinando per scoprire sui fiotti il cadavere che il mare ributta. Sulle sponde dell'oceano mediti, su quelle del lago sorridi: là l'eternità, qui la vita.

Mentre c'incamminiamo verso la vetta del Monterone per facili ed ombrosi sentieri, compagno mio, facciamo quattro chiacchere.

Tu hai da sapere — prima ancora di descriverti le veramente inudite meraviglie di Intra e Pallanza — che ieri nelle ore pomeridiane mi sono rannicchiato fra alcuni scogli dell'isoletta di S. Giovanni, e godendo ad una la frescura vespertina dell'inverno ed il rezzo di alcune piante protendentesi ad ombrello sopra il mio capo, me ne stava pensando come fra tutti i libri il meno intelligibile sia l'uomo, questa edizioneprinceps, direbbe un bibliofilo, che fasì splendida mostra nella biblioteca della natura. Dopo di avere scartabellato nella mia mente tante pagine non sempre terse, confortevoli, del misterioso volume, finii per domandare a me stesso quale dei sensi maggiore relazione avesse coll'anima.

La fantasia volò coll'ali della memoria ai momenti fuggitivi, in cui una voce armoniosa colla parola che nega e promette m'avea scosso tutte le fibre del cuore; alle notti tumultuose in cui le briose note de' balli vertiginosi m'avevano tratto nella ridda quasi allucinato; alle sere in cui ilBarbiere, ilTell, laLuciaed ilRigolettoversavano un fiume di melodìa nel mio animo, ed il rincrescimento che il tempo m'involasse sì presto quei divini concenti in mezzo a cui dimenticava le miserie e le prose della vita per slanciarmi ebbro di poesia nei mondo delle illusioni.... Oh! l'udito è pure il prezioso senso! Mercè sua comprendo l'espressione più viva del mondo: tutto parla; beato chi sente!

Sennonchè tosto mi ricorse al pensiero come la voce dell'amata s'era fatta dopo poco tempo aspra, sarcastica; poichè ella troppo presto dimenticando quanto m'era costata la felicità effimera di pochi dì, mi piantava colla solita sua buona grazia un pugnale nel bel mezzo del cuore. È vero che non corse gran tempo che la civetta pietosa — s'era forse già annoiata del mio successore — volle svellerlo; ma il modo fu così gentile, delicato, che la tarda carità invece di guarire la ferita non fece che inasprirla. Strida da una e dall'altra parte, smanie e stridori di denti...... ancora mi suonanonell'aria orrende parole....... Lo credereste? A questo punto mi giunsero da ogni parte cigolì di ruote, e una miriade di stonazioni venne a grandinarmi intorno dal non lontano teatro di Intra dove si torturava non so quale delle opere più faticose di Verdi, con tanto strazio che dalla pietà e dal terrore mi si rattrappivano i nervi.... Benedetto l'udito, senso preziosissimo; ma tu non sei certo l'eccellente.

Non aveva finito ancora questa frase che le rose, i gelsomini, le acacie, i limoni, i millefiori del giardino botanico di Rovelli m'inviarono una nebbia di sì acute fragranze ch'io allargando le nari per meglio aspirarne gli effluvii, imparadisato chiusi gli occhi e credetti d'essere volato all'olimpo di Maometto, in mezzo alle urì, sulla sponda d'un lago d'acqua di rosa.... O incostanza della fortuna! Un alito di vento involò ratto l'olezzo; sparì l'acqua di rosa, ed il lago senza moto, senz'aura, apparve come una conca immensa stagnante da cui emanava un fetore orribile di pesci imputriditi. Dubitai che la bella Verbania l'avesse abbandonato colle sue ninfe, m'alzai e pervenni presso la foce del fiume che bagna la Sassonia.... La Sassonia, qui? Gnorsì: gl'Intresi costruirono presso l'antica città un sobborgo a vie spaziose, allineate che corrono fra case più allietate dal sole e dallo spiro lacustre che non le catapecchie della vecchia parte: nel centro una piazza e nel mezzo di essa il teatro, il più bello di tutto il lago. Ora questo sito una volta non tanto lontana era una vera ciottolaia, un campo di sassi... capite? Gl'Intresi, pratici quanto gli altri popoli appiedi delle Alpi della lingua nazionale, d'unaciottolaia fecero una Sassonia, con grave sfregio della patria degli oficleidi e dei tromboni!

Ma che volete? Io non poteva a nessun conto adagiarmi all'ombra di quelle mura senza che ne dovessi tosto sloggiare per sfuggire alle ammorbanti evaporazioni delle molli erbette,... A che serve il naso, sclamai scappando indispettito, se per l'olezzo d'un fiore ne tocca assorbire cento esalazioni ingrate o perniciose? Sì, senza dubbio, l'odorato è l'infimo dei sensi — me ne rincresce assai pei mercanti d'essenze!

Ignoro se il correre per quelle spiagge sassose — stavo per dire sassoni — od il desiderio di trovare una soluzione lungi dalle praterie della parte suburbana d'Intra, mi condussero in un albergo vicino allo scalo dei piroscafi in Intra. — Compagno mio, tu sospetterai forse ch'io sia di quelli che giudicano di una terra dal modo con cui vi soddisfecero l'appetito: ti giuro in nome delle costolette che mangiai in quell'osteria, che per quanto male io possa dire del paese, io sarò sempre in credito.

Accetto senz'esitazione l'invito dell'appetito, m'assido ad un desco, e mentre il cameriere lo apparecchia, fiuto a larghe nari il prosaico odor d'arrosto che dalla cucina di sotto saliva in quella sala. Dalla finestra io poteva vedere lo scalo affollato dai soliti fannulloni, il lago, e di là le capricciose curve dei monti di Laveno. Sennonchè fra lo zingaro ed il resto v'era una povera melensa creatura, magra, ossuta, spelata, che attelata ad una sbilenca carrettella stava menando i denti in un sacco di fieno più paglia che fieno. È innegabile che l'appetito riceve un notevole stimolo dalla vista di chi trinca allegramente— in grazia dell'asino il vostro compagno in attesa di meglio cominciò a mordere in una pagnotta del suo colore.

Mezz'ora dopo quell'io che mi rammentava poc'anzi con sdegno di quel gastronomo, il quale sclamò al finire della mensa lussuriosa: felice chi ha fame! quell'io stesso usciva dall'albergo satollo ed indignatissimo sulla volgare ed animalesca indole del gusto; e sì che se non aveva assaporato i manicaretti più delicati, l'appetito m'aveva fatto golosi anche i cibi più anacoretici: l'asino malsazio coglieva colle labbra penzoloni gli ultimi frusti del pasto insufficiente.... Quel certo gastronomo l'avrebbe — a pancia tesa — invidiato con ragione, poichè il senso del gusto poco su poco giù desta gli stessi stimoli e dà la stessa soddisfazione all'uomo ed agli altri animali — non razionalisti. Nella stessa sera di quel giorno incontrai due tomi; mi vollero secoloro a cena, cena largamente inaffiata dai vini meglio spiritosi del Piemonte.

Alla domane mi svegliai tardi, e col capo indolenzito; la prima parola pronunciata da me fu per chiedere dell'acqua.

················

«Non so veramente quanto le dissi — forse quanto le diceva da un anno — ma troppo mi rammento com'ella all'inesperto amante, accomiatandolo, dicesse all'orecchio una parola per cui il povero giovinetto nell'uscire da quelle stanze, tentennante come un ebbro, fu lì lì per ruzzolare lungo le scale.

«Domani! Rinuncio a descrivervi le vertiginose aberrazioni della mente in quelle eterneventiquattr'ore; vi basti il sapere che quello era il primo amore e che d'amore non aveva pur anco conosciuto altro che i tormenti..... Quelle furono ad una le più dolci e le più affannose ore della mia vita: temeva di vedere giunto l'istante e lo sospirava... povere illusioni d'un cuore ardente! . . . . . . . . . Alla fantasia che guidava pei campi eterei i sogni immacolati dell'amore virginale, in quell'ora fatale si spennarono le ali possenti, e cadde giù turbinando nelle melmose plaghe della materia....»


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