PARTE SECONDAPer le valli d'Ossola.I.La sentinella dell'Ossola — Un bagno da trent'anni — I romantici a Vogogna — Domodossola — Il mercato.
Fra i monti da cui l'Italia è vallata verso settentrione, non v'ha certamente paese più pittoresco e che porga sì largo tema d'ammirazione e di studi quanto il grandioso bacino a cui convengono tra i contrafforti declinanti dalle Alpi Leponzie sette valli variatissime. Pel poeta, pel pittore e per quelli che corrono le cento miglia per vedere un paese straniero, una natura assai volte meno curiosa, quanti spettacoli!
L'antica mitezza dei costumi pastorali, la vivezza dell'aere che frizza sui nervi, la serena pace che qui si respira, invitano a ritemprare il corpo e l'anima.
L'abitare fra le Alpi rivergina le menti. Come l'antico gladiatore di quando in quando soffregavacon oleosi sughi le membra, l'uomo — possibilmente — dovrebbe alcuna volta rinfrancarsi all'eloquente parola della natura, poichè il pensiero umano sulle Alpi, come sul mare, ingagliardisce, inspirandosi a quanto di grande emana dalla loro contemplazione. Lassù fra cielo e terra, il cielo ne attira; le basse passioni si spengono poco a poco e le generose si accrescono di coraggio e di forza.
La sapiente antichità bene avvisò che il cielo si scala solo coi monti.
Io quando incontro su queste nostre Alpi tanti stranieri e nessun Italiano, quasi sto per dire:
— Che peccato che sì belle valli sieno in Italia!!
***
Prendendo le mosse da Feriolo, la natura poco prima sì rigogliosa e lussureggiante di fiori, di profumi e di verzura ad un tratto raggrinza la fronte e si mostra severa, trista.
Il monte Orfano nudo, solitario, minaccioso sul varco, è la tomba senza dubbio d'uno fra gli arditi che ruppero guerra agli Olimpici. Sentinella avanzata dell'Ossola, come il Pirchiriano è alla valle di Susa, la sua fronte crucciata vide le orde Cimbriche scendere dal Gries e dal Sempione ed atterrite coll'aspetto barbaro le legioni romane, correre vittoriose ai campi novaresi a disputarvi l'Italia, questo eterno sogno dello straniero. Anche sul Pirchiriano stanno scritti i fati dei Longobardi. Mezz'ora primadappertutto ghirlande di rose e tralci d'ubertose viti festeggiano l'umana famiglia: qui dall'una e dall'altra parte massi granitici ti pendono sul capo!
I giardini incantati del Vergante e delle Isole Borromee furono una visione ariostesca?
***
Ornavasso e Vogogna coi loro neri castelli sono i villaggi principali su cui si passa.
Poco prima di Vogogna, a Migiandone, l'antico ponte della strada del Sempione in una calda giornata d'estate fu preso da vaghezza di bagnare le sue membra polverose sulle fresche bionde acque della Toce; ma, ahi! sventura! colpito da inazione nervosa, sentendosi affogare, invano invocò aita, nessuno il soccorse. Da trent'anni l'infelice attende una mano provvidentemente pietosa che lo sollevi dalla Toce: pensate, che angoscia sarà pel poveretto vedersi passare ogni istante due brutte barcaccie sul muso, alla musica del sacramentare dei vetturali e dei viaggiatori!
Vogogna, mi disse un cotale, fu fabbricata da un pittore paesagista della scuola romantica. I poggi rilevati su cui dondolano le vecchie mura di merlate torri, sopra il fondo verdastro della cortina alpestre, non potevano essere meglio disposti.
Mentre si cambiavano i cavalli, io dava un'occhiata al paesaggio e un'altra ad una graziosa figurina, che da una finestra dell'albergo della Posta minacciava di saettare i passanti collosguardo acuto, affilato di due begli occhi neri.Veh vobis!
Il raggio di fuoco che dall'anima saetta col tuo sguardo accende in ogni cuore desiderii d'amore — a chi non arride il pensiero di cogliere un bacio su labbra non ancor schiuse all'amorose parole?
Ma bada, veh! Bada che da un dì fatale nessuno più legga la bella epigrafe che ora rifulge sul tuo frontispizio:
Onorate la vergine!
Tutte queste belle idee, or che ci penso, mi vennero in capo quando la vettura allontanandosi rapidamente, la visione s'era dileguata... S'io restava a Vogogna, sarei stato così moralista?
Mi ricordo che nelle storie corrono famosi, Giuseppe d'Israele e S. Antonio, per avere resistito al fascino della bellezza muliebre.
Ma se Giuseppe non portava un mantello slacciato? Quanto a S. Antonio, se la bellezza della tentatrice corrispondeva al ritratto lasciatoci dal De-Colonia, è presto spiegata l'astinenza dell'anacoreta.
La virtù è nella lotta.
Dopo Vogogna la valle si stende ampia, piana, verdeggiante sotto un vôlto ceruleo.
Il sole tramontava. Passando sopra un ponte di legno che cavalca la Toce, mi s'indicò il monte Rosa che faceva capolino sopra le altissime vette dell'Anzasca. Il suo capo ancora suffuso dai raggi solari, si confondeva quasi nelle aeree tinte del cielo, come quelle teste alate d'angeli degli antichi cartoni, i contorni delle quali sfumarono.
Nell'Ossola, il popolo al passare delle corriere postali, si ferma e si leva rispettosamente il cappello.
In breve le ferrate zampe dei cavalli risonarono strepitando sul lastrico d'una bella, pulita ed ampia via, che dritta corre come fra due linee di case modeste, allegre, colle persiane dal classico colore verde.
Domodossola è una curiosa cittadina. Da vedute fotografiche — invenzione che fra gli altri meriti risparmia la fatica del viaggiare — molti conoscono, senz'essersi mossi di casa, la piazza del mercato circondata da case di varia fisionomia, tutte a portici irregolari, con pilastri in pietra, colle gallerie dai piani superiori a traforo, coi balconi sporgenti e le grondaie protettrici e i camini a banderuola e le botteghe tutte diverse d'insegna, di porta, d'addobbo, di profumo.
Da questa piazza s'apre verso settentrione una via non meno bella di quella che vi scorge arrivando dal Lago Maggiore. Mi si disse che entrambe si devono alla strada del Sempione.
Appena disceso dalla vettura, entrai nell'albergo. Un garzone, tutto miele e sentimentalismo, avendo senza dubbio scorto sulla mia cera intenzioni ostili al pollame, m'indicò una porticina che dal cortile scorgeva nel salotto. Una tavola stava imbandita verso il fondo, attorno alla quale erano seduti quattro signori, a quella distanza legale uno dall'altro, che è solita fra persone che il solo caso riunisce. Se io fossi un Centofanti potrei dirvi a quante lingue appartenesse il gergo che vi si biasciava. Uno d'essi a capo del tavolo, alto secco e nodatoa foggia d'una canna, con un naso adunco come il becco d'un avoltoio, sulla cui gibbosa groppa s'inforcava un occhialetto verdognolo, senza barba, colle labbra sottili, strizzate, dalle vesti che pizzicavano l'originalità, colla fronte e le guancie raggrinzate dall'eccesso del piacere o del dolore, era inglese.
La fisionomia giovialmente serena tra il meditabondo ed il michelaccio, la capigliatura biondocinerina, la ciera rotonda, un certo fare alla carlona e una bottiglia di birra spumante, tradivano nell'altro un figlio dell'Alemagna.
L'accento dimostrava chiaramente francese il terzo.
Ma chi avrebbe saputo dire all'ombra di quale campanile fosse nato il quarto? Egli in dieci minuti vestiva la sua ciera della melanconia degl'Italiani, dell'aggrottatospleendegli Inglesi, della seria bonomia tedesca, dell'alterigia spagnuola, della follia francese. Lo sguardo era dolce, insinuante, ammaliatore; ora fosco, imponente, terribile; la bocca rosea come quella di una bella figlia della Georgia, spesso dal sorriso contraevasi al sogghigno.
Se uno di quegli scultori che sanno dalla pietra ritrarre una forma evocatrice d'infiniti pensieri, avesse visto, guardato, studiato, analizzato tutti quei moti irrequieti, che male rappresentano passioni indecise e lo sconforto del dubbio, ne avrebbe tratto il tipo di questo secolo. Non un pelo di barba sulle labbra, sulle gote, ma le sopracciglia e la capigliatura stranamente folte; quest'ultima ad arricciate ciocche cadevagli nerissima sulle spalle. Era vestito come un signore di buon gusto. Il suo parlare erapoliglotta, una veraolla podridadi motti italiani, greci, spagnuoli, tedeschi, francesi, russi, britanni e fors'anche chinesi. Chi avrebbe potuto snebbiare questo mistero vivente?
Quand'io entrai, il loro colloquio era animatissimo tanto che l'Inglese gesticolava come un telegrafo non elettrico.
Anzi mi parve che tutti e quattro parlassero ad una volta secondo la buona usanza parlamentare di quelli che vogliono far prevalere la propria opinione senza ascoltare quella degli altri.
Salutai: il Francese solo accennò.
Mi sedetti senz'altro, tracannai un bicchiere di vino ad onore e gloria della cortesia francese, e mentre il garzone recavami la vittima, che io doveva immolare al mio appetito, ascoltai.
Francese. Il bello è sempre lontano da casa: del resto anche la Francia non teme confronti. Io viaggio, cioè ho fatto un viaggio in Italia, perchè questo è l'uso d'ogni persona colta: ve lo dico senza velo. Credete voi che tutti vengano qui a sospirare le ore e le ore sotto un arco frantumato, un palazzo polveroso, un'iscrizioneche non riescono a compitare, per amore delle antiche memorie? Tutta ipocrisia, miei signori. L'Italia è un grande albergo, a cui conviene il bel mondo europeo, e nulla più. Partii da Marsiglia per Napoli. Ho visto il cratere del Vesuvio, ho mangiato i maccheroni, ho danzato la tarantella e mi son fatto scorrazzare in corricolo. I lazzaroni mettono schifo ed il resto annoia... È un popolo lontano mille miglia da Parigi! A Roma ho veduto S. Pietro, il Colosseo, il Campidoglio ed il Papa. Grandi cose in mezzo a meschinissime. A Firenze, ho cercato nelle sale del bel mondo la tanto decantata favella toscana, ed ho udito biascicare la nostra gran lingua, la lingua del mondo intelligente. A Milano, a Genova, tolti i monumenti, trovai città da provincia; a Torino cera di capitale senza l'imponenza babelica d'una metropoli monumentale. La seria e disciplinata apparenza dei cittadini e della città spiega la loro storia e la loro gloria nella diplomazia e nelle armi. Tutto è ordine. Del resto per chi non è assai ricco ed ama la tranquillità, Torino sarebbe forse la città piùconfortevoledi tutta l'Italia: pare un convento di agenti del governo. Tutte queste città, compresa la scenica Venezia e le cento altre minori, è forse meglio vederle nei diorami delPalais Royal.
In poche parole, appena lasciato il suolo francese, m'annoiai mortalmente!
Alemanno. Signore, voi avete un adagio, che se non mi sbaglio suona che ognuno ha i suoi gusti. Giacchè parliamo senza circonlocuzioni, vi dirò schiettamente che ho dimorato molti mesi in questo paese, e lo lascio con grande rincrescimento, quantunque la birra sia pessima.
L'Italia per noi Tedeschi è una immensa università, le cui mura son tutte tappezzate di lapidi e di monumenti, per chi sa leggerli.
Franc.(a mezza bocca) Grazie mille.
Alem.(facendo lo gnorri). Nessuna nazione porta sulla sua fronte così palesi le impronte della sua grandezza....
Franc.(da semplicione). Per chi sa leggerci.
Alem.(orecchio da mercante). Non tutti sono, grazie a Dio, letterati. Voi vedete là in quel canto quell'inviluppo mostruoso di carte? Sono 178351⁄2iscrizioni trovate da me in Italia e commentate (mormorio di meraviglia).
Incognito.E, se non sono indiscreto, a che queste tante iscrizioni?
Franc.Io vi ammiro! Vi ammiro profondamente! — disse con ironico enfasi il Francese, ficcando il naso nel bicchiere e gli occhi in quelli dell'impassibile incognito per ispiare un zinzino di malignità nella sua domanda.
Alem.(fermo come torre che non crolla). Queste 17835 iscrizioni e mezza serviranno per note ad una mia opera futura, a cui preparo le basi.
Franc.E, se anch'io non sono troppo curioso, quale sarà il titolo di questo lavoro senza dubbio gigantesco? Anch'io sono baccelliere e non si sa mai... potrei anch'io associarmi alla sua pubblicazione (se pure vivrò tanto da vederne il fine!).
Alem.Scrivo la storia del pensiero umano comparato nelle razze latine e nordiche.
Incogn.L'idea di quest'opera deve avervi atterrito sulle prime. Essa non può essere concepita che da un figlio della Germania. Voi avete mente disquisitrice e rara, strana pazienza...
Alem.E lunghi inverni e buona birra.
Franc.(per tagliar corto). In Italia cattiva birra e buon vino.
Inglese.Sì, buon vino, eccellente. Vino che rallegrerebbe un Inglese corroso dall'umore nero. Lasciando a parte le altre qualità che fanno bella l'Italia, io credo che essa merita una visita per questa volta.
Franc.Se io vi ritorno, scriverò la storia comparata dei vini.
Alem.Anche quest'opera gioverebbe assai all'umanità, se si considerassero le parole ed i fatti, che sono la conseguenza diretta del vino tracannato da Noè a noi, o per meglio dire, a voi.
Inglese(al garzone). Portatemi del vino piemontese... (mescendo agli altri) Signori... questo vino è buono; e sarebbe incomparabilmente migliore ove non si fabbricasse tuttora come ai tempi di Noè. Ah! l'Italia! Marsala, Lacrima, Chieti, Vin Santo, Canonao, Malvasìa, Caluso, Barolo, e voi classici vini dell'Astigiano! Il vino è la più bella gloria dell'Italia. Le altre non conosco. Dappertutto vidi macchine inglesi.
Franc.E stoffe francesi...
Alem.Gl'Italiani dormono sugli antichi allori.
Inglese.Se pure quegli antichi eroi non furono tanti miti.
Franc.Gl'Italiani sono il popolo di cui si piantarono e si piantano maggiori carote. I poeti, più bugiardi dei cavadenti, ne hanno assuefatti di là dell'Alpi a pensare all'Italia come ad un paradiso terrestre. Essi magnificarono il clima, i monumenti e le donne. Sì — voglio concederlo — qualche cosa di bello e di grande v'ha qui... come poco più poco meno dappertutto....Il clima, se ne eccettuate due o tre spiaggie marine della parte meridionale, è incostante e freddo nella stagione invernale come da noi. A Torino si soffre il freddo assai più che a San Pietroburgo. De' monumenti ho già detto quanto penso: non sono in grado di apprezzare se non quelli che hanno un'insegna... Restano le donne... Qui piego il capo, e confesso di aver scoperto nel loro sguardo una dolcezza che manca al clima, e la grandezza, che non trovai nel resto. Facciamo, o signori, un brindisi a questi avanzi dell'antica imperatrice del mondo, su cui pure (al Tedesco) il signore non avrà mancato di studiare, nelle ore di ozio, senza cercare iscrizioni...
Alem.Miscere utile dulci!...
Franc.(al cameriere). Porta del Bordeaux. Spero che dopo il vino piemontese apprezzeranno anche il mio Bordeaux.
Mentre il Francese mesce ai commensali, chiede all'incognito:
— Non sarebbe ella mai Italiano?
Incogn.No, non sono Europeo.....
Alem.Nelle linee caratteristiche del suo volto leggo.....
Franc.(scherzando) Un'iscrizione?
Alem.Una leggenda della Grecia..... del Levante.....
Incogn.Non sono nato sulla terra, o signori.
Tutti.Oh! oh! questa è graziosa! marchiana!
Franc.(a fior di labbra) Oh! mi casca adesso dalla luna.
Incogn.Sono nato sopra una nave americana.
Ingl.Siamo della stessa razza.
Alem.La vostra nazione verrà un giorno a mettere in sesto l'Europa.
Americ.Quanto a me dell'Europa non amo che l'Italia. Come nazione, noi non abbiamo avuto pietà delle sue lagrime, perchè non volle mai intensamente con tutte le forze l'indipendenza per conseguire la libertà! Quanto poi a ciò che l'Italia dà al mondo intero.....
Ingl.Eh! poverina; se mi eccettuate i cappelli di paglia.....
Franc.Non ha di suo che il far niente.
Amer.Ecco la sorgente del suo merito a' miei occhi.
Tutti.Oh! oh!
Amer.Signori, voi tutti veniste in Italia per divertirvi. (al garzone) Mesci Malaga.
Franc.Io vi venni, perchè la moda vuole così, ve l'ho già detto, e mi annoiai mortalmente.
Amer.Perchè non vi siete divertito?
Franc.Perchè? Strade ferrate poche: alberghi molti e cattivi. Mi dicono i ladri in quantità. Da pertutto si vede che Voltaire e Vatel non nacquero in Italia. Ecco l'Italia.
Alem.Io mi divertii molto studiando. Se ci avesse della buona birra di Baviera, io l'amerei anzitutto, benchè gl'Italiani non amino i Tedeschi col pretesto degli Austriaci.
Amer.Eh! mi sembra che abbiano imparato a far poca distinzione fra gli uni e gli altri.
Ingl.Io, a dirla francamente, viaggio per fare economia. In Italia un uomo solo con una ventina di lire al giorno, se la sciala allegramente. Amo gl'Italiani perchè amo Byron. Ammiro la loro potenza artistica antica, e se con poche sterline posso portare via qualche telaaffumicata dai loro palagi deserti, e non sto a lesinare. Quanto alle loro arti odierne, poco su poco giù, se ne potessero fare mostra in un centro, credo uguali alle straniere. Non crediate che io ami le arti come quelle che disterrano al ciel la mente, a dirla cogli Italiani, amo le arti che mi danno piacere. Il piacere, ecco quanto cerco, ecco la mia divisa.
Franc.Chi non ama il piacere — anche sotto la forma di un'iscrizione?
(Smorfia eloquente del Tedesco — a cui l'Americano mesce un bicchierone di Malaga, il quale trovato nel ventricolo il Bordeaux ed il Barolo, accende con essi e la birra un incendio, per cui il fumo comincia a sortire dal naso del pacato Alemanno).
Amer.(all'Inglese) Bravo. Il piacere; ecco la molla d'ogni azione. Chi cerca il dolore? La vita non è che un circolo più o meno vasto, in cui l'uomo corre dietro al piacere, e fugge al dolore, che del resto ha le gambe molto lunghe e le braccia di ferro. Ora, viaggiando, qual è il paese in cui il circolo pare meno angusto? Se non l'.....Italia?
Ingl.,Alem.,Franc.ad un fiato: L'Inghilterra! La Germania! La Francia!
Amer.Nossignori..... L'Italia.
Tutti.Oh!
Amer.(mesce) A voi partito dalle sponde fumose del Tamigi non sarebbe stato dato il trovare un paese, che avesse cielo sorridente e dolci aure, ottimi vini, vita a buon mercato, e di che scialarla allegramente come in Italia, in tutto il mondo. Qui Shakespeare sognò i suoidrammi: senza vedere l'Italia egli comprese quanto colore dà questo sole alle minime cose. Ad ogni passo incontrate l'ombra di Byron. Come Inglese voi dovete essere appassionato delle scene naturali. Dove trovate maggior varietà? Qui presso eterne nevi e sulle rive mediterranee eterna primavera. Fate ora paragone coll'Inghilterra. Quanto v'appare triste e caliginoso quel suo aere pregno diGoddame di catrame!
Ingl.(con una mezza tinta drammatica) Signore!
Amer.E voi, amante pure del piacere, rimproverate agli Italiani il lor far niente? Voi non lo comprendete il loro far niente.
Un giorno il sole amoreggiò colla fantasia: da essa nacquero gl'Italiani. La splendida natura del loro bel paese desta in loro non meraviglia, come in voi, ma una dolce melanconia che li invita a meditare, a fantasiare. Chi di essi riesce a plasmare la propria idea crea un capolavoro concepito fra l'aspetto di spettacoli grandiosi, fra le memorie d'una gloria immensa, ed in una meditazione continua, intensa.
Questo far niente è adunque un gran lavoro. È il far niente che produsse i loro artisti, Raffaello e Rossini.
Se tutti gl'Italiani dessero o potessero dare atto ai pensieri che concepisce il loro far niente, a quest'ora il mondo sarebbe una seconda volta di loro. Tutte le nazioni nutrono più o meno un certo rancore contro l'Italia. Perchè non contro la Curlandia, la Danimarca, la Turchia?
Tutti cercano di soffocare i suoi gemiti gridando che essa a nulla è atta. Le altre nazioniquando si trovarono nella sventura annoiarono il mondo stridendo: quando l'Italia piange, un'arcana melodìa ne soggioga.
O in una o in un'altra cosa l'Italia comanda sempre al mondo. Una volta coll'armi, ma i popoli battuti borbottavano male parole; ora colla musica, ed i soggiogati accettano l'impero battendo palma a palma. A mezzo l'Otello, ilGuglielmo Tell, laNorma, laLuciaod ilRigolettorimproverate agl'Italiani di non farvi le stringhe a buon mercato come in Francia. Io quando sento le note della
«Casta Diva, che inargenti»
«Casta Diva, che inargenti»
«Casta Diva, che inargenti»
chiudo gli occhi, ed assorto in una voluttà che non istanca comprendo tutti i misteri del cuore che nella solenne quiete della notte confida alle ombre i suoi palpiti. E mi terrei beato se io potessi rientrare nel nullaaccompagnatodalla sinfonia dellaSemiramide. Tutte queste armonie emanano in parte dall'influsso delle donne italiane, le sole che mi toccano più che i sensi, la mente. Voi mi direte che l'Alemagna e la Francia hanno grandi maestri non inferiori in merito agli Italiani... Senza discutere rispondo che la melodìa di questi mi tocca di repente il cuore: le armonie di quelli mi meravigliano, ma m'impongono uno studio.
Intanto l'Italia riscuote da tutte le nazioni un tributo alle sue arti: noi lo paghiamo senza battere palpebra. Ora chiedete ai vostri telai, alle vostre macchine, il piacere!
Tutti i vostri più grandi artisti non divennero tali se non dopo una certa dimora in Italia,ove direi che l'armonie di cui è pregna l'aria, destarono in essi le potenzedinamiche. Rubens? Vandych? Poussin? Thorwaldsen? Meyerbeer? Reynolds?
La gretta gelosia delle nazioni verso l'Italia è giusta; se esse le avessero permesso di divenire politicamente una nazione, tutto il mondo sbadiglierebbe da lungo tempo alle malplagiate note dei nostri maestri, e allora addio, o piacere unico, divino! Perciò il risorgimento politico italiano, sotto quest'aspetto, non trova in me un fautore. Che volete? L'Italia oppressa piangeva così soavemente! Libera? la vedrete perdere lo scettro delle arti. Le nove vergini non amano il tamburo militare. Le vostre nazioni quando il gladio romano le affettò, che divennero? Scomparvero. L'Italia scompare nella politica e tosto rinasce nelle arti. Cos'è la Spagna divisa, sbattuta da mal certe passioni? Paragonatele l'Italia. E voi, Alemanno, troverete più facilmente qui la birra di Baviera, che 17835 iscrizioni in Germania.
Franc.17835 e1⁄2. Ah! ah!
Alem.Sì, 17835 e1⁄2. Volete vederle?
Franc.,Ingl.,Amer.Misericordia!
Tutti s'alzarono per isfuggire alla terribile minaccia del buon Tedesco; questi offeso dalla dimostrazione eloquente credette lesa la patria nelle sue più profonde affezioni archeologiche, e per difendere la Germania non trovò mezzo più spiccio di quello di arrovellarsi contro l'Italia, dimenticando — o ingratitudine! — l'origine delle iscrizioni in appendice alla sua opera — postuma.
Io in quella gazzarra pensate se me ne stetti a bocca chiusa! Desiderare che l'Italia sia schiava per sentirne il pianto... Oh! dunque la è una istriona? Un usignuolo da tenersi in gabbia? Voi siete altrettanti egoisti, e per me vorrei che non una nota di Rossini avesse varcate le Alpi.
In pochi minuti i forestieri, obbliati i meriti musicali e viniferi ed il dolce far niente si unirono a' miei danni. Animato da un insolito calore, io sentiva ingagliardirsi in me tutte le potenze dell'amore, che fa della patria agl'Italiani una madre afflitta da consolare. Perciò rigettate le lodi ed il lascivo panegirico dell'Americano, intuonai, virgolato da più libazioni, un'eloquente difesa della povera nazione che getta finalmente la cetra, con cui ha saputo molcere i dì del dolore per impugnare il ferro della battaglia.
Le vicine pareti della sala erano scomparse, ed io vedeva attorno attorno sulle pendici dell'anfiteatro ossolano un'immensa moltitudine, che cogli occhi m'incoraggiava col gesto. Erano ombre di remoti e di vicini secoli. Io riconoscendo in molti d'essi carissime conoscenze di biblioteca, eruttava faville. Le cruciate figure di Dante, di Michelangelo e di Giusti, parevano protestare contro il detto dell'Americano esser necessaria la schiavità all'Italia per serbare il primato nelle arti.
Gli stranieri irritati a quella vista, crollando le spalle e facendo le boccacce, senza una riverenza al mondo per quei nostri illustrissimi, sacramentarono d'impiparsi di quelle anticaglie da ferravecchio, di miti, d'ombre chinesi.
Se non m'isbaglio, mi diedero per corollario dell'asino — ma per non essere la prima volta in vita mia — non ne sentii troppa ira. Virgilio m'era pur costato delle sonore sferzate; Dante mi fa presentire la bolgia degli scioperati fannulloni; eppure al sacrilego dileggio perdonai i cavalli al pedagogo, e, gettato lo scudo, colla baionetta in canna assalii di botto tutte le nazioni in una volta.
La faccenda diventava seria. Le ombre stesse malcontente parevano volermi suggerire, ma anch'esse tutte ad una volta. In due minuti il vino e l'amor di patria annebbiarono le idee; il colloquio diventò un turbine, una tempesta. L'ira alle fiamme accecanti del liquore s'accese. Gli era come cento suonatori disaccordi, un pandemonio di esclamazioni, di nomi proprii, un'enciclopedia a fascio, un vocabolario scucito, i cui fogli svolazzano confusi dall'uragano.
Povera Italia! Dopo mezz'ora i quattro campioni giacevano in una gora sanguigna, attorno al tavolo, non morti e non del tutto vivi.
***
Il garzone sentimentale mi condusse nella mia camera da letto: il quale sormontato da un alto baldacchino a cortine — il letto, non il cameriere — stava in mezzo alla stanza col capo al muro. Ampie cortine d'un rosso dubbioso lo coprivano intieramente. Mi posi tosto a letto e spensi il lume. Un raggio di luna, sottile, lungo, mi tremolava presso alla finestra:la discussione, il vino e le cortine mi soffocavano: le apersi.
In fondo alla camera stavano — non v'era dubbio — varie figure, dritte, minacciose, una presso all'altra stretta per le mani, come i congiurati del Grütli. Se non che quelli erano tre, questi quattro.
Lo spavento fece abbrividire il midollo delle mie ossa.
Erano proprio i commensali, forse ubbriachi, che venivano a farmi qualche brutto tiro. Volli scivolare dal letto, cercare nel sacco da viaggio una pistola; ma le gambe aggranchite mi negarono il loro ufficio. Volli chiudere gli occhi: non potei. S'avanzarono fin presso ai piedi del letto.
Il primo a parlare fu il Tedesco.
— Signore, egli borbottò, voi avete riso delle mie 17835 iscrizioni e mezza, e voi me ne renderete conto e tosto. Così vi sarà al mondo un nemico di Germania di meno.
— Caro fratello in Schiller, gli risposi ritirando gli artigli, voi parlate come suole il mondo, una verità ed una menzogna. Anzitutto gli Italiani non odiano gli Alemanni; odiano gli stranieri che vengono giù dalle Alpi a rapina di ogni cosa — eccettuate le iscrizioni. Anzi rimarginate le piaghe fatte dagli Austriaci, la tanto percossa Italia vi stenderà una mano, amichevole. Se corsero rivi di sangue fra voi e noi, la colpa a voi: v'abbiamo detto:
Ripassate le Alpi e tornerem fratelli...
Ripassate le Alpi e tornerem fratelli...
Ripassate le Alpi e tornerem fratelli...
voleste restare! — Quanto alle iscrizioni, è vero, risi. Battiamoci dunque da buoni amici.Ma prima che cessi per me questa dolce abitudine di pensare ed agire, come dice il vostro Goethe, chiaritemi perchè l'ultima vostra iscrizione sia soltanto mezza.
— Per la semplice ragione che io non la ritrovai intera.
Io assentii con un profondo inchino alla magniloquenza di quella risposta, e quando alzai il capo, l'Inglese corrucciato, cogli occhiali sul fronte, masticò fra i denti:
— Signore! voi avete sorriso all'Americano quando irrise la nostra povertà musicale. V'attendo.
L'Americano coi capelli pioventi lungo il muso, come un salice piangente ombreggia il tronco de' suoi pieghevoli rami, s'avanzò, squassò la criniera, armò le labbra del più infernale sogghigno, e proruppe nell'attitudine del Mefistofele d'Ary Scheffer:
— Uomo nato sulla terra, io compiango te come questi altri. Ognuno di voi crede che i cavoli maturino meglio all'ombra del patrio campanile. Vi disprezzo perchè egoisti; vi compiango perchè amate un pugno di terra invece d'amare il tutto. Perciò, a conto mio, ti dico: dormi! dormi! poichè non sei atto a spogliare quella veste nessea che tu chiami amor di patria, e che ti darà dolori, non mai gioie. Che Italia mi vai cantando? Vieni con me: t'insegnerà a dimenticarla il piacere.
Un brivido glaciale mi corse per le vene tutte: i denti battevano come le nacchere d'una ballerina nelle ridde della tarantella, e la fronte mi gocciava ad un tempo di freddo sudore; tuonai:
— Larva d'uomo, apprestati a lavare col tuo sangue l'insulto!
Egli crollò le spalle impassibile e s'assise sopra il cassettone aspettando la sua volta.
Il Francese con un fare tra lo sbadato e l'altero mi disse:
— Voi sapete abbastanza che uno di noi due deve morire... e sarete voi...
— Perchè non voi!
— Forse ambidue, susurrò l'Americano.
— Meglio ancora: ci batteremo al di là...
Allora gli stranieri, prima discordi, vedendomi facile vittima, si strinsero a' miei danni. Anche quell'Americano che aveva cantato l'Italia, o miserabile! derideva la mia nudità!
. . . . . . . Un velo sanguinoso passò dinanzi i miei occhi, saltai giù dal letto ed abbrancai furente la spada che m'offeriva il Tedesco. Pochi colpi ma di misura. Dopo cinque minuti egli cadeva nel proprio sangue. L'Americano, impassibile, mentre il Tedesco agonizzante gli raccomandava le sue 17835 iscrizioni e mezza, di un calcio lo rotolò sotto il letto.
Pareva che il mio braccio fosse guidato da una magica forza misteriosa: il Francese nella sua furia lasciò un istante il cuore allo scoperto; fu l'istante della sua morte. Ed eccolo in compagnia del Tedesco sotto al letto.
L'Americano, ad un tratto, mentre io, ebbro e sitibondo di sangue (e a dirla schietta, anche d'una chicchera di thè, a cacciar giù quell'imbroglio dallo stomaco), gli porgeva un ferro, trae di tasca una fiola, d'un sorso ne beve il contenuto, e borbottando un addio alla vita ed al piacere, s'abbandona mollemente a terra;quindi, oh meraviglia! per risparmiare a se stesso quel certo calcio surriferito, agonizzante, striscia, s'avvoltola, sdrucciola come un serpe ferito, sul pavimento, fin presso ai compagni sotto al letto.
L'Inglese, masticando il soliloquio d'Amleto, si disponeva, con eroico disprezzo della morte, ad infilzarmi nello spiedo. Solamente per amore di verità assicurò che una partita a pugni gli sarebbe stata più cara; ma, considerato il pregiudizio degli Italiani, che lasciano questo duellare ai facchini, si dispose a rendermi quel buon ufficio che desiderava. Oh come lunga, accanita, disperata fu la sua difesa! Assolutamente non voleva cedere alla sorte dei compagni. Eppure..... già mi capite. Il suo cadavere, cadendo a terra, urtò il cadavere del Francese; una viva scintilla di fuoco illuminò la scena.
Sfinito, mi coricai. Un lago di sangue innondava la stanza: le iscrizioni del Tedesco galleggiavano, come già i monumenti che le portavano in fronte soprastarono al deserto di ruine, che fecero le orde dei suoi connazionali. Il raggio di luna pareva si tuffasse con voluttà in quella gora, come una silfide nelle cilestri onde marine; dalla finestra socchiusa un venticello veniva a tergere colla sua fresca mano i sudori della battaglia, ed io me ne stava là sul letto come sopra un trono, o meglio sopra un carro di trionfo, allorchè la porta s'aperse, entrò una frotta d'uomini armati direwolvers.
Erano Americani; ed il loro capo, sbottonatosi, cavò dal giustacuore una carta, la lesse: o Dio! era la mia sentenza!
Quella buona gente era partita di laggiù peraccomodare per sempre la lite e disfare col ferro il nodo gordiano, cominciando la missione civilizzatrice col mandarmi le gambe in aria. Ed io, sentendomi ad un tratto più amante che mai della vita, e la morte già tirarmi pei piedi nelle sue gelide braccia, dato un rapido intensissimo addio a tante belle e care creature e cose, colla parola strozzata, balbettando, colle mani in aria ora in atto pietoso, ora irato, invano protestava aver io difeso l'onore della mia patria, invano invocava il nome del Licurgo americano, invano faceva appello agli scritti umanitarii della signora Beecher Stowe; già comprendeva che gl'italiani non debbono attendere soccorso che dalle proprie braccia, e un anello diacciato sulla fronte, la bocca d'una pistola, già stava per sbalzarmi addirittura al di là dello Stige, quando il garzone mi svegliò, come eravamo convenuti e mi presentò il conto dello scotto.
***
Se la sentenza dell'Americano mi faceva capire chiaramente come tutti i popoli non sono generosi se non finchè nella partita s'avvantaggia il loro interesse, — salvo a piantarvi dopo il primo acchito — quella dell'oste a prima vista m'apparve come l'arcobaleno dopo un diluvio; a seconda mi fece osservare che io era tenuto quale inglese — s'intende naturalmente di quelli del tempo in cui gli animali parlavano, ed i ricchi non venivano in Italia a rattoppare la fortuna compromessa dagliSport...
Dopo le prove della notte, uno scambio di nazionalità mi era troppo sensibile; quella birba, che aveva difeso l'Italia, m'aveva a prezzo della sua eloquenza, accollato il proprio scotto. Discesi e raccontai la cosa a ser l'oste: mi rispose che, quanto al prezzo, egli era convinto che gli stranieri potevano senza ragione di broncio pagare un po' più la sua ospitalità, quando godevanogratistanti spettacoli; e quanto all'incognito, avergli detto che io era suo intrinseco amico, ed essere convenuto fra di noi che io avrei soddisfatto ogni cosa..... Così per giunta era tenuto pel suo amico, o Dio sa che cosa! Tuttavia dopo poche mie osservazioni, d'un tratto di penna tagliò la coda al totale, coda che io in onore della nazionalità italiana donai al garzone.
Non vidi più alcuni de' miei commensali. Il Tedesco era partito a mezzanotte colla corriera del Sempione in compagnia del Francese e delle sue 17835 iscrizioni — e mezza — l'uno pel Grimsel, l'altro per Ginevra. L'incognito era certamente passato ad intuonare un inno all'ospitalità svizzera (a 8, 10 e 12 lire al giorno, compreso il letto).
Che bel mercato è il mercato del sabbato a Domodossola! Le svariate e strane foggie deglialpigiani di tutti i monti circondanti formano uno spettacolo veramente curioso. Le vie e la piazza del centro erano tutte assiepate di carri a cui stavano attelati buoi di piccola statura; di panche su cui cesti di pomi, pesche, uve e pere di non grande dimensione ma colorite e gustose; di ortaglia, di forme rotonde di cacio; stiacciate, bislunghe, ovali, di butirro fresco; di scansìe su cui bottoni, spilloni, pettini, collane e le altre minuterie di cui è sì golosa la nostra contadina nè più nè meno che la canadese; di tavolati a cui appesi il velo, il fazzoletto trinato, la veste di seta, di cotone e di lana, tutte a vivi colori e il rosso campeggia; ed intorno a tutte queste botteghe ad aria aperta uno sciame di montanine fresche rubizze, di ragazzacci, di contadini, di vecchierelle secche, olivastre e tuttora vegete; un vociare poi di venditori, che fanno a chi strilla più forte, ed un gridìo continuo di ooh! ooh! dei conducenti le carrettelle cariche di foresti e di merci che vengono o vanno alle valli ossolane o all'Intrasca.
Sulla piazzetta che sta dinnanzi all'albergo, al primo mettere piè fuori, mi ferì la vista una bionda ragazza sui sedici anni, accoccolata presso il muro, coi dolcissimi occhi pregni di lacrime. Il volto aveva leggermente coperto d'una finissima lanugine tal e quale la peluria di una bella pesca di Lesa. E come una pescaincarnatale gote erano erubescenti. Fattomi a domandarle della causa del suo dolore, dopo qualche peritanza mi rispose mostrandomi un canestro pieno di frutta fresca sconciamente battuta e pesta. Una giovenca infuriata datasi a scorazzare pel mercato, aveva urtato nel suocanestro quando appunto stava per venderlo, e ne aveva fatto quel scempio, e due grosse lagrime venivano terse col rozzo grembiale di tela azzurra. Forse la fanciulla aveva corso pericolo ella stessa; ma l'essere scampata non la consolava della perdita, a guisa di quella bimba che, sorpresa sopra le rotaie di una strada ferrata dall'imminente convoglio, mentre le attraversava portando un pentolino di latte, caduta a terra dallo spavento, si rialzava incolume ma piangente perchè aveva rotto il pentolino e versato il latte. Le profersi di comprare quella frutta. Ella mi guardò estatica, dubbiosa quasi non avesse compreso. Una vecchierella che dall'abito pareva sua convalligiana la persuase ad accettare quelle poche monete di rame di cui le era sì poco generoso. Ella non rispose che con una lunga occhiata, in cui io lessi cinque o sei ore di cammino, ed una buona tirata d'orecchi dal padre a lei risparmiata: poteva dimostrarsi più grata?
Girellando per le vie, giunsi in faccia al duomo, che, fra parentesi, non ha ancora faccia. Entratovi, ammirai begli affreschi e quadri, che mi si dissero opera di valenti pittori ossolani.
Poco lungi dalla cattedrale vidi pure un'antica magione in viottolo dimenticato, a porte e finestre ornate di pietra tagliata. Sopra ogni architrave un'iscrizione latina. Tutte le finestre chiuse: le invetriate polverose, le soglie e le porte intatte. Pare dorma da lungo tempo. Quella casa così abbandonata mi parve uno dei tanti palazzi di Venezia che, disabitati, lungo i canali dei quartieri meno popolosi, vanno morendo d'inedia e di noia.
Nessuno indovinerebbe ciò che io trovai di ritorno all'albergo: sovra un piatto tersissimo di maiolica rossa, coperti da foglie di vite due grappoli d'uva perlati di rugiada... Quella fanciulla invero aveva un bel cuore.
Giammai sì poca moneta fruttò allo zingaro tanto piacere. Il donare è veramente la più squisita di tutte le soddisfazioni... Non è vero, lettrici mie?
***
Lettore, hai tu buone gambe? Orsù, in moto; apparecchiati a salire e a scendere, ad arrampicarti e dirupinarti giù dei monti. Se poi non hai buone gambe, fermati a Domodossola, che io ti racconterò storie e ciarle millanta di apostoli e di soldati, di alpigiani e di monti, di foreste e di cascate.
Il sole spunta sulle creste dei monti che si adagiano tra la valle Vigezzo e l'Intrasca: e la più ridente delle valli ossolane svelata agli occhi del cielo e degli uomini intuona il suo inno alla natura.
Appaiatomi con uno di quegli onesti contadini dal saio meno ruvido, dalle grosse scarpe e dagli enormi solini della camicia, che, assiepando la testa — onde non perderla facendo cammino — gli segavano le orecchie, da Santa Maria Maggiore in due ore di cicalate giunsi al Santuario.
— Ha da sapere il mio signore che nell'anno Domini 1494 un certo Zuccone scagliava una pietra nell'immagine della Vergine e la colpivanella fronte. Pensi quale fu il suo terrore quando vide quell'immagine grondare sangue, e le campane, agitate da mano ignota, suonare a festa! Sicuro, mio signore, che ciò dopo tanti anni potrebbe essere messo in dubbio: ma grazie al cielo i miscredenti qui non possono sogghignare, perchè teniamo negli archivi un atto giudiziale, firmato, bollato ed autenticato dal podestà della valle e da tutti i notai della giurisdizione; e lei, che dalla ciera parmi debba sapere di lettera, capirà che tutti questi scriba non sarebbero andati così d'accordo se il miracolo non fosse stato evidente.
— Tutti quei messeri erano convenuti in Re nell'istante di quel miracolo?
— No, vi convennero chè il miracolo durò diciotto giorni continui, e se la vuol convincersi, venga con me che le farò leggere lo strumento.
— Grazie, amico mio; io sono di quelli che amano meglio di credere che di accertarmi scrupolosamente del fatto.
— Ah! sclamò con voce dolente il buon vecchierello stringendomi la destra fra le incallite mani, perchè non la pensano tutti come lei?
***
All'indomani, procedendo poco oltre Olgia, godetti lo spettacolo delle sottoposte Cento valli, per cui in poche ore, a quanto mi si disse, si scende, passando ad Intragna, all'amena Locarno. La quasi deserta valle Cannobina, a cui si potrebbe discendere varcando da Malesco (prima di giungere a Re) il brutto passo di Fineronon mi tentò affatto. A Craveggia, nota pel bello stabilimento di eccellenti acque minerali, ebbe i natali Pietro Ferino che, acquistata sui campi napoleonici fama di esperto condottiero, veniva tenuto caro da Napoleone e dallo stesso Luigi XVIII, che lo creava pari di Francia.
A S. Maria Maggiore, sul finire dello scorso secolo, accadeva una terribile scena. Una buona parte dei novatori che avevano occupato il forte di Domodossola, sentita la rotta dei compagni a Gravellona, si ritirava nella valle Vigezzo, donde nel giorno seguente, scendendo le Cento valli o la Cannobina, si sarebbe rifuggita nella repubblica cisalpina. A S. Maria i novatori stanchi dalla lunga marcia, abbattuti dalla fatica e dallo sconforto, sono ricevuti da certo Rassiga, il quale blatterando di politica in piazza era in voce di fautore dei Francesi. Egli corre incontro al drappello, e dopo di essersi rallegrato che il sole di S. Maria potesse vedere i redentori della patria, rincrescevole della troppo esigua capienza della sua casa, li guida in un albergo, li conforta di ciancie e di cibi, ed acconciatili alla meglio nelle stalle capaci, li lascia in preda ai sonno. Il loro capitano aveva colorito al Rassiga ed ai curiosi la precipitosa ritirata come una mossa strategica, tacendo dei disastri toccati. A mezzo la notte, buia come la gola del lupo, Rassiga è svegliato: che è che non è, un amico che giungeva allora allora dal piano, saputo dell'arrivo in S. Maria dei novatori e dell'accoglimento avuto, lo fa consapevole della loro rotta, e peggio, i soldati regi già stare alle porte del borgo, il pericolo imminente: fuggisse od in alcun modo provvedesse alla propria sicurezza.Rassiga era uno di quei tali che ignorano nulla essere più difficile che conservare un'opinione nel pericolo della vita. Che Dio non metta mai a questa prova la falange dei tanti!
Nella lotta, seppure vi fu lotta, prevalse l'egoismo: alle strette di dover perdere avere e vita, scelse il tradimento. Corse incontro ai regii; sè disse corpo ed anima pel trionfo dell'ordine: sapere che una mano di turbolenti si era rifuggita fra quei monti pacifici per commettere Dio sa quali abbominii su popolazioni devote al re: suo dovere di svelare il covo che ricettava le fiere, onde immolarle alla giustizia.
La paura dalle pallide sembianze condusse con mano tremante il tradimento attraverso le ombre della notte alla porta segnata; con passi di volpe varcano furtivi la soglia ospitale.
Fra la sicuranza del ricetto fratellevole e la stanchezza per la faticosa marcia, i fuggiaschi s'erano abbandonati al sonno, e già la fantasia pingeva loro d'attorno le scene famigliari delle madri, delle spose e delle amiche lontane, quando — un lampo — un tuono orrendo scoppiò, e s'udì per l'aere commosso un urlo... dal sonno fidente erano trabalzati nel nulla — tutti!
—Requiescant in pace, balbettò esterrefatto Rassiga.
— Viva il re! gridarono i soldati.
M'aggirava nelle boscate colline di Trontano all'ombra dei castagneti. Stanco d'asolare entrai in una modesta capanna sull'orlo del villaggio, e vi trovai cortese ospitalità. Rifocillatomi in compagnia di quei buoni contadini, mi assisi al rezzo delle piante. L'esterno di quella casa campestre senza aver nulla di mirabile, mi colpiva; forse erano due finestre nel muro di pietra, basse, a sesto acuto, profonde, che mi guardavano fisso come se aspettassero una interrogazione per rivelarmi un segreto.
L'antichità di quel muro contrastava singolarmente colla verzura d'una giovine vite, che abbracciandolo co' tralci, correva attorno in ghirlande: pareva la giovinezza che conforta col suo sorriso la vecchiaia. Un zampillo d'acqua scorrente poco lungi tra le foglie ed i sassolini, empieva l'aria d'un misterioso cicaleccio. Le mie palpebre s'andavano abbassando; il mio capo s'appoggiò al tronco d'un castagno, sbadigliai e m'assopii.
Dopo poco d'ora, mentre io me ne stava tranquillamente dormendo, la porta della capanna si aprì, e ne uscì un frate che a passi furtivi venne presso di me.
La sua alta statura, maestosa ed imponente, pareva averlo destinato al comando, mentre dallo sguardo ammaliatore refluiva una dolcezzapersuasiva. Il suo capo era interamente nudo: anche le sopraciglia erano prive di peli. A chi lo guardasse attento, la sua pelle appariva arsiccia, screpolata; sì che moveva ad un tempo pietà e terrore. Anzi, se ben mi ricorda, parmi emanasse dalla sua persona un odore di bruciaticcio insolito. Si avanzò, ed a me meravigliato non stendesse la mano, disse pacatamente dopo di essersi guardato attorno con occhio sospettoso:
— Perchè guardavate voi con tanto amore quell'avanzo d'una antica casa?
— Non lo so io stesso: forse qui abitò qualche immortale che anche dopo secoli riempie di sè i luoghi ove s'aggirò vivente.
— Voi sapete adunque di lui, dello sventurato fra Dolcino?