XI.Cannero ed Ettore Fieramosca.

Le onde non hanno forse un'anima?Byron.

Le onde non hanno forse un'anima?Byron.

Le onde non hanno forse un'anima?Byron.

Le onde non hanno forse un'anima?

Byron.

— Dove indirizziamo la prua?

— Dove ti pare; al largo. Quest'oggi desidero l'acqua, lo specchio del cielo. V'ha sulla terra cosa alcuna più bella dell'acqua? I fiori? Ecco, il vento solleva in minutissima polvere il maroso e distende al raggio del sole un vaghissimo iride contesto di rose, di garofani e di viole. Al fondo del mare i recessi delle ninfe stanno ornati di perle e conchiglie a tutt'i colori, dal languido della rosa al vivido del garofano, dall'azzurro dell'ortensia (ne ho visto delle azzurre), al candido del gelsomino.

V'ha forse cosa più necessaria dell'acqua? Sei ammalato? Acqua. Vuoi forza, elasticità muscolare? Acqua. E tu, come il globo, che sei? Per quattro quinti acqua. Chi fece la terra? L'acqua. Chi la nutre, la feconda, la sana? Che cosa è il vino? Acqua.

Altri cantò a lungo le piante, gli angioli, i fiori e l'asino: perchè non canterò io l'acqua,questa madre della natura? La voluttà del correre su dorata quadriga e sollevare colle ruote corruscanti la polvere del corso più lieto di dame, può forse paragonarsi a quella del sorvolare con agile schifo sull'ali del vento le onde cristalline di un lago, d'un bel lago? Voga, voga, gondoliere: vedi come la brezza, scherzando, arriccia la mia capigliatura, come un'innamorata al suo caro? Che mi guardi dal cadere?... Lasciami specchiare in questo cristallo sì terso: forse scoprirò nel fondo qualche bella ondina amoreggiare fra i canneti con un silfo. Può mai la bella affidare le membra purissime a più soffice letto? Oh! come tranquilla la sorregge! Come l'onda increspata lambe amorosa e ricerca i tesori del seno ed avviticchia pudica il corpo candido colle treccie copiose!

Oh l'acqua! E i fisici poterono affermare, sacrileghi, che dessa non è un elemento, come credettero i nostri padri? Dove vi fermerete, o insolenti, colle vostre scoperte? L'acqua è il primo elemento: trovatemi un poema che di lei non parli.

Omero canta l'onda ch'egli sentì morire in un flebile lagno sui ciottoli delle sponde greche. Virgilio le bricconate d'Enea in faccia all'oceano, senza il quale come sarebbe egli fuggito alla passionata Didone? Come sarebbe venuto a fondare quella Roma che... ecc., ecc.? Senza l'acqua avrebbe potuto Dante fare il più tremendo augurio a Pisa? Ma lasciamo da parte Dante: questo poeta s'intende che è stato letto, chiosato, commentato da quanti sanno leggere... Dante. Per la stessa ragione omettiamo il Tasso, l'Ariosto e gli altri poeti italiani. Shakespeare,obbedendo a questo irresistibile impulso dei poeti, trasportò la Boemia sulle sponde dell'oceano, forse per consolarla colle libere aure marine del paterno reggimento degli Absburgo. Byron ad ogni pagina canta la tempesta del mare e della mente: senza il mare egli non avrebbe attraversato a nuoto l'Ellesponto, e non avrebbe scritto le più belle pagine delChilde-Harold, e non avrebbe anzitutto avuta la soddisfazione di far annegare il suo maestro di scuola nelD. Giovanni.

L'acqua fa le vendette dei discepoli e dei popoli. Barbarossa annegava nel Cidno. La Beresina puniva il novello Cesare. Senza l'acqua, Mosè non avrebbe scampato dalle ugne di Faraone gli Ebrei, questa razza così degna d'ammirazione sotto l'aspetto politico, religioso, universitario ed artistico. Se questo è il più tremendo prodigio delle antiche scritture, delle nuove, dice un Intrese, il più notevole è senza dubbio quello delle nozze di Cana......

Senza l'acqua, senza il mare, Venezia non sarebbe giunta la prima al Cattaio, e Costantinopoli non si troverebbe in bocca al mare dei Russi. Senza il mare Colombo non avrebbe scoperta l'America — che non si chiamerebbe America; — senza il mare, che sarebbe la flotta inglese e la fama di Nelson? Che sarebbe stato di Gama, di Cadamosto, di Marco Polo, di Diaz, di Magellano, di Cabotto? — Certamente lord Franklin non sarebbe perito di fame e di freddo nei deserti polari.

Il mare è la sorgente delle immagini più sublimi dei poeti e Gian Paolo Richter, quel gran pensatore, come avrebbe potuto asserire, chel'idea della vita avvenire è per l'uomo quale un punto nell'immensità dell'oceano allo stanco navigatore, se....

L'acqua (e con questa faccio punto) fornì al divino Petrarca l'immaginoso paragone:

«O felice colui, che trova il guado«Da questo alpestro e rapido torrente«Ch'ha nome vita, ch'a molti è sì a grado!

«O felice colui, che trova il guado«Da questo alpestro e rapido torrente«Ch'ha nome vita, ch'a molti è sì a grado!

«O felice colui, che trova il guado

«Da questo alpestro e rapido torrente

«Ch'ha nome vita, ch'a molti è sì a grado!

Ma tutto ciò è un nulla.

Laghisti del Verbano, che sarebbe del vostro bel paese, se i campi cilestrini del vostro lago non fossero cristalline onde acquose, ma spumanti fiotti..... di Barbèra?

Oh! da quanto tempo, o Verbano, tu saresti una conca asciutta come il palato dei tuoi intrepidi bevitori!

***

È fama, che gli antichi imitassero il cigno nella costruzione delle navi. Da due ore m'arrovello per iscoprire il prototipo delle barche verbanesi, e mio malgrado non trovo che il rospo. O gondole veneziane dalla chiglia tagliente, dal felze bruno, dalla prua addentellata, rimontate il Po ed il Ticino!

Sento ora esservi tradizione che l'arca di Noè siasi fermata sopra un alto monte del lago, sopra Intra — l'arca venne copiata; il lenzuolo che coperse le vergogne dell'inventore della vigna venne issato a cima di un coso che non èpiù bastone e non è ancora albero; un palo lungo lungo a timone; ecco la nautica tradizionale del Verbano. La ripida discesa del Ticino spiega la mancanza di chiglia nei barconi che commerciano con Milano e Pavia; ma le veliere e le barchette che fanno ilcabotaggio, malgrado i bei modelli introdotti dai villeggianti, sono sempre conformi all'arca di Noè.

***

Compagno, la sbagliate grossa, se credete che io vi vada tessendo una guida. A che una guida, quando il vostro sguardo è tratto soavemente senza ombra di sforzo al bello? Quando la natura si apre liberamente a voi dinanzi? Quale necessità di registrarne le varietà, quando l'armonia v'allaga di arcane dolcezze il cuore? A che una guida?

Nessuno si fida delle indicazioni date per gli alberghi o altro simile, perchè ciò che oggi è buono può essere pessimo domani. Quindi non tutti ignorano che gli scrittori di questa sorta di libri,qualche volta, per poche lire lodano, col dovuto rispetto alle discipline letterarie, il più furfante bettoliere, e d'una trabacca pidocchiosa fanno un castello.

Dopo queste premesse il lettore può pensare se la mia indole girovaga e selvaggia poteva acconciarsi, armonizzare con quelle ispide cifre statistiche! Di più, io sapeva troppo bene che per quanto mi fossi arrovellato per soddisfare i lettori, io non avrei secondato i loro capricci variabili secondo le ore della giornata. I lettorilaghisti variano di brama secondo il paese, la villeggiatura ed il giardino..... ed ogni tulipano vorrebbe un inno!

Ma se tu hai desiderio di conoscere più ordinatamente il paese, leggi la Guida di L. Boniforti. È l'unica che lessi senz'annoiarmi, anzi con piacere.

***

Non fu mai gloria senz'invidia!Prov. Ital.

Non fu mai gloria senz'invidia!Prov. Ital.

Non fu mai gloria senz'invidia!Prov. Ital.

Non fu mai gloria senz'invidia!

Prov. Ital.

— Pallanza! Pallanza! Chi ha bagagli per Pallanza!

Io che da varii giorni vagava pel lago e non era ancora sceso alla sua capitale politica, vistomi sorridere amabilmente da tante pianticelle fiorite che mi stendevano amorose le braccia, tosto mi lasciai vincere, e dissi fra me:vada per Pallanza, e scesi dal piroscafoS. Gottardo.

— Oh! scusate.... già mi dimenticavo di salutare, prima d'andarmene, il capitano, persona squisitamente cortese.

Disceso a terra m'avviai a sinistra, ammirando case, palazzine e giardini, e così senz'avvedermene fui a Suna, la quale facendo lo gnorri va avvicinandosi a Pallanza, di modo che fra pochi anni Pallanza divorerà Suna o Suna mangierà Pallanza.... seppure — sempre nel futuro — mentre le due sorelle si confondono in un amplesso, non arriva dalle spalle Intra e ne fa un boccone. S'io fossi Intra o Suna —perdonatemi la superba supposizione — io risparmierei Pallanza. L'essere proprio adagiata sull'estremo lembo della collina che dal Monte Rosso declina nel lago abbracciando a sinistra il golfo, proprio in faccia alle isole (quella di S. Giovanni non può risolversi a lasciare la sponda pallanzese), attorniata da vaghissimi giardini; l'essere risparmiata nell'inverno dalle staffilate che la tramontana sferra senza pietà sopra Arona, Intra, Luino e Cannobio; di più la torre antica de' Barbavara, e anzitutto la sua posizione centrale, dovrebbero farle perdonare di essere il capoluogo della provincia.

Così pensava io dondolandomi attorno ai giardini graziosi e coltissimi, che cerchiano la cittadina verso il promontorio di San Remigio, quando eccomi dinnanzi uno di quei tali, che i Toscani dicono sì incisivamente uomini-colla. Era di Feriolo, ed aveva stretto conoscenza con lui visitando le cave del granito. Vedermi, riconoscermi ed impadronirsi della mia persona fu un istante.

— Che ne dice di Pallanza?

— Molto bene, benchè finora i giardini e le palazzine alla nostrana ed alla svizzera m'abbiano distolto dall'entrare in paese.

— Eh! cosa vuol vedere in paese?

— Le case, le botteghe e chi vende e chi compra, le donne, e se ve ne sono i monumenti.

— L'ha visto quel povero vescovo di pietra nell'acqua, sul porto? Ecco i monumenti.

— Ho capito: Pallanza non è la sua passione. Eppure ho sentito che vi si trova spirito socievole più che altrove, e da quel po' di storia che ho scartabellato parmi che i Pallanzesi,quantunque ora siano annegati nel nugolo dei forensi e degli amministratori politici, abbiano indole fieramente tenace d'amor patrio. Signor mio, dopo d'aver visto i giardini qui attorno, io non mi curo gran fatto di vedere le manifatture, se vi sono, le carceri che vi sono, ed i monumenti che non vi sono. Mi pare però cittadina appropriata a contenere la sede politica del governo del lago; tanto più che, seppure gli operai nonlunediggiano, parmi che il commercio non ingombri soverchiamente le vie.

— Mi scusi, signore, ma la è in grande errore.

— Ciò è possibile. Nulla di più facile anche colla migliore volontà del mondo, che il dare giudizi poco retti, quando si viaggia. E dove vorrebbe stabilire questa capitale del lago?

— Senta. Arona ha già troppi intoppi. Ferrovie, telegrafi, poste, dogana, piroscafi e dieci altre confraternite governative. Di Belgirate non parliamo. Con tutti quei fiori, con tutte quelle fate ammaliatrici del bel mondo, Temi non avrebbe la testa a segno; Pallanza è troppo ilare; Intra è troppo chiassona; Cannobio troppo triste; Luino e Laveno....

— Ma dunque?

— Quale è il paese più serio del lago?

— Ho capito, dissi fra me ridendo, e poi a lui: la è dunque di Feriolo?

— O cosa c'è da ridere? Feriolo non è mica da meno.....

Per fortuna mia una gentile persona di Pallanza m'incontrava in quel punto, del resto chi sa dove si finiva.

Del resto se gl'Italiani credono una sola città potere essere la metropoli della nazione, Roma,perchè, disse — a morale della favola — il Feriolese, i laghisti non possono optare per quella città che crederanno meglio atta a farne la sede del governo?!

***

Il piroscafo scorre, guizza sulle onde, e la scena varia ad ogni istante. Intra, la città del cotone e dell'allegria, salve! Verrò a te quando mi talenterà passare la serata fra la cricca solazzevole dei tuoi begli umori ed una dozzina di fiaschi. Verrò a te, e s'io corro adesso oltre le tue mura, pensa che la più lunga strada è la più prossima a casa. Tu mi dirai forse: chi ama non aspetta — ed io a te: chi aspettare puole, ha ciò che vuole. Intanto che tu mediti queste scappatoie, si maturano le mie nespole.

Laveno, un nido tranquillo a fior d'acqua, in fondo ad un golfo verdeggiante, appiedi delle montagne più singolari della costa sinistra del lago — lo zingaro non può dimenticare la bella abitatrice dalle stupende chiome.... senza che io te ne profferisca il nome, m'intendi; parlo di quella gentile il cui sorriso basta a diradare le nubi dalla tua fronte,..... non vo' dir altro — già alla sua presenza il mio labbro non balbettò che le solite nullaggini, ed ella deve avermi in conto d'un ciuco senza basto.

Portovaltravaglia..... non ho scarpe tali da potermi arrampicare e dinoccolare per le ciottolaie dei tuoi monti senza pericolo che dopo un'ora di prova facciano le boccacce.

Ghifa — voghiamo oltre; i signori della villa Morigia non pensano a farmene dono.

Oggebbio — troppo arrampicare troppo scendere.

Luino, graziosissima Luino dai declivi ombrosi! Da Maccagno che se ne sta rincantucciato in seno solitario e queto — Maccagno deve essere stata costrutta da qualche filosofo stoico — alla torre fantastica dell'Agnelli sulla punta di Germignaga, le curve dei tuoi colli sono fra le più vaghe e le più arborate; sicchè dopo la pittoresca Angera, Laveno, e Luino, chi dice tutta la sponda sinistra uggiosa e deserta, mente per la gola con certeguidescritte da chi passò — forse — una volta sul lago...... colla nebbia.

Il seno di Cannero v'invita colla pacatezza dell'onde e colla benigna temperanza dell'aure e col riso della sua primavera precoce; l'albergo deiTre Respalanca le porte per accogliervi, se non colla splendidezza dei monarchi orientali, colla spontanea cordialità d'un ospite un po' alla carlona, ma che vi regala — a buon mercato — a mense frugali di quel certo rubino che mette in vena, e che vi farà travedere nell'orizzonte la stella dell'insegna. Ma facciamo punto, chè altrimenti qualche maligno potrebbe sospettare che messer l'oste abbia comprato con uno scotto la lode dello zingaro il quale finora non è in debito con quel galantuomo,e lascia gli annunzi alla quarta pagina delle gazzette. Anche i terrazzi co' limoneti m'invitano a passeggiare fra le loro ombre profumate, ma la villa del

«. . . Cavalier che Italia tutta onora»

«. . . Cavalier che Italia tutta onora»

«. . . Cavalier che Italia tutta onora»

mi rapisce al caro villaggio.

La villa di Massimo d'Azeglio non ha nulla di monumentale, nulla di peregrino all'infuori della posizione: costrutta sopra uno scoglio che si protende nelle linfe lacustri, n'è bagnata da tre parti; dalla quarta guarda le ripide chine del monte boscato che sta a ridosso della riva cannerese. Da questa ha dinanzi il basso del lago fin oltre Laveno; da quella vede in primo aspetto i colli di Luino e di Germignaga, e, dietro, suffusi dal cilestrino dell'aria, i monti del Luganese; verso Cannero ne ha in vista le case, i vigneti, e nell'acqua i romantici castelli percossi dall'onda — più in là, oltre lago, la fronzute spalle delle erte dell'Alto-Maccagno, su cui fra cielo e terra biancheggiano boscherecci villaggi.

All'intorno sulla spiaggia non case, nè orti; alberi, castagneti — il sito non poteva scegliersi più rimoto. La palazzina disegnava la stessa mano che coloriva a sì vivi tocchi l'Ettore Fieramosca, e se dessa non va distinta come opera d'arte, nulla manca in essa per rendere meglio agiata e confortevole la dimora. Il capace terrazzo a picco sul lago, innanzi alla Casina, orlato di fiorite pianticelle, con quelle vedute, è la cosa meglio acconcia per l'abile paesista e descrittore che, nella meditazione della natura,studia per l'arte i mutabili toni dell'orizzonte e delle spiagge, i contrasti e le armonie. La temperie del clima, la bellezza e la tranquillità del sito, i piaceri del lago e la solitudine che richiama al pensiero le tante memorie di chi è ad una poeta, pittore, uomo di stato e soldato, lo chiamano sovente a far dimora nel suo eremo.

Il rimproccio che tutti fanno a Massimo d'Azeglio ed al suo maestro Manzoni è di essersi arrestato troppo presto in quell'arringo ove colsero sì gloriosi allori — ed hanno ragione. (Qui, a vero dire, non si sa bene se lo zingaro abbia inteso dire che i due scrittori avessero ragione, od i primi; io, nella mia qualità d'editore, senza cantartene i perchè, do ragione agli ammiratori).

La brina dell'età non ha smorzato il brio vivacissimo di chi seppe fondere le pagine dell'Ettoreed il racconto del sacco di Roma nelNicolò de' Lapi; chi non ha letto con vero solluchero i troppo pochi frammenti delleMemorie degli anni giovanili, scorsi girovagando in Italia fra lo studio degli uomini e delle cose?

Giusti, il suo caro amico, lo sollecitava con amorevole insistenza alla pubblicazione di tre altri lavori a cui aveva posto mano,Corso Donati,L'Assedio di Sienae LaLega Lombarda. Che il desiderio del grande Toscano non debba essere più soddisfatto?

I Ticinesi, malgrado gli Svizzeri oltremontani, sono Italiani. Della Svizzera non hanno che le leggi. Cielo, clima, favella, istoria più ancora che la stessa giacitura del paese li fanno Italiani. Essi sono liberi, ma il giorno in cui tutta l'Italia sarà libera, essi non si chiameranno più Svizzeri. Allora si accorgeranno che i loro altissimi monti li invitano a scendere nella valle del Po, non a valicarli per discendere fra mezzo ad altre razze, ad altre idee.

I Ticinesi non mangiano che pane italiano e respirano aure italiane. Dippiù, chi direbbe Vela uno Svizzero piuttosto che un compaesano di Canova? I Ticinesi non dicono d'essere Italiani più che Svizzeri, non lo dicono mai: ma ad ogni ora lo provano. Il Ticino non diede i congiurati del Grütli, nè gli eroi di Grandson e di Morat, alla Svizzera, ma diede all'Italia soldati ed artisti famosi. I Ticinesi sono Svizzeri nelle sale del loro governo; ritornati al sole, sono Italiani. Se i Ticinesi non fossero liberi, sarebbero ora con noi. Essi sentono tutto il pregio inestimabile della loro libertà, ed ogni volta che l'Italiano combattè per la sua propria si vide al fianco un Ticinese.

Finchè l'Italia non è libera, il Ticino è svizzeroper accogliere nelle sue braccia i nostri profughi.

Il golfo elvetico ha sembianze severe. I monti altissimi sfiancati, a gran tratto nudi, scheggiati, proiettano ombre rotte sul paesaggio. Ma Locarno è in uno dei più deliziosi siti del lago, come ne è una delle più belle cittadine.

La passeggiata al Santuario della Madonna, lassù è piena di belle viste. Peccato che da Locarno si vede poco lago.

Magadino, il villaggio del lago forse più conosciuto in Europa dopo Arona, è forse il meno degno di esserlo per tutto che non è commercio. Dieci case, in cui nove depositi di merci, otto venditori di tabacco, sette caffè, sei spedizionieri, cinque alberghi, quattro pubblici funzionarii, tre uffici, due bigliardi, e dappertutto un odor di formaggio che assassina.

A Magadino capitò un giorno, in una sdruscita barcaccia, di cui pagò il nolo cantando una deliziosa barcaruola, la Poesia. Un soldato, che stava all'approdo, veggendo quella figura divinamente strapazzata, tenendola per qualche affare di contrabbando, la condusse nanti il giudice del distretto. Siccome la poverina parlava un linguaggio inintelligibile per le orecchieburocratiche, questi mandò per un mercante che conosceva varie lingue. Il nuovo arrivato le chiese qual mestiere esercitasse.

— Tesso con fiori la trama della vita umana.

— Che diavolo di stoffa è questa! sclamò il mercante passando colla mente in rassegna le tele dell'Olanda, i pizzi del Belgio, e le mussole della Svizzera. Diede di mano ad unmetro, che stava presso al banco del giudice, e mostrandoloalla poverina, le chiese se avesse inteso favellare di quella misura.

Smarrita da tanta sconoscenza, ella, che pure aveva cantato tante glorie e consolato tanti dolori, fuggì ratta, e da quel dì più non si vide attorno.....

Malgrado il continuo va e vieni di piroscafi, di barche, di vetture, di carri, di bestemmie e di pugni fra vetturali e facchini, noi passammo una deliziosa serata all'albergo del Belvedere, ammirando dal balcone esteriore della casa il bel golfo ticinese riflettere gli ultimi chiarori del sole che tramontava incendiando le nubi che coronavano le vette della Valticino, mentre ilmaître d'hôtelne raccontava le avventure dei suoi viaggi.

***

Sulla bella via che tende da Locarno a Bellinzona v'ha una graziosa casetta, che si pavoneggia in mezzo ad un giardino senza fiori. La domenica v'è un chiasso da non dirsi di strilli musicali, di danzatori che s'avvolgono in un turbine polveroso, di battimani degli assistenti, in mezzo ad un va e vieni di ciotole di birra; che quella è una birreria, la più bella, la più frequentata di Locarno. Una brigatella di suonatori, ignoro se di mestiere — non posso dire dell'arte — o dilettanti, — nel caso sono pur discreti a dilettarsi con sì poco! — soffiava a tutto polmone negli strumenti più o meno assordanti, inaffiando di quando in quando la gola riarsa con un sorso di spumante birra. I danzatori — i maschi stavano alle femmine inragione del cento per uno — mescevano di quando in quando birra alle danzatrici, mentre i curiosi in giro e gli altri avventori ai tavoli in giardino, sullo steccato dinnanzi alla casina, gridavano battendo colle ciotole vuote: birra, birra! Io chiusi gli occhi — e, meno l'assenza dell'armonia nei chiasso strumentale — mi pensai di essere in Germania con unschopin mano e l'inevitabile pipa in bocca.

E mi parve di sentire attorno la lingua di Klopstok raccontare la curiosa leggenda di Gambrino, il quale, come Noè il vino, scopriva la birra, e meritavasi così di essere raffigurato tra Schiller e Goethe su tutte le ciotole delle birrerie tenere della gloria alemanna. Vispe e procaci ragazze correvano attorno servendo lo amarognolo liquore, e ritraendone il prezzo e per giunta lo scoccare d'una interrogazione galante o d'un bacio sulle umide mani; una sottile nebbia piena di visioni cominciava ad avvolgere coi veli incerti la sala..... Quell'avventore pensieroso era senza dubbio Fausto. — Quell'altro dalle unghie lunghe e la barba da caprone, se non spirasse la fatua gloria di un damerino provinciale, sarebbe senza fallo Mefistofele — quel tale che parla sì forte di patria e di forche pei tiranni è forse l'ombra di qualche Niebelungo in sessantaquattresimo — là una zingara che studia su fatidiche carte la vostra sorte — qui una canzone di Körner, più in là dal crocchio di studenti una lezione eretica di Strauss.....

Io era ingolfato in piena Germania, e stava per essere anch'io della partita, quando un vicino importuno sclamò:

— Io vi ripeto, che per un bicchiere di vino delle Fracce do tutta la birra e la birreria, colla musica per soprappiù. Che volete? sono Italiano!

L'aria è soffocante: non un alito di venticello sfiora il lago; ma Cannobio che all'aspetto esteriore presi per la patria della melanconia, è dimora d'una costante brezza, che tutto mi fa fremere deliziosamente. È il più fresco villaggio di tutto il lago, come ne è forse il più freddo nell'inverno.

Cannobio ha un aspetto originale. Adagiato in riva al lago fra una gola di erti monti boscati, presenta una serie di case variatissima. A destra verso la Cannobina, torrentaccio insolente, dieci o dodici antichissime case di pietra, la maggior parte delle quali in semirovina con finestre sfondate, usci disarpionati, tetti cadenti, mentre la spiaggia è popolata di lavandaie e di pescatori. Queste rozze topaie sono divise dal resto da una bella chiesuola, in cui — senza parlare di Bramante che la disegnava, nè del ricco pavimento a scacchiere di marmo — s'ammira una bella tela del Rafaello delle montagne, Ferrari Gaudenzio, rappresentante la discesa dalla Croce. Questo tempio sormontatoda una cupola attorniata da colonnette a portico in giro è rivolto verso l'interno del paese.

Dal tempio, che così visto dal lago non è meno bizzarro del resto, corre una fila di case, l'una dall'altra diversa, innanzi a cui s'innalzano antichi platani, che ombreggiano un tratto di terreno irregolare senza spiaggia, ma orlato al lago d'un muricciuolo su cui siedono e si appoggiano al rezzo delle piante foltissime ragazzi e fanciulle ed i faniente del paese. Di queste case una presso la chiesa ha la figura di una casa lombarda delXVIsecolo: varie iscrizioni in marmo dormono sul muro grigiastro fatto più scuro dal contrasto dei muri vicini a colori vivi, qua e là un po' scoloriti dalla pioggia, come quelli delle villeggiature della Liguria. Quell'altra ha le inferriate gibbose alle finestre ed i balconi e le persiane e le tende delle case spagnuole. Poi nella ressa che fanno, stringendosi una addosso all'altra, per stare a vista del lago, un altro gruppo di case a portici, a piani sporgenti, slavate, scornicciate dal vento e dal tempo. Ecco Cannobio dal lago. Entrate, se è possibile, girando lungo la Cannobina dalla parte opposta, non lo riconoscerete. Un'ampia, lunga e pulita via adorna di belle abitazioni, una piazza con un bel tempio vi fanno affatto ricredere che il borgo sia un ammasso di trabacche annerite e spiombate come da buon tratto della sponda.

Si direbbe che l'egoistico amore d'una tranquillità assoluta abbia vestito così tristamente la fisionomia esteriore della borgata per tener lungi ogni contatto straniero. Il laghista è generoso, ma poco socievole.

***

Passai varii giorni al rezzo dei platani di Cannobio. Tramontato il sole, in gondola. La sera vogava attorno alla rupe profonda di Pino, grazioso paesello sopra un erto promontorio vestito di castagni e che si pavoneggia mirandosi addoppiato dall'onda.

Ritorniamo ad Intra; cerchiamo un barcaiuolo. Una ventina stanno alla spiaggia, parte racconciando attrezzi di pesca, parte dormendo distesi lungo il muricciuolo all'ombra dei castagni. Questo giovane tarchiato dallo sguardo insolente e col frusto di sigaro fra i denti, mi garba assai. Questo vecchio con quella nidiata di ragazzacci attorno è un vero tipo di quegli apostoli che il vigoroso pennello di Tintoretto scolpiva sulla tela a Venezia.

Mentre io me ne stava guardando l'animato quadro, che mi si spiegava dinnanzi, apparì non so di dove una bella creatura, diciottenne, bionda come un'Inglese e tutta spilloni d'argento alla nuca, come la Lucia deiPromessi Sposi. Ella venne presso uno schifo legato a terra e vi depose un paniere. Quella testa era stupenda; non era un profilo greco e qualunque pittore l'avrebbe plasmato qual era. Sulla sua fronte non si leggeva un pensiero che non fosse di gioia; il sole le aveva indarno abbronzato il viso, mentre il collo appariva, sotto il fazzoletto rosso, di rara bianchezza..... Non parliamo di grazia del suo collo piegato a leggera curva più grassoccio che magro. Il petto ricolmopalpitava sotto una vestina, che aperta mostrava una bianca camicia raccolta a sottili pieghe. Due scarpe quadrate malfoggiate tradivano un piede snello, irrequieto.

Saltò nella barca con agilità e mi sorrise. Che faccia la barcaruola? Perchè no? Ne ho viste tante ad Intra! E colla maggior grazia del mondo:

— Vorreste, bella ragazza, noleggiarmi la vostra barca?

—Smorbion! Mi rispose seccamente, mentre quel certo vecchio del Tintoretto senza nemmeno toccarsi il cappellaccio di paglia con un piglio tra l'arrogante e l'offeso mi si era piantato dinnanzi, tra me e la forosetta.

— Cosa vuole da quella ragazza?

— Ve lo dirò, quando mi avrete spiegata quella parolasmorbion.....

— Quella parola vuol dir insolente, petulante, cattivo soggetto.

Davvero che quel vecchio animandosi, imporporandosi, mi diventava sempre più interessante; il petto velloso scoperto, gli occhi ancora raggianti di forza, i lineamenti improntati dalle tramontane, m'impedivano affatto di irritarmi.

È inutile dire, che dopo poche parole il vecchio era tranquillo sulle proposizioni da me fatte a quella tosa, e che il cerchio ragunatosi d'allocchi desiderosi di essere spettatori d'una scena di pugilato, rimase con tanto di bocca quando mi vide saltare col vecchio nella barca, ove già stava la bella Peppina.

La Peppina se ne andava a Maccagno: perchè non v'andrò io pure? Una mezz'ora con leimerita una visita a Maccagno. Nella gondola entrambi seduti a poppa, ella non era più così sospettosamente selvaggia. Non vi parlerò nè delle sue belle treccie, nè delle sue scarpe troppo grandi, non del corallo delle labbra, nè degli occhi azzurri come il lago, nè delle sue calzette bianche di bucato. Ma perchè non dirò che un eroe avrebbe desiderato di riposare il capo su quel petto palpitante di vita e d'amore? Nel paniere erano frutta: ne mangiammo assieme; scendemmo a Maccagno, salimmo una lunga erta boscata ed ombrosa in cima alla quale un piccolo villaggio.

Passai qualche giorno a Maccagno fra la pipa, i disegni, i racconti, che la cara forosetta mi narrava sulle sponde dell'ameno Delio, percorrendo i boschi, e..... Che cosa è questo ammiccare degli occhi, garbato lettore?

— Finisci adunque la frase.

— Nossignore. Merita forse che io le faccia vedere i bei granchi a secco che la piglia, quando vuol dar retta alle mormorazioni della più volgare malizia? Se non capisce lo scopo dei miei racconti, peggio.....

— Ho capito. Vorresti darmi ad intendere, che la laghista, popolana, è tanto amabile e generosa, stretta conoscenza, quanto è ritrosa e selvaggia, a primo incontro.

— In verità, che se non fosse mio lettore le direi, in confidenza, che l'è un pesca granciporri... La laghista sotto ogni aspetto è più cara del laghista. Il sorriso del cielo e del paese le persuadono l'amore. Ma teme l'amore e lo sfugge volentieri... Innamorata è la donna — a quanto mi si disse — più generosa delmondo. Quante volte le grazie femminili temperano la volgarità maschile, qui come dapertutto! Le aggiungerò, signor lettore, che se i laghisti non fossero gelosi come tutti gli altri italiani, io vorrei intonare un inno, a grande orchestra, alle gentili abitatrici delle sponde verbanesi.... Torniamo dunque in buona pace alla Peppina. Se m'avesse risposto a Cannobio:

— Signore, questa barca non m'appartiene; io non avrei passato una settimana lassù. Dopo questa, la bella Peppina partiva per Milano lasciandomi a ricordo una folla di pazze leggende, con cui aveva popolato i castelli di Cannero e i boschi di Maccagno.

Che andava a fare a Milano? A cangiare di scarpe, mi rispose sorridendo. Ad ogni modo la fortuna ti sia propizia!

***

— Compagno mio, voi mi tenete il broncio, e mi pare di non avervene data cagione. Vi compatisco: il pensiero corre qualche volta laggiù fra le mura della vostra città... Voi non mi rispondete? Mi guardate sospettoso... Sotto il saio sgualcito, fantastico dello zingaro, Dio sa chi potrebbe nascondersi, n'è vero? L'abito abbottonato, una mano sulla tasca, un'educata smorfia di noia sulle labbra... La cera ed il silenzio parlano qualche volta con rara eloquenza. Chi sa quanti sotto queste spoglie non avrebbero sospettato un giornalista ricco di speranze e d'appetito in cerca d'associati; un aspirante al Parlamento in giro pel circondariopromettendo il ritorno dell'età dell'oro; un commesso di libraio che pretende colla minaccia, o la borsa o la vita,una firmaper un'opera mai più vista, a cui posero mano cielo e terra!

— Zingaro, mi pare che voi m'abbiate promesso di guidarmi dal Verbano alla Svizzera per l'Ossola e la cosa va alle calende greche. Sono oramai stanco di asolare. Alla fin fine che m'avete voi fatto vedere? Invero io m'aspettava.....

— Una lanterna magica o un cicerone di piazza?

Se desideratevedutecompratevi delle fotografie. Vorreste forse sapere il nome di tutto ciò che sfila dinanzi agli occhi? Vorrei potervi dire il nome dei signori di questa e di quella villeggiatura; ma per mia disgrazia non oso ficcare il naso oltre il cancello del giardino per aspirare ad aperte narici l'olezzo dei miei carissimi fiori..... Se in quell'istante capita il portinaio, arrossisco come un ladro, tanto più che è difficile che m'inviti ad entrare. Cogli zingari, si è già troppo cortesi quando si lasciano traguardare da un'inferriata. Pensate, se mi capita un grazioso signore, se io con questa maledetta indole oserei dirgli:

— Servitor suo, io sono uno zingaro, ma di quelli che rubano solamente cogli occhi e col naso... mi permetta... scombicchero un libro... farò cenno e lode di lei... Scusi... per mia regola... a che ora pranza? Non voglio disturbarla... — Metterei la mia rispettabile schiena a rischio di farsi gramolare.

Con questo sistema, scrivendo difilato di tuttoe di tutti, io, sapendolo fare, avrei scritto un librone in-folio, ed il lettore non l'avrebbe comperato per non saperlo ficcare in tasca. È vero, salto di palo in frasca; ma v'assicuro che ciò è unicamente per darvi agio a respirare. Insomma ditemi il vostro piato.

— Voglio dirvi che voi non mi avete ancor dipinto qualche singolarità in mezzo ad una natura pur singolare per varia bellezza.

— Giuggiole! E dove la prendo io?

— Lo scultore del fango forma una Venere, e voi mi fate viaggiare in lungo e in largo il lago........

— Annoiandovi?

— L'avete detto. Voi non mi parlate che degli alberi, delle montagne e delle onde. Pare che il lago non sia abitato.

— Ma e Manzoni e Massimo d'Azeglio?

— Eh! Si conosceva come gente di casa, quando voi senza fallo eravate ancora cullato dalla balia colla cantilena del ninna nanna.

— Che volete? Conversare dei morti non mi talenta, e dei vivi, quand'anche potessi loro conferire l'immortalità, non ne ho punto voglia. Se alcuno non trova il suo tornaconto, se la pigli col lettore indiscreto. I nomi maiuscoli di quelli che fanno parlare di sè in Italia, è inutile che io li ricanti. Parlare di sconosciuti è cosa poco allettevole per voi e pericolosa per me, chè nella lode non avrei sempre la sanzione dei conterranei del genio incompreso.

Tutto il lago possiede uomini d'ingegno vivace, senza farne però gran caso: tutti i libri di laghisti pubblicatisi vi ebbero pressochè nessun esito. Non avete mai veduto in un fruttetoun albero chiomato di fronde rigogliose di fiori e di frutta lasciarsi involare dal vento i più odorosi e le più saporite? Il laghista non legge.

La popolazione industre, laboriosa ama il litro più del libro... Chi oserebbe rimprocciarnela? Lo stesso lord Byron direbbe che hanno ragione.

È cosa curiosa l'amore della vita!Un beccaio.

È cosa curiosa l'amore della vita!Un beccaio.

È cosa curiosa l'amore della vita!Un beccaio.

È cosa curiosa l'amore della vita!

Un beccaio.

Un'immensa nube nericcia s'addensava sui monti che rinserrano il lago al nord; il lampo di quando in quando guizzando in quell'oscuro vôlto rischiarava un istante i profili rotti delle montagne. L'aria soffocante, un'afa di prigione senza uno spiraglio, nessun tuono ancora.

Verso le supreme cime dell'Ossola le nevi rischiarate dal tramonto, contrastavano coll'orizzonte come luccicanti armature mal celate sotto la bruna cappa d'un antico cavaliere.

Il Mergozzolo, che d'ordinario soffia un alito di frescura sul golfo delle isole, pareva addormentato sui morbidi cuscini della sua verzura. Ma in fondo del lago, dalla pianura lombarda, sorgeva una straordinaria cortina di nubi rossiccie, sanguinose, che toccavano il cielo. Adun istante, mentre i laghisti mirano le barchette, che s'involano con rapido alternar di remi dal mezzo della tremula pianura, un rombo lontano, crescente, incessante annunziò la tempesta colle sue artiglierie.

Il vento inferiore oinverna, si scatenò subitamente sul lago, che si coprì tosto di spuma leggera, di piccole onde e in meno che il dico di grandi cavalloni, i quali emulando i marini venivano ad abbattersi sulla ciottolaia della spiaggia con un lungo stridìo.

Sulla strada che orla il lago il turbine avvolgeva la polvere in altissimi spirali, in cui tratto tratto sparivano le vetture, le persone, gli animali fuggenti qua e là. A riva, le lavandaie malgrado il loro affaccendarsi a raccogliere i panni sciorinati, a gettar sassi su quelli che erano stesi a terra, videro una miriade di lini variopinti preda del vento svolazzare sulla strada, sulle case, sul lago. L'aria era tutta polvere, fiori divelti, foglie, profumi, cappelli di paglia, non senza qualche ombrello vagante a grado del turbine, divelto Dio sa da quali manine!

Alla calma era successa di repente la più disordinata agitazione; era un correre generale, aria, gambe, remi. Lo sbattere delle persiane e delle invetriate che andavano in frantumi precorse d'un istante un lampo vivissimo ed un rumoroso tuono, che fu per la tempesta come nella battaglia il primo fuoco dei bersaglieri avamposti.

L'uragano è precipitato; la schiuma dei fiotti vola a larghe falde nell'aria per ricadere sopra la nostra gondola in finissima pioggia. Col ventoin poppa, con mezza vela in asta l'invernonene cacciò in poco d'ora dalle coste amenissime d'Intra fin presso Cannero. Allo svolto del monte, che si protende sul lago tra Cannero e Cannobio sotto al sasso Carmeno, il lago cambiò fisionomia. Un violento aquilone si abbatteva dalle gole del S. Gottardo sul lago. Una terribile lotta s'impegnò tra la tramontana e l'invernone. Le onde risospinte, mozzate, sbattute non avevano più direzione. Il lago era tutto bollente d'ira e di schiuma, mentre il cielo era tutto fuoco, ed i monti echeggiavano sordamente alle incessanti scariche dell'elettricità. Di quel lago sì variamente bello di monti e colline verdissime, d'onde azzurre del sereno del cielo nulla più appariva.

Il vento sibilava sinistramente nelle pinete; le strade deserte dalla popolazione chiassona; le onde emulanti il furore del mare, mentre la grandine ed una pioggia a rovesci formavano una fitta cortina, fra cui apparivano in lontananza i paeselli a riva, a mezza costa, le isole in mezzo ad una tinta grigiastra. Dappertutto la forza, la maestà del temporale: la grazia era scomparsa.

Il gondoliere abbassò ad un tratto la vela e fu in tempo. Le onde mentre alzavano alta la prua si gettavano da poppa sulla gondola. In quel tramestio il vento ne cacciò — i volti impallidirono — fra le torri dei castelli di Cannero, mura liscie, nere, senza porte, a picco nel lago da cui sorgono.

Il loro aspetto tra il castello feudale, la prigione ed il covo di pirati è sinistro. Quando questi solitarii avanzi del delitto guardano dalleoscure occhiaie la ripa vicina, le piante rabbrividiscono. Più d'una divenne paralitica.

Il vento entrando nella fessura dei muri, dalle finestruole, dalle fuciliere strideva orribilmente. Al barcaiuolo omai sfinito parve di sentire in quelle abbandonate stanze risa di scherno, che gli diacciarono le ossa.

Mi assicurò che erano le ombre dei cinque fratelli pirati già re di quello scoglio. Per nostra fortuna l'aquilone in quel momento abbatteva il suo rivale: dietro al castello verso Cannero potemmo gettarci sopra una piccola spiaggia in faccia all'isolata torre della Malpaga. La barca tratta da quella furia di vento girò sopra se stessa rapidamente, passò innanzi alla torre, quando un'onda la sollevò in alto per stritolarla un momento dopo sulla scogliera. La notte era discesa cupa, oscurissima: in quella tenebrìa non si sarebbe potuto scorgere anima viva!

Il barcaiuolo, tremante, accennava al chiarore dei lampi una frotta di spazzacamini già naufragati poco lungi presso Cannobio, che diguazzando cercavano colla rabbia della disperazione di salvarsi sopra i frantumi della barca. Quei volti gonfi, dai capelli verdastri, erano orribili. La caliginosa tinta lottava invano colla pallidezza cadaverica: gli occhi roteavano con sguardi di desiderio, di terrore nell'agonia. Un piccolo ragazzo fra i naufraghi era giunto ad impadronirsi d'un remo. Suo padre gli chiedeva aiuto, una mano per salvarsi. Il ragazzo attese che il padre fosse vicino, e con un colpo della rastia gli fracassò le cervella. L'annegato calò a fondo e ritornò a galla presso il figlio:afferratolo pei piedi lo sbalzò dal remo. Ogni frusto della barca era l'oggetto d'una lotta. Avviluppato nella vela, legato, soffocava il vecchio arruolatore di quei neri operai, invano chiedendo aiuto: una dozzina di ragazzi stringeva colle braccia convulse il corpo galleggiante di chi li nutriva.........

Intanto presso Pino appiedi a quel crocifisso, che stende invano le braccia ai naviganti, succedeva una scena poco dissimile. Uno schifo, su cui due fidanzati, urtava in quella roccia e tutto spariva.... In quella notte l'annegata veggendo il suo caro dormire fra l'alghe in fondo al lago, leggiera si spiccò alla superficie e dopo mille tentativi inutili, colle mani sanguinose potè appigliarsi ad uno sterpo, che sorgeva in una fessura della roccia.

Lo sterpo è sufficientemente robusto: ancora un istante e la bella è salva, quando ad un tratto il suo corpo è strettamente avviticchiato. Prega la misera, prega, supplica, assicura, giura che lo farà salvo fra un istante: ma tutto è vano.

Ella sente smarrirsi le forze, sdrucciolare sull'ammuffata roccia, lo sterpo sbarbicarsi per il soverchio peso..... la brutta morte s'appressa nuovamente inevitabile.

Allora un pensiero d'inferno balena alla sua mente..... quella mano, che ha fra le dita l'anello nuziale, abbranca ratta un'affilata pietra... Il fidanzato non è più, ma il suo corpo non si è staccato dal funereo amplesso: le braccia, il petto non sono più animati, il volto pallente, la lotta è cessata, ma il nemico resta e implacabile, spaventoso. Ogni sforzo della bella è inutile,lo sterpo si sradica sempre più, ed ella si sente tirare al fondo dell'abisso fra le sue bestemmie all'amante, fra le convulsioni degli sforzi per guadagnare la vita.

Mi svegliai madido di freddo sudore ad una bella aurora, che su tutto il lago spargeva fiori e perle, dopo queste orrende visioni dell'amore della vita, che mi richiamavano ancora confuse le parole a doppio senso del barcaiuolo a me che lo interrogava nella tempesta, se m'avrebbe condotto a riva a nuoto:

— Eh! in queste occasioni non si fanno cerimonie!

Un bel mattino, di Cannobio m'avviai verso Trafiume di buon passo. L'aria frizzante della valle Cannobina, in cui io m'innoltrava, raffrescandomi tutta la persona, faceva sì ch'io corressi per quella stradicciuola come se avessi le ali ai piedi. Io non correva punto a deliberata meta; correva perchè.... correva!

Chi potrebbe tentare l'enumerazione di tutti i moti dei quali non è ben nota la causa efficiente? Un giorno berresti un fiasco di lacrimacristi, al domani ti spinge una vera necessità di seppellirti lungo e disteso nelle lamentazioni di Young. Quel dì io avrei piuttosto bevuto alla vostra salute un sorso di lacrimacristie lasciato ad altri il piagnone inglese. Come pensare a tante melanconie quando il cielo è sorridente, fresca l'aura, più verdi le piante, più garrule le rondini, e lo stesso torrente ha voce più armonica? La valle Cannobina triste per avarizia di natura era meno uggiosa. Con queste divagazioni mentre sto per passare sopra un antico ponte, eccomi là in fondo tra i castagneti Trafiume.

PerchèTrafiumes'egli non è a mezzo le acque? Dove sono gli archivii del comune? Le antiche pergamene? Il biricchino a cui io moveva queste domande per appagare il mio onestissimo desiderio di condire al lettore la passeggiata con un cicino di storia secondo i buoni costumi della buona letteratura... Dove mi trovo? Ecco cosa mi tocca con questo benedetto divagare e saltare di palo in frasca! Ah! Eccomi sulle rotaie. Il monello andava a scuola a Cannobio, ove studiava nientemeno che la storia, l'aritmetica, la geografia e la lingua italiana, ed a prova palpabile degli studii portava accollato al dosso un certo zibaldone di libri, o cartellone che vogliate, di tale mole, che ilpuer sudavit et alsitnon fu mai appiccicato sì a dovere. Quel professore in erba mi disse adunque che il villaggio in discorso era Treffiume.

— Caspita! Tre fiumi? Dove sono questi fiumi? Il monello mi guardò estatico, poi di trotto che il fastello dei libri gli saltellava sul dosso, partì in mezzo ad un nugolo di polvere, piantandomi sul ponte a fare conversazione con una antica statua di pietra.

Disperato di non trovare la sospirata etimologia, mi avanzo oltre il paesello nella valleapensando se non mi sarebbe dato di essere il Colombo dei tre fiumi di Treffiume.

Oh! eccomi chiusa la via: il torrente s'allaga nell'uscire da un oscuro e cavernoso canale fra due roccie ertissime congiunte lassù da un ponte, che da un tempietto valica l'orrida forra.

Una provvidenza di barchetta mi attendeva, ed io meno confidente di Colombo, quando salpava coi legni Ispani per la patria delle contraddizioni e deirewolvers, m'avventurai in quel quasi sotterraneo canale a mille doppi più periglioso della Manica.

A dritta cento sassi screpolati, scagliosi, tentennanti sul tuo capo: a sinistra una roccia spossata di stare lassù abbracciata al monte e che aspetta forse una sola parola dell'eco per abbandonarsi nelle braccia della legge di gravità, e sotto al fragilissimo schifo un gorgo profondo.... Scilla e Cariddi! Eppure la voluttà vertiginosa del pericolo m'invita oltre la soglia della forra, ed io, compreso da religiosa temenza, susurro al gondoliere: voga! voga! Ed egli voga, ed i vivi raggi del sole non osano entrare con noi in quella misteriosa stanza, in cui certo fra l'ombre ed il mormorio delle acque amoreggiano.....

Ma che? Il navicellaio è scomparso, e dall'onde una dolcissima figura nuotando silenziosa, conduce con una mano lo schifo, ed io ammiro quelle forme divine su cui le chiome diffuse e l'onde fanno dubbioso velo..... or eccola a prua, assisa, che con mano sicura, spingendo ora a destra ora a sinistra, m'addentra nell'umido laberinto. Io la guardo..... con occhi sì desiosi di una sua novella che valga a snebbiarmi il cervello,che essa mi sorride e mi dice che s'io bramo conoscere la sua storia, devo seguirla nelle sue stanze........ Il rauco fragore della cateratta, a' piedi della quale siamo giunti, si mesce al dolce suono delle parole dell'ondina....... Ella m'indica il profondo dell'abisso invitandomi a seguirlo. Io, palpitando con mille moti di terrore, di ansietà e d'ammirazione, l'ascolto e la fiso estatico........ La corrente lene lene ne conduce con essa, mentre la ninfa dello speco, appoggiato il gomito sulle ginocchia, ne fa sostegno al capo, e.....

— Ricusi? Vieni laggiù con me ed io quante gioie ha amore tutte ti darò. Ancora ricusi? Sei tu ambizioso? Io ti farò re di queste onde, e non avrò altra cura che di foggiarti corone d'alghe intrecciate ai fiori delle spiaggie. Sei tu avido di novelle e di leggende? Tu poserai il capo sulle mie ginocchia, e ti racconterò un mondo di cose che ignori e ch'io ti farò amare. Sei vago di nuove acque? Ti condurrò nel lago, e di là pel Ticino e pel Po nell'Adriatico, nelle lagune popolate di tante memorie di gloria e d'amore! Vieni... vieni... io t'amo! Io ti farò colle mie mani un trono di conchiglie a mille colori più vaghi dell'iride, e quando ti sarà caro rompere il corso tranquillo dei dì, noi, lasciata la nostra reggia e spintici a galla, proveremo la nuova ineffabile voluttà d'abbandonarci ai fiotti, scendendo veloci nei gorghi e rimontando sui cavalloni in un letto di molle schiuma, mentre i canneti e i boschi lungo le rive ne susurreranno i segreti delle loro ombre. Oh! vieni, affidati a chi ti legherà sì strettamente a sè coll'amore, che tu non avrai piùcuore di respingerla! Tu tremi?.... Io non sono bella per te!

E la bellissima in atto di cordoglio copriva il volto colle palme e la persona colle treccie copiose. Vergognoso ed in una arse le vene di inusato foco, io mi gettai a' suoi piedi onde non mi sfuggisse... era troppo tardi!... Collo sguardo e co' dolci nomi e colla persona spirante bellezza singolare continuava a farmi invito... e lungo la strada a Cannobio io rivedeva di quando in quando quella strana apparizione fra le onde riottose del fiume; e mentre il piroscafo m'involava a quelle acque, io la vidi ancora nei fiotti schiumanti seguire il solco scintillante della nave, con mille invocazioni.....

Se voi andrete a Treffiume a visitare l'orrido di S. Anna, e vi toccherà in sorte di vedere fra quelle misteriose ombre l'ondina assetata d'amore, Verbania, la regina del lago, ditele che senz'amarla non è dato allo zingaro di dimenticare il primo essere che volesse farlo felice di tanti doni in cambio di solo amore!

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