CIRCOLO

Un dì d'autunno, al tramontar del sole,In un ermo giardino entrò la Morte;E impallidìr le rose e le vïolePresàghe di lor sorte.

Le foglie, scosse da leggiero ventoE per sottil pioviggin lagrimanti,Siccome colte da orribil spaventoSi fecero tremanti.

E dal bigiastro ciel, parlando ai fiori,Disse una voce: "Così vuole Iddio!"Voi dovete morire!—Addio colori!"Olenti effluvii, addio!"

E la Morte passava.—Un'armoniaDi indistinti sospiri e di lamentiSorgea dovunque, ovunque la seguiaNei sentieri silenti.

Eran sospiri timidi, repressi,Come il fruscìo d'un abito di damaChe va di notte a colpevoli amplessi;Era un pianto, una brama

Di restar fiori e foglie un giorno ancora.Un povero giacinto domandavaDi lasciargli veder la nuova aurora…Ma la Morte passava.

Il giranio avvizziva; le vïole,Baciandosi fra lor con aria mesta,Diceansi addio, e sull'umide ajuoleChinavano la testa.

Solo una rosa, una fulgida rosaDal vivace color, nata il mattino,Surse a lottar, fidente e coraggiosa,Coll'avverso destino.

E alla Morte gridò: "Perchè degg'io"Morire adesso che son nata or ora?"La mia parte di vita io chieggo a Dio…"Io vo' vivere ancora!"

"Perchè vivere ancor?"—chiese la Morte."Perchè ho terror del nulla…"—"Erri; m'ascolta:"Morir non è svanîr, ma cambiar sorte,"Nascere un'altra volta…

"La mia man non distrugge, ma trasforma;"Apportatrice di vita indefessa,"La Materia non muor; muta la forma,"Ma la creta è la stessa."

—"Lasciami dunque la forma presente,"Con te non mi lagnai della mia sorte."Io voglio restar rosa eternamente!…"—Le rispose la Morte:

"E che dirà la terra, a cui tu devi"Porger te stessa in provvido alimento?"Tu dalla morte altrui vita ricevi;"A te l'altrui tormento

"Dà l'esistenza; il loto che si muta"Nel tuo stelo e le foglie ti colora,"Muore anch'ei; d'esser rosa ei si rifiuta"Ma pur convien ch'ei mora!…

"A che tanto terror?… Prima d'un mese"Che saran le tue foglie?… Od aria o loto."Per ridonarle a te, l'April cortese"Le farà d'aria e loto.

"La stessa brama, che tu senti, avranno,"Morir dovendo, l'aria e il loto allora…"Ma poi, mutati, Iddio benediranno"D'essere rose ancora…

"Benediran l'Ente Infinito e Ignoto"E d'esser rose lo ringrazieranno,…"Per poi lagnarsi il dì che in aria o loto"Rimutarsi dovranno!

"È un'assidua vicenda!…—Il nëonato"È vecchio quanto il Tempo!—È un'infinita"Catena!… Tutto muore!… E nel Crëato"Freme eterna la vita!…"

Tacque e passò.—Cadean le foglie a milleGiallastre e secche; e dietro i tenui fustiBiancheggiavan le mura delle ville;E gli sfrondati arbusti

Parevan membra di bimbi malatiUsciti da mefitici ospedali;Borea scopava coi buffi gelatiLe foglie nei vïali;

E intorno, intorno, un susurro s'udiaConfuso e fioco, come il suon lontanoD'un'arpa, cui chiedesse un'armoniaUn'aërëa mano.

Era un canto di grazie; era un concentoChe nel vespro nebbioso si perdea;Le foglie e i fior caduti, a cento, a centoLo ripetean.—Dicea:

"Ave, o Signor, che ci desti la vita,"Che loto ed aria quaggiù ci mettesti!"Possente Iddio, la tua bontà infinita"Fa che si manifesti!…

"Possente Iddio, ci manda un po' di piova!"Possente Iddio, ci manda un po' di neve!"E tien lungi l'April, che in forma nova,"Aimè, mutar si deve!

"Deh!… Tien lungi l'Aprile!… Ave, o Signore!"Noi siamo lieti della nostra sorte…"L'April tien lungi, chè mutarci in fiore"Vuol dir darci la morte!"

Milano, giugno 1875.

O modesto filosofo,Che giunto a quarant'anni,Fra l'incessante turbineDi miserie e d'affanni,Vivi solingo e povero,E nel tuo cor securoSotto l'usbergo del sentirti puro,

Di' qual è dunque il tramiteChe al sepolcro conduceE cui conforta il raggioD'inestinguibil luce?Dimmi, come si vinconoQueste umane tempeste,Che fan le genti o torve, o tristi, o meste?

Verso la tomba scendereIo ti contemplo, o amico,Come l'ombra di Socrate,Il grande savio antico;Tu pure d'ogni infamia,Con bocca altera e muta,Bevesti in questo mondo la cicuta!

Deh!… Se una pia memoriaE un fervido entusiasmo,Possono ancora emergereDall'umano mïasmo,Lascia ch'io possa volgertiQuell'arcana parolaChe sa dire chi soffre e che consola.

Sorridi ancora!… PassanoI secoli e le genti,E le plebi, al barbaglioDegli empi pläudenti,Tu non merchi gli applausi,Ma sul tuo franco visoAmi serbar l'impavido sorriso,

O modesto filosofo,Spesse volte affamato,Io mi faccio una gloriaDi camminarti allato!O dolce amico, insegnamiA vivere securoSotto l'usbergo del sentirmi puro!

Agosto 1875.

L'ho vista la chiesuola; essa è perdutaIn mezzo ai campi come un eremita;Ed è deserta, solitaria e muta,Qual chi studia il problema della vita.

O teschi, o tibie, o stinchi ammonticchiati,Macerie umane, chi vi mosse in terra?Insiem congiunti come v'han chiamati?Bécero, Truffaldino o Fortinguerra?

Sotto una rozza lapide sconnessaDorme il vecchio curato del villaggio;Egli almen cogli offizii e colla messaIl nome a questa età lasciò in retaggio!

Ma un teschio, posto là, sul cornicioneCon cent'altri, ridendo, par che esclami:"Bel profitto davver, se le persone"Deggion dirti chiamavie nonti chiami!"

Ed è un teschio giallognolo e pulitoSiccome d'un nodar la pergamena,Ed ha la nuca dal profilo arditoE guarda in giù con un'occhiaja appena.

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È il mattino.—Sull'erba verde e foltaScintillano le gocce di rugiada,E il ritornello da lontan s'ascoltaD'un villano che passa sulla strada.

La Natura e il Lavoro!—E poi?—La testaPoggiar sul cornicione d'una chiesa,Coi passeri che intorno le fan festaO col becco alle vuote orbite offesa!

E contemplare i proprii stinchi ignudiIn una nicchia, messi insieme a mille,O (peggio ancora) un pöeta che sudi,E cerchi un verso alzando le pupille…

Ei colla vita di cento persone,(Che visser forse ognuna settant'anni)Farà dieci quartine o una canzone.Che l'udito ai viventi o strazii, o inganni!…

Poveri morti, perdonate!—TuttiAmor vi concepì; tutti una madreE un padre aveste; e amaste; e foste tuttiSposo, figlio, fratello, amico o padre…

Per una strofa che dalla matitaMi cade, voi viveste, ahimè, tant'anni!Un sol mio verso è costato una vita!…E una mia rima chissà quanti affanni?

Castelleone, agosto 1874.

Quand'io lessi i tuoi versiHo pensato alla giojaImmensa e alla sventuraDi chi può amarti, o bella crëatura.

Ho pensato all'arbitrio del destino,Che ti formò col puro cäolinoCon cui formò il cervello dei veggenti:Ho pensato al delirioDi chi baciò i tuoi begli occhi lucenti;All'angoscia di chi, dopo il delirio,Vorrà, tremante, interrogarti il cuore,E, forse, troverà lento e sbiadito.Come un suono che muore,L'amoroso battìto!

Strano connubio!… Donna e intelligenza!I sogni, che s'incarnanoNella gentil parvenza!Strano connubio!… Intelligenza e donna!…Lucifero che cela il ghigno orrendoSotto un pallido volto di Madonna!Una bionda e leggiadra testolina,Un gingillo da pôr sovra un guanciale,Che scruta ed indovinaIl cupo abisso del Bene e del Male?Strano connubio!… Donna e intelligenza!…Una mandòla, cui la man d'amoreSa cercare una languida cadenza,E a cui scuote le cordeQuesto fantasma che sussulta e spia,E bacia, e sferza, e morde,E che gli umani chiaman:Poesia!

Quand'io lessi i tuoi versiHo pensato alla giojaImmensa e alla sventuraDi chi può amarti, o bella crëatura!

Io vorrei che alla mia donna adorataMormorasse un mortal detti d'amore,Perch'io potessi trafiggergli il cuoreO morir di sua mano;Ma, ginocchioni, il ciel supplichereiChe tenesse lontanoDal suo capo gentileIl più spietato dei rivali miei,IlPensier, che sollevaIl tristo tentatoreChe un dì fe' perder EvaE poi distrusse ogni sogno d'amore.

E s'io t'amassi, ti verrei dinanziColle lagrime agli occhi e il viso bianco,E, come un pellegrin d'affanni stanco,Singhiozzando ai tuoi pie' mi gettereiE, baciandoli, o donna, io ti direi:

"Di non udir quaggiù che la mia voce,"E d'esser sorda alle melòdi arcane"Che vibrano nel tuo capo adorato;"Perch'io temo che il sol della dimane"Ti risvegli più fredda all'amor mio;"Perch'io temo che i baci delPensiero"(Funestissimo Iddio)"Ti tolgano per sempre ai baci miei!"

Questo, o donna, piangendo, io ti direi.

E se tu volgerai, dolcezza mia,Quasi ammaliata, le pupille al cieloOv'abita il tuo Nume, io, soffocandoNel profondo del cor la gelosia,Afferrerò la balza del tuo veloPer tenerti qui in terra… o per morire,Se a quella reggia d'oroPoëta e donna, tu vorrai salire.

Agosto 1876.

Quest'oggi il calendarioSegna il giorno dei morti,Il giorno in cui gli scheletriHan mistici conforti,Ed io, seguendo il popoloCome sopra pensiero,Mi trovo al cimiteroFra i cippi a vagolar.Qui tra le mute lagrimeDelle madri dolenti,Tra gli ipocriti gemitiDegli eredi parenti,Tra i fiori che inghirlandanoI cippi biancheggianti,Rovistando i sembianti,Comincio a meditar.

Chi mi disse che il fùnebreCampo, ov'io sono, ispiriPensieri melanconici,Desolanti deliri?Chi mi disse che incutonoDisinganni e paureLe mille sepoltureChe stan dinanzi a me?Qui, dove gli altri parlanoD'incompresi destini;Qui, dove gli altri perdonsiIn mar senza confini;Qui, dove tutti fremonoD'indicibil terrore,A me si spegne in cuoreOgni bugiarda fè.

Sulle zolle che atteggiansiA smaglïanti ajuole,Tra i fiori, che si volgonoDesiosi ai rai del sole,Della Morte io non veggioLa larva ischeletrita;Non la Morte, la Vita,O miei fratelli, è qui!…La Morte!… Che significaQuesta strana parola,Che fa sgomento ai timidiE che i forti consola?La Morte!… Chi mi scioglieQuesto fatal segreto,Che al cèrebro d'AmletoIl dubbio suggerì?

È la Morte una fisimaDelle pusille menti!Se nacquer dai cadaveriL'erbe ed i fiori olenti,Se i vermi ha fatto nascereLa carne imputridita,La forma, e non la vita,D'esistere cessò!…L'operosa materiaConvien che a sè ritorni;La Morte è legge assidua;Noi moriam tutti i giorni!Noi moriam, trasformandociDa bimbi in giovinetti!Noi moriam cogli affettiChe il nostro cor provò!

Perchè cercar nell'animaLe fede e la speranza?Perchè cercar nell'animaLa postuma esultanza,Se scioglier la materiaCi può il fatal problema,Se il mistico pöemaEssa cantar ci sa?Essa, l'eterno simbolo;Essa, l'eterna Dea;Essa, da cui germoglianoE l'albero e l'Idea;Essa che dà alle indaginiI responsi più esatti,Che non i sogni astrattiDelle trascorse età!

Che v'importa dell'animeDei figli trapassati,O padri, sovra i candidiSepolcri inginocchiati?Via!… Chiudete l'orecchioAd una sciocca turba,Che il pensier vi conturbaCon sogni di terror!I vostri figli vivono;Sono raggi di sole,Son glebe, son garofani,Son aria, son vïole;Voi, pregando sugli umidiFiori o sui secchi dumi,Ne aspirate i profumiE vivete con lor.

Oh!… Dite ai mille ipocritiDalle fisime strane,Che noi, togliendo l'animaAlle credenze umane,Non vi togliamo il balsamoDelle memorie pie,I canti e l'armonieChe sanno consolar!Credete alla MateriaPer creder nell'Eterno;Il Bene e il Mal sussistono;Ecco il Cielo e l'Inferno!Religïon purissimaÈ la Scienza, la luceChe gli uomini conduceAd amarsi e pensar.

Eugenio, l'abitudineÈ una cinica Dea,Che avvelenò coll'alitoOgni sublime idea!Profuse il genio ai popoliLe perle smaglïantiE un'orda di baccantiIn pietre le mutò!

Dal dì che all'EvangelioPace e conforto io chiesi,Dal dì che il cor degli uominiA interrogare appresiE, come un serpe, ascondersiVidi nel Bene il Male,Il giorno di Natale,Da allora mi indignò!

I pöetastri raglinoVieti e melliflui canti,Le olenti dame pensinoAi bambini lattanti,Credan davver gli stolidiCh'oggi ogni sdegno è spento,Biascichi un complimentoOgni bocca volgar!

Io, solitario, meditoChiuso nella mia stanzaChe retaggio di popoliGrulli è una grulla usanza…Nè a vagolar pei triviiCoi miei pensier discendo,Chè fuggo un quadro orrendoChe m'eccita a imprecar.

Giù v'è un delirio, un'orgiaDi sangue e di carname;Polpe squarciate e muscoliOrnati di fogliame,Bestie sgozzate e viscereAncora palpitanti,E rosse man fumanti,E gocciolanti acciar!

Lungi da me l'orribileTripudio dei macelli,Ove le fronti pallideDi pecore e vitelli,Trofëo spaventevole,Col livid'occhio spento,Mandandomi un lamento,Mi possono guardar!

Lungi da me, o limosineD'un mondo imbellettato,Chicche donate ai bamboliD'un popolo affamato!Lungi da me l'ingenuaFede dei tardi ingegni,Che spengansi gli sdegniColl'agape d'un dì!

Lungi da me quest'ebeteSfida a chi più divora,Quest'inno che da gonfieVentraglie erutta fuora!Lungi da me l'effluvioDi frutta e di dolciumi,A cui gli acri profumiInutil sangue unì!

O triste lotta!… O vincoloFatal della Natura!È ver, dell'altrui sangueVive ogni creatura!È ver, la morte è il noccioloChe genera la vita!In terra e in ciel scolpitaLa dura legge io so!…

Ma, per far festa, uccidere,Non per sbramar la fame;Ma il rider tra i cadaveri,Gridando:Pace!… è infame!Ma l'esclamar tra i rantoli"Quest'oggi è un giorno gajo!"È lazzo da beccajoChe il sangue inebrïò!

Deh! Se nei vostri pargoliSensi d'amor bramateDal barbaro spettacolo,Madri, li allontanate…O scenderanno funebriFantasimi crudeliA rapir loro i cieliDel sonno verginal!

Ah! dite lor che scordinoQuest'efferata usanza;Che a feste meno stolideRivolgan la speranza;Che verrà un dì in cui gli uominiSaran davver fratelli,Senza l'orgie e i macelliDi questo saturnal!

25 dicembre 1876.

Tu sogni una condotta, un bel villaggio,Dall'esil campanile, a mezza china.Che si imporpori al raggioDel sol, quando declina,Come la guancia d'una giovinettaCui si parli d'amore.

O mesto amico mio, biondo dottore,Talor lo sogno anch'ioQuesto tranquillo oblio;Talor m'accascio anch'io sul mio dolorePenso alla noja arcanaChe da ogni cosa emana;Penso a quelli che furonoE a quelli che verranno;All'albe ed ai tramonti ed all'affannoChe domina crëato e crëature;Alle molte sventureEd ai pochi sorrisiConcessi a quei che pensano; alla cullaTanto presso alla tomba;A questo eterno nulla!

Tu sogni una condotta, un bel villaggioDall'esil campanile, a mezza china,Che si imporpori al raggioDel sol, quando declina;Ed io perdo il coraggioNella frivola vita cittadina!E nei ridotti, ove s'affolla un mondoD'ubbriachi e di cretini,M'aggiro; e il volto mio cogitabondoPorta il riflesso d'inconsci destini…

Pur se giunge una nota al mio cervello,Se vien qualche cencioso menestrelloA strimpellare una canzon giocondaAl mio attonito orecchio,Una febbre m'inondaDi mille desiderii sconfinati;E penso ai vecchi errori, al mondo vecchioChe crollerà sotto il mio giovin pugno;All'arte nuova; ai versi cesellati,Coi quali passo qualche lieta notteDella mia giovinezza;E ritorno alle lotte,Ove soltanto il debole si spezza;Ed odio, ed amo, e scrivo,E lagrimo talor, ma fremo e vivo!

Un giorno, Eugenio, tramontava il soleE tu mi stavi accanto,Ed al cervello mio le tue paroleSuggerivano un canto.

Tu mi dicevi: "La scienza è la luce"Che feconda gli ingegni;"È la guida infallibil che conduce"A inesplorati regni…

Ai regni inesplorati, agli ideali"Che tu cercando vai,"A cui le menti, che han tarpate l'ali"Non arrivano mai."

Ed io dicevo: "È vero!… I giorni miei"Passan senza splendori!"Oh, quante notti fra i bicchier perdei!"E quante fra gli amori!"

E ripetevo: "La scienza è la luce"Che feconda gli ingegni!"È la guida infallibil che conduce"A inesplorati regni!"

Poscia, rinchiuso nella stanza mia,Quella notte vegliai;Degli intravisti carmi l'armoniaMi si aperse e pensai:

Scienza, che debbo chiederti?Qual ben puoi tu largirmi?Ahimè!… Dei canti il fascinoForse tu puoi rapirmi!L'entusiasmo puoi togliermiChe i giorni miei fa lieti!L'entusiasmo!… Il tesoro dei poeti!

Scienza, che debbo chiederti?Forse il concetto immensoDel nostro nulla?—È inutile!Io questa idea la penso…Come da vasto incendioLe scintille incessanti,Così dal nulla a me vengono i canti

Tu sai giunger, per arideE tortuose vie,In lande ove s'impressero,Da tempo, l'orme mie!Scienza, che debbo chiederti?Io volo, e tu cammini…Per soffermarci agii stessi confini!

Puoi tu insegnarmi il numeroDegli astri rotëanti?Dirmi che sia lo spazioE cosa sian gli istanti?Dirmi perchè sussistanoLa luce, l'ombra e il moto,E come in foglie si trasmuti il loto?

Scienza, a crëare insegnamiUn'erba od un insetto;A discerner le causeDell'odio e dell'affetto;A indovinar l'incognitoPrincipio della creta;Scienza, dei mondi apprendimi la meta!

Ed io, fervente apostoloE adorator dell'arte,Verrò a chiedere l'estasiAlle tue dotte carte,E vestirò coi fasciniD'un eterno poëmaLa soluzione del vital problema!

Ma, fino allora, chiederti,Scienza, che deggio io mai?Forse l'oro e la gloriaChe da tempo spregiai?Forse di qualche popoloLe gesta o la favella?Forse una data o il nome d'una stella?..

Ahimè!…La scienza è un bricioloAll'ignoto involato!Noi non ghermiam che un atomoE gridiamo: È il Creato!…E perdiamo nell'ansie,E perdiam negli affanniL'incantevol sorriso dei verd'anni!

E poi, giunti sul margineDella vita che fugge,Anco cinti di gloria,Un pensiero ne strugge;È del Nulla il fantasimaChe nell'estrema provaCi mormora all'orecchio: Or, che ti giova?…

Lo so; i verd'anni passanoPei dotti e pei gaudenti,E forse nel silenzioDegli anni miei cadenti,Triste e scorato, ai fervidiGiovani dì pensando,Anch'io dovrò ripeter lagrimando:

"Stolto!… I bei sogni sparvero!"Sparvero e nappi e amori,"E i giorni tuoi tramontano"Qual sol senza splendori!"Scendi, rabbiosa ed invida,"Nella tua sepoltura"A mutar forma, o volgar crëatura!"

È ver!… Ma tutti muojono,E dotti e gaudenti!E allor che giova il plausoO il biasmo delle genti?In un pugno di polvereL'incompreso DestinoMuta i cranii di Dante e d'Arlecchino!

………………………….. …………………………..

Viviam!… Rubando un briciolo,Affannosi, all'Ignoto,O tessendo una liricaAd un pugno di loto,Pensiam che i giorni passano,E che—forse—AlighieriInvidia il bimbo partorito jeri…

E vorrebbe riviverePer giornate più liete,Soffocando nel cèrebroDella Scienza la sete,…Per poi—forse—rimpiangere,Fatto vecchio, gli alloriFra le tazze oblïati e fra gli amori!

Viviam!… Rubando un briciolo,Affannosi, all'Ignoto,O tessendo una liricaAd un pugno di loto,Pensiam che i giorni passanoE che—forse—ArlecchinoVorria rinascer per studiar latino

E vorrebbe riviverePer diventar dottore,L'esilarante arguziaSoffocando nel cuore…Per poi—forse—rimpiangere,Fatto vecchio, le ceneRubate al ventre… dalle pergamene!

Viviam!… Dei desideriiÈ la turba infinita;Per soddisfarla gli uominiTroppo breve han la vita!…E vivesser coi secoliConvien che il labbro gema:"Noi siamo affranti…o la turba non scema!"

Viviam!… Lasciam che passinoServi all'istinto gli anni!Tutti avrem pari i gaudii,Tutti pari gli affanni!….L'eternità in un circoloInfinito ne serra!…È il Nulla in cui s'avvoltola la terra,

Luglio 1875.

Una bionda fanciulla innamorataDal terzo piano si gettò stasera.L'han raccolta piangendo ed è spirata!

Domani i preti, colla stola nera,Com'è costume, a prenderla verrannoRecitando la solita preghiera;

Domani tutti il nome suo sapranno,E morrà nel frasario d'un giornaleQuesta epopëa d'un immenso affanno!

Poveretta!… La veste nuzïaleL'attendeva coll'alba!… Ella ha volutoMutare in epitaffio un madrigale!

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Un tempo, anch'io, giovinetto inesperto,Credea nei libri di legger la vita,E non vedea che sterile deserto!

E rivivea la fantasia romitaIn epoche lontano; in mezzo a genteChe incancellabil orma avea scolpita.

E tutti mi diceano amaramente:"Che noi non siam che un popol di fantasmi;"Che i nostri affetti son ceneri spente;

"Che son svaniti amori ed entusiasmi;"E che i lampi e i profumi eran mutati"In fosforo volgare ed in mïasmi!"

Ed io discesi nei trivii affollati,Non recando nè fedi nè illusioni,Arido figlio di padri annojati.

Ma l'impeto fatal delle canzoniTacitamente palpitar mi fea!Ed io, passando fra i tristi e fra i buoni,

Fra lo splendore d'una eterna ideaE le tenebre folte, il mar solcandoDegli eventi, che intorno a me fremea,

L'oltraggio fatto a noi dissi esecrando;E nella notte altrui trovai l'aurora;E risi e piansi anch'io; e lagrimando

La strofa mi sgorgò calda e sonora;E ritrovai la fede e la speranza,Perché m'accorsi che si vive ancora!

Sì!… Si vive! Si lagrima! Si danza!Come un dì! Come sempre! E infin che luceAvrà il sole ed i fiori avran fraganza,

Questo dramma, ora lieto ed ora truce,In cui tutti abbiam parte, ed è la vita,E che un'ignota man scrive e conduce,

Palpiterà di passione infinita,Miscêla arcana d'ombra e di splendore!E tu eterna starai (lampa romita,

Oppure incendio divampante) Amore!

Ottobre 1876.

Quando i giorni verrannoDella malinconia,E morirà d'affannoNel mio cranio la giovin fantasia,

Io penserò alle notti,Che passai con me stesso;Agli studii interrottiPer meditar della lampa al riflesso;

Io penserò alle sere,Che, coi pochi diletti,Confusi le preghierePer l'Arte, per il Vero e per gli affetti.

Allora, stanco anch'ioDei furbi e dei cretini,Mi sentirò il desìo,Il santo ardor di più vasti confini!

Stringerò nella manoUn nodoso bastone,E me ne andrò lontanoUn balsamo a cercar, l'oblivïone…

Andrò verso l'Oriente,Col sole sulla fronte,Guardando avidamenteLa linea circolar dell'orizzonte.

E bacierò le siepiE i fiori per la via,E cercherò i presèpiOve deporre la stanchezza mia.

E scenderò, pensando,Alle vaste marine;E vedrò, palpitando,Gli splendidi tramonti e le mattine.

Ritroverò la vitaNell'immensa natura;E la gioja infinitaDel creato empirà la crëatura…

Parmi d'aver dinantiLe romite vallate;Le strade biancheggiantiOve la fine polve arde in estate;

Odo stillar le fontiDallo spungoso tufoE, la sera, fra i monti,Stridere il grillo ed ululare il gufo.

Sento l'acre profumoDell'erbe e delle pianteE, sull'umido dumo,La verde cavalletta saltellante.

Poi, quando il giorno estremoDegli erranti miei giorni,Col comando supremoVorrà che in vermi il corpo mio ritorni,

Io cercherò una spondaGiallastra e desolata,Ove si franga l'ondaD'una glauca marina sconfinata

Là poserò le spalleSull'arena minuta,Che, come eterna valle.Verso un fondo nebbioso andrà perduta;

Rammenterô le storieDella mia giovinezza;Rivivrò di memorie,Di pianto, di speranza e d'allegrezza;

Ed atomo piccinoDinanzi alla NaturaE dinanzi al Destino,Coll'unghie mi farò una sepoltura,

Guarderò i cieli azzurri,Il mar pieno d'incanti,Di calme e di susurri,E i pulviscoli in aria roteanti.

Là morirò tranquilloDagli uomini lontano…E, forse, fatto brilloDall'agonia, colla tremula mano.

Sovra la sabbia ardente,Pensando all'universo,Traccierò sorridente,O dolce amico mio, l'ultimo verso.

L'Arte morrà!… o La splendidaArte che amiamo, o Alberto,Morrà, come ingannevoleMiraggio del deserto!…Oh! Tu non sai l'angosciaChe in petto mi fremeaQuando la triste ideaNel cranio mi guizzò!Nata col primo palpitoDell'umano pensiero,L'Arte non era in fascieQuando cantava Omero;Ma dalle vette olimpichAll'Ellenia stupitaDicea: "Narro la vita"D'un'arte che passò!"

Dal sacro fiume Egizio,Dal Gange e dal GiordanoAlle colonne d'ErcoleChe chiudean l'oceáno,Errante coi fenicii,Ape del sen fecondo,Ella versò sul mondoIl miel di sue virtù.E ad Iside e ad OsirideEresse monumenti;E verseggiò le pagineDei vecchi testamenti;E toccò l'arpa a Davide;E al popol patriarcaDisegnò l'are e l'arca;E celebrò Visnù.

In Grecia Apelle e FidiaLe chieser marmi e tele;Ella insegnò la lineaDivina a Prassitele,E a Socrate e a DemosteneLa possente parola,E ad Eschilo la scuolaDelle passioni aprì.Le mani d'AristotileNe composer la storia;La chiamò Saffo, in lagrime,Amor; Pericle, gloria;Inspirò l'odi a Pindaro;Seguì Alcibiade a festa;E gaja dalla testaD'Anacrëonte uscì…

Poi trasvolò, coll'aquileDelle legioni, a Roma;Ed intrecciando i lauriAlla flüente chioma,Cantò i trionfi, il sonitoDelle tube guerriere,Le spoglie e le bandiereDel Lazio vincitor.E quando la Repubblica,L'invincibile atleta,Sotto il pugno di CesareSi sfasciò come creta,Ella, che adora il genio,Nella bellezza avvolto,Baciò, plaudente, in voltoL'audace lottator!

E l'adorò, recandogliUn impero a tributo;E, ad eternarlo, compliciEbbe Tacito e Bruto;E quando ei cadde, vittimaDi vendetta gloriosa,Gli suggerì la posaIn cui dovea morir.Sovra il suo corpo esangueS'abbandonò piangendo;E si temprò all'incudineD'uno spasimo orrendo…Poi surse, e avea nell'occhioSguardi così possentiChe n'arsero le mentiNei secoli avvenir,

Ella narrò a VirgilioL'egloghe e l'epopee;Apprese in versi a OrazioLe proverbiali idee;E rizzò terme e templii,E circhi e colossei,E sogghignò agli Dei,Agli aúguri, agli altar.Dai lidi della NubiaChiamò il pardo e il leone;Tolse a femminee viscereCaligola e Nerone;Rovesciò il bianco polliceIn faccia ai moribondi,E chiese se altri mondiEran da conquistar!…

Mutati i lauri in pampini.Nuda dal capo ai piedi,A mense interminabiliVolle Eterie e Cinedi;E, brïaca, in un'orgia,Di vino e di deliri,Cadde dai drappi assiriSul pavimento d'or.Fra i bianchi intercolonniiElla era ancor sopita,Quando un profeta misticoVenne a chiamarla in vita.Ei la coprì col ruvidoManto, le diè una croce,E colla blanda voceLe favellò d'amor.

Cosparsa il crin di cenereSeco a pregar l'addusse;La confortò di massimeSöavi ed inconcusse,E in mezzo a ignoti popoli,Quasi selvaggi ancora,Vestitala da suora,La chiuse in monaster.Ella, seguendo l'indoleDi sua mondana vita,Da preci e da ciliciiAffranta ed intristita,Per scongiurar la nojaDel chiostro freddo ed ermo,Tradusse in canto fermoI timidi pensier.

Indi miniò una bibbia,Cesellò dei rosari,E ricamò in fantasticiFregi gli scapolarí…La santità dell'opereLa rese ardita, e un giornoA un'asse si fe' attornoCon piume e con color,E disegnò un'aurëolaIn mezzo a cui, raggiante,Pinse il volto mitissimoDel suo profeta e amante;E, le pupille in lagrime,Compunta a divozione,Disse alle genti buone:"Questi è Nostro Signor!"

Fu la sua voce armonicaChe il nuovo dogma apprese;Fu per sua man che surseroE metropoli e chiese;E dissero i miracoliDi sue glorie passate,Le aguglie, le navate,I pöemi e gli altar.Pur, colle glorie, l'orgiaFatal non iscordava;E il giorno che un PonteficeLa volle far sua schiava,L'Arte, la bella indomita,Volse le spalle al tristo,E fea ritorno a CristoPer piangere e pregar.

Un'invincibil nauseaLe saliva alla bocca,Chè l'andazzo del secoloLa fea torva e barocca;Eran grottesche immaginiDi frati, angioli e santiCon manti svolazzantiE iperbolici pel;Erano idee rachiticheCinte di gonfie vesti;Sparía la pura lineaSotto i fregi funesti;E nei giardini misticiDella latina scuolaIl puzzo di LojolaIsterilia gli stel.

E Sanzio, e MichelangeloNon eran polve ancoraQuand'ella in Francia e in AngliaVide la prima aurora;E, mentre di GiansenioLa pura man guidava,Fremeva e palpitavaD'Amleto col cantor.Poscia amò i nèi, la cipria,Le satire mordenti;Chiamò gli EnciclopediciIn sale aurate e olenti;E, per fuggir degli ArcadiL'inesorabil belo,Della Germania al CieloCercò sorti miglior.

Ma sulla strada un pallidoGiovinetto severoLa soffermò, dicendole:"Io mi chiamo Pensiero."Il mondo mi perseguita;"Io gli grido che l'amo;"Ma son povero e gramo,"E non mi vuole udir!"Tu sei leggiadra, e gli uomini"Aman le cose belle;"Or ben, di' lor che il raggio"Io scrutai delle stelle,"Che la pena ed il premio"Impartirò a chi tocca;"Per la tua rosea bocca"Io mi farò capir!…"

L'Arte e il Pensier si amarono.Ella porse al PensieroLe gioje che sollevano;Egli le apprese il vero.Ma l'Arte, esperta e provvida,Recò al novello tettoDi cortigiana il letto,Di monaca il pudor.Dall'ideal connubio(Non più Minerva stranaNata da stolto cranio,Nè isterica cristiana,Ma dolce e melanconica,E d'austera parvenza)Nacque una figlia—o ScienzaTu palpitasti allor!

E, gigante, fra gli uominiGià il tuo nome risuona!Ma corre ancora il popoloAlla tua madre buona,E la sua voce armonicaE i suoi racconti adora,E ride e freme e plora,Udendoli narrar.E l'Arte narra i dubbi,Che ne assedian qui in terra,E i miti, e i sogni, e i simboli,E la pace, e la guerra;Parla di re e di popoli,D'amorose leggende,E, dai palagi, scendeAl rozzo casolar.

Poscia veggendo, trepida,Che dei tempi passatiLa monotona storiaHa i cèrebri annojati,Sferza colla commediaLe goffe costumanze,E scruta nelle stanzeGli intrighi ed i mister.E, risalendo ai limpidiFonti della natura,Ci canta in un IdillioCrëato e crëatura,E insegna all'occhio l'ultimaGradazione di verde,Che da lontan si perdeIn profumo leggier.

L'Arte è la candid'avolaChe tesse le sue fole;E noi, che ancor siam pargoli,Amiam le sue parole;Ma, fatti adulti, i popoliLa chiameran ciarliera,Ed alla figlia austeraRivolgeranno il piè!…E cercheran l'oceanoDel fiume antico uggiati;E scruteran dai verticiI cieli sconfinati;E chiederanno i fascini,Che il genio oggi dispensa,Alla natura immensa,Che tutto chiude in sè.

Forse tu sola, o Musica,Astrazion dell'idea.Vivrai, dell'arti l'ultimaE più perfetta Dea!L'altre morran!… Le statue(Simulacri pallentiDelle beltà viventi)Cadranno infrante al suol;E voi, riflesso inutileDi ciò che esiste, o tele,Voi copriràn la polvere,L'oblío, le ragnatele!O libri, al fuoco!… BricioleDella filosofia!…Ogni fisonomiaÈ un libro aperto al sol!

Alberto, ho il ciglio in lagrimePenso a quel dì fatale!Alla luce novissimaDella scienza ideale!All'orrenda catastrofeDella tragedia trista!Penso all'ultimo artistaChe quel giorno vivrà!Ei della madre suggereVorrà l'esausto petto,E rabbioso e famelicoLo dirà maledetto;E forse, per resistereUn'ora all'ardua pugna,Lo graffierà coll'ugnaE il sangue ne berrà!

Agosto 1876.

Era un uomo sensibile; diceaChe tutto vive d'una vita arcana;Che, come il bruco, si forma l'idea;Che non è sola l'esistenza umana.

E predicava ai bimbi e ai giovinettiDi rispettar gli steli delle rose,I nidi delle rondini, e gli insetti,E le sementi, e gli uomini, e le cose.

Poi, meditando l'incessante guerraChe la fame crudel move ai men forti,E pensando che ognun semina in terraAd ogni passo migliaja di morti,

D'infinita pietà pianse angosciato,E, i cibi rifiutando alla natura,In un angol tranquillo del crëatoS'adagiò, come morto a sepoltura.

Là, rivolgendo gli occhi moribondiAi fil d'erba ed ai fior ch'avea vicini,Vide la vita di novelli mondi,La strana vita d'esseri piccini.

Vide un bruco, due ragne e un capinero,Il bruco, rosicchiando un'erba-menta,Rotava in essa, senza alcun pensiero,Il pungolo, che sfibra e che tormenta.

E poi che sazio, in estasi bëateLevava il picciol capo verso il sole,Le ragne da una foglia arsa sbucate,Si divisero il bruco nelle gole.

Le due comari, del bottino liete,Facevan l'una all'altra i complimenti,Quando, piombando dal vicino abeteIl capinero, li mutò in lamenti.

Nel giallo becco ei se le prese entrambeTrillando gajamente: Il colpo è bello!…—L'uomosensibilbalzò sulle gambe,Stese la mano… e si mangiò l'uccello.

Luglio 1876.

Tu vuoi saper perchè la vita miaColla gente volgare si consumi,E come io pensi un'ode all'osteriaFra gli sconci profumi;

Tu vuoi saper perchè fra gli imbecilliCerco talora qualche idea sublime,E come mai le nebbie dei pusilliMi dian l'audaci rime;

Tu vuoi saper perchè passo le sereGiuocando un trivial giuoco coi cretiniBevendo spesso le tisane nereChe l'oste chiama vini!

Io sono lo scultor che il sasso adoraCon cui saprà dar vita ad una Dea;So che dopo la notte vien l'aurora,Dopo il dubbio l'idea.

So che il maggio fa seguito all'inverno,E che il torpore è padre all'entusiasmo,E che la vita è un alternarsi eternoD'olezzo e di mïasmo!

Come l'aquila anch'io dormo soventeIn una grotta una lunga stagione,E nell'ore volgari e sonnolenteAnnego la ragione…

Poi spicco l'ali dall'oscuro nidoE, librandomi in ciel, nel volo immensoSaluto il mondo con superbo strido…—È allor che canto e penso.

Autunno 1875.

Gli amanti passeggiavano—mentre cadeva il sole;Mormoravan le labbra—portentose parole;Un inno solo dalle labbra uscia,Un inno che diceva:La parola dell'uomo è melodia,Che sovra ogni idïoma si solleva!

Gli usignuoli cantavano—mentre cadeva il soleEcheggiavan nei boschi—i trilli delle gole;E un lieto canto dalle gole ascia,Un canto che diceva:Solo il nostro linguaggio è melodiaChe sovra ogni idïoma si solleva!

Sui rugiadosi margini,—mentre cadeva il sole,Nelle ebbrezze del polline—cantavan le viole;Cantavano con note di profumi,E cantavano il maggio;E tremolanti sui roridi dumiDiceano:Il nostro è il più gentil linguaggio!

Nascosta in un rigagnolo,—mentre il sol tramontava,La femmina d'un rospo—ancor essa cantava;Il prediletto che quel canto udia,Da lungi rispondeva:La tua voce, o mia sposa, ë melodiaChe sovra ogni idïoma si solleva!

Un pallido filosofo,—mentre il sol tramontava.Sulla strada maëstra—pensieroso passava;Egli ascoltò gli amanti, i fior, gli uccelliE i rospi, e disse in cuore:I linguaggi quaggiù son tutti belli,E specialmente se parlan d'amore!

Luglio 1876

Il cuore è un ventilabro—e noi siam mietitori.Noi seminiam gli affetti a piene mani,

Crediam nelle sementi—che promettono i fiori,Crediamo nelle messi del domani.

Poscia, giunti nel mezzo—del campo della vita,Ci volgiamo alle zolle fecondate;

Non crediam più: speriamo;—speriam la via fiorita;Vogliam mietere i fiori e le derrate.

Ahimè!… Da pochi semi—la pianta si matura!Di molti sterpi la campagna è piena!

E un popolo d'arbusti,—spossati dall'arsura,Chinan la testa sulla gialla arena!

Noi moriam, seminando—la fede e la speranza,Raccogliendo la noja e l'amarezza,

Ai giovani invidiando—la inutile esultanza…E pur bramando lunga la vecchiezza!

Il cuore è un ventilàbro—e noi siam mietitori;Noi guardiamo le zolle fecondate

E le troviam coperte—di spine e di doloriO da compianti cippi funestate.

Il mare canta, il fremito dell'ondeSon note, son cadenze, son canzoni;E i raggi che la luna in ciel diffondeSon tremule visioni.

I pescatori nelle glauche nottiDel Gran Cantore ascoltano i concentiE alla spiaggia li recano, tradottiIn melodici accenti.

Napoli abbraccia il mar, come un pöetaAbbraccia l'arpa, con cui ride o geme;Quando tranquillo è il mar Napoli è lieta,Quando è in tempesta freme.

Santa Lucia, febbrajo 1876.

Il ragno, che da un alberoAll'altro va tessendo la sua tela,Al pöeta, che smaniaDietro i suoi canti, un conforto rivela.

Ei da un ramo si dondola,Acrobata sospeso a un fil d'argento;Tenta alla meta giungere,…Ma sempre invano!… E, allora,aspetta il vento.

Così il pöeta penzola,Pria di spingersi a voi, sulle illusioni;E tenta, e veglia, e spasima…Indi aspetta le sacre ispirazioni.

Luglio 1876.—In un bosco.

Nella mia stanza ho un picciol calendarioDa cui strappo un fogliettoTutte le sere, pria di pormi a letto.

Quante cose stan scritteSull'esil cartolina!In alto il mese; poi, sotto la data,L'effemeride e un piatto di cucina!Ieri diceva:—Luglio—Ventidue;San Prospero—Battaglia nel tal sito,L'anno tale—BollitoDi filetto di bue.

Strano compendio della vita umana!La farsa e il dramma! Il sorriso ed il piantoL'esistenza è una cinica fiumanaChe a ignoto mar discende!Oggi a foschi burron passa daccanto,Tra i fior domani d'un giardin risplendeSotto i raggi dell'alba, ed alla seraRugge fra i massi d'orrenda scogliera!

Quand'io ti strappo, o breve cartolina,Sento una stretta al cuore;Sento la giovinezza che declina;Penso che l'uomo tutti i giorni muore!

Luglio 1876.

È questa la purissimaAcqua dei monti;La cristallina lagrimaD'äeree fronti.

Anche le vette piangonoEd han sorrisi,Ed i cipressi alternanoAi fiordalisi…

L'acqua è l'ingenua figliaDei cicli azzurri,E parlano d'ambrosieI suoi susurri.

L'acqua è la figlia teneraD'inferocitiGiganti e, quasi a molcerli,Lambe i graniti.

Madonna d'Oropa, 1876.

È la sera.—Nei lunghi corridoiE nei vasti cortiliPasseggiano i soldati.Ognun favella dei päesi suoiE dei volti gentiliChe al villaggio ha lasciati.Si canta, si schiamazza, si riaccendeLa pipa.

In fondo agli anditi risplendeLa lucerna notturna, la facellaChe veglierà di dentro,Mentre veglia di fuor la sentinella.

Quanti giovani ardenti!Menenio Agrippa ha dettoChe le nazion son uomini viventi;Chi ne forma la testaE chi ne forma il petto,Chi le braccia e chi il ventre; ed a me pareChe l'esercito siaIl giovin sangue della patria mia.

Tramonteranno i giorni in cui le spadeScintilleranno ai rai del sole.—AlloraQuesti soldati di varie contradeSaluteranno la novella aurora;Rivedranno le madri e, l'ire spente,Muteranno l'acciaio dei fuciliNei miti aràtri; e obliando la guerra,Feconderan la terraDella loro vallata sorridente.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I trombettieri sono usciti.—È l'oraIn cui debbo a sonar la ritirata;E una folla di gente entusiasmataSi farà ad essi attorno,E udrà gli squilli acuti e le cadenzeChe usciran dalle trombe luccicanti;E seguirà, con fervide movenze,I soldati che tornano al quartiere.

Poi cesserà il clamor degli abitanti;Moriran le canzoniE moriranno delle trombe i suoni;Scenderà sui cortili e nelle stanzeUn silenzio solenne;E l'ombra romperà dei corridoiLa lucerna notturna, la facellaChe veglierà di dentro,Mentre veglia di fuor la sentinella.

Quartiere San Filippo, Milano, agosto 1876.

Allor che tatto taceE mi rinchiudo nella stanza mia.Sento una voce in cuore, un'armonia,Che mi susurra: La vita è laPace.

Allor che nella storiaDei popoli e dei re scruto le gesta,Una smania m'opprime e mi molesta,E mi ripete: La vita è laGloria!

Allor che dal languoreD'una notte di baci io son spossato,Una voce mi giunge dal creato,Che mi ripete: La vita è l'Amore!

Quando un vecchio pilotoMi narra gli usi di lontane gentiE dei suoi giorni i fortunosi eventi,Io ripeto fra me: La vita è ilMoto!

Quando la melodiaD'un verso o d'un liuto mi percote,Mi echeggian nella mente colle noteLe parole: La vita èPoësia!

Se alla diva potenzaIo penso del cervello di Keplero,Se a Spallanzani rivolgo il pensiero.,Dico fra me: La vita è laScïenza!

Ma, se in mezzo a una brullaCampagna, a meditar mesto m'aggiro,Guardo il cielo, la terra… indi sospiro.E ripeto fra me: La vita è ilNulla!

E sia così!—Sul nostro capo un altroGiorno risplenda!—A noi la luce; il bujoAgli antipodi!—A tutti la nojosaCatena della vita; a tutti, gramiE possenti, la uggiosa vicendaDel cibo e delle vesti!

Un'alba ancora!

Pallida luce del lontano oriente,Sia tu di nebbie apportatrìce o nunziaDi lieto sol; abbia tu rose al crineO di pioviggin umida ne venga,Nulla ti chieggo!…

I desiderii mieiNon han confine, e, novello Epulone,In questo inferno, ove innocente caddi,Io mille volte vo' morir di setePria di volgermi a te pietosamenteMendicando una gocciola!

Ahi!… D'AbramoPiù ancor spietata, a me,—che nulla chieggo—Un balsamo fatale, alba, tu imponi!

L'illusïon m'imponi e la speranza,Che renderan più amari i disinganni;E illumini le carte, ov'io favelloCon me stesso; ed aggiungi un altro filoA questo cencio, a questa ragnatelaDel mio futile orgoglio; e mi confortiDi sublimi parole:

"All'opra!… Avanti!"Al lavoro!… Al lavoro!… A te, o pöeta,"La luce e il moto!… A te l'immenso dono"Di qualche centinajo di minuti!!…"

Vecchia megera, sfinge imbellettata,Scialba carogna rizzata sui trampoli,Dal ghigno sterëotipo e dai milleFronzoli in similoro,… ad altri narraLe tue storielle!… Un vecchio lupo io sonoChe non dà nei tuoi lacci!

"All'opra! All'opra! "Al lavoro!…"

E tu intanto, oscena arpia,Mi pagherai col rabescar di rugheIl mio sembiante; col pelarmi il cranio;Collo sfiaccarmi i muscoli e filtrarmiNelle vene e nell'ossa,—a poco a poco,—Il gel dell'agonia!…

Nulla ti chieggoAlba!…No!—Errai!—Ti chieggo un verso; un versoPer maledirti, quanto umanamenteÈ dato maledir!…Ora ai tuoi vezziPresti fede chi vuole!… Io m'addormento!

Piegate per gli amanti, scongiurate il Signore Che creò la sventura quando creò l'amore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tutti abbiam nella vitaL'ora fatal che resta, come negro stilitaSul nostro capo, immobile, finché anuiam sottoterra.E. PRAGA.

Questo e il mio dì fatale!…O genti buone,Se i canti miei v'han dato un entusiasmo.Se una scintilla dell'anima miaV'arse un istante, siatemi cortesiD'una lagrima.

Ho qui dentro un'angosciaChe non ebbi giammai!… Oggi ho perdutoL'illusione del mio primo amore!Un amore di fuoco, uno sfrenatoAbbandono dei sensi!… Oggi colei,Che ieri ancor nei supremi deliriMi chiamava il suo angelo, m'ha dettoChe spento a un tratto si sentì nel coroOgni disio di me!

Questo è il meriggio!Questo è il triste meriggio della miaPovera vita!

Io sono solo e piango,Ed amo ancora!

Oh!… N'ho provate tanteD'amarezze quaggiù!… Negli anni primiIo senza guida rimasi qui in terra;Poscia, orrende compagne, ebbi la fame,E la miseria, e il freddo, e la crudeleCompassion dei felici, e l'ironiaDei mille!…

E quelli fùr giorni di giojaAl paragon di questo!… Allora i cantiGiocondamente mi nascean nel cranio.Ed io, recando un ideai tesoroDi pöesia, indifferente o lietoPassavo in mezzo alle sventure mie!

Oh! Maledetta la tua testa bionda,O crëatura, che hai forma di donna!Tu, venuta per compier l'anatèmaChe un'altra mi scagliò, quand'io non volliDa amor turbati i miei futili sogniDi gloria!… Oh!… Mille volte maledettaQuella tua bocca ch'io baciai fremendo!Quelle tue carni che col labbro mioConsacrai tutte!

O carni!… O polve!… O vermiOlezzanti d'olezzi celestiali!S'agita ancora questo sangue mio.Tumultuando, s'io ripenso a voi!Ma un più intenso desir m'arde le vene!Ed è quel di vedervi entro una baraScender sotterra a tornar vermi e polve!Maledetta la man che mi porgesti,O donna, il dì che ti venni dinanzi!Maledetto il tuo seno e maledetteLe tue spalle! Ed il piè, con cui movestiAi ritrovi d'amor che m'han bëato!E la tua lingua e le beltà reconditeDel tuo corpo, in eterno maledette!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Io nacqui buono, e là, dove poteaGiunger la mano mia, sempre una lagrimaTersi; e, piangendo, il perdono imploraiPersin dai bimbi, se, cieco per l'ira,Recai loro un'offesa; ed amo i fioriE l'indulgenza; e un'immensa vergognaMi sale al viso s'io penso che alcuno,Più debole di me, può dir: "Tu, forte,"Mi oltraggiasti!"

Ma in questa ora fataleIo medito un delitto; ed accarezzoNefande idee di sangue; e s'io potessiEsser solo conlei, lontan da tutti,Non veduto, nell'ombra, io la vorreiVigliaccamente uccidere!… VorreiVederla agonizzar fra le mie braccia;E guardarle negli occhi, annebbïatiDalla morte; e coll'ugne, gocciolantiDel sangue suo, vorrei scavarle io stessoLa fossa; e seppellirla; e fra le gentiTornar ridendo; e pormi sulla facciaUna maschera; e il dì, che la sua salmaAssassinata fosse discoverta,Vorrei mescermi al volgo impietosito;E simular le lagrime; e cantarneLe laudi: e a tutti asseverar, piangendo,Ch'io ne morrò d'angoscia!…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oh!… ScellerateAberrazioni!… Oh!… Mia povera mente!Oh!… Accesa lava dei miei fervidi anni!Deh'… Perdonate!… Io sono un pazzo!… Io piangoE son solo!…

E il profil di quella biondaTesta di donna io l'ho dinanzi agli occhiCome nei dì ch'io la copria di baci!

Or mansueto le favello:

"O amata"Crëatura gentil, vorrei morire"Pria di vederti piangere!… Darei"Tutto il mio sangue per vederti lieta!"Alla legge d'amor chino la testa!"Qual colpa è in te se i baci miei, che un giorno"Ti davano il delirio, or ti dan noja?"Qual colpa e in te, che., lagrimando, forse"T'aggrappasti, nell'ultime giornate,"Ai ruderi sconnessi d'un affetto"Che cadeva in rovina?!

"È eterna legge"Che la fiamma d'amor non duri eterna!"Ma eternamente io porterò nel cuore"La tua dolce memoria! E benedetto"Dirò il giorno, in cui tu, nulla chiedendo"Fuor che carezze, a me, che non osavo"Neppur sperarlo, spalancasti il cielo"Di tue beltà!…

"Non ha gemme la terra"Che paghino una sola ora d'amore!…"Ed io fui ricco!… Ed or di mia dovizia"Le briciole soltanto, le memorie,"Conforteranno i miei venturi giorni!

"Ah!… S'io potessi (ineffabil miracolo!)"Dimenticare le tue carni e il tuo"Sembïante, e il tuo nome, e rammentarmi"Dei nostri baci e delle nostre notti"Come di baci e di notti trascorse"In altra vita che non sia codesta!"Come di eventi di tempi remoti!

"Deh!… Fa ch'io non ti vegga!… Solitario"Mi chiuderò fra quattro mura, e lungi,"Lungi di qui vo' seppellirmi, in fondo"A qualche tetra valle, o in cima a un'alpe,"Pur ch'io più non incontri nelle vie"Il tuo flessibil corpo da libellula,"Che nelle forme aggrazïate ha un fascino"Voluttüoso che insulta e tormenta!"Pur ch'io più non ti vegga!… o un vel di sangue"M'offuscherà dell'intelletto il lume!"Ed io dovrei bruttar la vita mia"Inconsapevolmente (ahi mi perdona!)"D'una macchia di sangue!"

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

O genti buone,Se i canti miei v'han dato un entusiasmo,Se una scintilla dell'anima miaV'arse un istante, siatemi cortesiD'una lagrima!

Ho qui dentro un'angosciaChe non ebbi giammai!… Oggi ho perdutoL'illusïone del mio primo amore!Questo è il mio dì fatale!… E l'abbiam tutti,Genti buone, quaggiù!… Questo è il meriggio!Questo è il triste meriggio della miaPovera vita!… E mi coce il sollioneDei più torbidi affetti, ed ho nel cuoreIl fuoco e lo splendore smaglïanteChe nel meriggio abbacina ed uccide!

Io sono solo, e piango, ed amo ancora!

Milano, febbraio 187*.


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