MASTRO SPAGHI

Mastro Spaghi era il boia—della città d'Urbino.Contava cinquant'anni;—era smilzo e piccino;Era calvo; il suo cranio,—da lontano, parevaUna palla di vetro.—Sul petto gli cadevaUna candida barba.—Avea gli occhi profondi,L'orbite cavernose,—i pomelli rotondiE violetti, le labbra—grosse e larghe.CampavaTirando il collo agli altri.

* * * * *

—La forca prosperavaNell'Evo Medio!Oh! Quelli—eran tempi bëati!Nè i maggiori colpevoli—erano gli appiccati!

I furbi ed i potenti—facevano man bassa,Come chi taglia spiche,—sui capi della massa.Le tanaglie e l'eculeo,—le scuri ed i capestriFiorivan dappertutto.—Perciò v'eran maestriNell'arte del carnefice!—A Roma avea gran nomeUn boia, che sapeva—dal calcagno alle chiomeTanagliare una vittima,—senza farla spirare.

La Santa Inquisizione—avea fatto educareMolti allievi alla scuola—di cotanto maestro.

In quanto a mastro Spaghi—s'era dato al capestro.

* * * * *

Perchè vi spaventate,—o lettori cortesi,S'io parlo di carnefici?—Il nome lor lo appresiNella storia dei popoli,—in cui tengon gran parte,Il dire mastro Spaghi—o il dire BonapartePer me suona lo stesso.—Ammazzare al dettaglioO in partita, gli è sempre—ammazzare.

Il barbaglioDella gloria e del genio—pel filosofo è nulla!Chè, sfrondati gli allori,—v'è la campagna brulla;V'è la campagna brulla,—tutta a macchie di sangue;Ove il forte sogghigna;—ove il debole langue;Ove stanno i carnefici—e le vittime.Evvia!Perchè mai vi spaventa—questa novella mia?Converrebbe abolire—la storia ed i cannoniPer non parlar di boia!—Abolirli?… IllusioniD'anime semplicette!—Togliam le guerre e il boia,E impossibile è il dramma,—e morirem di noia!

L'umanità è un malato—che di salassi ha d'uopo!

Ma finiran le guerre—e i carnefici!…E dopo?Che faranno i mortali?—Quali saranno i temiDegli umani discorsi—degli umani pöemi?

Saran la fede immensa;—l'amore universale;I viaggi nell'aria,—e l'assenza del male;Del male, che pei posteri—sarà l'egual chimeraDi quel che è il ben per noi!—E s'anco fosse veraQuesta ideal famiglia—degli umani (fra milleMiliardi di secoli)—figgiamo le pupilleAncor più innanzi…Il cèrebro—Mormora ancora: "E poi?…"Siam daccapo alla noia!

—Fra tutti i pari suoiMastro Spaghi emergeva—nell'arte del capestro.La gran pratica è vero—l'avea reso il più destroIn tal ramo di scienza;—ma il suo merito c'era.Fabbricava lacciuoli—in siffatta manieraChe gli altri d'imitarlo—avean tentato invano!La seta più ribelle—di mastro Spaghi in manoSi mutava in un filo—così forte e sottile,Qual non l'avria mutato—la mano più gentileD'una donna ai ricami—espertissima.

* * * * *

QuandoSaliva sopra il palco—era proprio ammirando!

Dall'alto della forca—con un braccio potente,Al segnale prefisso,—ei ghermiva il paziente;Gli chiudeva la strozza—col famoso lacciuolo;Poi, lasciata la vittima,—ratto balzava al suoloE, con ambe le mani—afferrati i ginocchi,Dava uno strappo…Il misero—schizzava in fuori gli occhiTremava in tutto il corpo;—contorceva la faccia;Allungava la lingua;—dibatteva le braccia;…Ma era affar d'un istante!…—E il popolo plaudivaA lui che così presto—d'una persona vivaSapea fare un cadavere!

* * * * *

Il popol gli era grato,Perchè soltanto il popolo—era allora appiccato.I nobili morivano—di scure, e i popolaniDicean: "Se mi facessero—appiccare domani"Per man di mastro Spaghi—preferirei morire."Mastro Spaghi ama il popolo,—chè non lo fa soffrire!"

In vent'anni la fama—del nostro personaggioNelle città d'Italia—avea fatto vïaggio,Raccontando la storia—di mille impiccamenti,Miracoli dell'arte,—alle estatiche genti;Tantochè mastro Spaghi,—il carnefice artista,Era chiamato ovunque,—al par d'un concertistaNei dì presenti; ed egli—era sempre in cammino.

Oggi appiccava un ladro—nella città d'Urbino;L'indomani a Piacenza—giungeva di gran frettaPer un villan, che avea—tentato far vendettaContro il Duca, perchè—questi gli avea (badateChe inezia!) la sorella—e la sposa violate;Il dì dopo correva—a Firenze, chiamatoPer un giovane ardente,—che aveva cospirato(Diceva la sentenza),—contro le leggi.Insomma,Mastro Spaghi pareva—una palla di gommaChe balza, ed agli astanti—sembra dir: "Dove vado?"

Adesso lo troviamo—a Sant'Angelo in Vado,Grossa borgata allora,—posta tra l'AppennmoEd i repubblicani—colli di San Marino.

A Sant'Angelo in Vado—non c'è che una prigione.

Nel mille e due (secondo—la vecchia tradizione)V'abitavano i frati;—era un piccol convento;Non divenne prigione—che nel mille e trecento.

* * * * *

Mastro Spaghi sedeva—in un umida stanza,I cui muri, giallognoli—e a macchie, avean sembianzaDi facce d'appiccati.—Era una notte estiva.Sui campi la finestra—della stanza s'apriva.Di fronte alla finestra—c'era una porta, quellaD'un carcere, che un tempo—era stato una cella,Là stava il condannato—a morire domaniSulla forca.

Il carnefice—torceva nelle maniUn superbo lacciuolo.—Splendeva alla sua destra,Su un tavolo, una lampada.—La vicina finestraTormentava il lucignolo—con buffi violenti,Di profumi campestri—söavemente olenti.

Mastro Spaghi annasava—le odorose zaffateCome un fanciul che sogna—le libere giornateNella scuola rinchiuso,—e il cui sguardo si perdeAlle cime dei pioppi—che si pingon di verde,E al cielo azzurro, mentre—il professor di grecoGli spiega la grammatica.—Non la più debol ecoIl silenzio turbava.—S'erano i borghigianiCoricati assai presto,—per poter l'indomaniSvegliarsi di buon'ora,—e gustar per interoLa festa della forca.

* * * * *

—Dormiva il prigioniero?Io l'ignoro.Chi veglia—è mastro Spaghi.E questiFaceva a bassa voce—dei monologhi mesti:

"Questo è quel dei dugento—che in vent'anni suonati"Spaccierò sulla forca.—I primi che ho spacciati"Mi costarono lagrime—di compassione! Io penso"Con vergogna a quei tempi!-Non avevo buon senso!"Cos'è strozzare un uomo?—Mandarlo all'altro mondo!"E questo (almen mi pare)—è un beneficio, in fondo!"Forse, che in questo qui—si sta meglio? Che bazza!"Chi non vi nasce ricco,—o di nobile razza,"O vigliacco del tutto,—o forte, o scaltro, od empio,"Ci viene per soffrire,—o per fare, ad esempio"Di me, la bella parte—di carnefice!"

* * * * *

Un grilloLungi nella campagna,—turbò il sonno tranquilloAlle cicale, sopra—le piante addormentate,Con note così allegre—che parevan risate.

* * * * *

"Oh!… Le note dei grilli,—umili creature,"Piccioletti filosofi—desti nell'ore oscure,"Come son liete!" disse—il boia sospirando."Essi vivono poco;—e col profumo blando"Delle erbette si innebriano;—son vestiti di nero"Per darsi fra gli insetti—un tal piglio severo,"Ma in cuor ridon di tutto!—Dormono la giornata,"Poi di notte nei campi—corrono all'impazzata!…

"E dir che, giovinetto,—io n'ho ammazzate tante"Di queste bestioline!…—Allora ero l'amante"Di Rita, la più bella—forosetta che Iddio"Ai campi regalasse!…—Almeno, a parer mio!

"Era bionda; abitava—qui presso, a poche miglia,"In una casettina—tra i monti. La giunghiglia"Ne baciava i mattoni—profumandola tutta."Una quercia, simíle—ad una vecchia brutta"Che s'è presa d'amore—per un bel giovinetto,"Abbracciar del tugurio—parea volesse il tetto;"Un tetto di lavagna—nera, lucente, lina,"Su cui ridean gli steli—d'una rosa canina."Mi parea che si amassero—quel tetto e quella rosa!"Anzi il tetto, agli abbracci—di Madonna Ghiandosa"Quasi per isfuggire—parea farsi più basso!"Chi conosce i misteri—d'una pianta o d'un sasso?"Noi ci viviamo in mezzo—cogliam le frutta e i fiori,"Caviam fuoco dal sasso…—ed ecco tutto!"

Fuori,Nell'aperta campagna,—il grillo allegramenteTrillò ancor. Mastro Spaghi—sospirò nuovamente.

* * * * *

"Poveri grilli! Povere—bestiole liete! Quante"N'ho ammazzate!… Di Rita—ero allora l'amante!"La notte, quando tutti—dormivano, soletto"Io m'aggiravo intorno—alla quercia ed al tetto,"Spiando la finestra—dove Rita dormiva.

"Talora ella l'apriva,—ma quando non l'apriva"Che fare in mezzo ai monti—aspettandola?—Un poco"Sedea sull'erba e il guardo—alzavo al cielo. Il fioco"Lume degli astri piovere—sentia nelle pupille!"Oh! Quanti dolci fascini—han le notti tranquille!"Poi dagli steli, madidi—di rugiada, sul volto"Mi balzava un insetto.—Io ghermivo lo stolto…"Era un grillo; io grattavo—il suo ventre, per fare"Che il povero piccino—avesse a strimpellare"Qualche rullo di note—che svegliassero Rita…"Ma la bestiola in mano—mi moriva sfinita!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

"Oh!… Sta a veder ch'io piango—perchè ho ucciso dei grilli!"Per Dio! Strozzai tanti uomini—ed ho i sonni tranquilli!"

La lampada schizzava—bagliori incerti e vaghiSovra il meditabondo—cranio di mastro Spaghi,Il lacciuol, colle mani—inerti, sui ginocchiDel boia era caduto.—Ei tenea fisi gli occhiSul laccio e sulle mani…—Ma il suo pensier doveaEssere ben lontano.

* * * * *

—Il vegliardo diceaA fior di labbra:"Rita!…—Vent'anni son trascorsi!"Da allora n'ho provati—di angosce e di rimorsi!"Sono stato un vigliacco!—Quando il Duca d'Urbino,"Dopo l'jus primae noctis,—sorridendo, il mattino"A me t'ha rimandata,—io dovevo tacere,"O ucciderlo… od uccidermi!—Quando il tristo messere"Io di spacciar tentai—per vendicarmi, invano"Io raccolsi il coraggio—in codesta mia mano!"Questi privilegiati—che portano un gran nome"Hanno un certo prestigio—che fa rizzar le chiome"Ai più arditi; hanno un fascino—che noi, povera gente,"Siam dannati a subire;—hanno un piglio insolente"Che agghiaccia!… Superiori—a noi li fece Iddio!"Sospeso sul suo petto—rimase il braccio mio,"E la mano ribelle—non mi volle ubbidire!"

* * * * *

Una nottola venne—nella stanza a squittireAttirata dal lume;—fece due giri in tondoNelle pareti urtando;—poi nel buio profondo,Fuori della finestra,—tornò, battendo l'ali,Spaventata d'avere—osato tanto.

EgualiAlle gocce che il tufo—nell'umide caverne,Lagrime solitarie,—lentamente secerne,Poche gocciole fredde—imperlavan la testaDel boia.

* * * * *

Egli diceva:"—Fu una notte funesta!"So che mi son svegliato—con pesanti catene"Ai polsi e alle caviglie.—Me ne ricordo bene!

"Non un raggio di luce!—Un fetore di morte"Mi saliva alle nari.—Le catene eran corte."Mi addormentai di nuovo.—E d'essere un mastino"Sognai.—Fui risvegliato—sul fare del mattino"Da un uomo lungo e pallido.—Io gli chiesi chi fosse."Ei non rispose, côlto—da un accesso di tosse;"Il fetor della carcere—gli grattava la gola.

"Fui condotto all'aperto.—Un frate colla stola"Negra mi passò accanto.Lo seguivan dei ceffi"Da ribaldi, che feano—orribili sberleffi"A un meschin che legato—ne veniva con loro.

"Alla forca!… Alla forca!"—gli gridavano in coro.

"Egli batteva i denti,—era tutto tremante;"E, non potendo piangere,—contorceva il sembiante.

"Allora l'uomo pallido,—che mi stava vicino,"Mi toccò sulla spalla,—e additando il meschino,"Miagulò:—"Il Serenissimo—Luca ti manda a dire"Se ti piace di vivere,—o ti piace morire."Il carnefice è vecchio.—Se ti garba il mestiere"Comincia a strozzar questo.—Verrà il Duca a vedere."Se il mestier non ti garba,—oppur non ci sei nato,"Invece d'appiccare—sarai tu l'appiccato."Il Duca è giusto e buono;—a tanta sua clemenza"Mostrerai collo zelo—la tua riconoscenza."Rispondi? Che vuoi essere:—Od appiccato, o boia?

"—Il secondo! Il secondo!"—Io risposi con gioia!

Egli stringea le labbra—e aveva chiuso gli occhi,Chè il duolo ama le tenebre.Le mani sui ginocchiTremavano, ed il mento—sul petto si appoggiava.

* * * * *

"Me due volte vigliacco!"—mastro Spaghi pensava."Potevo una sol volta.—esserlo!… Avrei dovuto"Tenermi la mia sposa—e scordar l'accaduto!"L'oltraggio era comune—a mille! Sarei stato"Felice! Forse un figlio—Iddio m'avrebbe dato"O una figliola, bella—come sua madre!Oh! Rita.,."Dove sei?Mi narrarono—che te ne sei fuggita"In paese lontano,—quando ti venne detto"Ch'io facevo il carnefice,—e che m'hai maledetto!"Un pastore stamane—m'asseriva che al seno,"Partendo, ella teneva—sospeso il frutto osceno"Di quella notte orrenda…—una bimba dormente!"Da allora in poi nessuno—la rivide…Clemente"Iddio, se rivedere—un dì potessi almeno"Questa bimba, che Rita—tenea sospesa al seno!"

E alzò gli occhi.Miracolo!—Dinanzi a mastro SpaghiUna forma di donna,—ai raggi fiochi e vaghiDella lampada, spicca,—sul buio della stanza.

È una fanciulla pallida—e bella. Ella s'avanza,Tenendo sulle labbra—l'indice, a passi lievi.Le sue pupille intorno—schizzano lampi breviE inquïeti, e, scorgendo—colà soltanto il boia,Si volgono all'usciuolo—scintillanti di gioia.

Ella s'appressa al tavolo—e, tremando, vi gettaUna manata d'oro.—Poi si ferma ed aspetta.

* * * * *

"Chi sei?" chiede il carnefice,—Ella cade ai ginocchiDi mastro Spaghi e dice—piangendo e alzando gli occhi:—"Tutto quest'oro è tuo;—questo è quanto possiedo…Guarda!"L'altro rispose—balbettando: "Lo vedo!"

Ma sulla giovinetta—il suo sguardo cadea,E la sua mano secca—a un altr'oro correa!All'oro dei capelli,—che le scendean qual veloSulla fronte; e che gli occhi,—d'un azzurro di cielo,Coprivan quasi."Dimmi,—dimmi dunque il tuo nome?"Soggiunse mastro Spaghi,—ravviando le chiomeAlla bella fanciulla.—"Dimmi dunque, chi sei?"

* * * * *

—"Son orfana. Bambina—padre e madre perdei."Eppure per molt'anni—sono stata felice!"Son bella; ho il sangue ardente;—faccio la meretrice."Gli uomini li sopporto—se son vecchi o cattivi;"Cerco i baci di quelli—che son belli e giulivi."Non ho fatto mai male—a nessuno! Giammai"(Pria per nulla, per poco—poscia) il piacer negai."Eppur tutti, cercando—i miei vezzi procaci,"M'insultano! Gli insulti—scordo coi nuovi baci!"Amo le feste, i campi,—l'aria aperta ed i fiori,"E il vin che rende immemori—e che infonde gli ardori!"Le donne m'abborriscono!—Io rubo lor gli amanti!…"E dovunque si balli,—e dovunque si canti,"Il mio piede non manca,—non manca la mia gola!"

* * * * *

Mastro Spaghi esclamò:—"Povera figliuola!

* * * * *

—"Un dì venne a trovarmi—un bruno giovinetto,"Bello; parlava sempre—con dolcezza ed affetto…"Nicasio insomma! Tu—sai bene di chi parlo!"Del condannato…."Ah!… Diamine!—Ch'egli abbia nome Carlo"O Nicasio," interruppe—mastro Spaghi, "giammai."A color ch'ho appiccato—il nome domandai!"Che mi preme del nome—che porta un condannato!"

* * * * *

—"Anch'io feci lo stesso—con color che ho baciato!….."Ma a Nicasio l'ho chiesto!—Mai non seppi spiegarmi:Il perchè glielo chiesi!—Ei diceva d'amarmi…Mi piaceva. Era bello!—Ma poi ne fui noiata…."Era povero!…Eppure—egli non m'ha insultata"Quando gliel dissi!Pianse;—mi baciò il volto e il seno,"Quasi per ridestarvi—l'amore, e disse:Almeno"Non odiarmi!…"Venia—ogni giorno, recando"Cibi e fiaschi di vino.—Io ridevo trincando;"Ed ei parea tornare—dalla morte alla vita"Vedendomi gioconda.—Un dì esclamai: "Squisita"Dev'essere una lepre—col vin di Mercatello!"

Ei rispose: "Domani—porterò questo e quello."

"Baje!…" dissi ridendo,—"Tu una lepre?… Non sai "Che soltanto d'Urbania—col Signor ne mangiai? "Tu portarmi una lepre?—Tu pezzente e meschino?

—L'indomani egli venne—colla lepre e col vino!..

"Ah!… Io sono un'infame!—Egli aveva rubato!…"Gli intendenti del Duca—l'han preso e condannato!"

Ella si coprì il viso—con entrambe le mani.

* * * * *

La campagna avea un'eco—di gemiti lontani.Le foglie che stormivano—di fuori, nell'ortaglia,Parevano il fruscio—d'un abito a gramaglia.La lampada moriva.—Mastro Spaghi avea dettoRavvivandola: "È triste!—Povero giovanotto!"

E nell'olio una lagrima—al boia era caduta.

* * * * *

La fiamma scoppiettando—la stilla avea bevuta.

La fanciulla riprese:—"Io l'amo! Io l'amo! Io l'amo!"Io morrò s'egli muore!—Egli, povero e gramo,"Mi pagò più di tutti!—Ei d'amor mi ha arricchita!"Gli altri mi dan dell'oro!—Egli mi diè la vita!"Io lo voglio!… Dovessi—dar fuoco alla borgata!"Io pretendo di vivere—perchè mi sento amata!"Perchè voglio adorarlo,—e coprirlo di baci!"Lo comprendi, o carnefice?—Tu mi guardi? Tu taci?"

* * * * *

Ella facea paura.—Agitava le braccia,E diceva: "Lo voglio!"—con aria di minaccia.Correva per la stanza.—Abbrancava le grateDell'usciuolo del carcere—con mani forsennate,Gridando: "Spingi! Aiutami!—Aiutami, amor mio!"

* * * * *

Ei mormorò di dentro:—"Lea, non perderti!… Addio!"

Allora la fanciulla—divenne mansüetaCome un pazzo, cui nota—voce d'amico accheta.Il suo viso, che l'ira—aveva imporporatoTornò pallido.Il labbro,—qual ferro arroventato,Restò sol di carminio.—Ivi il sangue soltantoAfflüiva nei giorni—della gioia e del pianto;Ed un genio, guardando—quelle labbra procaci,Dovea dir: "Questa donna—è nata per i baci."

* * * * *

Mastro Spaghi, seduto—vicino alla lucerna,Somigliava alla statua—dell'attenzione eterna.Il morente lucignolo,—mobile e vaporoso,Fissava sul suo cranio—un punto luminoso.

* * * * *

Come un rettile, a terra—la fanciulla strisciando,A lui venne dinanzi;—e, gli stinchi abbracciandoDel vegliardo, gli disse:—"Tu non l'ucciderai,"Non è vero?… Perdonami—s'io piansi e mi sdegnai…"Come sei bello!… Parla!—Io non credea davvero"Che gli uomini che fanno—un simile mestiero"Avessero una faccia—così buona, e che pare"Quella dipinta in chiesa—sul quadro dell'altare!"

Mastro Spaghi taceva—fissandola nel viso;E nei suoi occhi azzurri—vedeva un paradiso.Un'iride ideale—di memorie e d'amore,Di dolci desiderii—soffocati nel cuore.

Come in mezzo alla nebbia—gli passava davanteDella perduta sposa—il leggiadro sembiante,Che gli dicea:"Coraggio!—Se tu cedi, io perdono!"

Poi gli giungea all'orecchio—con argentino suonaUna voce infantile;—quella d'una bambina;Che vinceva gli accordi—d'un'armonia divina.

* * * * *

Sovra la rozza panca—il vegliardo si scosse.Avea il pianto negli occhi—e mormorò:"Se fosse"Viva, avrebbe vent'anni—la povera piccina!"Vorrei diventar cieco—per averla vicina!"Che sarà divenuta?—Sarà dessa felice?"Forse è una gran signora…—Forse una meretrice!

* * * * *

Così parlava.Intanto—la dolente fanciullaGli abbracciava gli stinchi,—senza comprender nulla.

Alfin surse da terra,—chè volavano l'ore.Avea l'occhio velato—da un osceno languore,Ed additando l'oro—mormorò al vecchio:

"Senti:"Questi sono testoni—tutti nuovi e lucenti…"Son dieci!… Sono pochi!—Ma se tu mi concedi"La sua vita, oltre l'oro—che scintillar qui vedi."Io ti darò… me stessa!…—E sono bella!… Guarda!…"E si slacciò le vesti.—Ei con mano gagliarda,"Quasi sdegnato, e altrove—guardando, ricomposeLe vesti.Ella la destra—gli strinse. Vi deposeUn bacio e disse:"Grazie!—Oh!… Grazie, padre!

* * * * *

Allora,Nelle braccia serrandola:—"Lontana è ancor l'aurora!"Esclamò il vecchio. "Insieme—con voi verrò!.. Mia figlia,"Sì, mia figlia sarai!"

—E dalla ferrea grigliaDel carcer, pochi istanti—dopo, uscivan tre ombre.

Le vie del firmamento—eran di nubi sgombre;La luna era abbagliante—d'ineffabil splendore;Nicasio e Lea correano—parlandosi d'amore.

Quella luna invitava—a amar, solo a vederla.La terra era d'argento,—il ciel di madreperla.E in quell'onda di luce—il triste gruppo avvoltoPareva un gruppo d'angioli—dal Signore raccolto,Perchè nel santo affetto,—che purifica tutto,Oblïasse ogni colpa,—oblïasse ogni lutto.

Di mastro Spaghi il cranio—fulgeva in modo strano;Lo si saria veduto—a tre miglia lontano.

Ei non se ne accorgeva.—Celiando, il giovinettoQuel cranio traditore—copri col suo berretto,E disse:"Affeddidio!—Questo tuo cranio vuole"Col suo sfarzo di luce—comprometter tre gole!"

* * * * *

Così senza spettacolo—rimaser l'indomaniDi Sant'Angelo in Vado—i buoni borghigiani:E così, nella corsa—facendo invidia al vento,Sullo scorcio d'aprile,—l'anno milletrecento,Giungean, per imbarcarsi,—all'adriaca marinaUn carnefice, un ladro—e una bella sgualdrina.

Scuola moderna

Prefazione ai miei versiLa Forma e l'IdeaNoia letterariaLetteratura disonestaVeritas, Vanitas!Le demolizioniIn morte di Emilio PragaAnacreonteEvo MedioIl secolo di PericleA TaideLa notte di san SilvestroLa SenavraIn altoCircoloA Fulvio FulgonioLa chiesetta dei mortiA una donna intelligenteIl dì dei mortiPer il santo NataleCoraggio!DitiramboPer una suicidaQuando?Ars, alma mater

Mors tua, vita meaFlectar, non frangarMelodiaSeminare e raccogliereIl mare cantaEn attendantA un calendario americanoAcqua dei montiIn corpo di guardiaUltima ratio

AlbaMeriggioSeraNotte

NapoliCagliari

Socialismo

NOVELLE IN VERSI.AcquaFuocoMastro Spaghi

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End of Project Gutenberg's Poesie e novelle in versi, by Ferdinando Fontana


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