LA MORTE DI DANTE.

Cantica.

Non ho mai capito in qual modo Dante, perch'egli fra i magnanimi suoi versi ne ha alcuni iratissimi di varii generi, sia potuto sembrare ai nemici della Chiesa Cattolica un loro corifeo; cioè un rabbioso filosofo, il quale o non credesse nulla, o professasse un cristianesimo diverso dal Romano. Tutto il suo poema a chi di buona fede lo legga, e non per impegno di sistema, attesta un pensatore, sì, ma sdegnoso di scismi e d'eresìe, e consonissimo a tutte le cattoliche dottrine. Giovani che sì giustamente ammirate quel sommo, studiatelo col vostro nativo candore, e scorgerete che non volle mai esservi maestro di furori e d'incredulità, ma bensì di virtù religiose e civili.

Lavamini, mundi estote!(Is.I)

E perchè l'arpa mia—debol, ma vagaDi ritrarre in devoti, alti racconti,A conforto degli altri e di me stesso,Gioie e dolori di supremi spirti—Perchè in sue melodìe qualche feliceO mesta ora de' sommi itali vati,Qualche virtù del cor, qualche sublimeEffondimento de' lor sacri ingegniNon ridirebbe? Oh quante volte ad essiM'è grato alzar gli ossequïosi sguardiCome figlio a parenti, investigandoLor nobile natura, e divisandoQuasi funerea su ciascun di loroScior tal pietosa cantica di laude,Che, senza nè adular que' generosi,Nè tacer pur di colpe ov'ebber colpe,Sia gentile tributo alle lor tombe!Non avrai tu, per tragich'ira primo,Possentissimo Alfieri, onde reliquia[1]Sì prezïosa a me largì Quirina,Tu che maestro all'arte mia più caraSì fortemente in giovinezza amai,Tu che ad Italia ed a' nativi nostriPedemontani lidi onor sei tanto,Non avrai tu dalle mie labbra un carme?L'avrai.—Nè per Parini anco fia scevraDi parole d'amor l'alma di Silvio;Nè per Monti e per chiari altri intellettiDi non remoti dì.—Ma se più d'unaCantica aspettan molte ombre di vati,Più l'aspettan le antiche.—Oggi tu, Dante,All'anima mi parli. I tuoi diviniVersi non seguo, nè dipingo i giorniDel tuo esular; di te la morte io canto.Splendeva all'Alighier l'ultima aurora,E sulle coltri sue muto ed assorto.Ne' pensieri santissimi ei giaceaMunito già del Dio che alle fedeliAlme è quaggiù ineffabile alimento.Umile fraticel presso gli stava,Or con brevi parole or collo sguardoLe divine speranze rammentando;E presso al letto, e qua e là per l'ampiaSala, in piedi o sedenti, erano il vecchioGuido sir di Ravenna e i figli suoi,Ed assai cavalieri. ImpalliditePresso alla porta si vedean le facceDe' giovincelli paggi e delle guardie.Dopo i riti adorabili, in silenzioStette gran tempo l'Alighier, ma gli occhi:Significavan prece e consolanteVista di cose celestiali e amore.Poi si riscosse, mirò intorno, e gratoSalutevole cenno ai circostantiVolse, e coll'imperar della possenteSua volontà rinvigorì lo spirto,La voce, i guardi, e levò il capo, e disse:—Sia benedetta la pietà di GuidoCh'ospital posa al mio morir provvide!Sia benedetto, o amici tutti, il dolceVostro compianto, e benedetto ognunoDi que' che al tosco esule vate il tristoPellegrinaggio consolâr d'onoreE d'applausi magnanimi—e di pane!Ma non però il mio benedir ti manchi,Patria crudel che a me noverca fosti,Ed io qual madre amava ed amo! AndateLe mie voci a ridirle e il mio perdono,E i miei consigli e il lagrimar di DanteSulle materne iniquità e sventure!Qui pianse e tacque. Indi il febbril tumultoDe' generosi suoi dolori il sensoAddoppiò della vita entro il suo petto,E la parola gli tornò sul labbroNon tremula, non fiacca. Ognun si stavaRispettoso ed attonito, ascoltandoDi quel gran cor gli oracoli supremi.—Dite a Fiorenza, e in un con essa a quanteSon dell'amata Italia mia le spiagge,Che s'io censor severo e fremebondoNe' miei carmi di foco ira esalai,Men da rabbia dettati eran que' carmiChe da desìo perenne e tormentosoDi ritrarre e caduti e vacillantiD'infra il sozzume lor di melma e sangue.E se nell'ira mia sfolgorò vampaD'orgoglio e d'odio, or ne' pensier di morteLa condanno e l'estinguo, e prego paceA' miei nemici sì viventi ancora,Sì nella notte dell'avel sepolti.Tacque di novo, e sollalzato meglioL'infermo fianco, assisesi, ed eresseLa fronte, e colla palma la percosse:,E disse:—Io veggo l'avvenir!Nell'ossaDegli uditori un gel di reverenzaRapido corse e di spavento.—Io veggoIn quel lezzo di fango e di macelliVolversi le repubbliche di questaAgitata penisola, e gli scettriDe' Visconti e Scaligeri, e le iniqueInsegne vostre, o guelfi e ghibellini,E bianchi e neri, e quanti siete, o falsiPromettitori di virtù e di gloria!Giù que' brandi sacrileghi e que' nomiDi maledizione e di discordia!E giù quelle speranze, ahi, da me pureNutrite un dì, nelle straniere spade!Gloria non sorge da esecrande leghe,E da trame e da perfidi pugnaliInnalzati col vanto inverecondoDel patrio ben, nè da fraterne guerre.Cessate i mutui di vittoria sogniPer primeggiar sull'abborrita parte,Chè vane son fuggevoli vittorieOnde un nemico trae letizia e lucro,E la patria dissanguasi e s'infama.—Chi è quel grande che non par che curiNè la bassezza della propria stirpe,Nè gli altrui ferri, nè i diritti altrui,Nè il mobil genio delle stolte plebi,E sale in Campidoglio, e de' RomaniS'intitola tribuno, e or par del santoSeggio il forte campione, or l'irrisore?Insano! Ei grida libertà e ritornoD'Itala imperiale onnipotenzaA rïalzar per l'orbe ogni giustizia,Ed, ingiusto ei medesmo, irrìta Iddio,E le folgori scoppiano, e quell'altoSimulacro d'eroe crolla, ed è polve!—Chi son color che un idolo si fannoDell'Angioïna Gallica burbanzaDa Carlo in trono appo il Vesevo assisa,E la dicon sublime esca a futureItaliche armonie di leggi e forzaE civiltà! Strappatevi la benda:Straniero è il Gallo! sua virtude è oltr'Alpe,Qui pianta è che traligna, e non soaveOlezzo, ma fetor manda e veleno!Qui tutela è bugiarda e si converte,In laido furto ed in più laido oltraggio!Qui farmachi alle piaghe offre, e vi spargeAceto e sale, e ficcavi gli artigli,E de' ruggiti degl'infermi ride!Onoriamolo oltr'Alpe, o quando inermeVisita le latine illustri terre,Non quando s'arma ed amistà ne giura!Lui quasi imbelli pargoli maestroNon invochiam, non invochiamlo padre:Adulti siam se ci crediamo adulti!E ad esser tai, non fremiti, non risse,Non sommosse vi vogliono, ma senno,E fede ai patti, ed indulgenza e amore!Tacque come spossato e inteneritoUn'altra volta l'Alighier. Poi lenaRipigliando sclamò:—Quanto sei bellaFiorenza mia! Quanto sei bella, o Italia,In tutte le tue valli, ancorchè sparseD'ossa infelici e di crudeli istorie!E che monta che in genti altre sfavilliD'eccelsi troni maestà maggiore,Mentre per varie signorie te reggi?Chi può sfrondar della tua gloria il serto?Chi a te delle gentili arti l'imperoInvolar mai? Chi scancellar dal coreD'ogn'uom che bevve al nascer suo quest'aureLa gioia d'esser Italo? la gioiaD'esser nepote dell'antica RomaE figlio della nuova? Abbian fortuneLuminose altri popoli: in disdoroMai non cadrà la venerata terraChe domò l'universo, e dove erettaDall'Apostolo Pier fu la immortaleFace che tutti a salvaménto chiama!Ma bastan forse aviti pregi? Il gridoNon vi colpì de' miei robusti carmi?E ch'altro, poetando io per lungh'anni,Vi dissi, Itali, mai, fuorchè d'apporreNobiltà a nobiltà, virtù a virtudeInnanzi al mondo, e a voi medesmi, e a Dio?Oh gioventù d'alte speranze, i gioghiDel vizio esecra e non i santi gioghi!Le gare tue sien di pietà le gareE degli esimii studi, onde ammiratoIl vïator che d'oltremonte viene,T'onori e dica: «Ben ne' figli brillaDe' prischi forti la mental potenza!»Ahi! delle giovin'alme i novi erroriA che biasmate, o corrucciosi vecchi,Maledicendo al secolo perverso?Che opraste voi per migliorarlo, e proleAd Italia lasciar che alteramenteFosse sdegnosa di licenza e scismi,E santamente amasse ara, scïenza,Cavalleresca fede e patrio onore?Provvedete a' crescenti! egregia scolaSien le famiglie a' nati; egregia scolaPatrizi e dotti alla ignorante plebe;Egregia scola per città e convalliLa sapïente carità de' cherci!Ah sì! primiero, o Sacerdoti, esempioSiate tra voi di pace e bei costumi!Non sia drappel ch'altro drappello imprechi!Umiltà vi congiunga imi con sommiSotto l'imper benedicente e sacroDell'Apostol supremo! Ognun di voiDecoro sia del tempio, e sparga incantoD'innocenza e di grazia: allor null'uomoLuce di verità cercherà altrove!D'Alighier le profetiche rampogneE il supplice sospir profondamenteCommovean gli ascoltanti. E più commossiFur quando l'egro venerando vate,Dopo quella versata onda robustaD'autorevoli detti, e quell'ardenteSguardo che nuncio ancor parea di vita,Più languid'occhi intorno volse, e sparveIl foco onde suffuse eran le gote,E i fianchi più nol ressero, e la sacraTesta cercò dell'origlier l'appoggio,E la palpante man tremula corseAl crocefisso, e lo portò alle labbra.Presso all'infermo palpitàr concordiGl'impauriti cuori, e mal frenateVoci s'udìr di pianto. Il vecchio GuidoMirò i piangenti ed accennò silenzio;Ma involontaria dal suo ciglio eruppeSovra Dante una lagrima, e il poetaSull'ospite magnanimo la grataPupilla alzando, gli serrò la destra.Un de' figli di Guido al suol prostrossiPresso al letto, sclamando:—Eterno Iddio,Prendi l'inutil vita mia! conservaQuella del re degl'itali intelletti!Tutti gli accenti suoi son luce e scampo!Tutta la vita sua fu impareggiatoRimbrotto ai vili e sprone ai generosi!Un uom divino egli è!—Giovine insano!Disse con voce moribonda il vate:Deh, sii miglior di me! Mia forza imìta,Non l'ire mie superbe.—O padre Dante,Ripigliò quegli, se i miei dì non ponnoInvece de' tuoi dì farsi olocausto,Consiglia, impera; dimmi: ov'è la insegnaNel secol mio più santa? ov'è la insegnaCui darà palma Iddio sovra gl'iniqui?Ov'è la insegna destinata a coseSulla terra sublimi? Io vo' seguirla!E il vate a lui:—Non chieder tanto: il ferroE la mente consacra al natio prence,Al natio lido, e lascia a Dio l'arcanaDelle sorti bilancia: ogni stendardoChe non sia traditor guida a virtude.Disse, e pose la man sovra la testaDel fervido garzon. Questi aspettava,Tutti aspettavan che parola ancoraBenedicendo da quel labbro uscisse:Irrigidita era la man, gelataNelle fauci la lingua, estinto l'occhio…L'alma di Dante era salita al Cielo!

[1] L'orologio d'Alfieri mandatomi in dono da Firenze nel 1833 dalla signora Quirina Magiotti.

Raffaella……………….Pag. 9.Ebelino…………………… 35.Ildegarde…………………. 81.I Saluzzesi………………. 121.Aroldo e Clara……………. 219.Roccello…………………. 247.La morte di Dante…………. 285.

Con permissione.

End of Project Gutenberg's Poesie inedite vol. II, by Silvio Pellico


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