SAN CARLO.

Bonus pastor animam suam datpro ovibus suis.(Ioh. 10,v. 11).

Oh! quanto degno è di fiducia un grandeDi pietà e sacrificii operatore,Che fu debol mortale, ed ammirandeForze trovò nel suo sublime amore!Fama antica non è che voci espandeSovra Carlo, d'Insubria almo Pastore;Ei visse quasi ieri, e sue pedateIn tutto il suol natìo sono stampate.

E perocchè de' secoli non volveOscura nube di sua vita i fatti,Dir non possiamo: «Era d'un'altra polve,Era di tempi al dolce errar men atti».Dir non possiam: «Noi tal etade involve,Che irresistibilmente al mal siam tratti».Ma ravvisiam come in orrendi tempiPossan pur di virtù fulgere esempi.

Sotto il tempio gigante di MilanoUn delubro contien la sacra spoglia;Colà viene il devoto da lontano,E de' commessi falli si cordoglia,E fede ha ch'ivi niun pregar sia vano,E torna speranzoso alla sua soglia;E narrato è di cuori, un dì perversi,Che furono per sempre al ciel conversi.

Talora a quel delubro io discendeaDubbio su tutto, e quasi su Dio stesso,E lung'ora solingo ivi gemeaDa sciagurate passioni ossesso,Poi vedea mover giù dalla scalèaIl poverel da' suoi malori oppresso,Ch'appo il corpo del Santo s'inchinava,E di lui la beata alma pregava.

La fè del poverello io con dolcezzaInvidiando, era commosso al pianto,E vergognava della ria stoltezzaChe sovente di senno usurpa il manto;E allor tutta splendeami la bellezzaDel culto ch'elevar può l'uom cotanto;E Carlo io pur pregava, e in me largitaTosto sentìa di maggior fede aita.

Sempre onorai quel forte: ad onoranzaM'astringon que' magnanimi mortali,Ch'osano concepir l'alta speranzaDi sveller d'infra il mondo orrendi mali;Ch'osan, non per vendetta od arroganzaContro a poter di soverchianti eguali,Ma di Dio per amore e delle gentiConfonder dell'iniquo i rei contenti.

Di Carlo a' tempi, vïolenza e orgoglioSpesso ne' sommi e oscenità regnava,E de' vili costumi il turpe loglioIndi più nella plebe pullulava;Innocenza per tema e per cordoglioDa ogni parte ascondeasi e palpitava,E se la raggiungea braccio nefando,Irrugginito era di legge il brando.

E perchè inetta era la legge ultrice,L'uomo spogliato del paterno avere,E il padre della vergine infeliceChe a lui rapita avea truce potere,Fean la propria lor destra esecutriceDi cieche stragi e di perfidie nere,E in mezzo al sangue gli uomini cresciutiL'ire feroci esser credean virtuti.

E per maggior calamità d'alloraPremeano Italia immiti ferri estrani,Onde tra parte e parte ardean tuttoraPiù frequenti gli oltraggi e gli odii insani;E perchè il volgo stolido peggioraQuando vien retto da esecrate mani,La podestà straniera incrudelìaQuanto più il volgo oppresso l'abborrìa.

E in sì gravi sciagure, onde cotantaL'ignoranza e l'obblio dell'Evangelo,Anche la schiera che dovrìa più santaSfavillar, perchè interprete del Cielo,Campioni egregi aveva, sì, ma oh quantaFeccia sol mossa a farisaico zelo,Inimica di Roma, e sovvertenteCo' rei costumi ipocriti la gente!

Su' tristi giorni suoi Carlo fremea:Data non gli era onnipossente mano,E pur argin gagliardo imporre ardeaA quel di vizi orribile oceàno.Non disperò della sublime idea,Il soccorso affidandol sovrumano,Vide ch'altri giovar uomo può sempre,Se a virtù somma sè medesmo tempre.

Dio benedisse quell'eroica brama,Il suo servo su molti altri estollendo,E tal gli die di giusto Presul fama,E linguaggio amorevole e tremendo,Che, mentre de' perversi ad ogni tramaFu visto questi oppor senno stupendo,Ad amarlo costretti o a paventarlo,Tutti il messo di Dio scerneano in Carlo.

Chè se rigore e dignitosa vitaIl Vescovo integerrimo imponeva,Ei pria mollezza avea da sè sbandila,E co' poveri il pan condivideva,E l'austera sua mente era addolcitaDa quel sorriso che gli afflitti eleva;Co' superbi terribile soltanto,D'ogni infelice intenerialo il pianto.

Del paterno suo cor fur monumentoOspizi per famelici ed infermi,E istituti ove sprone ed alimento!Dato venia d'intelligenza a' germi,E il suo forte, moltiplice intervento,Ove occorrean contr'ingiustizia schermi,E l'impulso ch'ei diede a' patrii ingegniVerso i nobili fatti e i pensier degni.

Sua immensa carità, suo santo ardireSuscitogli appo il trono alti nemici;A impudenti rampogne, a spregi, ad ire,Grida si mescolar calunniatrici:Nudrir fu detto scellerate mire,Tutti i dolenti a sè facendo amici;Dei regi udissi schernitor chiamato,Che il lituo avea sopra gli scettri alzato.

Lasciava ei che la collera stridesse.E della Chiesa ognor sostenne il dritto:Finchè vestigi sulla terra impresseContro a sè vide mosso empio conflitto;Ma se alcun della grazia ai lampi cesse,Con gioia obbliò Carlo ogni delitto;E spesso tal, che più l'aveva offeso,Alfin d'amor per lui sentiasi acceso.

Gl'implacati di Carlo abborritoriQuai tra' mortali furo? I farisei!La più abbietta genìa di traditori!Color che in ogni età sono i più rei!Color che della Chiesa ambìan gli onori,Poi core e mente ribellaro a lei!Que' sacerdoti che fautor si fannoDi sfrenatezza eretica e d'inganno!

Chi è quell'infelice maledettoChe porta in fronte i torvi occhi di Giuda,E come Giuda si percuote il petto,Perchè più in rimirarlo altri s'illuda?Schiavo sempre viss'ei d'iniquo affetto?Di virtù l'alma ebb'egli sempre ignuda?O dopo aver d'amor di Dio avvampato,Cadde e non sorse, ed a Satàn s'è dato?

Per quai sequele di misfatti orrendeScritte nel libro degli eterni guai,Dove cancellatrice più non scendeDel sangue di Gesù stilla giammai,Un mortifero bronzo oggi egli prende,E d'empia gioia brillano i suoi rai?A' rei socii sorride, esce del chiostro,E l'arme sotto il manto asconde il mostro.

Sì! del truce delitto ei socii avea!Ed appunto i supremi del convento!Eran tre questi indegni, e li stringeaD'infernale amicizia giuramento.Lor chiostro che di santi un dì fulgea,Fatto avean di turpezze abitamento.Ministro e amico loro astuto e forteEra colui che or volge opra di morte.

Uscito appena il perfido omicida,Guardansi e impallidiscono i preposti,E un di costoro all'assassino grida:«Riedi! il sappiam che intrepido ognor fosti;Questo novo cimento or mal t'affida;Riedi! sii obbedïente a' cenni imposti!»Ma in covil di superbia e di licenzaVano e risibil nome è obbedïenza.

«Ahimè! questi prorompe, ei non m'ascolta!Che faceste, o compagni, a suscitarlo?Gagliarda fu l'offerta sua, ma stolta,Di tor dal mondo l'esecrato Carlo.Sempre scherniste di dolore avvoltaLa presaga alma mia, ma il vero io parlo:Tanto di colpa in colpa osi vi feste,Che omai l'abisso a tutti noi schiudeste».

«Codardo! esclama un de' compagni; pensaChe ognor la sorte al nostro messo arrise;La sua destrezza in tutte imprese è immensa,E altre volte le man di sangue ha intrise.Move or egli ad oprar fra turba densa,E fian le menti da terror conquise,Sì che non arduo esser gli dee celarsi,E illeso nelle tenebre ritrarsi».

Il terzo ostenta egual baldanza, e dice:«Purch'egli atterri il Vescovo odïato!S'anco andasse scoverto l'infelice,E in ferri tratto, e a morte strascinato,Chi potrà dimostrar ch'eccitatriceFosse la nostra voglia all'insensato?Al venerevol Carlo inni alzeremo,E il suo uccisor cogli altri imprecheremo».

Intanto l'omicida affretta il passo,E sui preposti a sogghignar si sforza;Sembragli il loro cor vigliacco e basso,Quand'è più d'uopo irremovibil forza;E dice: «Io ben son certo che a me lasso,Se la prospera stella oggi si smorza,Intenti solo ad evitar lor danno,Costor l'amistà mia rinnegheranno.

Spero che gioïrò di mia vittoria,Ed eroe da lor labbra udrò chiamarmi!Quel Carlo ch'ogni nostra ascosa istoriaInvestigare osava e minacciarmi,Vedrà come del lituo anzi la boriaPer la salute del mio chiostro io m'armi!Ma s'io perir dovessi?… oh allora tuttoMeco trarrò l'empio convento in lutto!»

Giunge il ribaldo al vescovil ricinto,Ed ascende al tempietto, ove il Pastore,Da' famigliari sacerdoti cinto,La preghiera seral porgea al Signore.Ivi d'oranti assai stuolo indistintoPïamente con esso effondea il core:Palpita mal suo grado l'omicida,E ancor «Ti penti!» l'angiol suo gli grida.

Ma soffocò tutti i rimorsi, e riseDell'angiol suo e di Dio, come di larve.Con ira gli occhi sovra Carlo affise,Ed esecrando zelator gli parve.A liberarne il mondo si decise,E certo il proprio scampo gli trasparve;Allo scoppiar dell'avventata morteRatto balzar fidava oltre le porte.

Salmi sciogliendo il Presul benedetto,Quel nobil verso di Davìd dicea:«Non si turbi, nè tremi ora il mio petto!»Quand'ecco sfolgorar la canna rea.Al fero tuono, ognun d'ambascia strettoDal suol sorgendo, «Ov'è il fellon?» chiedea.Da tergo il colpo giunto era su Carlo,E, oh prodigio! non valse ad atterrarlo.

«Non si turbi nè tremi ora il cor mio!»Con ferma voce ripigliò il Prelato,E in ginocchio rimase a lodar Dio,Ed a pregar pel mostro sciagurato.S'udì questi ulular: «Preso son io!»E il giorno maledire in ch'era nato,Ed il padre e la madre, e più il perversoChiostro, ov'ei s'era in tutti vizi immerso.

Taccia il mio carme le bestemmie atrociDel traditore e l'infernal suo riso,Quando mirò degli abborriti soci,Appo i supplizi, impallidito il viso;E taccia come, anco all'estreme voci,Ei sperar ricusò nel Paradiso:L'alma sua dal carnefice spiccata,Fu dal re dei demon presa e baciata.

Benchè mirasse nel suo clero istessoCarlo intelletti perfidi cotanto,Lo sperante suo cor non fu depresso,Ma allor anzi doppiò di zelo santo;Non ebber più nel santüario accessoTai che d'avi o d'ingegno avean sol vanto;Purificata ei la lombarda ChiesaVolle ed ottenne, ad alti esempli intesa.

Mentre corregger egli e sublimareI suoi tempi ed i posteri anelava,E in peste orrenda visto fu esemplareDi pietà fra la turba afflitta e ignava,E in nessuna miseria il casolareDel poverello ei mai non obblïava,Pur non tacea di basse alme lo sdegno,Ed era ei spesso ai vilipendii segno.

La luce de' suoi fatti alle sincereMenti dimostra qual mortale ei fosse;E quando ascese alle superne sfere,Confusa alfin calunnia ammutolosse.Della Chiesa ogni santo condottiereSovra l'orme di Carlo indirizzosse,Ed oggi ancor sulle lombarde riveDelle virtù del Grande il frutto vive.

Io nulla son, ma ad onorarti appresi,E so che sei possente appo il Signore,E con fè al tuo sepolcro mi prostesi,Ed il pensare a te m'innalza il core:Odimi, Carlo, e i miei sospiri accesiT'abbian per me ne' cieli intercessore!Delle giust'opre caldo amor chiegg'io,Chieggio vederti un giorno in seno a Dio!

Tra gl'Itali non v'ha petto gentile,Cui söave non sia la rimembranzaDi pastor sì benefico all'ovile,D'uom ch'agli altari diè tanta onoranza.Chi, solcando il Verban con petto umìle,Non mirò intenerito in lontananzaL'antica Arona, ove le limpid'acqueLietamente dir sembrano: «Ei qui nacque!»

In anni oggi remoti e sempre cari,Quell'amabil pur fei pellegrinaggio.Gli ultim'astri fulgean tremoli e rari,Perocch'era una prima alba di maggio,E sui monti segnava oggetti variImpallidito della luna il raggio,Finchè cedendo a luce più gioconda,Più languidetta in cielo era e nell'onda.

Ed allor sulle cime orïentaliRosseggiavan leggère nugolette,E spuntavan del sole i dolci strali,Qua e là indorando le contrarie vette;Ed i fiotti del lago or dianzi egualiS'increspavano al tocco delle aurette,E nel lor fasto signorile e vagoL'isole risplendeano in mezzo al lago.

E le spiagge lunghissime e distanti,E le molli e le ripide pendiciMostravan con moltiplici sembiantiI lor tugurii poveri e felici,E i campanili de' tempietti santi,Ove già del mattino ai sacri ufficiDel vigil bronzo l'eccheggianti noteChiamavan le rideste alme devote.

Oh quali eran miei palpiti veggendoArona, verso cui più concitatiDal desiderio andavano battendoI remi de' nocchieri affaticati!Colà s'innalza, e sta benedicendoColossale un'effigie i lidi amati:L'effigie del Pastor, per cui d'AronaBenedetto nel mondo il nome suona.

Su quell'alto colosso eran mie cigliaLungamente fissate da lontano,E quella fè che a tutto il cor s'appigliaDa me espelleva ogni pensier profano.Parea al mio spirto pien di maraviglia,Che il Santo stesso, alzando ivi la mano,Accennasse di Dio le creatureBenedir tutte, e benedir me pure!

Come allora, oggi esclamo con affetto:Proteggi, o Carlo, la Lombarda terra,Ed ogn'Itala sponda, ed ogni petto,Ovunque ei sia, che preci a te disserra!Se germe è in noi di ben, rendil perfetto,All'opre vili insegnaci a far guerra,Veglia su noi qual padre, ed i tuoi figliSprona e guida a vittoria infra i perigli!

Bonum certamen certavi.(Tim. II. 4.7).

Ed a te pur, Fortunula immortale,La fronte mia s'atterra.Deh! chi sarà che ne discopra qualeVivesti in sulla terra?

Nulla di te sappiam, fuorchè il bel nomeE la tomba che il porta,E a chiari indizi di martirio, comePer nostra fè sei morta.

L'ossa inadulte e il teschio venerandoSembran dir che donzellaEri trilustre, allor che iniquo brandoSvenò tua salma bella.

Forse del padre e della madre amataChe per Gesù moriro,Piangendo sul sepolcro, indi infiammataSentivi te al martiro;

Nè senza loro, e senza il paradisoPiù viver, no, potesti,E magnanima gl'idoli hai deriso,Ed ai leon corresti.

Forse malgrado genitori insaniChe con minacce e grida,E con tenere lagrime e con vaniSpregi voleanti infida,

Dal lor sen con angoscia ti strappaviPer abbracciar la Croce,E spirando al battesmo li invitaviCon amorosa voce.

E forse allora e padre e genitriceCommossi al detto caro,Sclamavan: «Siam cristiani!» e la cervicePorgeano all'empio acciaro.

E forse della vergine alla morte,Tal, che sue nozze ambìa,Eternamente farsi a lei consorteVolle, e con lei morìa.

Noi pure eternamente in ciel vederti,O vergin, sospiriamo,E il pregarti n'è gioia, ed esser certiChe in te un'amica abbiamo.

Due menti pie tua spoglia hanno raccoltaE tratta a queste sponde,Ambe quell'alme a te devote ascolta,E sien per te gioconde.

E chiunque a Fortunula s'inchinaGentile ottenga un coreChe lieto porti alla beltà divinaImmensurato amore!

E le afflitte, scampate appo quest'araDalle mondane frodi,Obbliin lor pene, celebrando a garaDi te, di Dio le lodi.

Laudate Dominum in sanctis ejus.(Ps. 50. 1).

Vidi sembianti di disdegno accesi,Quando dapprima infra devoti cuoriNome sonar di Filomena intesi:

E chiesta la cagion di tai rancori,Udii fremiti alzar, che così pocoL'unico Ver, l'unico Iddio s'onori!

«Perchè, gridavan con alterno foco,Perchè non al Signor dell'Universo,Ma a novelli suoi santi ognor dar loco?

«Culto quest'è risibile e perverso!Secoli di barbarie lo foggiaro!Distruggerlo omai dee secol più terso!»

De' corrucciati al querelarsi amaroApplaudiron taluni, ed applaudendoSenno svolger sublime essi agognaro.

Io non capii qual fosse lo stupendoArgomentar di quegl'ingegni acuti,E meditai, nè tuttodì il comprendo.

Alla luce del Bel mi sembran muti,Se stiman colpa o ignobiltà un amorePortato a petti in santità vissuti.

Nè so perchè sia di barbarie erroreL'aver per sacre l'ossa di que' forti,Che a noi lasciàr d'alta virtù splendore;

Nè scorgo quale al nostro secol portiLa Chiesa oltraggio, quando ancor favelliD'egregi estinti, e ad imitarli esorti;

E n'esorti a pensar che vivon quelliNon senza possa al Re del Cielo amiciE lor pietate ad invocar ne appelli.

A te, Religïon, credo che il dici,Ma se tacessi, anco ragione il grida:Anzi al Giusto si curvin le cervici!

Io così sento, e quindi appien m'affidaOgni defunto sugli altari alzato,Bench'altri al volgo me pareggi, e rida.

E m'affida ogni tumulo illustratoDa indubitati segni, in cui ravvisoCh'ivi hann'ossa di martir riposato.

Chè, se storia pur manca onde provvisoVenga al desìo dei posteri, a me bastaNome d'ignoto assunto in paradiso.

Il caro nome tuo solo sovrastaEvidente alla terra, o Filomena,Ma indarno inclito onor ti si contrasta.

Parla il tuo avello, e d'alta grazia è pienaL'ampolla di quel sangue che spargestiPer Gesù, in chi sa qual crudele arena!

Sensi di fè, d'amor si son ridestiIn color cui tue spoglie e il venerandoTuo dolce impero il Cielo ha manifesti.

Sensi di fè e d'amore, e donde e quandoCessaron d'esser palpiti gentili,Che a bassi affetti inducono a dar bando?

Ah no! Color che ad una Santa umìliPorgono omaggio, memori ch'è santa,Pronti non sono ad opre e pensier vili!

Nel memorar somme virtudi, oh quantaRiconoscenza per quel Dio si senteChe alzò i mortali a dignità cotanta!

Il tuo sepolcro a questi dì presenteNe dice, Filomena, alti doloriPel vero sostenuti arditamente.

Nè discreder possiam che tu avvaloriDi quei la prece che, a te innanzi proni,D'aver simile al tuo chieggon lor cuori.

Nè mi prende stupor se forse a' buoniSembrò in lor sante visïoni udirti,E imparar di tua morte le cagioni,

E se degnando alle lor brame aprirti,Ottenesti da Dio che in premio a fedeS'annoverasser fra i più eccelsi Spirti.

Infelice quel torbo occhio che vedeNe' culti, nostri amanti e generosiFrode o stoltezza, e accorto indi si crede!

Alma beata, impetra che siam osiD'amarti e benedirti infra gli scherniDegl'intelletti freddi e burbanzosi.

Ispirane il desìo de' lochi eterni,E anco i nemici tuoi vinci ed ispira!Chiedi al Signor che tutti noi governi

Luce di carità, non luce d'ira!

Esurivi enim, et dedistis mihi manducare.(Matth. 26.35).

Mentre tanti di nome e d'òr potentiVolgono a vanitate e nome ed oro,Nè a taluni più bastano i contentiChe sulla terra Iddio concede loro;Mentre a meglio goder cercan furentiLa propria gioia nell'altrui disdoro,Simili a falsi Dei d'età lontaneChe a' lor piedi volean vittime umane;E mentre mirandoQue' ricchi malvagiIl volgo frementeChe invidia lor agi,Esagera, infuria,Invoca dal CielSu tutti i feliciSanguigno flagel;

Que' flagelli rattiene il ricco pioChe riparar gli altrui misfatti agogna,E oprando assai per gli uomini e per Dio,Anco d'essere inutil si rampogna:Degl'innocenti aiuta il buon desìo,Gli erranti tragge a salutar vergogna;Onora l'arti ed anima l'artiero,E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.

Il volgo commossoRipensa, si calma,Capisce che il riccoPuò aver nobil alma:Insegna a' suoi figli,Che pace e lavorDel povero sonoSalute e decor.

Salve, o di carità sacra fiammellaChe accendi il cor del pio dovizïoso!Se a noi mortali fulgi or così bella,Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo?A lui che, tutte mentre a sè le appella,Le appella a mutuo affetto generoso!A lui che quando cinse umano velo,Ci palesò che tutto amore è il Cielo!

Amore santificaTesori e palagi,Amore santificaTuguri e disagi;Amor sulla terraPuò tutto abbellir,L'impero, il servire,La vita, il morir.

Amato molto, amato sia il SignoreCh'è modello de' ricchi impietositi!Amato molto, amato sia il Signore,Modello ai cuori da sventura attriti!Amato molto, amato sia il SignoreChe noi vuol tutti alla sua mensa uniti!Amato molto, amato sia il SignoreChe per l'anime umane arde d'amore!

Oscuro o potente,Di Dio tu sei figlio,Fratello degli Angioli,Ancor che in esiglio!Gran fallo ci avvolseNel fango e nel duol:Amiam! ci fia resoDegli Angioli il vol!

Quoniam mulier sancta es et timens Dominum.(Judith. c.8.29).

Nota è a me sulla terra una mortaleChe dal Ciel tutti i doni ebbe più chiari:Poch'alme han forza d'intelletto eguale,E fior dal meditar colgon sì rari:S'alza di fantasìa su fulgid'ale,E a' più posati ragionanti è pari:Pronta discerne il ver, pronta l'addita,E tanta luce è da umiltà addolcita.

Cinta ell'è di ricchezze e di splendore,E le aggradano brio, riso, favella;Tutte potrebbe del suo viver l'oreIncantar con magìa sempre novella:Par che delizïato il suo bel coreOgni affannoso sentimento espella;Ma questa d'eleganti arti reginaNutre d'egregi fatti ansia divina.

E color che l'ammirano raggianteD'ingegno e grazia in suoi ridenti crocchi.Ignoran che fissati ha poco avanteSopra miseria spaventosa gli occhi;Che sua candida man dianzi tremanteAlzò il mendico prono a' suoi ginocchi;Che il delicato piè stanco or riposaD'aver recato ad egri aïta ascosa.

De' suoi giorni in sull'alba acerba morteRapito a lei la dolce madre avea;Ma il padre in sen chiudeva anima forte,Anima avversa ad ogni bassa idea:Ei della figlia le pupille accorteVolgere a desideri alti sapea:Pensante crebbe, e in ogni tempo ambìoIl sorriso del padre e quel di Dio.

Data fu la sua destra a mortal degnoDi tesauro sì bello e invidïato.Lontana dal natìo, gallico regno,Mosse al diletto suo compagno a lato:Non mirò i novelli usi con disdegno,Non portò di straniera orgoglio usato:Amò la nova patria, amò l'antica,Visse de' giusti d'ogni lido amica.

Il livor de' volgari alla gentilePerdonò l'esser nata in altre sponde,Tanto le piacque farsi a noi simìleAvvezzando le sue labbra facondeNon solo al bel, sonante italo stile,Ma al dïaletto che di Dora all'onde,E in tutte le dolci aure subalpine,Bench'irto, par che ad amicizia inchine.

Ai genitori dell'amato sposoAbbellì reverente i vecchi giorni,Però che ognor fu suo pensier pietosoChe da nostr'opre gloria al Signor torni,E da noi con amor religïosoLa voce del vicin di rose s'orni,E dal Ciel maggiormente al dolce sessoRecar sollievo altrui venga commesso.

Ma a costei non bastava entro sue muraSpander pietà, sorriso, amore e pace:Dello spettacol dell'altrui sventuraNel petto le scendea duol sì verace,Che santa spesso l'assalìa pauraD'appagarsi in virtù scarsa e fallace:Pareale ch'a indigenza oro gittando,Poco pur sia di carità al comando.

Allor si fu che a visitare assunseIl tugurio di gioia derelitto;Allor si fu che più desìo la punseDi commoversi al gemer dell'afflitto;Allor, com'angiol, fra i sospiri giunseDi tapine espïanti il lor delitto;Allora, insieme a facil don, largivaFatiche, ambasce, carità più viva.

Per alcun tempo di celar s'imposeAi leggeri del mondo i passi santi:Non già che paventasse le vezzoseCelie dell'alme vili ed inamanti,Ma perchè vereconda ella ognor poseL'orme sue pe' sentieri al ciel guidanti:Poi cotal luce sue bell'opre diero,Che ad alcun più sottrar non si potero.

Fra i tristi cuori ond'era impietositaS'annovravano quei delle infelici,Che, sebben colpa in lor venga punitaDa universale scherno e leggi ultrici,A risorgere ancor bramano aïta,E affetti serban di virtute amici:Men proprii falli che gli altrui talvoltaPiù d'una d'esse han nell'obbrobrio avvolta,

In pria delle dolenti incarcerateSi fe' consiglio, e al lor governo diessi:Da lei furo ivi pene allevïate,E di religïon gaudii concessi:Furon le trepidanti alme incorate,E talor vinti i cuor più duri istessi:Dove eran pria disordine e furore,Addusse pace e penitenza e amore.

E non fugaci benefizi questiBrillàr di caldo ma incostante petto:Riede ogni giorno in quegli alberghi mesti,E vi sparge opportun, söave detto.Acqueta ivi gli spirti ad ira presti,Ispira cortesìa col dolce aspetto:Il sincero ammendarsi o loda o sprona,E i migliorati cuori guiderdona.

Ma pur fuori del carcere infiniteDonne e fanciulle in duol veggionsi immerse,Che per amor falliro e fur tradite,Ed ahi! di fama più non vivon terse.Rïalzarsi vorrìan, ma da inauditeSorti vittima son d'alme perverse:Sottrarsi anelan da periglio ed onta;Ov'è una destra a sostenerle pronta?

Tal destra ecco a lor tendersi! ed è quellaD'una mortal, che, siccom'angiol monda,Pur contro al suo decoro non appellaL'inchinarsi a infelice vagabonda,L'udirla con dolcezza di sorella,L'aprirle un tetto ove il suo pianto asconda.D'afflitte ed oltraggiate a molta schieraQuel pio rifugio è di virtù carriera.

Non somiglia a prigion, non è prigione;Ad entrarvi le ree non son costrette:Nè quelle, che invocata han tal magione,Ivi da forza fremon quindi strette.Asilo è d'alme per rimorso buone,Che lavorano e gemono solette,E pregano il Signor pel mondo tristo,Che il lor fallir con empio scherno ha visto.

Poscia che fu quel mite albergo erettoPer pensier della donna generosa,Provvide ella che attiguo un altro tettoSorgesse a secondar vaghezza ascosaD'ammendate, che in velo benedettoL'anima aver chiedeano a Gesù sposa:Un solo tempio i duo ricovri unisce,E il mutuo canto i lutti ivi addolcisce.

Talor io di quel tempio in segregataParte mi prostro, e mesco i preghi mieiA quelli della pia turba scampataDalla pietà operosa di colei.L'anima mia a quel canto si dilata,E occulto piango su miei giorni rei;E in cotal donna ad altri spirti duceRavviso anco per me celestial luce.

Nè quest'amica degli afflitti cuori,Per ritrarli all'altezza del Vangelo,Li circonda di spregi e di rigori,Si ch'ognor tremin, quasi in ira al cielo:Del pentimento ai nobili doloriVuol congiunta speranza e amante zelo;Vuol quella santa ilarità tranquilla,Per cui la Croce maggiormente brilla.

Certo, ell'avea le inique voci uditoContro a religïon vibrate spesso:Che selvaggia sia questa, ed avvilitoCada, se a lei si volge, un cuore oppresso;Mostrar quindi la saggia ha statüito,Che fede e cortesia si danno amplesso,Che penitenza e consolante risoPonno concordi alzarci al Paradiso.

Ah sì! caratter questo è ben del vero,E sol di Cristo nella legge splende!Che in chiunque a virtù mova sincero,Santificati e duolo e gaudio rende:Retta è la via del penitente austeroChe ne' deserti caritade accende:Retto altresì, purchè temprato e pio,È il civile consorzio innanzi a Dio.

Onore ai forti Anacoreti! e onoreA tali, che bensì reggon la Croce,Bensì il proprio e l'altrui piangono errore,Nè ignoran di mestizia il carco atroce,Ma rimangon nel mondo, e con amoreSpandendo van religïosa voce!Duo son diversi modi, ambo divini,Per cui l'uomo al Signor si ravvicini.

L'ammirata da me soccorritrice,Mentre al Signor ravvicinare anelaAdulta moltitudine infelice,Pur di bimbi plebei prende tutela;Perocchè padre indarno e genitrice,Che faticando tutto il dì trafela,Vorrìa de' meschinelli assumer cura,E, negletta l'infanzia, ahi! si snatura.

Memore che sì cari il Dio umanatoDichiarò i pargoletti ond'era cinto,La pia nel proprio ostello ha radunatoStuol di fanciulli in duplice ricinto,Ove, mentre sostegno al corpo è dato,Viene a virtù il crescente animo spinto,Vigilando colà vergini umìliAd addolcire i palpiti infantili.

Intanto, pur allor che senza asprezzaUn cor religïon fervido porta,Consüetudin mai di vil mollezza,Nè per sè, nè per altri unqua sopporta.Poco gl'incanti della vita apprezzaChi di celeste amor l'alma conforta:Giorni in secreto mena penitenti,E se bello è il rischiar, corre ai cimenti.

Questa donna vegg'io quindi nel tristoTempo in cui Dio l'indico morbo scagliaTrarre agl'infermi ad onta del previstoPericolo che a molti il cuore ismaglia.Compiange, esorta, ajuta, e volge a CristoChi in angoscia di morte si travaglia,Poscia a piangenti vedove e orfanelliD'orrenda povertà tempra i flagelli.

In tai fatiche ed in quell'aure infetteLangue della gentil la debol salma,Ma sinch'altri giovar Dio le permette,Ella non osa a sè conceder calma:Il benevol desìo forza le mette,E sua fiducia dal Signore ha palma:Dolora, ma prosegue, e con sant'arteAltrui suoi patimenti asconde in parte.

Tal esser può sì fievol creatura,Qual è donna cresciuta a splendid'agi,Quando al lume del Ciel che l'assecura,Pace e gloria non pone in bei palagi,E rammenta che un Dio prese figuraDi poverello, e visse infra disagi,E di lui ne assevràr le labbra santeChe in ogni afflitto Ei stassi a noi davante!

Tal esser può, restando pur nel mondoE in convenevol, fulgida eleganza,Chi nutre del Vangel senno profondo,Chi gode esser di Dio fatto a sembianza,Chi sa che spirto uman d'opre fecondoNon dee in van'ombre usar la sua possanza,Ma in amar Dio! ma in dimostrargli amore,Sempre sacrando all'altrui bene il core!

Qui susceperit unum parvulum talemin nomine meo, me suscipit.(Matth. 18.5).

«Son pargoletto e povero e ammalato;Abbi pietà di me, Gesù bambino,Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!

Me qui lascia la mamma ogni mattinoNel solingo tugurio, ed esce mestaIl nostro a procacciar vitto meschino.

Ancella move a quella casa e questa,Ed acqua attinge e lava e assai si stanca,E vive appena, ed indigente resta.

Qui soletto io mi volgo a destra, a manca,Senza dolcezza di parole amate,E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.

Le melanconich'ore prolungateM'empion l'alma di pianto e di paure,E mi sfogo in ismanie sconsolate.

Amor la madre assai mi porta, e pureQuando al tugurio torna e pianger m'ode,Spesso le voci sue prorompon dure;

Talor mi batte, e duolo indi mi rode,Sì che allor quasi affetto io più non sento,E in maligni pensieri il cor mi gode.

Povera madre! il viver nello stentoEstingue nel suo spirto ogni sorriso,Ed anch'io più cruccioso ognor divento.

Gesù, prendimi teco in Paradiso,O tempra la tristezza che m'irrita,E rasserena di mia madre il viso:

Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta,Fa che deserto io non mi strugga tanto,Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita.

Se ad altri bimbi io respirassi accanto,E non sempre gemessi, e qualche manoSöavemente m'asciugasse il pianto,

Crescerei più benevolo e più sano,E più caro alla madre io mi vedrìa:Lassa! altrimenti ella fu madre invano!

Ella al mio fianco in pace invecchierìa,E per essa con gioia adoprereiA laudevol sudor mia vigorìa.

Le poche forze ai patimenti reiSoggiaceranno in breve, e, fuorchè pena,Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.

Ovver, se presto a morte non mi menaTanta miseria, crescerò doglioso,Me coll'afflitta madre amando appena.

Ed ella pur mi dice che odïosoIl povero alla terra e al ciel rimane,Quando alle brame sue non dà riposo,

Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.

Ed ecco del bimboLa mamma ritorna:È stanca, ma un raggioDi gioia l'adorna;S'asside a lui presso,Lo stringe al suo sen.«Oh quanto sinoraMi dolse, o figliuolo,Lasciarti ogni giornoSì tristo, sì solo!T'allegra: celesteSoccorso a noi vien.

«Nell'ore ch'ai figliNon ponno dar curaLe madri, cui premeFatica e sventura,Da provvide mentiRicovro s'aprì.Alquanto risana,E là tu verrai:Son piene due saleDi pargoli omai:Giocando, imparando,Vi passano il dì.

«Al santo pensieroChe aprì quel ricetto,Ministre si fannoCon tenero affettoPiù vergini umìli,Sacrate al Signor:Null'altro che amarti,Il sai, potev'io,Ma quelle söaviAncelle di DioPiù dolce, più giustoFaranno il tuo cor.

«Io, conscia che al figlioNon manca un'aïta,Trarrò senza piantoMia povera vita,L'usato lavoroStimando leggèr.Al tetto maternoVerrai verso sera,E sempre alzeremoConcorde preghieraPer l'alme pietoseChe asilo ti dier».

Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,Indi a non molto, in sì benigna scuola,Rosee le guance e lieti i rai fu visto.

Oh d'amorose labbra la parolaQuanto a' cuori avviliti, e più a' bambini,Addolcisce le doglie e li consola!

D'entrambo i sessi i pargoli tapiniIvi sottratti vanno a rio squallore,Ed a costumi stolidi e ferini.

Che invan vorria la madre o il genitoreOcchio assiduo tener sui cari pegni,Qua e là faticando per lungh'ore.

Abbandonati a sè, crescere indegniVeggionsi quindi d'assai plebe i figli,Egre le membra ed egri più gl'ingegni.

Per cadute e per cento altri perigliVedi qual di storpiati e di languentiEsce turba da' poveri covigli!

Quanti avrian le persone alte e ridentiCh'essi strascinan luride e contorte,Perchè guaste d'infanzia agli elementi!

Oh benedetti voi che sulla sorteDella schiatta plebea v'intenerite,E pensate a scemarle e vizi e morte!

In voi sì belle le grandezze aviteNon son, quant'è il magnanimo disìo,Onde a tanti innocenti asilo aprite.

Memori siete di quell'Uomo-IddioChe, cinto da drappel di bambinelli,Li confortava col suo sguardo pio,

Ed imponea d'assomigliare a quelli.

E voi benedette,Donzelle pietose,Che al Dio de' bambiniFacendovi spose,Di madri assumeteLe pene e l'amor.Per voi dalla terraPiacer non alligna:Fors'anco talunoVi guarda e sogghigna,Vi chiama delireDa stolto fervor.

Ma voi non curantiDi plauso o di scherno,I poveri amandoAmate l'Eterno,Ai bimbi servendoServite a Gesù.Il mondo che ignoraDel core i misteri,Non sa che più dolceDi tutti i piaceriÈ l'umil conflittoD'arcana virtù.

La vergine sacraAl Dio degl'infantiSublima sue peneCon palpiti santi;È abbietta ai mortali,Ma l'anima ha in ciel.Con Dio nella menteLe cure più gravi,Le cure più viliDiventan söavi:Bassezza non tangeUn'alma fedel.

La vergine sacraAl Dio de' bambiniVagheggia in MariaAffetti divini,Le impronte cercandoDi lei seguitar.Non volgono ai bimbiTirannico ciglioColor, che mirandoMaria col suo Figlio,Li veggon dal cieloSui bimbi vegliar.

Ah! sì, benedetteVoi tutte, o bell'alme,Che ai miseri infantiPorgete le palme,Di padri e di madriVestendo l'amor!Pensier non vi premeDi plauso o di scherno:I poveri amandoAmate l'Eterno:Ai bimbi servendoServite al Signor.

Cuius anima est secundum animamtuam.(Eccli. 37.16).

Ognor amai sublimi oggetti, e ognoraUn più di tutti:—ah! quei non era Iddio,Non era il sommo Ben ch'or m'innamora!

Ma fra i cuori mortali era il più pioCh'io conoscessi, era alcun nobil cuoreChe a virtute innalzasse il desir mio.

Quai debbo grazie renderti, o Signore,Che fra mie cieche idolatrie pur maiIn beltà vili non ponessi amore!

Nell'obblïar tua propria luce errai,Ma negl'idoli miei sempre io bramavaL'ineffabile incanto de' tuoi rai.

Se creature troppo io venerava,Erano creature in te invaghite;Era qualch'angiol che ver te volava.

Tai luminose tracce ivan seguiteSol dagli sguardi miei maravigliati,E nel mondo io tenea l'orme irretite;

Ma perocch'io vedea gli angioli amatiAnelare a' tuoi lumi e benedirti,Io pure i lumi tuoi sempre ho sperati.

Intero il voler mio non seppi offrirtiPer lungo tempo, e nondimen io ardevaD'annoverarmi fra i più giusti spirti.

I conosciuti iniqui io respingeva,E quando d'amicizia ad uom m'unìa,Alto core a mio senno in lui fulgeva.

Or non più, non più voglio idolatrìa,Supremamente amar voglio te solo,Benchè ogni fido tuo caro a me sia.

Ma perdona se pure infra lo stuoloDelle tue creature prediletteUna più ch'altre sulla terra io colo.

Ella a fere calunnie non credette,E mi difese da' nemici miei!Ella a ben far tutti i suoi passi mette,

Ella è mia guida, il nostro Sol tu sei!

Et benedictae reliquiae tuae!(Deut. 28.5).

Oh ben a dritto più di gemme e d'oroCh'abbian sol di ricchezza immenso pregio,Ami, o Donna gentil, questo tesoro,Che vetustà rarissima fa egregio:Muto è al cor de' mortali ogni lavoroChe splenda sol come opulento fregio:Qui de' secoli v'è l'alta parolaChe percuote ed in un turba e consola.

Qui v'è un incanto ch'a noi stende innanziRemotissimi giorni, i giorni alteri,Allorchè di barbarie infra gli avanziFiorian città, castella e monasteri,E non sol grandeggiavan ne' romanziLe sante dame e i santi cavalieri,Ma di religïone e di portentiTutte fervean le più elevate menti.

V'abbondavan dolori, e v'abbondavaD'armati rei la vïolenza atroce;Ma mentr'era sì forte ogn'indol prava,Forte in cor degli eletti era la Croce!Di forza era un'età che suscitavaTra l'iniquo ed il buon guerra feroce:Stupor ci fa tal quadro e ci atterrisce,Ma con somme virtù pur ci rapisce.

Io non posso adorar l'età lontane,Ma nè pertanto adorar so la mia,Chè troppo da vicin veggo profaneOpre d'assai maligna e vil genìa,Sì che gemendo alle speranze vaneDi chi grida, or regnar filosofia,Io non ami onorar que' vetust'anniDi cui non sento almen tutti gli affanni.

Da qual lato pur penda la bilanciaDe' meriti maggiori e de' delitti,Gode la fantasìa quando si slanciaFra monumenti o per magìa di scrittiIn mezzo a quelle stirpi use alla lancia,Alle preghiere, ai mistici conflitti,Ai romeaggi, ai ruvidi cilìci,A tutta l'energìa de' sacrifici.

E ciascun che non basso abbia l'ingegnoAmmira que' giovanti cenobiti,Ch'oggi il diffamator con riso indegnoPinge ozïosi, inutili, insaniti:Senza i loro intelletti, avrebbe il regnoD'ignoranza coverto i nostri liti:Ingratitudin dementò la terra,Quando in sua civiltà lor mosse guerra.

L'anima langue e impicciolisce quandoLa ristringiam ne' quattro dì presenti:Nobil uopo ha di spargersi, abbracciandoAvi e imperi e costumi e grandi eventi:Uopo ha di meditar, commiserandoCoi nostri error quei delle scorse genti:Uopo ha d'uscir di sue natìe catene;Ogni tempo, ogni spazio le appartiene.

Tale, o Donna pensante e generosa,Tal è l'arcano che ti molce il core,Gli occhi ponendo su vetusta cosa,E più se esprime santità ed amore.Dove non sorge l'alma tua pietosaCon questo antico libro del Signore,Che già posò su chi sa quali altariA' giorni de' Crociati e de' Templari?

A que' dì tu vi scorgi il Re LuigiForse vivente ancora, o appena estinto,La sua bontà, il suo senno, i suoi prodìgi,I prodi cavalieri ond'era cinto,Il suo partir dai campi di ParigiPer la fatale impresa ove fu vinto;Fors'ei nel visitar conventi ed areQueste pagine vide alluminare.

Il rimirar que' resti e quella polveChe a noi tramanda la lontana etate,Ci dice come Dio sempre dissolveTutte le cose sulla terra nate;Ci sublima lo spirto, ci disvolveDai vincoli di nostra vanitate:Per la scala de' secoli il pensieroAlza sull'orme dell'eterno Vero.

Di quanti regi e prenci e capitaniFesteggiando la nascita o la morteQuesto libro servì nei riti arcaniChe al debol uomo uniscono il Dio forte!Di quanti celebranti e sguardo e maniLo toccaro, onde ignota oggi è la sorte!Quante labbra baciàr questo EvangeloDi sacerdoti or glorïosi in cielo!

Forse colui che tante veglie stetteSu queste venerate pergamene,Fu Paladin che il proprio sangue detteCol pio Luigi sull'Egizie arene,E al santo Re l'ultimo dì assistette,E fu ludibrio all'ire saracene,Poi ritornato nella dolce FranciaAppese entro d'un chiostro e spada e lancia;

E venduti i suoi campi e dispensatoOgni suo avere a' poveri e alla Chiesa,Volle che il viver suo fosse immolatoAd oscura umiltà d'amore accesa;Eccol fattosi monaco e obblïatoDalla turba del mondo ai gaudi intesa!Eccolo salmeggiante assiso in coro,O in cella volto ad un gentil lavoro!

Al lavoro di splendido MessaleChe pazïentemente ei sta vergando;E poichè per ferite più non valeSua nobil destra a servir Dio col brando,Come già il sangue, ora con gioia egualeGli offre l'ingegno, questo libro ornando,E gode in abbellir d'oro e di fioriQuelle preci che tanto alzano i cuori.

Egli il buon Salvator dipinger godePer cui sì volentieri ha combattuto,E la Vergin Maria che lo fè' prodeE sempre in guerra gli ha prestato aiuto;Del pennello ogni tocco è una sua lode,Un sospiro di grazie, un pio saluto:Circondano Angioletti il pittor santoDando all'opera sua celeste incanto.

Ma tu meglio di me, Donna, volgendoQuest'antico Messal senti secreteInaudite armonie che appena intendo,Che mal accenna il verso o mal ripete:Parla tu stessa, dal tuo labbro io pendo;Delle soavi tue parole ho sete.Tutta adorna con esse è l'arpa mia,Tutta luce è di te mia poesia!

La mia Gioventù…………..pag. 9.A Dio……………………… 14.Dio Amore………………….. 18.Maria……………………… 20.L'Uomo…………………….. 22.La Redenzione………………. 26.La Croce…………………… 30.Gli Angeli…………………. 35.Le Chiese………………….. 44.Le Processioni……………… 77.I Parenti…………………. 110.I Santuarii……………….. 131.Le Passioni……………….. 142.I Secoli………………….. 149.Alessandro Volta…………… 168.Ugo Foscolo……………….. 177.Lodovico de Breme………….. 188.La Patria…………………. 195.Saluzzo…………………… 201.Il Poeta………………….. 210.Sospiro…………………… 213.La Mente………………….. 215.Mestizia………………….. 218.Teresa Confalonieri………… 221.L'Anima d'una figlia……….. 224.L'Anima di Clementina………. 230.Verità e Sofismo…………… 233.Il Colera in Piemonte………. 239.Cessato il Colera………….. 243.Il Voto a Maria……………. 248.La Madre degli afflitti…….. 252.Dio e Maria……………….. 256.Un Filosofo……………….. 258.San Carlo…………………. 266.Santa Fortunula……………. 281.Santa Filomena…………….. 284.La Beneficenza…………….. 289.Una Donna…………………. 293.Le Sale di ricovero………… 304.La Guida………………….. 313.

Con permissione.


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