Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:—«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»
Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:—«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»
Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da illi.(Ep. ad Rom. 12.)
Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da illi.
(Ep. ad Rom. 12.)
Piangi, o la più gentil fra le convalliDello spumante Pellice, ove un giornoAlle sale d'Aroldo i SaluzzesiCavalieri affluìano ad alte feste.Più non vedrai delle sue torri a seraUscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,Caramente appoggiando un braccio e l'altroSovra Ioffrido e Clara, ed il canutoCiglio volgendo con amor, ma indarno,Ai dolci rai del tramontante sole.Que' figli suoi nascean gemelli, e santaTenerezza li univa. Or sola e mestaClara accompagna il cieco padre a seraFuor della torre, perocchè il gagliardoFratel devote ha l'armi alla difesaDel pio Tommaso suo ramingo prenceContro i nemici della patria terra.Rosseggiava bellissimo un tramontoSulle nevi lontane, e stupefattoPareva il sol che dal romito albergoA salutarlo non venisse il vecchio.Ahimè, quell'era di sventura un novoSpaventevole dì! Schiudesi alfineLa porta del castello, e con velociPassi agitatamente escono Aroldo,Clara e più servi; nè il canuto ciglioAi soavi del sole ultimi raiVolger si cura. Che avvenia?—Dal campoInfausto messo è giunto. Il pro' IoffridoContro l'usurpator del saluzzeseSeggio osando tropp'oltre avventurarsiNel calor della pugna, il circondaroL'empie straniere spade, e prigion cadde.Speme di riscattar sì cara vitaNutre il barone antico; e vuole ei stessoTrar supplichevol senza indugio al truceFortunato invasor, che se taloraImmolar gode i miseri captivi,Talor si placa a ricca d'oro offerta,Molto dovendo da sua iniqua sedeOro il tiranno effonder sulle bandeDell'alleato provenzal monarca.Giunto al margin vicino ove al tragittoNel rigonfiato Pellice è apprestataLa navicella, Aroldo porge il bacioDel congedo alla figlia. Allora al colloGli s'avvinghia la pia.—Sola a mie stanzeNon riederò, buon genitor; pupillaEsser della tua fronte a chi s'aspettaSe non a me? Forse pietà maggioreAssalirà dello sdegnato sireIl cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piediLa veneranda tua canizie e gli anniGiovenili di vergine scorgendo,Che colla vita del fratel la vitaChiede del padre.Vuole opporsi Aroldo,Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzoGià vel precede, e al consentir paternoFa cogli amplessi vïolenza, e l'ondePerigliose attraversano. Ma ov'eraL'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,Generosa innocente? A voi non veloFecer colle tutrici ale a celarviAlla vista de' prossimi ladroniChe irrompono co' brandi alla rapina.Voler divino ai nembi di sfortunaLascia possanza sovra i giusti un tempo;Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcanaNei patimenti una virtù Dio poseCh'anco i giusti migliora e a sè li innalza.Sbandato di predoni era un drappello,Che della guerra col favor raccoltoS'era d'Itale spiagge e di straniereA rubamenti ed omicidii, alteroLinguaggio alzando di zelanti eroi,Campioni della patria e di Manfredo.S'azzuffan del baron coi fidi servi,E nell'orrenda mischia ad uno ad unoDal soverchiante numero feritiVengon que' servi, e de' vincenti in manoSon le ricchezze che a comprar la vitaDestinava del figlio il cieco sire.Intero un dì per boschi e per dirupiEi trascinato colla figlia venne,Ma il manto della notte ai duo infeliciPrestò propizie tenebre, e dal mezzoDel brïaco drappel de' masnadieriQuetamente si trassero alla valle.Come lontani fur dall'empia frotta,E ardiron favellare, il cieco strinseLa figlia al seno, e grazie alte le reseD'averlo addotto a salvamento, e leiPer l'accorto suo senno e per la dolceFilial carità ribenedisse.—Or dove, o padre, senza aïta alcunaCi avvïeremo?—O Clara mia, remotiSiam dal nostro castello, e a ritornarviIl tempo mancheria; son prezïosiTutti gl'istanti; acceleriamo il passoVerso il campo nemico, appo le tristeDi Saluzzo rovine. O senza doniCompariremo anzi al tremendo sire,Ma sincere promesse il piegherrannoA moti di clemenza. Inoltre ho fedeIn mia canizie e in queste spente occhiaieE nel pianto che versano, e ben anco,Figlia, nel tuo.Pensava Aroldo ospizioPrender non lunge, ove la figlia al raggioDella luna scorgea l'amica torreD'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,Odon che il giorno pria furibonda osteEra quivi passata e avea desertaLa rocca e trucidato il castellano,E devastato a' villici i tugurii.Il negro pan de' villici dispersiPiangendo rompe colla figlia Aroldo,E beono alle lor tazze. Indi sen vannoPer tutti i casolari, invan cercandoPalafreno o giumento: avean le schiereDe' nemici avidissime votataIn que' lochi ogni stalla.—Ahi, dilungatiVieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!Or dove andrem?—Pedon la via si seguaSino al mattin: buio non è, dicesti.Fa cor; preghiamo camminando, e al guardoD'altri ladron te, mia dovizia or sola,Te il ciel pietoso asconderà.Sì disse,E di padre l'affetto e di sorellaLena lor porge insino all'alba. Il campoMostrossi allora al pauroso orecchioDella fanciulla pria che agli occhi.—O padre,Odi tu, disse, odi tu roco un suonoSimile al suon della bufèra o a quelloDi molte acque correnti?Il vecchio capoEi soffermò, ed immemore un istanteDelle sue angosce, alzò la barba e rise.—Oh di qual gioia quel fragor m'empieaNegli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,Come voce di sposa al suo diletto.Un dì così fremente io il bellicosoAere appena sentia, sovra il mio scudoBattea forte l'acciaro, e dai precordiiMetteva un grido che atterrìa da lungeDel nemico le scolte. E i miei congiuntiDicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiaccaÈ questa voce, e più la destra, e al breveGiubilo del guerrier tosto succedeIn me a quel suono il trepidar del padre.Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,Che sino allor söavemente a' dettiDel genitore avea frammisti i suoi,Incominciò a interrompersi, e risposteDar che, non conscio l'intelletto, un motoParean sol delle labbra. A poco spazioVedea della distante oste per l'aureQuasi di nave altissimi duo piniElevarsi e ondeggiar, poscia fermarsiCome al suolo confitti. E secondataVenìa quell'opra da un clamor che il primoClamor non era, ma or fischiante or rottoDa infami ghigni o da cupo silenzio.A' sensi suoi creder dovea? Le cimeParean gravate de' duo legni, e il pondoChe le gravava non scerneasi. UditoSpesso Clara ha di barbari supplizi,Ove ad appesa vittima lo straleDrizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.Quei che divide dalle ciglia il teschio.Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbioPeggior di morte! E chi alla sbigottitaDice s'uno colà de' morïentiL'amato suo fratello ora non sia?Chi le dice se il passo al genitoreVietare a forza ella non debba? Ahi lassa!E se il padre trattien, non di Ioffrido,Che forse ancor sull'albero non pende,Cagionerà la morte?... Ad ogni costoVadasi al fatal loco!Il piè, tremandoIn ciò pensare, affretta. In man la manoDella meschina Aroldo tien.—Di gelo,Fra sè diceva, è questa man, siccomeQuella ch'io strinsi di sua madre al lettoOve s'estinse.Indi il vegliardo scuoteIl capo, quasi scuotere volesseUn malaugurio, e non potea.—Di morte,Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cariDetti mi porgi che tue labbra sciorreUniche san, quando scorato è il padre.Nata ne' giorni di sventura, e in ermaTorre cresciuta, ove sorelle e madreVide spirar, sollecita a sinistriPresentimenti schiuder l'alma, è fattoIn lei religïon. Si raccapricciaIn udir che s'affaccin alla menteDel genitore e in quest'istante i negriPensamenti di morte. A lui si volge,Apre le labbra—e i consolanti dettiCh'uniche sciorre un dì sapean, non trova:Non trova, ed ahi! la prima volta è questaChe inobbedito di suo padre è il cenno.—Più de' pensier miei tristi or malaugurioM'è il tuo silenzio, ei dice.E lo spaventoIn lei crescendo, e a' rai primi del soleSplender veggendo le volanti frecce,Improvviso s'arresta.—Oh genitore!Non c'inoltriam: non odi tu le stridaDegli assassini?—Il figlio, il figlio mioForse a morte strascinano: affrettiamci.—Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.Io stessa innanzi andronne, e se IoffridoIn vita è ancor, di novo al fianco tuoTosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurreTe vivo a casa allor io posso almeno!—Sciagurata, che parli? Orrende coseForse tu vedi e a me non dici. OvveroFra quelle voci che il mio antico orecchioNon distinte percuotono, tu scerniVoci di morte e del fratello il nome.Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchioPorta il tumultüoso aere d'atroce?—Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensaChe se tu, giunto appo i nemici, udissiL'orribil caso... tu m'intendi... alloraOrfana forse rimarrei nel campo.—Me perder temi, e non t'avvedi, insana,Che scellerata è tua pietà? Egli muore,E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,Tel comando, obbedisci.All'inusataIra paterna impaurissi Clara;S'alzò. Con passi rapidi il camminoMisura il cieco, e strascinata quasiLa giovinetta il segue. Erasi spersaLa turba intanto che cingea i duo pini,E presso a questi il padre e la sorellaArrivan di Ioffrido. Ella più volteErse il ciglio tremando, e insanguinateScorse due salme, e incontanente a terraRitrasse il guardo. E non varrìa sovr'esseFiso tenerlo ad indagar; chè frantaHan la coppa del cranio, e dal mozzatoLor sembiante piovea cèrebro e sangue.Ma quell'orrida vista e lo spaventoForza a' ginocchi tolgonle ed al core:—Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazzaA' piè d'Aroldo.E mentre brancolandoCol caro pegno tra le braccia fuggeD'in mezzo della via, però che uditoBrigata di cavalli ha scalpitanteDi qua dal campo alla sua volta, e ignaroAd un de' lati fermasi, ove un troncoD'albero sente; innanzi a lui lo stuoloGiunge de' cavalieri. Era Manfredo,Che di baroni provenzali cintoPer intenti di guerra iva il terrenoIntorno visitando. Una fanciullaScorge egli tramortita ed un vegliardo;E voltosi ad Aroldo, acerbamenteCosì gli grida:—O discortese e stolto,Perchè nel sangue d'un fellone e sottoIl patibolo tratta hai quell'afflitta,Cui toglie i sensi il raccapriccio?—Oh sire,Oh novo sire di Saluzzo! esclamaL'antico cavalier, cui non interaL'aspra parola del crudel pungea,Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:Aroldo io son dalle romite torriChe si specchian nel Pellice. E l'illustreTuo genitor te adolescente spessoAdduceva a mie sale, e co' miei figliIn un calice sol beevi a mensa.Ah per memoria del tuo estinto padreOggi pietà di me ti prenda! Il figlioCh'unico maschio avanza a mia vecchiaia,E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!Io non leggeri doni a te in riscattoDal mio castel portato avea, ma iniquiPredatori per via m'hanno assalito.Alle mie braccia il caro figlio rendi,E qual tributo m'imporrai ti solvo,Pareggiasse anco de' miei campi avitiL'intero pregio.—O sciagurato Aroldo,Di qual osi tributo or favellarmi,Se finor tutto mi negasti? È tardi.—Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,Fu da bollente figlio mio l'insegnaDe' prischi Saluzzesi e di Tommaso,E la vittoria a tua prodezza arride.Ma tu il fervido oprar del giovinettoDona pietosamente al supplicanteSuo genitor che in venti pugne il sangueVersò pel nobil padre tuo, quand'essoCon tanta gloria signorìa qui tenne.—È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogliTutta la forza ond'è capace il coreD'un cavalier. Sovra quel legno pendeUn trafitto cui grazia altra non possoConceder più che di ritorlo ai corvi,E consentirgli de' suoi cari il pianto.Disse, e accennando che una guardia il mortoDalla croce calasse e all'infeliceLo rimettesse, cogli sproni un toccoDïede al cavallo e col suo stuol disparve.Clara i sensi racquista, e oh di doloreQual novo orrendo palpito! Era dunqueIl fratel suo quel miserando ucciso!Eccolo tolto dal funesto legno;Ed ella il raffigura a cicatriciChe sul petto ei portava. Oh come il vecchioE l'angosciata giovin su quel corpoS'abbandonan piangendo! Ella in linoL'infranta testa pïamente avvolge,E chiede aiuto ai vïandanti. A dolceCarità si commove una famigliaDi Saluzzesi agricoltori, e datoViene un carro con bovi, onde al lontanoCastello il morto cavalier si tragga.
Piangi, o la più gentil fra le convalliDello spumante Pellice, ove un giornoAlle sale d'Aroldo i SaluzzesiCavalieri affluìano ad alte feste.Più non vedrai delle sue torri a seraUscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,Caramente appoggiando un braccio e l'altroSovra Ioffrido e Clara, ed il canutoCiglio volgendo con amor, ma indarno,Ai dolci rai del tramontante sole.Que' figli suoi nascean gemelli, e santaTenerezza li univa. Or sola e mestaClara accompagna il cieco padre a seraFuor della torre, perocchè il gagliardoFratel devote ha l'armi alla difesaDel pio Tommaso suo ramingo prenceContro i nemici della patria terra.Rosseggiava bellissimo un tramontoSulle nevi lontane, e stupefattoPareva il sol che dal romito albergoA salutarlo non venisse il vecchio.Ahimè, quell'era di sventura un novoSpaventevole dì! Schiudesi alfineLa porta del castello, e con velociPassi agitatamente escono Aroldo,Clara e più servi; nè il canuto ciglioAi soavi del sole ultimi raiVolger si cura. Che avvenia?—Dal campoInfausto messo è giunto. Il pro' IoffridoContro l'usurpator del saluzzeseSeggio osando tropp'oltre avventurarsiNel calor della pugna, il circondaroL'empie straniere spade, e prigion cadde.Speme di riscattar sì cara vitaNutre il barone antico; e vuole ei stessoTrar supplichevol senza indugio al truceFortunato invasor, che se taloraImmolar gode i miseri captivi,Talor si placa a ricca d'oro offerta,Molto dovendo da sua iniqua sedeOro il tiranno effonder sulle bandeDell'alleato provenzal monarca.Giunto al margin vicino ove al tragittoNel rigonfiato Pellice è apprestataLa navicella, Aroldo porge il bacioDel congedo alla figlia. Allora al colloGli s'avvinghia la pia.—Sola a mie stanzeNon riederò, buon genitor; pupillaEsser della tua fronte a chi s'aspettaSe non a me? Forse pietà maggioreAssalirà dello sdegnato sireIl cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piediLa veneranda tua canizie e gli anniGiovenili di vergine scorgendo,Che colla vita del fratel la vitaChiede del padre.Vuole opporsi Aroldo,Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzoGià vel precede, e al consentir paternoFa cogli amplessi vïolenza, e l'ondePerigliose attraversano. Ma ov'eraL'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,Generosa innocente? A voi non veloFecer colle tutrici ale a celarviAlla vista de' prossimi ladroniChe irrompono co' brandi alla rapina.Voler divino ai nembi di sfortunaLascia possanza sovra i giusti un tempo;Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcanaNei patimenti una virtù Dio poseCh'anco i giusti migliora e a sè li innalza.Sbandato di predoni era un drappello,Che della guerra col favor raccoltoS'era d'Itale spiagge e di straniereA rubamenti ed omicidii, alteroLinguaggio alzando di zelanti eroi,Campioni della patria e di Manfredo.S'azzuffan del baron coi fidi servi,E nell'orrenda mischia ad uno ad unoDal soverchiante numero feritiVengon que' servi, e de' vincenti in manoSon le ricchezze che a comprar la vitaDestinava del figlio il cieco sire.Intero un dì per boschi e per dirupiEi trascinato colla figlia venne,Ma il manto della notte ai duo infeliciPrestò propizie tenebre, e dal mezzoDel brïaco drappel de' masnadieriQuetamente si trassero alla valle.Come lontani fur dall'empia frotta,E ardiron favellare, il cieco strinseLa figlia al seno, e grazie alte le reseD'averlo addotto a salvamento, e leiPer l'accorto suo senno e per la dolceFilial carità ribenedisse.—Or dove, o padre, senza aïta alcunaCi avvïeremo?—O Clara mia, remotiSiam dal nostro castello, e a ritornarviIl tempo mancheria; son prezïosiTutti gl'istanti; acceleriamo il passoVerso il campo nemico, appo le tristeDi Saluzzo rovine. O senza doniCompariremo anzi al tremendo sire,Ma sincere promesse il piegherrannoA moti di clemenza. Inoltre ho fedeIn mia canizie e in queste spente occhiaieE nel pianto che versano, e ben anco,Figlia, nel tuo.Pensava Aroldo ospizioPrender non lunge, ove la figlia al raggioDella luna scorgea l'amica torreD'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,Odon che il giorno pria furibonda osteEra quivi passata e avea desertaLa rocca e trucidato il castellano,E devastato a' villici i tugurii.Il negro pan de' villici dispersiPiangendo rompe colla figlia Aroldo,E beono alle lor tazze. Indi sen vannoPer tutti i casolari, invan cercandoPalafreno o giumento: avean le schiereDe' nemici avidissime votataIn que' lochi ogni stalla.—Ahi, dilungatiVieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!Or dove andrem?—Pedon la via si seguaSino al mattin: buio non è, dicesti.Fa cor; preghiamo camminando, e al guardoD'altri ladron te, mia dovizia or sola,Te il ciel pietoso asconderà.Sì disse,E di padre l'affetto e di sorellaLena lor porge insino all'alba. Il campoMostrossi allora al pauroso orecchioDella fanciulla pria che agli occhi.—O padre,Odi tu, disse, odi tu roco un suonoSimile al suon della bufèra o a quelloDi molte acque correnti?Il vecchio capoEi soffermò, ed immemore un istanteDelle sue angosce, alzò la barba e rise.—Oh di qual gioia quel fragor m'empieaNegli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,Come voce di sposa al suo diletto.Un dì così fremente io il bellicosoAere appena sentia, sovra il mio scudoBattea forte l'acciaro, e dai precordiiMetteva un grido che atterrìa da lungeDel nemico le scolte. E i miei congiuntiDicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiaccaÈ questa voce, e più la destra, e al breveGiubilo del guerrier tosto succedeIn me a quel suono il trepidar del padre.Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,Che sino allor söavemente a' dettiDel genitore avea frammisti i suoi,Incominciò a interrompersi, e risposteDar che, non conscio l'intelletto, un motoParean sol delle labbra. A poco spazioVedea della distante oste per l'aureQuasi di nave altissimi duo piniElevarsi e ondeggiar, poscia fermarsiCome al suolo confitti. E secondataVenìa quell'opra da un clamor che il primoClamor non era, ma or fischiante or rottoDa infami ghigni o da cupo silenzio.A' sensi suoi creder dovea? Le cimeParean gravate de' duo legni, e il pondoChe le gravava non scerneasi. UditoSpesso Clara ha di barbari supplizi,Ove ad appesa vittima lo straleDrizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.Quei che divide dalle ciglia il teschio.Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbioPeggior di morte! E chi alla sbigottitaDice s'uno colà de' morïentiL'amato suo fratello ora non sia?Chi le dice se il passo al genitoreVietare a forza ella non debba? Ahi lassa!E se il padre trattien, non di Ioffrido,Che forse ancor sull'albero non pende,Cagionerà la morte?... Ad ogni costoVadasi al fatal loco!Il piè, tremandoIn ciò pensare, affretta. In man la manoDella meschina Aroldo tien.—Di gelo,Fra sè diceva, è questa man, siccomeQuella ch'io strinsi di sua madre al lettoOve s'estinse.Indi il vegliardo scuoteIl capo, quasi scuotere volesseUn malaugurio, e non potea.—Di morte,Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cariDetti mi porgi che tue labbra sciorreUniche san, quando scorato è il padre.Nata ne' giorni di sventura, e in ermaTorre cresciuta, ove sorelle e madreVide spirar, sollecita a sinistriPresentimenti schiuder l'alma, è fattoIn lei religïon. Si raccapricciaIn udir che s'affaccin alla menteDel genitore e in quest'istante i negriPensamenti di morte. A lui si volge,Apre le labbra—e i consolanti dettiCh'uniche sciorre un dì sapean, non trova:Non trova, ed ahi! la prima volta è questaChe inobbedito di suo padre è il cenno.—Più de' pensier miei tristi or malaugurioM'è il tuo silenzio, ei dice.E lo spaventoIn lei crescendo, e a' rai primi del soleSplender veggendo le volanti frecce,Improvviso s'arresta.—Oh genitore!Non c'inoltriam: non odi tu le stridaDegli assassini?—Il figlio, il figlio mioForse a morte strascinano: affrettiamci.—Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.Io stessa innanzi andronne, e se IoffridoIn vita è ancor, di novo al fianco tuoTosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurreTe vivo a casa allor io posso almeno!—Sciagurata, che parli? Orrende coseForse tu vedi e a me non dici. OvveroFra quelle voci che il mio antico orecchioNon distinte percuotono, tu scerniVoci di morte e del fratello il nome.Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchioPorta il tumultüoso aere d'atroce?—Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensaChe se tu, giunto appo i nemici, udissiL'orribil caso... tu m'intendi... alloraOrfana forse rimarrei nel campo.—Me perder temi, e non t'avvedi, insana,Che scellerata è tua pietà? Egli muore,E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,Tel comando, obbedisci.All'inusataIra paterna impaurissi Clara;S'alzò. Con passi rapidi il camminoMisura il cieco, e strascinata quasiLa giovinetta il segue. Erasi spersaLa turba intanto che cingea i duo pini,E presso a questi il padre e la sorellaArrivan di Ioffrido. Ella più volteErse il ciglio tremando, e insanguinateScorse due salme, e incontanente a terraRitrasse il guardo. E non varrìa sovr'esseFiso tenerlo ad indagar; chè frantaHan la coppa del cranio, e dal mozzatoLor sembiante piovea cèrebro e sangue.Ma quell'orrida vista e lo spaventoForza a' ginocchi tolgonle ed al core:—Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazzaA' piè d'Aroldo.E mentre brancolandoCol caro pegno tra le braccia fuggeD'in mezzo della via, però che uditoBrigata di cavalli ha scalpitanteDi qua dal campo alla sua volta, e ignaroAd un de' lati fermasi, ove un troncoD'albero sente; innanzi a lui lo stuoloGiunge de' cavalieri. Era Manfredo,Che di baroni provenzali cintoPer intenti di guerra iva il terrenoIntorno visitando. Una fanciullaScorge egli tramortita ed un vegliardo;E voltosi ad Aroldo, acerbamenteCosì gli grida:—O discortese e stolto,Perchè nel sangue d'un fellone e sottoIl patibolo tratta hai quell'afflitta,Cui toglie i sensi il raccapriccio?—Oh sire,Oh novo sire di Saluzzo! esclamaL'antico cavalier, cui non interaL'aspra parola del crudel pungea,Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:Aroldo io son dalle romite torriChe si specchian nel Pellice. E l'illustreTuo genitor te adolescente spessoAdduceva a mie sale, e co' miei figliIn un calice sol beevi a mensa.Ah per memoria del tuo estinto padreOggi pietà di me ti prenda! Il figlioCh'unico maschio avanza a mia vecchiaia,E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!Io non leggeri doni a te in riscattoDal mio castel portato avea, ma iniquiPredatori per via m'hanno assalito.Alle mie braccia il caro figlio rendi,E qual tributo m'imporrai ti solvo,Pareggiasse anco de' miei campi avitiL'intero pregio.—O sciagurato Aroldo,Di qual osi tributo or favellarmi,Se finor tutto mi negasti? È tardi.—Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,Fu da bollente figlio mio l'insegnaDe' prischi Saluzzesi e di Tommaso,E la vittoria a tua prodezza arride.Ma tu il fervido oprar del giovinettoDona pietosamente al supplicanteSuo genitor che in venti pugne il sangueVersò pel nobil padre tuo, quand'essoCon tanta gloria signorìa qui tenne.—È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogliTutta la forza ond'è capace il coreD'un cavalier. Sovra quel legno pendeUn trafitto cui grazia altra non possoConceder più che di ritorlo ai corvi,E consentirgli de' suoi cari il pianto.Disse, e accennando che una guardia il mortoDalla croce calasse e all'infeliceLo rimettesse, cogli sproni un toccoDïede al cavallo e col suo stuol disparve.Clara i sensi racquista, e oh di doloreQual novo orrendo palpito! Era dunqueIl fratel suo quel miserando ucciso!Eccolo tolto dal funesto legno;Ed ella il raffigura a cicatriciChe sul petto ei portava. Oh come il vecchioE l'angosciata giovin su quel corpoS'abbandonan piangendo! Ella in linoL'infranta testa pïamente avvolge,E chiede aiuto ai vïandanti. A dolceCarità si commove una famigliaDi Saluzzesi agricoltori, e datoViene un carro con bovi, onde al lontanoCastello il morto cavalier si tragga.
Piangi, o la più gentil fra le convalli
Dello spumante Pellice, ove un giorno
Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi
Cavalieri affluìano ad alte feste.
Più non vedrai delle sue torri a sera
Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,
Caramente appoggiando un braccio e l'altro
Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto
Ciglio volgendo con amor, ma indarno,
Ai dolci rai del tramontante sole.
Que' figli suoi nascean gemelli, e santa
Tenerezza li univa. Or sola e mesta
Clara accompagna il cieco padre a sera
Fuor della torre, perocchè il gagliardo
Fratel devote ha l'armi alla difesa
Del pio Tommaso suo ramingo prence
Contro i nemici della patria terra.
Rosseggiava bellissimo un tramonto
Sulle nevi lontane, e stupefatto
Pareva il sol che dal romito albergo
A salutarlo non venisse il vecchio.
Ahimè, quell'era di sventura un novo
Spaventevole dì! Schiudesi alfine
La porta del castello, e con veloci
Passi agitatamente escono Aroldo,
Clara e più servi; nè il canuto ciglio
Ai soavi del sole ultimi rai
Volger si cura. Che avvenia?—Dal campo
Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido
Contro l'usurpator del saluzzese
Seggio osando tropp'oltre avventurarsi
Nel calor della pugna, il circondaro
L'empie straniere spade, e prigion cadde.
Speme di riscattar sì cara vita
Nutre il barone antico; e vuole ei stesso
Trar supplichevol senza indugio al truce
Fortunato invasor, che se talora
Immolar gode i miseri captivi,
Talor si placa a ricca d'oro offerta,
Molto dovendo da sua iniqua sede
Oro il tiranno effonder sulle bande
Dell'alleato provenzal monarca.
Giunto al margin vicino ove al tragitto
Nel rigonfiato Pellice è apprestata
La navicella, Aroldo porge il bacio
Del congedo alla figlia. Allora al collo
Gli s'avvinghia la pia.—Sola a mie stanze
Non riederò, buon genitor; pupilla
Esser della tua fronte a chi s'aspetta
Se non a me? Forse pietà maggiore
Assalirà dello sdegnato sire
Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi
La veneranda tua canizie e gli anni
Giovenili di vergine scorgendo,
Che colla vita del fratel la vita
Chiede del padre.
Vuole opporsi Aroldo,
Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo
Già vel precede, e al consentir paterno
Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde
Perigliose attraversano. Ma ov'era
L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,
Generosa innocente? A voi non velo
Fecer colle tutrici ale a celarvi
Alla vista de' prossimi ladroni
Che irrompono co' brandi alla rapina.
Voler divino ai nembi di sfortuna
Lascia possanza sovra i giusti un tempo;
Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana
Nei patimenti una virtù Dio pose
Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza.
Sbandato di predoni era un drappello,
Che della guerra col favor raccolto
S'era d'Itale spiagge e di straniere
A rubamenti ed omicidii, altero
Linguaggio alzando di zelanti eroi,
Campioni della patria e di Manfredo.
S'azzuffan del baron coi fidi servi,
E nell'orrenda mischia ad uno ad uno
Dal soverchiante numero feriti
Vengon que' servi, e de' vincenti in mano
Son le ricchezze che a comprar la vita
Destinava del figlio il cieco sire.
Intero un dì per boschi e per dirupi
Ei trascinato colla figlia venne,
Ma il manto della notte ai duo infelici
Prestò propizie tenebre, e dal mezzo
Del brïaco drappel de' masnadieri
Quetamente si trassero alla valle.
Come lontani fur dall'empia frotta,
E ardiron favellare, il cieco strinse
La figlia al seno, e grazie alte le rese
D'averlo addotto a salvamento, e lei
Per l'accorto suo senno e per la dolce
Filial carità ribenedisse.
—Or dove, o padre, senza aïta alcuna
Ci avvïeremo?
—O Clara mia, remoti
Siam dal nostro castello, e a ritornarvi
Il tempo mancheria; son prezïosi
Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo
Verso il campo nemico, appo le triste
Di Saluzzo rovine. O senza doni
Compariremo anzi al tremendo sire,
Ma sincere promesse il piegherranno
A moti di clemenza. Inoltre ho fede
In mia canizie e in queste spente occhiaie
E nel pianto che versano, e ben anco,
Figlia, nel tuo.
Pensava Aroldo ospizio
Prender non lunge, ove la figlia al raggio
Della luna scorgea l'amica torre
D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,
Odon che il giorno pria furibonda oste
Era quivi passata e avea deserta
La rocca e trucidato il castellano,
E devastato a' villici i tugurii.
Il negro pan de' villici dispersi
Piangendo rompe colla figlia Aroldo,
E beono alle lor tazze. Indi sen vanno
Per tutti i casolari, invan cercando
Palafreno o giumento: avean le schiere
De' nemici avidissime votata
In que' lochi ogni stalla.
—Ahi, dilungati
Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!
Or dove andrem?
—Pedon la via si segua
Sino al mattin: buio non è, dicesti.
Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo
D'altri ladron te, mia dovizia or sola,
Te il ciel pietoso asconderà.
Sì disse,
E di padre l'affetto e di sorella
Lena lor porge insino all'alba. Il campo
Mostrossi allora al pauroso orecchio
Della fanciulla pria che agli occhi.
—O padre,
Odi tu, disse, odi tu roco un suono
Simile al suon della bufèra o a quello
Di molte acque correnti?
Il vecchio capo
Ei soffermò, ed immemore un istante
Delle sue angosce, alzò la barba e rise.
—Oh di qual gioia quel fragor m'empiea
Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!
Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,
Come voce di sposa al suo diletto.
Un dì così fremente io il bellicoso
Aere appena sentia, sovra il mio scudo
Battea forte l'acciaro, e dai precordii
Metteva un grido che atterrìa da lunge
Del nemico le scolte. E i miei congiunti
Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,
Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca
È questa voce, e più la destra, e al breve
Giubilo del guerrier tosto succede
In me a quel suono il trepidar del padre.
Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,
Che sino allor söavemente a' detti
Del genitore avea frammisti i suoi,
Incominciò a interrompersi, e risposte
Dar che, non conscio l'intelletto, un moto
Parean sol delle labbra. A poco spazio
Vedea della distante oste per l'aure
Quasi di nave altissimi duo pini
Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi
Come al suolo confitti. E secondata
Venìa quell'opra da un clamor che il primo
Clamor non era, ma or fischiante or rotto
Da infami ghigni o da cupo silenzio.
A' sensi suoi creder dovea? Le cime
Parean gravate de' duo legni, e il pondo
Che le gravava non scerneasi. Udito
Spesso Clara ha di barbari supplizi,
Ove ad appesa vittima lo strale
Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.
Quei che divide dalle ciglia il teschio.
Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio
Peggior di morte! E chi alla sbigottita
Dice s'uno colà de' morïenti
L'amato suo fratello ora non sia?
Chi le dice se il passo al genitore
Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa!
E se il padre trattien, non di Ioffrido,
Che forse ancor sull'albero non pende,
Cagionerà la morte?... Ad ogni costo
Vadasi al fatal loco!
Il piè, tremando
In ciò pensare, affretta. In man la mano
Della meschina Aroldo tien.—Di gelo,
Fra sè diceva, è questa man, siccome
Quella ch'io strinsi di sua madre al letto
Ove s'estinse.
Indi il vegliardo scuote
Il capo, quasi scuotere volesse
Un malaugurio, e non potea.—Di morte,
Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.
Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari
Detti mi porgi che tue labbra sciorre
Uniche san, quando scorato è il padre.
Nata ne' giorni di sventura, e in erma
Torre cresciuta, ove sorelle e madre
Vide spirar, sollecita a sinistri
Presentimenti schiuder l'alma, è fatto
In lei religïon. Si raccapriccia
In udir che s'affaccin alla mente
Del genitore e in quest'istante i negri
Pensamenti di morte. A lui si volge,
Apre le labbra—e i consolanti detti
Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova:
Non trova, ed ahi! la prima volta è questa
Che inobbedito di suo padre è il cenno.
—Più de' pensier miei tristi or malaugurio
M'è il tuo silenzio, ei dice.
E lo spavento
In lei crescendo, e a' rai primi del sole
Splender veggendo le volanti frecce,
Improvviso s'arresta.—Oh genitore!
Non c'inoltriam: non odi tu le strida
Degli assassini?
—Il figlio, il figlio mio
Forse a morte strascinano: affrettiamci.
—Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.
Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido
In vita è ancor, di novo al fianco tuo
Tosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurre
Te vivo a casa allor io posso almeno!
—Sciagurata, che parli? Orrende cose
Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero
Fra quelle voci che il mio antico orecchio
Non distinte percuotono, tu scerni
Voci di morte e del fratello il nome.
Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio
Porta il tumultüoso aere d'atroce?
—Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa
Che se tu, giunto appo i nemici, udissi
L'orribil caso... tu m'intendi... allora
Orfana forse rimarrei nel campo.
—Me perder temi, e non t'avvedi, insana,
Che scellerata è tua pietà? Egli muore,
E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,
Tel comando, obbedisci.
All'inusata
Ira paterna impaurissi Clara;
S'alzò. Con passi rapidi il cammino
Misura il cieco, e strascinata quasi
La giovinetta il segue. Erasi spersa
La turba intanto che cingea i duo pini,
E presso a questi il padre e la sorella
Arrivan di Ioffrido. Ella più volte
Erse il ciglio tremando, e insanguinate
Scorse due salme, e incontanente a terra
Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse
Fiso tenerlo ad indagar; chè franta
Han la coppa del cranio, e dal mozzato
Lor sembiante piovea cèrebro e sangue.
Ma quell'orrida vista e lo spavento
Forza a' ginocchi tolgonle ed al core:
—Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazza
A' piè d'Aroldo.
E mentre brancolando
Col caro pegno tra le braccia fugge
D'in mezzo della via, però che udito
Brigata di cavalli ha scalpitante
Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro
Ad un de' lati fermasi, ove un tronco
D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo
Giunge de' cavalieri. Era Manfredo,
Che di baroni provenzali cinto
Per intenti di guerra iva il terreno
Intorno visitando. Una fanciulla
Scorge egli tramortita ed un vegliardo;
E voltosi ad Aroldo, acerbamente
Così gli grida:—O discortese e stolto,
Perchè nel sangue d'un fellone e sotto
Il patibolo tratta hai quell'afflitta,
Cui toglie i sensi il raccapriccio?
—Oh sire,
Oh novo sire di Saluzzo! esclama
L'antico cavalier, cui non intera
L'aspra parola del crudel pungea,
Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:
Aroldo io son dalle romite torri
Che si specchian nel Pellice. E l'illustre
Tuo genitor te adolescente spesso
Adduceva a mie sale, e co' miei figli
In un calice sol beevi a mensa.
Ah per memoria del tuo estinto padre
Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio
Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia,
E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!
Io non leggeri doni a te in riscatto
Dal mio castel portato avea, ma iniqui
Predatori per via m'hanno assalito.
Alle mie braccia il caro figlio rendi,
E qual tributo m'imporrai ti solvo,
Pareggiasse anco de' miei campi aviti
L'intero pregio.
—O sciagurato Aroldo,
Di qual osi tributo or favellarmi,
Se finor tutto mi negasti? È tardi.
—Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,
Fu da bollente figlio mio l'insegna
De' prischi Saluzzesi e di Tommaso,
E la vittoria a tua prodezza arride.
Ma tu il fervido oprar del giovinetto
Dona pietosamente al supplicante
Suo genitor che in venti pugne il sangue
Versò pel nobil padre tuo, quand'esso
Con tanta gloria signorìa qui tenne.
—È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli
Tutta la forza ond'è capace il core
D'un cavalier. Sovra quel legno pende
Un trafitto cui grazia altra non posso
Conceder più che di ritorlo ai corvi,
E consentirgli de' suoi cari il pianto.
Disse, e accennando che una guardia il morto
Dalla croce calasse e all'infelice
Lo rimettesse, cogli sproni un tocco
Dïede al cavallo e col suo stuol disparve.
Clara i sensi racquista, e oh di dolore
Qual novo orrendo palpito! Era dunque
Il fratel suo quel miserando ucciso!
Eccolo tolto dal funesto legno;
Ed ella il raffigura a cicatrici
Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio
E l'angosciata giovin su quel corpo
S'abbandonan piangendo! Ella in lino
L'infranta testa pïamente avvolge,
E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce
Carità si commove una famiglia
Di Saluzzesi agricoltori, e dato
Viene un carro con bovi, onde al lontano
Castello il morto cavalier si tragga.
Or da quel giorno d'ineffabil luttoRivolgiamo la mente oltre a sei lune,E la mesta mia cantica, i solinghiPianti dell'orbo vecchio e di sua figliaCommiserando, svolga altra vicenda.Era una sera: alle vetuste muraDel baron s'appresenta un fuggitivo,A cui ferite e febbril sete esaustaMiseramente avean la voce. AroldoPiena di vino gli mandò una coppaCon questi detti: Al focolar t'accostaSin che apprestata sia la cena, e al sirePerdona del castel s'ei di sue stanzeNon uscirà, dove cordoglio il tiene.Clara portò que' detti, e il fuggitivoChe al maestoso inceder cavalieroParea e mendìco a' finti panni, il voltoPria si coverse, indi con pronti passiBalzar tentò fuor della soglia, a guisaDi mortal che, caduto in impensatoOrribile periglio, aneli scampo.Ma nella mossa impetuosa a luiManca il fievole spirto, e piomba a terra.Clara il soccorre, il mira, ed alla negraRicciuta barba e al crine ella il ravvisa.Chi era? Chi!... Manfredo! il già possenteDesolator della sua patria! il ladroChe alla corona del nepote osavaStender la man sacrilega, e sul capoInverecondo imporsela, e i dirittiCalpestar più sanciti, e di SaluzzoDirsi benefattor, serva a stranieriBrandi facendo la natìa contrada!Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiascoDa compiuta sconfitta è l'empio sire,E per sottrarsi agl'inseguenti ferriEi s'è imboscato in varii lochi, e ignoteCalcò deserte rupi. Indi pel sangueNella pugna perduto e per la rabbiaGli s'era da brev'ora intorbidatoSì fattamente il lume del pensiero,Che mal sapea dov'ei movesse, e giuntoEra ai campi d'Aroldo altra credendoSponda toccar. Qui più dal dolce tempoD'adolescenza riportate maiNon avea l'orme, ed alberi e tuguriiMutato avean l'aspetto della terra.Sol quand'ei vide Clara, appien le soglieRaffigurò d'Aroldo, e se bastataA lui fosse la possa, ei rifuggìa.Manfredo! e senza guardie! e semivivo,Sotto il tetto dell'uom cui trucidatoNon in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!Clara il conosce, e mentre a lui gli spirtiI famigli richiamano, ella correAlle stanze del padre, e già già quasiA lui così sclamava:—Esci, un prodigioAd ammirar del Dio delle vendette:Sull'ossa di tuo figlio a spirar vieneIl suo assassin!Ma in quell'istante gli occhiDella donzella alzaronsi a parete,Onde pendea dell'Uomo-Dio morenteEffigie veneranda, e a quella vistaL'irrompente parola in cor rattenne.Religïoso fremito la invaseDinanzi a quell'effigie.—Oh mio Signore!Quai voci arcane alla tua ancella parli?Tu irreprensibil fosti e sì infelice!E a quei che l'uccidean pur perdonavi!Or chi sa? Forse il dolce mio fratelloPe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,In carcer sotterraneo, o d'inquietiElementi per l'alte aure ludibrioSta ancor penando, e a liberarlo vaneFervon le preci, e in loco d'esse un attoDi virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù sommaÈ il perdonar! Cert'è che in cielo entrandoTu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamoCome a noi perdonato ha il Redentore!Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìaDelle forze d'un padre il dare aïtaD'un caro figlio all'uccisor. La lanciaEi no giammai non bagnerìa nel sangueD'uom che toccò la mensa sua... Ma pureChi può segnar dove talor trascorraNella foga dell'ira un core offeso?Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!Disse, e prona curvossi, e lungamenteCon ambascia pregò. Temea d'orgoglioEsser tentata; innanzi a Dio temeaCalunnïar la santa alma del padre.Ma nella mente repentino un raggioDi fidanza pienissima le splende,E ratta sorge e dice:—Ah sì, fratello!Questo è il momento in che del ciel la portaA tue brame si schiude: io di tua gioiaSento il reflesso, e quella gioia è Dio!Un servo entrava:—Damigella, o carcoD'inaudite peccata, o fuor di sennoÈ lo stranier. Che far dobbiam? D'IddioParla tra sè com'uom cui prema occultoDi vendette terribili spavento,E di qui vuol fuggir.—Tosto bardataPer lui sia mia cavalla.Il servo parteMaravigliato, ed obbedisce. IntantoAntico armadio la fanciulla schiude,Ed indi tratto un de' paterni manti,Al leve suo tesor poscia s'affrettaD'auree monete, e in una borsa il pone.Così ver l'agitato ospite mosse,E que' doni offerendogli—D'AroldoQuesta, gli disse, è la vendetta, o sire.Fremea la generosa in lui mirandoL'uccisor di Ioffrido e il formidatoDi Saluzzo oppressor, ma pïamenteFrenò il ribrezzo, e dal balcon la corteDel castello accennando, a lui soggiunse:—Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lenaTi basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!Clara sparve, ciò detto. E l'infeliceTiranno—Angiol! gridò.—Poi diè dal coreUno scroscio di pianto. Ed allor forsePentimento verace a lui fu strazio,Le proprie atroci colpe rammentando,E rammentando il giovine Ioffrido,E quel misero cieco che appoggiatoAd un alber credeasi, e gli grondavaSovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!Frettoloso Manfredo i doni tolse;L'inaudita pietà benedicendo,D'Aroldo cinse su le spalle il manto,E quindi a pochi tratti il vide ClaraDalla fenestra, che, al cortil venuto,Con sembiante commosso intorno intornoIva gli occhi volgendo, e verso il cieloIn atto di preghiera ergea le mani,Poi le briglie toccava ed era in sella.Fermato ivi un istante, ad alta voceMise queste parole:—Aroldo! Aroldo!Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perdutoSeggio e de' vituperi onde vo sazio,Consolarmi potrò; non potrò maiConsolarmi d'aver tua nobil almaCol più truce rigore insanguinata.Udì il vecchio baron quel forte grido,E balzò dalla seggiola esclamando:—Figlia! il nemico nostro! il maledettoUccisor di Ioffrido!E sul rugosoPallido volto del canuto il focoS'accese del furore. A' piedi suoiClara gettasi allora, e gli palesaCiò che d'oprar le ispirò Iddio.—No, IddioQuesto non t'ispirò! prorompe Aroldo;Manfredo è un empio! ei di dominio setePortò infernal su queste invase terre,Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!Infame della patria e del suo prenceManfredo è traditor. Per sollevarsiSulla sede non sua, trasse alleatiE Provenzali e Càlabri e vendutiGuelfi di tutta Italia allo sterminioDe' nostri feudi e delle nostre plebi,E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio,Il figlio mio su scellerata croceA' carnefici suoi diede bersaglio!Lunga e tremenda di rammarco e d'iraFu l'eloquenza dell'antico. A luiClara abbracciava le ginocchia, e santiDetti porgea con supplice dolcezza:—Le iniquità punir sol puote Iddio;Noi non possiam sul misero fuggiascoPunirle coll'acciar: solo a punirleUna guisa n'è data, ed è il perdono.Càlmati, o genitor; pensa che o degnoPer penitenza diverrà Manfredo,O, rimanendo iniquo, a lui carboniSaranno inestinguibili sul core,Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsiE fra l'alme perverse il danno eterno.A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,E il benefico palpito e l'eccessoDella pietà non sol sugl'innocenti,Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopoDel perdono di Dio morendo avremo!—Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,Ti benedico; santamente oprasti!L'alza, al petto la stringe, e lagrimandoMercè le rende che alla prova il sennoD'esacerbato padre ella non mise.Un dì alle torri del baron fu vistoGiungere di Manfredo un messaggeroDa lontana contrada, e apportatoreVenìa di ricchi doni. Eran tre luneChe pace avean l'ossa d'Aroldo, e mutoEra il castello, ed in vicino chiostroCinta di sacre lane, i dolci salmiL'orfana, per la cara alma del padreE del fratel, tutte le notti ergea.
Or da quel giorno d'ineffabil luttoRivolgiamo la mente oltre a sei lune,E la mesta mia cantica, i solinghiPianti dell'orbo vecchio e di sua figliaCommiserando, svolga altra vicenda.Era una sera: alle vetuste muraDel baron s'appresenta un fuggitivo,A cui ferite e febbril sete esaustaMiseramente avean la voce. AroldoPiena di vino gli mandò una coppaCon questi detti: Al focolar t'accostaSin che apprestata sia la cena, e al sirePerdona del castel s'ei di sue stanzeNon uscirà, dove cordoglio il tiene.Clara portò que' detti, e il fuggitivoChe al maestoso inceder cavalieroParea e mendìco a' finti panni, il voltoPria si coverse, indi con pronti passiBalzar tentò fuor della soglia, a guisaDi mortal che, caduto in impensatoOrribile periglio, aneli scampo.Ma nella mossa impetuosa a luiManca il fievole spirto, e piomba a terra.Clara il soccorre, il mira, ed alla negraRicciuta barba e al crine ella il ravvisa.Chi era? Chi!... Manfredo! il già possenteDesolator della sua patria! il ladroChe alla corona del nepote osavaStender la man sacrilega, e sul capoInverecondo imporsela, e i dirittiCalpestar più sanciti, e di SaluzzoDirsi benefattor, serva a stranieriBrandi facendo la natìa contrada!Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiascoDa compiuta sconfitta è l'empio sire,E per sottrarsi agl'inseguenti ferriEi s'è imboscato in varii lochi, e ignoteCalcò deserte rupi. Indi pel sangueNella pugna perduto e per la rabbiaGli s'era da brev'ora intorbidatoSì fattamente il lume del pensiero,Che mal sapea dov'ei movesse, e giuntoEra ai campi d'Aroldo altra credendoSponda toccar. Qui più dal dolce tempoD'adolescenza riportate maiNon avea l'orme, ed alberi e tuguriiMutato avean l'aspetto della terra.Sol quand'ei vide Clara, appien le soglieRaffigurò d'Aroldo, e se bastataA lui fosse la possa, ei rifuggìa.Manfredo! e senza guardie! e semivivo,Sotto il tetto dell'uom cui trucidatoNon in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!Clara il conosce, e mentre a lui gli spirtiI famigli richiamano, ella correAlle stanze del padre, e già già quasiA lui così sclamava:—Esci, un prodigioAd ammirar del Dio delle vendette:Sull'ossa di tuo figlio a spirar vieneIl suo assassin!Ma in quell'istante gli occhiDella donzella alzaronsi a parete,Onde pendea dell'Uomo-Dio morenteEffigie veneranda, e a quella vistaL'irrompente parola in cor rattenne.Religïoso fremito la invaseDinanzi a quell'effigie.—Oh mio Signore!Quai voci arcane alla tua ancella parli?Tu irreprensibil fosti e sì infelice!E a quei che l'uccidean pur perdonavi!Or chi sa? Forse il dolce mio fratelloPe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,In carcer sotterraneo, o d'inquietiElementi per l'alte aure ludibrioSta ancor penando, e a liberarlo vaneFervon le preci, e in loco d'esse un attoDi virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù sommaÈ il perdonar! Cert'è che in cielo entrandoTu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamoCome a noi perdonato ha il Redentore!Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìaDelle forze d'un padre il dare aïtaD'un caro figlio all'uccisor. La lanciaEi no giammai non bagnerìa nel sangueD'uom che toccò la mensa sua... Ma pureChi può segnar dove talor trascorraNella foga dell'ira un core offeso?Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!Disse, e prona curvossi, e lungamenteCon ambascia pregò. Temea d'orgoglioEsser tentata; innanzi a Dio temeaCalunnïar la santa alma del padre.Ma nella mente repentino un raggioDi fidanza pienissima le splende,E ratta sorge e dice:—Ah sì, fratello!Questo è il momento in che del ciel la portaA tue brame si schiude: io di tua gioiaSento il reflesso, e quella gioia è Dio!Un servo entrava:—Damigella, o carcoD'inaudite peccata, o fuor di sennoÈ lo stranier. Che far dobbiam? D'IddioParla tra sè com'uom cui prema occultoDi vendette terribili spavento,E di qui vuol fuggir.—Tosto bardataPer lui sia mia cavalla.Il servo parteMaravigliato, ed obbedisce. IntantoAntico armadio la fanciulla schiude,Ed indi tratto un de' paterni manti,Al leve suo tesor poscia s'affrettaD'auree monete, e in una borsa il pone.Così ver l'agitato ospite mosse,E que' doni offerendogli—D'AroldoQuesta, gli disse, è la vendetta, o sire.Fremea la generosa in lui mirandoL'uccisor di Ioffrido e il formidatoDi Saluzzo oppressor, ma pïamenteFrenò il ribrezzo, e dal balcon la corteDel castello accennando, a lui soggiunse:—Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lenaTi basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!Clara sparve, ciò detto. E l'infeliceTiranno—Angiol! gridò.—Poi diè dal coreUno scroscio di pianto. Ed allor forsePentimento verace a lui fu strazio,Le proprie atroci colpe rammentando,E rammentando il giovine Ioffrido,E quel misero cieco che appoggiatoAd un alber credeasi, e gli grondavaSovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!Frettoloso Manfredo i doni tolse;L'inaudita pietà benedicendo,D'Aroldo cinse su le spalle il manto,E quindi a pochi tratti il vide ClaraDalla fenestra, che, al cortil venuto,Con sembiante commosso intorno intornoIva gli occhi volgendo, e verso il cieloIn atto di preghiera ergea le mani,Poi le briglie toccava ed era in sella.Fermato ivi un istante, ad alta voceMise queste parole:—Aroldo! Aroldo!Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perdutoSeggio e de' vituperi onde vo sazio,Consolarmi potrò; non potrò maiConsolarmi d'aver tua nobil almaCol più truce rigore insanguinata.Udì il vecchio baron quel forte grido,E balzò dalla seggiola esclamando:—Figlia! il nemico nostro! il maledettoUccisor di Ioffrido!E sul rugosoPallido volto del canuto il focoS'accese del furore. A' piedi suoiClara gettasi allora, e gli palesaCiò che d'oprar le ispirò Iddio.—No, IddioQuesto non t'ispirò! prorompe Aroldo;Manfredo è un empio! ei di dominio setePortò infernal su queste invase terre,Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!Infame della patria e del suo prenceManfredo è traditor. Per sollevarsiSulla sede non sua, trasse alleatiE Provenzali e Càlabri e vendutiGuelfi di tutta Italia allo sterminioDe' nostri feudi e delle nostre plebi,E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio,Il figlio mio su scellerata croceA' carnefici suoi diede bersaglio!Lunga e tremenda di rammarco e d'iraFu l'eloquenza dell'antico. A luiClara abbracciava le ginocchia, e santiDetti porgea con supplice dolcezza:—Le iniquità punir sol puote Iddio;Noi non possiam sul misero fuggiascoPunirle coll'acciar: solo a punirleUna guisa n'è data, ed è il perdono.Càlmati, o genitor; pensa che o degnoPer penitenza diverrà Manfredo,O, rimanendo iniquo, a lui carboniSaranno inestinguibili sul core,Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsiE fra l'alme perverse il danno eterno.A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,E il benefico palpito e l'eccessoDella pietà non sol sugl'innocenti,Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopoDel perdono di Dio morendo avremo!—Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,Ti benedico; santamente oprasti!L'alza, al petto la stringe, e lagrimandoMercè le rende che alla prova il sennoD'esacerbato padre ella non mise.Un dì alle torri del baron fu vistoGiungere di Manfredo un messaggeroDa lontana contrada, e apportatoreVenìa di ricchi doni. Eran tre luneChe pace avean l'ossa d'Aroldo, e mutoEra il castello, ed in vicino chiostroCinta di sacre lane, i dolci salmiL'orfana, per la cara alma del padreE del fratel, tutte le notti ergea.
Or da quel giorno d'ineffabil lutto
Rivolgiamo la mente oltre a sei lune,
E la mesta mia cantica, i solinghi
Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia
Commiserando, svolga altra vicenda.
Era una sera: alle vetuste mura
Del baron s'appresenta un fuggitivo,
A cui ferite e febbril sete esausta
Miseramente avean la voce. Aroldo
Piena di vino gli mandò una coppa
Con questi detti: Al focolar t'accosta
Sin che apprestata sia la cena, e al sire
Perdona del castel s'ei di sue stanze
Non uscirà, dove cordoglio il tiene.
Clara portò que' detti, e il fuggitivo
Che al maestoso inceder cavaliero
Parea e mendìco a' finti panni, il volto
Pria si coverse, indi con pronti passi
Balzar tentò fuor della soglia, a guisa
Di mortal che, caduto in impensato
Orribile periglio, aneli scampo.
Ma nella mossa impetuosa a lui
Manca il fievole spirto, e piomba a terra.
Clara il soccorre, il mira, ed alla negra
Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa.
Chi era? Chi!... Manfredo! il già possente
Desolator della sua patria! il ladro
Che alla corona del nepote osava
Stender la man sacrilega, e sul capo
Inverecondo imporsela, e i diritti
Calpestar più sanciti, e di Saluzzo
Dirsi benefattor, serva a stranieri
Brandi facendo la natìa contrada!
Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco
Da compiuta sconfitta è l'empio sire,
E per sottrarsi agl'inseguenti ferri
Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote
Calcò deserte rupi. Indi pel sangue
Nella pugna perduto e per la rabbia
Gli s'era da brev'ora intorbidato
Sì fattamente il lume del pensiero,
Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto
Era ai campi d'Aroldo altra credendo
Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo
D'adolescenza riportate mai
Non avea l'orme, ed alberi e tugurii
Mutato avean l'aspetto della terra.
Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie
Raffigurò d'Aroldo, e se bastata
A lui fosse la possa, ei rifuggìa.
Manfredo! e senza guardie! e semivivo,
Sotto il tetto dell'uom cui trucidato
Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!
Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti
I famigli richiamano, ella corre
Alle stanze del padre, e già già quasi
A lui così sclamava:—Esci, un prodigio
Ad ammirar del Dio delle vendette:
Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene
Il suo assassin!
Ma in quell'istante gli occhi
Della donzella alzaronsi a parete,
Onde pendea dell'Uomo-Dio morente
Effigie veneranda, e a quella vista
L'irrompente parola in cor rattenne.
Religïoso fremito la invase
Dinanzi a quell'effigie.
—Oh mio Signore!
Quai voci arcane alla tua ancella parli?
Tu irreprensibil fosti e sì infelice!
E a quei che l'uccidean pur perdonavi!
Or chi sa? Forse il dolce mio fratello
Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,
In carcer sotterraneo, o d'inquieti
Elementi per l'alte aure ludibrio
Sta ancor penando, e a liberarlo vane
Fervon le preci, e in loco d'esse un atto
Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!
Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma
È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando
Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo
Come a noi perdonato ha il Redentore!
Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa
Delle forze d'un padre il dare aïta
D'un caro figlio all'uccisor. La lancia
Ei no giammai non bagnerìa nel sangue
D'uom che toccò la mensa sua... Ma pure
Chi può segnar dove talor trascorra
Nella foga dell'ira un core offeso?
Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!
Disse, e prona curvossi, e lungamente
Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio
Esser tentata; innanzi a Dio temea
Calunnïar la santa alma del padre.
Ma nella mente repentino un raggio
Di fidanza pienissima le splende,
E ratta sorge e dice:—Ah sì, fratello!
Questo è il momento in che del ciel la porta
A tue brame si schiude: io di tua gioia
Sento il reflesso, e quella gioia è Dio!
Un servo entrava:—Damigella, o carco
D'inaudite peccata, o fuor di senno
È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio
Parla tra sè com'uom cui prema occulto
Di vendette terribili spavento,
E di qui vuol fuggir.
—Tosto bardata
Per lui sia mia cavalla.
Il servo parte
Maravigliato, ed obbedisce. Intanto
Antico armadio la fanciulla schiude,
Ed indi tratto un de' paterni manti,
Al leve suo tesor poscia s'affretta
D'auree monete, e in una borsa il pone.
Così ver l'agitato ospite mosse,
E que' doni offerendogli—D'Aroldo
Questa, gli disse, è la vendetta, o sire.
Fremea la generosa in lui mirando
L'uccisor di Ioffrido e il formidato
Di Saluzzo oppressor, ma pïamente
Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte
Del castello accennando, a lui soggiunse:
—Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena
Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!
Clara sparve, ciò detto. E l'infelice
Tiranno—Angiol! gridò.—Poi diè dal core
Uno scroscio di pianto. Ed allor forse
Pentimento verace a lui fu strazio,
Le proprie atroci colpe rammentando,
E rammentando il giovine Ioffrido,
E quel misero cieco che appoggiato
Ad un alber credeasi, e gli grondava
Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!
Frettoloso Manfredo i doni tolse;
L'inaudita pietà benedicendo,
D'Aroldo cinse su le spalle il manto,
E quindi a pochi tratti il vide Clara
Dalla fenestra, che, al cortil venuto,
Con sembiante commosso intorno intorno
Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo
In atto di preghiera ergea le mani,
Poi le briglie toccava ed era in sella.
Fermato ivi un istante, ad alta voce
Mise queste parole:—Aroldo! Aroldo!
Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto
Seggio e de' vituperi onde vo sazio,
Consolarmi potrò; non potrò mai
Consolarmi d'aver tua nobil alma
Col più truce rigore insanguinata.
Udì il vecchio baron quel forte grido,
E balzò dalla seggiola esclamando:
—Figlia! il nemico nostro! il maledetto
Uccisor di Ioffrido!
E sul rugoso
Pallido volto del canuto il foco
S'accese del furore. A' piedi suoi
Clara gettasi allora, e gli palesa
Ciò che d'oprar le ispirò Iddio.
—No, Iddio
Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo;
Manfredo è un empio! ei di dominio sete
Portò infernal su queste invase terre,
Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!
Infame della patria e del suo prence
Manfredo è traditor. Per sollevarsi
Sulla sede non sua, trasse alleati
E Provenzali e Càlabri e venduti
Guelfi di tutta Italia allo sterminio
De' nostri feudi e delle nostre plebi,
E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio,
Il figlio mio su scellerata croce
A' carnefici suoi diede bersaglio!
Lunga e tremenda di rammarco e d'ira
Fu l'eloquenza dell'antico. A lui
Clara abbracciava le ginocchia, e santi
Detti porgea con supplice dolcezza:
—Le iniquità punir sol puote Iddio;
Noi non possiam sul misero fuggiasco
Punirle coll'acciar: solo a punirle
Una guisa n'è data, ed è il perdono.
Càlmati, o genitor; pensa che o degno
Per penitenza diverrà Manfredo,
O, rimanendo iniquo, a lui carboni
Saranno inestinguibili sul core,
Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi
E fra l'alme perverse il danno eterno.
A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,
E il benefico palpito e l'eccesso
Della pietà non sol sugl'innocenti,
Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo
Del perdono di Dio morendo avremo!
—Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,
Ti benedico; santamente oprasti!
L'alza, al petto la stringe, e lagrimando
Mercè le rende che alla prova il senno
D'esacerbato padre ella non mise.
Un dì alle torri del baron fu visto
Giungere di Manfredo un messaggero
Da lontana contrada, e apportatore
Venìa di ricchi doni. Eran tre lune
Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto
Era il castello, ed in vicino chiostro
Cinta di sacre lane, i dolci salmi
L'orfana, per la cara alma del padre
E del fratel, tutte le notti ergea.
Cor mundum crea in me, Deus.(Ps.50. )
Cor mundum crea in me, Deus.
(Ps.50. )
Lamento sui fuggiti anni primieri,Che fecondi di speme Iddio mi dava,E di ricchi d'amore alti pensieri!Tra giubili ed affanni io m'agitava,Ed incessanti studi, e bramosiaDi sollevarmi dalla turba ignava;E spesso dentro al cor parola udìaChe diceami dell'uom sublimi cose,Tali che d'esser uomo insuperbìa.Pupille aver credea sì generoseIl mio intelletto, che dovesser tutteSchiudersi a lui le verità nascose;E di ragion nelle più forti lutteIo mi scagliava indomito; sognanteChe sempre indagin lumi eccelsi frutte.Quella vita arditissima ed amanteDi scienza e di gloria e di giustiziaAlzarmi imprometteva a gioie sante.Nè sol fremeva dell'altrui nequizia,Ma quando reo me stesso io discopriva,L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.Poi dal perturbamento io risalivaA proposti elevati ed a preghiere,Me concitando a carità più viva.Perocchè m'avvedea ch'uom possedereStima non può di se medesmo e pace,S'ei non calca del Bel le vie sincere.Ma allor che fulger più parea la faceDi mia virtù, vi si mescea repenteD'innato orgoglio il luccicar fallace.E allor Dio si scostava da mia mente,E a gravi rischi mi traea baldanza,Ed infelice er'io novellamente.Se così vissi in lunga titubanza,Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,Che tremenda cingeami ostil possanza!Sfavillante d'ingegno il secol mio,Ma da irreligiose ire insanito,Parlava audace, ed ascoltaval'io.E perocchè tra' suoi sofismi orditoPur tralucea qualche pregevol lampo,Spesso da quelli io mi sentìa irretito.Egli imprecando ogni maligno inciampoSciogliea della ragion laudi stupende,Ma insiem menava di bestemmie vampo.Ed io, come colui che intento pendeDa labbra eloquentissime e divine,E ogni lor detto all'alma gli s'apprende;Meditando del secol le dottrine,Inclinava i miei sensi alcuna voltaDi servil riverenza entro il confine.Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvoltaEra sua sapïenza, e vidi tardiCh'ei debaccava per superbia stolta.Trasvolaron frattanto i dì gagliardiDella mia giovinezza, e sovra milleSplendide larve io posto avea gli sguardi;E nulla oprai che d'alta luce brille!E si sprecar fra inani desideriDell'alma mia bollente le faville!Lamento sui fuggiti anni primieriChe d'eccelse speranze ebbi fecondi,E di ricchi d'amore alti pensieri!Ma sien grazie al Signor che, ne' profondiDelirii miei, pur non sorrisi io maiAgl'inimici suoi più furibondi:Sempre attraverso tutte nebbie, i raiDel Vangel mi venian racconsolando;Sempre la Croce occultamente amai.Ed il maggior mio gaudio era allorquandoIn una chiesa io stava, i dì beatiDi mia credente infanzia rammentando:Que' dì pieni di fede, in che insegnatiDal caro mi venian labbro maternoI portenti onde al ciel siamo appellati!Di nuovo fean di me poscia governoLa incostanza, gli esempi, ed il timoreDell'altrui vile e tracotante scherno;E l'ira tua mertai per tanto errore:Ma gl'indelebili anni che passaroRitesser non m'è dato, o mio Signore!Presentarti non posso altro riparoChe duolo e preci e fè nel divo sangue,Di cui non fosti sulla terra avaroPer chiunque a' tuoi piè pentito langue.
Lamento sui fuggiti anni primieri,Che fecondi di speme Iddio mi dava,E di ricchi d'amore alti pensieri!
Lamento sui fuggiti anni primieri,
Che fecondi di speme Iddio mi dava,
E di ricchi d'amore alti pensieri!
Tra giubili ed affanni io m'agitava,Ed incessanti studi, e bramosiaDi sollevarmi dalla turba ignava;
Tra giubili ed affanni io m'agitava,
Ed incessanti studi, e bramosia
Di sollevarmi dalla turba ignava;
E spesso dentro al cor parola udìaChe diceami dell'uom sublimi cose,Tali che d'esser uomo insuperbìa.
E spesso dentro al cor parola udìa
Che diceami dell'uom sublimi cose,
Tali che d'esser uomo insuperbìa.
Pupille aver credea sì generoseIl mio intelletto, che dovesser tutteSchiudersi a lui le verità nascose;
Pupille aver credea sì generose
Il mio intelletto, che dovesser tutte
Schiudersi a lui le verità nascose;
E di ragion nelle più forti lutteIo mi scagliava indomito; sognanteChe sempre indagin lumi eccelsi frutte.
E di ragion nelle più forti lutte
Io mi scagliava indomito; sognante
Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.
Quella vita arditissima ed amanteDi scienza e di gloria e di giustiziaAlzarmi imprometteva a gioie sante.
Quella vita arditissima ed amante
Di scienza e di gloria e di giustizia
Alzarmi imprometteva a gioie sante.
Nè sol fremeva dell'altrui nequizia,Ma quando reo me stesso io discopriva,L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.
Nè sol fremeva dell'altrui nequizia,
Ma quando reo me stesso io discopriva,
L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.
Poi dal perturbamento io risalivaA proposti elevati ed a preghiere,Me concitando a carità più viva.
Poi dal perturbamento io risaliva
A proposti elevati ed a preghiere,
Me concitando a carità più viva.
Perocchè m'avvedea ch'uom possedereStima non può di se medesmo e pace,S'ei non calca del Bel le vie sincere.
Perocchè m'avvedea ch'uom possedere
Stima non può di se medesmo e pace,
S'ei non calca del Bel le vie sincere.
Ma allor che fulger più parea la faceDi mia virtù, vi si mescea repenteD'innato orgoglio il luccicar fallace.
Ma allor che fulger più parea la face
Di mia virtù, vi si mescea repente
D'innato orgoglio il luccicar fallace.
E allor Dio si scostava da mia mente,E a gravi rischi mi traea baldanza,Ed infelice er'io novellamente.
E allor Dio si scostava da mia mente,
E a gravi rischi mi traea baldanza,
Ed infelice er'io novellamente.
Se così vissi in lunga titubanza,Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,Che tremenda cingeami ostil possanza!
Se così vissi in lunga titubanza,
Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,
Che tremenda cingeami ostil possanza!
Sfavillante d'ingegno il secol mio,Ma da irreligiose ire insanito,Parlava audace, ed ascoltaval'io.
Sfavillante d'ingegno il secol mio,
Ma da irreligiose ire insanito,
Parlava audace, ed ascoltaval'io.
E perocchè tra' suoi sofismi orditoPur tralucea qualche pregevol lampo,Spesso da quelli io mi sentìa irretito.
E perocchè tra' suoi sofismi ordito
Pur tralucea qualche pregevol lampo,
Spesso da quelli io mi sentìa irretito.
Egli imprecando ogni maligno inciampoSciogliea della ragion laudi stupende,Ma insiem menava di bestemmie vampo.
Egli imprecando ogni maligno inciampo
Sciogliea della ragion laudi stupende,
Ma insiem menava di bestemmie vampo.
Ed io, come colui che intento pendeDa labbra eloquentissime e divine,E ogni lor detto all'alma gli s'apprende;
Ed io, come colui che intento pende
Da labbra eloquentissime e divine,
E ogni lor detto all'alma gli s'apprende;
Meditando del secol le dottrine,Inclinava i miei sensi alcuna voltaDi servil riverenza entro il confine.
Meditando del secol le dottrine,
Inclinava i miei sensi alcuna volta
Di servil riverenza entro il confine.
Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvoltaEra sua sapïenza, e vidi tardiCh'ei debaccava per superbia stolta.
Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta
Era sua sapïenza, e vidi tardi
Ch'ei debaccava per superbia stolta.
Trasvolaron frattanto i dì gagliardiDella mia giovinezza, e sovra milleSplendide larve io posto avea gli sguardi;
Trasvolaron frattanto i dì gagliardi
Della mia giovinezza, e sovra mille
Splendide larve io posto avea gli sguardi;
E nulla oprai che d'alta luce brille!E si sprecar fra inani desideriDell'alma mia bollente le faville!
E nulla oprai che d'alta luce brille!
E si sprecar fra inani desideri
Dell'alma mia bollente le faville!
Lamento sui fuggiti anni primieriChe d'eccelse speranze ebbi fecondi,E di ricchi d'amore alti pensieri!
Lamento sui fuggiti anni primieri
Che d'eccelse speranze ebbi fecondi,
E di ricchi d'amore alti pensieri!
Ma sien grazie al Signor che, ne' profondiDelirii miei, pur non sorrisi io maiAgl'inimici suoi più furibondi:
Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi
Delirii miei, pur non sorrisi io mai
Agl'inimici suoi più furibondi:
Sempre attraverso tutte nebbie, i raiDel Vangel mi venian racconsolando;Sempre la Croce occultamente amai.
Sempre attraverso tutte nebbie, i rai
Del Vangel mi venian racconsolando;
Sempre la Croce occultamente amai.
Ed il maggior mio gaudio era allorquandoIn una chiesa io stava, i dì beatiDi mia credente infanzia rammentando:
Ed il maggior mio gaudio era allorquando
In una chiesa io stava, i dì beati
Di mia credente infanzia rammentando:
Que' dì pieni di fede, in che insegnatiDal caro mi venian labbro maternoI portenti onde al ciel siamo appellati!
Que' dì pieni di fede, in che insegnati
Dal caro mi venian labbro materno
I portenti onde al ciel siamo appellati!
Di nuovo fean di me poscia governoLa incostanza, gli esempi, ed il timoreDell'altrui vile e tracotante scherno;
Di nuovo fean di me poscia governo
La incostanza, gli esempi, ed il timore
Dell'altrui vile e tracotante scherno;
E l'ira tua mertai per tanto errore:Ma gl'indelebili anni che passaroRitesser non m'è dato, o mio Signore!
E l'ira tua mertai per tanto errore:
Ma gl'indelebili anni che passaro
Ritesser non m'è dato, o mio Signore!
Presentarti non posso altro riparoChe duolo e preci e fè nel divo sangue,Di cui non fosti sulla terra avaro
Presentarti non posso altro riparo
Che duolo e preci e fè nel divo sangue,
Di cui non fosti sulla terra avaro
Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.
Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.
Deus enim honoravit patrem in filiis.(Eccli.c. 3, v. 3.)
Deus enim honoravit patrem in filiis.
(Eccli.c. 3, v. 3.)
Inno di gratitudine e d'amoreAl Creator de' nostri cuori amanti,Di tutte meraviglie al Creatore!Dacchè pel fallo prisco dolorantiAlla luce veniam, qual dolce aïtaNè' genitori è data a' nostri pianti!In ogni coppia umana, onde la vitaD'altri umani si svolge, ecco una divaPe' figliuoletti carità infinita.Vedi la vergin titubante e privaD'ogni ardimento, simile a cervettaChe intorno guata, e de' perigli è schiva.Chi nella fievol, timida animettaOpra mutazïone inaspettata,Quand'è fra il coro delle madri eletta?Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,Grave è il sen della dianzi paventosa,E il pondo regge da dolor cruciata.Ed il porta con forza generosa!E dopo un figlio compro a tanto prezzoD'orrende angosce, altri portar pur osa!Oh di strazii mirabile disprezzoIn creatura sì gentil, che soloParea nata de' fiori al molle olezzo,Onde bëasse a lei d'intorno il suoloE le dolci aure col suo bel sorriso,E morisse alla prima ombra di duoloPer destarsi felice in Paradiso!
Inno di gratitudine e d'amoreAl Creator de' nostri cuori amanti,Di tutte meraviglie al Creatore!
Inno di gratitudine e d'amore
Al Creator de' nostri cuori amanti,
Di tutte meraviglie al Creatore!
Dacchè pel fallo prisco dolorantiAlla luce veniam, qual dolce aïtaNè' genitori è data a' nostri pianti!
Dacchè pel fallo prisco doloranti
Alla luce veniam, qual dolce aïta
Nè' genitori è data a' nostri pianti!
In ogni coppia umana, onde la vitaD'altri umani si svolge, ecco una divaPe' figliuoletti carità infinita.
In ogni coppia umana, onde la vita
D'altri umani si svolge, ecco una diva
Pe' figliuoletti carità infinita.
Vedi la vergin titubante e privaD'ogni ardimento, simile a cervettaChe intorno guata, e de' perigli è schiva.
Vedi la vergin titubante e priva
D'ogni ardimento, simile a cervetta
Che intorno guata, e de' perigli è schiva.
Chi nella fievol, timida animettaOpra mutazïone inaspettata,Quand'è fra il coro delle madri eletta?
Chi nella fievol, timida animetta
Opra mutazïone inaspettata,
Quand'è fra il coro delle madri eletta?
Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,Grave è il sen della dianzi paventosa,E il pondo regge da dolor cruciata.
Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,
Grave è il sen della dianzi paventosa,
E il pondo regge da dolor cruciata.
Ed il porta con forza generosa!E dopo un figlio compro a tanto prezzoD'orrende angosce, altri portar pur osa!
Ed il porta con forza generosa!
E dopo un figlio compro a tanto prezzo
D'orrende angosce, altri portar pur osa!
Oh di strazii mirabile disprezzoIn creatura sì gentil, che soloParea nata de' fiori al molle olezzo,
Oh di strazii mirabile disprezzo
In creatura sì gentil, che solo
Parea nata de' fiori al molle olezzo,
Onde bëasse a lei d'intorno il suoloE le dolci aure col suo bel sorriso,E morisse alla prima ombra di duolo
Onde bëasse a lei d'intorno il suolo
E le dolci aure col suo bel sorriso,
E morisse alla prima ombra di duolo
Per destarsi felice in Paradiso!
Per destarsi felice in Paradiso!
Vedi la donna col suo piccol nato,Che suggendole il seno a lei sorrideSebben abbiale tanto egli costato,La madre da lui mai non si divide.Insazïata il guarda, insazïatoÈ il provveder ch'ei non s'affanni e gride:Animo lieto o da timore oppressoNella veglia o nel sonno ha ognor per esso.Lo sposo benchè a lei caro cotanto,È più caro perch'ei pur ride al figlio;Sovente, favellando a lei d'accanto,S'avvede ch'ella e core e mente e ciglioTien sovra il pargol con sì forte incanto,Che non ha udito il marital consiglio:Allora ei tace e mira, e con dolcezzaIl lattante e la madre egli accarezza.Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quandoGiace nella sua cuna egro il bambino,E la giovine madre sospirandoAd ogn'istante riede a lui vicino,E invan teneri detti prodigandoTien sulle amate labbra il petto chino,Ma l'offerta mammella ei bacia appena,E non la sugge, ed a vagir si sfrena!Oh con qual lutto miserando alloraLa spaventata si rivolge a Dio!Oh come al dubbio che il figliuol le moraTrema se in lei fu reo qualche desìo,E perdono dimanda, e s'infervora,Promettendo al Signor viver più pio!I soli Angioli ponno anzi all'EternoSì ardente prego alzar, qual è il materno.Giorno di liete voci, ora felice,Quando seman del pargolo i vagiti!Quand'ei cerca la dolce genitriceCon isguardi dal riso ingentiliti!Quand'ei di novo il caro latte elice,E scherzoso riprende i suoi garriti!Tai porge allor la madre inni d'amore,Quai mandar può de' Serafini il core!
Vedi la donna col suo piccol nato,Che suggendole il seno a lei sorrideSebben abbiale tanto egli costato,La madre da lui mai non si divide.Insazïata il guarda, insazïatoÈ il provveder ch'ei non s'affanni e gride:Animo lieto o da timore oppressoNella veglia o nel sonno ha ognor per esso.
Vedi la donna col suo piccol nato,
Che suggendole il seno a lei sorride
Sebben abbiale tanto egli costato,
La madre da lui mai non si divide.
Insazïata il guarda, insazïato
È il provveder ch'ei non s'affanni e gride:
Animo lieto o da timore oppresso
Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.
Lo sposo benchè a lei caro cotanto,È più caro perch'ei pur ride al figlio;Sovente, favellando a lei d'accanto,S'avvede ch'ella e core e mente e ciglioTien sovra il pargol con sì forte incanto,Che non ha udito il marital consiglio:Allora ei tace e mira, e con dolcezzaIl lattante e la madre egli accarezza.
Lo sposo benchè a lei caro cotanto,
È più caro perch'ei pur ride al figlio;
Sovente, favellando a lei d'accanto,
S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio
Tien sovra il pargol con sì forte incanto,
Che non ha udito il marital consiglio:
Allora ei tace e mira, e con dolcezza
Il lattante e la madre egli accarezza.
Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quandoGiace nella sua cuna egro il bambino,E la giovine madre sospirandoAd ogn'istante riede a lui vicino,E invan teneri detti prodigandoTien sulle amate labbra il petto chino,Ma l'offerta mammella ei bacia appena,E non la sugge, ed a vagir si sfrena!
Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando
Giace nella sua cuna egro il bambino,
E la giovine madre sospirando
Ad ogn'istante riede a lui vicino,
E invan teneri detti prodigando
Tien sulle amate labbra il petto chino,
Ma l'offerta mammella ei bacia appena,
E non la sugge, ed a vagir si sfrena!
Oh con qual lutto miserando alloraLa spaventata si rivolge a Dio!Oh come al dubbio che il figliuol le moraTrema se in lei fu reo qualche desìo,E perdono dimanda, e s'infervora,Promettendo al Signor viver più pio!I soli Angioli ponno anzi all'EternoSì ardente prego alzar, qual è il materno.
Oh con qual lutto miserando allora
La spaventata si rivolge a Dio!
Oh come al dubbio che il figliuol le mora
Trema se in lei fu reo qualche desìo,
E perdono dimanda, e s'infervora,
Promettendo al Signor viver più pio!
I soli Angioli ponno anzi all'Eterno
Sì ardente prego alzar, qual è il materno.
Giorno di liete voci, ora felice,Quando seman del pargolo i vagiti!Quand'ei cerca la dolce genitriceCon isguardi dal riso ingentiliti!Quand'ei di novo il caro latte elice,E scherzoso riprende i suoi garriti!Tai porge allor la madre inni d'amore,Quai mandar può de' Serafini il core!
Giorno di liete voci, ora felice,
Quando seman del pargolo i vagiti!
Quand'ei cerca la dolce genitrice
Con isguardi dal riso ingentiliti!
Quand'ei di novo il caro latte elice,
E scherzoso riprende i suoi garriti!
Tai porge allor la madre inni d'amore,
Quai mandar può de' Serafini il core!
Ov'alti rischi fervono,Vieppiù la madre arditaPel frutto di sue viscerePronta è a donar la vita.Ella, se fera scoppïaDivoratrice vampa,Verso la cuna avventasi,E il pargoletto scampa.Se il picciol piede illuseroDi cupo rio le sponde,La madre piomba rapida,E il tragge, o muor nell'onde.Ella, se il figlio palpitaTra infetto aere tremendo,Tenta i suoi dì redimere,Le piaghe a lui lambendo.Se patria e tetto invadonoEmpie, omicide squadre,Stringe i suoi figli, e impavidaPugna per lor la madre.
Ov'alti rischi fervono,Vieppiù la madre arditaPel frutto di sue viscerePronta è a donar la vita.
Ov'alti rischi fervono,
Vieppiù la madre ardita
Pel frutto di sue viscere
Pronta è a donar la vita.
Ella, se fera scoppïaDivoratrice vampa,Verso la cuna avventasi,E il pargoletto scampa.
Ella, se fera scoppïa
Divoratrice vampa,
Verso la cuna avventasi,
E il pargoletto scampa.
Se il picciol piede illuseroDi cupo rio le sponde,La madre piomba rapida,E il tragge, o muor nell'onde.
Se il picciol piede illusero
Di cupo rio le sponde,
La madre piomba rapida,
E il tragge, o muor nell'onde.
Ella, se il figlio palpitaTra infetto aere tremendo,Tenta i suoi dì redimere,Le piaghe a lui lambendo.
Ella, se il figlio palpita
Tra infetto aere tremendo,
Tenta i suoi dì redimere,
Le piaghe a lui lambendo.
Se patria e tetto invadonoEmpie, omicide squadre,Stringe i suoi figli, e impavidaPugna per lor la madre.
Se patria e tetto invadono
Empie, omicide squadre,
Stringe i suoi figli, e impavida
Pugna per lor la madre.