Chapter 13

. . . . .castæ ducebant sacra per urbemPilentis matres in mollibus[147]

. . . . .castæ ducebant sacra per urbemPilentis matres in mollibus[147]

. . . . .castæ ducebant sacra per urbem

Pilentis matres in mollibus[147]

e se ne servivano per lo più nelle feste publiche e ne’ giuochi; ma quella che più era in uso fra cittadinipiù facoltosi, allorquando erano soli, chiamavasi biga col nome stesso del veicolo che si adoperava nel circo e sorreggevasi da due ruote. La larghezza dell’asse di codesti veicoli può pur adesso misurarsi dagli spazj lasciati dai massi o dadi di pietra che a’ principj delle vie formavano coi rialzi dei margini laterali.

Le matrone ordinariamente servivansi di una carrozza, tirata per consueto da un pajo di mule, che per lo più aveva bensì due ruote, ma teneva comodità maggiori di star meglio adagiate, riparate da una tenda e da cortine, colle quali si poteva chiudere davanti, e denominavasicarpentum. Properzio pure così ne fa menzione:

Serica nec taceo volsi carpenta nepotis[148].

Serica nec taceo volsi carpenta nepotis[148].

Serica nec taceo volsi carpenta nepotis[148].

Impiegavano eziandio una specie di lettiga, vasta sedia portatile più comodamente disposta che le vetture moderne, poichè chi l’occupava poteva coricarsi a suo bell’agio, in luogo d’essere scosso e trabalzato perpendicolarmente. Era altresì nell’uso lasella, specie di que’ sedioli che per lo passato abbiamo avuto noi pure ed in cui si assidevano al par di noi.

Di un’altra carrozza,rheda, da cui forse venne il nome alle redini che dirigono i cavalli, d’origine gallica, a quattro ruote, si giovavano per viaggi, o per escursioni alla campagna: essa conteneva agevolmente tre o quattro persone ed era fornita di cortinaggio, che si poteva sollevare secondo volontà e prestavasi anche al trasporto di provvisioni. Cicerone in una delle epistole del lib. V ad Attico gli dice aver quella dettato sedendo nella reda:Hanc epistolam dictavi sedens in rheda. Questo cocchio era il cenno più prossimo alle vetture che si inventarono nel secolo decimosesto e che poi nel nostro si perfezionarono. Anzi in Ispagna assunsero queste carrozze il nome un cotal po’ latino diparavereda, perchèparaverediappunto si chiamassero anche ai tempi di Roma antica i cavalli che seguendo le vie traverse servivano il publico, comeveredisemplicemente quelli che tenevano le vie rette[149].

Nè va dimenticato il leggiero e celereEssedum, cocchio a due ruote d’origine belga, come ce ne avverte Virgilio in quel verso della terza Georgica:

Belgica vel molli melius feret esseda collo[150]

Belgica vel molli melius feret esseda collo[150]

Belgica vel molli melius feret esseda collo[150]

e pur in uso presso i Galli ed i Britanni, massime ne’ combattimenti, e passato poi ne’ Romani, che se ne valevano e per viaggi o per trasportar pesi. Tuttavia doveva l’essedumesser all’uopo veicolo di lusso, se Cicerone nella seconda Filippica, a titolo di rimprovero, esce a dire:Vehebatur in essedo tribunus plebis[151], come se il servirsi dell’essedo fosse troppo ricercata e dispendiosa costumanza. Circa la velocità di tal curricolo fa fede Ovidio, quando canta:

Sed rate ceruleas picta sulcavimus undasEsseda nos agili sive tulere rota[152].

Sed rate ceruleas picta sulcavimus undasEsseda nos agili sive tulere rota[152].

Sed rate ceruleas picta sulcavimus undas

Esseda nos agili sive tulere rota[152].

Essedumfacendosi poi derivare dal greco άἰσσω, cioè essere trasportato con impeto, si comprende di leggieri l’origine del nostro verboaizzare, per istigare.

Ma un veicolo a quattro ruote che Festo afferma con vocabolo osco denominarsipetoritum, petorasignificandoquattro, (De Rich lo vuol d’origine celtica dapetoar, quattroerit, ruota) dovea trovarsi in Pompei e nella Campania, dove gli Osci appunto stanziarono, e questo genere di veicoli è ricordato da Orazio nell’epistola I del Libro II unitamente alle essede e alle pilente:

Esseda festinant, pilenta, petorita, naves[153].

Esseda festinant, pilenta, petorita, naves[153].

Esseda festinant, pilenta, petorita, naves[153].

e da Ausonio nell’epistola quinta:

Invenies præsto subjuncta petorita mulis[154]

Invenies præsto subjuncta petorita mulis[154]

Invenies præsto subjuncta petorita mulis[154]

e altrove, nell’epistola ottava, lo stesso poeta ancora:

Cornipedes raptant imposta petorita mulæ[155]

Cornipedes raptant imposta petorita mulæ[155]

Cornipedes raptant imposta petorita mulæ[155]

Plinio poi ci fa sapere come i petoriti fossero ornati di fregi di stagno:stanno esseda et vehicula et petorita exornare[156].

Tutte codeste citazioni classiche parranno per avventura un po’ soverchie e pedantesche; ma io pur sopprimendone altre, credetti opportuno di farle a giustificare l’esistenza di vetture comode e per diversi usi sin da duemila anni addietro, da che sembri che dovessero poi cadere in dissuetudine affatto, se poi se ne vuole dagli scrittori assegnare l’invenzione intorno alla metà del secolo XVI; mentre se durato avessero le carrette del tempo romano, colle graduali modificazioni e miglioramenti che il tempo suggerisce, sarebbe stato assai facile il portarle a quel perfezionamento che in questi ultimi tre secoli ottennero in Europa.

«A quel tempo, scrive Agostino Ademollo, parlando del febbraio 1326 nella suaMarietta de’ Ricci,eruditissima più che amena narrazione, non esistevano carrozze, le quali cominciarono ad usarsi nel 1534. In quest’epoca alcune signore della casa Cibo dette le Marchesane di Massa, che abitavano nel palazzo de’ Pazzi furono le prime in Firenze ad usare la carrozza. Le prime che si videro erano coperte di panno più o meno ricco a guisa di padiglione ed era una portiera quello che poi si chiamò sportello. L’invenzione della carrozza fu creduta effetto dell’eccesso del lusso ed un cronista di quel tempo ne fece i miracoli perchè vi vide dentro il canonico Berni, il poeta dell’Orlando Innamorato. Un altro poeta ne fece la satira seguente:

Quando il cocchio primier fu visto in voltaIr per Firenze con più meravigliaChe già la nave d’Argo a’ venti sciolta;È fama, che un terren Nereo le cigliaInarcando esclamasse: Oh insano legno,Per te qual peste il nostro lido impiglia?Che merci porti? qual infetto regnoTi consegnò l’avvelenata salma,Che approdarla all’inferno era ben degno.

Quando il cocchio primier fu visto in voltaIr per Firenze con più meravigliaChe già la nave d’Argo a’ venti sciolta;È fama, che un terren Nereo le cigliaInarcando esclamasse: Oh insano legno,Per te qual peste il nostro lido impiglia?Che merci porti? qual infetto regnoTi consegnò l’avvelenata salma,Che approdarla all’inferno era ben degno.

Quando il cocchio primier fu visto in volta

Ir per Firenze con più meraviglia

Che già la nave d’Argo a’ venti sciolta;

È fama, che un terren Nereo le ciglia

Inarcando esclamasse: Oh insano legno,

Per te qual peste il nostro lido impiglia?

Che merci porti? qual infetto regno

Ti consegnò l’avvelenata salma,

Che approdarla all’inferno era ben degno.

«Questo poeta non avrebbe scritto così se avesse compreso quanto comodo ed utile era per ricavarsi nella società da quella invenzione chiamata pestifera[157].»

Ora torniamo a bomba per chiudere questo capitolo e l’argomento delle vie, accennando quanta fosse in tutto l’orbe romano la diligenza nella costruzione delle vie, e nella manutenzione, o come allora dicevasi,munizionedi esse, meglio preoccupati i maggiorenti a’ tempi della Republica principalmente, più del publico onore e della comodità del publico che non dell’aumento della propria fortuna; onde potesse Orazio così cantarne con ragione, nell’ode XV del secondo libro, il merito:

Privatus illis census erat brevis,Comune magnum: nulla decempedisMetata privatis etc.[158].

Privatus illis census erat brevis,Comune magnum: nulla decempedisMetata privatis etc.[158].

Privatus illis census erat brevis,

Comune magnum: nulla decempedis

Metata privatis etc.[158].

Ma la bisogna corsa egualmente non era agli ultimi tempi della Republica, meno poi a quello degli imperatori. Nondimeno, alla magnificenza delle vie s’era sempre pensato, la cura delle quali tanto per quelleintra, quanto per quelleextra urbem, venne dal Senato commessa a’ censori, quindi da Cesare Augusto ad appositi Curatori delle vie; ed a siffatti provvedimenti adottati in Roma, le provincie eran solite conformarsi pienamente; onde non è maraviglia se le vie di Pompei e de’ dintorni riuscissero quali ho al lettore descritte, e rimanessero oggetto alla nostra giusta ammirazione.


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