Chapter 19

. . . . .Tæda lucebis in illaQua stantes ardent, qui fixo gutture fumant[293].

. . . . .Tæda lucebis in illaQua stantes ardent, qui fixo gutture fumant[293].

. . . . .Tæda lucebis in illa

Qua stantes ardent, qui fixo gutture fumant[293].

Ma non erano questi supplizj dalle leggi portati,sibbene solo dal capriccio del tiranno introdotti: epperò ritorniamo a dire e chiudere l’interrotto e non men doloroso tema della crocifissione.

Gli scrittori distinsero la crocifissione per affissione e per infissione. Esempio della prima è la croce del Redentore, su cui appare affisso ed inchiodato: della seconda nelle parole di Seneca:cogita carcerem et crucem, et adactum per medium hominem, qui per os emergat stipitem[294], troviamo gli estremi della impalazione.

Gli uomini, a trovar tormenti pei loro simili, furono sempre fecondissimi e studiarono di molto nell’immaginar modi di dar morte. I tempi moderni, che la pretendono a leggiadria, conservarono la forca e pretesero anzi perfezionarla, inventarono la ghigliottina e la fucilazione, disputando perfino quale di questi generi di morte recasse e quale non recasse infamia. Nè la parola santissima di Beccaria, nè l’esempio d’altre legislazioni, nè il grido della civiltà che protesta ad ogni condanna di morte, valsero, pur in questi nostri giorni, a cancellare dal codice di questa nostra Italia la crudelissima pena e pur di non frodare dello spettacolo della capitale esecuzione le provincie che ne fruivano prima della costituzione dell’italiano regno, si derogò allo statuto patrio, chiudendogli occhi sulla Toscana, che nel codice Leopoldino aveva abolito la pena di morte, che non la volle per ogni conto rimessa e cui però non fu estesa.

Ugo Foscolo ebbe a cantare ne’Sepolcri:

. . .che nozze, tribunali ed areDiero alle umane belve esser pietoseDi sè stesse e d’altrui;

. . .che nozze, tribunali ed areDiero alle umane belve esser pietoseDi sè stesse e d’altrui;

. . .che nozze, tribunali ed are

Diero alle umane belve esser pietose

Di sè stesse e d’altrui;

ma di grazia, m’è lecito ora di chiedere, di che mondo intendeva egli parlare?

Erano dunque le summenzionate pene quelle che si infliggevano dai Romani: leggendo tuttavia i poeti, vedesi fatta menzione d’una speciale riserbata a coloro ch’erano colti in adulterio, la quale convien dire fosse ben di frequente applicata, se di adulterj è fatto cenno ad ogni tratto ne’ satirici di quel tempo, Orazio, Giovenale e Persio, e da’ lirici, fra cui primeggiano Ovidio e Catullo, senza tener conto dell’inverecondo Marziale. Orazio, nella satira seconda del Libro Primo, parla di castighi dati ad adulteri, abbastanza fieri; d’essere cioè buttati dall’alto della casa, flagellati, uccisi sul luogo scompisciati da servi o mutilati: ma le eran codeste private vendette d’offesi mariti. Giovenale e Catullo ricordano entrambi il castigo della introduzione nelle viscere dell’adultero sorpreso di rafani e di mugili, i quali ultimi erano pesciolini voraci e che però dovevano cagionare al paziente indicibile tormento. Tali pene, vogliono alcuni commentare fossero dalle leggi comminate.

Udiamo Giovenale:

Fiet adulterPublicus et pœnas metuet, quascumque maritiExigero irati; nec erit felicior astroMartis, ut in laqueos numquam incidat Exigit auteumInterdum ille dolor plus, quam lex ulla doloriConcessit. Necat hic ferro, secat ille cruentisVerberibus, quosdam moechos et mugilis intrat[295].

Fiet adulterPublicus et pœnas metuet, quascumque maritiExigero irati; nec erit felicior astroMartis, ut in laqueos numquam incidat Exigit auteumInterdum ille dolor plus, quam lex ulla doloriConcessit. Necat hic ferro, secat ille cruentisVerberibus, quosdam moechos et mugilis intrat[295].

Fiet adulter

Publicus et pœnas metuet, quascumque mariti

Exigero irati; nec erit felicior astro

Martis, ut in laqueos numquam incidat Exigit auteum

Interdum ille dolor plus, quam lex ulla dolori

Concessit. Necat hic ferro, secat ille cruentis

Verberibus, quosdam moechos et mugilis intrat[295].

E Catullo:

Ah! tum te miserum, malique fatiQuem attractis pedibus, patente portaPercurrent raphanique mugilesque[296].

Ah! tum te miserum, malique fatiQuem attractis pedibus, patente portaPercurrent raphanique mugilesque[296].

Ah! tum te miserum, malique fati

Quem attractis pedibus, patente porta

Percurrent raphanique mugilesque[296].

Io non consento che siffatte rappresaglie venissero da legge alcuna veramente autorizzate: questo solo mi so che a Roma nei primi tempi della Repubblica, come Licurgo aveva fato a Sparta non venneportata legge contro l’adulterio: la donna colpevole era giudicata arbitrariamente da un tribunale composto del marito e de’ suoi parenti; la morte poteva essere pronunciata; e forse in tale epoca, ma non a’ tempi di Giovenale, potevasi all’ombra di tal consuetudine applicarsi l’atroce castigo, quantunque sembri tuttavia che più abitualmente la pena dell’adulterio fosse il bando. La rilassatezza de’ costumi, verso la fine della Repubblica, determinò Augusto a far una legge contro l’adulterio: la legge dettaJulia, che dava facoltà ad ogni cittadino di denunciare i colpevoli e pronunziava contr’essi la relegazione.

Se non che converrebbe pensare che più che la nuova legge, stando a citati poeti, venisse osservata la legge consuetudinaria antica di un tribunale di famiglia nel cui codice fosse l’orribil pena da essi menzionata.

E poichè il mio lavoro ha la propria occasione da Pompei, rammenterò che nella Campania, di cui, come più volte avvertii, Pompei era parte, quando una femmina veniva sorpresa in adulterio, veniva spogliata delle vestimenta, poi era condotta nel foro, ed esposta nuda sopra una pietra, ove per più ore era segno alle ingiurie, alle derisioni, ai fischi della ciurmaglia; indi ponevasi sopra un asino che si mandava in giro per la città in mezzo agli schiamazzi. Altro castigo non le veniva inflitto, ma restava infame, si mostrava a dito, dicendola Ονοβὰτις (chemontò l’asino) e le durava il nomignolo pel rimanente dell’abbietta e miserabile sua vita[297].

Con sì diversi giudizj civili e penali, con pene così formidabili e, più che tutto, in mezzo a tanta corruzione di costumi, doveva, penserà per avventura taluno, essere stata bazza per gli avvocati (patroni oratores), e per i causidici (pragmatici). Io chiuderò il presente capitolo con una parola intorno ad essi.

E questa volta ancora mi è forza, per le informazioni, ricorrere a Giovenale: coi ritratti forniti da questo poeta si può fare una storia domestica di Roma, ne’ primi secoli dell’impero. Il suo libro, avverte giustamente Nisard, è un mirabile complemento di quello di Tacito; è la cronica privata di un’epoca, della quale Tacito ha scritto la storia pubblica.

Asconio ci fa sapere che chi difendeva altri in giudizio, o veniva dettoPatronus, se era oratore: oAdvocatus, se suggeriva la parte del diritto o comodava la sua presenza all’amico; o finalmenteCognitor, se interessavasi alla causa e la difendeva come propria.

Nel senso diadvocatusche assiste di sua presenza l’amico trovasi esempio in Plauto:

Res magna amici apud forum agitur: ei voloIre advocatus[298].

Res magna amici apud forum agitur: ei voloIre advocatus[298].

Res magna amici apud forum agitur: ei volo

Ire advocatus[298].

L’avvocato che è alla moda, dice adunque Giovenale, nella Satira Settima, è assai che ottenga, in prezzo de’suoi sudori, un rancido prosciutto, de’ pesci stantii, delle vecchie cipolle o alcune bottiglie di vino incerconito. Se busca una qualche moneta d’oro, gli bisogna farne parte a mediatori che glie ne hanno procacciato l’occasione. Ma il suo collega, il quale è sul candeliere, con minor talento di lui, tira a sè tutte le cause, ed è pagato di buona moneta. Questo avviene perchè egli s’è fatto scolpire in bronzo sotto il suo largo vestibolo, seduto sopra un cavallo di battaglia; perchè il litigante, innanzi di affidare la sua causa all’avvocato, esamina se gli brilli in dito un magnifico anello d’oro, se facciasi portare da otto facchini e sia seguito da una lettiga e preceduto da un corteo di amici vestiti delle loro toghe.

Non froderò i lettori dell’originale e viva pittura, la quale, se non interamente, ha tuttavia la sua buona parte d’attualità: in grazia di che mi si vorrà perdonare la lunghezza della citazione:

Rumpe miser tensum iecur, ut tibi lassoFigantur virides, scalarum gloria, palmae.Quod vocis praetium? siccus pettasunculus et vasPelamydum, aut veteres; Afrorum epimenia, bulbi,Aut vinum Tiberi devectum, quinque lagenas.Si quater egisti, si contingit aureus unus,Inde cadunt partes ex foedere pragmaticorum.Aemilio dabitur, quantum licet, et melius nosEgimus: huius enim stat currus aeneus, altiQuadriiuges in vestibulis, atque ipse ferociBellatore sedens curvatum hastile minaturEminus, et statua meditatur proelia lusca.Sic Pedo conturbat, Matho deficit: exitus hic estTongilli, magno cum rhinocerote lavariQui solet et vexat lutulenta balnea turba,Perque forum iuvenes longo premit assere Medos,Empturus pueros, argentum, murrhina, villas:Spondet enim Tyrio stiataria purpura filo.Et tamen est illis hoc utile: purpura venditCausidicum: vendunt amethystina: convenit illisEt strepitu, et facie maioris vivere census.Sed finem impensae non servat prodiga Roma.Fidimus eloquio? Ciceroni nemo ducentosNunc dederit nummos, nisi fulserit annulus ingens.Respicit haec primum qui litigat, an tibi serviOcto, decem comites, an post te sella, togatiAnte pedes. Ideo conducta Paulus agebatSardonyche atque ideo pluris quam Cossus agebat,Quam Basilus. Rara in tenui facundia panno.Quando licet Basilo flentem producere matrem?Quis bene dicentem Basilum ferat? Accipiat teGallia, vel potius nutricula causidicorumAfrica, si placuit mercedem ponere linguaeDeclamare doces?[299]

Rumpe miser tensum iecur, ut tibi lassoFigantur virides, scalarum gloria, palmae.Quod vocis praetium? siccus pettasunculus et vasPelamydum, aut veteres; Afrorum epimenia, bulbi,Aut vinum Tiberi devectum, quinque lagenas.Si quater egisti, si contingit aureus unus,Inde cadunt partes ex foedere pragmaticorum.Aemilio dabitur, quantum licet, et melius nosEgimus: huius enim stat currus aeneus, altiQuadriiuges in vestibulis, atque ipse ferociBellatore sedens curvatum hastile minaturEminus, et statua meditatur proelia lusca.Sic Pedo conturbat, Matho deficit: exitus hic estTongilli, magno cum rhinocerote lavariQui solet et vexat lutulenta balnea turba,Perque forum iuvenes longo premit assere Medos,Empturus pueros, argentum, murrhina, villas:Spondet enim Tyrio stiataria purpura filo.Et tamen est illis hoc utile: purpura venditCausidicum: vendunt amethystina: convenit illisEt strepitu, et facie maioris vivere census.Sed finem impensae non servat prodiga Roma.Fidimus eloquio? Ciceroni nemo ducentosNunc dederit nummos, nisi fulserit annulus ingens.Respicit haec primum qui litigat, an tibi serviOcto, decem comites, an post te sella, togatiAnte pedes. Ideo conducta Paulus agebatSardonyche atque ideo pluris quam Cossus agebat,Quam Basilus. Rara in tenui facundia panno.Quando licet Basilo flentem producere matrem?Quis bene dicentem Basilum ferat? Accipiat teGallia, vel potius nutricula causidicorumAfrica, si placuit mercedem ponere linguaeDeclamare doces?[299]

Rumpe miser tensum iecur, ut tibi lasso

Figantur virides, scalarum gloria, palmae.

Quod vocis praetium? siccus pettasunculus et vas

Pelamydum, aut veteres; Afrorum epimenia, bulbi,

Aut vinum Tiberi devectum, quinque lagenas.

Si quater egisti, si contingit aureus unus,

Inde cadunt partes ex foedere pragmaticorum.

Aemilio dabitur, quantum licet, et melius nos

Egimus: huius enim stat currus aeneus, alti

Quadriiuges in vestibulis, atque ipse feroci

Bellatore sedens curvatum hastile minatur

Eminus, et statua meditatur proelia lusca.

Sic Pedo conturbat, Matho deficit: exitus hic est

Tongilli, magno cum rhinocerote lavari

Qui solet et vexat lutulenta balnea turba,

Perque forum iuvenes longo premit assere Medos,

Empturus pueros, argentum, murrhina, villas:

Spondet enim Tyrio stiataria purpura filo.

Et tamen est illis hoc utile: purpura vendit

Causidicum: vendunt amethystina: convenit illis

Et strepitu, et facie maioris vivere census.

Sed finem impensae non servat prodiga Roma.

Fidimus eloquio? Ciceroni nemo ducentos

Nunc dederit nummos, nisi fulserit annulus ingens.

Respicit haec primum qui litigat, an tibi servi

Octo, decem comites, an post te sella, togati

Ante pedes. Ideo conducta Paulus agebat

Sardonyche atque ideo pluris quam Cossus agebat,

Quam Basilus. Rara in tenui facundia panno.

Quando licet Basilo flentem producere matrem?

Quis bene dicentem Basilum ferat? Accipiat te

Gallia, vel potius nutricula causidicorum

Africa, si placuit mercedem ponere linguae

Declamare doces?[299]

Ma non tutti gli oratori potevano pretenderla a scienza e dottrina di giure civile, la quale di causa in causa veniva il più spesso somministrata da’ causidici. Fra’ Greci, avverte Cicerone, coloro che tali si chiamavanoerano uomini di basso affare, i quali con picciol salario fornivano agli oratori quelle notizie legali che nelle cause eran necessarie sapersi; ma ben altrimenti venivano in Roma considerati, tenendosi occupazione di qualsivoglia più illustre e grand’uomo.

Dopo infatti aver detto che chiunque presumaaver lode di perfetto oratore sia necessario ch’egli abbia cognizione intera del civile diritto, così conchiude:Senectuti vero celebrandæ et ornandæ quod honestius potest esse perfugium quam juris interpretatio? Equidem mihi hoc subsidium jam ab adolescentia comparari non solum ad causarum usam forensem, sed etiam ad decus atque ornamentum senectutis, ut quam me vires (quod fere iam tempus adventat) deficere caepissent, isto ab solitudine domum meam vindicarem[300].

Causidici, in questo senso, sarebbero tra noi quegli avvocati consulenti, che piuttosto alle consultazioni od all’istruzione delle cause attendono, che non alla loro pertrattazione avanti i Tribunali.


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