....si Romæ vivis, romano vivito more,
....si Romæ vivis, romano vivito more,
....si Romæ vivis, romano vivito more,
nello asciolvere all’albergo del Sole in Pompei, chiesi del vino paesano, nè fu causa che mi desse al capo. Gli è tuttavia ne’ dintorni, alle falde del Vesuvio, che si spreme il famosoLacryma Christi.
Abbondante del resto la vendemmia, come in tutte le terre vicine al Vesuvio e fin su sulle sue pendici; onde L. Floro, estasiandosi innanzi a questi luoghi, dicesse la Campania, di cui questa parte che si specchiava nel Tirreno era la gemma, la plaga più bella d’Italia non solo, ma dell’Universo, dove in nessun luogo vi fosse cielo più dolce, terra più ubertosa e dove duplice pei fiori la primavera e i monti rivestiti di viti e bellissimo fra tutti il Vesuvio: e Marziale giugnesse a dire, che il Vesuvio verdeggiante per pampinose ombre e la nobile uva dando laghi di vino, paresse che gli Dei del piacere e dell’allegria, abbandonate le più care lor sedi, venuti fossero a dimora sui gioghi del Vesuvio. Uditene i versi che riporto dal Libro IV de’ suoiEpigrammi, sotto il n. 44:
Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris;Presserat hic madidos nobilis uva lucus.Hæc juga, quam Nisæ colles, plus Bacchus amavit,Hoc nuper Satiri monte dedere choros.Hoc Veneris sedes, Lacedæmone gratior illi,Hæc locus Herculeo nomine clarus erat[73].
Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris;Presserat hic madidos nobilis uva lucus.Hæc juga, quam Nisæ colles, plus Bacchus amavit,Hoc nuper Satiri monte dedere choros.Hoc Veneris sedes, Lacedæmone gratior illi,Hæc locus Herculeo nomine clarus erat[73].
Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris;
Presserat hic madidos nobilis uva lucus.
Hæc juga, quam Nisæ colles, plus Bacchus amavit,
Hoc nuper Satiri monte dedere choros.
Hoc Veneris sedes, Lacedæmone gratior illi,
Hæc locus Herculeo nomine clarus erat[73].
Così Pompei era del pari celebre per le sue pere e ne forniva le più ricercate mense, come Tivoli le poma; ferace per le messi e per gli ulivi, e gli scavi ci hanno dato saggi di frumento ed olive appunto, come altri molti frutti sia naturali che preparati, pane, focaccie ed altrettali leccornie; nè parrà vero che mentre tutti questi camangiari appajono anneriti e bruciati dalle ardenti ceneri onde furono investiti, parte del grano rinvenuto conservasse tuttavia la proprietà vitale, e seminato, malgrado fossero trascorsi più che diciassette secoli, germogliasse e porgesse la propria spica e le olive fossero conservatissime ancora nell’olio.
Virgilio nelle Georgiche aveva la fertilità di queste terre celebrato in questi versi:
Quæque suo viridi semper se gramine vestit,Illa tibi lætis intexet vitibus ulmosIlla ferax oleæ est: illam experiere colendoEt facilem pecori, et patientem vomeris unci.Talem dives arat Capua et vicina VesevoOra jugo[74].
Quæque suo viridi semper se gramine vestit,Illa tibi lætis intexet vitibus ulmosIlla ferax oleæ est: illam experiere colendoEt facilem pecori, et patientem vomeris unci.Talem dives arat Capua et vicina VesevoOra jugo[74].
Quæque suo viridi semper se gramine vestit,
Illa tibi lætis intexet vitibus ulmos
Illa ferax oleæ est: illam experiere colendo
Et facilem pecori, et patientem vomeris unci.
Talem dives arat Capua et vicina Vesevo
Ora jugo[74].
Dalle onde poi del Tirreno, che baciavano, frangendosi, il piede alla voluttuosa Pompei, il pescatore pompejano, tra i cento svariati pesci traeva in copia ilGaro, che or non saprebbesi designare con nome conosciuto, e con esso facevasi colà il caviale liquido, che nella bassa Italia si fa tuttavia. «Evvi, dice Plinio, un altro genere di liquore assai ricercato, al quale si è dato il nome digarum: esso è composto d’intestini di pesci o d’altre parti che sarebbero diversamente a gittarsi, e che si fanno macerare nel sale in guisa che divenga l’effetto della putrefazione. Questo liquore componevasi una volta col pesce che i Greci chiamavanogaron»[75]. Lo stesso Plinio attesta che Pompei andasse assai lodata, come Clazomene e Lepti, per il garo[76].
Orazio ne faceva menzione, dicendolo composto di succhi di pesce iberico:
Garum de succis piscis iberi[77].
Garum de succis piscis iberi[77].
Garum de succis piscis iberi[77].
Marziale del pari in un suo epigramma:
Sed coquus ingentem piperis consumet acervum:Addet et arcano mixta falerna garo[78].
Sed coquus ingentem piperis consumet acervum:Addet et arcano mixta falerna garo[78].
Sed coquus ingentem piperis consumet acervum:
Addet et arcano mixta falerna garo[78].
E altrove lo stesso poeta:
Nobile nunc sitio luxuriosa garum[79].
Nobile nunc sitio luxuriosa garum[79].
Nobile nunc sitio luxuriosa garum[79].
Era per ultimo lungo queste amenissime sponde che il Vesuvio sogguarda, che i medici solevano mandare a curarsi e risanare gli affetti da mal sottile, e siffatta salubrità di tali luoghi Varrone ricordò in quelle parole:ubi montana loca ut in Vesuvio, quod leviora et ideo salubriora, constatataci di poi anche dall’autorità di Polibio e di Procopio.
Queste erano le condizioni di Pompei ne’ primi anni dell’Era Cristiana, negli ultimi quindi di sua esistenza, e dei quali io mi faccio ad intrattenere il lettore.