Chapter 12

Jam pridem caput hoc ventosa cucurbita quærat[245]

Jam pridem caput hoc ventosa cucurbita quærat[245]

Jam pridem caput hoc ventosa cucurbita quærat[245]

e si comprese che se dovevano essere coppette fatte della scorza di questi frutti, o piccole zucche, potevano essere anche di bronzo, siccome queste trovate in Pompei. Fu inteso egualmente meglio, anche il passo di Celso, che allude a ventose di bronzo e di corno[246]. — Queste ventose pompejane sono a foggia di mezze ampolle con quattro buchi, che solevansi otturare con creta, che poi si levava onde distaccarla dalla pelle che il vuoto aveva attratto. Si riconobbe eziandio lo strumento per saldare le vene, gliscalpelli escissoriia guisa di picciole punte di lancetta da una parte e dall’altra aventi ilmalleoper la frattura delle ossa; le spatule di diverse forme; gli specilli concavi da un lato e dall’altro a forma d’oliva; uncateterobucato colla sua guaina mobile; ununcoper estrarre il feto già morto; ami, aghi, forbici dentate a guisa di tenaglia,circini escissorii, bolselle a denti, sonde urinarie, lancette, bisturi, siringhe auricolari, seghe, coltelli ecc. tutti del rame più puro, con manichi di bronzo e riposti in astuccio pur di rame e di bosso. I solibottoni per l’applicazione de’ cauterj erano in ferro.

A chi ne voglia sapere di più consiglio ricorrere alla dotta dissertazione di Louis Choulant:De locis Pompejanis ad rem medicam facientibus, Leipzig 1823, ed alla descrizione illustrata da disegni del cav. Leonardo Santoro di Napoli, inserta nelle Memorie dell’Accademia di Napoli: non che al trattato edito nel 1821 a Parigi dal dottor Savensko di Pietroburgo, e da cui risulta che già si conoscessero a’ tempi di Pompei strumenti chirurgici che si credono invenzione de’ nostri giorni, e che pur allora si possedessero mezzi dall’arte chirurgica che non son oggi neppur sospettati.

Cesare Cantù poi ricorda[247]che all’accademia di Parigi fossero dal signor Scouteten presentati i seguenti strumenti, dissotterrati a Pompei ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell’ano e dell’utero a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja (curette) terminata al lato opposto da un rigonfiamento a oliva, all’uopo di cauterizzare; tre ventose di formae grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per legare le ossa; coltelli dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli; l’elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette depilatorie, pinzette mordenti a denti di sorcio, una a becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti cauterizzanti.

Se la medicina per sì lungo tempo rimase un vero empirismo, nè si sollevò che più tardi colla coordinazione dei fatti e risultamenti all’onore di scienza: puossi argomentare facilmente come in ricambio si dovesse ricorrere a prodotti chimici, ad empiastri, ad erbe, a beveroni, a dettame di que’ cerretani nelle cui mani trovavasi l’arte salutare. E v’erano donne altresì che la pretendevano a sapienza nelle scelte e distillamento delle erbe e componevano filtri, che la superstizione e i pregiudizi d’ogni maniera facevano credere atti a dare o togliere l’amore, a portare o distruggere la fortuna e vie via a secondare ogni sorta di passioni, ma principalmente quella degli appetiti sfrenati e lussuriosi onde dicevansi afrodisiaci. Ma essi, grida Ovidio, non recano vantaggioalle fanciulle, ma nuocono alla ragione contenendo i germi della pazzia furiosa.

Questi empirici, antidotari e farmacisti erano però venuti nell’universale disprezzo, quantunque i più vi ricorressero: a un dipresso come vediamo adesso derisi magnetizzatori e sonnambule, tiratrici di carte e indovini, ma, ciò malgrado, contar numerosa clientela e raggrannellar ricchezza. Orazio li mise a fascio colle sgualdrine ambubaje in quel verso che nel capitolo dell’Anfiteatro ho già citato:

Ambubajarum collegia, farmacopolæ.

Ambubajarum collegia, farmacopolæ.

Ambubajarum collegia, farmacopolæ.

Fra questi empirici si distinsero nondimeno molti dotti botanici e manipolatori ingegnosi. Sotto Tiberio, Menecrate inventor del diachilo, componeva empiastri, spesso efficaci contro le erpeti, i tumori e le scrofole; Servilio Democrate fabbricava eccellenti emollienti.

Pharmacopolæappellavansi i venditori di farmachi, ma non per questo si possono dire pari agli odierni farmacisti, perocchè questi or vendano i semplici e manipolino i medicamenti giusta le prescrizioni dei medici; mentre quelli fabbricavan rimedj di proprio capo e li spacciavano, come fanno gli odierni cerretani; onde Catone, presso Gellio, fosse nella ragione allorchè disse:Itaque auditis, non auscultatis, tanquam pharmacopolam. Nam ejus verba audiuntur, verum ei se nemo committit, si æger est[248].

Erano iSeplasariiche vendevano i semplici, e spacciavano pure profumi, droghe, unguenti ed aromi.

Sotto il nome disagævenivano le specie diverse di venditrici d’unguenti e di filtri, che fabbricavano spesso con magici riti inventati nella Tessaglia. Ignoranti assai sovente della efficacia delle erbe che trattavano, non è a dirsi se causassero anche di funeste conseguenze. Così perirono anzi tempo Licinio Lucullo amico di Cicerone, il poeta Lucrezio e tanti altri.

Orazio, che era stato amante d’una Gratidia, ch’era una tra le più celebrisagædi Roma, stando a quanto ne scrissero i suoi scoliasti, rimproverò a costei, che raccomandò co’ suoi versi immortali alla esecrazione dei posteri sotto il nome di Canidia, il funesto potere delle sue pozioni amorose, che gli tolsero gioventù, forza, illusioni e salute[249].

In Pompei, sull’angolo d’un viottolo, si credè ravvisare una fabbrica di prodotti chimici. Sulla sua facciata si lessero diverse iscrizioni, tra cui l’una che accenna a Gneo Elvio Sabino; un’altra a Cajo Calvenzio Sellio. La fabbrica consta di due botteghe:a destra dell’atrio vi è un triplice fornello destinato a tre grandi caldaje disposte a differenti altezze. Nella casa si conteneva gran quantità di droghe carbonizzate. Nel 1818, in faccia alla via Domiziana, sull’angolo d’un’isola triangolare, si sterrò una taberna diseplasariuso farmacista. Per mostra aveva dipinto un grosso serpente che morde un pomo di pino. Il serpe era l’attributo di Igea, la dea della salute, e di Esculapio: esso è ancora l’emblema delle odierne farmacie. In Pompei, come abbiamo altrove notato, valeva ad altri scopi eziandio, nè quindi avrebbe certo bastato a fissare la designazione a questa taberna di officina farmaceutica, dove non si fossero trovati nell’interno diversi altri medicamenti, preparazioni chimiche, vasi con farmachi disseccati e pillole, e spatole e una cassetta in bronzo a comparti contenente droghe, e una lama di porfido per distendere e stemprare gli empiastri. Questa cassetta conservasi al Museo in un con un bel candelabro di bronzo.

Dyer poi[250]scrive essersi colà trovato eziandio un gran vaso di vetro capace di contenere due galloni (9l, 086), nel quale vi era un gallone e mezzo (6l, 814) d’un liquido rossastro che si pretende fosse un balsamo. Essendo stato aperto il vaso, il liquidocominciò a svaporare rapidissimamente, onde si affrettò a chiuderlo di nuovo ermeticamente.

Questo è quanto pare a me compendj brevissimamente la condizione dello scibile d’allora e il suo insegnamento.

Finora non si raccolsero dati essere esistite altre scuole in Pompei fuori di quelle che ricordai nel presente capitolo, nè forse gli Scavi altre ne metteranno alla luce. Si sa del resto, per gli usi generali in Roma, e quindi anche nelle colonie, che vi fossero scuole private, in ciò che per la puerizia delle classi agiate ogni famiglia avesse il suo schiavo, destinato a dare i primi rudimenti letterarj; poi erano i grammatici che subentravano ad ammaestrare nello scrivere e nello studio degli scrittori e nel greco, e dopo avea luogo il perfezionamento in Grecia nelle discipline della filosofia. Reduci in patria, o era nell’esercito che eleggevano la carriera e traevano alle guerre, di cui Roma non aveva penuria mai, o entravano nella magistratura, o praticavano dagli oratori più rinomati ad apprendere l’eloquenza del foro; assai sovente poi tutte queste professioni volta a volta esercitando, cioè passando dal foro alle cariche civili, e da queste a’ gradi militari, ora magistrati e ora soldati.

Non vi volevano che i vizj e le scelleraggini dell’impero per chiamare su Roma e l’Italia il torrente barbarico e far iscomparire istituzioni e civiltà, e quando questa potè far di nuovo capolino e ricompariresulle rovine indagate del passato, si è procacciato di ricostruire, senza che finora si possa dire che da noi siasi fatto meglio de’ nostri gloriosi maggiori.

Ad ogni modo, anche la sapienza odierna spesso piacesi confortare sè stessa dell’autorità della sapienza romana, che invoca come oracolo sacro e senza appello.


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