229.Questi Greci, ravvolti in lor mantello,Colla testa coperta, intorno vanno:Son carichi di libri e ne’ panieriHanno i rilievi della mensa: or questiDisertor’ ch’hanno l’aria di trattareFra lor di cose gravi, ora s’arrestano,Ora vanno, sputando lor sentenze;Ma poi li trovi sempre al termopolio[230]Che trincan e così, coperto il capo,Bevono caldo quel ch’hanno rubato,Poi tristi e brilli incedono.Curculio.Atto II. Sc. 3. Mia trad.230.Venditorio di bevande calde, come vedremo nel capitolo venturo delleTabernæ.231.«Essere i nostri uomini simili agli schiavi siri, che quanto son più periti del greco, tanto sono più nequitosi.»232.Chi loda il carme salïar di NumaE dotto ei solo in quel, che meco ignora,Vuolsi ostentar, non favorisce, e applaudeGli estinti ingegni; ma nostr’opre impugna,Le cose nostre, e noi livido adonta.Che se stata odïosa a’ Greci fosseNovità, quanto a noi, che avrian di antico?Degli uomini a ciascuno il public’usoOr che darebbe a logorar, leggendo?Epist.lib. II. Epist. I.233.Divina Comm.Inf. c. IV.234.In Bruto.235.Voi su greci esemplar’ la man stancateLa notte, voi le man stancate il giorno.De Arte Poetica.Tr. id.236.Lib. 11.237.SatiraI.238.Epigr.Lib. 2.239.Lib. 3,epist.5.240.Lib. 1, cap. 9.241.Medico fosti, gladiator se’ omai;E medico faceviAppunto quel che gladiatore or fai.Epigr.VIII. Lib. 74. — Tr. Magenta.242.Primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagatum Lysaniæ filium anno urbis DXXXV... Vulnerarium eum fuisse e re dictum, etc.Hist. Nat.lib. XX. c. 6.Tum primum artis medicæ nomen auditum Romæ agnitumque est.Tit. Liv. Lib. XXV. 2.243.«Giurarono fra loro i Barbari (chiamavano i Romani barbari i forestieri) di uccider tutti colla medicina. E questo fanno, ripetendo per sopraggiunta la mercede, onde acquistar maggior credenza e più agevolmente sperdere. Vanno inoltre dicendo noi barbari e più sporcamente con siffatta appellazione noi insozzano che non gli altri Opici. In quanto a me, mi sono interdetto i medici.»Hist. Nat.XXIX. 1.244.I libri superstiti sono dal VI al XIV e sono una compilazione per via d’estratti, di cui avanza tuttavia una parte sulla medicina e la chirurgia; abbracciava molte scienze, come la giurisprudenza, la filosofia, la rettorica, l’economia, l’arte militare. Sono scritti con purità di stile e sono di gran pregio segnatamente le istruzioni dietetiche e la parte che ha riferimento alla chirurgia.245.E ormai da un pezzoTua vota zucca le ventose invoca.Sat.XIV. v. 58, trad. Gargallo.246.Celsus, lib. 11.247.Storia degli Italiani, I. 1, c. XLI.248.«Udite per tanto, ma non ascoltate come fareste d’un farmacista. Imperocchè le parole di costui si odono, ma nessuno che malato sia gli si commette in cura.»Gell. Notti Att.1. 15.249.Vedi tutta l’ultima Ode degli Epodi di Orazio, che è appunto rivolta a Canidia.250.Pompei, pag. 350.251.«I nostri maggiori così lodavano l’uomo dabbene, chiamandolo buon agricoltore, buon colono, e stimavasi essere amplissimamente lodato colui che così chiamavasi.»252.Lib. III. 22:Terra più ch’alla offesa, all’armi adatta.253.«Razza d’uomini agreste, senza legge e comando, libero e indipendente.»254.«Ire incontro ai nemici, e coprire dagli avversi attacchi la libertà, la patria, ed i parenti.»Catilin.6.255.Epoca Prima. Capitolo I.256.«Il valor militare va innanzi a tutte l’altre virtù: esso procacciò eterna gloria al popolo romano ed a codesta città.»Or. pro Murena.257.«Rimase chiusa in casa e filò la lana.»258.Lib. III. c. 22. 23. 24.259.Zonara. Lib. VIII. c. 6.260.Or. Pro Lege Manilia.261.Freret le assegna 13,549 piedi geometrici di circonferenza, che sarebbe maggiore di quella dell’odierna Parigi. Jacob vuole che avesse solo 1,200,000 abitanti; ma altri eruditi pretesero ampiezza e popolazione maggiori e com’io scrissi.262.Mandaci o Nil, le messi tue copiose,Da noi ricevi le fragranti rose.263.Degli Etiopi le selve, ove la lanaMorbida cresce.264.«In tutta guisa estorcono denaro e molestano; ma per quanta libidine spieghino, non giungono ad esaurire mai la ricchezza loro.»De Bello Catilin.265.«Pessima cosa è il coltivarsi i campi da gente d’ergastolo, perchè tutto vi si fa da uomini che non hanno speranza alcuna.»Hist. Natur.Ho già altrove detto che gli schiavi assegnati alla coltura delle terre si tenessero duramente e incatenati negli ergastoli.266.Gli arditi rivenduglioliAvean già tutte le contrade invase,E sin gli usci turavano alle case.Tu, di sgombrar, Germanico,Quegli spazii ordinasti, e in larga viaSi cangiarono i vicoli di pria.Da incatenate bomboleOr più nessun pilastro interno è stretto;Nè più il pretor nel fango è agir costretto.Fra densa moltitudineNon più il cieco rasojo alzasi, e tuttiDa bettole non sono i calli ostrutti.Ebbe il barbier suoi limiti,L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi:In una gran taverna eri poc’anzi.Epig.Lib. VII 61. Trad. Magenta.267.Pœnulus. 4. 2. 13:E si mangia e si bee come inpopina.268.Siccome il pan dal panattier cerchiamo,Dall’enopolio il vino, e se il denaroLoro si dà, cedon la merce.Act.1. x. 3.269.«Qui dimora la felicità.»270.Paris, Michel Lévy Frères, 1872.271.Cic.Philip.XII, 9,De Senectute23. — T. Liv. 28.272.Cic.Philip.II, 28; Plaut.Pœnulus, att. IV, sc. 2.273.Descrizione delle Rovine di Pompei, dell’arch. Gaspare Vinci. Terza edizione, Napoli, pag. 68.274.«Sittio riparò l’Elefante.» Nell’iscrizione è scorrettamente ommessa la lettera H in capo alla parolaelephantum. Qui poi mal si comprende se Sittio sia stato il proprietario dell’Albergo o il pittore che ne ristorasse l’insegna. Par più probabile la prima ipotesi.275.«Albergo: qui si dà in affitto un triclinio con tre letti e colle relative commodità.»276.«Marco Furio Pila invita Marco Tullio.» Altri leggeTVTILLVM.277.PSEUDOLOV’hanno dolci bevande ad abbondanza?CARINOE tu il domandi? Havvi del vin mirrato,Del vin cotto, idromele e d’ogni miele:Anzi, già un dì fin nel suo cuore avevaUn termopolio aperto.PseudolusAct. II Sc. IV.278.Pallad.1. 42.279.«Nè di giorno soltanto, ma quasi tutta l’intera notte con non interrotto volger di macchine producevano continua farina.»Apulej. Metam.Lib. IX.280.Così ce li descrive Apulejo.Metam.Lib. I. X.281.LIBANOForse mi meni là dove una pietraStritola l’altra pietra?DEMENETOOr che è codesto?Dove è mai questo luogo in su la terra?LIBANODove piangon quegli uomini infelici,Che di polenta cibansi.AsinariaAt. I. 4. 1. V. 16-18.282.«Plauto fu pistore, avendo locato la propria opera a gran mole a mano. Perocchè codesto pestamento e fatica di stritolar grani fosse la più grave di tutte, e si dicesse il pistrino un luogo pieno di fatica e travaglio e che distruggeva le forze.»283.Pur ne’ tempi moderni v’ebbero e v’hanno re, che attesero a mestieri volgari. Si sa di Luigi XVI abilissimo nell’orologeria e fabbro espertissimo; e il Principe ereditario dell’attuale imperatore di Germania si perfezionò ne’ rudi lavori fabbrili, e i giornali di questi giorni recarono che il di lui fratello minore s’applicò all’arte di legare i libri.284.Nuova serie, n. 3 ottobre 1868, colonna 57.285.«Talamo cliente invoca P. Paquio Proculo duumviro incaricato della Giustizia.»286.Anche nelleMetamorfosid’Ovidio, così vien immaginata dal Poeta la sua Bibli nell’atto che medita la propria lettera a Cauno:Dextra tenet ferrum, vacuam tenet altera ceram.Lib. IX v. 520.287.Metam.Lib. X.288.Giornale degli Scavi, 1861, p. 106.289.«Tutti i fruttivendoli con Elvio Vestale supplicano Marco Olconio Prisco duumviro di Giustizia.»290.Lib. XIII. 55, Svet.in Augustum, 4.291.Storia della Prostituzione, Cap. XXI.292.Perchè, per fede mia, olezza beneLa donna allor che di niente olezza.Però che quelle vecchie che sè stesseVanno d’unguenti ognor impiastricciando,Decrepite, sdentate e di lor corpo,Col belletto occultando i rei difetti,Quando il sudor sen mischia, incontanentePutono al par d’intingolo malvagioIn cui confuse molte salse il cuoco.Di che odoran non sai, se non di questoChe di pessimo odor puton, comprendi.Atto I, Sc. 3, v. 116 e segg.293.Numi immortali, almen trovassi in casaPerifane, mi son quasi disfattoA cercarlo per tutta la città:Nelle botteghe mediche ed in quelleDel barbier, nel ginnasio, in tutto il foro,Da’ profumieri, da beccai, dappressoI banchieri e, col chiederne, la voceHo fatta rauca.AttoII.Sc.2, 12 e segg.294.Tu conoscesti la barbiera nostra,Sura, ch’ora soggiorna appresso a quelleCase.AttoII,Sc.4, v. 51.295.. . . .ma non maiTal barbiera, Ammian, rade. — Mi svelaChe fa ella dunque se non rade? — Pela.Mart.Epigr.lib. II, ep. 17. Tr. Magenta.296.Pria che la man d’Eutrapelo sia giuntaLe guance e il mento di Luperco a radere,In volto a questo un’altra barba spunta.Id., ibid.297.Pompei, étude sur l’art antique.298.BucolicaVII, 32.299.Vellej. Paterc.II, 82.300.Philip.III, 6.301.Philip.XIII, 13.302.Nat. Hist.IX, 56.303.Sen.Fra.III, 18. Cic.Decr.II, 5, 33.304.«Quelli che tingono la lana d’altro colore: glioffectoresquelli che la ritingono dello stesso colore.» — Insomma i primi lo mutano, i secondi lo conservano.305.P. 278, n. 170 e 171.306.Sì puzzolente è Taide,Che putir non suol tantoDi tintor gretto un vecchiovaso dïanzi infranto.Trad. di Magenta.Ora, in talun luogo si usufrutta delle orine per ragione di ingrasso. Già Vittor Hugo neiMiserabilimostrò di quanta utilità sarebbe il trar profitto in Parigi degliégouts: in Milano si è stabilita una società con tale intento sotto la denominazione di Vespasiano, dall’Imperatore di tal nome, che primo impose la tassa sugli orinatoi. Vedi Svetonio nella vita di questo Cesare.307.Metam.L. IX,Plin.XXXV, 57.308.Pompeja, Pag. 279.309.Magenta tradusse:Il nostral rosso ti versar le botti.Ma come facilmente vedrà il lettore, il traduttore assegnò al vino il colore che il Poeta assegna alcadus; onde più fedelmente sarebbesi detto:non peregriniIl rosso caratel diffonde i vini.Epig.Lib. IV, 66.310.E il flavo mele da rubicondaFiala versare.Epig.Lib. I, 56, trad. Magenta.311.Petron.Satyricon, 34.312.V. 31.Anfora a far s’imprende; ond’è che poiGira la ruota, e n’esce orciuol?Trad. Gargallo.313.Ruines de Pompei, 4 vol. in folio. Parigi presso Firmin Didot. Il 4 volume fu compilato da L. Barré.314.Museo Borbonico, 1 vol. in 4 ogni anno con tavole a bulino.315.Ercolano e Pompei, Venezia 1841, Tip. Antonelli.316.Vi furono dotti che congetturarono che le vôlte della Cloaca Massima facessero parte di canali coperti di un’antica città, forse Pallantea, sulle cui ruine si pretese fabbricata Roma; ma se così fosse Tarquinio non avrebbe fatto altro che restaurare quanto rimaneva dei vecchi acquedotti. Infatti le rendite del suo piccolo regno non avrebbero per avventura bastato a tanta opera. I lavori di essa ingranditi successivamente in diverse epoche, furono poi così spinti da Agricola, genero di Augusto, che, al dir di Plinio, formò, per così esprimersi, sotto il recinto di Roma una città navigabile.317.Storia dell’Architetturadi Tommaso Hope, pag. 25. Milano, 1840. Tip. Lampato.318.Le Drame de Vésuve, chap. Herculanum.319.Non voglio defraudare i lettori de’ venturi anni di conoscere l’autore di questa teorica, che lascia addietro ed eclissa ogni economista: essa appartiene al piemontese Quintino Sella, ministro più volte del Regno Subalpino e d’Italia.320.Pompei qual era e qual è.Per Gustavo Luzzati. — Napoli, 1872.321.Æneid., Lib. VI, v. 847 — 853.Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto;Avvivino i colori e i bronzi e i marmi;Muovano con la lingua i tribunali;Mostrin con l’astrolabio e col quadranteMeglio del ciel le stelle e i moti loro;Chè ciò meglio saprem forse di voi.Ma voi, Romani miei, reggete il mondoCon l’imperio e con l’armi, e l’arti vostreSien l’esser giusti in pace, invitti in guerra;Perdonare a’ soggetti, accor gli umili,Debellare i superbi.Trad. di Annibal Caro.322.Epist.Lib. II, ep. 1, 32.Tutto sorte ci diè; pittor, cantori,Lottator siam degli unti Achei più dotti.Trad. Gargallo.323.Id. Ibid. 94-98:Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameniStudj si volse, e l’aura di fortunaNel vizio a dar la spinse; or di corsieriInfiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi,Gli sculti avori amò; talor dipintaTavola gli occhi le rapiva e il core.Trad. Gargallo.324.«Era presso di Ejo un larario antichissimo, lasciato dai maggiori e guardato nella casa con assai dignità, nel quale si trovavano quattro splendidissime statue, condotte con mirabile artificio e con somma nobiltà; le quali non solo costui (Verre) ingegnoso e intelligente, ma anche chiunque di noi ch’egli chiama idioti, vi si potesse deliziare: una di marmo raffigurante Cupido di Prassitele, perocchè molti nomi di artefici, appresi in codesta mia investigazione... Eranvi due statue di bronzo non grandissime, ma in ricambio di una esimia venustà, in abito e veste verginali, che sostenevano colle mani in aria levate sovra il capo certi sacri arredi, secondo il costume delle fanciulle ateniesi. Canefore queste si chiamavano: ma chi era l’artefice di essi? chi mai? si domanderà giustamente. Dicevano che fossero di Policleto.»In Verrem, Lib. IV,De Signis.325.Vedi Plin.Nat. Hist.XXXV, 7, che enumera questi colori e li dicealieno parietibus genere, cioè stranieri alle muraglie...udoque illini recusant, e rifiutano di appigliarsi agli intonachi umidi.326.Dizion. delle Antichità.327.Pompeja, Pag. 425, nota 2.328.Opere, Ediz. Silvestri di Milano vol. secondo, p. 305.329.«Aver l’effigie di Epicuro non nelle tavole (quadri) soltanto, ma ne’ bicchieri eziandio e negli anelli.»Fin.5. 1. extr.330.«Le tavole ben dipinte collocare in buona luce.»In. Brut.75.331.Natur. Hist.XXXV, 2.332.«Nerone principe aveva ordinato lo si pingesse colossalmente della grandezza di 120 piedi sopra tela, genere fin allora sconosciuto; ma appena ultimata, una folgore piombata negli orti di Maja, la incendiò in un colla parte migliore degli orti.»Id. Ibid.7.333.Nat. Hist.XXXV, 135.334.Pompéi et les Pompéiens.Paris 1867, p. 207.335.VediBeulé, pag. 301, eLa Peinture de genre, di M. Gebhart.336.«Io in questo sol uomo trovo accogliersi qualunque vizio che immaginar si possa in uom perduto e scellerato: non v’è alcun tratto, io ritengo, di libidine, di scelleratezza e di audacia che voi non possiate vedere nella vita di questo solo.»337.Sen.In Suasoriis. Lib. 1; inLactan.Lib. 2, c. 4.338.«Nerone ebbe non mediocre abilità tanto nel pingere che nello scolpire.»339.«Opere da anteporsi a tutte l’altre sì di pittura che di scultura.»340.Così chiamata perchè il 3 novembre 1753 vi si scoprirono 1756 volumi, o papiri, che, comunque in apparenza ridotti allo stato di carbone, poterono tuttavia essere svolti e letti, come già dissi a suo luogo.341.Vol. I, pag. 267.342.«I pavimenti di pietruzze passarono dal suolo alle camere e si fecero di vetro: è questa nuova invenzione. Agrippa (del tempo d’Augusto), certamente nelle Terme da lui fabbricate in Roma, dipinse all’encausto quant’era di terra cotta, nelle altre opere si valse degli stucchi: ma egli indubbiamente avrebbe fatto le camere co’ musaici di vetro, se il musaico allora fosse stato conosciuto, od anche dalle pareti della scena del teatro di Scauro sarebbero passati alle camere.»Histor. Natur.Lib. XXXVI, 25.343.Senofonte,CiropediaIV, 7.344.Idem, VII, 3, 7.345.Napoli, novembre 1831.
229.Questi Greci, ravvolti in lor mantello,Colla testa coperta, intorno vanno:Son carichi di libri e ne’ panieriHanno i rilievi della mensa: or questiDisertor’ ch’hanno l’aria di trattareFra lor di cose gravi, ora s’arrestano,Ora vanno, sputando lor sentenze;Ma poi li trovi sempre al termopolio[230]Che trincan e così, coperto il capo,Bevono caldo quel ch’hanno rubato,Poi tristi e brilli incedono.Curculio.Atto II. Sc. 3. Mia trad.
229.
Questi Greci, ravvolti in lor mantello,Colla testa coperta, intorno vanno:Son carichi di libri e ne’ panieriHanno i rilievi della mensa: or questiDisertor’ ch’hanno l’aria di trattareFra lor di cose gravi, ora s’arrestano,Ora vanno, sputando lor sentenze;Ma poi li trovi sempre al termopolio[230]Che trincan e così, coperto il capo,Bevono caldo quel ch’hanno rubato,Poi tristi e brilli incedono.Curculio.Atto II. Sc. 3. Mia trad.
Questi Greci, ravvolti in lor mantello,Colla testa coperta, intorno vanno:Son carichi di libri e ne’ panieriHanno i rilievi della mensa: or questiDisertor’ ch’hanno l’aria di trattareFra lor di cose gravi, ora s’arrestano,Ora vanno, sputando lor sentenze;Ma poi li trovi sempre al termopolio[230]Che trincan e così, coperto il capo,Bevono caldo quel ch’hanno rubato,Poi tristi e brilli incedono.Curculio.Atto II. Sc. 3. Mia trad.
Questi Greci, ravvolti in lor mantello,
Colla testa coperta, intorno vanno:
Son carichi di libri e ne’ panieri
Hanno i rilievi della mensa: or questi
Disertor’ ch’hanno l’aria di trattare
Fra lor di cose gravi, ora s’arrestano,
Ora vanno, sputando lor sentenze;
Ma poi li trovi sempre al termopolio[230]
Che trincan e così, coperto il capo,
Bevono caldo quel ch’hanno rubato,
Poi tristi e brilli incedono.
Curculio.Atto II. Sc. 3. Mia trad.
230.Venditorio di bevande calde, come vedremo nel capitolo venturo delleTabernæ.
230.Venditorio di bevande calde, come vedremo nel capitolo venturo delleTabernæ.
231.«Essere i nostri uomini simili agli schiavi siri, che quanto son più periti del greco, tanto sono più nequitosi.»
231.«Essere i nostri uomini simili agli schiavi siri, che quanto son più periti del greco, tanto sono più nequitosi.»
232.Chi loda il carme salïar di NumaE dotto ei solo in quel, che meco ignora,Vuolsi ostentar, non favorisce, e applaudeGli estinti ingegni; ma nostr’opre impugna,Le cose nostre, e noi livido adonta.Che se stata odïosa a’ Greci fosseNovità, quanto a noi, che avrian di antico?Degli uomini a ciascuno il public’usoOr che darebbe a logorar, leggendo?Epist.lib. II. Epist. I.
232.
Chi loda il carme salïar di NumaE dotto ei solo in quel, che meco ignora,Vuolsi ostentar, non favorisce, e applaudeGli estinti ingegni; ma nostr’opre impugna,Le cose nostre, e noi livido adonta.Che se stata odïosa a’ Greci fosseNovità, quanto a noi, che avrian di antico?Degli uomini a ciascuno il public’usoOr che darebbe a logorar, leggendo?Epist.lib. II. Epist. I.
Chi loda il carme salïar di NumaE dotto ei solo in quel, che meco ignora,Vuolsi ostentar, non favorisce, e applaudeGli estinti ingegni; ma nostr’opre impugna,Le cose nostre, e noi livido adonta.Che se stata odïosa a’ Greci fosseNovità, quanto a noi, che avrian di antico?Degli uomini a ciascuno il public’usoOr che darebbe a logorar, leggendo?Epist.lib. II. Epist. I.
Chi loda il carme salïar di Numa
E dotto ei solo in quel, che meco ignora,
Vuolsi ostentar, non favorisce, e applaude
Gli estinti ingegni; ma nostr’opre impugna,
Le cose nostre, e noi livido adonta.
Che se stata odïosa a’ Greci fosse
Novità, quanto a noi, che avrian di antico?
Degli uomini a ciascuno il public’uso
Or che darebbe a logorar, leggendo?
Epist.lib. II. Epist. I.
233.Divina Comm.Inf. c. IV.
233.Divina Comm.Inf. c. IV.
234.In Bruto.
234.In Bruto.
235.Voi su greci esemplar’ la man stancateLa notte, voi le man stancate il giorno.De Arte Poetica.Tr. id.
235.
Voi su greci esemplar’ la man stancateLa notte, voi le man stancate il giorno.De Arte Poetica.Tr. id.
Voi su greci esemplar’ la man stancateLa notte, voi le man stancate il giorno.De Arte Poetica.Tr. id.
Voi su greci esemplar’ la man stancate
La notte, voi le man stancate il giorno.
De Arte Poetica.Tr. id.
236.Lib. 11.
236.Lib. 11.
237.SatiraI.
237.SatiraI.
238.Epigr.Lib. 2.
238.Epigr.Lib. 2.
239.Lib. 3,epist.5.
239.Lib. 3,epist.5.
240.Lib. 1, cap. 9.
240.Lib. 1, cap. 9.
241.Medico fosti, gladiator se’ omai;E medico faceviAppunto quel che gladiatore or fai.Epigr.VIII. Lib. 74. — Tr. Magenta.
241.
Medico fosti, gladiator se’ omai;E medico faceviAppunto quel che gladiatore or fai.Epigr.VIII. Lib. 74. — Tr. Magenta.
Medico fosti, gladiator se’ omai;E medico faceviAppunto quel che gladiatore or fai.Epigr.VIII. Lib. 74. — Tr. Magenta.
Medico fosti, gladiator se’ omai;
E medico facevi
Appunto quel che gladiatore or fai.
Epigr.VIII. Lib. 74. — Tr. Magenta.
242.Primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagatum Lysaniæ filium anno urbis DXXXV... Vulnerarium eum fuisse e re dictum, etc.Hist. Nat.lib. XX. c. 6.Tum primum artis medicæ nomen auditum Romæ agnitumque est.Tit. Liv. Lib. XXV. 2.
242.Primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagatum Lysaniæ filium anno urbis DXXXV... Vulnerarium eum fuisse e re dictum, etc.Hist. Nat.lib. XX. c. 6.
Tum primum artis medicæ nomen auditum Romæ agnitumque est.Tit. Liv. Lib. XXV. 2.
243.«Giurarono fra loro i Barbari (chiamavano i Romani barbari i forestieri) di uccider tutti colla medicina. E questo fanno, ripetendo per sopraggiunta la mercede, onde acquistar maggior credenza e più agevolmente sperdere. Vanno inoltre dicendo noi barbari e più sporcamente con siffatta appellazione noi insozzano che non gli altri Opici. In quanto a me, mi sono interdetto i medici.»Hist. Nat.XXIX. 1.
243.«Giurarono fra loro i Barbari (chiamavano i Romani barbari i forestieri) di uccider tutti colla medicina. E questo fanno, ripetendo per sopraggiunta la mercede, onde acquistar maggior credenza e più agevolmente sperdere. Vanno inoltre dicendo noi barbari e più sporcamente con siffatta appellazione noi insozzano che non gli altri Opici. In quanto a me, mi sono interdetto i medici.»Hist. Nat.XXIX. 1.
244.I libri superstiti sono dal VI al XIV e sono una compilazione per via d’estratti, di cui avanza tuttavia una parte sulla medicina e la chirurgia; abbracciava molte scienze, come la giurisprudenza, la filosofia, la rettorica, l’economia, l’arte militare. Sono scritti con purità di stile e sono di gran pregio segnatamente le istruzioni dietetiche e la parte che ha riferimento alla chirurgia.
244.I libri superstiti sono dal VI al XIV e sono una compilazione per via d’estratti, di cui avanza tuttavia una parte sulla medicina e la chirurgia; abbracciava molte scienze, come la giurisprudenza, la filosofia, la rettorica, l’economia, l’arte militare. Sono scritti con purità di stile e sono di gran pregio segnatamente le istruzioni dietetiche e la parte che ha riferimento alla chirurgia.
245.E ormai da un pezzoTua vota zucca le ventose invoca.Sat.XIV. v. 58, trad. Gargallo.
245.
E ormai da un pezzoTua vota zucca le ventose invoca.Sat.XIV. v. 58, trad. Gargallo.
E ormai da un pezzoTua vota zucca le ventose invoca.Sat.XIV. v. 58, trad. Gargallo.
E ormai da un pezzo
Tua vota zucca le ventose invoca.
Sat.XIV. v. 58, trad. Gargallo.
246.Celsus, lib. 11.
246.Celsus, lib. 11.
247.Storia degli Italiani, I. 1, c. XLI.
247.Storia degli Italiani, I. 1, c. XLI.
248.«Udite per tanto, ma non ascoltate come fareste d’un farmacista. Imperocchè le parole di costui si odono, ma nessuno che malato sia gli si commette in cura.»Gell. Notti Att.1. 15.
248.«Udite per tanto, ma non ascoltate come fareste d’un farmacista. Imperocchè le parole di costui si odono, ma nessuno che malato sia gli si commette in cura.»Gell. Notti Att.1. 15.
249.Vedi tutta l’ultima Ode degli Epodi di Orazio, che è appunto rivolta a Canidia.
249.Vedi tutta l’ultima Ode degli Epodi di Orazio, che è appunto rivolta a Canidia.
250.Pompei, pag. 350.
250.Pompei, pag. 350.
251.«I nostri maggiori così lodavano l’uomo dabbene, chiamandolo buon agricoltore, buon colono, e stimavasi essere amplissimamente lodato colui che così chiamavasi.»
251.«I nostri maggiori così lodavano l’uomo dabbene, chiamandolo buon agricoltore, buon colono, e stimavasi essere amplissimamente lodato colui che così chiamavasi.»
252.Lib. III. 22:Terra più ch’alla offesa, all’armi adatta.
252.Lib. III. 22:
Terra più ch’alla offesa, all’armi adatta.
Terra più ch’alla offesa, all’armi adatta.
Terra più ch’alla offesa, all’armi adatta.
253.«Razza d’uomini agreste, senza legge e comando, libero e indipendente.»
253.«Razza d’uomini agreste, senza legge e comando, libero e indipendente.»
254.«Ire incontro ai nemici, e coprire dagli avversi attacchi la libertà, la patria, ed i parenti.»Catilin.6.
254.«Ire incontro ai nemici, e coprire dagli avversi attacchi la libertà, la patria, ed i parenti.»Catilin.6.
255.Epoca Prima. Capitolo I.
255.Epoca Prima. Capitolo I.
256.«Il valor militare va innanzi a tutte l’altre virtù: esso procacciò eterna gloria al popolo romano ed a codesta città.»Or. pro Murena.
256.«Il valor militare va innanzi a tutte l’altre virtù: esso procacciò eterna gloria al popolo romano ed a codesta città.»Or. pro Murena.
257.«Rimase chiusa in casa e filò la lana.»
257.«Rimase chiusa in casa e filò la lana.»
258.Lib. III. c. 22. 23. 24.
258.Lib. III. c. 22. 23. 24.
259.Zonara. Lib. VIII. c. 6.
259.Zonara. Lib. VIII. c. 6.
260.Or. Pro Lege Manilia.
260.Or. Pro Lege Manilia.
261.Freret le assegna 13,549 piedi geometrici di circonferenza, che sarebbe maggiore di quella dell’odierna Parigi. Jacob vuole che avesse solo 1,200,000 abitanti; ma altri eruditi pretesero ampiezza e popolazione maggiori e com’io scrissi.
261.Freret le assegna 13,549 piedi geometrici di circonferenza, che sarebbe maggiore di quella dell’odierna Parigi. Jacob vuole che avesse solo 1,200,000 abitanti; ma altri eruditi pretesero ampiezza e popolazione maggiori e com’io scrissi.
262.Mandaci o Nil, le messi tue copiose,Da noi ricevi le fragranti rose.
262.
Mandaci o Nil, le messi tue copiose,Da noi ricevi le fragranti rose.
Mandaci o Nil, le messi tue copiose,Da noi ricevi le fragranti rose.
Mandaci o Nil, le messi tue copiose,
Da noi ricevi le fragranti rose.
263.Degli Etiopi le selve, ove la lanaMorbida cresce.
263.
Degli Etiopi le selve, ove la lanaMorbida cresce.
Degli Etiopi le selve, ove la lanaMorbida cresce.
Degli Etiopi le selve, ove la lana
Morbida cresce.
264.«In tutta guisa estorcono denaro e molestano; ma per quanta libidine spieghino, non giungono ad esaurire mai la ricchezza loro.»De Bello Catilin.
264.«In tutta guisa estorcono denaro e molestano; ma per quanta libidine spieghino, non giungono ad esaurire mai la ricchezza loro.»De Bello Catilin.
265.«Pessima cosa è il coltivarsi i campi da gente d’ergastolo, perchè tutto vi si fa da uomini che non hanno speranza alcuna.»Hist. Natur.Ho già altrove detto che gli schiavi assegnati alla coltura delle terre si tenessero duramente e incatenati negli ergastoli.
265.«Pessima cosa è il coltivarsi i campi da gente d’ergastolo, perchè tutto vi si fa da uomini che non hanno speranza alcuna.»Hist. Natur.Ho già altrove detto che gli schiavi assegnati alla coltura delle terre si tenessero duramente e incatenati negli ergastoli.
266.Gli arditi rivenduglioliAvean già tutte le contrade invase,E sin gli usci turavano alle case.Tu, di sgombrar, Germanico,Quegli spazii ordinasti, e in larga viaSi cangiarono i vicoli di pria.Da incatenate bomboleOr più nessun pilastro interno è stretto;Nè più il pretor nel fango è agir costretto.Fra densa moltitudineNon più il cieco rasojo alzasi, e tuttiDa bettole non sono i calli ostrutti.Ebbe il barbier suoi limiti,L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi:In una gran taverna eri poc’anzi.Epig.Lib. VII 61. Trad. Magenta.
266.
Gli arditi rivenduglioliAvean già tutte le contrade invase,E sin gli usci turavano alle case.Tu, di sgombrar, Germanico,Quegli spazii ordinasti, e in larga viaSi cangiarono i vicoli di pria.Da incatenate bomboleOr più nessun pilastro interno è stretto;Nè più il pretor nel fango è agir costretto.Fra densa moltitudineNon più il cieco rasojo alzasi, e tuttiDa bettole non sono i calli ostrutti.Ebbe il barbier suoi limiti,L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi:In una gran taverna eri poc’anzi.Epig.Lib. VII 61. Trad. Magenta.
Gli arditi rivenduglioliAvean già tutte le contrade invase,E sin gli usci turavano alle case.Tu, di sgombrar, Germanico,Quegli spazii ordinasti, e in larga viaSi cangiarono i vicoli di pria.Da incatenate bomboleOr più nessun pilastro interno è stretto;Nè più il pretor nel fango è agir costretto.Fra densa moltitudineNon più il cieco rasojo alzasi, e tuttiDa bettole non sono i calli ostrutti.Ebbe il barbier suoi limiti,L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi:In una gran taverna eri poc’anzi.Epig.Lib. VII 61. Trad. Magenta.
Gli arditi rivenduglioli
Avean già tutte le contrade invase,
E sin gli usci turavano alle case.
Tu, di sgombrar, Germanico,
Quegli spazii ordinasti, e in larga via
Si cangiarono i vicoli di pria.
Da incatenate bombole
Or più nessun pilastro interno è stretto;
Nè più il pretor nel fango è agir costretto.
Fra densa moltitudine
Non più il cieco rasojo alzasi, e tutti
Da bettole non sono i calli ostrutti.
Ebbe il barbier suoi limiti,
L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi:
In una gran taverna eri poc’anzi.
Epig.Lib. VII 61. Trad. Magenta.
267.Pœnulus. 4. 2. 13:E si mangia e si bee come inpopina.
267.Pœnulus. 4. 2. 13:
E si mangia e si bee come inpopina.
E si mangia e si bee come inpopina.
E si mangia e si bee come inpopina.
268.Siccome il pan dal panattier cerchiamo,Dall’enopolio il vino, e se il denaroLoro si dà, cedon la merce.Act.1. x. 3.
268.
Siccome il pan dal panattier cerchiamo,Dall’enopolio il vino, e se il denaroLoro si dà, cedon la merce.Act.1. x. 3.
Siccome il pan dal panattier cerchiamo,Dall’enopolio il vino, e se il denaroLoro si dà, cedon la merce.Act.1. x. 3.
Siccome il pan dal panattier cerchiamo,
Dall’enopolio il vino, e se il denaro
Loro si dà, cedon la merce.
Act.1. x. 3.
269.«Qui dimora la felicità.»
269.«Qui dimora la felicità.»
270.Paris, Michel Lévy Frères, 1872.
270.Paris, Michel Lévy Frères, 1872.
271.Cic.Philip.XII, 9,De Senectute23. — T. Liv. 28.
271.Cic.Philip.XII, 9,De Senectute23. — T. Liv. 28.
272.Cic.Philip.II, 28; Plaut.Pœnulus, att. IV, sc. 2.
272.Cic.Philip.II, 28; Plaut.Pœnulus, att. IV, sc. 2.
273.Descrizione delle Rovine di Pompei, dell’arch. Gaspare Vinci. Terza edizione, Napoli, pag. 68.
273.Descrizione delle Rovine di Pompei, dell’arch. Gaspare Vinci. Terza edizione, Napoli, pag. 68.
274.«Sittio riparò l’Elefante.» Nell’iscrizione è scorrettamente ommessa la lettera H in capo alla parolaelephantum. Qui poi mal si comprende se Sittio sia stato il proprietario dell’Albergo o il pittore che ne ristorasse l’insegna. Par più probabile la prima ipotesi.
274.«Sittio riparò l’Elefante.» Nell’iscrizione è scorrettamente ommessa la lettera H in capo alla parolaelephantum. Qui poi mal si comprende se Sittio sia stato il proprietario dell’Albergo o il pittore che ne ristorasse l’insegna. Par più probabile la prima ipotesi.
275.«Albergo: qui si dà in affitto un triclinio con tre letti e colle relative commodità.»
275.«Albergo: qui si dà in affitto un triclinio con tre letti e colle relative commodità.»
276.«Marco Furio Pila invita Marco Tullio.» Altri leggeTVTILLVM.
276.«Marco Furio Pila invita Marco Tullio.» Altri leggeTVTILLVM.
277.PSEUDOLOV’hanno dolci bevande ad abbondanza?CARINOE tu il domandi? Havvi del vin mirrato,Del vin cotto, idromele e d’ogni miele:Anzi, già un dì fin nel suo cuore avevaUn termopolio aperto.PseudolusAct. II Sc. IV.
277.
PSEUDOLOV’hanno dolci bevande ad abbondanza?CARINOE tu il domandi? Havvi del vin mirrato,Del vin cotto, idromele e d’ogni miele:Anzi, già un dì fin nel suo cuore avevaUn termopolio aperto.PseudolusAct. II Sc. IV.
PSEUDOLO
PSEUDOLO
V’hanno dolci bevande ad abbondanza?
V’hanno dolci bevande ad abbondanza?
CARINO
CARINO
E tu il domandi? Havvi del vin mirrato,Del vin cotto, idromele e d’ogni miele:Anzi, già un dì fin nel suo cuore avevaUn termopolio aperto.PseudolusAct. II Sc. IV.
E tu il domandi? Havvi del vin mirrato,
Del vin cotto, idromele e d’ogni miele:
Anzi, già un dì fin nel suo cuore aveva
Un termopolio aperto.
PseudolusAct. II Sc. IV.
278.Pallad.1. 42.
278.Pallad.1. 42.
279.«Nè di giorno soltanto, ma quasi tutta l’intera notte con non interrotto volger di macchine producevano continua farina.»Apulej. Metam.Lib. IX.
279.«Nè di giorno soltanto, ma quasi tutta l’intera notte con non interrotto volger di macchine producevano continua farina.»Apulej. Metam.Lib. IX.
280.Così ce li descrive Apulejo.Metam.Lib. I. X.
280.Così ce li descrive Apulejo.Metam.Lib. I. X.
281.LIBANOForse mi meni là dove una pietraStritola l’altra pietra?DEMENETOOr che è codesto?Dove è mai questo luogo in su la terra?LIBANODove piangon quegli uomini infelici,Che di polenta cibansi.AsinariaAt. I. 4. 1. V. 16-18.
281.
LIBANOForse mi meni là dove una pietraStritola l’altra pietra?DEMENETOOr che è codesto?Dove è mai questo luogo in su la terra?LIBANODove piangon quegli uomini infelici,Che di polenta cibansi.AsinariaAt. I. 4. 1. V. 16-18.
LIBANO
LIBANO
Forse mi meni là dove una pietraStritola l’altra pietra?
Forse mi meni là dove una pietra
Stritola l’altra pietra?
DEMENETO
DEMENETO
Or che è codesto?Dove è mai questo luogo in su la terra?
Or che è codesto?
Dove è mai questo luogo in su la terra?
LIBANO
LIBANO
Dove piangon quegli uomini infelici,Che di polenta cibansi.AsinariaAt. I. 4. 1. V. 16-18.
Dove piangon quegli uomini infelici,
Che di polenta cibansi.
AsinariaAt. I. 4. 1. V. 16-18.
282.«Plauto fu pistore, avendo locato la propria opera a gran mole a mano. Perocchè codesto pestamento e fatica di stritolar grani fosse la più grave di tutte, e si dicesse il pistrino un luogo pieno di fatica e travaglio e che distruggeva le forze.»
282.«Plauto fu pistore, avendo locato la propria opera a gran mole a mano. Perocchè codesto pestamento e fatica di stritolar grani fosse la più grave di tutte, e si dicesse il pistrino un luogo pieno di fatica e travaglio e che distruggeva le forze.»
283.Pur ne’ tempi moderni v’ebbero e v’hanno re, che attesero a mestieri volgari. Si sa di Luigi XVI abilissimo nell’orologeria e fabbro espertissimo; e il Principe ereditario dell’attuale imperatore di Germania si perfezionò ne’ rudi lavori fabbrili, e i giornali di questi giorni recarono che il di lui fratello minore s’applicò all’arte di legare i libri.
283.Pur ne’ tempi moderni v’ebbero e v’hanno re, che attesero a mestieri volgari. Si sa di Luigi XVI abilissimo nell’orologeria e fabbro espertissimo; e il Principe ereditario dell’attuale imperatore di Germania si perfezionò ne’ rudi lavori fabbrili, e i giornali di questi giorni recarono che il di lui fratello minore s’applicò all’arte di legare i libri.
284.Nuova serie, n. 3 ottobre 1868, colonna 57.
284.Nuova serie, n. 3 ottobre 1868, colonna 57.
285.«Talamo cliente invoca P. Paquio Proculo duumviro incaricato della Giustizia.»
285.«Talamo cliente invoca P. Paquio Proculo duumviro incaricato della Giustizia.»
286.Anche nelleMetamorfosid’Ovidio, così vien immaginata dal Poeta la sua Bibli nell’atto che medita la propria lettera a Cauno:Dextra tenet ferrum, vacuam tenet altera ceram.Lib. IX v. 520.
286.Anche nelleMetamorfosid’Ovidio, così vien immaginata dal Poeta la sua Bibli nell’atto che medita la propria lettera a Cauno:
Dextra tenet ferrum, vacuam tenet altera ceram.Lib. IX v. 520.
Dextra tenet ferrum, vacuam tenet altera ceram.Lib. IX v. 520.
Dextra tenet ferrum, vacuam tenet altera ceram.
Lib. IX v. 520.
287.Metam.Lib. X.
287.Metam.Lib. X.
288.Giornale degli Scavi, 1861, p. 106.
288.Giornale degli Scavi, 1861, p. 106.
289.«Tutti i fruttivendoli con Elvio Vestale supplicano Marco Olconio Prisco duumviro di Giustizia.»
289.«Tutti i fruttivendoli con Elvio Vestale supplicano Marco Olconio Prisco duumviro di Giustizia.»
290.Lib. XIII. 55, Svet.in Augustum, 4.
290.Lib. XIII. 55, Svet.in Augustum, 4.
291.Storia della Prostituzione, Cap. XXI.
291.Storia della Prostituzione, Cap. XXI.
292.Perchè, per fede mia, olezza beneLa donna allor che di niente olezza.Però che quelle vecchie che sè stesseVanno d’unguenti ognor impiastricciando,Decrepite, sdentate e di lor corpo,Col belletto occultando i rei difetti,Quando il sudor sen mischia, incontanentePutono al par d’intingolo malvagioIn cui confuse molte salse il cuoco.Di che odoran non sai, se non di questoChe di pessimo odor puton, comprendi.Atto I, Sc. 3, v. 116 e segg.
292.
Perchè, per fede mia, olezza beneLa donna allor che di niente olezza.Però che quelle vecchie che sè stesseVanno d’unguenti ognor impiastricciando,Decrepite, sdentate e di lor corpo,Col belletto occultando i rei difetti,Quando il sudor sen mischia, incontanentePutono al par d’intingolo malvagioIn cui confuse molte salse il cuoco.Di che odoran non sai, se non di questoChe di pessimo odor puton, comprendi.Atto I, Sc. 3, v. 116 e segg.
Perchè, per fede mia, olezza beneLa donna allor che di niente olezza.Però che quelle vecchie che sè stesseVanno d’unguenti ognor impiastricciando,Decrepite, sdentate e di lor corpo,Col belletto occultando i rei difetti,Quando il sudor sen mischia, incontanentePutono al par d’intingolo malvagioIn cui confuse molte salse il cuoco.Di che odoran non sai, se non di questoChe di pessimo odor puton, comprendi.Atto I, Sc. 3, v. 116 e segg.
Perchè, per fede mia, olezza bene
La donna allor che di niente olezza.
Però che quelle vecchie che sè stesse
Vanno d’unguenti ognor impiastricciando,
Decrepite, sdentate e di lor corpo,
Col belletto occultando i rei difetti,
Quando il sudor sen mischia, incontanente
Putono al par d’intingolo malvagio
In cui confuse molte salse il cuoco.
Di che odoran non sai, se non di questo
Che di pessimo odor puton, comprendi.
Atto I, Sc. 3, v. 116 e segg.
293.Numi immortali, almen trovassi in casaPerifane, mi son quasi disfattoA cercarlo per tutta la città:Nelle botteghe mediche ed in quelleDel barbier, nel ginnasio, in tutto il foro,Da’ profumieri, da beccai, dappressoI banchieri e, col chiederne, la voceHo fatta rauca.AttoII.Sc.2, 12 e segg.
293.
Numi immortali, almen trovassi in casaPerifane, mi son quasi disfattoA cercarlo per tutta la città:Nelle botteghe mediche ed in quelleDel barbier, nel ginnasio, in tutto il foro,Da’ profumieri, da beccai, dappressoI banchieri e, col chiederne, la voceHo fatta rauca.AttoII.Sc.2, 12 e segg.
Numi immortali, almen trovassi in casaPerifane, mi son quasi disfattoA cercarlo per tutta la città:Nelle botteghe mediche ed in quelleDel barbier, nel ginnasio, in tutto il foro,Da’ profumieri, da beccai, dappressoI banchieri e, col chiederne, la voceHo fatta rauca.AttoII.Sc.2, 12 e segg.
Numi immortali, almen trovassi in casa
Perifane, mi son quasi disfatto
A cercarlo per tutta la città:
Nelle botteghe mediche ed in quelle
Del barbier, nel ginnasio, in tutto il foro,
Da’ profumieri, da beccai, dappresso
I banchieri e, col chiederne, la voce
Ho fatta rauca.
AttoII.Sc.2, 12 e segg.
294.Tu conoscesti la barbiera nostra,Sura, ch’ora soggiorna appresso a quelleCase.AttoII,Sc.4, v. 51.
294.
Tu conoscesti la barbiera nostra,Sura, ch’ora soggiorna appresso a quelleCase.AttoII,Sc.4, v. 51.
Tu conoscesti la barbiera nostra,Sura, ch’ora soggiorna appresso a quelleCase.AttoII,Sc.4, v. 51.
Tu conoscesti la barbiera nostra,
Sura, ch’ora soggiorna appresso a quelle
Case.
AttoII,Sc.4, v. 51.
295.. . . .ma non maiTal barbiera, Ammian, rade. — Mi svelaChe fa ella dunque se non rade? — Pela.Mart.Epigr.lib. II, ep. 17. Tr. Magenta.
295.
. . . .ma non maiTal barbiera, Ammian, rade. — Mi svelaChe fa ella dunque se non rade? — Pela.Mart.Epigr.lib. II, ep. 17. Tr. Magenta.
. . . .ma non maiTal barbiera, Ammian, rade. — Mi svelaChe fa ella dunque se non rade? — Pela.Mart.Epigr.lib. II, ep. 17. Tr. Magenta.
. . . .ma non mai
Tal barbiera, Ammian, rade. — Mi svela
Che fa ella dunque se non rade? — Pela.
Mart.Epigr.lib. II, ep. 17. Tr. Magenta.
296.Pria che la man d’Eutrapelo sia giuntaLe guance e il mento di Luperco a radere,In volto a questo un’altra barba spunta.Id., ibid.
296.
Pria che la man d’Eutrapelo sia giuntaLe guance e il mento di Luperco a radere,In volto a questo un’altra barba spunta.Id., ibid.
Pria che la man d’Eutrapelo sia giuntaLe guance e il mento di Luperco a radere,In volto a questo un’altra barba spunta.Id., ibid.
Pria che la man d’Eutrapelo sia giunta
Le guance e il mento di Luperco a radere,
In volto a questo un’altra barba spunta.
Id., ibid.
297.Pompei, étude sur l’art antique.
297.Pompei, étude sur l’art antique.
298.BucolicaVII, 32.
298.BucolicaVII, 32.
299.Vellej. Paterc.II, 82.
299.Vellej. Paterc.II, 82.
300.Philip.III, 6.
300.Philip.III, 6.
301.Philip.XIII, 13.
301.Philip.XIII, 13.
302.Nat. Hist.IX, 56.
302.Nat. Hist.IX, 56.
303.Sen.Fra.III, 18. Cic.Decr.II, 5, 33.
303.Sen.Fra.III, 18. Cic.Decr.II, 5, 33.
304.«Quelli che tingono la lana d’altro colore: glioffectoresquelli che la ritingono dello stesso colore.» — Insomma i primi lo mutano, i secondi lo conservano.
304.«Quelli che tingono la lana d’altro colore: glioffectoresquelli che la ritingono dello stesso colore.» — Insomma i primi lo mutano, i secondi lo conservano.
305.P. 278, n. 170 e 171.
305.P. 278, n. 170 e 171.
306.Sì puzzolente è Taide,Che putir non suol tantoDi tintor gretto un vecchiovaso dïanzi infranto.Trad. di Magenta.Ora, in talun luogo si usufrutta delle orine per ragione di ingrasso. Già Vittor Hugo neiMiserabilimostrò di quanta utilità sarebbe il trar profitto in Parigi degliégouts: in Milano si è stabilita una società con tale intento sotto la denominazione di Vespasiano, dall’Imperatore di tal nome, che primo impose la tassa sugli orinatoi. Vedi Svetonio nella vita di questo Cesare.
306.
Sì puzzolente è Taide,Che putir non suol tantoDi tintor gretto un vecchiovaso dïanzi infranto.Trad. di Magenta.
Sì puzzolente è Taide,Che putir non suol tantoDi tintor gretto un vecchiovaso dïanzi infranto.Trad. di Magenta.
Sì puzzolente è Taide,
Che putir non suol tanto
Di tintor gretto un vecchio
vaso dïanzi infranto.
Trad. di Magenta.
Ora, in talun luogo si usufrutta delle orine per ragione di ingrasso. Già Vittor Hugo neiMiserabilimostrò di quanta utilità sarebbe il trar profitto in Parigi degliégouts: in Milano si è stabilita una società con tale intento sotto la denominazione di Vespasiano, dall’Imperatore di tal nome, che primo impose la tassa sugli orinatoi. Vedi Svetonio nella vita di questo Cesare.
307.Metam.L. IX,Plin.XXXV, 57.
307.Metam.L. IX,Plin.XXXV, 57.
308.Pompeja, Pag. 279.
308.Pompeja, Pag. 279.
309.Magenta tradusse:Il nostral rosso ti versar le botti.Ma come facilmente vedrà il lettore, il traduttore assegnò al vino il colore che il Poeta assegna alcadus; onde più fedelmente sarebbesi detto:non peregriniIl rosso caratel diffonde i vini.Epig.Lib. IV, 66.
309.Magenta tradusse:
Il nostral rosso ti versar le botti.
Il nostral rosso ti versar le botti.
Il nostral rosso ti versar le botti.
Ma come facilmente vedrà il lettore, il traduttore assegnò al vino il colore che il Poeta assegna alcadus; onde più fedelmente sarebbesi detto:
non peregriniIl rosso caratel diffonde i vini.Epig.Lib. IV, 66.
non peregriniIl rosso caratel diffonde i vini.Epig.Lib. IV, 66.
non peregrini
Il rosso caratel diffonde i vini.
Epig.Lib. IV, 66.
310.E il flavo mele da rubicondaFiala versare.Epig.Lib. I, 56, trad. Magenta.
310.
E il flavo mele da rubicondaFiala versare.Epig.Lib. I, 56, trad. Magenta.
E il flavo mele da rubicondaFiala versare.Epig.Lib. I, 56, trad. Magenta.
E il flavo mele da rubiconda
Fiala versare.
Epig.Lib. I, 56, trad. Magenta.
311.Petron.Satyricon, 34.
311.Petron.Satyricon, 34.
312.V. 31.Anfora a far s’imprende; ond’è che poiGira la ruota, e n’esce orciuol?Trad. Gargallo.
312.V. 31.
Anfora a far s’imprende; ond’è che poiGira la ruota, e n’esce orciuol?Trad. Gargallo.
Anfora a far s’imprende; ond’è che poiGira la ruota, e n’esce orciuol?Trad. Gargallo.
Anfora a far s’imprende; ond’è che poi
Gira la ruota, e n’esce orciuol?
Trad. Gargallo.
313.Ruines de Pompei, 4 vol. in folio. Parigi presso Firmin Didot. Il 4 volume fu compilato da L. Barré.
313.Ruines de Pompei, 4 vol. in folio. Parigi presso Firmin Didot. Il 4 volume fu compilato da L. Barré.
314.Museo Borbonico, 1 vol. in 4 ogni anno con tavole a bulino.
314.Museo Borbonico, 1 vol. in 4 ogni anno con tavole a bulino.
315.Ercolano e Pompei, Venezia 1841, Tip. Antonelli.
315.Ercolano e Pompei, Venezia 1841, Tip. Antonelli.
316.Vi furono dotti che congetturarono che le vôlte della Cloaca Massima facessero parte di canali coperti di un’antica città, forse Pallantea, sulle cui ruine si pretese fabbricata Roma; ma se così fosse Tarquinio non avrebbe fatto altro che restaurare quanto rimaneva dei vecchi acquedotti. Infatti le rendite del suo piccolo regno non avrebbero per avventura bastato a tanta opera. I lavori di essa ingranditi successivamente in diverse epoche, furono poi così spinti da Agricola, genero di Augusto, che, al dir di Plinio, formò, per così esprimersi, sotto il recinto di Roma una città navigabile.
316.Vi furono dotti che congetturarono che le vôlte della Cloaca Massima facessero parte di canali coperti di un’antica città, forse Pallantea, sulle cui ruine si pretese fabbricata Roma; ma se così fosse Tarquinio non avrebbe fatto altro che restaurare quanto rimaneva dei vecchi acquedotti. Infatti le rendite del suo piccolo regno non avrebbero per avventura bastato a tanta opera. I lavori di essa ingranditi successivamente in diverse epoche, furono poi così spinti da Agricola, genero di Augusto, che, al dir di Plinio, formò, per così esprimersi, sotto il recinto di Roma una città navigabile.
317.Storia dell’Architetturadi Tommaso Hope, pag. 25. Milano, 1840. Tip. Lampato.
317.Storia dell’Architetturadi Tommaso Hope, pag. 25. Milano, 1840. Tip. Lampato.
318.Le Drame de Vésuve, chap. Herculanum.
318.Le Drame de Vésuve, chap. Herculanum.
319.Non voglio defraudare i lettori de’ venturi anni di conoscere l’autore di questa teorica, che lascia addietro ed eclissa ogni economista: essa appartiene al piemontese Quintino Sella, ministro più volte del Regno Subalpino e d’Italia.
319.Non voglio defraudare i lettori de’ venturi anni di conoscere l’autore di questa teorica, che lascia addietro ed eclissa ogni economista: essa appartiene al piemontese Quintino Sella, ministro più volte del Regno Subalpino e d’Italia.
320.Pompei qual era e qual è.Per Gustavo Luzzati. — Napoli, 1872.
320.Pompei qual era e qual è.Per Gustavo Luzzati. — Napoli, 1872.
321.Æneid., Lib. VI, v. 847 — 853.Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto;Avvivino i colori e i bronzi e i marmi;Muovano con la lingua i tribunali;Mostrin con l’astrolabio e col quadranteMeglio del ciel le stelle e i moti loro;Chè ciò meglio saprem forse di voi.Ma voi, Romani miei, reggete il mondoCon l’imperio e con l’armi, e l’arti vostreSien l’esser giusti in pace, invitti in guerra;Perdonare a’ soggetti, accor gli umili,Debellare i superbi.Trad. di Annibal Caro.
321.Æneid., Lib. VI, v. 847 — 853.
Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto;Avvivino i colori e i bronzi e i marmi;Muovano con la lingua i tribunali;Mostrin con l’astrolabio e col quadranteMeglio del ciel le stelle e i moti loro;Chè ciò meglio saprem forse di voi.Ma voi, Romani miei, reggete il mondoCon l’imperio e con l’armi, e l’arti vostreSien l’esser giusti in pace, invitti in guerra;Perdonare a’ soggetti, accor gli umili,Debellare i superbi.Trad. di Annibal Caro.
Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto;Avvivino i colori e i bronzi e i marmi;Muovano con la lingua i tribunali;Mostrin con l’astrolabio e col quadranteMeglio del ciel le stelle e i moti loro;Chè ciò meglio saprem forse di voi.Ma voi, Romani miei, reggete il mondoCon l’imperio e con l’armi, e l’arti vostreSien l’esser giusti in pace, invitti in guerra;Perdonare a’ soggetti, accor gli umili,Debellare i superbi.Trad. di Annibal Caro.
Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto;
Avvivino i colori e i bronzi e i marmi;
Muovano con la lingua i tribunali;
Mostrin con l’astrolabio e col quadrante
Meglio del ciel le stelle e i moti loro;
Chè ciò meglio saprem forse di voi.
Ma voi, Romani miei, reggete il mondo
Con l’imperio e con l’armi, e l’arti vostre
Sien l’esser giusti in pace, invitti in guerra;
Perdonare a’ soggetti, accor gli umili,
Debellare i superbi.
Trad. di Annibal Caro.
322.Epist.Lib. II, ep. 1, 32.Tutto sorte ci diè; pittor, cantori,Lottator siam degli unti Achei più dotti.Trad. Gargallo.
322.Epist.Lib. II, ep. 1, 32.
Tutto sorte ci diè; pittor, cantori,Lottator siam degli unti Achei più dotti.Trad. Gargallo.
Tutto sorte ci diè; pittor, cantori,Lottator siam degli unti Achei più dotti.Trad. Gargallo.
Tutto sorte ci diè; pittor, cantori,
Lottator siam degli unti Achei più dotti.
Trad. Gargallo.
323.Id. Ibid. 94-98:Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameniStudj si volse, e l’aura di fortunaNel vizio a dar la spinse; or di corsieriInfiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi,Gli sculti avori amò; talor dipintaTavola gli occhi le rapiva e il core.Trad. Gargallo.
323.Id. Ibid. 94-98:
Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameniStudj si volse, e l’aura di fortunaNel vizio a dar la spinse; or di corsieriInfiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi,Gli sculti avori amò; talor dipintaTavola gli occhi le rapiva e il core.Trad. Gargallo.
Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameniStudj si volse, e l’aura di fortunaNel vizio a dar la spinse; or di corsieriInfiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi,Gli sculti avori amò; talor dipintaTavola gli occhi le rapiva e il core.Trad. Gargallo.
Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameni
Studj si volse, e l’aura di fortuna
Nel vizio a dar la spinse; or di corsieri
Infiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi,
Gli sculti avori amò; talor dipinta
Tavola gli occhi le rapiva e il core.
Trad. Gargallo.
324.«Era presso di Ejo un larario antichissimo, lasciato dai maggiori e guardato nella casa con assai dignità, nel quale si trovavano quattro splendidissime statue, condotte con mirabile artificio e con somma nobiltà; le quali non solo costui (Verre) ingegnoso e intelligente, ma anche chiunque di noi ch’egli chiama idioti, vi si potesse deliziare: una di marmo raffigurante Cupido di Prassitele, perocchè molti nomi di artefici, appresi in codesta mia investigazione... Eranvi due statue di bronzo non grandissime, ma in ricambio di una esimia venustà, in abito e veste verginali, che sostenevano colle mani in aria levate sovra il capo certi sacri arredi, secondo il costume delle fanciulle ateniesi. Canefore queste si chiamavano: ma chi era l’artefice di essi? chi mai? si domanderà giustamente. Dicevano che fossero di Policleto.»In Verrem, Lib. IV,De Signis.
324.«Era presso di Ejo un larario antichissimo, lasciato dai maggiori e guardato nella casa con assai dignità, nel quale si trovavano quattro splendidissime statue, condotte con mirabile artificio e con somma nobiltà; le quali non solo costui (Verre) ingegnoso e intelligente, ma anche chiunque di noi ch’egli chiama idioti, vi si potesse deliziare: una di marmo raffigurante Cupido di Prassitele, perocchè molti nomi di artefici, appresi in codesta mia investigazione... Eranvi due statue di bronzo non grandissime, ma in ricambio di una esimia venustà, in abito e veste verginali, che sostenevano colle mani in aria levate sovra il capo certi sacri arredi, secondo il costume delle fanciulle ateniesi. Canefore queste si chiamavano: ma chi era l’artefice di essi? chi mai? si domanderà giustamente. Dicevano che fossero di Policleto.»In Verrem, Lib. IV,De Signis.
325.Vedi Plin.Nat. Hist.XXXV, 7, che enumera questi colori e li dicealieno parietibus genere, cioè stranieri alle muraglie...udoque illini recusant, e rifiutano di appigliarsi agli intonachi umidi.
325.Vedi Plin.Nat. Hist.XXXV, 7, che enumera questi colori e li dicealieno parietibus genere, cioè stranieri alle muraglie...udoque illini recusant, e rifiutano di appigliarsi agli intonachi umidi.
326.Dizion. delle Antichità.
326.Dizion. delle Antichità.
327.Pompeja, Pag. 425, nota 2.
327.Pompeja, Pag. 425, nota 2.
328.Opere, Ediz. Silvestri di Milano vol. secondo, p. 305.
328.Opere, Ediz. Silvestri di Milano vol. secondo, p. 305.
329.«Aver l’effigie di Epicuro non nelle tavole (quadri) soltanto, ma ne’ bicchieri eziandio e negli anelli.»Fin.5. 1. extr.
329.«Aver l’effigie di Epicuro non nelle tavole (quadri) soltanto, ma ne’ bicchieri eziandio e negli anelli.»Fin.5. 1. extr.
330.«Le tavole ben dipinte collocare in buona luce.»In. Brut.75.
330.«Le tavole ben dipinte collocare in buona luce.»In. Brut.75.
331.Natur. Hist.XXXV, 2.
331.Natur. Hist.XXXV, 2.
332.«Nerone principe aveva ordinato lo si pingesse colossalmente della grandezza di 120 piedi sopra tela, genere fin allora sconosciuto; ma appena ultimata, una folgore piombata negli orti di Maja, la incendiò in un colla parte migliore degli orti.»Id. Ibid.7.
332.«Nerone principe aveva ordinato lo si pingesse colossalmente della grandezza di 120 piedi sopra tela, genere fin allora sconosciuto; ma appena ultimata, una folgore piombata negli orti di Maja, la incendiò in un colla parte migliore degli orti.»Id. Ibid.7.
333.Nat. Hist.XXXV, 135.
333.Nat. Hist.XXXV, 135.
334.Pompéi et les Pompéiens.Paris 1867, p. 207.
334.Pompéi et les Pompéiens.Paris 1867, p. 207.
335.VediBeulé, pag. 301, eLa Peinture de genre, di M. Gebhart.
335.VediBeulé, pag. 301, eLa Peinture de genre, di M. Gebhart.
336.«Io in questo sol uomo trovo accogliersi qualunque vizio che immaginar si possa in uom perduto e scellerato: non v’è alcun tratto, io ritengo, di libidine, di scelleratezza e di audacia che voi non possiate vedere nella vita di questo solo.»
336.«Io in questo sol uomo trovo accogliersi qualunque vizio che immaginar si possa in uom perduto e scellerato: non v’è alcun tratto, io ritengo, di libidine, di scelleratezza e di audacia che voi non possiate vedere nella vita di questo solo.»
337.Sen.In Suasoriis. Lib. 1; inLactan.Lib. 2, c. 4.
337.Sen.In Suasoriis. Lib. 1; inLactan.Lib. 2, c. 4.
338.«Nerone ebbe non mediocre abilità tanto nel pingere che nello scolpire.»
338.«Nerone ebbe non mediocre abilità tanto nel pingere che nello scolpire.»
339.«Opere da anteporsi a tutte l’altre sì di pittura che di scultura.»
339.«Opere da anteporsi a tutte l’altre sì di pittura che di scultura.»
340.Così chiamata perchè il 3 novembre 1753 vi si scoprirono 1756 volumi, o papiri, che, comunque in apparenza ridotti allo stato di carbone, poterono tuttavia essere svolti e letti, come già dissi a suo luogo.
340.Così chiamata perchè il 3 novembre 1753 vi si scoprirono 1756 volumi, o papiri, che, comunque in apparenza ridotti allo stato di carbone, poterono tuttavia essere svolti e letti, come già dissi a suo luogo.
341.Vol. I, pag. 267.
341.Vol. I, pag. 267.
342.«I pavimenti di pietruzze passarono dal suolo alle camere e si fecero di vetro: è questa nuova invenzione. Agrippa (del tempo d’Augusto), certamente nelle Terme da lui fabbricate in Roma, dipinse all’encausto quant’era di terra cotta, nelle altre opere si valse degli stucchi: ma egli indubbiamente avrebbe fatto le camere co’ musaici di vetro, se il musaico allora fosse stato conosciuto, od anche dalle pareti della scena del teatro di Scauro sarebbero passati alle camere.»Histor. Natur.Lib. XXXVI, 25.
342.«I pavimenti di pietruzze passarono dal suolo alle camere e si fecero di vetro: è questa nuova invenzione. Agrippa (del tempo d’Augusto), certamente nelle Terme da lui fabbricate in Roma, dipinse all’encausto quant’era di terra cotta, nelle altre opere si valse degli stucchi: ma egli indubbiamente avrebbe fatto le camere co’ musaici di vetro, se il musaico allora fosse stato conosciuto, od anche dalle pareti della scena del teatro di Scauro sarebbero passati alle camere.»Histor. Natur.Lib. XXXVI, 25.
343.Senofonte,CiropediaIV, 7.
343.Senofonte,CiropediaIV, 7.
344.Idem, VII, 3, 7.
344.Idem, VII, 3, 7.
345.Napoli, novembre 1831.
345.Napoli, novembre 1831.